TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 31 maggio 2010

C'é bisogno di politica



Giunto a sei mesi di vita Vento largo si è presa una breve vacanza. Riprendiamo il nostro cammino con queste considerazioni di Sergio Giuliani sugli ultimi sviluppi della situazione politica italiana.


Sergio Giuliani

C'è bisogno di politica



"Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza: Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine,la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore.”

Barbara Spinelli su “La Stampa del 23 maggio


Nella perdita di definizione, di campo semantico diverso, tra due funzioni diverse, ed oggi aggrovigliate, come “informazione” e “comunicazione” (l’una è e dev’essere, per definizione, libera; l’altra viene filtrata dai “frames”), ben vengano le parole finalmente pesanti degli opinionisti, rarae aves se di qualità non prezzolata. L’opinionista svolge un ruolo molto simile al formatore politico (Gramsci direbbe, al partito): coniuga la propria cultura, che gli consente, con tante pietre di paragone, di antivedere la realtà e di spiegarla. Non è un sopraffattore, ma ha molti strumenti nel suo laboratorio con cui garantire la qualità delle sue analisi del reale e spiegazioni in forma piana a un pubblico purtroppo sempre più distratto ed impigrito. La qualità politica, del resto, in Italia sta marcendo anche e soprattutto perché da tempo ci si basa sulla convinzione superficiale e sulle comparsate televisive ad effetto. Programmi di discussione politica spesso falliscono e scadono nella confusione perché tutti gli intervenuti vi cercano l’”effetto” e, molto raramente, la problematica spiegazione.

Non c’è più quella che i greci chiamavano “agorà”, la piazza presente e reattiva sì, ma con giudizio. Oggi c’è chi giustifica certe “sparate” umilianti anche per chi le ascolta e non le crede certo col dover tener buona la massa urlante dei sostenitori ai quali si chiede il voto e basta; poi, a gestirlo politicamente, penseranno i delegati. Basta vedere certi visi e certi cartelli congestionati per accorgersi che siamo alla “plebe” (non quella di Menenio Agrippa e neppure il lumpenproletariat), a chi grida (magari per ulcere!) e basta: è minoritario ormai il “populus” o ceto riflessivo che sa ascoltar, definire i problemi e parlare e agire a ragion veduta. Mi accade spesso di citare l’episodio che coinvolse Aristide il giusto allorchè in Atene divenne insopportabile a qualcuno e si propose un referendum per la sua cacciata. Al contadino che gli si fece incontro e gli chiese di scrivergli il nome sul coccio, Aristide scrisse e poi domandò il perché volesse esiliare chi neppure conosceva e si sentì rispondere: “Ma tutti dicono che….e allora anch’io!” Non c’è peggior condanna della democrazia: è come aprir la botola sotto ai piedi dell’impiccato.

Si dirà: ma dove segnare il limite tra libero arbitrio (indispensabile alla sanità democratica) e confusione, sommarietà delle idee? E ancora: questa sommarietà, che è un mini egoismo proprietario, è causa o effetto della deriva della conduzione democratica? Chi si è fatto prima sguaiato: i partiti o la piazza? Ma a me interessa chiarire e soprattutto chiarirmi chi ha titolo e delega all’assunzione di responsabilità decisionali e a chi deve rispondere,e di quali risoluzioni concordate.

Non credo che lo Spirito Santo abbia troppo spesso voglia di scendere ad illuminare gli umani: loro compito, il capire la società in cui vivono! Neppure si può pretendere che il cittadino medio sia sempre riflessivo o che possieda la strumentazione per ragionare della complessità dei problemi. Ma non credo neppure più alla delega gramsciana al partito novello principe che accoglie le esigenze ( solo degli iscritti o erga omnes?) della base e le elabora secondo modelli a tutti chiariti, logici e condivisi. Un partito dell’oggi non lo può fare, perché, non più sussidiato dall’agorà, ha accolto e incaricato medi-mediocri altrimenti inoccupati e per parafrasare Manzoni uno, il senso morale non se lo può dare, se non gli si cala con la formazione. Ecco perché Gramsci aveva tanto a cuore il costituirsi di un ceto di intellettuali modernamente intesi e reponsabili. Se la piazza è pressapochista e disinformata e non ragiona, ma tifa (e il tifo è la forma più facile da captare: sai che abilità ci vuole!), non per questo va esclusa dal dibattere e dalle sue troppo spesso sante ragioni; che anzi! Va soccorsa perché non cerchi surrogati alla democrazia naturale, quella rappresentativa e perché non faccia di ogni condominio un comitato.

Io per età vengo da un tempo in cui le riunioni politiche erano lunghe e noiose,ma davano risultati di responsabili prese di posizione; le tribune elettorali erano grigie come gli abiti di Togliatti e c, ma senza i salterelli diversivi e fuorvianti e le sceneggiate di adesso; “L’Unità” era un giornale difficile, pesante, indigesto, ma i militanti la leggevano eccome ed erano comunque informati; l’eletto non sfuggiva all’elettore,ma gli era,compatibilmente agli impegni, vicino, anche perché ne era stato direttamente prescelto. Che fare?

In un momento di enormi problematiche è più che mai necessaria la riflessione extraslogan,la comprensione dello spessore del contendere per riavvicinare la politica, esercizio ineludibile dei democratici. Per questo occorre, certo, disponibilità all’ascolto, ma anche una nuova classe di “volgarizzatori” esperti sì, ma non tracotanti e sfuggiconfronto, capaci di ascoltare pareri diversi e diffusi ed avviarli (non dico che loro e soltanto loro ci debbano riuscire!) a ponderate e condivise risoluzioni. Cominciamo dall’economia, tutta volutamente intricata nei termini inglesi come un baco nel bozzolo: spieghiamola con pazienza e nella nostra lingua e finiamola, una buona volta, di creare neologismi che sanno di malafede. Ogni anno, la legge finanziaria, per importanza,occupa molto tempo alle Camere: cerchiamo di spiegare come funziona il modello economico della nostra nazione e di non scagliare soltanto anatemi, giustificatissimi, ma che spesso portano a qualunquismo. La politica è una materia che non ha, purtroppo da noi (altrove sì!) una scuola: creiamola. Cominciamo a districarci un poco nel bilancio dello stato, che è una grande casa nostra, a capire come si rapportano imposte (e di che tipo) e spese (e di che tipo). Non possiamo starcene all’alternativa mettere o non mettere le mani in tasca al contribuente!

Guai, dice la Spinelli, a toglier di mezzo la guardianìa costituzionale al potere; guai a togliere le paratie alla diga: l’acqua dilaga, allaga e non produce energia elettrica! Indispensabili, come la corretta e non enfatica informazione, sono gli strumenti come il Parlamento, i partiti che non siano gusci di cicala, il libero diffondersi della cultura a scuola e non soltanto e la sensata discussione e i reggitori di strutture come magistrati, medici,insegnanti nel numero richiesto dalle esigenze e senza lesine puerili. Virtù che, bene o male, c’erano in tempi più giovani della nostra democrazia. Bisogna sdoganarle: compito degli amministrati e degli amministratori più corretti

Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

sabato 22 maggio 2010

Marino Magliani, Il controllo delle piante


Morlotti, Paesaggio (1964)

Un omaggio all'estremo Ponente ligure: l'inizio del racconto "Il controllo delle piante" tratto dalla raccolta "a quattro mani" di Marino Magliani e Vincenzo Pardini "Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo" edita da Transeuropa, 2010. Grazie ancora all'amico Marino per il consenso a pubblicare su Vento largo i suoi testi.

Marino Magliani

Il controllo delle piante

Il fuoristrada stava scivolando in una vallata di uliveti abbandonati, inaccessibili, postacci nella penombra che conoscevano solo gli elicotteristi e i piloti dei canadair quando toccava spegnere un incendio, o durante la stagione delle piogge, come ora, che si sbricciolava un costone.
Il tergicristalli sembrava impazzire e l’acqua piovana s’incanalava a fatica nelle sprèscie.
Gregorio sapeva che ogni anno l’acqua si portava via intere terrazze, blocchi di roccia franavano con la facilità con cui si staccano i denti rimasti senza gengive. Era il suo lavoro saperlo.
Era sabato e sarebbe rimasto volentieri a letto a farsi cercare coi piedi da Lory. Ma oggi avevano mandato lui. I soliti controlli alle campagne che svolgeva per conto dell’ufficio della Provincia.
Un paio di cantonieri temporeggiavano piazzando sulla strada i cartelli del pericolo.
Passando davanti al cimitero notò che la popolazione aveva ripreso a gettare calcinacci e rottami ferrosi nella discarica illegale. Ogni tanto le istituzioni davano un giro di corda, qualche multa, poi la gente tornava a gettare ferrame dove poteva.
Lasciatasi dietro la riga di case di ogni colore che incassavano la strada, la macchina si fermò davanti all’edificio con la pubblicità del caffè. Non distante dal torrente.
Gregorio spense e guardò l’ora. Era presto. Rimase seduto alla guida.
Aprì la cartella e lesse i dati sulle visure catastali di Robavilla.
Dino Timonti, Foglio 12, numero di mappale 275, comune censuario di Sorba.
Era un ulivicoltore e proprietario di verde, che possedeva terreni nel comune di Sorba e in quello di Luvaira. In settimana si erano sentiti per telefono.
Era stato Gregorio a proporgli un appuntamento al bar del paese. Poi sarebbero andati assieme a fare il sopralluogo, nelle terre di Robavilla.
Rimise i fogli nella cartella e rovesciò la testa indietro, strinse gli occhi.
Il torrente faceva un rumore di crolli, alzava vapori, ma un un corso era ben più tremendo e assassino quando si asciugava. Questa cosa Gregorio l’aveva imparata da bambino, seguendo suo padre.
I giorni in cui i torrenti seccavano erano i giorni buoni per stendere i trappini e catturare gli uccelli. Decine e decine di volatili che sbattevano le ali, spaventati, intrappolati nel vischio. E bisognava ucciderli in fretta schiacciando loro il petto. Un giorno Gregorio, siccome l’uccellino non moriva l’aveva gettato con forza sulla ghiaia, e il padre l’aveva rimproverato. Non era il modo migliore per uccidere, l’uccello moriva senza soffrire ma le ossa si rompevano contro le pietre e poi la carne diventava immangiabile. Ed era per questo che uccidevano le bestie, gli aveva spiegato il padre, per mangiarle. Anni in cui erano terre magre, ricordava.
Il padre era un piccolo proprietario. Durante le vacanze Gregorio lo aiutava e bisognava partire presto, per mulattiere appese, che scavalcavano i costoni scomparendo in boschi di ulivi sempre più lontani.
Gregorio non ricordava l’odore della terra se ripensava a quelle salite pietrose, ma un odore di bestia: era come se l’avesse ancora nel respiro. Era l’odore della pelle di Fernanda.
Il padre glielo proibiva perché una mula può scalciare per un nulla, ma Gregorio si attaccava lo stesso alla coda di Fernanda e si faceva trascinare su, ed era come se una fune aiutasse i suoi passi e l’odore di quella pelle rossa entrasse nella sua di pelle.
Fernanda andava in campagna vuota e tornava coi due sacchi di olive o il fascio di legna.
In campagna il padre le toglieva il basto e la legava a un ulivo, sempre a uno diverso, e le dava dieci metri di corda, così quando tornavano a casa, la fascia era pulita come se ci fosse stato falciato.
Fernanda lavora anche da riposata, diceva ogni volta il padre. Era un uomo buono, uno di quei contadini che ripetono sempre le stesse cose, consolati dal ripetersi delle stagioni, forse. Uomo che non aveva mai alzato una mano sul figlio né sulla moglie, giusto qualche volta il bastone su Fernanda. E uccideva i capineri solo per farne il sugo, e annegava i gattini giusto se la moglie non riusciva a regalarli. Aspettava a lungo, e poi, prima che i gattini aprissero gli occhi, un mattino presto di modo che Gregorio non se ne accorgesse, li andava a cercare dove li teneva la gatta, li infilava in un sacchetto con una pietra e li gettava dal ponte.
La distanza esistente tra la Liguria dell’infanzia di Gregorio e l’attuale la misurava una specie di scavo.



Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

venerdì 21 maggio 2010

Emozioni 6



E' da pochi giorni disponibile il n.6 della nuova serie di Emozioni, Foglio interno di Poesia & Varia Tematica, curato dal poeta imperiese (e caro amico di Vento largo) Gianni Donaudi di cui riprendiamo tre lavori.


Umori


Mansarda intellettuale
tra una Metafisica
e una Magia Sexualis
tra opere del Ramacharka
di Osho e del Saj Baba,
tra curiosi oggetti e mascherine,
tappeti amuleti,
emergono profumi di incensi
mescolati e superati
con-da acuti odori
di pratiche purificatorie
della neo-sacerdotessa del 2000.


Il veliero

Micronave a vela
arrugginita e scricchiolante
forse acquistata per poche lire
a un'asta sabazia.
Pronta a salpare
verso un mare tempestoso
No! Non parto con voi...
Altro veliero
forse restaurato
Acque pacifiche e lisce
Io e le due sorelle
Brillante e piacevole conversazione
Ma la seconda rimproverami
sensibilità poetica...


La tua voce

La tua voce delicata
i tuoi innumerevoli impegni
causanti stress
e malanni forse psicosomatici
le tue cure naturali idroterapiche
le tue costanti curiosità artistiche,
le ormai tue inutili
passioni ideali...
il tuo amore per i miagolii
la tua molteplicità di ruoli
la moglie/la mamma
l'impiegata/la (ex?) militante
l'artista... (nè! che altro ancora?),
non possono lasciarmi indifferente
al solo ascoltare
la tua voce
i miei chakra palpitano...


Per informazioni e richieste di copie scrivere a G.Donaudi, via A. Doria 5, 18100 Imperia On./ Email: gdonaudi@yahoo.it





Gianni Donaudi (Imperia 1946), poeta e scrittore. Ha collaborato a molte testate, tra cui “Il Manifesto”, “Tracce di Piombino”, “Essere secondo natura”, “Nuove Angolazioni” di Napoli, “Punto di Vista”, il quotidiano “L’Umanità” di Roma. Da quindici anni cura la fanzine Emozioni dove inserisce racconti, poesie, articoli e vario materiale anche di altri autori, sia italiani che stranieri. È anche mail-artista e suoi lavori sono stati esposti in varie parti del mondo.

giovedì 20 maggio 2010

Un cosmopolita appartato. Il pittore di affetti soavi Giuseppe Frascheri.



Si è da poco conclusa la mostra dedicata a Giuseppe Frascheri di cui Vento largo ha già dato notizia con un articolo di Sergio Giuliani. Pubblichiamo oggi questo saggio esaustivo di Gabriella Freccero che delinea con grande finezza ambiti e forme della pittura del grande artista savonese.



Gabriella Freccero

Un cosmopolita appartato. Il pittore di affetti soavi Giuseppe Frascheri.

“Savona, che addita i nomi e le opere dei fratelli Picconi, di Alberto Cavalli, Leonardo e Gianantonio Sormano , Bottalla, Guidobono, Bicchio, Ratti, e di tanti altri valenti, ha pure il vanto di annoverare trai i suoi concittadini il celebre autore della Francesca da Rimini e della Pia de' Tolomei”. La lettera che ammetteva Giuseppe Frascheri tra i protagonisti del gotha artistico savonese fu vergata dal notabile savonese Agostino Bruno nel marzo del 1884, nella sua funzione di segretario della Giunta comunale che ebbe il compito di ratificare ed accettare la donazione del ritratto dell'attore drammatico Tommaso Salvini da parte dello stesso autore ormai settantacinquenne alla sua città. Ed aggiungeva: “la Giunta, gradendo volontieri il dono, manda porgere vive azioni di grazia al Com. Frascheri il quale viene nuovamente a dimostrare ch'egli non dimentica la sua città natale verso la quale ebbe sempre affetto di figlio”.A rinforzare tanta dimostrazione di gratitudine fu dedicata a Frascheri quattro anni dopo nel 1888 una statua in malta cementizia ad opera del Brilla, che adornava la facciata della casa del medesimo scultore tra via Caboto e via Scarzeria nei pressi del Duomo, insieme a quelle di altri eminenti artisti savonesi. La distruzione della casa del Brilla a seguito delle demolizioni degli anni '30 confino' la statua del Frascheri negli anonimi giardini di piazza del Popolo, dove sembra ora guardare con triste sussiego il trascorre delle epoche e il distendersi di una cappa sempre più spessa d'oblio sulle glorie passate. La recente mostra (1) allestita presso la pinacoteca civica di Savona in occasione del bicentenario della sua nascita e' l'occasione per restituire al nome del nostro più noto pittore romantico un degno revival della sua opera .


Frascheri (10-12-1809/ 2-7-1886) fu un romantico a pieno titolo: per formazione (studiò in Toscana presso il maestro del romanticismo storico Giuseppe Bezzuoli, e successivamente a Roma, grazie a una borsa di studio ricevuta dal Comune di Savona), per gusto, per profonda convinzione personale. Politicamente orientato negli anni giovanili in senso democratico e repubblicano, in quell'aria fervente di cambiamento che si respirava nei circoli artistici fiorentini e romani tra il '20 e il '30 , si attesto' su posizioni più moderate, o si fece soltanto più accorto, una volta assunto l'incarico di direttore della scuola di pittura all'Accademia ligustica di Belle Arti di Genova (“in luogo del Fontana infermiccio e svogliato”, secondo l'Alizeri) nel 1942 ed ottenute importanti committenze dai Savoia Carlo Alberto e Maria Cristina vedova di Carlo Felice per palazzo reale a Torino, per il castello di Agliè, e per il palazzo Reale di via Balbi a Genova; qui il pittore si distinse per una pittura di affetti soavi mettendo il scena alcuni degli episodi più ricchi di pathos dell'Iliade che dovette rimanere una sua cifra personale. Per il resto rimase un autore di ritratti, scelta che gli consentiva una fedeltà alla consegna di rappresentare quel bello emendato secondo l'ideale del purismo romantico. “Somma verità di tinte”, “castigatezza del disegno” “gusto del comporre” si fondevano per il critico Alizeri, che lo seguì sempre da vicino, a quel “sentir dell'anima” proprio del poeta, intimo e personale; quest'indole artistica,che si univa ad un carattere appartato e ritroso ad apparire, gli schivò spesso la committenza ufficiale del clero e dei nobili, come quando gli venne preferito per la decorazione del Duomo di Savona il più monumentale e architettonicamente efficace Coghetti (“la parte più interessante sono gli affreschi e a questo proposito abbiamo accertato che il migliore dei pittori d'Italia sarebbe certo Coghetti Francesco professore e consigliere dell'insigne Accademia di San Luca in Roma “ scrivono i Massari del Duomo nel 1845 meditando a chi affidare la commessa ). In Savona furono famosi, finchè si poterono vedere, i più modesti suoi restauri, realizzati insieme al coetaneo Giuseppe Isola, degli affreschi delle cappellette sulla via per il Santuario realizzati nel 1837, tra cui l'ancora oggi decifrabile L'entrata dei poveri infermi al Santuario.

Quel dialogo fra arti sorelle che improntò così profondamente l'arte romantica trovò in Frascheri un interprete naturalmente sensibile e predisposto ; dall'Inferno di Dante arrivano direttamente sulla tela frascheriana due delle più grandi eroine del poema oltremondano, Francesca da Rimini e Pia de' Tolomei.



Il dipinto Paolo e Francesca scoperti da Gianciotto esposto alla mostra dell'Accademia Ligustica di Genova nel 1837 consacra definitivamente Frascheri e gli causa entusiastiche recensioni. L'insieme plastico delle due figure di amanti, pudicamente seduta lei, recante in grembo il fatale libro che fra poco più non leggeranno innanzi, vestitissima di un vestito serico nelle tonalità di un grigio perla cangiante, ma dalle sfaccettature plumbee come di un cielo che vada rannuvolandosi in mezzo ancora a sprazzi di sole, già infuocato d'amore lui, vestito di rosso, in piedi nell'atto di cingerle le spalle e catturarle la mano sinistra e , in un tutt'uno assalto, tentare di baciare il volto dell'amata che ancora per poco distoglie lo sguardo in senso opposto, mentre l'ombra di Gianciotto appare quasi invisibile nella penombra sullo sfondo, asseconda in apparenza il gusto trobadorico nella messa in scena dell'amor cortese, in realtà irrobustisce la materia figurativa di un pathos più da palcoscenico che da pittura di genere, riuscendo più incisivo e più “sulla scena “ dello stesso Ingres che si cimentò sullo stesso tema con un risultato maggiormente manierato. Gli echi della tragedia Francesca da Rimini di Silvio Pellico messa in scena nel 1815 non dovevano suonare estranei all'opera, come in generale il revival dantesco e medievaleggiante in chiave sanguigna e patriottica.
Nudi invece, e precipitati nella turbinosa caligine infernale appaiono i due amanti nel successivoDante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca esposto ancora alla Ligustica nel 1846. La tela visto il successo venne replicata più volte e la pinacoteca di Savona ne conserva una copia donata dal pittore. Dante e Virgilio, i piedi ben piantati in terra , più evanescente e sullo sfondo il mantovano, avvolto in una seducente cappa rossa riccamente drappeggiata il fiorentino, alzano gli occhi al cielo dove volteggiano i corpi appena velati dei due cognati; Francesca fluttua quasi orizzontalmente e si direbbe senza peso, lo sguardo perduto nella tenebra e semisocchiuso, trascinata dalla vigorosa presa sottobraccio di un Paolo Malatesta sopraffatto dalla tragedia, dal braccio sinistro alzato a coprirsi il volto in un gesto disperato. Per essere anime,i due risultano piuttosto carnali, i corpi ricchi di volume ancora avvolti in un erotismo puro ma relistico, come fu già notato all'epoca; due begli studi di nudo usciti dalle stanze dell'accademia, ciò che piacque al gusto non troppo esangue dei critici d'arte contemporanei.
L'altra sfortunata eroina dantesca, Pia de'Tolomei, ispira Frascheri a più riprese. In La partenza di Pia de' Tolomei dalla casa paterna Frascheri sembra attingere più alla sua immaginazione che a scene altrimenti note, non essendo l'episodio attestato altrove. Risulta invece una quasi traslitterazione pittorica dell'opera lirica musicata da Donizetti nel1837 su libretto di Salvatore Cammarano la tela Pia de' Tolomei è scacciata dal marito Nello. Qui l'eroina, sul viso un colorito talmente mortale che vira tra il bianco e il verde, viene meno al centro della scena, accasciandosi fra le braccia della fantesca Bice mentre un tremendo marito in piedi sulla destra decreta la sua cacciata con un implacabile braccio teso, esprimendo con un'aria di furore baritonale che sembra quasi di intendere la sentenza incombente. Esule, a un passo dal fatale epilogo appare Pia nella successiva tela Pia de'Tolomei a colloquio con il frate nel Castello di Maremma , già inferma, tra sdraiata e seduta su un seggiolone imbottito di cuscini , alla fine dei suoi giorni, mentre sussurra “di me che son la Pia ti risovvenga/nelle quotidiane orazioni/e quando fia che accolta in cielo io venga/pregherò Dio che mai non ti abbandoni/...”

