TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 giugno 2010

Guy Debord, Lettere sulla Conferenza di Cosio d'Arroscia




A fine luglio 1957 a Cosio d'Arroscia, nell'entroterra di Imperia, si teneva la Conferenza di fondazione dell'Internazionale situazionista. Pubblichiamo alcune lettere di Guy Debord a Pinot Gallizio, Piero Simondo e Asger Jorn, relative a quell'avvenimento.

Guy Debord

Lettere sulla Conferenza di Cosio d'Arroscia



Parigi, 19 giugno 1957

Caro Pinot, [1]

Ho compreso bene la tua lettera, ma io ti devo scrivere in francese. Sono rientrato a Parigi solo il giorno in cui ti abbiamo inviato la cartolina rappresentante Piazza Gallizio ancora incompiuta. [2]
Asger era ripartito per Albisola prima del mio arrivo. Elena e Piero [3]devono essere a Cosio d'Arroscia. Rumney [4] verrà presto a Parigi.
(…)
Penso di poterti inviare fra qualche giorno le riviste che mi hai richiesto per gli archivi del Bauhaus [5] – insieme con delle copie del mio ultimo scritto di analisi e propaganda per il movimento. [6] Distribuisci queste copie agli amici che vuoi.
Una pubblicazione generale sui lavori del Laboratorio, così come per i testi del congresso di Alba [7], credo dovrebbe essere la materia di un grosso libro illustrato, il che costa molto caro. Ci penseremo più avanti.
Spero che ci rivedremo presto. I nostri migliori saluti a tutti gli amici di Alba.

Giovedì 11 luglio

Caro Piero, [8]

Ho avuto notizie di Asger e Gallizio – e la maquette della monografia di Gallizio. Asger [9] mi annuncia una notizia biografica proveniente da te, che io devo correggere e inviare a Copenhagen. Ma non l'ho ancora ricevuta.
La data del nostro arrivo a Cosio sarà precisamente quella di lunedì 22 luglio, penso il pomeriggio.
Amerei che tu mi scrivessi prima – che tempo fa, che temperatura c'è a Cosio attualmente, cioè che tipo di vestiti devo portarmi?

Con molta amicizia a Elena e te.



Mercoledì 17 luglio

Caro Piero,

Dato l'affollamento dei treni, il nostro arrivo è ritardato di un giorno; ossia saremo a Cosio solo martedì 23, probabilmente a fine pomeriggio.

Con amicizia

Piero Simondo

Cannes, sabato 3 agosto

Cari Elena e Piero

Apprendo che le mie famose bozze [10] sono in viaggio verso Cannes, quindi le aspetto qui fino a metà della prossima settimana.
Rimpiango vivamente la vostra compagnia e anche un pochino l'Australiano del Scandinavia. [11]
Una conversazione telefonica con Parigi mi assicura che il Vernissage d'Asger si è svolto senza manifestazioni né violenze.
(…)
Asger si imbarca questa sera per l'Italia, credo. Ditegli che la Roue de la fortune è rinviata a Copenhagen.
Grazie ancora per questo gradevole incontro.
Con amicizia



Lunedì mattina [12 agosto]

Sono arrivato finalmente ieri sera, con molte lire e qualche franco ancora inutilizzato. Ma fu un vero cimento [in italiano nel testo]. La cosa più divertente fu la notte passata a Culoz, prima in un bar di camionisti, poi in un giardino pubblico dove ho dovuto uccidere undici zanzare.
Qui non mi manca nulla, salvo il cosiate [12] e delle persone intelligenti. Resterò per il tempo previsto, per cominciare presto la mia pesante parte del lavoro che ci siamo ripartiti.
Naturalmente non ho ancora nessuna notizia di nessuno, e posso solo annunciarvi che sono sfuggito ai pericoli del viaggio come ai carabinieri. E ringraziarvi ancora per questo soggiorno, credo indimenticabile.

