TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 31 marzo 2010

San Bernardo e l'Ordine del Tempio



Guido Araldo, che già ci ha condotto sulle vie templari del Piemonte e della Liguria, ci parla oggi dei rapporti tra San Bernardo, l'Ordine del Tempio e la cosiddetta Crociata delle cattedrali.

Guido Araldo

San Bernardo e l'Ordine del Tempio



Bernardo, tra i grandi promotori dell’ordine dei Cistercensi, non era soltanto un mistico e un teologo, ma anche un eccellente organizzatore e un fervente sostenitore della guerra santa contro l’Islam. Negava qualsiasi possibilità di dialogo con gli Infedeli: “il posto migliore per un islamico era un buon metro sotto terra!” sosteneva con grande convinzione.

San Bernardo soleva asserire “Corona non datur sine certamine!”: la corona della vittoria non si ottiene senza il combattimento!

A suo parere un buon cristiano doveva lottare per realizzare sulla terra il disegno divino: la Gerusalemme terrena, in sintonia con la Gerusalemme celeste. Pertanto il buon cristiano doveva combattere, armi in pugno, i nemici della fede; primi fra tutti gli odiati Islamici.

L’ideale che quel grande propugnatore di fede infuse nella regola templare fu quello di una “religio per militiam armatam”, sul solco tracciato dall’imperatore Carlomagno tre secoli prima, quando scrisse al papa:

“La mia missione consiste nella difesa della Santa Chiesa di Cristo, con l’aiuto della misericordia divina: all’esterno sollevando le armi contro tutti gli attacchi pagani e all’interno con la solenne affermazione di un’incrollabile fede cattolica.”

“Due spade esistono!” scriveva san Bernardo a papa Eugenio “una spirituale e l’altra temporale, che si sostengono a vicenda”.

Era convinzione di san Bernardo che la minaccia islamica fosse troppo grande e incombente e, pertanto, fosse necessario spazzarla via definitivamente. Per questo motivo era necessario ricorrere a monaci-cavalieri armati, organizzati militarmente: una milizia d’élite permanente, sul campo, non fiaccata da inutili pratiche ascetiche! Frati fanatici oranti e straccioni, inviati al macello, com’era successo con quegli idioti di Pietro l’Eremita e Giovanni Senza Averi erano totalmente inutili!

Scriveva San Bernardo:

“I Templari non sono spinti da collera, ambizione, vanagloria o cupidigia: si distinguono profondamente dalla milizia secolare, dove chi uccide pecca mortalmente e chi perisce, muore per l’eternità. I Templari s’impegnano nella guerra in nome di Gesù Cristo, senza timore di peccare quando uccidono nemici demoniaci e di perdere l’anima quando cadono in combattimento. I Templari, sia che infliggano un colpo mortale o lo ricevano, non si macchiano di alcun crimine; anzi, si coprono di gloria! Se uccidono, è per la gloria di Gesù Cristo; se sono uccisi, è per vantaggio della loro anima. Il cavaliere cristiano è glorificato dalla morte di un pagano, perché con quel gesto glorifica il Padre nostro che è nei Cieli!”

Pertanto esortava i Templari:

“Andate tranquilli! Andate contenti! Respingete con coraggio i nemici della croce. Felici e gloriosi saranno quelli che torneranno vincitori. Più felici ancora coloro che cadranno morti in combattimento, guadagnandosi il regno dei cieli!”

La regola dell’Ordine del Tempio concedeva ai suoi cavalieri la tunica bianca, colore della castità; nera per i gradi inferiori: sergenti e scudieri, e permetteva di mangiare carne anche di venerdì, se alla vigilia di una battaglia.

Diciotto anni dopo, nel 1146, papa Eugenio VI concesse ai cavalieri del Tempio di Gerusalemme di esporre sui bianchi mantelli la croce rossa dei martiri, sul lato sinistro: “crucis rubeas martyrum designantes”.

San Bernardo scese nei dettagli: ad esempio gli scudi e le armi dei Templari dovevano essere sprovvisti di dorature, per castigare moti d’orgoglio. Gli attribuì anche un motto che divenne famosissimo, tratto dai primi due versi del Salmo 115:

“Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloria”!

I capelli dovevano essere tagliati corti; meglio se rasati, per poter vedere bene e non ingombrassero durante i combattimenti. Anche le barbe, contrariamente a molte raffigurazioni postume, dovevano essere corte e ben curate. Nessuna astinenza debilitante! I cavalieri dovevano usufruire di una buona alimentazione a base di buon vino e ottima carne almeno tre volte la settimana. Ma non era lecito accostarsi a una donna e, neppure, baciare la madre o la sorella. Nelle stanze, di notte, doveva ardere sempre una lampada, per tenere lontano le “tentazioni della carne”, esattamente come nei monasteri cistercensi.

Un brivido sembrò percorrere i nobili di Francia e del Sacro Romano Impero quando nel 1130 Raymond Roger, conte di Barcellona, raggiunse Gerusalemme con l’intenzione di umilmente servire nella “Militia Templi”.

A questo punto l’ideale di San Bernardo sembrava sul punto d’essere realizzato! In tutta Europa, soprattutto in Francia, salivano al cielo incredibili montagne di pietra eteree, dalle stupende vetrate: le colonne della Gerusalemme terrena della quale i custodi erano i Templari e i Cistercensi, ideati proprio dall’abate di Clairvaux.

E c’era di più!

Si dice che le prime grandi cattedrali gotiche: quelle templari, siano state edificate nelle contrade dei Franchi per riprodurre la costellazione della Vergine: la stella Epi nella cattedrale di Reims, Gamma in quella di Chartres, Zeta ad Amiens, Ipsilon a Bayeux e poi, ancora, le stelle più piccole a Ervieux, Etampes, Laon, Nìyon, Rouen, Coutances e, ovviamente, Parigi.


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.

Margherita Piccardo ad Albisola

martedì 30 marzo 2010

Andrea Amici, Una tragedia italiana




Incontro con Andrea Amici autore di ''Una tragedia italiana''
Savona, Antico Teatro Sacco, via Quarda Superiore

Sabato 3 aprile alle ore 1630 presso l'antico Teatro Sacco di Via Quarda, sarà presentato il libro di Andrea Amici “Una tragedia italiana. 1943. L’affondamento della corazzata Roma” Longanesi editore.

L'evento è organizzato dalla Libreria Economica di via Pia che inaugura così una serie di “incontri”con l'autore che si svolgeranno nei prossimi mesi e avranno protagonisti alcuni importanti scrittori del panorama italiano.

Andrea Amici, oltre ad essere appassionato di mare e della seconda guerra mondiale, è il nipote di Italo Pizzo, uno dei pochissimi superstiti dell'affondamento della corazzata Roma, l'unità navale da guerra più temuta del Mediterraneo nel secondo conflitto.

Poco prima dell'alba del 9 settembre 1943 la “Roma”lascia il porto di La Spezia; a bordo ci sono oltre duemila uomini. L'armistizio impone il trasferimento delle navi italiane in porti controllati dagli Alleati. Ma durante il tragitto viene colpita da un improvviso attacco aereo- un temuto squadrone di Dornier tedeschi- e in poche ore la nave si inabissa, portando con sé 1393 vittime.
Di questa tragedia molto è già stato scritto ma ciò che poco si conosce sono le storie dei marinai che vissero in prima persona l'affondamento. Una ricostruzione fedele, efficace la fa Amici nel suo “Una tragedia italiana”, grazie al ritrovamento di un diario appartenuto al nonno in cui sono annotate tutte le vicende del suo imbarco.

Amici, fondatore di un associazione dedicata alla corazzata, ha integrato, con un meticoloso lavoro di ricerca, questa testimonianza con molte altre fonti, dagli archivi sino alla memoria viva dei superstiti, restituendo un meraviglioso quadro in presa diretta di questo avvenimento.





Nicolò Carnimeo

La corazzata Roma, una tragedia italiana


Giovedì 9 settembre 1943, il primo ordigno tedesco la colpisce alle 15.42, attraversa tutti i ponti e la chiglia sino ad esplodere in mare alcuni metri sotto la carena. Nonostante la grande falla la corazzata Roma, orgoglio della Marina italiana, continua a navigare. Chi dall'esterno assiste alla scena può notare solo una sottile scia di fumo nero che si solleva lenta in aria.
Alle 15.52 lo squadrone aereo dei Dornier del terzo Reich va di nuovo a segno, la bomba scoppia all'interno dello scafo, il deposito munizioni esplode con una immensa fiammata che investe la torre di comando. Alle 16.11 la corazzata si capovolge spezzandosi in due tronconi e scomparendo nel blu al largo dell'isola dell'Asinara (Sardegna Nord-occidentale). Dal ponte torce umane si lanciano in acqua prima che la nave si capovolga e le trascini con sé; su 2000 membri dell'equipaggio le vittime sono 1393, tra queste l'ammiraglio Carlo Bergamini, l'ufficiale più alto in grado di tutte le forze armate.
Di questa tragedia molto è già stato scritto, essa si inquadra nel difficile periodo bellico che seguì l'armistizio (la Roma aveva lasciato La Spezia per raggiungere le forze Alleate), ma ciò che poco si conosce sono le storie dei marinai, degli uomini che vissero in prima persona l'affondamento. Una ricostruzione fedele, efficace, come solo può esserlo un diario, la fa Andrea Amici nel suo "Una tragedia italiana".
L'autore dopo la morte del nonno, Italo Pizzo, ritrova un quaderno nel quale sono annotate tutte le vicende del suo imbarco, che egli condivide con tre amici Giovanni Vittani, Marco Bianco, Mario Varrone. "Le mie pulsazioni cardiache sono aumentate, sento chiaramente il cuore dilatarsi sempre più velocemente nel torace…alcune immagini della mia vita mi scorrono nella mente velocissime", così scrive Italo quando la prima bomba va a segno. Andrea Amici, socio fondatore di una associazione dedicata alla corazzata, non si è fermato agli scritti del nonno, egli con un paziente e meticoloso lavoro di ricerca ha analizzato tutte le possibili fonti, dagli archivi militari, alla memoria viva degli ultimi reduci, sino a restituirci l'intera epopea umana di duemila famiglie italiane. Un racconto che continua con le vicende dei sopravvissuti nelle isole spagnole sino al ritorno in patria, quando Italo Pizzo approda a Taranto e con efficacia riesce a tratteggiare l'atmosfera e la vita nella base navale pugliese in quelle tristi giornate.
Molti marittimi imbarcati sulla Roma venivano da regioni e città di mare della nostra Penisola, in particolare da Liguria e Puglia. Tante storie. Tra queste c'è quella di Renzo Valentini, di Bisceglie, uno degli ufficiali della Roma il quale venne sbarcato la sera prima della partenza per far posto ad alcuni membri dello Stato Maggiore e imbarcato sulla Italia. Da quella nave vide la sua corazzata affondare, ma la sua vicenda si tinge di giallo perché – per una mancata comunicazione del repentino sbarco – la Marina credendolo tra le vittime comunicò alla famiglia la sua morte. Ci si può immaginare la sorpresa quando Valentini tornò redivivo a Bisceglie.
La corazzata è in fondo al mare, ma le storie dei marinai sono ancora vive.