Donne quindi fatali, quelle frascheriane, coinvolte in impossibili amori, torbidi equivoci, sussulti e palpiti tanto teatrali da traboccare dalla letteratura alla scena teatrale, e di qui come fiume in piena, in pittura. Il teatro dovette essere una reale passione per Frascheri , se è vero che il suo esordio artistico avvenne nel 1835 con la realizzazione del sipario per il teatro di Acqui con scene tratte dal Marco Visconti di Tommaso Grossi; al drammaturgo genovese Paolo Giacometti dedicò un disegno,ma è soprattutto con il ritratto del famoso attore drammatico Tommaso Salvini che il tributo di Frascheri al palcoscenico raggiunge l'apice ed egli era consapevole di aver infuso nel quadro tutta la forza espressiva dell'uomo che incantava le platee internazionali, un misto di orgoglio, passione, magnetismo personale.


Ma altre presenze femminili circondano la vita del pittore ; il Ritratto della moglie Annette Bracken ci apre uno spiraglio poco noto sulla vita del pittore savonese . L'ambiente genovese stava diventando tra la fine degli anni cinquanta e sessanta del secolo nient'affatto facile per la pittura.Scarsa la committenza privata, in crisi il rapporto coi Savoia, in una lettera all'amico scultore Santo Varni Frascheri amaramente riassumeva:”come già supponevo in questo paese mi sarà difficile lavorare”. All'unisono commentava l'anonimo giornalista sul Corriere Mercantile del gennaio 1963: ” Il tempo dei Mecenati è finito ed è cominciato quello dei giocatori di borsa; oggi gli abbienti si scusano col pretesto delle tasse! Alla scultura rimane ancora la risorsa dei Campi Santi, ma la Pittura può cercare in questi una fossa da adagiarvisi, ché i suoi cultori, generalmente parlando, trovansi ormai ridotti alle condizioni degli operai del Lancashire” . L'avvento delle Società promotrici delle Belle Arti da un lato tentava di ovviare a questa crisi, ma d'altra parte risultava di incentivo ad un'arte più facilmente commerciabile, di paesaggio e di genere, a prezzi molto più contenuti, mentre l'opera di Frascheri continuava ad essere curatissima e costosa ben oltre la capacità di spesa della classe mercantile locale.

Il nostro si diede quindi ad una vita più errabonda fra Liguria e Toscana , dove venne in contatto con la numerosa colonia inglese che affollava le colline fiorentine, dove senza dubbio conobbe la ragazza effigiata nel ritratto e sua futura moglie,Annette Bracken. Bruna come tutte le sue eroine,e come non poteva che essere l'eroina romantica, Annette guarda dal ritratto con l'aria di chi stava pensando ad altro e risponde ad improvviso richiamo, la bocca semi socchiusa quasi colta in una conversazione sospesa, seria nel vestito azzurro , già coniugata come mostra la fede d'oro all'anulare sinistro, mentre con la stessa mano stringe in pugno qualcosa che pende dalla catenella che porta al collo, qualcosa di invisibile ma prezioso, forse le chiavi della nuova casa, forse... il cuore del suo stesso attempato marito. Un altro personaggio alle prese con un misterioso contenitore è la Figura distesa tracciata a matita esposto in mostra,a testimonianza dell'interesse del pittore per il tema dell'oggetto nascosto o non visibile.



Sulla biografia di Annette Bracken (2) abbiamo informazioni nientemeno che dallo scrittore inglese Nathaniel Hawtorne, il quale ricorda nel suo diario di viaggio in data 27 giugno 1858 che la sua ospite fiorentina, la scrittrice inglese Isabella Blagden, condivideva la residenza di Villa Brichieri Colombi sulla collina fiorentina di Bellosguardo appunto con la signorina Bracken. Una lettera alla cognata composta dalla poetessa Elizabeth Barret Browning , altra anglo-fiorentina di rango amica della Blagden, entra nel dettaglio specificando che la Blagden condivise la dimora con Annette dal 1857 al 1958 , e che la giovane aveva all'epoca 24 anni. Si trattava di un ménage al femminile non infrequente , replicato dalla Blagden sia prima che dopo la permanenza di Annette con altre giovani ospiti, che offriva una suddivisione delle spese di alloggio più sopportabile e una accompagnatrice fissa nelle molteplici attività di ricevimento e scambi di visite che costituiva la principale attività del gruppo degli intellettuali d'oltremanica sulle colline di Firenze. Era anche un modo anticonvenzionale per le donne di sperimentare fuori dai confini patrii un modo di vivere più libero e aperto, fuori dalle convenzioni borghesi del matrimonio e della famiglia, frequentando spiriti liberi fuori dal comune, uomini e donne dediti all'arte in ogni sua espressione. Annette disponeva di una camera propria e di un salotto nella villa , oltre ad usufruire degli spazi comuni quali la sempre affollata terrazza nei mesi caldi, e pagava una quota per la carrozza. Durante le vacanze estive accompagnava Isabella, come fece nel 1957 quando entrambe si recarono a Bagni di Lucca e si intrattennero piacevolmente tra gli altri con i coniugi Browning e lo scrittore Robert Lytton, futuro vicerè delle Indie; in questa vacanza Annette passò lunghe ore in compagnia di Robert Browning a cavallo sulle colline, come testimonia la moglie Elizabeth Barrett . A unire le due donne sembra esserci anche una affinità con l'esotico, solo supposto per la Blagden ed accertato invece per Annette, il legame con l'India. Le origini di Isabella Blagden non erano note neppure ai suoi intimi amici,tuttavia si sussurrava che nelle sue vene scorresse sangue indiano. La descrizione fisica che ne abbiamo da Henry James la descrive come una donna minuta, di piccola statura, la carnagione olivastra, dai capelli neri come i suoi occhi. Annette è figlia di un diplomatico inglese di stanza a Calcutta, e diversi suoi fratelli risultano nati in India, come è probabile anche per lei stessa. L'abitudine a viaggiare e ed ambientarsi in luoghi diversi, un certo cosmopolitismo, la passione per Firenze e per Roma, erano tutti tratti comuni alla colonia di intellettuali inglesi con cui Frascheri evidentemente venne in contatto alla fine degli anni cinquanta, a Bellosguardo stesso oppure a Roma, altra sede privilegiata dagli artisti inglesi. La stessa protagonista del primo romanzo della Blagden , Agnes Tremorne, è una pittrice inglese residente a Roma. Due grandi amiche della Blagden, Harriet Hosmer e Emma Stebbins sono scultrici ed abitano a Roma; la protagonista de Il fauno di marmo di Hawthorne è una pittrice. L'ambiente era dunque ricco di fermenti favorevoli a quella sorellanza delle arti che aveva già attirato Frascheri e lo coinvolse in uno stile di vita nomade tra Italia e Inghilterra, dopo il matrimonio con la Bracken del 1964. Neanche l'Inghilterra sembra tuttavia avergli tributato la fama in cui sperava. I giornali inglesi riportano che tiene studio a Londra ,ma non riesce ad esporre alla Royal Academy le sue opere, tra cui il ritratto di Tommaso Salvini in cui riponeva molte speranze di affermazione. Si è conservata una lettera in cui un amico di Robert Browning, Charles Skirrow, raccomanda proprio al grande letterato inglese il comune amico Giuseppe Frascheri come meritevole di esporre alla Royal Academy di Londra, ma evidentemente la raccomandazione non fu bastevole e il ritratto dell'attore non venne esposto. Una lettera da Genova del 9 ottobre 1880 testimonia nuovamente la residenza di Frascheri in Liguria. Produce ancora copie delle sue opere più famose, ancora molto richieste ,ma l'ispirazione sembra oramai appannata. Rimane quel tocco felice nella composizione di piccole opere da collezione realizzate per pochi estimatori con perizia calligrafica e lungamente curate ed amate che gli valse una volta di più il giudizio encomiastico dell'Alizeri :”Ond'è che in Genova o fuori, de' quadretti ch'egli compose e per sua delizia careggiò lungamente, può tenersi felice chi n'abbia pur uno dacchè le doti suddette si stimano più volentieri nelle picciole cose ove l'occhio dello spettatore conviene che si aguzzi, e in quei soggetti (v'aggiungerò) che van dritti al cuore. E sono di tal fatta quanti ne mise in tela il Frascheri, contento d'angusta cerchia, né temerario a mentir natura”.


Note:
  1. Romantici languori.La pittura di Giuseppe Frascheri tra poesia e melodramma, Savona, Pinacoteca civica , 27-2-2010/26-4-2010, catalogo De Ferrari.
  2. Corinna Gestri, Una tomba dal nome svanito: Isa Blagden in La città e il libro III.Eloquenza silensiosa: voci del ricordo incise nel cimitero “degli inglesi”. Convegno internazionale 3-5 giugno 2004, Gabinetto G.P.Vieusseeux, Palazzo Strozzi , Firenze


Gabriella Freccero, laureata in Storia ad indirizzo antico, da sempre attivamente impegnata nel movimento femminista, vive e lavora a Savona. Collabora con numerose riviste fra cui Donne e conoscenza storica, Senecio, Dominae, Leggere donna, La Civetta.


mercoledì 19 maggio 2010

Incontro con Edoardo Sanguineti





E' mancato oggi il poeta Edoardo Sanguineti. Armida Lavagna lo ricorda così:

Armida Lavagna

Incontro con Edoardo Sanguineti


"ho insegnato ai miei figli che mio padre è stato un uomo straordinario: potranno / raccontarlo, così, a qualcuno, volendo, nel tempo): e poi, che tutti / gli uomini sono straordinari: / e che di un uomo sopravvivono, non so, ma dieci frasi, forse (mettendo tutto insieme:i tic, / i detti memorabili, i lapsus): / e questi sono i casi fortunati"

Non solo questo rimane forse di un uomo, non solo questo sicuramente rimane di un poeta.