A presto


22 agosto 57

Caro Piero,

La tua lettera del 15 agosto mi ha raggiunto questa mattina a Parigi, dopo avermi inseguito a Evian e in Svizzera.
A proposito delle osservazioni che mi comunichi, penso effettivamente che le domande che dobbiamo fare progredire qui possono ricollegarsi a una nozione di spettacolo-partecipazione, a un intervento nell'ambiente. E in questa senso che si dovrebbe cercare un possibile titolo. Porrò questa questione quando Asger e Ralph saranno ritornati qui. Evidentemente noi vogliamo una determinazione precisa degli ambiti, ma ci siamo opposti a una specializzazione individuale. Si deve dunque, a fortiori, stare attenti a non cadere in una sorta di specializzazione per nazionalità (gli Inglesi che si occupano di psicogeografia, gli Italiani di architettura..., ecc.) che sarebbe molto poco comoda, e potrebbe in più sembrare ridicola.
Il punto principale da sottolineare, è che non esiste, che non deve esistere un situazionismo, nel senso di un corpo dottrinario. Esiste un'attitudine sperimentale (precisamente sotto la forma di una Associazione internazionale). Io non ho impiegato, nel mio Rapporto, la parola “situazionismo” che una sola volta – tra virgolette – denunciandola in anticipo come una delle cretinate che i nostri avversari saranno naturalmente portati a opporci (…).
A mia conoscenza, questo termine non è mai stato impiegato altrove (né per iscritto, né verbalmente), da nessuno di noi. Tu sei il primo a porne l'esistenza, nella tua ultima lettera. Fortunatamente, era per opporti.
Il problema più urgente è la preparazione di Eristica [13], almeno della parte redazionale di cui ci siamo assunti la responsabilità. Se deve prodursi un ritardo, chiarisco che non deriva dal nostro lavoro.
1°) Vorrei ricevere i testi di Cosio il più presto possibile.
2°) Ho scritto oggi a Asger a proposito delle illustrazioni. Ho pochissimi clichés utilizzabili per questo numero. Dove sono gli altri? Hai nuove monografie? Il compositore mi avvisa di aver trasmesso al vostro stampatore i clichés supplementari. Aspetto le bozze da correggere.
Con amicizia a Elena e te, anche da parte di Michèle. [14]


Asger Jorn

1° settembre 57

Caro Asger,

Grazie per la lettera e le bozze dei clichés. Penso come te che dobbiamo presentare la “conferenza di Cosio” come il punto di partenza della nostra attività nettamente organizzata e, a partire da subito, avanzare velocemente (se si vuole creare da subito una nuova leggenda su di noi). Quando tu e Ralph sarete rientrati a Parigi, dovremo pensarci due o tre piccole operazioni simultanee – volantini, ecc. - per fare conoscere in Francia la nostra ultima presa di posizione. Io scriverò una nota sulla riunione di Cosio – per Eristica, e anche per il prossimo numero di Potlach [15], che permetterà di trasferire ufficialmente l'eredità “lettrista” al nuovo movimento.
(…)

Note
1)Giuseppe “Pinot” Gallizio
2)Il riferimento è a una cartolina scherzosa inviata da Parigi il 16 giugno 1957.
3)Piero Simondo e la moglie Elena Verrone
4)Ralph Rumney, pittore inglese, fondatore del Comitato psicogeografico di Londra.
5)Riferimento al Bauhaus Immaginista
6)Si tratta del Rapporto sulla costruzione delle situazioni che servirà da base di discussione alla riunione di Cosio d'Arroscia.
7)Il Primo Congresso Mondiale degli artisti Liberi, organizzato ad Alba da Gallizio e Jorn nel settembre 1956.
8)Piero Simondo
9)Asger Jorn
10)Della traduzione del Rapporto.
11)Riferimento scherzoso a Jorn e agli incontri al bar Scandinavia nel porto di Savona.
12)Il vino di Cosio.
13)Il Bollettino del MIBI (Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista).
14)Michèle Bernstein, prima moglie di Guy Debord, membro dell'Internazionale lettrista e poi dell'Internazionale situazionista.
15)Bollettino dell'Internazionale lettrista.

martedì 29 giugno 2010

Guido Seborga su Cesare Pavese



Far riflettere sull'oggi trattando di arte, poesia, cinema, filosofia, libri: questo il senso di Vento largo. Per questo ci piace tanto Guido Seborga. In ogni sua pagina troviamo uno stimolo a pensare in modo critico, a non accettare passivamente l'esistente. In un momento in cui si cerca di mettere il bavaglio alle voci scomode, a chi si ostina a cantare fuori dal coro, riproponiamo questo suo scritto dei primi anni Sessanta dedicato a Cesare Pavese.