(Da: La stampa, 1/3/2010)

Andrea Amici
Una tragedia italiana. 1943
L'affondamento della corazzata Roma
Longanesi, 2010
€ 19

lunedì 29 marzo 2010

"Romantici languori" in Pinacoteca a Savona


Giuseppe Frascheri, Ritratto della moglie

Giuseppe Frascheri, una delle presenze più rilevanti dell´Ottocento in Liguria, è nato a Savona nel dicembre 1809. La ricorrenza del bicentenario ha offerto l’occasione per approfondimenti critici e studi confluiti oggi nella mostra che con dipinti della Pinacoteca Civica, integrati da opere prestate da istituzioni pubbliche e da collezioni private, intende documentare diversi aspetti della produzione dell'artista, in particolare le tematiche tratte dal mondo letterario e musicale


Sergio Giuliani

“Romantici languori” in Pinacoteca a Savona: la mostra di Giuseppe Frascheri

Se il Settecento è,per riconoscimento comune, il secolo della “ragione” e il Novecento quello dei “massacri”, l’Ottocento sfugge a una definizione esaustiva, perché fu un grande e caotico contenitore da cui zampillarono vizi e virtù che difficilmente si dividono con un taglio netto.
Ma non è così per la pittura di Giuseppe Frascheri, savonese,la cui biografia (1809 – 1886) coincide pressochè col secolo che del suo tempo assunse tutte le “mode” e non riuscì a connettersi (o non lo volle) coi fermenti innovativi che, dalla “Scapigliatura” in poi, lo faranno, e mai troppo presto, deflagare.
Ottima l’iniziativa di rivisitare un pittore che fu famoso; ottimo il catalogo della mostra, con contributi, come quello del dott. Bruno Barbero, scrupolosi ed illuminanti non soltanto delle vicende umane ed artistiche di Frascheri,ma dell’intero clima culturale genovese.
Anche nel capoluogo ligure, l’altro polo del regno sabaudo,muta fortemente il tipo di committenza: dalle grandi famiglie del Sei-Settecento ai nuovi arricchiti (che oggi chiameremmo col vocabolo “borghesi”) che considerano l’opera d’arte un investimento prestigioso, probabilmente non in sé e per sé,quanto per allargare la cerchia di rapporti d’affari.
Anche i Savoia pescano fortemente nel serbatoio genovese, fidandosi del loro “esperto” Santo Varni che, spesso,interessato, li giocherà e quello ligure è, pittoricamente e letterariamente, un romanticismo di gonfiori e di abusi della storia rivisitata nelle sue punte tragiche individuali non senza morbilità sospetta.

Opera lirica,teatro alla Paolo Giacometti,romanzi alla Remigio Zena: la storia è sentita come drammoni strappasentimenti, perché,per questa borghesia, la forte emozione,di grana grossa e non la conoscenza critico-razionale del sistema politico-economico che regge la storia serve.
Ecco allora i soggetti,imposti, della pittura di Frascheri: antichità sabaude,temi religiosi (ma quanto belli i disegni e i ritratti “liberi”!) e un truce Dante, là dove si leggono solo passionalità rese retoriche e, guarda caso, le fortunatissime repliche del “Paolo e Francesca” e della “Pia de’ Tolomei”. Non senz’anima; chè anzi, ce n’è troppa e deborda come un miele oppiato.
Non si sapeva, allora, leggere Dante con apparato di giusta collocazione storico-culturale e se ne fece bandiera di comode emozioni. Ma che pittore, Frascheri! Come valida dovette essere l’Accademia genovese che creò artisti formalmente impeccabili, purtroppo ossessi da una “moda” tra sensuale e cimiteriale (si pensi alla parata marmorea che è Staglieno!)
Inquietanti i visi di Paolo e Francesca nel quadro-logo della mostra: patiti esangui e misteriosi d’amore, mentre Dante fa di Francesca una guerrigliera dei diritti dell’amore e che tiene alla propria “bella persona” anche perché piace a Paolo che, in Dante, c’è, ma non compare: la scena è tutta della donna che, tutt’altro che pentita di aver peccato,maledice l’assassino.E non si faccia malizia sul verso “…Quel giorno più non vi leggemmo avante.” Dante, in misura molto semplice, spiega come dai sottintesi si passi al riconoscersi dei sentimenti e come da innamoramento si passi ad amore.
Francesca è rimpianto; non di non aver peccato,ma d’aver perduto il tempo della felicità, modernissimamente intesa da Dante come un….diritto.
Nulla di tutto questo nelle “perfette” figure in tensione amorosa o sospese nell’aria,quasi scolpitevi a vividi colori: nulla c’è in Dante della morbosa stretta di Paolo, che qui guida il “volo”,al corpo nudo di Francesca; nulla di un estasi da bacio: piuttosto rabbia,dolore di un tempo e di una cara patria perduta.
Come per Pia de’Tolomei, presentata da Dante come un’immagine virtuale, lontanante, al culmine di un canto pienamente drammatico, come un dolente flauto. Di Pia nulla o pochissimo si sa, se non che ebbe a finire nell’inospite Maremma e la figurazione che Frascheri le pone addosso è quanto di più anacronistico e di moda Ottocento si possa immaginare. Il tema che accomuna le due donne è il rimpianto della cara patria: delta del Po e Siena alle quali sono destinate magistrali espressioni di lungo affetto che sono le più vere “spie” per avvicinarsi alla verità poetica dantesca.
La pittura del “tradimento” non fu soltanto autoctona, ma raggiunse Frascheri tramite l’intelligente moglie inglese che lo avvicinò ai versi di Browning e alla pittura di Dante Gabriel Rossetti dove volutamente si raggiungono i massimi risultati di una estraneazione compiaciuta tanto da divenir stucchevole e fastidiosa.
L’Ottocento si sfalderà alla fine, soprattutto per la spinta dei grandi mutamenti tecnologici e sociali. Anche a Genova, dopo essersi raffinato e reso esangue nella bottega Coppedè e nei falsi archeologici di D’Andrade, irromperà l’impressionismo di una “linea ligure” paesaggista e coloratissima.
Dal ventre pieno dell’Ottocento, di tutto curioso ma anche viziato da mode,nascerà la grande arte del Novecento, inquieta e capace di affrontare le grandi problematiche etiche e filosofiche senza ovattarle e conscia dei rischi da correre per innovar cultura.








Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

Concerto di Pasqua a Carcare

sabato 27 marzo 2010

Artaud, profeta del vuoto



Guido Seborga e il Surrealismo, due delle sezioni portanti di Vento largo, fuse in questo testo in cui lo scrittore magistralmente analizza il significato dell'opera di Antonin Artaud che fra i primi aveva già alla fine degli anni Quaranta fatto conoscere in Italia.

Guido Seborga

Artaud, profeta del vuoto

Esistono scrittori molto conosciuti eppure non ancora abbastanza divulgati anche se hanno ormai un posto sicuro nella storia della letteratura. Antonin Artaud era già notissimo a Parigi quando lo conobbi, negli anni del dopoguerra. E oggi i giovani delle avanguardie internazionali (negli Stati Uniti, nel Nord) lo leggono come un loro maestro; e che lo possa a suo modo essere non ne dubitiamo; segnalammo la sua presenza già diciotto anni fa...
Le sue aperture infrante, il suo vivere come in stato di follia intima e profonda non possono certo piacere agli idolatri del tecnicismo di oggi, la tecnica che diventa quasi padrona della scienza e dell'uomo. Ma nel frantumarsi dell'uomo, Artaud acquista nuovamente un suo significato, la sua rivolta, spogliata da non poche suggestioni, diventa significante nel male stesso di vivere.
E ci accorgiamo anche come certi testi (Jacob, Felipe, Sbarbaro, Campana, per fare qualche esempio) siano umanamente assai più rivoltati e forti e duraturi di certi giochi tecnico-linguistici che fanno moda oggi. Ma Artaud nella sua segreta intelaiatura intellettuale, nella sua parola secca e concisa, scarnita all'osso, nella sua parola di sangue, tendeva spasmodicamente alla rivelazione, era di nuovo un veggente, dietro a lui indubbiamente riapparivano le grandi fidure di Lautreamont e di Rimbaud.

Artaud scrisse di teatro e per il teatro (Le Théatre et son double), il teatro che amava come forma di vita ossessiva a immagini violente trasposte sulla scena e i suoi gridi s'alternavano a suoni d'animali che eseguiva perfettamente con le sue corde vocali sino al suono del tam-tam; poi denunciava, con polemiche affilate, la società corruttrice dei costumi e spesso questo avveniva al "Vieux Colombier" come quando il 13 gennaio 1947 presentò il suo "Teatro della Crudeltà", dove indubbiamente ci fu molto da imparare, e ormai pochi autori anche se rappresentatissimi ancora reggevano, tra questi sicuramente Pirandello e Toller.
Polemiche e scandali mai soffocati nascevano nel clima liberissimo, dopo tante chiusure fasciste, di Parigi che ebbe ancora qualche anno di vita agitata e forte. Se un testo di Artaud veniva combattuto, gli scrittori più in vista diventavano solidali, Gide, Eluard, Breton, Cocteau, Nadeau, Quenau lo difendevano con leale decisione.
Ricordo quando Antonin appariva col suo volto agitato,i suoi occhi inquieti e profondi, i lunghi capelli disordinati. Adamov e Blin gli erano spesso vicini, non era ancora nato il sottoprodotto Ionesco, rileggevo il suo mirabile Van Gogh, il suo romanzo Héliogabale ou l'anarchiste couronné e in prosa e in poesia i suo versi franti e mutevoli nel ritmo scatenato e rotto, certi libretti che uscivano in piccole edizioni come: Pour en finir avec le jugement de dieu, oppure: Lettre contre la Cabbale, dove erano discusse in dialettica estrema e sino in fondo risentita nella realtà non soltanto la vita e la società ma soprattutto le origini stesse dell'essere, la sua rivelazione profetica tra la nonvita e la morte.



Artaud aveva stabilito non soltanto un distacco spirituale (si c'è anche questo), ma aveva in modo particolarmente drammatico denunciato l'impossibilità "organica" di essere la vita, la totale mancanza d'adesione alle origini stesse della vita, direi l'impossibilità di realmente nascere senza essere nello stesso attimo annoiati.
"Da tempo - scrisse - ho sentito il vuoto, ma mi sono rifiutato di gettarmi nel vuoto, fui vile come tutti e tutto, credevo di rifiutare soltanto il mondo, so che non potevo rifiutare quello che non è, rifiutavo il vuoto, è di questo di cui maggiormente soffro".
Ci troviamo di fronte alla sua verità smarrita e dolorosa,per lui neppure più l'innocenza ha un senso. L'innocenza che i migliori simbolisti, surrealisti, gli autentici realisti immuni dai giochi neorealisti e populisti, avevano in animo come una specie di arma bianca contro le mistificazioni della società.
Ma Artaud alzò una negazione ancora più fonda della maledizione, un'agonia sino alla sua morte più o meno da suicida: "Le parole vanno in putrefazione al richiamo del cervello". E nella volontà di non essere integrati, già allora sull'orlo della sconfitta, rispondevamo: "La rivolta è più valida del suicidio, della morte".

