TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 gennaio 2010

Mario Luzi, Lasciami non trattenermi



E’ nelle librerie il volume di poesie inedite di Mario Luzi dallo struggente titolo “Lasciami, non trattenermi”. Curato da Stefano Verdino, raccoglie i testi scritti dal Poeta nel suo ultimo anno di vita.


Adele Desideri

Mario Luzi, Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime


Lasciami, non trattenermi è una raffinata raccolta di poesie di Mario Luzi (1914-2005), curata con eccellente attenzione filologica da Stefano Verdino. Comprende settantuno liriche, composte tra 2002 e il 2005. Una buona parte di queste - affidate dal poeta, per la trascrizione, a Caterina Trombetti - sono già apparse in riviste, giornali o antologie. Ma vi è anche un nutrito gruppo di inediti “assoluti”, “approvati” da Luzi per mezzo di “segni di rilievo e di evidenza d’autore”, che Verdino ha potuto recuperare nelle agende vergate dallo scrittore fiorentino durante i due anni finali della sua vita. Dattiloscritti o autografi, quindi, di estremo valore letterario e storico.

E “Lasciami, non trattenermi/” è anche l’incipit della sua probabile ultima poesia, scritta poco prima del 28 febbraio 2005, giorno della morte. Il verso richiama le parole che Gesù ha rivolto - nel contesto del Vangelo della Resurrezione - a Maria di Magdala. Non si sarebbe potuto scegliere un titolo migliore per questa silloge, che rappresenta una sorta di confessione spirituale, priva di attenuanti, nell’ora imminente della dipartita. Luzi sviluppa qui - con calibrata e singolare liricità - un canto sommesso che, in ogni componimento, nasce come dal nulla, quale un sussurro. Poi si accende, si gonfia, si alza di tono, diventa chiaro e cristallino, volteggia tra diversi timbri e ritmi, per ritirarsi infine e tornare a sussurrare nelle chiuse perfette, che suggellano il senso compiuto, la forma ottimale. Restano nell’anima del lettore un’ansia indefinita e il desiderio di ascoltare, ancora e sempre, la voce mirabile del maestro.

Luzi era un uomo di fede. Una fede ossimorica, afflitta da dubbi, levigata dalla dialettica tra Croce e Resurrezione, nella quale tuttavia le luci e le ombre dell’esistenza trovavano comunque un significato: “trasalì/ nell’ignoto sole/ il grido resurrexit/ ed era ancora/ in me, nel punto/ cruciale del mio grembo/ che avveniva il bene e il male.//”. Così, forse presentendo che i suoi giorni volgevano al termine, egli ha scritto: ”ecco cede la lena,/ la forza mi vien meno,/ sì, sono io/ quel grumo/ che crolla a piombo sul selciato.../ Oh Dio del mondo/ quando sarò rinato?//”.

Eppure la riflessione sulla vita umana - “(...) mirifico sequestro -/” - non è mai intimista, si risolve piuttosto in un dettato che diventa espressione della coscienza collettiva: “Cresce, frana/ su di sé/ la storia umana,/ ne ingoia la polvere o il sentore/ una memoria oscura,/ fa sì/ che non sia stata vana./ Ma rimorde la memoria,/ la sua piaga non si sana (...)/”.

Viene in mente, in alcuni passi, il Turoldo dei “Canti ultimi”, nei quali il servita dialoga a tu per tu con Dio, e a Lui confida inquietudini, speranze e dilemmi. Per Luzi, come per Turoldo, l’Eterno è una presenza tanto certa quanto - a tratti - lontana, quasi inaccessibile: “E lui, creatura/ oscura, tutto sa e tutto ignora.//”. Una presenza, tuttavia, continuamente cercata e desiderata: “Devo non interrompermi, però,/ salire ancora, in un punto,/ è scritto, lo ritroverò.//”.

Ed anche per Luzi - come per il frate di Corsia dei Servi - il creato è una sublime metafora ontologica, la sua prepotente bellezza inchioda l’uomo nella trappola del dualismo tra il contingente e il metafisico: “O mente che non ignora niente/ occhio che vede tutto questo,/ e noi/ che quell’occhio lo guardiamo/ abbacinati, ciecamente.//”.

Luzi, d’altronde, si sente parte della natura, del suo ciclo stagionale: “Vivi e guardi, teste non sei/ ma parte (...)//”. E la natura stessa è una manifestazione gloriosa del trascendente: “E noi nel suo antico ventre,/ nera e celestiale cova.//”.

Ma, lo si è detto, la fine era prossima. L’anziano poeta - ancora attivo come intellettuale e illustre cittadino italiano (Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente della Repubblica, lo aveva nominato nel 2004 senatore a vita) - ne era consapevole. E in una lunga lirica - dalle venature accese e tenere - ha reso una senile, appassionata rivisitazione del proprio rapporto con la moglie, un registro preciso di congedo, che evidenzia aspri conflitti, dure incomprensioni e acuti sensi di colpa: “Ciò di cui ho bisogno/ infine è di perdono./”.

Era in arrivo dunque la “Nera Signora”: “è un’alba notturna./ Oh vorrei essere pronto e pari/ a coglierla.//”. Il tempo era scaduto. “Lasciami, non trattenermi/ nella tua memoria/”: una frase rivolta a sé stesso, alle persone care, alla realtà mondana?

Sicuramente uno di quei momenti nei quali i grandi spiriti della Storia toccano l’infinito, quasi forse lo “vedono”, e lo offrono, attraverso la loro arte, a tutta l’umanità.


(Da: Il Quotidiano della Calabria, 4 settembre 2009)


Mario Luzi, Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime
Garzanti, 2009
pag. 154
euro 19

sabato 30 gennaio 2010

Dai situazionisti al postmoderno (II)


Jorn, Manifesto del Maggio


Quando l'immaginazione scende nelle strade e il movimento reale supera (realizzandola) la teoria il compito dei situazionisti finisce. Antonio Gasbarrini ci mostra perchè il '68 segna il punto più alto e al contempo l'inizio della fine per l' Internazionale Situazionista. Seconda e ultima parte della rivisitazione della storia dei situazionisti.

Antonio Gasbarrini

Dalla distruzione dell’arte vaticinata dai situazionisti al ripiegamento estetico del postmoderno (II)