Guido Seborga

Cesare Pavese

Presumendo di scriverci un saggio
Oggi sento la necessità scrivendo di Cesare Pavese di trovare le vie del ricordo
per chiarirmi un certo clima passato
Non mi dispiacerebbe se questo interessasse i giovani
Quanto è difficile comunicare tra una generazione e l'altra
Quanto tempo perduto e non più ritrovato

Credo impossibile capire Pavese
senza pensarlo uomo in clima di dittatura
un intellettuale in clima di massima chiusura
Cari giovani è molto bello essere ideologicamente contro la dittatura
ma per conoscerla a fondo occorre averla vissuta quotidianamente
ora per ora, minuto per minuto e vent'anni
Pavese ebbe la fortuna di essere vicino a uomini
di grande valore come Ginzburg Monti Mila
Monti che parlando dei suoi amici-allievi più giovani
diceva scherzando: “la generazione dei girini...”
E ancora le grandi figure di Gobetti De Rosa Giua

Arrivavo a Torino da Montecarlo Parigi Bordighera
Raccolsi il messaggio umano di quegli uomini
Non tanto la loro cultura
Mi ero già formato alla scuola di Picasso, Eluard, Breton, Aragon
Ma quando vidi come quegli uomini tenevano testa al fascismo
capii che dovevo fare altrettanto
lasciare le esitazioni e le PAURE
non cedere

Debenedetti per paura scriveva nel meridiano di Roma un saggio favorevole a Mussolini
Giacomino non era fascista ma aveva Paura
Paura l'avevamo tutti
Occorreva vincerla non cedere mai
Leone Augusto Massimo insegnarono per primi questo a noi tutti
portai il loro esempio sulla costa
cadde Renato Brunati Lina Maefrett però riuscì a fuggire per miracolo
dal campo di concentramento tedesco
Vincere la Paura
perdere e non vincere
E DISERTARE TUTTE LE GUERRE FASCISTE
Non farne una fu il nostro primo passo decisivo
Piovene per paura scriveva contro gli ebrei
quando anche molti fascisti non erano razzisti
gl'italiani non sono razzisti
lo sono di più gli americani
lo sono di più i teutoni
Pavese occorre dirlo tra tanti letteratucoli astratti e classicheggianti
nessuno fascista quasi tutti opportunisti complici
combatteva per l'uomo
per un uomo che drammaticamente non gli riusciva di trovare
questo potrebbe anche essere la sua fonda tragedia
e se la sua solitudine fu logica nel clima dittatoriale
che giustificava simbolicamente ogni realtà


(Tratto da: Laura Hess-Massimo Novelli, Guido Seborga, Spoon River 2009)





Laura Hess – Massimo Novelli
Guido Seborga
Scritti, immagini, lettere
Spoon River, Torino 2009
Euro 23

lunedì 28 giugno 2010

Epatta, ovvero come conteggiare i giorni della luna




Spesso, parlando con vecchi contadini del nostro entroterra, si sente parlare di epatta. Parola misteriosa, dal suono magico. Guido Araldo ce ne spiega il significato