(Da: Diogene, n.47, ottobre 1966)

giovedì 25 marzo 2010

Se il romanticismo è un artificio letterario anche nell'epoca dei microchip


Isabelle Huppert in Madame Bovary di Claude Chabrol


Nella società consumistica regna incontrastato il culto del nuovo. Questo vale anche per la letteratura. Chi legge più i classici? Eppure nulla è più attuale di un classico e Madame Bovary non fa certo eccezione.

Armida Lavagna

Se il romanticismo è un artificio letterario anche nell'epoca dei microchip



Emma Bovary da personaggio letterario è diventata icona di un modo di vivere la vita, o meglio di non viverla: piuttosto di misurarla, trovandola costantemente inadeguata al “modello” ideale che pretende di riscontrare nella realtà quotidiana, senz’altro risultato che la delusione e il disinganno. Semplicemente perché è impossibile. Perché lo iato tra letteratura e vita, tra sogno e realtà è incolmabile.
E’ questo che la condanna prima all’insoddisfazione, poi all’infelicità: considerare realizzabile l’amore passionale ed eterno dei romanzi, la vita eccezionale, priva di noia e abitudine, degli eroi letterari. In fondo, un inganno non dissimile da quello che secondo Dante condusse alla perdizione Francesca da Rimini, abilissima nell’esporre i principi dell’amor cortese da lei drammaticamente traslati dalla letteratura alla vita e subiti alle estreme conseguenze.
Se dell’amor cortese di Francesca è percepibile con immediatezza dal lettore moderno il carattere astratto e letterario, a causa dei suoi “codici” per alcuni versi lontani da quelli contemporanei, per l’idea dell’amore e della vita che Emma incarna il discorso è diverso.
Di bovarismo ci si può scoprire facilmente malati, salvo negarlo subito con un guizzo d’ironia a nascondere il timore che serpeggia immediato davanti a quella minacciosa diagnosi. Malati magari in forma lieve, o transitoria. Come le annoiate telespettatrici delle soap-opera figlie e nipoti di Dallas e Dinasty. Come le folle di ragazzi e ragazze affetti da sindrome dell’Isola dei famosi.
La confusione tra reale e virtuale, nel campo delle relazioni e dei sentimenti viene spesso proposta come tutta contemporanea, generata dalle più recenti “conquiste” tecnologiche. E invece no.


Quale opera più attuale di questa, la cui protagonista giunge alla rovina e al suicidio proprio per non aver saputo adattarsi alla vita reale, inseguendone una letta sui libri (antenati remoti di internet come trampolino per gli esseri umani verso la comunicazione più profonda o la solitudine più incurabile), intravista nel mondo reale solo come un miraggio effimero, un’illusione dolce che si fa amara, una promessa di avventura che si risolve in inganno, o in stanchezza, o in fuga, senza mai appagare il cuore e l’anima?
Emma non si può amare, in lei non ci può immedesimare, perché la si teme. Si può compatire, si è tentati di disprezzarla, di meravigliarsi della sua ottusità e della sua ostinazione, della sua incostanza e del suo profondo, insanabile egoismo. La sua morte non ci commuove.
Perché Emma è un personaggio scomodo. Ci costringe a vedere le conseguenze di ciò che accadrebbe a sognare troppo, a fuggire a priori schemi e convenzioni, a cedere alla tentazione di pensare più a se stessi che alle persone accanto alle quali viviamo. L’eroina più imbevuta di romanticismo della storia della letteratura ci svela impietosamente – finendone vittima - che il romanticismo è un artificio letterario. Ci scaraventa nella stagione cruda del realismo e del naturalismo. Nella realtà, quell’idea di amore è destinata al fallimento: per logorio, per disillusione, perché nato da una frode, perché per sua natura inconciliabile con una durata diversa da quella di un sogno, di un’avventura, della lettura di un romanzo.
E noi, seduti di fronte a un seducente schermo televisivo o appesi a inconsistenti relazioni parallele in formato elettronico, nel secolo che sta assistendo alla crisi dell’istituzione del matrimonio, all’erosione del concetto storico di famiglia, all’assottigliarsi implacabile del numero medio di anni della durata di una relazione di coppia, proprio non vorremmo sentircelo dire. Per non scoprire che questo romanzo è attuale, che il contrasto tra reale e virtuale non è nato con i microchip. Per non scoprire con disappunto che Emma è stata in fondo una donna temeraria quanto ingenua, implacabile sicofante del perbenismo vuoto di un’intera epoca e società, spietata rivelatrice del carattere ipocrita del matrimonio borghese ma anche – inconsapevolmente – del carattere fatalmente illusorio dell’amore romantico.




Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa di letteratura con particolare riguardo alla narrativa contemporanea.

La società dello spettacolo, ovvero Guy Debord cineasta (II)





Seconda e ultima parte del testo di Pino Bertelli sul film "La società dello spettacolo"


Pino Bertelli


La società dello spettacolo, ovvero Guy Debord cineasta (II)




La società dello spettacolo si apre con una dedica visiva su Alice Becker-Ho e il parlato dice così: “Poiché ogni sentimento particolare è solo vita parziale, e non la vita intera, la vita arde di espandersi nella diversità dei sentimenti, per ritrovarsi in questa somma della diversità... Nell’amore esiste ancora il separato, ma non più come separato, come unito; e il vivente incontra il vivente”. Debord assembla fotografie pubblicitarie, documenti storici, pezzi di film e le tesi del suo testo La società dello spettacolo sono disseminate (in modo sparso e non del tutto preciso) su queste immagini:

La Terra filmata da un razzo spaziale, uno strip-tease, schermi televisivi nei locali ella questura di Parigi, per il controllo della metropolitana ed altre zone della città, la morte in diretta dell’assassino di Kennedy, Oswald, gli scioperi egli operai, una sfilata di moda, le catene di montaggio, immagini di vacanza, sottomarini nucleari, Fidel Castro che parla davanti alle telecamere, una folla sterminata, una portaerei che punta i missili e li lancia in ogni direzione, bombardamenti aerei nel Vietnam, cosmonauti sulla luna con una bandiera, la battaglia economica della Borsa, poliziotti a cavallo che bastonano dei giovani ribelli, una coppia distesa sul letto guarda la televisione, lavoratori immigrati ai piedi di giganteschi edifici, le guardie bianche russe marciano contro i partigiani. Una mitragliatrice spara contro le guardie bianche, che avanzano senza sparare. Uno dice: “Che portamento!”, e l’altro conclude: “Degli intellettuali!”. I Bianchi continuano ad avanzare, nonostante le perdite e innestano la baionetta in canna. Alcuni partigiani indietreggiano. Qualcuno grida: “Siamo perduti!”. Il commissario politico li incita ad andare avanti. Il reggimento zarista, il cui allineamento resta perfetto, sta per entrare in contatto con la prima linea dei Rossi. Molti dei Bianchi sono falciati dalla mitragliatrice. Due porti al tramonto.
Volti femminili. Lo stalinista Marchais in un comizio elettorale. Folla in una sala cinematografica. La fotografia di una ragazza nuda. Pompidou visita il Salone dell’Automobile. Cover-girls in costume da bagno. La fabbrica di Marghera che inquina Venezia. Altre fabbriche che inquinano Città del Messico. Montagne d’immondizie davanti alla chiesa di Saint--Nicolas-des-Champs. L’acqua sporca della Senna. La sommossa di Watts. Incendi, azioni e arresti delle forze dell’ordine. Esercitazione della polizia al combattimento nelle strade. Poliziotti travestiti da estremisti erigono una barricata e inalberano la bandiera nera. I loro colleghi conquistano subito la barricata. Mao Tse-tung riceve paternamente a Pechino il presidente Nixon. Mitragliamento sul Vietnam. Un prete benedice un sottomarino nucleare. Automobili nella città. Johnny Holliday canta rotolandosi in terra. I Beatles scendono dall’aereo e sono accolto dai giovani in delirio. Marilyn Monroe durante le riprese del suo ultimo film incompiuto. François Mitterand. Ancora Marilyn. Operai tedeschi prima dell’ascesa di Hitler al potere leggono un volantino caduto da un abbaino. Un reparto della polizia francese. Prigionieri vietnamiti. Hitler attraversa le schiere dei suoi seguaci e monta su una tribuna monumentale. Breznev e altri burocrati in tribuna a Mosca. I loro sudditi sfilano davanti a loro. Esercitazioni N.A.T.O. Pubblicità di un carro armato gigante. Automobili, cibi spettacolari, pittura antica, arredamento moderno, ragazze esotiche, arrivo della metropolitana in una stazione. Erosione delle statue su una chiesa veneziana. Torte alla crema. Mao e Lin Piao. Stalin davanti alla folla e al ritratto di Lenin. Dell’insurrezione dei lavoratori ungheresi non restano che gli stivali. Imballaggi di una fabbrica. Buenaventura Durruti. Cartello: “Ma viviamo noi, proletari, viviamo noi? Quest’età di cui teniamo il conto, e dove tutto ciò che contiamo non ci appartiene più, è una gita forse? e possiamo non accorgerci di ciò che senza posa perdiamo con gli anni?”. Un marinaio di Ottobre in primo piano scuote la testa. Durruti lo guarda. Cartello: “Il cibo e il riposo non sono deboli rimedi alla continua malattia che ci travaglia? e quella che chiamiamo l’ultima, che altro è, a ben guardare, se non un raddoppio, l’ultimo accesso del male che portiamo al mondo nascendo?”.





Navi da guerra. Fucilieri francesi. Soldati inglesi in battaglia. La fanteria coloniale francese. Turisti a Parigi. Plastici per luoghi di vacanza. L’incrociatore Aurora risale la Neva sul finire della notte. Lo sbarco dei marinai. La torre di Babele. Il quadro di un primitivo italiano. Johnny Guitar in un saloon. Operai in una fabbrica di pneumatici. Saint-Tropez. Aeroplani che decollano da una portaerei. Johnny Guitar, Dancing Kid e Vienna in un saloon. Cavalleria franchista. Un frammento di Per chi suona la campana. Il trittico di Paolo Uccello: La Battaglia di San Romano. Breznev e i burocrati comunisti a Mosca. I fucilieri della Potëmkin si rifiutano di sparare sui loro compagni ammutinati. Un reggimento di cavalleria, sciabola in mano, inizia una carica. Assemblee rivoluzionarie negli edifici occupati, nel maggio 1968. Il generale Sheridan entra in un forte. Assegna al colonnello una missione rischiosa: “Se fallite, posso assicurarvi che il consiglio di Guerra che vi giudicherà sarà composto dai nostri vecchi compagni dello Shenandoah”. La Borsa di Parigi. Combattimenti per le strade in Olanda, Irlanda e Inghilterra. Ragazze nere che danzano. Un reparto di marinai di Kronstadt attacca alla baionetta sotto il fuoco della mitragliatrice. I giorni della rivoluzione sociale di Barcellona e Pietroburgo. La guerra di Secessione. Piante del Palazzo d’inverno e del Palazzo delle Tuileries. La guerra civile di Spagna. La guerra di Secessione. I marinai di Kronstadt proseguono verso la vittoria. Il Palazzo d’Inverno è preso d’assalto. La colonna Vendôme viene abbattuta. Bakunin e Marx. Trotsky. La sfilata dell'armata Rossa. Cannoni e missili. Sulle scalinate di Odessa le truppe zariste Sparano contro i manifestanti. Mitterand e Marchais. Breznev? 1968. Gli operai occupano la Renault. Stalin. Sindacalisti. Un ufficiale nazista. Il dittatore Franco. Carri armati tedeschi. Le Brigate Internazionali in Spagna. Le barricate del maggio 1968. Combattimenti nella notte. Incendi. Il quartiere latino alle primi luci dell’alba. Assemblea generale nella Sorbona. Carrellata sui membri del Comitato Enragés-Internazionale Situazionista. Debord. Un cartello: “E fine alla fine del mondo dello spettacolo, il mese di maggio non tornerà più senza che ci si ricordi di noi”. Christian Sébastian, Guy Debord, Ptrick Cheval. Alcuni aspetti della Sorbona. Cartello: “Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te!”. Fiamme nella notte. La polizia in azione. I giovani lumpen difendono i tetti di Saint-Jacques. Scontri di piazza in Italia. Lenin che pronuncia un discorso. Caroselli della polizia in Italia. Carri armati russi contro gli operai tedeschi. La polizia americana caricava i neri in rivolta. Il 7° Michigan al galoppo. Nel corso di un ballo mascherato, nel suo castello in Spagna, Arkadin (Orson Welles) con un bicchiere in mano: “Niente discorsi. Propongo un brindisi alla maniera georgiana. In Georgia i brindisi cominciano con un racconto...