Siamo al 1959. A quella data l’ala artistica del movimento prevaleva nettamente su quella politica, con un “ibridato” Debord che incarnava contemporaneamente entrambe le istanze. Il “superamento dell’arte” poggiava sull’equivalenza “non matematica, e perciò non commutativa” di vita = arte (e non già l’inverso), equivalenza attuabile con l’incrocio sincronico di situazioni costruite in un ambiente unitario con comportamenti sperimentali praticabili in una realtà urbana in cui le arti e le tecniche concorrono alla costruzione integrale di un ambiente in legame dinamico con esperienze di comportamento finalizzate al sommovimento rivoluzionario dell’intera società.
Nella labirintica conclusione della precedente frase evidenziata in grassetto si è scientemente praticata la tecnica del détournement, “rubando spezzoni di testo” (senza citare la fonte) e ricombinando in modo originale alcune delle 11 definizioni qui leggibili nella nota 14 e, segnatamente: situazione costruita, deriva, urbanismo unitario. Il détournement implica nel contempo il rovesciamento di segno, non solo semiotico, del frammento originario (testo, immagine, suono, ecc.) sradicato ed innestato poi in un nuovo scenario creativo: nel caso specifico nel collage detournato è stato il testo in corsivo “al sommovimento rivoluzionario dell’intera società”, a costituire il valore aggiunto, in quanto tale prospettiva non era ancora maturata, né tanto meno teorizzata – alla fine degli anni Cinquanta – dai situazionisti.
Una delle principali modalità individuate per il “superamento dell’arte” era stata quella della svalutazione mercantile delle opere d’arte borghesi, svalutazione attuabile ed in parte attuata con una serie di tecniche detournanti, quali la pittura industriale di Pinot-Gallizio18, le pitture modificate di Asger Jorn19, le metagrafie20, pratiche sperimentali sostanzialmente abbandonate nel giro di qualche anno (Pinot-Gallizio esce dall’ I. S. nel 1960 e morirà quattro anni dopo) a causa della riscontrata loro inadeguatezza in termini di “superamento”.
Proprio nella seconda metà degli anni Cinquanta saranno due opere, Fin de Copenhaugue di Asger Jorn21 e soprattutto Mémoires di Guy-Ernest Debord, a visualizzare al meglio questa prima fase della “via creativa” perseguita dai situazionisti con il détournement.
In Mémoires, un anti-libro con la copertina in cartavetrata, frasi detournate da Shakespeare, Bossuet, Stevenson, Apollinaire, Baudelaire, Iliade, Pascal, Racine, Montesquieu, Trotsky, De Gaulle ecc., ma anche da romanzi polizieschi, articoli di giornali, riviste di critica cinematografica, letteraria, teatrale ed architettonica (in una parola in un mix di cultura alta e bassa), interagiscono con foto dei principali protagonisti dell’Internazionale Lettrista, ma anche con un collage di Machiavelli, Retz, Hegel, Marx, Fourier, con fumetti, cartine topografiche, ecc.22
Il persistente valore creativo-poetico di questa singolarissima opera – da collocare nella vetta più alta dei “libri d’artista” dell’intero Novecento – è stato temporalmente garantito fino ai giorni nostri dall’apporto concertante dell’intervento grafico d’Asger Jorn, il quale, con i suoi vibranti inserimenti cromatici e segnici, è riuscito a conferire dinamismo e voce al tutto, dando corpo e anima alle raccomandazioni di Debord:
Je te demanderai des lignes colorées d’une assez grande complexité qui devront former la “strucrure portante”, comme on dit en architecture.23
Con la progressiva radicalizzazione della critica situazionistica alla società e la riscontrata non praticabilità di una “prassi artistica” che potesse far da leva al suo rovesciamento totale, anche il détournement acquisterà sempre più, nella sua forma e nel suo contenuto, i tratti salienti di un sovversivo linguaggio rivoluzionario, che metterà poi le ali alle parole d’ordine del Maggio francese.
In tal senso Raoul Vaneigem individua l’urgenza dell’elaborazione teorica di un “Manuale di détournement sovversivo” 24, mentre in uno dei più lucidi testi in proposito di Mustapha Khayati25, la pratica eversiva del détournement alimenterà l’alveo principale della critica radicale alla società, critica di pretta ascendenza marxiana:
Per salvare il pensiero di Marx, bisogna sempre precisarlo, correggerlo, riformularlo alla luce di cento anni di rafforzamento dell’alienazione e delle possibilità della sua negazione. Marx ha bisogno di essere traslato (détourné) da coloro che continuano questa strada storica e non di essere stupidamente citato dalle mille varietà di recuperatori. D’altra parte il pensiero del potere stesso diventa, nelle nostre mani, un’arma contro di esso. […] L’insubordinazione delle parole, da Rimbaud ai surrealisti, ha rivelato, in una fase sperimentale, che la critica teorica del mondo del potere è inseparabile da una pratica. […] Con Dada, è diventata un’assurdità credere che una parola è per sempre legata ad un’idea.[…] Ora, la realizzazione dell’arte, la poesia (nel senso situazionista) significa che non è possibile realizzarsi in un’«opera», ma, al contrario, realizzarsi tout court. […] Non c’è superamento senza realizzazione, e non si può realizzare l’arte senza realizzarla. […] La poesia moderna (sperimentale, permutazionale, spazialista, surrealista o neo-dadaista) è il contrario della poesia, il progetto artistico recuperato dal potere. Abolisce la poesia senza realizzarla; vive della sua autodistruzione permanente.26
Nello scusarci con il lettore per la lunghezza del precedente testo di Khayati – chiarificatore dell’ “intricato nodo” semantico, ideologico e critico separante la “citazione” dal détournement, e per essi, il progetto autenticamente moderno dell’auspicata rivoluzione sociale-esistenziale situazionista, nei confronti della controrivoluzionaria società postmoderna dei nostri giorni – ci si limiterà a segnalare, delle tesi 207-211 sviluppate da Guy Debord ne La società dello spettacolo, qualche telegrafica “espropriazione”: Il détournement è il contrario della citazione […] è il linguaggio fluido dell’anti-ideologia […] non ha fondato la sua causa su nulla di esterno alla sua pura verità come critica presente.27
Uno dei più riusciti ribaltamenti di senso della falsificante e manipolatrice pseudo-comunicazione massmediatica («Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso », Debord, tesi n. 9 de La società dello spettacolo), realizzato con il détournement fu messo in atto nel 1964 in Danimarca dall’artista situazionista J. V. Martin, con la diffusione di alcuni “fumetti sovversivi”, uno dei quali ritraeva la celebre modella Christeen Keeler, con la frase (conchiusa da una nuvoletta):
Come dice l’I. S., è molto più onorevole essere una puttana come me piuttosto che la sposa di quel fascita di Costantino.28
Come si può notare, la “violenza del linguaggio”, anche in questa occasione, non ha nulla da invidiare agli “incendiari” esordi post-lettristi e neo-situazionisti ricordati nelle pagine precedenti, con un Martin che fu querelato (ma assolto in fase istruttoria) per “offese alla morale e al buoncostume, erotismo, pornografia, attività antisociale, oltraggio allo Stato” in quanto:
L’immagine della celebre Khristine Keeler, che dichiara la propria evidente superiorità sulla principessa danese che aveva acconsentito a sposare re Costantino (giustamente qualificato come fascista prima che avesse dato prova di sé, la scorsa estate, contro la quasi totalità del popolo greco), comportava l’accusa supplementare di oltraggio alla famiglia reale danese.29
Dalla “inoffensiva violenza del linguaggio” dei situazionisti sino a qui evocata, all’ “offensiva rivoluzionaria” scatenata nel il Maggio ’68 con l’occupazione della Sorbona, gli scioperi selvaggi nelle fabbriche e le barricate erette in rue Gay- Lussac, il passo sarà breve.
I situazionisti furono i principali protagonisti del sommovimento sociale che scosse alla radice, per una quindicina di giorni, il consolidato assetto istituzionale ed economico del-la Francia prima, e di gran parte dell’Europa dopo. Le loro eversive idee, con la critica radicale al capitalismo avanzato, marciarono all’unisono con il tam tam degli slogans, delle parole d’ordine e dei fumetti leggibili-vedibili nelle scritte murali e nei volantini.
Sull’ultimo numero di internationale situationniste, Guy Debord, ripercorre analiticamente quegli eventi, non già per seppellirli, ma per “criticare il movimento di maggio e inaugurare la pratica della nuova epoca”:
Il “sorger del sole che, in un lampo, disegna in un attimo la forma del nuovo mondo”, lo si è visto, in questo mese di maggio in Francia, con le bandiere rosse e le bandiere nere ammischiate della democrazia operaia. Il seguito verrà ovunque. E se noi, in una certa misura, sul ritorno di questo movimento abbiamo scritto il nostro nome, non è per conservare qualche vantaggio o derivarne qualche autorità. Noi siamo sicuri di un esito soddisfacente della nostre attività: l’I. S. sarà superata.30
L’Internazionale Situazionista sarà definitivamente sciolta nel 1972. Dopo tale data, mentre Guy Debord continuerà fino alla morte la sua perenne, conflittuale guerra guerreggiata con il “diabolico gioco” del Kriegspiel31 “sublimato” con vari film, un’autobiografia incompleta e altri scritti, lo strapotere dello spettacolo (“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”), riassorbirà con i suoi mille e mille falsificanti e falsificatori tentacoli massmediatici, i bagliori rivoluzionari del Maggio ’68.
L’“eterno presente” sfociato ideologicamente, proprio agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, in quel (questo!) Postmoderno, la cui prima letale conseguenza è stata quella di essere riuscito a ridimensionare il “valore rammemorante” della stessa Storia. La post-histoir riscritta dai vincitori dell’antagonismo di classe (capitalisti nella più larga accezione) poggia alcune sue travi portanti nel Negazionismo (l’olocausto ed i campi di sterminio nazisti non sono mai esistiti) e nel revisionismo storico perseguito dalle forze conservatrici (di destra), particolarmente virulento ai giorni nostri sia in Francia che in Italia (si pensi alla rivisitazione in corso della stessa Resistenza, o alla rimozione forzata delle conquiste libertarie sessantottine).
Sotto l’angolazione squisitamente estetica, si è nel contempo assistito alla delegittimazione del détournement e delle sue implicazioni rivoluzionarie, con il “citazionismo”, edulcorato alter ego di civettuoli fraseggi instaurati da scrittori, artisti, architetti, musicisti e via dicendo, con gli affastellati giacimenti culturali accumulati dalla storia (s minuscola, ovviamente!).
Tanto per rimanere in Italia, si confrontino, per l’architettura, le posizioni teoriche a suo tempo espresse da Paolo Portoghesi, con l’urbanismo unitario e le città appassionanti dei situazionisti. Per la pittura, si rivada con la memoria, al fallimento ed alla deriva di quella Transavanguardia sponsorizzata dal critico Achille Bonito Oliva, storicamente risoltasi come una delle più brutte pagine “estetizzanti”, in malo modo “dipinte” dagli artisti aderenti33 (dal Rinascimento ai giorni nostri; anche in questo caso si ripercorra, al polo opposto, l’affascinante tragitto avanguardistico messo in atto dai situazionisti nel periodo 1952- inizi anni Sessanta, qui sinteticamente delineato).
Nonostante il ripiegamento estetico in corso, la lezione situazionista sulla potenziale azione destabilizzante del détornement sta avendo una inaspettata rivincita con l’avvento di internet e della multimedialità, criticamente esperibili da chiunque abbia mente e cuore aperti all’altro (gli ultimi della classista ed infernale scala sociale, in particolare). Perché, è bene ripeterlo con calda voce: Chi considera la vita dell’I. S. vi trova la storia della rivoluzione. Niente ha potuto renderla cattiva. 34

[Convegno multidisciplinare “I linguaggi del ’68”, Roma, 15/17 maggio 2008, Libera Università San Pio V, Facoltà d’interpretariato e Traduzioni].