Non è un “lascito magro” quello che rimediamo questa sera, anche se magro è “l’uomo che lo ha rilasciato” e che prende “congedo, più morto che vivo” dal suo pubblico. Il lascito di qest’uomo morto che è però anche un poeta vivo sta nei suoi versi a volte barocchi e attorcigliati, a volte danteschi e limpidi, a volte dimessi e piani, spesso questi i più ineludibili:

“...penso semplicemente, oggi, con tanto sobrio realismo, che sopravvivere
in comune, con casa, cibo, abito, scuola, lavoro, pensione, ecc., qui, ormai,
sarà un’impresa disperata, per gente civile”

Ma incontrare un poeta è qualcosa di più che leggerlo. Il mio è stato un incontro tardivo e fugace, recentissimo, di alcuni attimi rubati in una libreria, tra un’intervista e un autografo. Aveva gli occhi acquosi dei vecchi, eppure lo sguardo intenso, di comunicazione non superficiale, nemmeno per quell’attimo gentilmente concesso ad una sconosciuta. Gli chiesi la dedica su una poesia per mio figlio, e parlammo dei nomi dei nostri figli, sorteggiati i miei e i suoi tra diverse civiltà antiche; essendo i miei solo due, gli feci notare che la mia cultura era più limitata della sua, e compostamente ne rise.
Durante la conferenza iniziata poco dopo, da lontano, nella vasta sala, al tavolo, mi sembrò meno corroso nel corpo dalla vecchiaia di quanto mi era parso poco prima, e altrettanto piacevole da ascoltare, nonostante la mente errabonda (ma mai distratta). Ho visto un uomo dotto e lieve, piacevolmente autoironico, con il sorriso un po' velato dall'amarezza; seguirne il vagare e il divagare per sentieri di parole ("da dov'ero partito?") è stato un piacevole viaggio senza meta ma ricco di significato.

Pur nel ribadire l’evidente assurdità dell’ingiustizia in cui siamo immersi, teneva un tono per così dire di distacco, quel tono di chi sa di avere più poco tempo da vivere e che proprio per questo si concede il lusso di impiegarlo scherzosamente, si concede le pause, i fili del discorso perduti e ritrovati, gli aneddoti di gioventù inanellati e intrecciati ai commenti insieme caustici e sorridenti sul presente affannoso e precario in cui ci tocca vivere e per il quale mostrava lo stesso dignitoso sdegno - stemperato dagli anni, ammorbidito in una risata appena accennata – che emerge dalle sue poesie:

“...principi, presidenti, eminenti militesenti potenti,
erigenti esigenti monumenti indecenti,
guerra alle guerre è una guerra da andare,
lotta di classe è la guerra da fare:”
(Ballata della guerra, da Ballate, 1982-1989)

Gli chiesi come si fa a riconoscere un vero poeta, ma come c’era da aspettarsi non mi diede una ricetta un metro una vera risposta.
In lui di poeti ne abbiamo più d’uno, da cercare da frugare nei versi innumerevoli. Su tutti, quello della poesia civile, di nitore quasi solenne:

“...con le due mani nati a lavorare,
nati con i due piedi a camminare,
con tutto il corpo nati qui a sudare,
e ancora nati a ruscare e a sgobbare,
e nati a faticare e a travagliare,
per questa scala ci impari a lottare,
e fare fine a tutto il dominare,
e, te con gli altri, tutti liberare:”

Ma anche quello di un amore coniugato in mille forme e stili e registri, persino mescolato all’inchiostro della penna:

“ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i mei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte (...)
... io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io che ti vivo:”


Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.

martedì 18 maggio 2010

Filippo il Bello e il Quadrilatero Templare di Parigi



Un'altra puntata dell'affascinante storia dell'Ordine Templare che Guido Araldo, romanziere e saggista, sta scrivendo per Vento largo.


Guido Araldo

Filippo il Bello e il Quadrilatero Templare di Parigi



Fallita la grande impresa delle Crociate, senza più un fronte militare da sostenere, i Cavalieri dai bianchi mantelli cominciarono a fare paura. Erano parzialmente impegnati nella liberazione della penisola iberica, con un ruolo di secondo piano, mentre occupavano posizioni di forza nel cuore dell’Europa. Parigi era diventata la loro capitale. Il potere economico, militare, finanziario e agrario dei cavalieri dai candidi mantelli s’irradiava su tutta la Francia e si spingeva fino ai più lontani orizzonti europei.
Fu allora che il re di Francia, Filippo IV detto “il Bello”, indebitato fino al collo con i Templari, decise di disarcionarli, per sempre! Pare che sia stato proprio un ulteriore prestito, preteso spudoratamente, a indurre il gran maestro a lasciare l’isola di Cipro dove i Templari si stava riorganizzando per tentare la riconquista di Acri. Appena informato dal tesoriere del Tempio, di Parigi Jacques de Molay lasciò Cipro e si precipitò a Parigi. Di certo non ci furono convenevoli con il re - ladrone, palesemente incapace a onorare il recente debito forzatamente contratto.
Sembra che Filippo IV “il Bello” fosse maestro nel procedere contro minoranze indesiderate, come gli ebrei e i lebbrosi, con accuse infamanti come l’avvelenamento dei pozzi o la diffusione di contagi. Tre furono le persecuzioni, autentici colpi di maglio, attuate dai re di Francia in quegli anni: i primi a patire terribili conseguenze furono gli Ebrei, nel 1306, perseguitati, spogliati e imprigionati senza pietà da un giorno all’altro; i Templari il 13 ottobre 1307; infine i lebbrosi, nel 1321; persecuzione scatenata dal fratello di Filippo IV, Filippo V. Dalla cronaca del monastero di Santo Stefano di Condom: “Cadde in febbraio moltissima neve, furono sterminati i lebbrosi, seguì di nuovo un’abbondante nevicata prima di metà quaresima; poi venne una gran pioggia.” Tutto qui! L’immenso orrore racchiuso in una semplice frase: “Furono sterminati i lebbrosi”. Tutti i lebbrosi!
Al tempo in cui Filippo il Bello era in rotta con papa Bonifacio VIII bastò che Guiscardo, vescovo di Troyes, si presentasse a Roma per un concilio, ignorando l’esortazione del re a disertare, che fu intenta contro di lui un processo di empietà e magia. Si cominciò a dire che il vescovo non fosse figlio di colui che gli aveva dato il nome, ma di un certo Peto; poi furono raccolte sessanta testimonianze che lo additavano come mago, incestuoso, avvelenatore, simoniaco, falsario. Quattro accusatori l’avevano visto evocare il diavolo nottetempo, nella cripta della cattedrale. Quale sacrilegio! Altri testimoni prezzolati insinuarono che fosse stato lui ad avvelenare la regina di Francia, d’intesa con una maliarda. Si accennò a un rito demoniaco alla presenza del prelato: durante il rito la fattucchiera forgiò una statuetta di cera che riproduceva la regina e il vescovo la battezzò blasfemo con acqua benedetta chiamandola con il nome della sovrana. A questo punto la megera avvicinò la statuetta al fuoco pungendola, con uno spillo avvelenato, e la regina, seppure lontana, si sentì male per poi morire mentre la cera, con cui era forgiata la statuetta, cominciava a fondersi. Un ultimo testimone incrementò la montagna d’incredibili accuse: il vescovo aveva intenzione di avvelenare, con lo stesso sistema, il re di Navarra, asserendo “che quel re non aveva mai fatto niente di buono”. Lo stesso testimone lo aveva visto allevare animali velenosi, come vipere, ragni e scorpioni, per trarne micidiali veleni. Questo era il clima dell’epoca!
Per la verità, a preoccupare moltissimo il re di Francia era stato il penultimo Gran Maestro templare, Thibaud Gaudin, che aveva trasferito i suoi cavalieri a Parigi, ormai disoccupati in Oriente, invece di condurli a Occidente, in Spagna dove continuava la “riconquista” dei re spagnoli. Secondo Filippo “il Bello” quel gran maestro templare avrebbe dovuto rincorrere i Mori, ormai relegati in fondo alla penisola iberica, nel regno di Granada, invece d’invadere le strade di Parigi con i suoi “bianchi mantelli!

(Carta stradale di Parigi dove si vede chiaramente il quadrilatero templare delimitato dal Boulevard du Temple, dalla Rue Vielle du Temple che scende fino alla Senna, Rue du Blancs Manteaux, di fronte al Centre Pompidou noto come il Boubourg, e la Rue du Temple)

All’epoca un quarto della città, metà dei Marais, costituiva un vasto quartiere “Templare”, fortificato, pieno di commerci, inespugnabile, dotato di un possente castello. Ancora oggi è facilmente individuabile il “grande quadrilatero templare” delimitato da Rue du Temple, Rue Vieille du Temple, Boulevard du Temple e Rue des Blancs Manteaux (i mantelli bianchi dei cavalieri). La stessa richiesta di annessione all’Ordine del Tempio, avanzata dal re francese, rientrava nella logica d’esercitare un controllo diretto, possibilmente egemone, sulla “Militia Templi”: dall’interno. Ma l’impegnativa domanda fu respinta, nonostante il re godesse dell’alto appoggio del papa. Se i Templari lo avessero accolto tra le loro fila, lo stesso gran maestro avrebbe visto drasticamente ridimensionate le sue prerogative. Si disse, in seguito, che l’istanza fosse stata rigettata con arroganza…
Era tradizione che i Maestri Templari ricevessero ordini soltanto dal papa: così stava scritto nella loro regola, così era stato sancito solennemente nel concilio di Troyes e così accadeva da centosettantasette anni. Un re, per quanto potente, non poteva ingerirsi nei loro affari né, tanto meno, arrogarsi il diritto di diventare Gran Maestro. In passato c’era stato il precedente dell’imperatore Federico II di Svevia, che aveva cercato di assoggettare i Templari alla sua sovranità nei domini dell’Italia Meridionale; ma anche in quel caso il tentativo era fallito e l’imperatore aveva reagito con astio ricorrendo alla calunnia e spogliandoli dei loro beni. Ma era stata una tempesta passeggera. Ad ogni modo anche per l’imperatore tedesco lo sfondo politico era identico: lo scontro tra papato e istituzione laica, al più elevato livello.
In quella diffusa conflittualità i Templari, seppure recalcitranti, furono costretti a fare “buon viso a cattivo gioco” e si dimostrarono sottomessi al papa Gregorio IX. Quando poi l’imperatore Federico II, scomunicato, si decise a intraprendere la crociata e andò personalmente a Gerusalemme, preferendo però di trattare con il sultano d’Egitto piuttosto che avventurarsi in scontri armati, i Templari ricevettero l’ordine dal papa di essergli ostili e di non aiutarlo. In quel frangente, nonostante il solenne giuramento di schierarsi sempre a fianco dei cristiani sul campo di battaglia, i Templari furono costretti a chinare il capo, obbedirono al papa e vennero meno al giuramento. L’imperatore Federico II, furente, li ripagò insultandoli e il primo a muovere l’accusa di complicità dei Templari con il nemico fu proprio lui. In seguito scrisse al conte di Corbié: “Abbiamo saputo da diversi religiosi che giungono da Oltremare che i Templari ricevono gli infedeli all’interno delle loro fortezze con premura e pompa, tollerando addirittura, in loro presenza, l’esercizio del culto maomettano”.
Il re di Francia avrebbe imitato l’imperatore tedesco, spingendosi però alle estreme conseguenze. Forse fu costretto a tanto, poiché in terra di Francia la presenza templare era di gran lunga maggiore che nel Regno di Napoli e in Sicilia. Seppure non sia opportuno spezzare lance in favore di Filippo IV re di Francia, è d’uopo ricordare che il suo regno vacillò paurosamente quando l’energico papa Bonifacio VIII, dopo tre tonanti bolle: “Clericis laicos”, “Ausculta filii” e “Unam sanctam”, minacciò di scomunicarlo. Addirittura ventilò di scagliare l’interdetto contro l’intera nazione, se il re non avesse accettato d’inchinarsi di fronte alla sua superiore autorità, come un figlio. L’energico papa, entusiasta per il trionfo dell’Anno Santo celebrano nel 1300, ambiva imitare i fasti di Gregorio VII, incluso il successo di Canossa.
Fu un errore fatale di prospettiva storica!



Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, invece di prendersi la soddisfazione di vedersi baciare i piedi dal re di Francia, rimediò il sonoro schiaffo di Anagni, che rimbombò nel mondo intero e nella storia! Ad ogni modo lo scontro con il papa comportò per il re di Francia una profonda apprensione: temeva l’insubordinazione dei grandi feudatari che avrebbero potuto voltargli le spalle ed esautorarlo, e teme più ancora un colpo di mano dei Templari, che avrebbero potuto arrestarlo a Parigi su ordine del papa. Filippo IV di Francia era dilaniato da una grande ambizione, che recenti ricerche storiche tendono a evidenziare: ambiva a imporre la Francia come regno più potente d’Europa, superiore allo stesso Impero. Probabilmente aspirava a trasferire alla casa regnante di Francia la stessa corona imperiale, le cui casate erano sempre più deboli e in crisi; ma quanti ostacoli in questo cammino: la cronica debolezza delle finanze regie, il papato arrogante e, soprattutto, l’ingombrante Ordine del Tempio, troppo potente, in tutti i sensi. Ad un certo punto, quando la tensione tra il trono di Francia e il soglio di Pietro raggiunse l’apice, lo stesso re non si sentì al sicuro nei suoi stessi palazzi a causa dei Templari che costituivano il braccio armato del papa in tutta l’Europa.
Da molto tempo, soprattutto dai tempi di Celestino V, il papa monaco, il gran vegliardo del “gran rifiuto”, i cavalieri dai bianchi mantelli costituivano una milizia pontificia in grado di operare a livello internazionale: una latente minaccia per tutti i re e tutti i principi, aggravata dagli enormi debiti contratti con l’Ordine del Tempio. Per questo motivo il re di Francia aveva reagito confusamente e violentemente alle pretese del papa, spingendosi a un atto di forza estremo: il tentativo di catturarlo! In questo tentativo audacissimo trovò preziosi alleati a Roma e in Italia, soprattutto l’appoggio della famiglia Colonna, nemica giurata di Bonifacio VIII dopo la totale distruzione di Palestrina, sede della loro famiglia. Furono queste premesse a portare all’offesa dello “schiaffo” di Anagni, inferto al papa dal cancelliere Guillaume da Nogaret, uomo di fiducia di Filippo “il Bello”; lo stesso che proditoriamente, poco tempo dopo, avrebbe coordinato l’arresto dei Templari, in tutto il regno, nella fatidica alba del 13 ottobre 1307.
Forse Filippo “il Bello” fu un sovrano veramente crudele, forse addirittura paranoico; ma fu un re geniale! Non arretrò di fronte a ostacoli che parevano insormontabili allo scopo di trasformare il regno di Francia da un simulacro di regno in uno stato nuovo, efficiente: sogno che sarebbe stato pienamente coronato trecento anni dopo Luigi XIV, il Re Sole. Fu l’unico sovrano medioevale a comprendere che la feudalità aveva svolto il suo ruolo: aveva fatto il suo tempo! Per questo motivo si appoggiò alla nascente borghesia cittadina, soprattutto a Parigi, relegando in un angolo la nobiltà feudale. In un certo senso era anche un re democratico! Di fronte a ogni ostacolo ricorreva alla convocazione degli Stati Generali costituiti da mercanti, artigiani, piccoli proprietari, scrivani, notai, avvocati: uno strumento estremamente docile nelle sue mani che gli assicurava un’innegabile legittimità. Infatti, tramite gli Stati Generali, poteva vantare un indiscusso sostegno popolare e affermare impunemente che gli interessi della corona coincidevano con quelli del popolo e della Francia. Che dire? Filippo IV di Francia fu un re moderno in pieno Medioevo! Aveva, infatti, compreso che la propaganda costituisce il più solido puntello alla politica. Non gradiva tra i piedi stupidi duchi, odiosi marchesi, stolidi conti, sempre pronti a riempirsi la bocca con la parola “onore” e ad impugnare la spada per lavare supposte onte; preferiva di gran lunga ministri e cancellieri efficienti, come Guglielmo da Nogaret o Pierre Dubois, ineffabile professore all’università della Sorbona, sempre pronto a scrivere libelli dalla vasta diffusione, ora contro il papa, ora contro gli Ebrei, ora contro il re d’Inghilterra e, soprattutto, “Adversi ad Templaribus”! Filippo “il Bello” aveva capito che l’ipocrisia e l’astuzia costituiscono l’essenza del potere di fronte alle masse! Un re proiettato verso il futuro; mentre i Templari simboleggiavano il passato: una zavorra insostenibile per la Francia! Ma chi si avvantaggiò veramente della scomparsa dei Templari? Il papato? No! Ne uscì tremendamente indebolito! Il regno di Francia? Si consolidò poiché l’Ordine del tempio costituiva una minaccia per la monarchia; ma dietro all’angolo s’apprestava la guerra dei cent’anni. I banchieri! Furono loro i veri vincitori! Peraltro cominciò in questo modo, quasi in sordina, la lenta e irresistibile ascesa dei Medici di Firenze. Resta una domanda sospesa sulla Storia: Il re di Francia fu strumento involontario di un grande complotto lombardo -fiorentino?


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

lunedì 17 maggio 2010

Per il clima contro il nucleare


"Gli amori folli", l'ultimo grande film di Alain Resnais

Non fatevi fuorviare dalla grossolana traduzione del titolo, si tratta di un grande film. Un vero e proprio testamento artistico dell'ultimo dei grandi maestri del cinema francese.

Armida Lavagna

"Gli amori folli", l'ultimo grande film di Alain Resnais


Alle soglie dei novant’anni, Resnais ci mette di fronte un film anomalo, quasi disturbante mentre lo si guarda. Il titolo, nell’ingannevole traduzione italiana, spinge lo spettatore ad aspettarsi la storia romantica di un amore travolgente, l’ennesima.
Ci si trova invece di fronte ad uno spettacolo surreale, a una commedia nera, o a un noir comico, dove diversi stili narrativi sembrano prendersi gioco l’uno dell’altro. Un film che è innanzitutto una sconfitta.
Protagonista della prima sequenza è un paio di scarpe, in mezzo ad altri innumerevoli simili dissimili scarpe, in ripetizione ossessiva, come saranno dopo gli orologi e il loro ticchettio. Entriamo in un negozio cercando calzature di un certo colore, di un certo modello, e che siano comode. Ma perché tutto combaci è necessario scendere a compromessi. Scendiamo a compromessi, e per lo più acquistiamo le scarpe comode. Usando la ragione, che ci dissuade dall’acquistare la scarpa che tanto ci ha colpito ma che misurata troviamo scomoda, così come ci dissuade dall’osare, ci dissuade dal gridare “affogo”. Due compiti ha la ragione: dissuaderci dal commettere azioni giudicabili come insensate quando agiamo, e spingerci a operare collegamenti logici quando guardiamo un film, leggiamo un libro, seguiamo una storia.
Questo film è dunque una sconfitta per la ragione. Dei personaggi e degli spettatori.



Questo film è dunque una sconfitta per la ragione. Dei personaggi e degli spettatori.
Una sconfitta della ragione per gli spettatori, che si trovano in mano tracce per decifrare un comportamento, per comprendere una scelta, per motivare uno stato d’animo, e poi se le vedono sottratte, scartate dal burattinaio che si diverte a farci balenare davanti agli occhi la possibilità di spiegare la follia, per poi negarcela, per impedirci di eliminarla, per lasciare tale l’aporia. Ci impedisce di strappare le erbacce.
Una sconfitta della ragione per i personaggi, che ad essa abdicano per amore o per forza, per l’arcana necessità di seguire la danza bizzarra che ha assegnato loro la sorte, prima spaventati dal doverlo fare, poi irresistibilmente attratti da essa, tanto che l’incontro o l’oggetto che sentono epifania di quel destino si fa pensiero fisso, appuntamento irrinunciabile, scelta ineludibile.
“Quando sarò un gatto, mangerò croccantini?”
Solo ai bambini è concesso spingere l’immaginazione fino all’impossibile senza percepirlo come tale, senza domandarsi se sono folli, senza essere giudicati folli. A quella domanda innocente, ridiamo, tutti, provando tenerezza per quella inconsapevole e incolpevole fantasia.
Tra gli adulti, è concesso solo ai folli, o folli sono considerati coloro che osano farlo.
“Dunque mi ami?” sulle labbra di George non è domanda tanto dissimile dalla precedente, non fosse che è posta da un adulto. Tutto può accadere fuori da un cinema, tutto può accadere dopo l’immersione in un volo della fantasia, anche di dimenticarsi il confine tra essa e la realtà, perdendolo irrimediabilmente.
I piccoli semi di follia caduti nelle minuscole crepe di un asfalto trascurato sono diventati fili d’erba sottili ma tenaci, capaci di fendere una strada, di aprire squarci immedicabili, di regalare tanto improvvise gioie che riempono la vita, quanto tragedie assurde che la concludono.




Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.

domenica 16 maggio 2010

Da leggere: "A più voci" di Adriana Cavarero




"Da leggere" ripropone opere che non possono essere dimenticate. Gabriella Freccero ci parla di "A più voci" di Adriana Cavarero


Gabriella Freccero

Voce e Filosofia. Riflessioni su "A più voci" di Adriana Cavarero



Ascoltare la voce umana e' una delle esperienze piu' comuni che si possano fare; siamo abituati a riconoscere una persona dalla sua voce, anche se non ci appare di fronte; la voce ci permette di riconoscere l'individuo non meno del suo aspetto fisico. Perche' allora di questa esperienza talmente diffusa da apparire banale c'e' una tematizzazione scarsissima in ambito letterario, e ancor meno se ne trova nel discorso filosofico?
Adriana Cavarero indaga il rapporto tra la voce e la filosofia, iniziando non a caso non dalla filosofia, ma dalla narrativa. Ricorda come in un racconto di Calvino un re vive inchiodato al proprio trono in continuo ascolto dei suoi sottoposti, abita in un fantastico palazzo a forma di orecchio fatto proprio a somiglianza dell'organo dell'udito, gli ambienti assomigliano a timpani, chiocciole, labirinti; i servitori lo sanno e tutti i loro discorsi sono improntati al massimo conformismo. Sentendo per caso da una finestra una voce di donna cantare, il re si ritrova a provare un piacere sconosciuto ed a fantasticare sul vero volto della cantante misteriosa. Non gli importa la bellezza della canzone, ma della voce. Egli si concentra sull'aspetto vocale di cio' che sente, non sull'aspetto semantico. E' tentato di duettare con la cantante, ma alla prova pratica si rivela afasico, muto. La voce, capace di svelare la reale identita' di chi parla, non trova piu' modo di esprimersi in chi si e' totalmente identificato col potere; il re non ha piu' voce per cantare, in quanto e' ormai ridotto a puro strumento di controllo del suo stesso potere, vuoto e inutile: se la voce esprime il chi e' di ciascuno; il re non e' letteralmente piu' nessuno. Calvino lega il tema dell'ontologia, direbbe la filosofia, al tema dell'unicita', riconoscendo alla singola voce umana la capacita' di esprimere la vera identita' di chi parla.
La tradizione filosofica ha invece ampiamente ignorato la vocalita' in quanto espressione dell'unicita', fondando l'ontologia sul concetto astratto di Uomo e tralasciando il dato reale e immediato che ogni essere umano e' diverso profondamente da ciascun altro che e', e' stato e sara'. Cosi' ha ignorato anche la differenza sessuale dei soggetti, riducendo il femminile ad un sottogenere del maschile, inventando come comodo paravento l'inesistente categoria del neutro e dell'universale. Cavarero ripercorre le origini di questa cancellazione, risalente gia' sicuramente al pensiero greco e a Platone, ricostruendone le molteplici implicazioni linguistiche, filosofiche, politiche.

