TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 11 gennaio 2010

Staffarda: Cistercensi e Templari ai piedi del Monviso


Abbazia di Staffarda (sullo sfondo il Monviso)



Continua il nostro viaggio in Piemonte sulle antiche vie dei pellegrini, dei mercanti e dei templari. Guido Araldo ci conduce oggi alla scoperta delle bellezze e dei segreti dell'Abbazia di Staffarda.

Guido Araldo

L’abbazia di Staffarda: “cuore” di Cistercensi e Templari ai piedi del Monviso


Un importante sito templare è indubbiamente l’abbazia di Staffarda, fondata nel 1135 da monaci cistercensi provenienti dall’abbazia del Tiglieto, in Liguria.
Quest’opera fu favorita dalla lungimiranza del primo marchese di Saluzzo, Manfredo, che si prodigò per il recupero delle zone paludose lungo il Po con opere di bonifica. Era infatti suo desiderio favorire l’agricoltura, fonte di ricchezza per il suo marchesato.
L’abbazia sorse in un’area acquitrinosa nota come “la Staffarda”, e venne consacrata a Santa Maria, come tutte le chiese templari, salvo rare eccezioni, e come tutte le cattedrali gotiche erette da maestranze di architetti e carpentieri affiliati a corporazioni legate all’Ordine del Tempio.

Oggi questa abbazia figura tra i massimi monumenti medioevali del Piemonte.
Un tempio dello spirito ameno, addirittura incantato, situato nella fascia subalpina, di fronte al Mombracco e al Monviso, a 10 Km a nord da Saluzzo.
Si narra che alla fondazione di Staffarda si fosse interessato personalmente San Bernardo, che dette grande impulso all’ordine dei Cistercensi fondato nel 1103 a Citeaux, da san Roberto di Molesnes: molteplici, infatti, sono le somiglianze architettoniche con l’abbazia di Clarveaux, istituita appunto da San Bernardo.
I primi frati cistercensi vi s’insediarono allorché vasti possedimenti paludosi furono ceduti all’abate Guglielmo da Enrico di Brondello e da sua moglie: concessione immediatamente confermata e ampliata in seguito da Manfredo, primo marchese di Saluzzo.
La fabbrica del complesso, approvato tanto da papa Celestino II nell’anno 1144 che dall’imperatore Federico Barbarossa, ebbe inizio dalla chiesa e soltanto in seguito presero corpo gli edifici monastici (gli ambienti della foresteria, il refettorio, la sala capitolare, vari laboratori artigianali, un mulino, pozzi, forni e un ospedale) e nove grandi cascine.
L’abbazia s’inserisce, infatti, nello straordinario sviluppo dell’ordine cistercense durante il secolo XII. I Cistercensi svolsero un ruolo determinante nella geografia economica del tempo: dalle Fiandre alla Toscana, dall’Ebro all’Elba. La loro presenza costituì un indubbio sviluppo agricolo, economico e mercantile, grazie anche allo straordinario incremento demografico che caratterizzò i tre secoli successivi all’anno Mille, drasticamente interrotto dalla grande peste a metà del XIV secolo. L’ordine Cistercense verso il 1150 vantava più di 350 abbazie, raddoppiate alla fine del secolo successivo.
La stessa storia dell’abbazia di Staffarla seguì la parabola templare: cominciò infatti a decadere ineluttabilmente dopo la soppressione di quell’Ordine cavalleresco. Un luogo dove si coglie l’odore della terra per intuire il profumo del cielo: così scrisse Karl Barth.
L’abbazia presenta un impianto edilizio complesso, fortemente rimaneggiato nel corso dei secoli: ancora oggi racchiude i cascinali per la produzione agricola e si scorge la grande porta della torre d'ingresso alla cinta fortificata, ora inglobata in un’abitazione, eretta nel XIII secolo (Di queste mura è ancora nettamente visibile l’arco acuto, sovrastato da una torretta che la tradizione vuole fosse abitata da un guardiano che gestiva gli accessi attraverso una saracinesca). Va ricordato che dall’abbazia di Staffarda dipendevano grandi fattorie esterne, note come grange: tra queste sono da annoverare quelle di Lagnasco, Pomarolo (tra Savigliano e Verzuolo), della Morra in Val Bronda, di Torriana alla base del Mombracco, della Fornaca a Scarnafigi, della Carpenetta a Casalgrasso e di Dosio verso Torino.
All’interno del complesso abbaziale si possono osservare interessanti elementi dell’architettura romanica della prima metà del XII secolo e gotica dei secoli XIII-XV, con i contrafforti ad archi rampanti tardi, aggiunti nel 1840, per attribuire maggiore stabilità alla chiesa.
La facciata primitiva della chiesa presentava un tetto a due soli spioventi, senza porticato, mentre l’attuale risale al XVI secolo: son di questo periodo la parte centrale sopraelevata, l’ampio nartece con mattoni a vista, gli affreschi monocromi molto deteriorati, i cornicioni e le tre finte botti con rosone.
L'interno, del XII secolo, è di stile romanico-gotico: si presenta a pianta basilicale ed è suddivisa in tre navate che terminano con absidi semicircolari. Le colonne sono cruciformi, le volte a crociera cordonate, tranne le ultime campate prima delle absidi e bracci del transetto che sono a botte. La policromia dei bianchi, dei rossi e dei neri, accentua le articolazioni delle nervature, mentre le pareti non presentano decorazioni di rilievo, nel più puro stile cistercense, secondo i dettami di san Bernardo di Chiaravalle che voleva le chiese spoglie, prive di fronzoli, caratterizzate da una semplicità voluta e cercata, tendenti all’ascetismo.