Jorn, Manifesto del Maggio

Note

18 “L’industrializzazione della pittura […] appare quindi come un progresso tecnico che doveva intervenire senza più indugi. […] Nessuno ignora che i precedenti procedimenti di superamento e di distruzione dell’oggetto pittorico, si trattasse di un’astrazione spinta ai suoi limiti estremi (sulla via tracciata da Malevitch) o di una pittura deliberatamente sottoposta a preoccupazioni extraplastiche (per esempio l’opera di Magritte), non avevano potuto, da diversi decenni, uscire dallo stadio della ripetizione di una negazione artistica. […] Allo stadio ora raggiunto, che è quello della sperimentazione di nuove costruzioni collettive, di nuove sintesi, non è più tempo di combattere i valori del vecchio mondo con un rifiuto neodadaista. Conviene – sia che questi valori siano ideologici, plastici o anche finanziari – scatenare dappertutto l’inflazione” (Michèle Bernstein, dal testo della presentazione in catalogo Eloge de Pinot Gallizio).
19 “La pittura detournata di Asger Jorn è stata esposta il 6 maggio [1959, n. d. a.] alla Galleria Rive Gauche. Si trattava di venti quadri qualunque, parzialmente ridipinti da Jorn. I quadri originali, fatti in diversi paesi negli ultimi cent’anni, andavano dallo stile pompieristico all’impressionismo. Questa mostra […] è stata una forte dimostrazione delle tesi situazioniste sul détournement “ (potlatch, n. 1, n. s., 15 luglio 1959, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.). Ritornerà più tardi su questa mostra e sul détournement Guy Debord scrivendo tra l’altro:“C’è un senso storico del détournement. Qual è? Il détournement è un gioco dovuto alla capacità di devalorizzazione, scrive Jorn, nel suo studio Peinture détournée (maggio 1959) ed aggiunge che tutti gli elementi del passato culturale devono essere “reivestiti” o scomparire. Il détournement si rivela così innanzitutto come la negazione del valore dell’organizzazione precedente dell’espressione. Nasce e si rafforza sempre più nel periodo storico del deperimento dell’espressione artistica. Ma, contemporaneamente, i tentativi di riutilizzo del “blocco détournable” come materiale per un altro insieme esprimono la ricerca di una costruzione più vasta ad un livello di riferimento superiore, come una nuova unità monetaria della creazione” (internazionale situationniste, n. 3. op. cit., ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit.
20 “Ogni nuovo ordine è considerato come un disordine e trattato come tale. I primi tentativi di “Metagrafia Liberata” furono effettuati da G.-E. Debord e da me durante l’autunno 1951. […] Più generalmente impiegata sotto la denominazione tronca di “metagrafia”, l’ecometagrafia è la disciplina che considera l’arte metagrafica come una branca dell’economia, e la sua opera come un semplice bene scambiato con altri beni in un circuito integrale di merci. Il nostro scopo era di renderla volatile e di allargare il suo campo attraverso la volontà stessa dell’immagine, e non mediante un capriccio sperimentale” (Jacques Fillon, Ogni ordine nuovo, potlatch n. 17, 24 fèvrier 1955, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.). Sempre su potlatch, sarà poi rilevato il fallimento degli obiettivi di cui sopra: “Le diverse realizzazioni delle metagrafie che si propongono di integrare teoricamente in un’unica scrittura tutti gli elementi il cui significato può servire, sono state, fino ad ora totalmente insufficienti. Pare che si debba attribuire questo stallo provvisorio alla preoccupazione continuamente esibita di “fare bozzetti di manifesti”, che ha imposto alla fine o un caos illeggibile, o una forma degenerata del vecchio collage” (potlatch, n. 24, 24 novembre 1955, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.).
21 Asger Jorn, Fin de Copenhauge, édité par le Bauhaus Imaginiste, 1957 (sul frontespizio il nome di G.-E. Debord figura come “Conseiller technique pour le détournement”).
22 Un elenco dettagliato delle fonti è stato stilato da Debord nel 1988, ora leggibile in Guy Debord, OEuvres, Quarto Gallimard, Paris, 2006, pp. 427- 444.
23 Ivi, p. 375.
24 internationale situationniste, n. 10, mars 1966, ora in internationale situazionista 1958-1969, op. cit.
25 Mustapha Khayati, Les mots captifs (Préface à un dictionnaire situationniste), in international situationniste, n. 10, op. cit., ora in internazionale situazioni sta 1958-1969, op. cit. 102
26 Ibidem.
27 Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini, Castoldi, Dalai, 2001-2002, pp. 174-175.
28 Il fumetto fotografico è riprodotto in internationale situationniste, n. 9, août 1964, ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit. “La famosa foto attribuita a Tony Armstrong” – così recita la descrizione del fumetto – in effetti faceva parte di un servizio fotografico di Lewis Morley. “All’epoca dello scandalo Profumo nel 1963, la Keeler posò per un servizio fotografico che divenne famoso. Le foto, fatte con Lewis Morley, servivano per promuovere un film,. Lo scandalo Keeler, che non fu mai distribuito. La Keeler firmò alla leggera un contratto che richiedeva di posare nuda per foto pubblicitarie. La Keeler era renitente a continuare, ma il produttore del film insistette, così Morley la persuase a sedersi dietro una sedia di modo che tecnicamente fosse nuda, ma lo schienale della sedia nascondesse la gran parte del suo corpo”. La miscela esplosiva del détournement aveva fatto da detonatore al successivo “rimbalzo massmediatico” situazionista.
29 internazionale situationniste, n. 10, op. cit.
30 Guy Debord, Le commencement d’une èpoque, internationale situationniste, n.12, op. cit., ora in internazionale situazioni sta 1958-1969, op. cit.
31 "I giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi". Questa piccola correzione alla massima del generale Carl von Clausewitz non la dobbiamo ai programmatori di America's Army, il war game elettronico commissionato e diffuso nel 2002 dal governo statunitense per reclutare nuove leve, ma a una fonte decisamente insospettabile: il situazionista Guy Debord, autore della Società dello spettacolo (1967). Negli stessi anni in cui componeva l'incendiario e profetico libro-manifesto destinato a infiammare il maggio parigino, Debord lavorava minuziosamente a un progetto in apparenza minore, persuaso tuttavia – lo confessa in Panegirico – che si trattasse della sola sua opera a cui i posteri avrebbero tributato qualche onore: il gioco da tavolo di strategia militare Kriegspiel, ispirato all'omonimo gioco che il luogotenente von Reisswitz creò nel 1824 per addestrare gli ufficiali dell'esercito prussiano. Kriegspiel, in tedesco "gioco di guerra", ha avuto una gestazione quarantennale: concepito da Debord già negli anni cinquanta (al tempo in cui il cineasta francese Albert Lamorisse ideava il popolarissimo Risiko), fu sviluppato nel decennio successivo, poi pubblicato nel 1978 in una lussuosa edizione limitata con pedine di rame laccate in argento, infine diffuso in forma più economica nel 1987 e illustrato nel libro Le jeu de la guerre, che Debord scrisse con la moglie Alice Becker-Ho (Guido Vitiello, MediaZone, maggio 2008).
32 Guy Debord., Commentari alla società dello spettacolo, Baldini, Castoldi, Dalai, 2001-2002, p. 196.
33 Sull’argomento, si rimanda alla lettura di Antonio Gasbarrini, Nino Gagliardi:l’immagine corrotta, L’Aquila, Marcello Ferri Editore, 1982, pp. 127-128.34 Guy Debord - Gianfranco Sanguinetti, Thèses sur l’Internationale situationniste et son temps [1972], ora in Guy Debord, OEuvres, op. cit. La citazione è stata tratta da AA.VV. I situazionisti e la loro storia, manifesto libri, Roma 1999, p. 98. Come precisa una nota dell’editore francese, la firma comune di Guy Debord è stata voluta per solidarietà al situazionista italiano, espulso dalla Francia con decreto del ministro dell’Interno, il 21 luglio 1971.

(Da: Tracce, Rivista multimediale di critica radicale, n.29. Autunno 2009)



venerdì 29 gennaio 2010

Lo Lugarn, revue du Parti de la Nation Occitane


Per una Occitània federala e democratica


Occitanie. Lo Lugarn N°99 vient de paraître

Voici le numéro 99 de "Lo Lugarn", revue du PNO (Parti de la Nation Occitane).

Vous pouvez le télécharger gratuitement.
Vos commentaires seront les biens venus.
Bonne lecture.



http://lo.lugarn-pno.over-blog.org/

Dai situazionisti al postmoderno



L'Internazionale Situazionista ha rappresentato l'ultimo grande tentativo di superamento dell'arte ( e della politica) come entità separate dalla vita . In questo saggio Antonio Gasbarrini rivisita l'intera esperienza situazionista dalla rottura con il Lettrismo al post-68.


Antonio Gasbarrini

Dalla distruzione dell’arte vaticinata dai situazionisti al ripiegamento estetico del postmoderno (I)


Le idee migliorano. Il senso delle parole ne partecipa. Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Esso stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta.
(Lautrémont, Poesie, 1870).

Nous refusons la discussion. Les rapports humains doivent avoir la passion pour fondement, sinon la Terreur.
(«internationale lettriste», n. 2, février 1953).

Creare situazioni.
(Da un graffito, Facoltà di Magistero, Roma, 1968?).

Per distruggere completamente questa società, bisogna evidentemente essere pronti a lanciare contro di essa, dieci volte di seguito o ancor di più, degli assalti paragonabili per importanza a quello del maggio 1968.
(Guy Debord, dalla sceneggiatura del film La società dello spettacolo, 1973).