Guido Araldo


Epatta, ovvero come conteggiare i giorni della luna




Epäta = epatta (il sistema di conteggiare i giorni della luna. Deriva dal greco epaktai hemèrai = giorni aggiunti. Non a caso il secondo canone della riforma del calendario gregoriano precisa che "sono 11 i giorni in cui il comune anno solare di 365 giorni eccede l’anno lunare di 354 giorni”. Per l’esattezza la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi (mese siderale); mentre il mese lunare, ovvero il tempo che intercorre tra due “lune nuove”, ha una durata media di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi. Questa differenza è dovuta alle rotazioni della terra, della luna e al loro allineamento al sole, che peraltro varia a seconda della stagioni, poiché nel corso dell'anno la velocità della Terra lungo la sua orbita varia in dipendenza della distanza Terra-Sole.
Ad ogni modo occorre ricordare che l’epatta corrisponde sempre al numero dei giorni tra il novilunio di febbraio (considerato l’ultimo mese dell’anno) e l’ultimo giorno di quel mese. Nel 2009 era 3, nel 2010 è il 14.
Pertanto, per quanto riguarda l’anno 2010, per conoscere la posizione della luna in cielo basta aggiungere a 14, il numero dell’epatta, il numero del mese e il numero di giorni nel mese, con l’avvertenza che per l’epatta l’anno comincia a marzo. Il mese di marzo, pertanto, corrisponde a 1, come nell’antichità più remota, aprile 2… per cui settembre ridiventa 7, ottobre 8, novembre 9 e dicembre 10, gennaio 11 e febbraio 12.




Un’ulteriore avvertenza: ogni volta che il conteggio raggiunge 30, approssimativamente i giorni del mese lunare, si riparte da zero. Alcuni esempi: che luna ci sarà a San Giovanni, il 24 giugno 2010? 14 (il numero dell’epatta) + 4 (il numero del mese) + 24 i giorni del mese: totale 42; si toglie 30 e resta 12: la luna avrà dodici giorni e si appresterà al plenilunio. E a san Lorenzo: il 10 di agosto 2010? 14+6+10 = 30 ovvero zero e, in questo caso, sarà notte di novilunio! E che luna ci sarà a Natale? 14+10+25 = 49 e cioè 19: la luna avrà 19 giorni, luna calante, prossima all’ultimo quarto (per la verità la luna ne avrà venti, poiché il conteggio può variare di un giorno).


Per un ulteriore chiarimento è opportuno ricordare che ogni anno il numero dell’epatta corrisponde ai giorni che intercorrono tra il novilunio di febbraio e l’ultimo giorno del mese. Ad ogni modo basta aggiungere aggiungere 11 (la diversità tra anno solare e anno lunare) al numero dell’epatta dell’anno precedente. Se nel 2009 il numero dell’epatta era 3, ne consegue che per il 2010 è 3+11=14; nel 2011 sarà 14+11 e cioè 25; nel 2012, 25+11=36 e quindi 6, poiché 30 corrisponde sempre a zero, nel 2013 = 17 e nel 2014 = 28.
Ma la diversità tra anno lunare e anno solare non è di 11 giorni esatti e le lunazioni combaciano con l’anno solare ogni 19 anni: ne consegue, pertanto, che l’epatta si ripete secondo un ciclo di 19 anni. Tuttavia, 19 x 11 = 209, e 209 non è multiplo di 30, ma lo è 210; pertanto, dopo 19 anni, ciclo che prende il nome dall’astronomo ateniese Metone, l'epatta deve essere corretta, aggiungendo un giorno affinché il ciclo riprenda da capo e questo è il saltus lunae!)





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 27 giugno 2010

Migrazioni e razzismo in Europa, numero monografico di Guerre & Pace



E' uscito il n. 159 di Guerre & Pace interamente dedicato al tema migrazioni e razzismo in Europa



SOMMARIO n. 159

Presentazione monografico Walter Peruzzi
Le politiche migratorie dell’Ue Fulvio Vassallo Paleologo
L’immigrazione in Francia Jean Yves Feberey
Migranti e razzismo a Nizza intervista a Teresa Maffeis
Gran Bretagna. Il razzismo avanza Richard Seymour
La Germania si chiude su se stessa Olivia Pasorelli (a cura)
Rifugiati cui è stato revocato l’asilo
Il caso spagnolo Giovanni Altieri
Le destre in Ungheria Giuseppe Scaliati
Est Europa. I Rom Paul Polansky
Razzismo e omofobia in Europa
L’Italia nel contesto europeo Alessandra Sciurba
Migrazioni e lotte dei migranti Vassilis Tsianos
Migranti o “cittadini” Marco Poledrini
Crisi Grecia. Una crisi davvero utile Salvatore Cannavò
Thailandia “Né giustizia, né pace” Danielle Sabai
Iraq Libertà e diritti Ornella Sangiovanni
Movimenti Intrecciare alternative Anna Camposampiero
Recensioni di Gianluca Paciucci
In ricordo Beppe Gozzini ci ha lasciato (w. p.)