Ho sognato un cimitero dove gli epitaffi erano bizzarri, 1822-1826, 1930-1934... Si muore ben giovani qui, dico a qualcuno; il tempo è molto breve fra la nascita e la morte. Non più che altrove, mi si risponde, ma qui, come anni di vita, contano solo gli anni che è durata un’amicizia. Beviamo all’amicizia!”. Ivan Chtcheglov. Asger Jorn. La cavalleria del 7°Michigan continua la carica... —. Détournement dei film di John Ford (Rio Bravo), Nicholas Ray (Johnny Guitar), Joseph von Sternberg (I misteri di Shanghai), Orson Welles (Arkadin), Sam Wood (Per chi suona la campana), Raoul Walsh (La carica fantastica, forse) e diversi altri frammenti di film dei Paesi socialisti.





Il procedimento estetico adottato da Debord per La società dello spettacolo non è del tutto nuovo (né vuole esserlo). Vertov, Kramer, Marker, Pasolini (il cinema sperimentale o il cinema surrealista, il cinema underground o il cinema di trasgressione)... avevano già usato questo modo di fare-cinema e attraverso un’estetica della profanazione politica e dell’invettiva poetica erano riusciti a buttare sullo schermo una critica del disgusto e dell’insorgenza.
Debord fa questo e altro ed è geniale. Affabula un film/testo dove l’immaginale del pubblico non è più luogo/spazio passivo (o intrattenimento domenicale per famiglie dabbene) ma diviene crogiuolo di uno specchio/schermo che strappa, disvela o rifiuta la sequenzialità e l’intreccio della scrittura filmica convenzionale. L’asincronia delle immagini con il parlato si trascolorano in una sorta di manifesto ereticale e in questo scombinato passaggio di fine secolo assumono (oltre la sindone schermica) una critica radicale della separazione buttata contro la falsa via d’uscita della società mercantile.
I segmenti documentari o di finzione intrecciati da Debord alle sue tesi filosofiche diventano altro dall’uso originario e per una strana magia (e sapienza di montaggio metaforico) aprono il film a nuove emozioni che riscoprono le cadute comunicazionali ed amplificano o trasgrediscono (attraverso la citazione rovesciata, reinterpretata o détournata...) la rapina, l’odio e la violenza insiti nei meccanismi dell’ordinario. Le visioni immaginarie del passato perdono l’aura del mito o della cronaca e si mescolano ad altre possibilità poetiche dove tutto il vero del mondo risulta falso e morente. Il film di Debord è una sorta di apologo sulla disobbedienza, la diserzione, la rottura contro tutto quanto fa spettacolo... è una specie di prontuario del margine che in molti modi guida le passioni, moltiplica i conflitti e infrange i destini/contenitori delle virtù istituite e codificate.

Con LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO Debord elabora una teoria filmica del disincanto e dell’eversione, lavora sulla coscienza critica del dissidio. Spacca i paramenti della realtà fittizia sorta nello spettacolo perché è nel mondo radicalmente ribaltato il vero momento del falso e nello spettacolo si cela e implode l’immagine/l’icona dell’economia politica dominante. Lo spettacolo è la ricostruzione immaginifica della menzogna religiosa, della propaganda ideologica o della dittatura del consenso. Lo spettacolo è il momento in cui la merce, qualsiasi merce, giunge a fiorire in ogni soggetto e l’ostia massmediatica diviene il collante o la catena relazionale della comunità. L’opera di Debord assume su di sé la critica globale dell’ordinamento sociale e qui nessuno scende a patti. L’anatema contro tutti gli aspetti della vita quotidiana alienata è annunciato disseminato sullo schermo a “gatto selvaggio”. L’intento di Debord è quello di trasformare, contaminare, riorientare la percezione della visione filmica e fare dello spaesamento poetico (della costruzione delle situazioni) il grimaldello estetico per il rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato.



Il cinema di situazione di Debord, disvela l’universo mercantile della politica, della fede, dei saperi… rende visibile la miseria pratica della civilizzazione delle masse e dentro una surrealtà che costituisce, al tempo stesso, tutta la mediocrità della realtà dello spettacolo e tutta la ricchezza della sua liquidazione. Non è solo Debord a cogliere l’importanza della costruzione delle situazioni in rapporto al cambiamento che le situazioni costruite portano all’interno dell’uomo e quindi dell’ambiente nel quale sono vissute. A ben vedere, nel “Dizionario del cattolicesimo moderno”, alla parola situazione è dedicato molto spazio.

Qui si legge: “Situazione. Le circostanze del momento, come episodio dello sviluppo nel quale l’uomo si trova, costituiscono la s. Le s. mutano variamente, ed in questo mutamento stanno sotto l’influsso del passato. Le s. storiche generali, i cui soggetti sono l’umanità ed i suoi gruppi (per es. guerra o pace, ascesa o decadenza di una nazione, le tensioni sociali), e le condizioni di vita personali di un essere umano (per es. ricchezza o povertà, salute o malattia), unite alla sorte ed al volere degli altri uomini, del «prossimo», si fondono, nei singoli periodi di vita, in determinate s. singole, nelle quali l’uomo vive; ogni s. si realizza una sola volta e non si può né ripetere né scambiare. Nella s. si manifesta il carattere storico della vita. L’uomo non si sviluppa soltanto come le piante e gli animali, ma con la sua decisione afferra nel suo passato un pezzo di futuro, che egli determina in questa o quella maniera. Così si fa la storia (v. Storia), il presente diviene il campo delle decisioni e l’uomo stesso diventa continuamente altro”. Siate decisi a disobbedire e sarete liberi.

L’etica della situazione di Debord, straccia però tutto quanto la dottrina cristiana predica dai suoi pulpiti e cioè che l’atto morale (il processo dell’agire) dell’uomo gli giunge attraverso la guida e la grazia di Dio. La costruzione delle situazioni alle quali si richiama Debord, sono accadimenti, eventi, strappi dell’ordine sociale che è succube di un dominio, un sovrano o un dittatore. Per quanto riguarda la stagnazione del politico al fondo delle democrazie o delle utopie su un buon governo, non è difficile scorgere qui i processi di politiche della repressione e nuove forme di domesticazione sociale che attentano alle libertà fondamentali dell’uomo. L’ordine è solo convenzione. Modello di qualcosa che poggia il proprio successo sulla servitù e la spartizione del mercato globale. Ogni genocidio ha i suoi teatri. Alle guerre dei privilegiati rispondono schegge impazzite del terrorismo internazionale. Sono la stessa gente che un tempo militava nelle stesse bande (impugnano pistole della stessa fondina). Il terrorismo (come le stragi orchestrate dai servizi segreti di ogni Stato) è funzionale all’instaurazione di un ordine più duro. Non si tratta di fare fuoco sugli orsi sapienti delle canaglie di Stato per mettere fine all’inumanità dello spettacolo ma occorre mettere farla finita col giudizio di Dio e la circolazione della menzogna e fare dell’amore tra le genti, il primo volo verso la conquista di un mondo illuminato dalla bellezza.

L’utopia situazionista (non solo filmica) di Debord, contiene quel fascino dell’impossibile che disperde ovunque un disordine da fine del mondo... è un’idea di felicità che minaccia da vicino le stigmate del provvisorio e del rilucente sulle quali l’umanità ha eretto le proprie forche e i propri successi elettorali. Ma una società che è incapace di generare un’Utopia per la quale buttare alle ortiche frontiere, armi e campi di sterminio... una società che è incapace di vedere nella pace la tenerezza e la fraternità tra gli uomini... una società che non vede il grido di dolore dei poveri e non si accorge delle ferite ecologiche che infierisce contro il pianeta... è una società sclerotizzata e votata alla propria rovina. Le “cattive cause” richiedono coraggio e talento. Ci sono cose che s’infrangono mostrandole.

Ci sono altre cose che vanno aiutate a cadere. Lo spettacolo di una civiltà senza futuro è già qui. Non resta che l’Utopia a farsi strada, e proprio là dove i saperi dell’economia, della politica e della fede sono riconducibili al crimine legalizzato/istituzionalizzato. Allora è nelle sfumature del dissidio che si combatte l’ultima carica dell’irragionevolezza amorosa portata avanti dagli utopisti... e gli utopisti sono i soli eredi impertinenti, insurrezionali, delle memorie storiche calpestate, umiliate e offese... e loro, solo loro, metteranno fine alla menzogna spettacolarizzata dell’esistenza. A dispetto di tutto, non c’è storia che non sia quella della bellezza dell’anima. Si tratta di non radicarsi, di non appartenere a nessuna società, a nessuna cosca, a nessuna gogna... essere stranieri a se stessi significa appartenere al mondo e fare dell’indecenza di vivere senza sfruttare né essere sfruttati, lo straordinario e il principio di tutti i sorrisi a venire.


Note

La società dello spettacolo: scritto e diretto da Guy E. Debord. Montaggio, Martin Barraque. Assistenti registi, Jean Jacques Raspaud e Gianfranco Sanguinetti. Musica, Michel Corrette. Voce italiana, Christian Jaime. Détournement dei film di John Ford (Rio Bravo), Nichoals Ray (Johnny Guitar), Joseph von Sternberg (I misteri di Shanghai), Orson Welles (Arkadin), Sam Wood (Per chi suona la campana), Raoul Walsh (La carica fantastica, forse) e diversi altri frammenti di film dei Paesi socialisti. 90 minuti. Bianco & nero. La voce originale (in sottofondo) dell’edizione in lingua francese è di Guy-E. Debord. Il testo della versione francese è ripreso dalla prima edizione de “La Société du spettacle” (1967). Una delle versioni italiane in videocassetta è uscita a cura di Nautilus nel 1996 e il testo utilizzato per questa traduzione (Paolo Salvadori) segue quello che si trova in “Opere cinematografiche” di Guy Debord, Arcana 1980.