Le quattro epigrafi, che saranno utilizzate come détournement (secondo i canoni magistralmente fissati da Guy Debord e dagli altri situazionisti nei loro scritti, opere e film alimentati dalla loro teoria critica radicale al capitalismo moderno “privato e burocratizzato”), faranno da sfondo alla tesi sostenuta in questa nota: la controrivoluzione postmoderna seguita al fallimento del progetto rivoluzionario messo in campo dall’avanguardia situazionista nel suo lungo periodo di gestazione (1952-1972, vale a dire dalla
fondazione dell’Internazionale Lettrista, all’autoscioglimento dell’Internazionale Situazionista, ma di fatto fino al 30 novembre 1994, data della morte per suicidio di Debord, ma anche anno in cui Brigitte Cornand aveva girato, tra il 3 ed il 15 ottobre, sotto la direzione dello stesso Debord, il “mediometraggio” Guy Debord, son art e son temps).
Un velocissimo confronto diacronico tra il parigino Maggio ’68 e la Comune del 1871, ci consentirà di cogliere un dato di fatto incontestabile: mentre già prima ed a stretto ridosso dei tragici fatti della rivoluzione comunarda (condivisa da molti artisti, in primis Courbet, ma anche Verlaine), irruppero con prepotenza i prodromi della modernità figurativa impressionista e letteraria con i vari Rimbaud, Charles Cros, Monet, Manet, ecc..), sul finire degli anni Settanta del Novecento si assisterà a quell’irreversibile declino della forma linguistica identificabile con il trionfo del citazionismo (dall’architettura, alle arti plastiche, dalla letteratura, al cinema ed al teatro), estetizzante figliastro della spiazzante pratica ideologica attuabile con il détournement, di cui parleremo più avanti.
Il contestatario movimento giovanile studentesco del Maggio ‘68, almeno per quanto riguarda l’Europa (Francia ed alcuni Paesi del Nord Europa), affonda le sue più robuste radici nell’ambito dell’avanguardia lettrista parigina dell’immediato dopoguerra, ed in modo specifico nell’humus eversivo di una serie di azioni iconoclaste (soprattutto nel settore cinematografico) che presero il via nel Festival di Cannes del 1951 con il lungometraggio di Isou Traité de bave et d’éternité (rifiutato dalla giuria, ma sostenuto da Jean Cocteau che ne favorirà la proiezione al di fuori del Festival).
Una foto d’epoca ritrae il diciannovenne Guy Debord accanto alla sua scritta murale “Isou” effettuata con calce (Cannes, aprile 1951). L’anno successivo, sempre a Cannes, i lettristi contestano la tenuta del Festival, interrompono le proiezioni ufficiali, sovrascrivono nei manifesti la frase “Le cinéma est mort”, creano disordini, con conseguenti arresti. Saranno ancora due film lettristi (l’Anticoncept di J. Wolmann, e, soprattutto Hurlements en faveur de Sade di Debord) realizzati e proiettati con forti contestazioni da parte dei cinefili e degli stessi distributori, a contrapporre l’azzerante ricerca filmografica avanguardista dei lettristi, alla
cinematografia in voga. Proprio in Hurlements en faveur de Sade (un lungometraggio senza immagini, con schermate bianche sonorizzate con cinque voci alternate, e silenziose schermate nere della durata variabile – l’ultima della quale è di ben 24 minuti –), è possibile rintracciare tutti i prodromi del nichilismo estetico di Debord e dei futuri situazionisti: il suo breve testo di presentazione Prolégomènes à tout cinéma futur alla sceneggiatura della prima versione, che prevedeva anche l’inserimento di immagini, pubblicato sulla
rivista lettrista Ion, si conclude con la frase: “Les arts futurs seront des bouleversements des situations, ou rien” (Le arti future saranno sconvolgimenti di situazioni o niente). Più avanti esamineremo l’importanza capitale, per i situazionisti, di questa apodittica affermazione.
Sempre Debord, nell’estate dello stesso anno (1952), fonda a Bruxelles, insieme a Gil J. Wolman, la scissionista Internazionale Lettrista, protagonista nel mese di ottobre, a Parigi, della violenta contestazione effettuata nei confronti di Charles Chaplin durante la conferenza stampa per la promozione del suo film Limelight. Nel volantino titolato Finis les pieds plats gettato nella sala si poteva tra l’altro leggere:
Allez vous coucher, fasciste larvé, gagnez beaucoup d’argent, soyez mondain […] mourez vite, nous vous ferons des obsequies de première classe. 1
Il movimento lettrista ufficiale, quello d’Isidore Isou, si dissocia dall’azione, con un articolo pubblicato sul giornale Combat, sancendo la rottura definitiva con gli scissionisti, i quali nella nota di precisazione sull’accaduto ribadiscono che l’esercizio più urgente della libertà sia la distruzionev degli idoli2, mentre nell’altra nota Mort d’un commis voyageur a firma di Guy-Ernest Debord3, viene sottolineato come per il futuro non esista alcun margine di un’azione comune con i lettristi (cosa che realmente avvenne).
Nel documento finale della prima conferenza dell’Internazionale Lettrista tenuta a Aubervilliers nel dicembre dello stesso anno, firmato da Brau, Berna, Debord e Wolman, vengono sanciti due principi che avranno molto importanza per la futura concezione anestetica dei situazionisti: C’est dans le dépassement des arts que la démarche reste a faire. […] Exclusion de quiconque publiant sous son nom une oeuvre commercial.4
Va a completare il nostro canovaccio pre-situazionista il graffito autografo di Debord scritto nel 1953 su un muro della Senna, “Ne travaillez jamais”, frase detournata da un paio di analoghi concetti espressi da Rimbaud, che costituirà un po’ il leitmotiv delle parole d’ordine del parigino Maggio ’685.
Nei primi quatto numeri dell’international lettriste (l’ultimo è datato giugno ’54), possono leggersi, tra l’altro, affermazioni del seguente tenore: “Délibérement au-delà du jeu limité des formes, la beauté nouvelle sera DE SITUATIONS”; “Nous avons à promouvoir une insurrection qui nous concerne, à la mesure de nos revendications”; “La Guerre de la Liberté doit être faite avec colère” (la frase detournata è di Saint-Just).
Al bollettino internationale lettriste subentrerà potlatch con i suoi 29 numeri usciti dal 22 giugno 1954 al 5 novembre 19576 e la cui intenzione strategica – come è chiarito nel testo di presentazione di Debord alla riedizione dell’85 – era quella di “creare legami per fondare un nuovo movimento che favorisse una riunificazione culturale dell’avanguardia e della critica rivoluzionaria della società”.
Ma, questa “riunificazione culturale” aveva registrato vari momenti di rottura sia con l’avanguardia storica del Surrealismo, che (e lo abbiamo già evidenziato), con la neo-avanguardia del Lettrismo. Una fragile alleanza temporanea venne ad instaurarsi nel 1954, tra i surrealisti di Breton ed i militanti dell’Internationale lettriste, cofirmatari del “tract” Ça commence bien (redatto per contestare le celebrazioni, a Charleville, del I centenario della nascita di Rimbaud), alleanza subito rotta a causa di profonde divergenze ideologiche.
Saranno ancora una volta Guy Debord & C. a scrivere nella frase di chiusura del volantino Et ça fini mal la lapidaria, più che offensiva frase “il movimento surrealista è composto da imbecilli o da falsari”.
In questa nostra veloce ricostruzione del retroterra operativo della futura violenza semantico-linguistica adottata dai pre-situazionisti per meglio caratterizzare la loro critica radicale alla società, che troverà un suo sbocco naturale nelle direttive, negli slogan e nelle parole d’ordine (coniate prevalentemente da Debord, soprattutto durante i moti del Maggio ’68) con invettive, insulti ad personam, demolizione millimetrica dei miti dell’arte e della cultura moderna e contemporanea, accenneremo alle azioni contestatarie messe in atto nel 1956 con i due volantini “Toutes ces dames au Salon!” 7 e “L’ordre de Boycott”.
Nel primo viene presa di mira la mostra allestita al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles avente per tema “L’Industrie du Petrol vue par des artistes” (99 dipinti di 61 artisti appartenenti a nazioni diverse). Più che insultare questo o quel partecipante, il volantino evidenzia come questo tipo di mostra costituisca un precedente grave che favoriva la sostanziale prostituzione dell’artista, mortificando inoltre i suoi ultimi sentimenti di rivolta, generalizzando abitudini di sottomissione che aprivano la porta ad ogni bassezza e compromissione, come quella di realizzare una tela, perfettamente non figurativa, ad eccezione della sola parola SHELL, “ben leggibile, precisa, ripugnante come una piaga”8 .
Nel secondo, ben più aggressivo ed abrasivo nei confronti della cosiddetta arte d’avanguardia, viene attaccato frontalmente, ed a testa bassa, il “Festival dell’arte d’avanguardia d’avanguardia” che si sarebbe tenuto a Marsiglia di lì a qualche giorno nel plesso della “Città radiosa” di Le Corbusier, sotto il cui tetto erano stati convocati “tutti gli scrittori ed artisti contemporanei conosciuti per aver fondato la loro carriera sulla copia e la volgarizzazione reazionaria di qualche novità precedente”9: nell’elenco della quarantina di partecipanti pubblicato su potlatch, figuravano i nomi di Boulez, César, Ionesco, Isou, Prévert, Stockhausen, Tinguelt, Yves [Kline, n.d. a.]10. Ma “L’ordre de Boycott” è anche l’occasione per denigrare, indirettamente, l’architettura funzionalista di Le Courbusier, a sua volta già oggetto di velenosi strali, come quello scagliato due anni prima su potlatch:
In quest’epoca che in ogni campo sempre di più è posta sotto il segno della repressione, c’è un uomo particolarmente ripugnante, nettamente più sbirro della media. […]. Il protestante modulare, Le Courbusier Sing-Sing, l’imbrattatele di croste cubiste fa funzionare la “macchina per abitare” per la maggior gloria del Dio che ha fatto a propria immagine le carogne e i corvi. Non è possibile dimenticare che se l’urbanistica moderna non è stata mai un’arte – e tanto meno un quadro di vita – è stata sempre per contro ispirata dalle direttive della Polizia.11
La tecnica dell’offesa personale, dell’invettiva, praticata a 360 gradi da Guy Debord e dai Lettristi dell’Internazionale prima e dai situazionisti poi, sarà una costante “parallela” a quella delle espulsioni, radiazioni (spesso camuffate in dimissioni volontarie), della settantina di militanti che nel corso di venti anni (1952-1972) hanno dato luogo ad uno dei movimenti internazionali più radicali e sovversivi della seconda metà del Novecento.
Come ricorderà Debord nell’autobiografico Panégyrique I del 1989, Le nostre uniche manifestazioni, rare e brevi nei primi anni, volevano essere completamente inaccettabili, da principio soprattutto per la forma e più tardi, approfondendosi, soprattutto per il contenuto. Non furono accettate.12
La cornice di questa inaccettabile ed inaccettatacritica radicale alla società (culminata nel 1967 nell’uscita dei due libri cult del Maggio francese La société du Spectacle di Debord e Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations di Raoul Vaneigem)13 viene sintetizzata nel I numero della rivista internationale situationniste con le 11 definizioni14 che riassumevano da un lato le principali acquisizioni teoretiche fino ad allora conseguite dell’Internazionale lettrista, dall’altro chiarivano, in termini programmatici, alcuni tratti della linea vettoriale relativa alla démarche situazionista.
Il percorso del nostro ragionamento si soffermerà, in modo particolare, sulle voci “decomposizione” e “détournement”, integrate dalla sovrastante parola d’ordine “superamento dell’arte” (mantenuta fino agli inizi degli anni Sessanta) a sua volta sostituita – in una prospettiva rivoluzionaria dell’intera società e non limitatamente esistenziale-ludico-estetica a livello individuale – da “realizzazione della filosofia”15.
Per chi, come Debord, era cresciuto culturalmente nel grembo delle lezioni più avanzate delle avanguardie storiche (Dadaismo e Surrealismo, mentre la componente futurista gli è stata completamente estranea) e della neo-avanguardia lettrista, non era stato difficile individuare il punto di non-ritorno della denegazione formale avanguardista (il cosiddetto darwinismo linguistico) in quell’irreversibile “processo per cui le forme culturali tradizionali si sono autodistrutte”16 .
A chiarimento e ad integrazione della lapidaria definizione, in una della articolate Note editoriali pubblicate sul n. 3 della rivista titolata Il senso del deperimento dell’arte, viene senza mezzi termini collegato il rinnovamento dell’arte ad un suo “superamento” attuabile con un processo rivoluzionario che faccia tabula rasa della decomposta cultura e della produzione estetica di matrice borghese: Il compito fondamentale di un’avanguardia contemporanea deve essere un tentativo di critica generale dell’attuale momento [di decomposizione della cultura e di deperimento dell’arte, n. d. a.] ed un primo tentativo di risposta alle nuove esigenze. [...] Non esiste, per dei rivoluzionari, un possibile ritorno all’indietro. Il mondo dell’espressione, quale che ne sia il contenuto, è già superato. [...] Naturalmente il deperimento delle forme artistiche, se si traduce nell’impossibilità del loro rinnovamento creativo, non comporta immediatamente la loro effettiva scomparsa pratica.
[...] Noi dobbiamo andare più in là, senza legarci a nulla della cultura moderna e nemmeno della sua negazione. Non vogliamo lavorare allo spettacolo della fine di un mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo.17