Richiedi copia o informazioni a guerrepace@mclink.it
Costo del numero monografico MIGRAZIONI E RAZZISMO IN EUROPA è di euro 8 (comprensivo delle spese di spedizione)
L’abbonamento annuo -5 numeri- costa euro 40,00.
Il versamento va effettuato ccp 24648206 intestato GUERRE E PACE, MILANO.

30 giugno: Mio Zio Federico. Spettacolo teatrale a Vado Ligure




Mercoledì 30 giugno
alle ore 21.00
presso la Sala COOP
Vado Ligure

Perché il ricordo del 30 giugno 1960 non rimanga una semplice e sterile commemorazione, l'Associazione “Controcorrente - Per una Sinistra dei Lavoratori” con l'adesione di “Confederazione Unitaria di Base”, della redazione di “www.savonaeponente.com”, ed il patrocinio del Comune di Vado Ligure, organizza un incontro politico/teatral/musicale con il Teatro dell'Ortica di Genova che presenta:

Mio Zio Federico

Scritto da Ivano Malcotti, Musica a cura di Bruno Bregliano
Regia Mirco Bonomi - Video Archivio Ansaldo

L'attore Mirco Bonomi interpreta il nipote di zio Federico, operaio addetto al trasporto merci che racconta l'oggi attraverso il confronto con ricordi legati alla figura del suo mitico Zio, protagonista delle lotte del 30 giugno 1960; il monologo è intervallato dalla coprotagonista Simona Garbarino, “voce fuori scena” (in realtà ben visibile): la collega di lavoro, che canta e recita poesie e canzoni legate alle tradizioni operaie e popolari, accompagnata dal chitarrista Davide Canazza, anche voce di supporto (contro canto).

Antologia di Spoon River: storia di un mito

Club La Biblioteca Albisola Superiore
Comune di Albisola Superiore
Assessorato alla Cultura
Biblioteca Civica

Lunedì letterari
IX edizione 2010
presso M.A.P. (Museo delle arti primarie)
Terre d’asilo
Piazza della Chiesa San Nicolò
Albisola Superiore

1° serata

Antologia di Spoon River: storia di un mito:
da Vittorini e Pavese a Fernanda Pivano, da Mannerini a Fabrizio De Andrè
Lunedì 28 giugno ore 20.30

condurrà il prof. Francesco DE NICOLA dell'Università di Genova

Per informazioni Tel. 019480500 Cell. 3475860648

sabato 26 giugno 2010

I mille occhi del dottor Jorn



Riprendiamo dal bel sito di Sandro Ricaldone dedicato alle avanguardie artistiche europee questo contributo di Joseph Noiret che permette di comprendere meglio gli inizi di CoBrA e il ruolo fondamentale svolto da Asger Jorn.