Appoggiato a un pilastro della navata centrale, spicca un raro pulpito tardogotico.
Vi si possono ammirare raffinate sculture in legno in stile gotico fiorentino, molto simili a quelle degli stalli (risalenti, probabilmente, agli anni 1504 e 1510), che si trovavano nella stessa chiesa e che occupavano tutta la navata centrale e di cui si rilevano ancora le tracce lungo i muri. Essi servivano ai monaci ma contribuivano parimenti a dividere la chiesa del monastero da quella comunitaria dei conversi e del popolo.

Tra le opere di maggiore rilievo da segnalare:
- Il gruppo scultoreo in stile gotico-alemanno della crocifissione con San Giovanni e la Vergine, databili all’inizio del XVI secolo: il marcato allungamento dei corpi induce a pensare che le statue si trovassero al di sopra degli stalli del coro o su un altare laterale.
- Il polittico in legno scolpito e dorato, opera di Oddone Pasquale da Trinità databile tra il 1531 e il 1533. E’ articolato in sette nicchie dove sono rappresentati episodi della vita di Gesù e storie del Nuovo Testamento: gli sportelli sono dipinti tanto all’esterno quanto all’interno con scene dell’Assunzione e Incoronazione della Vergine, della Trasfigurazione e della discesa dello Spirito Santo, dell’Annunciazione e dei santi Benedetto e Bernardo, ai quali si rivolgevano i Cistercensi quali “padri fondatori”, e dell’Arcangelo Gabriele, il guardiano del Paradiso.
-L’acquasantiera, una vasca rotonda, in pietra bigia, in stile rinascimentale, coronata da fiori scolpiti, datata 1506.

Fulcro della vita monastica era il chiostro, ricostruito sui lati occidentale e settentrionale in seguito alle devastazioni subite dalla “battaglia di Staffarda” del 1690, mentre permangono originarie le colonnine del lato orientale, la cui costruzione risale all’inizio del XIII secolo. I porticati, opera di monaci architetti giunti da Oltralpe, si aprono ad arco su colonnine binate, in maniera del tutto simile al chiostro dell’abbazia di Chiaravalle Milanese, e il loro colore bianco contrasta con il rosso cupo dei mattoni degli archi sovrastanti, creando un suggestivo effetto cromatico. Sul lato sinistro del chiostro, ad angolo con la Sala Capitolare, furono sepolti i primi cinque marchesi di Saluzzo.

La Sala Capitolare, posta sul lato meridionale del chiostro, con volte a ogiva rette da colonne marmoree, comunicava a nord con la sacrestia e la biblioteca: una scala conduceva al dormitorio, ancora ammirabile nella versione trecentesca e a fianco a essa un passaggio con volte a botte immetteva all’ospedale, al camposanto e all’orto.

Il Campanile del tardo duecento, fu innalzato nonostante la regola cistercense ne sconsigliasse l'erezione,:presenta una solida punta aguzza conica poggiata su un basamento quadrato composto da quattro piani scanditi con archetti, monofore e grandi bifore nella parte superiore.

La Loggia “del grano” o “del mercato” è situata sulla piazzetta antistante l'attuale ingresso agli edifici religiosi: la sua datazione più probabile è del 1270 e attesta l’importante attività mercantile svolta dall’abbazia. Si tratta di una costruzione massiccia ma elegante, poggiante su nove solidi pilastri dalle volte a crociera e cordonature rettangolari. Nei pressi si trovava un grosso forno comune, da tempo demolito.