Note


1 internationale lettriste, n. 1, novembre 1952, ora in Guy Debord, OEuvres, Quarto Gallimard, Paris, 2006, p. 85. Solamente Jean-Louis Brau e Gil J. Wolman riuscirono a penetrare nella sala dell’hotel Ritz dove si teneva la conferenza, mentre Guy Debord e Serge Berna furono arrestati a seguito del loro fallito tentativo d’introdursi abusivamente nell’hotel.
2 Ivi, p. 86.
3 Ivi, p. 87.
4 Ivi, p. 88. La prima conferenza dell’Internazionale lettrista si tenne ad Aubervilliers il 7 dicembre 1952.
5 “Questa scritta [ Ne travaillez jamais, fotografata, n. d. a.], tracciata su di un muro di boulevard Port-Royal, riproduce esattamente quella di cui il n. 8 di questa rivista (p. 46) aveva pubblicato la fotografia”, in internationale situationniste, n.12, septembre 1969, ora in internazionale situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino, 1993.
6 Dopo il numero 29, sarà pubblicato il n. 1 (n. 30) della nuova serie, datato 15 luglio 1959. Nel frattempo erano già usciti i primi due numeri di internationale situationniste.
7 Redatto unitariamente dall’Internationale lettriste e dalla rivista Les Lèvres nues. Condiviso inoltre dal gruppo Schéma, dal Movimento Arte Nucleare (Enrico Baj, Sergio D’Angelo, Asger Jorn) e da altri artisti, storici dell’arte ed intellettuali (tra i quali figurano i nomi di Jean Fautrier, Herbert Read e Michel Leiris).
8 Ora in Guy Debord, OEuvres, op. cit., p. 233 (la traduzione è Nostra).
9 Ivi, p. 240 (la traduzione è Nostra).
10 Ėchec des manifestations de Marseilles, potlatch, n. 27, 2/11/1956, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, Nautilus, Torino, 1999.
11 potlatch, n. 5, 20/7/1954, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.. Il traduttore precisa, opportunamente, che nella frase “per la maggior gloria del Dio che ha fatto a propria immagine le carogne e i corvi” è contenuto il gioco di parole tra Courbusier e corbeau, sinonimo di corvo, ma anche di becchino.
12 Guy Debord, Panegirico, I, Castelvecchi, Roma, 2005, p. 16. Debord ha attribuito grande importanza a questo passo, tant’è che lo stesso costituisce la frase di chiusura di uno dei suoi ultimi testi datato ottobre 1993 (Attestations, in Guy Debord, OEuvres, op. cit., p. 1841). Nel n. 1 della nuova serie di potlatch viene affermata una singolare equiparazione tra il significato simbolico del nome del bollettino – peraltro già chiarito a più riprese in alcuni dei numeri precedenti – e gli insulti profusi a piene mani ad artisti, filosofi, scrittori, registi:“Si sa che Potlatch traeva il titolo del nome, presso alcuni Indiani dell’America settentrionale, di una forma precommerciale di circolazione dei beni, fondata sulla reciprocità di doni suntuari. I beni non vendibili che un simile bollettino gratuito può distribuire, sono desideri e problemi inediti; e soltanto il loro approfondimento da parte di altri può costituire un dono di ritorno. Ciò che spiega il fatto che in Potlatch lo scambio di esperienze sia stato spesso sostituito da uno scambio di insulti, di quegli insulti dovuti alle persone che hanno della vita un’idea meno grande della nostra”.
13 In proposito, non va dimenticato l’altro fondamentale testo che ha fatto un po’ da miccia ai moti insurrezionali studenteschi del Maggio francese: De la misère en milieu étudiant considérée sous ses aspects économique, politique, psychologique, sexuel et notamment intellectuel, et de quelques moyens pour y remédier, Strasbourg, 1966. Sul ruolo svolto dai situazionisti nella stesura del testo (con l’apporto teoretico dell’estensore Mustapha Khayati) si veda Gianfranco Marelli, L’amara vittoria del Situazionismo, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1996, pp. 265-278. Un resoconto dettagliato della dinamica del cosiddetto “Scandalo di Strasburgo” è riportato nell’articolo Nos buts et nos méthodes dans les scandale de Strasbourg, internationale situationniste, n. 11, Octobre 1967, ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit.
14 Eccole: situazione costruita, situazionista, situazionismo, psicogeografia, psicogeografico, psicogeografo, deriva, urbanismo unitario, détournement, cultura, decomposizione (internationale situationniste, n. 1, Juin 1958, ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit.).
15 Sull’argomento rimando alla lettura di Antonio Gasbarrini, Guy Debord: dal Superamento dell’arte alla Realizzazione della filosofia, ora in Guy Debord (a cura di Antonio Gasbarrini), Atti del seminario di studi, Angelus Novus Edizioni - Massari Editore, L’Aquila-Bolsena, 2008, pp. 37-45.
16 internazionale situazionista 1958-1969, n. 1, op. cit.
17 Ivi, n. 3, décembre 1959.

(Da: Tracce, Rivista multimediale di critica radicale, n.29. Autunno 2009)





giovedì 28 gennaio 2010

Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli




Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli

Domenica 31 gennaio alle 16.30 a San Biagio della Cima, presso il Centro polivalente Le Rose, nell'ambito delle iniziative relative al Premio Internazionale Frontiere-Biamonti Giorgio Bertone presenterà il volume La Tana degli Alberibelli (Longanesi, 2009) di Marino Magliani, vincitore del Premio “Pagine di Liguria”.
Quinto romanzo dello scrittore imperiese, La Tana degli Alberibelli racconta, con l'andamento appassionante del giallo d'autore, di un mistero che poco a poco si dipana tra ricordi della guerra partigiana, corruzione politica, affarismo e criminalità organizzata, offrendoci un'immagine vivissima del Ponente ligure e dell'Italia di oggi.
Ne riportiamo l'inizio, seguito da un articolo in cui l'autore racconta la genesi del romanzo.

La Tana degli Alberibelli
Incipit


Al largo della costa ligure, 19 febbraio 2008

La citta’ spariva dalla vista, inghiottita dai flutti, e riemergeva dopo qualche istante.
La sovrastava il vecchio borgo, resti gialli di mura di cinta e una ragnatela di palazzi moderni, qualche palma sbattuta, un convento pieno di logge.
L’uomo chiuso nella mantellina remava verso levante, controvento, guardando davanti a se´, la cima del molo. L’appuntamento era lassu’, sull’ultima panchina. Ma non si era fidato. Per questo era sul gozzo.
Appena le onde gli rotolarono al fianco, lascio’ i remi, s’abbasso’ il cappuccio e prese il binocolo nello zainetto. Per guardare meglio si era alzato. Si asciugo’ la faccia e punto’ l’imboccatura del molo. I soliti pensionati passeggiavano a ridosso. Oltre, il muraglione spartivento era deserto. Anche dalle parti del faro e tra gli scogli, era tutto tranquillo. Con il binocolo seguı’ orizzontalmente l’intera struttura fino alla panchina in cima. La’ noto’ una figura. Era certamente lui. Sentı’ il sudore colare caldo lungo la schiena, le braccia e il volto si rilassarono, si risedette sul banco del gozzo e attese. Dopo un po’ guardo’ l’ora, cerco’ il cellulare e chiamo’ di nuovo.
« Sto arrivando. Scendo ora la scalinata di Santaleula… Mi bastano pochi minuti, ripeto: indosso un giubbotto nero e un cappellino rosso della Ferrari.»
« Sono gia’ qui », fu la risposta.
« In cima? »
« Vedi solo me. »
« Bene. »
Spense e riprese il binocolo. La figura s’era alzata dalla panchina e s’era rivolta alla costa. Dalla citta’ si levavano rumori di traffico, sirene. Sul molo e sul mare, non giungeva quasi nulla.
Santaleula. La citta’ col porto turistico che sarebbe diventato il piu’ grande del Mediterraneo. Gli occhi ci avrebbero fatto l’abitudine, come si impara a collegare a una bocca un sigaro, una barba a una faccia. Controllo’ di nuovo l’imboccatura del molo. I rimbalzi rendevano instabili anche le mani. ”Ora deve arrivare…”
Perse il punto d’imboccatura e, quando lo ritrovo’, vide che era apparso qualcuno. Andatura da giovane. Era risalito per la scaletta e avanzava sul muraglione spartivento, vestito di scuro. Di che colore fosse il cappello, ne´ se l’aveva in testa, non poteva dirlo, ma era lui. Non poteva che essere lui. Non era un giorno da passeggiate sul molo.
L’aveva convinto solo un paio di giorni prima, l’aveva conosciuto a Sanremo, al casino’. Duecento euro al momento piu’ le spese e duemila a lavoro fatto. La consegna di foto di corna. Gli aveva fornito gli indumenti per farsi riconoscere. Il giovanotto aveva accettato, s’era provato il cappellino fin da subito, senza fare domande. Assieme ai duecento aveva preso la busta delle foto e l’aveva tastata. Prima di sera sarebbe tornato al casino’. Adesso, camminava ben visibile, sul muraglione, cappellino in testa e giubbotto nero.
L’uomo sulla barca non aveva piu’ dubbi. Mancava ancora una cosa, la piu’ importante, fra poco avrebbe verificato anche quella.
E, se non era una trappola, avrebbe remato ancora un po’ e accostato. Poi si sarebbe fatto vivo con una seconda telefonata… Il binocolo slitto’ in cima. La persona dalle parti della panchina attendeva. Forse a questo punto aveva riconosciuto il cappellino rosso.
”Sì, a questo punto ha visto che stai arrivando…”
Guardo’ verso l’imboccatura del molo… Tutto tranquillo. Si rilasso’, si chino’ a riempire d’acqua salata l’incavo della mano e si bagno’ la faccia fin dentro le narici. Poi prese a remare, avvicinandosi ancora un po’ agli scogli. Ora ne distingueva a occhio nudo il colore e le scalette, i lampioni… Il colore di un cappello no.
Binocolo. Imboccatura… Un movimento. Una macchina s’era fermata alla sbarra. Erano scesi in tre. Potevano essere operai del porto.
Si accorse che succedeva dell’altro anche dalle parti del faro, un paio di persone, sbucate fuori come dal nulla dagli scogli, andavano incontro al passeggiatore solitario. I tre all’inizio avevano allungato il passo, le distanze si accorciavano. Il passeggiatore venne fermato all’altezza di una scaletta, e fatto scendere tra gli scogli…
L’uomo sul gozzo non ci guardava da tempo, aveva invertito la rotta, tirato i remi in barca e acceso il motore. Non punto’ subito la costa, il piano a cui aveva pensato in caso di fuga, prevedeva di oltrepassare l’ansa della Foce e guadagnare la spiaggia di ciottoli sotto l’Aurelia. La’ aveva lasciato la moto.
Con una mano, senza abbandonare il timone, prese il telefono e chiamo’.
« Mi aspettavano. » Non aggiunse altro.
Un rumore alle sue spalle. Aumentava e copriva tutto. Mollo’ il timone, tolse la pistola dallo zainetto pieno di fogli, l’appesantı’ con un pezzo di tubo di ferro che era sugli assi e lo getto’ in mare. Lo zainetto sparı’ nei flutti. Aggiusto’ la rotta verso la costa, puntando definitivamente la Foce e le palme delle Ratteghe.
A mezz’aria, l’elicottero viro’ e seguı’ la rotta dei gabbiani che penetravano la vallata.