Pino Bertelli è una delle figure centrali del neosituazionismo italiano. Attivo da anni nella critica cinematografica indipendente, è sicuramente il più originale dei fotografi di strada operanti in Italia. Tra le sue molte pubblicazioni ricordiamo: Cinema dell'eresia, Dell'utopia situazionista, Contro la fotografia

mercoledì 24 marzo 2010

La società dello spettacolo, ovvero Guy Debord cineasta (I)



Ancora su Guy Debord, questa volta con la prima parte di un saggio di Pino Bertelli sull'opera cinematografica dell'ultimo dei grandi utopisti.


Pino Bertelli

La società dello spettacolo, ovvero Guy Debord cineasta (I)


La ventata ereticale, sovversiva, apolide del cinema situazionista di Debord, ha disvelato gli oracoli dell’ordine spettacolare, liberato la testa e i cuori di quei cospiratori di utopie che si sono sollevati contro la memoria mortificata della storia, con ogni mezzo. L’avviso ai civilizzati sulla prossima metamorfosi sociale, l’aveva già pronunciato, da qualche parte, Charles Fourier, con in tasca del cappotto un pezzo di pane e nell’altra mezza bottiglia di vino da osteria, mentre giocava in un giardino di Parigi, con un gruppo di ragazzacci di strada che gli tiravano palle di neve: “Non sacrificate il bene presente al bene avvenire. Godete del momento, evitate qualsiasi associazione di matrimonio o di interesse che non soddisfi le vostre passioni immediatamente fin dal primo momento. Perché lavorereste per il bene futuro, dal momento che questo andrà oltre i vostri desideri e che non avrete nell’ordine stabilito che un solo dispiacere, quello di non poter raddoppiare la lunghezza di giorni, per farli bastare all’immenso giro di godimenti che dovrete percorrere?” (Charles Fourier).

Una volta sbarazzata la menzogna nel sangue innocente di tutte le infanzie violate, non può assolvere nessun padre e nessun figlio dalla verità in armi che cessa di essere rivoluzionaria, quando approda all’emancipazione dell’amore di sé e per l’altro.

Le opere cinematografiche di Guy E. Debord praticano e allargano la critica radicale della civiltà dello spettacolo. L’utopia situazionista disseminata in questi film s’incentra su una poetica del fuoco e sulle tentazioni di appiccarlo a tutti i Palazzi d’Inverno. È l’utopia che guida le passioni e moltiplica i contrasti e i sogni, spezza destini e annuncia nuove epifanie dell’anima. Dove la merce ha seminato la sua seduzione non spunta più che la sua tirannia.

I falsi bisogni si sostituiscono all’autenticità dei desideri e la psicologia individuale, la ripetizione dei comportamenti, la seduzione dei corpi in disfatta, prende forma nella filosofia balorda dei grandi magazzini. “Un umanesimo astratto ha sparso ai quattro venti i diritti della libertà e della dignità e coloro che li raccolgono non sono soltanto privati del loro uso, ma vedono per di più impoverirsi una sopravvivenza che, per quanto insufficiente, era almeno necessaria al superamento e al compimento di una vita fondata sull’emancipazione dei desideri. La sola libertà effettiva è quella che la merce si attribuisce, di scambiarsi con se stessa e di non aver altro uso. Il futuro così immaginato si lacera tra la volontà di vivere e la potenza del denaro che ne fa la parodia e la nega assolutamente” (Raoul Vaneigem). Tutto vero.

Gli arrivisti della fatalità e della chiacchiera da portinai sono all’origine di tutte le persecuzioni della storia. Chi si schiera con i giannizzeri del proprio tempo, seppellisce il proprio genio nel letame. “Tremare è facile, ma saper dirigere il proprio tremito è un’arte: da qui derivano tutte le ribellioni” (E.M. Cioran). Chi non ha mai conosciuto la barbarie di un confine, non possiederà mai la saggezza dell’esilio.


URLA IN FAVORE DI SADE (1952), SUL PASSAGGIO DI ALCUNE PERSONE ATTRAVERSO UN’UNITÀ DI TEMPO PIUTTOSTO BREVE (1959), CRITICA DELLA SEPARAZIONE (1961), LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO (1973), CONFUTAZIONE DI TUTTI I GIUDIZI, TANTO OSTILI CHE ELOGIATIVI, CHE SONO STATI FINORA DATI SUL FILM «LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO» (1975), IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI (1978), GUY DEBORD, SON ART ET SON TEMPS (1994), di Guy Debord, realizzato da Brigitte Cornand, sono invettive, bestemmie, provocazioni contro tutto quanto figura la degenerazione delle forme di dominio approntate dall’uomo contro l’uomo. Qui Debord insegna che “lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa” ed è anche la principale produzione di consenso della società moderna.

Lo spettacolo è il monologo elogiativo delle proprie forche, è l’autoritratto del potere di un’epoca. “Là dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la polizia... Lo spettacolo non vanta gli uomini e le loro armi, ma le merci e le loro passioni” (Guy E. Debord). Ecco perché ogni merce è anche una confessione e la coscienza del desiderio o dei piaceri inconfessati si trascolora in genuflessione d’infelicità e solitudini senza desideri.

LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO non è certo il film più estremo di Debord ma la sua irriverenza eretica, eversiva o blasfema lo sposta nel cinema degli indesiderabili, dei folli o dei banditi di professione alla Bonnot. Jules Bonnot, come sanno bene gli insegnanti dei corsi di perfezionamento storico per i nuovi addetti ai servizi segreti… era un bandito anarchico col vezzo per l’ironia e lo sbeffeggio alla Robin Hood. Al grido “Morte alla borghesia”! rapinava banche, società per azioni e qualche volta uccise anche autisti solerti e ispettori di polizia. I ricchi hanno troppo, i poveri nulla. È giusto rubare ai ricchi e vivere un po’ tutti meglio. Fu ammazzato dalla polizia il 28 aprile 1912 con queste idee in testa. Molte donne del popolo piansero. I bambini sognavano le sue gesta e cantavano la canzone della Banda Bonnot: “Suvvia! Dietrofront e di corsa!/e senza far gesuitismi!/Squagliarsi, schifosi, se no/fischiano le pallottole/della Banda Bonnot!”. I borghesi stapparono le bottiglie del vino buono e corsero in massa a comprare i giornali illustrati dove si vedeva Jules Bonnot morto su un pancaccio. La stampa anarchica dell’epoca lo raffigurò come un degenerato che rubava alla stregua di un “volgare capitalista”. In questura furono d’accordo con tutti e dissero: un bastardo di meno!

Guy E. Debord è stato un bandito senza bandiere e un poeta del sampietrino… la sua figura di ribelle corrisponde a quella dall’Anarca descritto da Ernst Jünger, nel suo mirabile trattato sulla ribellione del singolo che si dissocia dalla società. Il ribelle Jüngeriano (come i costruttori di situazioni alla Debord) sa di non appartenere più a niente e varca con le proprie forze il meridiano zero della disobbedienza. I ribelli della ribellione Jüngeriana (come i disertori di ogni arte, ideologia o fede situazionisti) portano in sé tutta l’eredità del nichilismo, del radicalismo romantico e della furia anti-autoritaria che si concentrano nella modernità come sommario di regole e leggi che non li riguardano o, meglio, contro le quali lottano per conquistarsi il diritto di dire no! ad ogni governo, ogni dottrina, ogni forma di morale per mezzo di professionisti della rivoluzione, anche.

Nelle storiografie cinematografiche del nuovo millennio Debord è praticamente ignorato e solo qualche studio sul cinema come arte d’avanguardia o schedatura politica del ‘68... gli dedica poche righe. Non è cosa nuova. Il male dell’intelligenza è una sorta d’incantesimo. È per questo che i film di Debord, come quelli di Marguerite Duras, Robert Kramer o Chris Marker sono confinati a poche visoni di poeti dello sguardo o viandanti del sogno... sono opere che decostruiscono (senza mezzi termini) gli eroi di spazzatura dell’idolatria, della cultura o della merce e gridano che la miseria intellettuale e sociale dell’immaginario planetario poggia sulle guerre, i campi di sterminio o il post-colonialismo che una manica di predoni assetati di sangue ha eretto contro l’umanità.

“La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, delimitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale è stata deportata la sua vita, non conosce più se non gli interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente sulla loro merce e sulla politica della loro merce. Lo spettacolo, in tutta la sua estensione, è il suo «segno dello specchio». Qui si mette in scena la falsa via d’uscita di un autismo generalizzato” (Guy E. Debord).
L’impero del linguaggio massmediatico è uno dei vertici dell’infamia del potere. Gli sputi di un pensiero rivolto contro tutte le direzioni è insopportabile ad ogni tirannia.



È nella dismisura dell’essere che gli invasati della libertà e dell’amore si fanno eretici a tutto. Sono i luoghi comuni che rendono stupidi. È il reale mercificato che ammazza la vita. Solo l’utopia rende possibile la rivolta. Non si tratta tanto di lavorare alla liquidazione di qualsiasi autorità, quanto di non riconoscere nessuna autorità all’infuori delle passioni e delle turbolenze del cuore. L’utopia è un risveglio. Un ritorno all’età d’oro della bellezza o della rifioritura del senso di accoglienza, di fratellanza, di sorellanza che gli uomini e le donne si portano nell’anima. È l’età d’oro cantata da Esiodo: “Gli uomini vivevano allora come gli dei, col cuore libero da preoccupazioni, lontano dal lavoro e dal dolore. La triste vecchiaia non andava a visitarli e, mantenendo per tutta la vita il vigore
dei piedi e delle mani, assaporavano la gioia nei banchetti al riparo di ogni male. Morivano come ci si addormenta, vinti dal sonno. Tutti i beni appartenevano a loro. La fertile campagna offriva spontaneamente un cibo abbondante, di cui godevano a piacimento”.

Non esisteva la morale di servi perché era stata bandita la morale dei padroni. Tenersi in disparte significa non confondersi con nulla. Occorre maggiore finezza per fare a meno di ogni simulacro e ritrovarsi insieme ai quasi adatti nell’età dell’innocenza o della rivolta. Il ritorno o la deriva verso l’età dell’innocenza non è nostalgia per qualcosa che è stato e che forse non sarà più. Non è il segno di una condizione infantile alla quale ritornare perché il reale che ci circonda fa schifo. È ri/vivere piuttosto il rimpianto delle perdute possibilità creative, amicali, amorose dell’infanzia... le capacità di meravigliarsi, di sognare a occhi aperti, di rendersi liberi ed amare senza chiedere perché. L’amore è sempre un risorgere. I bambini non hanno bisogno di regni per essere dei re. L’immaginario è il luogo dove ogni linguaggio supera se stesso e la rêverie della malinconia si trascolora in stupore per l’esistenza... ma solo rivolta e la supremazia della bellezza possono essere la via per la ri/scoperta dell’età dell’innocenza. Il sapere (la conoscenza, la condivisione o la solidarietà) o la saggezza insensata di amare (il rispetto, la dignità o l’esilio) non sono stati molto frequentati nella civiltà dello spettacolo e così occorre che nuovi piccoli prometei dell’utopia s’innalzino ancora in volo come angeli ribelli e dentro un’estetica dell’umano rubino il fuoco celeste degli dèi per regalarlo di nuovo agli uomini.