Adriana Cavarero

La prima parte del libro si intitola Come il logos perse la voce: inizialmente, infatti, la possedeva. Il tema della vocalita' era ancora decisamente presente nei racconti della mitologia greca, il pensiero selvaggio che precede la nascita della filosofia.
Le Sirene innanzitutto, certo; antiche profetesse nella primigenia forma di donne-uccello con cui sono rappresentate sui vasi attici - prima che donne-pesce come vuole l'immaginario posteriore - che Ulisse vuole ascoltare anche se sa che la fascinazione del loro canto lo puo' condurre a morte;esse ammaliano i loro ascoltatori per un ben definito motivo, poiche' come ricorda Socrate citando Omero cantano a ciascuno secondo la natura di chi ascolta; riconoscono l'unicita' dell'interlocutore e modulano il canto a seconda di questa. Il loro canto non e' inizialmente solo vocalico, come vorra' la tradizione posteriore, ma con un contenuto adatto ai vari ascoltatori.
Circe accoglie Ulisse e i suoi compagni cantando dall'interno della sua casa, ed e' per gli sparuti naufraghi prima una voce che un volto; anche le Muse ispiratrici dei poeti sono in origine divinita' oracolari la cui funzione e' cantare i giorni mitici, e sono fonte di verita' perche' hanno assistito e rivivono continuamente gli avvenimenti che raccontano. Alla ninfa Eco tocca un destino puramente vocale, in quanto cio' che ripete non ha piu' contenuto semantico.
Nella Grecia primordiale, prima della nascita degli dei olimpici, la volonta' della divinita' si esprimeva come un soffio o vapore proveniente dalla terra, a Delfi come in altri santuari. L'antico pensiero greco riconosce quindi alla voce l'appartenenza al femminile, codice secondo cui ancora oggi la interpretiamo.
Ma e' nell'antica cultura ebraica che la potenza divina e' soprattutto voce: ruah, respiro, e qol, voce potente e tonante di Jahve', che nella traduzione greca dei settanta sono tradotti come pneuma e fone'. Alcuni pensatori di cultura ebraica, tra cui Levinas, Arendt, Buber, Rosenzweig, che hanno tentato una critica all'idea di metafisica, rintracciano nella Bibbia un'attenzione al tema dell'unicita', ma ancora non arrivano a tematizzare la voce come elemento distintivo dell'unico.
Per Levinas l'unicita' dell'umano e' significata dal volto altrui; l'orizzonte della relazione e' lo scambio vocale, ma predomina ancora l'elemento visivo. Il volto parla, ma non ancora la voce. Levinas distingue chiaramente il Dire dal Detto; "il dire" e' il puro atto di parlarsi tra esseri, "il detto" tutto l'ordine intelligibile espressione dell'ordine fisico degli oggetti, il discorso filosofico regolato e codificato dove e' impossibile rintracciare chi esattamente parla o si parla. Tra chi si parla avviene pero' una messa in comune del respiro, emesso dal parlante e respirato dall'ascoltatore, che Levinas chiama pneumatismo; discendente della ruah biblica, il respiro coinvolge l'ambito del sensibile, anche se non diventa ancora respiro con suono, voce.


Emmanuel Levinas

Il pensiero greco prende invece direttamente il toro per le corna; nel definire il logos, lo separa con estrema attenzione dalla fone'. Per Aristotele il logos e' fone' semantike', discorso dotato di significato; il che distingue l'uomo dalla pericolosa vicinanza al mondo animale, ricchissimo di fone' ma disgraziatamente privo di significato. La voce senza significato e' gerarchicamente posta piu' in basso, nel mondo animale, piuttosto che, come nella tradizione giudaica, piu' in alto (voce di Dio).
Il lavoro principale e' svolto dalla mente, che organizza e ordina i concetti; la voce come una buona ancella si presta a essere veicolo corporeo necessario alla comunicazione ma non indispensabile al lavorio della mente. Il senso predominante da cui la speculazione filosofica greca trae origine e' piuttosto quello della vista. Il pensiero vede gli oggetti reali e ne ri-crea una vita astratta, generale; il gergo filosofico attinge largamente dal campo semantico del vedere; cosi' chiama il vero alethes, cio' che non e' in ombra, che la luce illumina; idein e' sapere ma anche vedere (sapere per avere visto); le ideai platoniche sono le visibili. Theorein e' guardare e contemplare con la mente.
L'ambizione della metafisica e' contemplare in eterno una realta' immutabile e disfarsi dell'incomodo problema della comunicazione e del vocalico. Ma chi guarda ? La mente del filosofo che contempla le idee sembra un teatro vuoto e gelido in cui nessuno guarda e contempla. Non c'e' un chi, non c'e' nessuno, uno che abbia un volto e una voce. C'e' la mente del filosofo. Ossia, un teatro vuoto. Eppure i Greci piu' antichi, come testimoniato nei poemi omerici, individuavano la sede del pensiero nei polmoni ed nel respiro. Lo studio di Onians evidenzia che si riteneva a quel tempo che il pensiero risiedesse nelle phrenes (il petto vicino alla zona dei polmoni), contenenti la sostanza aerea del thumos, esalazione del sangue la' residente, e che questa credenza accomunasse i Greci con molte culture arcaiche. La mente arcaica individua piuttosto il cervello come sede della psyche' nel senso del soffio generativo. Lo sperma viene infatti creduto una produzione della materia cerebrale cui somiglia anche per consistenza, soffiato fuori dal maschio dopo essere passato dalla spina dorsale. Platone nel Timeo conosce questa accezione di psyche' e la distingue da quella piu' nobile ed immateriale che crea il pensiero.
Platone ha un compito ingrato: per eliminare dalla filosofia i troppo sensibili e piacevoli stimoli uditivi deve devocalizzare prima o poi il suo mitico maestro, Socrate. Lo fa, senza troppo rammarico ma cercando di intervenire con la massima circospezione, nel finale del Simposio fatto
recitare ad Alcibiade. Qui lo scapestrato giovane paragona Socrate ai sileni e a Marsia; i primi sono divinita' suonatrici di flauto, il satiro Marsia entro' in gara musicale con lo stesso dio Apollo e fini' spellato vivo dallo stesso.
Socrate e' ancora il filosofo che crea discorsi belli e affascinanti a udirsi, il suo potere di convinzione passa ancora per il registro sonoro.
Per Platone i discorsi socratici hanno un dentro e un fuori come le statuette dei sileni; l'involucro esterno vocalico e' da buttare, mentre l'interno e' meraviglioso e divino, puro contenuto concettuale.
Anche Omero, autorita' indiscussa del mondo poetico, viene rifiutato in questo senso, come tutto il registro poetico e retorico. Anche Havelock concorda che Platone rifiuta l'epica soprattutto per
eliminare l'elemento di godimento e di passione della sfera sonora; ma anche la scuola di ricerca che si e' concentrata sull'oralita' non ha sviluppato il tema dell'unicita' della voce.


Socrate

Dopo l'operazione compiuta alle origini della filosofia occidentale, alle donne rimane l'involucro sonoro rifiutato dagli uomini: le donne cioe' per antonomasia cantano, visto che non possono filosofare e legare la propria voce al senso. Si identificano con essa come la cantante Pellegrina Leoni creata da Karen Blixen; perdendo la voce di soprano a seguito delle lesioni riportate nell'incendio di un teatro, essa decide di cambiare identita', e di averne molte e nessuna. La protagonista del film Lezioni di piano, di Jane Campion, rimasta muta dopo un incidente, comunica al mondo tramite la figlia e il suo pianoforte.
Nel melodramma ottocentesco si compie una strana vittoria della voce, corrispondente all'elemento femminile; la passionalita' del canto e l'importanza del ruolo della primadonna si contrappone bizzarramente al contenuto sempre misogino delle pieces, dove l'eroina e' una personalita' deviante destinata alla sconfitta, ma il cui riscatto sorprendentemente avviene mentre essa canta, o perche' essa canta. La prevalenza del vocalico sul significato permette in questo genere di fruire di opere in lingua straniera anche da parte di ascoltatori che non capiscono parola per parola cio' che sentono, ma capiscono il significato profondo del canto.

Autrici come Julia Kristeva ed Helene Cixous hanno fondato in chiave psicoanalitica le loro poetiche sul tentativo di ristabilire scrivendo il godimento del testo eliminato da Platone, ritrovando a contatto con la voce il piacere provato da bambini dall'udire la lingua della madre. Kristeva elabora il concetto di chora semiotica, un luogo che innanzitutto e' uno spazio di relazione tra madre e bambino dove i soggetti non sono ben differenziati e dove il bambino puo' scambiare comunicazione e affetto senza comunicare nulla sul piano semantico. Kristeva prende a prestito il termine chora dal Timeo platonico, dove parlando dell'universo, il filosofo lo descrive come opera di un demiurgo che deve plasmare una materia informe sul modello delle idee eterne; il materiale da plasmare e' appunto la chora, che pero' in Kristeva assume il carattere di un indistinto sonoro piu' che materiale.
Cixous parte anch'essa dalla primitiva lingua materna; ricorda che voleva goderne mentre mangiava, a pena di non toccare cibo, tanto rappresentava per lei un nutrimento essenziale. Essa intende creare una lingualatte (languelait) che oltrepassi i limiti del simbolico di segno patriarcale. Lingua che liberamente fluisce, deborda e si fa materia, corpo narrante, musicalita' gratuita e abbondante, dolce come il latte materno. Il senso si libera in una musicalita' che non e' disordine, tanto da farle dire che la verita' che cosi' si esprime canta intonata. Ecriture feminine e' allora scrittura che libera questo senso musicale e materno, con la complicazione per l'autrice di essere un'ebrea francese nata in Algeria e di madre tedesca. Il francese in cui scrive e' per lei lingua dei dominatori, il tedesco la lingua materna, con l'influenza ebraica della vocalita' nel divino vista in precedenza come soffio e voce tonante di Dio.
Implicazioni politiche della parola: e' la parola che fonda la comunita' politica, l'atto del parlarsi? Per Aristotele il logos politico e' soprattutto un sistema di significati e di regole che lega a se' i parlanti della comunita', l'accento essendo posto ancora una volta sul detto piu' che sul dire; condividendo una comunita' linguistica, i cittadini della polis possono condividere anche una comunita' politica. Per Arendt invece non importa tanto ne' il sistema delle regole condiviso ne' i contenuti del parlare politico, quanto il fatto che parlandosi gli individui comunicano la loro unicita' al mondo. L'identita' di ciascuno non e' rivelata ne' rivelabile all'individuo se non in chiave religiosa (solo Dio puo' rivelare all'uomo il suo chi e', come crede Agostino); il senso dell'esistenza in questo mondo e' pero' esperibile per l'uomo nell'agire politicamente, cioe' nel parlarsi di ciascuno con gli altri.
Per Arendt il Dire conta piu' che non il Detto; percio' ogni politica, anche democratica, che si rivolga all'Uomo astratto non sara' mai veramente tale; solo privilegiando il registro della relazione e il riconoscimento dell'unicita' degli esseri puo' fondarsi una vera comunita' politica.