Marino Magliani

Genesi di una storia

Una donna, ecco cosa mancava alla storia che stavo scrivendo. Era una storia sul tradimento, una parola che si sente spesso in Liguria, ma non il solito tradimento tra un uomo e una donna, in Liguria il tradimento è una cosa che riguarda sostanze, i possedimenti, si sa dai, toccagli tutto a un Ligure dell'interno, ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba è tradimento. Volevo scrivere di una donna tradita dai suoi fratelli, una donna buona, e perché era buona derubata della sua parte di eredità. Per farlo dovevo scrivere di un testamento falsificato, storia di una donna che apparteneva alla piccola borghesia proletaria e che aveva faticato fino ai trent'anni nel suo con suo padre e sua madre, i fratelli e le sorelle. Ma poi padre e madre erano morti e la roba se l'erano divisi fratelli e sorelle. Testamenti falsificati, si è detto, bisogno di perizie di grafie, denunce, la donna aveva solo pianto e non aveva denunciato. E così lei, la donna tradita, alla fine era dovuta andare in giornata, e ogni giorno passava davanti alle case che non possedeva più, in mezzo alle terre che non possedeva, e ci passava per andare in giornata da altri.. Ogni giorno il cosmo le chiedeva di perdonare i suoi fratelli. La donna tradita che volevo narrare aveva perdonato, era una donna che non insultava mai nessuno, che non si lamentava mai, che se poteva dava una mano ai più bisognosi di lei, una donna che lavava le lenzuola dei poveri e faceva le iniezioni ai malati.
Questa storia non l'ho scritta, troppe volte avrei calcato la mano sulla tastiera, troppe volte avrei dovuto cambiar tastiera.
Ho finito per scrivere un romanzo sulla Resistenza e su un territorio pubblico regalato a un monopolio, a un cartello, a una scatola cinese. Storie di ingiustizie come quella della donna tradita. Ecco che alla fine avevo lo stesso la mia storia di tradimenti. Ma una donna. Ecco cosa mancava ancora alla storia che avevo scritto. Un giorno, mentre leggevo un blog che seguo quotidianamente, ImperiaParla, un posto dove si respira il salino delle mie spiagge, lessi di una donna che durante la guerra civile aveva fatto la spia, era successo in montagna, questa donna aveva ascoltato, visto e annotato e quand'era tornata coi suoi, nelle questure e nei covi saloini, la Resistenza aveva subito duri colpi, nascondigli scoperti, imboscate, esecuzioni. Lei partecipava alle punizioni, ma tornava nell'entroterra con un cappuccio in testa. La chiamavano la donna velata. Era la donna che serviva alla mia storia.

(Da: New Magazine Imperia - marzo/aprile 2009)



Marino Magliani
La Tana degli Alberibelli
Longanesi 2009



mercoledì 27 gennaio 2010

Per non dimenticare: Guido Seborga, Il figlio di Caino


In partenza per la Germania , settembre 1943


Per non dimenticare

Guido Seborga

Il figlio di Caino


Nel luglio 1949 Guido Seborga pubblica nella prestigiosa collana "La Medusa" dell'editore Mondadori Il figlio di Caino, dove con straordinaria forza evocativa tratta della guerra partigiana con un linguaggio che è un misto di prosa e poesia e riprende il canone classico della tragedia greca. Il romanzo, una narrazione corale della nascita del movimento partigiano nell'estremo Ponente ligure, dedica una pagina molto bella al passaggio nella stazione di Ventimiglia dei treni piombati diretti in Germania e carichi di ebrei e di soldati italiani rastrellati.
La riproponiamo qui di seguito, ringraziando Laura Hess Seborga per la preziosa collaborazione.

“……………………………
Ma Taggiasco non l'ascoltava
voleva parlare È orribile
orribile hanno fermato i treni
bloccato le stazioni
……………………
li chiudono nei vagoni
li deportano in Germania.
Lunghi treni di agonizzanti
e di moribondi! Luca esclamò
………………………………..
A Ventimiglia due vagoni chiusi
fermi in stazione rigurgitanti
prigionieri che imprecano
urlano e alti lamenti
Luca chiese Hai studiato la situazione
c'è possibilità di salvarli?
I tedeschi armatissimi sorvegliano
costantemente i vagoni
……………………………………….
Renato ordinò Gli uomini di Luca
possono entrare in azione
ma prima Luca deve fare un sopraluogo
………………………………………

Camminava senza peso velocemente
poi si trovò a dover attraversare
uno spiazzo aperto
abbandonare il lato protetto della collina
e portarsi al centro
non era facile senza farsi vedere
pensò che in tasca non aveva documenti
se lo avessero preso era spacciato
e intanto cominciava a distinguere
il movimento di Ventimig1ia e la stazione
e vide presso una grossa cisterna
un gruppo di grigi tedeschi in bivacco
con mitragliatrici puntate
………………………………………
Come avanzare senza farsi vedere?
Tutta la stazione era sotto controllo
in mano dei tedeschi che avevano sparso
intorno gruppi d'uomini coi mitra
e c'erano treni e c'erano i vagoni
soltanto non gli riusciva ancora di vedere
i vagoni che avrebbe dovuto liberare
Come fare ad avvicinarsi?
Si coperse dietro un muretto che cintava un orto
e si sentiva sconfitto
doveva escogitare un modo qualsiasi
per superare lo spiazzo
e raggiungere la stazione
…………………………………………………….
un'invisibile rana gracchiava monotona
tutto il resto era sole e silenzio
e muri e case calcinate di sole
anche quelle piccole casette
sparpagliate nel tratto di pianura
prima della città prima delle macerie
non erano che muri non faceva che ammirare
i cocci verdi di bottiglia
gli sterpi del sentierino
le pietre e il tempo si fermava
non gli veniva in mente nessuna idea
………………………………………….
senza bere senza mangiare
li picchiano li torturano li uccidono
Luca pensò che era meglio non perdere
tempo Svestiti svelto disse mi prendo la tua divisa
infila i miei abiti se vuoi
erano stretti per lui gl'indumenti
del ferroviere maniche corte
il berretto non gli entrava in testa
il ferroviere consigliò
di prenderlo lo stesso
…………………………………………………..
con passo calmo e come nulla fosse
attraversò lo spiazzo aperto
i tedeschi non si mossero
la sua divisa aveva funzionato
si sentì più leggero si diresse
con decisione verso Ventimiglia
osservava le case distrutte
dai bombardamenti i cumuli di macerie
i caseggiati sventrati anche la stazione
era danneggiata squallida
qualche binario divelto
entrò nella stazione vide
i due vagoni piombati
carri per bestiame dalle grate strette
si scorgevano teste pallide urlanti
come avrebbe fatto per far uscire
quei disgraziati uomini?
Alcuni sporgevano le mani
fuori dalle finestrine
Acqua dicevano
sete dicevano
fame dicevano
E nessuno faceva qualcosa per loro
i ferrovieri lavoravano guardinghi
smarriti pronti a tagliare la corda
ad ogni evenienza
i tedeschi facevano la guardia
con i mitra spianati
con le divise mimetizzate gli elmi
sembravano bestie preistoriche
giunte chissà da quale strano mondo
non si occuparono di lui
temette che qualche ferroviere traditore
potesse indagare sul suo conto
erano giornate in cui molti soldati
chiedevano abiti borghesi alla popolazione
e cercavano di raggiungere le loro case
Comparve un ufficiale tedesco
parlò col capostazione
i tedeschi cominciarono a passarsi
ordini Hep dicevano
e tutti scattavano
Hep Hep urlavano
e tutti scattavano
a forza di hep la macchina militare teutonica
si metteva a funzionare anche troppo bene
Hep Hep Hep
era un hep continuo
dall'ufficiale al graduato al soldato
tutti scattavano come molle
o burattini di ferro
dalle gambe rigide
dagli occhi freddi gelidi
……………………………
Hep Hep Hep Hep Hep e così via
maledizione forse un giorno m'avrete
ma prima ne avrò accoppati parecchi!
Comprese con raccapriccio
cosa significavano quegli ordini
stavano facendo partire i vagoni giunse una locomotiva
un ferroviere passandogli vicino disse
con voce costernata È giunto l'ordine
di partire per quei poveretti
I lamenti e le urla si fecero strazianti
molti dalle piccole grate chiedevano
acqua erano ore che stavano al sole
soffocante della stazione
pigiati in quei vagoni piombati
schiacciati gli uni contro gli altri
Luca sentì il suo ventre rivoltarsi
e voglia d'aggredire
ma capì d'essere impotente
frenò un urlo di collera
collera ardente e voglia di combattere
quali uomini potevano rimanere neutrali
e guardare indifferenti simili crudeltà
la vita non valeva più nulla
se non si lottava collera e lotta
per ritrovare la vita
sangue e morte per ritrovare la vita
questa era la nuova legge oscura
che nasceva dalla triste realtà delle cose
questa era libertà questa era giustizia
Il piccolo treno era formato stava per partire
non c'era più nulla da tentare
ora ma l'indomani sarebbe nato
con la rivolta di quelli che non tolleravano
atrocità e violazioni
I lamenti si moltiplicavano
mani uscivano tra le sbarre dei finestrini
s'intravvedevano visi pallidi e tormentati
Hep Hep Hep
gli ordini continuavano
era questione di minuti
il treno della morte
stava per passare di fronte
ai suoi occhi attoniti senza speranza
Vide con stupore una donna
avvicinarsi ai vagoni con un fiasco
gocciolante d'acqua fresca
la donna s'avvicinava ai vagoni calma
non aveva scarpe ma grandi piedi nudi
e la sottana di stoffa ordinaria sporca
lunga e ampia non era più giovane
forse una madre
era una donna
giunta vicinissima ai vagoni
avendo un fiasco solo
di fronte a tante mani alzate per afferrarlo
ella esitava
quando come si fosse decisa
fece per porgere il fiasco
si udirono degli Hep più forti e bduini
poi scariche violente d'armi da fuoco
il fiasco andò in aria a pezzetti
l'acqua formò una macchia umida
sulla terra secca e polverosa
più alti furono i lamenti dei prigionieri
e la donna la donna che era una donna
giaceva al suolo stroncata dalla raffica
Hep Hep Hep
l'avevano freddata
il treno partiva
La testa della donna in una pozza di sangue
il binario vuoto sotto il sole infuocato
ancora nelle orecchie
il lamento dei deportati
e nel ventre nel cuore un gran caldo
dopo il gelo alla schiena
come se la raffica avesse toccato pure lui
caldo nel ventre nel cuore nelle braccia
caldo sotto il sole che spaccava le pietre
e rendeva ancora più rossiccia polverosa
deserta la stazione caldo nel cuore
per la prossima azione liberatrice
Luca comprese che doveva andarsene
al più presto senza lasciare traccia
voleva raggiungere il capo i compagni
spiegar loro l'accaduto combinare insieme
qualcosa di grosso di decisivo
andava svelto per attraversare lo spiazzo
scoperto e risalire la collina verso il Sasso
tra gli ulivi dalle foglioline argentee
che lasciavano vedere il cido azzurro
o aveva bisogno di cido e del silenzio
della natura dopo i momenti passati
Cercheranno di salire anche quassù
pensò non appena si saranno sistemati
sul litorale ma qui tra alberi e colline
tra siepi e filari avremo buon gioco
camminava svelto e il suo cervello
lavorava di fantasia gli pareva
che tutti gl'italiani in poco tempo
dovevano diventare patrioti
perché gl'italiani non erano scaltri
vili stupidi come molti asserivano
ma giusti e fieri uomini erano!
…………………………………."

(Da: Guido Seborga, Il figlio di Caino, Mondadori 1948)

martedì 26 gennaio 2010

Giorno della Memoria o giorno dell'ipocrisia?


Manifesti antisemiti

Giorgio Amico

Giorno della Memoria o giorno dell'ipocrisia?