(Continua)



Pino Bertelli è una delle figure centrali del neosituazionismo italiano. Attivo da anni nella critica cinematografica indipendente, è sicuramente il più originale dei fotografi di strada operanti in Italia. Tra le sue molte pubblicazioni ricordiamo: Cinema dell'eresia, Dell'utopia situazionista, Contro la fotografia.

martedì 23 marzo 2010

RAWA, le donne afghane in lotta dal 1977




Qualcuno una volta ha detto che misura della libertà di un Paese è il grado di libertà reale delle donne. Le donne afghane di RAWA ce lo ricordano con questo comunicato che fa giustizia di tante ipocrite dichiarazioni sulla "missione di pace per ristabilire la democrazia".


RAWA, le donne afghane in lotta dal 1977


Mentre sempre più donne afghane scelgono il suicidio per mettere un termine alla violenza di cui sono vittime quotidianamente (17 donne si sono immolate in 6 mesi nella sola provincia di Herat) come rivela un rapporto canadese [1], RAWA (Donne rivoluzionarie afgane), organizzazione femminista composta unicamente di donne, prosegue il suo combattimento per la pace, la democrazia, la giustizia e la laicità in Afghanistan.

Dal 2002 a 2005 ci sono stati progressi (scolarizzazione delle ragazze, accesso al lavoro), ma dopo il 2005 solo passi indietro: il rapporto di Human Rights Watch sulla situazione delle donne afgane (dicembre) mette in discussione la politica di aiuto e di ricostruzione (soffocata la voce delle deputate, assassini, riduzione della presenza femminile nella pubblica amministrazione, violenze...).

Le attività politiche di RAWA, la cui fondatrice è stata assassinata nel 1987 dalla branca afghana del KGB, sono state segnate dalle manifestazioni contro l'invasione sovietica del dicembre 1979, poi dall'impegno per i diritti delle donne, infine dalla lotta contro gli integralisti islamici di ogni tipo (Talebani e no).

Oggi RAWA è impegnata contro l'occupazione militare dell'Afghanistan e il governo mafioso di Karzai. RAWA lavora di fatto nella clandestinità a causa della repressione dei Talebani prima e dell'occupazione militare NATO poi. Il suo campo d'azione è nello stesso tempo politico e sociale: corsi di alfabetizzazione e di formazione per le donne, gestione di orfanotrofi e ambulatori in Pakistan. RAWA svolge un lavoro politico di resistenza, pubblica il giornale Payan-e-zan (Il messaggio delle donne), milita per la creazione di un fronte popolare democratico, che sia “forma di auto-organizzazione politica, la sola capace di esprimere le rivendicazioni del popolo afghano in una cornice non violenta”.

All'estero (soprattutto in Francia e Stati Uniti) RAWA organizza campagne di solidarietà verso le donne afghane.

[1] Afghanistan: la condition de la femme, janvier 2010

Piemonte. La tentazione del paesaggio


PIEMONTE. LA TENTAZIONE DEL PAESAGGIO

Scene di vita quotidiana delle valli cuneesi
nelle fotografie di Jean Gaumy.


L’evento di apertura della stagione espositiva 2010 del setificio è organizzato dall’associazione culturale Marcovaldo, dalla Regione Piemonte
e dal Comune di Caraglio, con il sostegno della Compagnia di San Paolo,
in collaborazione con la nota agenzia fotografica di Parigi Magnum Photos e con la Fondazione Filatoio Rosso.

La mostra resterà aperta fino al 16 maggio
al Filatoio di Caraglio (CN)
dal giovedì al sabato dalle ore 14.30 alle 19,
la domenica dalle ore 10 alle 19.
Ingresso: 4 euro intero, 2 euro ridotto.

lunedì 22 marzo 2010

Ceramica in Celle



“La ceramica,gli Artisti per un paese galleria d’Arte”
27 marzo 11 aprile 2010 Celle Ligure Savona


Verrà inaugurata sabato 27 marzo alle ore 16 presso l’Alborada Lungomare Crocetta a Celle Ligure Savona “Ceramica In Celle”, la seconda edizione della rassegna a carattere biennale che trasformerà la città ligure in un museo della ceramica all’aperto.

Il progetto dell’iniziativa, promossa e coordinata dal Comune di Celle Ligure, è nato da un’idea di Giacomo Lusso e si avvale dell’apporto tecnico ed organizzativo di Angelo Dufour,Carlo Sipsz,Marcello Mannuzza, Leony Mordeglia e del Consorzio Promotur.

La mostra viene realizzata anche grazie al contributo della Fondazione A. De Mari Cassa di Risparmio di Savona e della Fondazione Benefica Francesco Spotorno di Celle ed ha acquisito il significativo patrocinio della Regione Liguria e della Provincia di Savona.

Come nella precedente edizione del 2008 verrà edito un importante catalogo della mostra, disponibile ai visitatori, con testo critico introduttivo della critica d’arte Silvia Campese.

In una cittadina “abitata” dall’arte dove ogni giorno si incontrano, nelle chiese, nelle gallerie d’arte, ma anche nelle piazze, testimonianze di diversi linguaggi espressivi – dalla pittura alla ceramica – nasce l’ambiziosa iniziativa che si pone diversi obiettivi: ripensare il rapporto tra arte e ambiente, riflettere sulla forza espressiva della ceramica, pensare alla provincia di Savona, e in particolare a Celle Ligure, quale possibile museo all’aperto. La cittadina ligure, infatti, sarà teatro di opere esposte nelle più svariate situazione: all’aperto, nelle vetrine dei negozi, negli atri di spazi pubblici e privati alla ricerca di un intenso rapporto tra l’opera e l’ambiente. Espressione concreta di Arte diffusa sul territorio riavvicinando la gente alla visione e comprensione delle opere artistiche fuori dagli spazi museali o consueti.

All’iniziativa hanno aderito, invitati dagli organizzatori, una cinquantina di artisti, provenienti dai principali centri di produzione ceramica in Italia. Hanno lavorato per la manifestazione autori e ceramisti italiani e stranieri operanti in Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, del meridione, nell’intento “fare un punto della situazione” sullo stato dell’arte ceramica nella nostra penisola. A Celle, in questo modo, si aprirà una riflessione su un linguaggio artistico complesso e intenso, quello dell’arte figulina, per troppo tempo relegato nell’ambito delle arti minori.

Un appuntamento importante quello di “Ceramica in Celle”, ricco di contenuti, che intende coinvolgere sia i savonesi che i numerosi turisti presenti sul territorio e volendo dimostrare che, unendo le forze, – realtà istituzionali, associazioni di categoria, privati, aziende – è possibile creare una forza propositiva in grado di valorizzare e promuovere l’intero comprensorio.


INFO: Servizi Turistici Culturali e Ricreativi
Tel. 019-99.40.56 - Fax 019-99.40.57


Quel che è di Cesare




Angelica Lubrano

Quel che è di Cesare


La pari dignità fra l’ambito politico e quello della spiritualità religiosa nasce solo con la separazione delle due sfere e con l'attribuzione di una comune origine divina ai due poteri.

Federico II di Svevia e Tommaso D’Aquino rappresentano il punto di partenza del processo: se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio è in grado di produrre regole razionali, utili al cammino dell’umanità verso la felicità terrena e ultraterrena.

Chiesa e Impero per Dante nel Monarchia sono i due Soli capaci di guidare l’umanità nelle rispettive sfere, quella spirituale e quella terrena, senza gerarchie perché entrambi i poteri di derivazione divina.

Machiavelli e Hobbes sviluppano con realismo laico l’impianto contrattualistico, autonomo dalla divinità e dalla rivelazione. Già Grozio era giunto all’affermazione che gli uomini si devono dare leggi “etsi Deus non daretur”. Ma per lungo tempo ancora la sovranità ha avuto una derivazione di ordine discendente, dall’alto al sovrano, investito direttamente da Dio (tentazione mai sopita definitivamente; anche oggi abbiamo sulla scena personaggi che pretendono essere “Unti direttamente dal Signore” o inviati dalla Provvidenza).

La rottura della dipendenza della politica dalla religione ha fatto bene alla cosa pubblica, ma ha fatto bene anche alla Chiesa.

Mai forse dai tempi di Pio IX e del suo non expedit la Chiesa è stata tanto invasiva. Personalmente credo che questo secolo trascorso, con le sue potenti lotte ideologiche, avesse lasciato un po’ ai margini la Chiesa, ma che questo tutto sommato non le avesse nuociuto, perché costretta ad aprirsi ai problemi del mondo e ai bisogni profondi dell’uomo. La chiesa della Liberazione, il cristianesimo sociale sono stati i frutti più preziosi. Ora, la caduta del muro di Berlino, la grande emozione suscitata dal lungo pontificato di Giovanni Paolo II, mescolata ultimamente alla paura dilagata dopo l’11 settembre e la diffusione del terrorismo di matrice islamica hanno fatto crescere il prestigio, certo, ma anche la capacità di interdizione della lobby delle gerarchie ecclesiastiche, insieme a mio avviso a una preoccupante voglia di potere temporale.

Oggi una cattolica come Rosy Bindi si interroga sul rapporto fra fede e politica, sulle questioni cruciali della nostra democrazia, sulla necessità di quella parola abusata che è dialogo per trovare una composizione possibile fra credenti e non credenti. In uno scenario politico trasformato in curve da stadio incapaci di ratio, di comunicazione, di elaborazione e di conciliazione, l’ultima spiaggia è rappresentata dal laboratorio creato con il PD. Occorre tenere a mente che il popolo italiano ha dato il meglio di sé quando è stato capace di trovare sintesi e unità (come nella Resistenza, fra i padri Costituenti, nella fatica della Ricostruzione e nella difesa delle prerogative democratiche durante gli anni di piombo).

Ancora una volta però nasce la necessità di separare la politica, a cui va consegnato ciò ch’è di Cesare legiferando come se Dio non ci fosse, dalla morale e dalla spiritualità che deve fare sempre come se Dio ci fosse.

Quel che è di Cesare
Rosy Bindi e Giovanna Casadio
Laterza 2009
€ 10,00







Angelica Lubrano, insegnante, collabora con diverse associazioni culturali e del volontariato.




Martedì 23 marzo 2010 ore 18.00
Sala Rossa Comune di Savona
Presentazione del libro Quel che è di Cesare

di Rosy Bindi e Giovanna Casadio
a cura della Libreria Ubik
Introduce Angelica Lubrano

domenica 21 marzo 2010

Lo sciamano Ben Vautier



Quali rapporti intercorrono tra arte d'avanguardia e etnismo? Giuliano Arnaldi interviene sul testo di Ben Vautier (apparso su Vento largo il 16 marzo) con una stimolante riflessione sulle origini del linguaggio.


Giuliano Arnaldi

Lo sciamano Ben Vautier


La genialità di Ben Vautier è una strepitosa finestra sul nostro tempo, comunque si manifesti.

I temi posti rimandano al cuore di un dibattito appassionante e forse indispensabile, che concerne l’origine del linguaggio.