La Foresteria, nota come Ospizio dei Pellegrini, fu costruita presumibilmente a metà del XIII secolo: vi venivano alloggiati soltanto gli uomini, che lasciavano muli, asini e cavalli nella dirimpettaia scuderia, ora trasformata in ristorante. Si compone di due parti distinte: il dormitorio al piano superiore e il refettorio al piano terreno; quest’ultimo corrispondente a una grande sala a due navate con cinque campate, dalle volte a crociera poggianti su colonne in pietra con capitelli scolpiti e ornati da decorazioni fogliformi.
Il complesso abbaziale subì danni gravissimi il 18 agosto 1690, allorché l’area dell’abbazia fu coinvolta pesantemente nei sanguinosi combattimenti tra le truppe piemontesi del duca Vittorio Amedeo II di Savoia e le truppe francesi del re Sole, comandante dal generale Catinat.
All’inizio del XVIII secolo le parti danneggiate vennero ricostruite. Ma quando nel 1750 una bolla di papa Benedetto XIV attribuì l’abbazia di Staffarda all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, creato dai duchi sabaudi, da secoli, ormai, i frati cistercensi non vi dimoravano più: all’epoca era una commenda, priva di una propria vita monastica.
Alla fine del secolo, con l’arrivo delle truppe napoleoniche, l’abbazia subì nuovi e gravissimi danni, come tutti i monasteri in Italia settentrionale e in Francia.

Un vanto del marchesato di Saluzzo era il buon vino Pelaverga.
Nei XVI Andrea del Castellar annotava nella sua “cronaca” nota come il Cuarneto: “Madama (la marchesa Margherita di Foix) mandava ogni anno a dito papa (Giulio II) una trentena di botalli del vino di Pagno e del Castellaro a dito papa, poiché el bon vin gli piasia”.
Quel vino era il Pelaverga e pare che in quegli anni un microclima particolarmente favorevole baciasse il marchesato: nei giardini dei castelli e delle ville sulle colline adagiate di fronte alla pianura maturavano arance e limoni, la bassa Val Bronda vantava uliveti che fornivano i ramoscelli di ulivo per la Domeniche delle Palme a tutte le chiese del Marchesato. A sua volta la Val Varaita era ricca di noci e provvedeva alla produzione dell’olio, mentre la pianura produceva in abbondanza cereali e anche riso.
La storia dell’abbazia di Staffarla segue la parabola templare: cominciò infatti a decadere ineluttabilmente dopo la soppressione dell’Ordine del Tempio.
È un luogo dove si coglie l’odore della terra per intuire il profumo del cielo: così ha scritto Karl Barth.

Il catino dell’abside, contemporaneo alla costruzione della chiesa, è dominato dal sole fiammeggiante nel cielo azzurro: un affresco caro alla simbologia templare. È noto, infatti, che san Bernardino da Siena fece proprio quel simbolo, traendolo dalla tradizione esoterica “del Tempio”.
Bianca Maria Capone annota:
“Nella ricostruzione della pianta abbaziale di Staffarda e nella visione assonometrica del complesso, come si evince in documenti del XIII secolo, si può notare una cappelletta ottagonale che sarebbe di chiara derivazione templare.
Per la verità non è strano trovare presenze templari in abbazie cistercensi: San Bernardo di Chiaravalle, promotore del “Tempio” con il concilio di Troyes, apparteneva all’Ordine di Citeaux e in Portogallo i Cavalieri del Tempio prestavano giuramento davanti ai monaci cistercensi.”
Cappelle ottagonali d’inequivocabile origine templare si possono ammirare a Tomar in Portogallo, a Segovia nella Vecchia Castiglia e lungo il cammino di San Giacomo di Compostela, soprattutto nei castelli di Eunate e Torres de Rio.
A testimoniare gli stretti rapporti tra Templari e Cistercensi basti ricordare che entrambi venivano sepolti nella nuda terra, senza cassa da morto, con lo sguardo rivolto in basso e, possibilmente, a braccia aperte.
Esistono a Staffarda due croci templari: la prima nella foresteria, scolpita in una formella posta all’intersezione dei costoloni di una delle volte a crociera; l’altra murata nella parete nord del chiostro, iscritta in un cerchio, simile a quella del convento di Las Huelvas, nella Spagna settentrionale, dov’è documentata la presenza della “Militia Christi”.
Queste croci costituiscono un reperto eccezionale, dal momento che una bolla di papa Giovanni XXII, datata 1318, e un successivo decreto pontificio del 1345, impongono la “damnatio memoriae” dell’Ordine del Tempio e la distruzione di tutti i suoi simboli nell’Italia Settentrionale.
A Staffarda i segni templari sono sotto gli occhi di tutti, all’esterno della chiesa, nel chiostro e nella foresteria.
Una lapide-stipite della finestra nella loggia (broletto) “del mercato” riporta simboli noti come “la scritta templare”, databile tra gli anni 1230 e 1240: è costituita da un rombo, antico segno “bancario”, collocato tra due misteriosi ferri di cavallo; poi altri due rombi, fiancheggiati a sinistra da un ramoscello e a destra da un cerchio simile a un fiore con due petali (dualismo templare simmetrico).