Domani, 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria. Salvo poche eccezioni, il coro è unanime: la Shoah rappresenta il male assoluto, una mostruosità che non deve mai più ripetersi. Tutto molto giusto e rassicurante. Ma siamo poi sicuri che sia veramente così per tutti? So che a qualcuno non piacerà leggerlo, ma io penso di no. Celebrare la Giornata della Memoria parlando del passato senza guardare all'oggi e alle minacce di distruzione rivolte a Israele, senza denunciare il risorgere virulento di un antisemitismo spesso spacciato per antimperialismo e la ripresa anche a sinistra di argomenti che hanno la loro origine nei “Protocolli dei Savi di Sion”, rischia di ridursi alla meccanica ripetizione di un rito buono solo a lavare la coscienza di chi non vuol vedere.

Non sono un sostenitore della politica dell'attuale governo israeliano, come non condivido molte delle scelte fatte dopo la guerra dei sei giorni che hanno contribuito all'incancrenirsi della situazione. Non amo la guerra e non approvo la violenza, soprattutto se si scarica su civili inermi. Ma so ancora riconoscere un paese democratico e Israele lo è.

E allora, alcune domande vengono spontanee:

Come celebreranno domani il Giorno della Memoria Marco Ferrando e il Partito Comunista dei Lavoratori che si dichiarano "Per la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista", come se Israele fosse un'astrazione e non otto milioni di uomini e donne in carne e ossa ?

Come si sentono alla vigilia del Giorno della Memoria i fans di Fulvio Grimaldi che sul suo blog pubblica affermazioni apertamente antisemite come questa: "Dietro lo sterminio ebraico per opera dei nazisti si accumulava un malessere antisemita giustificato dai traffici leciti, illeciti, occulti,di RICCHI ebrei." ?

Cosa pensa alla vigilia del Giorno della Memoria chi sostiene il boicottaggio di Israele e non ha mai detto una parola su Russia (Cecenia), Cina (Tibet), Turchia e Iran (Curdi), Sudan (Darfour), ecc. ecc. ecc. ?

Cosa pensano veramente della Shoah i tanti amici (di destra e di sinistra) dell'Iran di Ahmadinejad e di Hamas?

Forse più che di Giorno della Memoria si dovrebbe parlare di Giorno dell'Ipocrisia. O forse per molti, che pure rifiuterebbero inorriditi l'etichetta di antisemiti, gli ebrei diventano degni di considerazione solo quando si lasciano massacrare senza reagire.

Per non dimenticare: I campi di concentramento in Liguria

Per non dimenticare
venerdì 29 gennaio 2010
ore 17.oo
Sala Rossa
Comune di Savona
Presentazione del libro
I campi di concentramento in Liguria

Per non dimenticare: Semion Rozenstain


Semion Rozenstain (1926-2006) Autoritratto

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Ci sono molti modi per celebrarlo. Ieri lo abbiamo fatto con la bella riflessione di Sergio Giuliani, oggi presentando la vita e l'opera di Semion Rozenstain, un artista importante purtroppo poco conosciuto in Italia, che ha saputo nelle sue opere esprimere l'anima più autentica del popolo di Israele.

Per non dimenticare: Semion Rozenstain


Semion Rozenstain nasce nel 1926 in Ucraina. Sopravissuto alla Shoah, combatté nelle file dell'Armata Rossa nell'ultimo periodo della seconda guerra mondiale.
Nel dopoguerra studia presso la Scuola d'Arte di Leningrado (1949-1952), poi fino al 1958 all' Accademia delle Belle Arti (Istituto Repin).
Nel 1953 torna a vivere nel suo paese natale di Kamenetz-Podolsky dove si dedica alla pittura e lavora decorando edifici pubblici e privati.
Nel 1974 emigra in Israele e si stabilisce a Gerusalemme, aprendo un atelier nel cuore della città vecchia.
Le sue opere riflettono il suo amore per Gerusalemme, la tradizione ebraica, la Bibbia e le montagne della Giudea.
Tra le sue mostre: Kiev (1972), Gerusalemme (1975 e 1984), Vancouver (1992)
Muore a Gerusalemme nel luglio 2006.








E' nato "Fiammifero", organo dell'Assessorato alla Cultura di Carcare



Il 22 gennaio è uscito FIAMMIFERO, a cura dell'Assessorato alla Cultura e Promozione Turistica del Comune di Carcare. Testi di Enrica Bertone e Grafica di Interlink di Lorenza Vimercati
Il giornale, stampato in 1500 copie e distribuito gratuitamente ai cittadini di Carcare, è consultabile in formato elettronico sul sito
www.ilfiammifero.wordpress.com

Qui di seguito riportiamo una breve intervista a Christian De Vecchi, Assessore alla Cultura del Comune di Carcare:



Perchè nasce "Fiammifero"?

"Fiammifero è nato per far circolare informazioni, per "accendere" fra i carcaresi un rinnovato interesse per quanto accade in città, per far aumentare la partecipazione.

"Fiammifero" sarà solo un foglio di informazione?

No. Pensiamo al giornale come a una sede di approfondimento culturale rivolto soprattutto a far riscoprire quei luoghi e quegli spazi che ci appartengono, che fanno parte della nostra storia, ma che spesso non sono adeguatamente conosciuti.

A chi si rivolge "Fiammifero"?

"Fiammifero" si rivolge a tutti i cittadini di Carcare, ma vuole avere un occhio di riguardo per i giovani. D'altronde è fatto da giovani. Vogliamo stimolare curiosità e domande, far crescere interessi e partecipazione. Insomma, pensiamo non a un bollettino, ma a un giornale vero, capace di incuriosire, di far riflettere. Un giornale che informi su ciò che avviene di significativo a livello culturale in città, attorno a cui possa crescere partecipazione e impegno, si possano costruire iniziative.

Una prospettiva ambiziosa

Più che ambiziosa concreta. Vogliamo far vedere da vicino, soprattutto ai giovani, che si può cambiare, basta impegnarsi. Un cambiamento fatto di tanti piccoli passi, giorno dopo giorno, senza fermarsi. Un cambiamente magari immediatamente poco percepibile, ma in prospettiva vincente ed appagante.

Grazie ed auguri


SOMMARIO DEL PRIMO NUMERO

PAESAGGI VALBORMIDESI
ANTICA FIERA DEL BESTIAME
CONSIGLIO DI BIBLIOTECA
UNIVALBORMIDA
CHE NE SA LA LUNA DEI FALO’
STAGIONE TEATRALE 2009/2010
INTERVENTI DI RECUPERO NEL SOTTOTETTO
QUINTA SALA PER IL MUSEO BARRILI
FINANZIAMENTI PER “L’ARCHIVIO STORICO BARRILI”
SERATA FUTURISTA
LE IDENTITA’ CHE FANNO CRESCERE CARCARE

La rivoluzione della "Reklame". Dannunzianesimo, futurismi e anarchia (1920-1945)


E. Carboni, Copertina della rivista
"L'Ufficio Moderno" (1933)




I Poeti del Mercato

Quando la cultura incontra la pubblicità

Testi, immagini, parole, per raccontare gli incontri che scrittori e poeti, insieme ad artisti e grafici, hanno avuto nell’arco di un secolo con il mondo della produzione e il mercato. Un’avventura culturale che ha coinvolto nel suo dipanarsi nomi illustri e sollecitato dispute, condanne, entusiasmi, sempre all’insegna di un dibattito tuttora inconcluso.

Il progetto, ideato dalla Fondazione Mario Novaro in collaborazione con il Teatro Stabile di Genova, si sviluppa nel corso di cinque incontri, nel Foyer del Teatro della Corte (Piazza Borgo Pila), al venerdì, ore 17.30.


Venerdì 29 gennaio, a cura di Claudio Bertieri, si terrà il secondo incontro che ha per titolo:

LA RIVOLUZIONE DELLA “REKLAME”

dannunzianesimo, futurismi e autarchia (1920-1945)

Si parlerà del periodo tra le due guerre mondiali, quando evidente e massiccia si è mostrata l’influenza delle diverse avanguardie novecentesche: dal futurismo marinettiano al fauvismo, dal Die Brücke al surrealismo di Dalì. Un insieme di testimonianze che rendono evidente come l’arte pubblicitaria sia stata recepita dal mondo degli intellettuali, e come esso abbia trasmesso al manifesto suggerimenti e sistemi narrativi. Da Depero, quindi, a D’Annunzio, da Da Verona a Vittorini, da Sinisgalli a Munari. Autori tutti del sostanziale progresso che la pubblicità italiana ha mostrato attraverso opere di geniale struttura grafico-letteraria.


La conferenza sarà accompagnata dalla proiezione di immagini
Ingresso libero

lunedì 25 gennaio 2010

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. Ma la Shoah durava tutto l'anno!




Per non dimenticare

Sergio Giuliani

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. Ma la shoah durava tutto l’anno!


Memoria non è ripetitività di riti; è, piuttosto, rimasticare, riordinare, capire perché una struttura sia crollata ed operare perché più non accada. Nell’immane complesso storico- emotivo che ci siamo abituati a riassumere con la parola Shoah il comprendere è ancora ben lontano dalla conclusione, tanto è grande e “banale” l’accaduto. Passava, e non poteva essere non visto, tra la frettolosa quotidianità (come oggi?) degli uomini-che-non-si-voltano e del loro non vederlo s’accresceva. E non si può liquidare tutto questo con una gran patente di viltà e di oscurarsi della ragione (quale? Quella di Galileo o quella che timona e frena,quando c’è, l’opportunismo?)
Guai a rinchiudere l’immane sopraffazione in un ricordo o in un viaggio (ben venga,però, purchè si sappia che non basta!) organizzato a ciò che resta dei campi di sterminio! E’,come direbbe Dante, un cibo rigido che richiede,molto, molto aiuto per la digestione e non soltanto ricordi-flash, buoni films e, ormai, riflessioni a caldo e diari.
Bisogna riportare quell’enorme massa delinquenziale a “banalità” per conoscerla davvero. E servono a poco, ormai, le “prove” che misero sotto shock la mia ormai remota generazione: racconti di sopravvissuti (lo aveva capito Primo Levi) e documentari dell’Usis girati al primo entrare del liberatori nei lager. Retorica è fare l’abitudine alle emozioni, recitarle, ascoltarle già ascoltate. Lo aveva capito Primo Levi che aveva avuto, subito dopo la guerra, difficoltà a trovare un editore per il suo “Se questo è un uomo” e che ci invitava dolentemente, col suo ultimo “I sommersi e i salvati” a cambiar di passo e di strada, a non soltanto recitare in toni solenni e commossi (che durano due minuti e poi…si va a casa!) la poesia-esergo del primo libro (uscito allora, in parallelo al formarsi della Costituzione, per un editore semiclandestino!).
Stessa sorte ha avuto l’inchiesta filmata di Lanzmann, ottimo mix di documenti e di riflessioni che la Rai mandò in onda nei primissimi anni ottanta ad ora notturne e che è finita congelata in due videocassette. La commozione-rabbia a cui costringeva dava fastidio? Inquietava troppo il pubblico? Non ho davvero nulla contro chi si è commosso per un cappottino rosso (anch’io) di “Schindler list” o per il passo-pagliaccio di Benigni che va ad esser fucilato. Ma ormai, a ben più di mezzo secolo di distanza, bisogna saper capire ed arrabbiarsi senza “effetti”, lucidamente, come davanti al freddo amorfo e tremendo di vite perse delle poesie (ma sono davvero soltanto “poesia” o c’è ben altro?) di Celan.