Questo argomento, un tempo confinato in ambiti scientifici rigorosamente impermeabili tra loro, “deborda” oggi nel mare unico dell’esperienza umana, tra neuroscienze e fumetti. Ogni disciplina scruta curiosa la materia di altri contesti, la con/fusione del nostro tempo obbliga anche i più timorosi ad incursioni ardite in ambiti di cui non sospettavano nemmeno l’esistenza, e il fumetto diventa – ad esempio- il linguaggio più adeguato per rappresentare in modo adeguato percorsi logico/matematici. ( “il Darwinismo in una nuvoletta” di Fabio Geda, la Stampa 10 marzo 2010 pag. 27)

In realtà ciò accade perché l’uomo percepisce il rischio di diventare essere “parlato” più che “parlante” e sente nuovamente il bisogno di narrarsi per ciò che è più che per ciò che ha constatando la sempre maggiore inadeguatezza del linguaggio fonetico ormai schiacciato dal peso banalizzante della TV.

Complici le nuove superfici di scrittura (gli schermi e in generale i supporti tecnologici) che “mescolano” sempre più e sempre più facilmente immagini e parole, le storie che raccontiamo configurano un nuovo linguaggio metaforico che ci consente di narrare il presente e proiettarlo nel futuro .

A ben vedere le radici di questo linguaggio sono però antichissime, o meglio atemporali. Il vocabolario archetipico è lo stesso delle incisioni rupestri, lo stesso delle culture primarie che lucidamente Ben Vautier analizza con rigore visionario nella classificazione sopra riportata, ma nell’uso concettuale della parola/segno, nel valore metaforico e trascendente affidato alla semplicità della scrittura che diventa forma Ben Vautier compie un gesto sciamanico di portata superiore e affida le parole ad una dimensione nuova.

La parola prende corpo come oggetto, come occupazione segnica di spazio e ciò rafforza il valore del contenuto, come accade per lingue considerate morte ( ad esempio il sanscrito) ma ben vive sotto traccia al punto da essere scelte per operazione di assoluta contemporaneità: Avatar non è solo il titolo di una innovativa pellicola di questi giorni, ma un termine che appunto in sancrito significa disceso (ava) sulla Terra (tara).

Possiamo ben dire, con Clifford Geerts “ Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore”. Vale per gli antropologi, vale per gli artisti, vale per tutti coloro che come Ben Vautier aprono finestre sul mistero. Vale anche per chi come noi ha semplicemente voglia di guardare il mondo che da quelle finestre si intravede.


Giuliano Arnaldi vive e lavora a Savona. Sovrintendente Generale del MAP, Museo di Arti Primarie di "Saona". Appassionato ed esperto di arte primarie, prevalentemente africane: ideatore e coordinatore del format culturale TRIBALEGLOBALE, ha curato eventi in luoghi diversi : 2000 -London, Black Soul, Nice 2004 Africa Anima del mondo in contempornea in diversi spazi museali e archeologici privati e pubblici, Il Padiglione della Marginalità nell'ambito della 52 Biennale di Venezia , la riapertura ( dopo ven'anni di chiusura) nel 2004 della casa Museo Jorn ad Albissola Marina.

sabato 20 marzo 2010

Ricordo di un amico



Un amico se ne è andato. Lo ricordiamo con le parole del suo compagno di vita.


Giovanni Buzi (Gianni) si è spento il 17 marzo 2010 dopo una lunga lotta contro il cancro. Pittore, scrittore, insegnante, era prima di tutto un essere libero, creativo e amante. Nato a Vignanello (provincia di Viterbo), il 10 marzo 1961, era andato a vivere a Roma all’ età di 18 anni per studiare l’Accademia delle Belle Arti e la letteratura nell’ambiente vibrante ed emancipatore dell’Italia di allora. Il suo umanesimo ateo si manifestava con una curiosità universale. La scoperta di altre persone, di altre culture, d’altre fonti di bellezza non hanno smesso di animarlo. Per lui l’unica oscenità era l’arroganza dei potenti e la rassegnazione dei sottomessi. Ha affrontato la malattia con un coraggio e una lucidità eccezionali. Si è fatto amare da tutti quelli che l’hanno curato. Durante i pochi mesi di tregua dal male, fra settembre e dicembre 2009, aveva dipinto centinaia di quadri che terranno viva la sua presenza. Quando ha saputo che non c’era più nessuna speranza, ha deciso di morire nella dignità e ha scelto il momento della sua partenza. Sopravviverà attraverso la sua pittura, la sua scrittura e l’immenso amore che ha dato in ogni momento della sua vita.

La cremazione del corpo si farà il martedi 23 marzo alle 13.15 nel crematorio di Uccle, a Bruxelles

Son site internet http://giovannibuzi.net/ sera maintenu.

Laurent Vogel, il suo compagno di vita e amore dal 1984

La Marsiglia magica di Jean Giono


Marsiglia, Le Vieux-Port al tramonto


Per noi il Mediterraneo non è una realtà geografica, ma una mappa dell'animo e le sue città bianche (Barcellona, Marsiglia, Tunisi) stanze del cuore.

La Marsiglia magica di Jean Giono


" All'improvviso mi appare la città come un'enorme massa amorfa e grigiastra coperta di pustole fumanti, di creste di galli, di cicatrici, nella quale non si comprende come possa aversi un tipo di vita qualsiasi; e tuttavia la si vede che gioca col mare (...) . E si comincia anche a vedere una cosa che ha un nome conosciuto, e che si chiama la superficie dei tetti di Marsiglia".




Associare il nome di Giono a quello di Marsiglia può sorprendere. Questa città è tuttavia molto presente nella vita e l'opera dello scrittore troppo spesso considerato un poeta contadino!

Oltre a frequenti visite, Giono fece a Marsiglia dei lunghi soggiorni (1): egli intrattenne con questa città delle relazioni complesse, che rievocò in numerose sue opere, come "L’Eau vive", "Triomphe de la vie", "Le Poids du ciel", nel ciclo dell'Ussaro, ma soprattutto in un romanzo a cui aveva pensato via via di dare vari titoli “Il Pedone", " Il Pedone verde", " Le Grandi Strade", " Il viaggio a piedi", " Noè o il viaggio a Marsiglia." Sarà finalmente "Noè", scritto tra il novembre 1946 e il luglio 1947.

" Città di oro", città favolosa votata all'eccesso ed alle passioni estreme, così appare Marsiglia in questo libro. Si vede Giono immergersi con ebbrezza in questi " abissi orizzontali", e trasfigurare il paesaggio cittadino : così il mare invade all'improvviso via Roma, così il commissariato del viale Baille si mette a danzare....

Con una malizia da illusionista, tale da disorientare il lettore, Giono non smette di confondere i tempi, di sovrapporre gli spazi, reali o sognati. Al viaggio a Marsiglia , quello dell'autunno1946, a cui il racconto di " Noè" sembra rimandarci, vengono a intrecciarsi i ricordi di altri soggiorni in questa città e la rievocazione di realtà proprie del secolo precedente, in cui Giono ritrovava "il romanticismo dei tempi scomparsi." Accanto ai suoi amici reali, i Pelous, o di banali passanti , Giono incontra delle " anime forti", dei personaggi straordinari o anche gli eroi dei suoi romanzi scritti o ancora da scrivere - Angelo, l'ussaro, Adelina White, l'eroina di "Per salutare Melville" che lo guida in questa sua ricerca di frammenti di paradiso.


(1) Giono è incarcerato nel 1939 nel Forte Saint Nicolas per avere firmato dei volantini pacifisti. Alla Liberazione, è ingiustamente imputato di collaborazionismo ed incarcerato a Saint-Vincent-les-Forts. Liberato il 31 gennaio 1945, è assegnato al confino nelle Bouches-du-Rhone. Trascorre così parecchi mesi a Marsiglia dai suoi amici Pelous.


http://www.centrejeangiono.com/



venerdì 19 marzo 2010

André Masson - Francesco Biamonti, Cézanne


Cézanne, La montagna Sainte-Victoire

Le avanguardie artistiche del Novecento sono uno dei filoni centrali nel progetto di Vento largo. Dopo situazionisti e futuristi, iniziamo con questo frammento di André Masson, integrato da alcune riflessioni di Francesco Biamonti, una rivisitazione del movimento surrealista riproponendone via via personaggi, momenti e materiali.


André Masson


Cézanne


Cézanne è il primo pittore ad aver concepito la pittura in termini di genesi. E attraverso il più straordinario dei paradossi: dipingendo dal vero.

La sua immaginazione creatrice si illuminava grazie a quella che chiamava la sua "piccola sensazione". Un attaccamento al mondo esteriore che non ha uguali se non nel distacco del pittore nei suoi confronti. Questa padronanza di sé lo portava a un sempre minor livello di imitazione.

Nell'ultimo periodo, la concentrazione è tale che esplode (il mondo cézanniano deflagra e si ricostruisce, nello stesso tempo). E' un fenomeno rivolto al futuro.

Stanco di offrire invano, a un mondo cieco, le ricchezze della sua visione, egli dialoga soltanto con l'interlocutore che è dentro di lui. Ne risulta una suprema libertà, quella degli ultimi quartetti di Beethoven, quella della "maniera rude" dei monaci Zen. Offerta a ciò che non ha fine.


(Estratto da: Moralités esthétiques. Feuillets dans le vent, in "La Nouvelle Revue Française, n.77, 1959. Ora in: A. Masson, Il pittore e i suoi fantasmi, Graphos, Genova 2003, p.80)



Cézanne, La montagna Sainte-Victoire

Francesco Biamonti

Non si può scrivere, se non si è visto Cézanne


Spesso scrivendo mi dico, quando sono io in una impasse, in un vicolo cieco e vedo che s'affastellano troppe parole e non si vede più niente: "Come vedrebbe Cézanne?". Tuttavia è arbitrario dire così. Forse Cézanne vedrebbe solo questo dorato e questo blu.

I pittori sono come fari che illuminano il buio della notte dell'espressione, i fari baudelariani. Ognuno ha i suoi fari, che però cambiano di continuo.

(...)

Non si può scrivere se non si sono visti Cézanne, gli impressionisti e gli astratti. La veduta non è più quella dell'Ottocento, che fa da scenario. E' una visione di partecipazione. Ma è già un proseguimento del correlativo oggetto dello stato d'animo che c'è nella poesia ligure, come anche nella poesia di Valéry o di Eliot. Si parla del paesaggio per parlare di se stessi. Il paesaggio diventa quasi un autoritratto, ma questa è l'influenza di Cézanne e degli informali, di tutta la pittura della modernità che trova in Cézanne il suo pilastro più forte. Dopo si allucina in De Stael e in Fautrier.


(Da: Paola Mallone, "Il paesaggio è una compensazione", Itinerario a Biamonti, De Ferrari, Genova 2001, pp.55-56)



giovedì 18 marzo 2010

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (VI)

Castello de la Volta (Foto di Luca Arnulfo)


Il nostro viaggio nell'alta Terra Langasca continua, questa volta a caccia di fantasmi di truci feudatari e dissolute castellane.