Joseph Noiret

I mille occhi del dottor Jorn


L'incontro con Jorn ha luogo nell'ottobre 1947, nella grande sala fumosa di un caffé di Bruxelles - oggi scomparso - l' "Horloge", situato nella parte alta della città. La coincidenza del nome è densa di significato: un tempo diverso prende inizio per alcuni di coloro che s'incontrano in quella sala, senza che essi ne abbiano piena coscienza.
Il Bureau du Surrealisme Revolutionnaire aveva organizzato, all'Horloge, una Conferenza Internazionale del Surrealismo Rivoluzionario, cui erano rappresentati: il gruppo SR belga, il gruppo di artisti sperimentali costituitosi in Danimarca, il gruppo SR francese, il gruppo RA, cecoslovacco. Il poeta Achille Chavée apre la conferenza; Christian Dotremont ne é il "segretario generale" (lo spirito del momento è politico) ed Asger Jorn rappresenta il gruppo sperimentale (l'aggettivo ha tutto l'avvenire davanti a sé) danese. Quanto a me, arrivo là a vent'anni, piena la testa di sur realismo e nutrendo nel ventre il sogno imperioso di mutare la vita: "figli miei, il mondo in cui sono vissuto era inabitabile", scriveva in quel tempo Louis Scutenaire.
Stringo con Dotremont ed il poeta Marcel Havrenne un'amicizia che non avrà interruzione, da cui la mia vita sarà profondamente segnata. Incontro anche Jorn, in principio più distante giacché viene dalla Danimarca, vale a dire da un luogo inesistente, ed é più anziano (sebbene più tardi la differenza d'età non giocherà fra noi nessun ruolo; saremo perfettamente all'unisono, nei nostri atti).
Durante la conferenza dell'Horloge, Jorn, con la sua libertà di tono ed il suo modo di porre la questione dell'arte, annunzia la rottura già avviata all'interno del Surrealismo Rivoluzionario. Nella foto che mostra la commissione intenta a redigere la dichiarazione conclusiva del la conferenza, Jorn è passato ormai dall'altra parte del tavolo. Non scrive: sigaro stretto fra le labbra, fissa Dotremont ed in questo sguardo c'è già CoBrA che nasce. I giochi si compiono impercettibilmente, nuove convergenze si delineano.
Dotremont, il cui incontro con Jorn risulta fondamentale ed avvia il conto alla rovescia di CoBrA, dà anch'egli impulso a ciò che si prepara. Nell'unico numero pubblicato a Bruxelles del Bulletin International du Surrealisme Revolutionnaire, scrive:
"Quanto ad Asger Jorn, che gli idealisti definiranno idealista per vendicarsi dell'esattezza con la quale si applica a smontare l'idealismo, non erano trascorsi cinque minuti da che l'avevamo incontrato che già ci travolgeva con il suo magnifico spirito sperimentale surrealista rivoluzionario con cui penetra problemi che ancora non avevamo affrontato". Il "magnifico" spirito sperimentale, gettato da Jorn nello stagno del Surrealismo Rivoluzionario, inizia ad aprirsi la via nei nostri modi d'essere e di pensare. Se il Surrealisme Revolutionnaire é "la rivista più viva del mondo", Jorn é certamente uno dei più vitali fra gli artisti e gli scrittori presenti a Bruxelles. Ed il brulotto della sperimentazione , ch'egli lancia, colerà a picco il Surrealismo Rivoluzionario, così impregnato di logorrea teorica e di settarismo parigino ("l'emulazione, la pigrizia, la preoccupazione per la moda", dice Jorn con cui romperemo nel novembre 1948, per l'appunto a Parigi, per risali re poi sino a Bruxelles, dove tutto era, sia pur indistintamente, iniziato.
Alcuni testi pubblicati nel Bulletin International du SR, nel gennaio 1948 annunziano il colore di ciò che seguirà e designano taluni di coloro che saranno riuniti da CoBrA: quello che Dotremont intitola, in guisa premonitoria, "le Pas gagné" e così il poema di Marcel Havrenne "le Bandeau rouge" che, in alcuni versi enuncia, con la lucidità che é propria dei poeti, il senso profondo dello spirito speri mentale in procinto di acquisire consapevolezza di sé medesimo

des couteaux apparaissent au cadran des horloges
le desordre s'organise au son des fanfares
on chante incroyablement faux

E infine la "dichiarazione" del gruppo sperimentale danese, dove Jorn canta indubbiamente più stonato degli altri, ciò che, in quel momento, rappresenta una maniera accorta di veder giusto.