Inoltre, a breve distanza dalla loggia, ben visibile nel piazzale, si erge un monolite simile a un menhir alto circa un metro, dov’è scolpita una croce sovrastante due lettere sovrapposte: la M e la T, il monogramma di Militia Templi”.



A pochi chilometri da Staffarda, in direzione delle vicine Alpi Cozie, sorge l’abbazia gemella in cima al monte Mombracco, secondo i più classici schemi dualistici templari. In un pianoro sulla sommità del Mombracco sono ancora visibili i basamenti delle colonne dell’antico chiostro: un monastero - fortezza simile, per certi versi, alla potente abbazia di San Michele in Val Susa, più prossima alle nuvole che alla terra, o a Mont-Saint-Michel in Normandia, più appartenente al mare che alla terraferma.
Da lassù, sul Mombracco, la vista spazia a volo d’aquila sulla pianura, con Staffarda ai piedi.
Bianca Maria Capone annota che tra i ruderi dell’abside è visibile una “croce patté”, con i bracci che si allargano alle estremità, tipica dei Templari.
Una leggenda vuole che i Cavalieri dai Bianchi Mantelli effettuassero scorribande nella pianura sostante, per razziare donne e godere dei loro favori dopo averle condotte nell’abbazia in cima alla montagna. Pare che tale diceria infamante derivi dall’usanza dei Cavalieri dai Bianchi Mantelli di scortare le monache del monastero di Belmonte di Busca, nel breve periodo in cui furono proprietarie dell’abbazia del Mombracco: esattamente per dodici anni, tra il 1274 e il 1286. Anche Don Carlo Peano nel suo libro sull’abbazia di Staffarla ricorda come nel XIII secolo i Templari scortassero le monache cistercensi fino alla certosa sulla sommità del Mombracco; peraltro la strada che seguivano è stata scoperta e ripercorsa in buona parte, grazie a una serie di croci disposte lungo tutto il percorso.
Un’altra croce, ancora più interessante, è stata rinvenuta tra i ruderi dell’abside dell’abbazia sul Mombracco: quella dei “Companions”, Francs-Maçons costruttori di cattedrali. Una croce che quegli architetti e carpentieri lasciavano come traccia della loro opera. Ed è nota una stretta collaborazione tra i “Companions” e i Templari, soprattutto nel XIII secolo.

Il movimento monastico cistercense fu generato dalla necessità di una riforma nell’ambito dell’ordine dei Benedettini, per un ritorno alla regola originaria dell’ora et labora, caratterizzata da estrema semplicità e grande rigore. I monaci indossavano tonache di lana grezza, incolore che, lavata, diventava bianca. La cambiavano raramente e la indossavano anche di notte. Vivevano in semplicità, umiltà e povertà. La carne era bandita dalla loro tavola; tollerata soltanto se ammalati; e per tutto il periodo invernale, da metà settembre alla fine della Quaresima, i monaci si accontentavano di un unico pasto giornaliero.
I criteri scelti per la costruzione dell’abbazia di Staffarda sono tipici di tutti i monasteri cistercensi: una zona inselvatichita, palustre, lontana dai centri abitati; caratteristica che li trasformava in bonificatori e colonizzatori, con grande sviluppo sia dei campi di grano che dei vigneti, che accudivano con cura. Pare che tra il Po e il Mombracco esistesse un vasto lago acquitrinoso che fu prosciugato e trasformato in fertili campi grazie al lavoro dei “conversi”. La loro regola imponeva la sveglia all’una di notte, per la recita del “mattutino”. Nell’architettura delle chiese abbaziali cistercensi è presente una componente esoterica che tende all’asimmetria, palesemente contrapposta alla simmetria classica. E Staffarda non sfugge a questa regola!
La tensione verso la perfezione architettonica è vista come un atto di orgoglio verso Dio: in quella valle di lacrime che è la Gerusalemme terrestre, dominata dalla materia, dal caos, dalle ombre del peccato anche nel manufatto più importante, la casa di Dio, deve essere presente la disarmonia, l’asimmetria. Nella valle dell’Ebro vi sono stupende chiese abbaziali cistercensi dove si alternano finestre romboidali, rotonde, triangolari. Seppure la morte accomunasse Cistercensi e Templari, salvo rare eccezioni in odore di santità, venivano sepolti nella nuda terra, senza cassa da morto, con lo sguardo rivolto in basso e, possibilmente, a braccia aperte; la pietra grezza perfettamente squadrata, tipica dei Templari non apparteneva alla cultura dei Cistercensi!
Una differenziazione sicuramente voluta, risalente senza dubbio a san Bernardo..
Accadde così che poetiche chiese caratterizzate da asimmetria intrinseca si contrapposero alla simmetria delle cattedrali gotiche, orgoglio dell’Ordine del Tempio: eteree montagne di pietra protese verso il cielo, verso Dio, inneggianti alla simmetria e alla pietra perfettamente squadrata!

Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.