Guido Araldo

Viaggio nell'Alta Terra Langasca (VI)

Fantasmi sulle Langhe

Il marchese Tommaso, signore del Terziere di Millesimo, morì per le insidie tesagli dai suoi fratelli a metà del XIII. Era il figlio primogenito di Franceschino. Tempo un anno, e i due fratelli assassini si divisero castelli, vigne, borghi e ogni altro bene nel Terziere di Millesimo. Uno si tenne il borgo in riva alla Bormida con torri e castello nell’Alta Val Bormida, in Val Zemola e nell’entroterra savonese; l’altro si trasferì a Saliceto, dove istituì un nuovo marchesato con Camerana, Gottasecca, Paroldo e Cengio.
Forse Tommaso fu ucciso proprio nel castello di Saliceto!
Pare, infatti, che vi trascorresse ore liete: ora dedito alla caccia di animali selvatici e ora intento a tutt’altra caccia. E fu durante uno di questi soggiorni che fu sorpreso e ucciso dai sicari inviatigli dai fratelli complice, probabilmente, la “bella fagionna” che stava ricorrendo!
Il delitto accadde all’inizio dell’inverno…
Sicari prezzolati entrarono furtivi da una posterla, dischiusa da mano complice, protetti dalla neve che scendeva copiosa ovattando il mondo. Era la notte magica per gli antichi druidi e nei camini ardevano i ceppi benaugurali: la cenere sarebbe stata dispersa sugli usci delle case nella magia di Natale, come da antichissima tradizione. Ma quei ceppi non protessero Tommaso, né gli furono di buon auspicio! I sicari salirono con passi felpati lo scalone di pietra, avvolti in mantelli neri, simili a ombre emerse dall’inferno. L’amante fedifraga dischiuse loro la porta della stanza dove il marchese dormiva ignaro del pericolo, appagato nei sensi, e su di lui si avventarono i pugnali acuminati, subito insanguinati.
Nei giorni successivi nessuno osò puntare l'indice accusatore verso i suoi fratelli, lontani dal luogo del crimine in quella notte fatale; ma tutti, nel feudo, conoscevano la verità che non si poteva nemmeno sussurrare. Infatti, chi avesse osato parlare, avrebbe sperimentato le orribili segrete della torre di Mallare, dove le fosse nel tufo erano allagate a ogni pioggia e nevicata.
Corrado e Bonifacio compiansero pubblicamente il fratello morto, e ipotizzarono, come assassino, qualche sposo geloso. Di pulzelle, su quelle colline, il focoso Tommaso ne aveva violata più d'una!
Lasciarono fluire otto lunghi mesi; poi, il 27 agosto dell'anno 1345, si divisero l'eredità. Soltanto l’antica abbazia di Ferrania restò di proprietà comune, con le gabelle del Montecerchio.
In anni ormai lontani si asseriva che il marchese Tommaso vagasse inquieto nella notte del solstizio d’inverno all’interno del castello dove fu ucciso: vi cerca l’amante traditrice, infame puttana… Alcuni indicavano come luogo del crimine la torre di Nord-Ovest, quella in direzione del mulino: vi si sentivano lamenti sinistri e cigolio di cardini arrugginiti, forse di porte segrete…
E altri fantasmi si aggirano sulle Langhe!
Tristissima la storia di Nella da Cortemilia, che il fiume si portò via la notte precedente il matrimonio settecento anni fa. Pare che alcuni cortemigliesi l’abbiano sentita piangere nella terribile notte dell’alluvione d’inizio novembre del 1994…

Il castello della Volta

Ma il posto più affollato di fantasmi è indubbiamente castello della Volta, dove a metà del XIV secolo si svolgeva ancora il "bäl di patanù": il ballo dei nudi.
Proprio in quegli anni il possente castello, un tempo fortezza solitaria del Terziere di Novello di fronte all’ostile Repubblica d’Alba, era stato trasformato in una splendida dimora gentilizia. Si ergeva ameno sulle dolci colline ammantate di vigneti, già allora densamente abitate.
Il "bäl di patanù" era un'orgia indicibile che traeva origine dai baccanali precristiani e che tutti i vescovi non si stancavano di condannare i proibire. Ma com’era festoso e lussurioso! Un inno alla primavera incipiente, un rito nella speranza di frutti copiosi e raccolti abbondanti; una corale fattura contro il malocchio e la grandine, peggiore dello stesso malocchio. All’apice della festa la marchesa, le contesse e le madamigelle danzavano sfrenate, senza veli, tra le braccia di arrapati cavalieri, anch’essi privi di armature e ingombranti vesti.
Chi si ricordava degli anatemi vescovili?
Era la notte magica dell’equinozio di primavera, con la luna piena in cielo. In tempi lontani i Liguri Langates salutavano il sole, dispensatore di vita, e ballavano nudi per ingraziarsi Epona e Giano: divinità della terra e delle vigne, con amplessi molteplici nei campi di verde grano, nei filari dei vigneti dove s’intravedevano i primi grappoli, sotto gli alberi dove trionfavano gemme colorate. Da molto tempo i riti antichi erano andati perduti; ma restava il “bäl di patanù”: l’orgia allegra in pagliai, stalle e soprattutto nei castelli, alla quale nessuno voleva rinunciare.
E lassù, nel castello della Volta, la bella moglie del marchese animava la festa notturna per la gioia del fior fiore della nobiltà locale. Dapprima le nobildonne avevano danzato tra loro e poi avevano scelto il proprio cavaliere, secondo passeggero capriccio… A mezzanotte l’orgia era all'apice. Ormai i gemiti di piacere sovrastavano le note della ghironda e del flauto, del tamburello e della viola. La florida marchesa, dalla giunonica bellezza, giaceva avvinta tra due nobiluomini e cercava avida le labbra ora dell'uno e ora dell'altro. Fu allora che improvvisamente la terra tremò e il pavimento si aprì: l'intero salone sprofondò travolgendo le nobildonne che muggivano come vacche, e i nobiluomini che sbuffano come tori.
Nessuno si salvò dall'orribile rovina tra le macerie.
I radi pianti e i flebili lamenti ben presto si spensero nella polvere che avvolse l’intero castello. Restò l'irreale silenzio che segue ogni catastrofe. Soltanto un ospite si salvò, quasi dovesse testimoniare al mondo quant'era implacabile la giustizia divina: un rampollo della ricca famiglia dei Falletti: mercanti in Alba con velleità aristocratiche per i forzieri colmi di monete d'oro.
Il giovane, quasi adolescente, timido e anche timorato di Dio, si era attardato sulla porta a osservare lo spettacolo indecente davanti ai suoi occhi attoniti. Peraltro pochi attimi prima del crollo era successo un fatto strano: un mastino nero, emerso all’improvviso dal nulla, lo aveva trattenuto per una manica, facendolo indietreggiare.
Toccò a quel giovane, allibito e stravolto, organizzare i primi soccorsi: intruppò i contadini, che si facevano continui segni di croce: al lume delle torce recuperò i corpi inermi dei cavalieri e delle dame, anime dannate precipitate dritte all'inferno.
La bella e procace marchesa non fu trovata: si disse, in seguito, che fu ghermita dal diavolo in persona.
La tragedia segnò profondamente il giovane superstite che si presentò, dopo lungo vagabondaggio, ai Benedettini del monastero in Valle Belbo: nella sala capitolare s’inginocchiò davanti all'abate e scoppiò a piangere; invocò il perdono divino e chiese di prendere i voti. In seguito tornò al castello maledetto e su un poggio costruì, con le sue mani, la cappella di San Pietro delle Viole che ancora oggi resiste all’usura delle stagioni, dimenticata tra i rovi.
Sulle colline dove maturano le uve più pregiate al mondo, i contadini giurano che ogni anno, nella notte del solstizio d’estate, ombre misteriose si ravvivano nella cappella antica: arrivano a mezzanotte, guidate da un monaco incappucciato, che celebra la Messa nella cappella. Un’ora dopo, al primo rintocco del nuovo giorno, una processione di ombre lascia la cappella e raggiunge il castello ridotto a un rudere: quelle ombre silenziose filtrano tra le porte sbarrate e salgono al salone fatale, dove si tenne il sacrilego "bal dj patanù". Qui s’inchinano una verso l'altra e improvvisano leggiadre danze provenzali, per dissolversi alfine al primo canto del gallo.
Manca però la marchesa: una volta all’anno la si sente piangere nel sotterraneo del castello, dove Satana l'ha incatenata. Un pianto che echeggia lontano, fino al poggio del Cannubio, dove trionfa il migliore ceppo tra tutti i Baroli: "le primier cru" al mondo!
Ma non c’è soltanto il castello della Volta a vantare i sui fantasmi!

La Morra

Anche la vicina Morra ne ha uno!
Pure questo fantasma discende della numerosa famiglia dei Falletti; ma quest’ultimo, diversamente dal giovane sopravissuto al crollo nel castello della Volta, non era uno stinco di santo.
I Falletti costituivano una grande famiglia!
Già nel lontano 1192 vantavano il rango di “credendari”, ovvero di priori presso il comune di Alba. Si arricchirono sui mercati di Francia e imitavano gli astigiani Scarampi che acquistavano, a suon di monete d'oro, feudi e diritti su molti castelli.
Bartolomeo dei Falletti si era insediato alla Morra, nel maniero sull'estrema collina a settentrione delle Langhe, dominante l'abbraccio del Tanaro con la Stura. I ducati d'oro lo avevano asceso nell'olimpo degli aristocratici e ora, galletto in un pollaio, rivendicava sporcaccione lo "jus primae noctis". Aveva persino fatto affiggere un bando, dove ingiungeva a tutte le spose più belle di conoscere lui, prima del novello marito. E mal gliene colse! Trovò la fredda lama di un coltello durante un'affollata partita di pallone elastico: restò in ginocchio tra la folla con un sottile solco rosso in gola; prima di crollare nella polvere imbrattandola del suo sangue. I villici finsero un inestinguibile cordoglio, ma in cuor loro gioivano. Non si appurò mai chi fu l’assassino: troppi mariti erano stati cornificati da quel toro dalle sembianze umane! E ora, nelle notti di luna piena, Bartolomeo Falletti si aggira piangente nel campo che fu antichissimo sferisterio.
E altri fantasmi vagano nelle vicinanze, presso le vigne di Novello.
Un'antica maledizione perseguitava i marchesi di quel feudo: diciotto patirono una morte violenta nell'arco di un secolo.
Davvero troppi!
A quell'epoca le faide tra i castellani erano truculente e i sicari inviati dai duchi sabaudi, da sempre efferati criminali, varcavano di frequente il Tanaro.
Tristissima la sorte di Paola Del Carretto, che a venticinque anni annegò nelle acque del fiume, tra le braccia dell'amante Giovanni Ugonisio, discendente della stessa casata, che aveva il doppio dei suoi anni.
Non si scoprì mai chi li spinse in quelle torbide acque profonde; ma i loro fantasmi si agitano tuttora nel castello di Novello, dopo essere emersi dal fiume nell’ora e nel giorno della loro morte cruenta.
E poi la storia un tempo più famosa: quella del marchese Pirro Del Carretto, signore di Balestrino, e la bella Cattina: incantevole e procace popolana di Monesiglio che gli aveva fatto “girè ra bërta”. Finirono male: sbudellati da una rivolta popolare che andò all’assalto del castello a causa della bella Cattina troppo tirannica, che non si tirava indietro neppure di fronte all’omicidio, pur di veder emergere i suoi due figli! Ci sono fantasmi da vendere a Balestrino, là dove le Langhe degradano verso il mare!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.