Jorn, Cobra 1950

Quando rammento ciò che abbiamo vissuto allora, mi pare evidente che CoBrA parlasse in maniera già riconoscibile alla fine del 1947 a Bruxelles, dove noi torneremo a vivere "la favola della materia contro la sabbia della maniera" (C.D.). Gli elementi necessari son messi a punto un anno più tardi, quando gli olandesi del gruppo Reflex si uniscono a noi. Insieme (Jorn, Appel, Constant, Corneille, Dotremont ed io stesso) firmiamo una dichiarazione comune "la Cause etait entendue" che riordina e spazza la retorica delle finzioni teoriciste: poiché "vi sono più cose nella terra d' un quadro che nel cielo della teoria estetica".
Nel novembre1948 la deviazione per Parigi é conclusa (vi serberemo amicizie come quella di Edouard Jaguer, ma non vi sarà un numero francese di CoBrA) e Jorn contribuisce a renderla più breve. Ognuno torna nel proprio paese, ma tutti continueranno a venire a Bruxelles "proprietaria di Cobra-sull'universo", come dice Dotremont, per vivervi la quotidianità di CoBrA.
La presenza di Jorn é stata irresistibile. Venuto dal nord alla ricerca di persone che provassero le stesse inquietudini e la sua stessa quotidiana aspirazione ad una vi ta diversa, Jorn ha iniziato, assieme a Dotremont, ad intrecciare la miccia con cui accenderemo poi insieme, nella neve, il grande falò notturno che si chiamerà CoBrA. Con Jorn lo spirito sperimentale irrompe fra noi, con Jorn che "pela le patate prima di dipingere gli occhi".
Sorprende poco, senza dubbio, che molti ricordi di Jorn appartengano alla nostra quotidianità. Così, noi che camminiamo insieme per una via di Bruxelles e Jorn tiene un gran discorso, agitando le braccia.
O come quando Dotremont installa un banchetto all'entrata d'un cinema i cui palchi polverosi chiudono le loro cortine su amori fugaci in tre vendiamo libri, poveri quali siamo. Appena un libro é venduto Jorn va a comprare dei sigari, di cui accende i nostri sogni. Le nostre discussioni sono vivaci, crediamo che l'arte possa mutare la vita, Jorn s'anima d'un riso. La gente che passa lo squadra, giacché ha un modo primitivo di esser là.
Un'immagine ancora illustra bene la quieta forza sovversiva del suo humour: seduto con noi, in mezzo ad un gruppo di musicisti perduti completamente in discorsi dodecafonici, in equilibrio instabile rispetto all'uditorio, impastoiato da sistemi ed esclusive, Jorn porta al culmine il tumulto teorico tenendo un discorso ora in tedesco e danese, ora in inglese e francese, ora frammischiando parole di tutte queste lingue. Fuma sempre i suoi ilari sigari. In questo istante incarna il rifiuto vivente di tutto ciò che presto getteremo fuori bordo. Ci trascina già altrove, nel luogo in cui cercheremo di lavorare insieme, di scambiare le esperienze, di far vita comune.
"In quest'epoca memorabile - scrive Havrenne - si sono prodotti, nel magazzino delle linee e dei colori, grandi disordini e notevoli scoperte, feconde di verità originarie". Jorn é stato uno dei fautori di un disordine modellato secondo il nostro desiderio; senza di lui, non v'è dubbio, la nostra vita non avrebbe potuto assumere la forma che le abbiamo impressa.

(http://www.quatorze.org/)

Ringraziamo l'amico Sandro Ricaldone che ci consente di utilizzare i testi del suo sito.

venerdì 25 giugno 2010

Quel che il futuro dirà di noi

La sinistra comunista ha ancora un ruolo da svolgere? Decisamente si, risponde Paolo Ferrero. Anche perchè la crisi che scuote l'economia globalizzata dimostra il fallimento delle idee liberiste.