Semion Rozenstain, Shoah

Senza piedestallo di informazione-formazione, si finisce per scrollarsi di dosso il peso della pur genuina ma non durevole emozione e di credere che “quella” gente, “quei” tedeschi ( e non soltanto), “quelli che non si voltano” fossero mostri irripetibili e che siano fenomeni d’”allora”.
Peggio: si induce chi non ha vissuto quel periodo e quelle rivelazioni, con la ripetitività ostinata, come a un fastidio , allorchè si spenga l’emotività fuor di quadro storico che certa memoria bidimensionale, complanare porta con sé.
Non mancano operazioni formative, che non si fermano più alla denuncia-e-basta, ma scavano con coraggio nelle connivenze e nel rovesciare l’invettiva in “colloquio” (???) con gli aguzzini. Intensissimo e provocatorio (finalmente!) il dramma teatrale di Massini “Processo a Dio” portato l’anno scorso al “Chiabrera” da Ottavia Piccolo; dà molto da riflettere anche il bel libro di Gad Lerner “Scintille”, che porta in primo piano la “civiltà” ebraica che gli Absburgo avevano consentito si sviluppasse nell’oriente del loro impero, in particolare nella Volinia e nella Galizia.
Da quel tranquillo benessere fuggirono i suoi nonni, forse per capriccio,in Libano e furono salvi. Egli ha ripercorso in età matura la shoah di quelle terre: i suoi antenati e parenti sono soltanto nomi in fosse comuni di eliminati dai nazisti occupanti in terre che, nel caos politico che ha vissuto il Novecento,tra crollo di tre Imperi e due guerre mondiali (ma, probabilmente,un’unica guerra,stanti le malefatte delle “paci” 1918) hanno di continuo mutato padroni ed occupanti. Alla fine del secondo conflitto (ma il carosello non è finito: ancora una giravolta, dall’Urss all’Ucraina indipendente) quasi non restavano più né ebrei né i loro beni. Lerner è un testimone-di-lontano, un privilegiato,certo, ma apolide (da pochi anni ha passaporto italiano) e con la concreta angoscia di dover recuperare un’appartenenza, ricchezza essenziale per vivere.
Non basta; serve a poco commuoversi o ricommuoversi una volta all’anno; serve a poco richiamare emotivamente i giovani a un dramma che si stenta una vita ad afferrare. nasce subito la cattiva ruggine della retorica e,sua diretta conseguenza,il fastidio, il rituale più sopportato che partecipato davvero.
Che fare? Ma è ovvio! Riprendere, e subito, la buona intenzione che fu del ministro Berlinguer di studiare la storia del Novecento nell’ultimo anno di scuola secondaria. Senza scuse di programmi troppo lunghi e,la più ipocrita, di difficoltà di essere obbiettivi con vicende troppo vicine a noi.


Semion Rozenstain, Judaica

Solo con lo studio della storia si capirebbe che la Shoah non è un fungo anomalo e velenoso in un bel prato verde, ma un prodotto quasi logico, quindi evitabilissimo, dell’esplosione della potenza industriale-militare nazista malamente costipata nei quattordici punti di Wilson, una potenza che fa saltare, tra sguardi increduli ed incapaci di vedere,quel carnevalesco, cartaceo equilibrio ridisegnato, imposto sulla carta geografica di Europa e sui popoli che la abitano.
La colpa risiede tutta nell’aver fatto nascere un sogno di potenza che, quando incontrò i primi duri ostacoli sulla sua strada, credette di spianarli distruggendo fisicamente chi riteneva lo avversasse per impadronirsi delle sue risorse finanziarie e sfruttandone il lavoro coatto. Parve persino naturale “banale”, dice benissimo Hannah Arendt, colpire così il potere finanziario degli stati democratici che, si capiva, avrebbe sostenuto la loro vittoria. La Shoah fu anche un atto di disperazione, quindi.
C’è, in quest’ottica, di che ricavare una terza dimensione che, da un lato, acquieti davvero i sei milioni di vittime e che,dall’altro, ci apra gli occhi sulla realtà dei nostri giorni per capire che la politica è la pratica umana intesa a sminare progetti di sopraffazione, a non mortificare popoli e stati (un esempio? ma i Palestinesi,il popolo Sahrawi e via dicendo!) e a coltivare la ragionevole comprensione delle ragioni storiche componendole in armonia.
Altrimenti, mi risuona incuboso l’ammonimento montaliano: “…Memoria/ non è peccato fin che giova.Dopo/ è letargo di talpe, abiezione/ che funghisce su sé”.

Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line



Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line
Primavera 2010


Ripartono nella primavera 2010 i corsi di lingua e cultura occitana on line realizzati da Espaci Occitan, giunti ormai alla settima edizione. Sono previsti tre livelli, che verranno erogati a partire da martedì 2 marzo con termine il 30 giugno.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA I LIVELLO
Il primo livello prevede un corso di alfabetizzazione di base con elementi di letto-scrittura, grammatica, ortografia svolto in modalità on line. Aperto ad operatori di uffici turistici, insegnanti, dipendenti di pubbliche amministrazioni e semplici appassionati, anche se non occitanofoni o residenti in località occitano alpine, prevede l’erogazione di 6 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA II LIVELLO
Il secondo livello, finalizzato al conseguimento di una maggior capacità espressiva in forma scritta e orale, attraverso il perfezionamento delle regole grammaticali e lo studio di terminologie specialistiche, è aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di I livello. Prevede 6 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA III LIVELLO
Il terzo livello è finalizzato al perfezionamento delle regole grammaticali e allo studio di terminologie specialistiche, ed aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di II livello. Prevede 4 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

I corsi sono interamente gratuiti ed è possibile iscriversi a partire da martedì 2 sino a venerdì 19 febbraio 2010 tramite il sito internet www.espaci-occitan.org selezionando la voce Corsi di lingua.

Per informazioni contattare la Segreteria di Espaci Occitan dal martedì al venerdì in orario 9-12 e 14.30-17, tel. 0171 904075, segreteria@espaci-occitan.org



domenica 24 gennaio 2010

Guido Seborga, E' arrivato "Ulisse"


Guido Seborga

Oltre che giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo e pittore, Guido Seborga fu anche attento osservatore dei fenomeni letterari del suo tempo. Formatosi a Parigi a contatto con quanto di più avanzato il movimento surrealista stava esprimendo, egli si trovò sempre un po' a disagio negli ambienti letterari nostrani così tanto ancora intrisi di provincialismo. Non lo nascose e non gli fu perdonato.

Guido Seborga

E' arrivato “Ulisse”


(...) In inglese, in francese questo testo ci ha tormentati quando eravamo giovani. Joyce ad un certo punto ha cercato di giocare un po' la parte, che Picasso ebbe nella pittura, per il romanzo. Un passaggio obbligato, un'esperienza insostituibile e un fenomeno decisivo.
Ma oggi ancora meglio di prima vediamo che non si tratta di due fenomeni analoghi o lo sono solo in apparenza nella distruzione della forma. Picasso la distrugge sino a mutare profondamente il contenuto, basti pensare a Guernica; non per nulla vicino a lui, ed in numerose piccole pubblicazioni di gusto, che spesso non sono giunte in Italia, ci fu un poeta della qualità di Eluard uniti da un'amicizia intellettuale ed umana per anni.
Joyce non mutò il contenuto come Picasso, come Eluard, ma restò ad un mondo decisamente ottocentesco, come Eliot, come Hemingway, ma fu anche il più grande di tutti, anzi forse il solo grande ed inimitabile. Con il suo Ulisse, che in verità nella sostanza del contenuto è assai più un Amleto ottocentesco che un Ulisse, con la sua superiore mistificazione che esauriva, senza la minima ripresa, il mondo ottocentesco borghese, per non dire dei suoi mirabili racconti che Hemingway tanto imitò, ma volgarizzandoli molto spesso sul piano di un giornalismo cosmopolita piuttosto banale, e che già ci accorgiamo, assai poco resiste al tempo.
Pound con la sua ginnastica virtuosa sino al parossismo, perse ogni presenza umana, divenne astratto sino a non comprendere più la realtà della vita, e si perse, non per nulla oggi certi poetucoli d'imitazione ne fanno cosa quasi ridicola e pensano di poter far poesia con i loro piccoli ricalchi astratteggianti, del tutto privi di una situazione di vita nuova, piccola letteraturina per provinciali in ritardo che vogliono aggiornarsi, ed hanno perduto le radici con la vita e la conoscenza del paese, della realtà tutta. Scambiano il loro breve cosmopolitismo con realtà e novità di parola.
Eliot resta un alto fenomeno di poesia realmente cristiana, Joyce uno dei narratori più compiuti, si pensi al Ritratto, dove appunto la vita di un uomo trova la più ferma e sicura rappresentazione nella sua prosa introspettiva al massimo, che doveva portare l'angoscia e la disperazione di un mondo borghese in agonia.
Sarà Sartre a suonare la ripresa del mondo borghese, che certo non è ancora morto, dandogli un nuovo valore critico, e assicurando che c'era ancora qualcosa da dire di significativo in questo campo. Ma la frattura vera fu segnata da Eluard e non certo da Pound.
Da noi in Italia due grandi scrittori, Alvaro e Jahier, con minore polemica e più sostanza ci stavano offrendo i loro libri migliori, e la profonda misura di un sostanziale rinnovamento intellettuale ed umano, che nella sua portata ci pare, non fu ancora da molti capito, se sempre possiamo assistere a molti pietosi ritorni, a esperimenti meccanici gratuiti dall'inglese, dal francese, dal dialetto, e si dà a questi testi troppa importanza, perdendo invece la situazione storica precisa che stiamo riferendo e determinando con la parola, con la vita.
Certo oggi il grande mito di Ulisse è sempre vivo, ma dovrebbe essere chiaro che certe mitologie, compresa la mistificazione su Ulisse, appartengono decisamente al passato, non è tempo per amletiche questioni, ma per portare al massimo della sua esasperata possibilità la conoscenza estrema e integrale della realtà. Proprio oggi che tanto si mente con i giochi neorealistici in superficie e i ritorni a un gelido neoclassicismo di maniera.

(Da. La Fiera letteraria, n.1, gennaio 1961)