Julia Kristeva

Le implicazioni di una politica che tenga conto della voce sono molteplici: da un lato si risolve in modo radicale la contraddizione tra la visione aristotelica della comunita' politica come naturale tendenza alla coesione degli individui (zoon politikon) e la moderna teoria contrattualistica per cui gli umani, tendenzialmente autosufficienti, stabiliscono per contratto le regole di vita associata; se la politica e' fatta da soggetti che si parlano, e' impensabile per la politica prescindere dalla relazione. Una politica basata sulla relazione dei parlanti non potrebbe essere gerarchica o discriminatrice: tutti e tutte senza dubbio hanno il diritto/dovere/possibilita' di espressione. Una politica giocata sulla relazione delle voci escluderebbe i rischi di un sempre possibile ritorno del totalitarismo o di dottrine che riducono l'umanita' a massa, mentre ciascuno sarebbe chiamato ad esprimersi senza delegare ad altri (cosa un tempo impensabile ma con le moderne tecnologie informatiche non piu' soltanto futuribile).
Nel momento storico attuale dove tutte le categorie tradizionali della politica (stato, nazione, cittadinanza, rappresentanza) sono da ripensare, una politica fondata sulla voce di chi si parla appare adeguata a gestire i fenomeni globali e gli scenari impensati che si sono costituiti; un esempio di questa forma politica esiste gia' nella pratica della differenza sessuale che il femminismo, anche e soprattutto quello italiano, ha messo a disposizione di tutti e di tutte.

(Da "La nonviolenza è in cammino", Numero 1203 dell'11 febbraio 2006)


Adriana Cavarero
A più voci. Filosofia dell'espressione vocale
Feltrinelli 2003
€ 20,00


Gabriella Freccero, laureata in Storia ad indirizzo antico, da sempre attivamente impegnata nel movimento femminista, vive e lavora a Savona. Collabora con numerose riviste fra cui Donne e conoscenza storica, Senecio, Dominae, Leggere donna, La Civetta.

sabato 15 maggio 2010

Storia di Gino G., classe 1891



Fra polemiche ridicole e fiumi di retorica si celebrano i centocinquanta anni dello Stato unitario. Come sempre è la"Storia" dei grandi eventi, delle date, dei personaggi eccellenti. La storia che ci hanno insegnato a scuola. Nessuno ricorderà Gino G. morto a 27 anni nel 1918 e gli altri milioni di uomini e donne come lui senza un volto e senza un nome.



Sergio Giuliani

Storia di Gino G., classe 1891


Gino G., classe 1891, ricevette la cartolina precetto per la guerra di Libia, quella, come dicevano i giornali, che Giolitti e il Banco di Roma avevano preparato a puntino, riscatto delle troppe cattiverie dette sull’”Italietta”. Per la piccola statura era soprannominato “Pochettino”; sfortuna aveva voluto che, alla leva, estraesse un numero basso (chi estraeva un numero alto, allora, non era richiamato: suo cugino lo canzonava un poco, lui che dal numero estratto aveva avuto il soprannome: “Cento”)

Cos’era e dov’era la Libia. da P.? Pareva saperlo suo padre, Beppe, che, con gli altri padri di coscritti, si era disteso sui binari per non far partire la tradotta ed era stato arrestato. Lui, di certo, non capiva. Al limite, appassionato di meccanica e di motori, come i fratelli, era interessato dalla qualifica di “caporale autiere” e dal parco macchine dell’esercito. Forse, quando partì, D.,la bambina che sarebbe divenuta sua cognata senza che l’abbia mai potuto sapere, cantava a scuola, con le compagne: “Tripoli sarà italiana, / sarà italiana al rombo del cannon!”

Portò con sé una macchina fotografica (la passione per le novità) che per la troppa luce fece foto tutte gialle (una sola leggibile). Le usava come cartoline con le quali mandava notizie ai suoi familiari, dalla battaglia di Sciara Sciat e dal Fezzan, dove doveva esserci un autoparco, perché nelle foto si vedono camionette ed auto in riparazione, alberi motore smontati, soldati in tuta e via dicendo: probabilmente Gino era nel suo, a trattar motori. I fratelli lo aspettavano per intraprendere un’attività comune che probabilmente avrebbe avuto ottimo avvio.

Nelle didascalie delle foto, c’è poco o nulla di “politico”: un forte conquistato, un cannone turco con un libico a cavalcioni, commilitoni: nulla; non aveva visto nulla –o non lo dice- della resistenza libica all’invasore che cacciava l’impero turco ormai morente per sostituirlo con maggior concretezza coloniale. Gino venne congedato e tornò a P. Il fratello Leonetto che si dilettava di poesia ed era l’intellettuale della famiglia: impiegato di concetto, militare di leva in aeronautica a Torino, dove aveva respirato aria gramsciana, attore di filodrammatica, consigliere comunale e timoniere, quindi, dell’antifascismo di famiglia che pagherà a carissimo prezzo, gli fa trovare un’ode di cui mi tornano due versi “…ed ora tra noi, Gino, torni amabile /cinto di bionda aureola.” Avrebbe detto Gramsci: “Roba da spiritare i cani!” Ma tant’è!

Dopo qualche giro di valzer, l’Italia di Sidney Sonnino e di Paolo Boselli entra nella grande guerra e Gino riparte per il fronte. Poche le foto, stavolta e ben calibrate tra bianco e nero: rovine di case in paesi e città venete prese a cannonate. Leonetto vola con Baracca, serio serio alle spalle dell’asso, su un aereo che ha dell’incredibile e pare tutto di tela e tiranteria. Ma poi ne scende: meteorologo a Mirafiori (quando si dice” intellettuale”!) Gino, nella blusa a collo alto con le stellette, ha un viso di buono e di indifeso. Ha il mento col buco molto pronunciato e gli occhi chiarissimi e dolci. Mi è rimasto davvero poco di lui: evidentemente le lettere e forse altre foto si sono perdute nel disastro della famiglia.

Credo che abbia dato notizie di sé fino al tempo, o quasi, di Vittorio Veneto. la guerra finisce; tornano i compaesani reduci, ma lui no.La madre ed il fratello partono da P. per Castelfranco Veneto,l’ultimo recapito conosciuto del suo reggimento. C’è aria di smobilitazione; comprensibile: i documenti sono come volati e nessuno sa. Ma nel paese della grande pala di Giorgione e della sua casa c’è un ospedale da campo, il numero 100 (un messaggio del cugino?). la madre ed il fratello entrano nella lunga tenda e…c’è una salma, tutta nera, ormai. La madre riconosce le mutande (ne passeranno decenni perché si chiamo slip,boxer etc!!) dalla stoffa che aveva usato per farle. Non c’è nessuno! Si compra una bara e, con una pala lasciata dall’esercito congedato, il fratello sistema la salma per il viaggio a P.,l’ultimo.

L’esercito provvede al loculo nello spazio degli “eroi”. Non so chi provvide alla retorica lapide: forse uno zio che si piccava letterato. Era il 1918: Gino aveva vissuto 27 anni! Il fratello non ha mai voluto sentir suonare la campana di Piazza Mameli, perché non capiva, non voleva capire eroismi e guerre. Il nipote ha riposto la grande foto di Gino, anche perché gli sembrava intollerabile quel viso di buono, quell’innocenza appena appena, a ben vedere, segnata negli occhi fermi di toscana malizia. Ma soprattutto perché i due si assomigliavano moltissimo ed il nipote, a chi gli chiedesse in che corpo avesse prestato servizio militare, con quelle lontane mostrine, doveva sempre rispondere: “Non sono io” e gli dispiaceva un poco.


Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

venerdì 14 maggio 2010

Pino Bertelli, Volti del Mediterraneo










giovedì 13 maggio 2010

La sacralizzazione del quotidiano III


Concludiamo la pubblicazione del saggio di Nathalie Roelens sulla sacralizzazione del quotidiano. Le parti precedenti sono state postate martedì 11 e mercoledì 12 maggio.

Nathalie Roelens

L’incanto dell’oggetto fortuito in Ponge, Caillois, Breton e Sebald

Parte terza


4. Georg Sebald

Austerlitz di Georg Sebald (62) è la storia destinale di un bambino ebreo che fu accolto a quattro anni e mezzo da una coppia di pastori gallesi nel 1939 e che mezzo secolo dopo, diventato professore universitario, prova a rimemorare la prima infanzia che la coscienza aveva rimosso. È lo zaino ad essere investito qui di un valore sacro, uno zaino da professore à la Wittgenstein, utilizzato oltre la durata del lecito, e quindi di nuovo destrumentalizzato. Solo più tardi il narratore che scrive la biografia per intermittenza di questo strano professore e che si stupisce di vederlo vent’anni di seguito con lo stesso zaino ne capirà la ragione. Austerlitz spiega come un giorno nella sala d’attesa della Liverpool Street Station di Londra, la carica memoriale ruppe la barriera della censura psichica (63) e egli rivide l’immagine fantasmatica del pastore con la moglie, ma anche di un ragazzino di quattro anni e mezzo che stringe uno zaino sulle ginocchia:
Ed è soprattutto la scomparsa brusca “inesplicabile” (64) (la sua carenza) del piccolo zaino verde legato al lento cancellarsi della lingua materna a investirlo di un valore sacro.
A partire da quel momento Austerlitz comincia un’investigazione negli archivi per ritrovare le sue origini. È solo una volta arrivato a Praga che assiste ad un lento risveglio dei sensi per tanto tempo anestetizzati. L’incontro con la sua balia Vera che vive ancora totalmente nel mito della madre deportata, l’attrice Agáta Austerlitzová, sarà determinante perché gli ricorda il “piccolo zaino con qualche viatico” (65) che portava con se al momento della partenza per l’Inghilterra. Attraverso la sedimentazione degli strati memoriali lo zaino adulto triviale, a cui Austerlitz era rimasto legato oltre la sua durata di vita normale, verrà risemantizzato dallo zaino infantile, sacralizzato, reso di degno di rispetto, di venerazione, in breve inviolabile.
Assistiamo qui ad un fenomeno di contaminazione di sacralità. La prova di questo contagio, vale a dire che lo zaino adulto sia diventato e vissuto come sacro, è la frase di Marie-Thérèse durante una visita a Marienbad, luogo di villeggiatura dove Austerlitz aveva passato le sue ultime vacanze insieme ai genitori: “Perché dal nostro arrivo non hai disfatto i tuoi bagagli e non vivi per così dire che del tuo zaino ?” (66).
Invece, contrariamente all’oggetto sacro, le foto della sua infanzia lo lasciano indifferente: in particolare quella che lo rappresenta travestito da paggio in un ampio giardino non riesce a riconferirgli il senso della realtà che ha perduto: “Quella sera [...] quando Vera mi ha presentato la foto del bambino cavaliere, non ho avuto la reazione che si sarebbe aspettato, non sono stato commosso né sconvolto, disse Austerlitz, ma muto e stupido, incapace del minimo pensiero. E più tardi, quando pensavo al paggio di cinque anni, solo un panico bianco s’impadroniva di me, e nient’altro” (67).
Solo un fotogramma della madre in un film su Theresienstadt avrà il potere di operare il rapimento sacro, assente nella foto del paggio. Internata a Theresienstadt prima di essere deportata verso l’Est, la madre deve aver vissuto la visita della commissione della Croce Rossa nella primavera 1944, occasione per le istanze competenti del Reich di dissimulare il campo in stazione climatica piacevole grazie ad un’azione d’imbellimento. Durante le sue investigazioni Austerlitz scopre che i Tedeschi hanno fatto un film ormai perso di questa visita ufficiale. Si tratta di un documento di un quarto d’ora intitolato Der Führer schenkt den Juden eine Stadt. Finisce per ritrovarlo e, siccome presenta solo visi fuggitivi, ne fa confezionare una copia quattro volte rallentato. Tutto converge allora nell’immagine sacra, intoccabile, della madre a Theresienstadt, benché soltanto presenza plausibile che si rivelerà finalmente erronea, mal referenziata. O meglio, sicuramente presente a Theresienstadt ma fuori campo, il fotogramma sacro pur sbagliando designazione, pur fallendo nel suo valore certificativo, di prova irrefutabile, tocca qui ad una presenza altrove, ma facendo parte dello spazio enunciazionale condiviso mentalmente dal fruitore che si è informato sui concerti organizzati in occasione della visita della Croce Rossa. Di nuovo, l’immagine sacra si rivela vuota di contenuto, referenzialmente instabile ma piena d’investimenti valoriali da parte del fruitore.
[...] sulla metà sinistra, leggermente in disparte verso il bordo superiore, appare il viso d’una donna piuttosto giovane, staccandosi a pena dall’ombra nera che la circonda, il che spiega che in un primo tempo non l’avevo notata. [...] sì, è esattamente a ciò che somigliava, mi dico, e non smetto di guardare questo viso che mi è tanto familiare quanto straniero, disse Austerlitz, rigiro la cassetta, una volta, dieci volte, e vedo il contatore nell’angolo superiore sinistro dello schermo, le cifre che ricoprono una parte della sua fronte, i minuti e i secondi [...] (68).
La balia smentirà di primo acchito una possibile “prova di esistenza” nel fotogramma scelto e sacralizzato da Austerlitz. Un’altra foto, trovata nei registri delle annate 1938 e 1939 degli Archivi teatrali di Praga “nella quale Vera, senza l’ombra di un dubbio, come dice, riconosce Agáta tale quale era a quell’epoca” (69) non offre invece la plus-value dell’immagine sacra.
Abbiamo qui la prova della vacuità referenziale dell’immagine sacra, non importa se rimandi a qualcuno di reale, non importa se la relazione indicale sia sbilenca, è l’immagine in sé ad essere prioritaria, ad avere un carattere di evidenza a dispetto della sua verificabilità. Mentre “la magia prodotta dalla fotografia del Giardino d’Inverno è significata attraverso il fatto che è l’unica foto descritta e che non può essere mostrata” (70), la magia risiede qui nel mostrare il possibile, più carico affettivamente, piuttosto che il reale, il virtuale piuttosto che l’attuale.



Conclusione
L’immagine sacra sarebbe infine un’immagine di cui l’apparenza si autoannulla, che si svuota della sua consistenza, che è lì solo per lasciarsi investire dai fantasmi estetici, amorosi, affettivi del fruitore, per evitare tanto la deriva idolatra dell’oggetto sacro o dell’immagine sacra adorato per sé e non per quello che raffigura, quanto l’ossessione referenziale della fotografia dove l’immagine scompare per lasciar posto al reale. Occorre vedere l’immagine sacra come un ricettacolo impalpabile di esperienze del fruitore, un’ombra vana che trascina solo la grazia dell’esperienza, un avvenimento incorporeo, un’ecceità, come dice Gilles Deleuze sulla scia degli Stoici e di Duns Scott: “Una stagione, un inverno, un’estate, un’ora, una data (‘un grado di caldo, un’intensità’, ‘Quelle terribili cinque della sera!’, ‘una passeggiata’, le ragazze in fiore in Proust) hanno un’individualità perfetta e che non manca di nulla, benché non si confonda con quella di una cosa o di un soggetto. Sono delle ecceità, nel senso che lì tutto è rapporto di movimento e di riposo tra molecole o particelle, capacità di affliggere o di essere afflitto (pouvoir d’affecter ou d’être affecté)” (71). L’immagine sacra prolifera oltre il quadro, non verso uno “c’è stato” ma verso l’altrove di una temporalità e di una spazialità non circoscritte, diffuse, “come un vapore su un prato” (72), del divenire del soggetto che si appoggia sull’immagine solo come pedana verso altre sfere. L’immagine sacra diventa fantasma, ombra, un po’ come l’anima beata che Dante abbraccia nel canto due del Purgatorio, incontro fortuito di una grazia estrema:
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. (73)
Se si sostanzializza invece il sacro si rischia di profanare la sua inviolabilità, la sua esclusività, il suo segreto.

Note

62 W.G.Sebald, Austerlitz, (Carl Hanser Verlag, 2001), Actes Sud, 2002.
63 “la resistance que j’entretenais depuis tant d’années contre la montée du souvenir” (Ibid., p. 294)
64 “Oui, je ne vis pas seulement le pasteur et sa femme, dit Austerlitz, mais aussi le petit garçon qu’ils étaient venus chercher: il était assis tout seul dans son coin sur un banc. Ses jambes prises dans des chaussettes blanches et montantes ne touchaient pas encore le sol et n’eût été ce petit sac à dos qu’il serrait sur ses genoux, je crois, dit Austerlitz, que je ne l’aurais pas reconnu. Mais je le reconnus à ce détail, à ce petit sac à dos, et, pour la première fois depuis que j’étais capable de mémoire, je me souvins de moi, en cet instant je compris que c’était par cette salle d’attente que je devais être arrivé en Angleterre, plus d’un demi-siècle auparavant. [...] Je me rappelle qu’en voyant le garçonnet assis sur son banc je réalisai, au travers de ma sourde torpeur, à quel point l’état d’abandon dans lequel j’avais vécu durant ces nombreuses années avait été destructeur et je me rappelle aussi qu’une terrible fatigue me gagna à la pensée de n’avoir jamais été véritablement en vie, ou de ne naître que maintenant, pour ainsi dire à la veille de ma mort. […] Je ne saurais détailler plus avant ce que je vécus dans les premiers jours passés à Bala sous le toit du couple Elias. Je me rappelle les nouveaux vêtements qui me rendirent très malheureux, la disparition inexplicable de mon petit sac à dos vert, et pour finir je m’imagine avoir encore perçu le lent effacement de ma langue natale, de mois en mois le dépérissement de sa clameur, dont je pense que je gardai au moins encore un temps la trace.” (Ibid., pp. 190-192)
65 Ibid., p. 241.
66 “Pourquoi, depuis que nous sommes arrivés ici, dit-elle, es-tu comme un étang pris par les glaces? Pourquoi est-ce que je te vois ouvrir la bouche, sur le point de dire quelque chose, de le crier même, et qu’ensuite je n’entends rien? Pourquoi depuis notre arrivée n’as-tu pas défait tes bagages et ne vistu pour ainsi dire que de ton sac à dos?” (Ibid., p. 296)
67 “Ce soir-là, dans la Šporkova, lorsque Vera m’a présenté la photo de l’enfant chevalier, je n’ai pas eu la réaction que l’on aurait attendue, je n’ai pas été ému ni bouleversé, dit Austerlitz, mais muet et stupide, incapable de la moindre pensée. Et quand plus tard je songeais au page de cinq ans, c’est une panique blanche qui s’emparait de moi, et rien d’autre. Aussi loin que je puisse revenir en arrière, dit Austerlitz, j’ai toujours eu le sentiment de ne pas avoir de place dans la réalité, de ne pas avoir d’existence, et jamais ce sentiment n’a été aussi fort que ce soir-là, dans la Šporkova, lorsque j’ai été dévisagé par le regard du petit page de la reine des Roses.’’ (Ibid., pp. 254-256)
68 “Tout au long du concert, la caméra fixe en gros plan telle ou telle personne, entre autres un vieux monsieur dont la tête aux cheveux gris coupés court emplit la moitié droite de l’image, tandis que sur la moitié gauche, légèrement en retrait vers le bord supérieur, apparaît le visage d’une femme plutôt jeune, se détachant à peine de l’ombre noire qui l’entoure, ce qui explique que dans un premier temps je ne l’aie pas remarquée. Elle porte autour du cou, dit Austerlitz, un collier dont les trois rangs fins se distinguent à peine sur sa robe foncée à col montant, et une fleur blanche est piquée dans sa chevelure. Exactement comme les pâles souvenirs, et les rares autres indices qui me restent encore aujourd’hui, me permettent d’imaginer l’actrice Agáta, oui, c’est exactement à cela qu’elle ressemble, me dis-je, et je ne cesse de regarder ce visage qui m’est autant familier qu’étranger, dit Austerlitz, je rembobine la cassette, une fois, dix fois, et je vois le compteur dans le coin supérieur gauche de l’écran, les chiffres qui recouvrent une partie de son front, les minutes et les secondes, de 10:53 à 10:57, et les centièmes de seconde qui défilent, si vite qu’on ne peut ni les fixer ni les déchiffrer.” (Ibid., p. 341)
69 “dans lequel Vera, donc, sans l’ombre d’un doute, comme elle le dit, reconnut Agáta telle qu’elle était à cette époque.” (Ibid., pp. 344-345)
70 Maria Giulia Dondero, op.cit., p. 31.
71 Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille Plateaux, Paris, Minuit, 1980, p. 318. Nei Dialoghi Deleuze aggiunge altri esempi di ecceità (Gilles Deleuze & Claire Parnet, Dialogues, Paris, Flammarion, 1996, pp. 111-112)
72 Gilles Deleuze, Logique du sens, Paris, Minuit, 1969.
73 Dante Alighieri, La Divina Commedia, Il Purgatorio, Canto 2, 76-81.

(Tratto da: www.ec-aiss.it)

Nathalie Roelens insegna Letteratura francese e Teoria letteraria all' Università di Nimega ed è ricercatrice all' Università di Anversa. I suoi lavori recenti si inscrivono nel campo della semiotica visuale (e in particolare sulla rappresentazione del religioso). E' membro effettivo dell'associazione internazionale Word and Image Studies. tra le sue pubblicazioni: Le lecteur, ce voyeur absolu (1998), Jacques Derrida et l'esthétique (2000), « Homo orthopedicus ». Le corps et ses prothèses à l'époque (post)moderniste (2001), L'imaginaire de l'écran.