Giorgio Amico

Quel che il futuro dirà di noi, ovvero come uscire dal capitalismo in crisi e dalla dittatura del pensiero unico


Cosa succede quando si assume il punto di vista dell'avversario? Quando non si fa nulla per contrastare quella che Gramsci avrebbe definito “l'egemonia” culturale prima che politica delle classi dominanti? A questa domanda risponde il libro di Paolo Ferrero, “Quel che il futuro dirà di noi”,appena uscito per DeriveApprodi, presentando l'immagine impietosa di una sinistra più che sconfitta quasi dissolta, smarrita, priva di identità, del tutto incapace di ridefinire una prospettiva strategica di lungo periodo.
Ma Ferrero non si limita a delineare i contorni di una crisi che è sotto gli occhi di tutti, ma ripercorre quarant'anni di storia italiana a partire dalle grandi lotte operaie e studentesche del biennio 68-69, passando attraverso la sconfitta del 1980 alla FIAT, vera e propria “catastrofe operaia” che muta radicalmente i rapporti di forza fra le classi, la restaurazione moderata, prima craxiana e, dopo tangentopoli e la fine della prima repubblica, berlusconiana, per arrivare alla fase del liberismo trionfante di quest'ultimo decennio e infine alla crisi attuale. Un viaggio effettuato all'interno di una sinistra incapace nel suo principale partito, il PCI, prima di dare risposte alle aspettative di cambiamento suscitate dai grandi movimenti degli anni '70, e poi, dopo lo scioglimento di questo, sempre più subalterna nelle sue successive mutazioni (PDS-DS-PD) ad una destra rampante e aggressiva che troppo semplicisticamente si è voluta ridurre all'impero televisivo berlusconiano. Una sinistra che su tutti i temi di fondo (guerra, privatizzazioni, precarizzazione crescente del lavoro, riforme istituzionali) si è rivelata balbettante, incerta tanto da aprire la strada all'offensiva sistematica e eversiva della destra.
Ma che ruolo ha avuto Rifondazione comunista in questa crisi che pare inarrestabile della sinistra? Non solo, ci dice Ferrero, il PRC non è riuscito ad incidere sulle contraddizioni del centro-sinistra, ma è stata travolto dalla sua sconfitta pagandone il prezzo più alto e rischiando di scomparire oltre che dal parlamento anche dalla scena politica italiana. La decisione di governare con Prodi, pur essendo chiaro fin da subito come in nessun modo fosse possibile condizionarne le scelte, l'aver alimentato tra i lavoratori e i giovani aspettative che non potevano essere realizzate, ha fatto si che proprio Rifondazione venisse, molto più che il PD, travolta dall'onda di ritorno dell'astensionismo e della disaffezione dalla politica di strati crescenti di lavoratori e di giovani condannati ad un eterno precariato e ad una marginalità senza più sbocchi. Al di là di singoli episodi o di errori contingenti era dunque la linea politica complessiva a essere sbagliata. “Una linea -riconosce Ferrero con estrema onestà - che aveva prodotto una situazione ingestibile” politicamente, qualsiasi scelta si fosse comunque fatta. Una situazione drammatica, tale da provocare una spaccatura verticale nel Partito e l'uscita non solo della minoranza trotskista (Turigliatto), ma anche di larga parte del gruppo dirigente bertinottiano (Vendola) che quelle scelte aveva imposto anche a costo di forzature non certo indolori.
Nel suo libro Paolo Ferrero si interroga dunque senza autocensure sul passato del suo partito e della sinistra, e già questo renderebbe “Quel che il futuro dirà di noi” una lettura consigliabile a tutti coloro (militanti e non) che si domandano come sia stato possibile giungere a questo presente così torbido e carico di pericoli, a questa passività diffusa che pare essere il carattere predominante dell'attuale quadro sociale. Certo, il segretario del PRC non è solo in questa opera necessaria di chiarimento politico e storico, basti pensare agli altrettanto recenti “Il sarto di Ulm” di Lucio Magri e a “La rifondazione mancata” di Salvatore Cannavò, opere di diverso spessore e orientamento, ma che cercano entrambe di stabilire un bilancio della sconfitta. La differenza, positiva nel nostro caso, sta che Ferrero non si limita ad analizzare il passato (vedi Magri) e tanto meno, come invece volentieri fa Cannavò, a distribuire torti e ragioni dall'alto di una presunta superiore “chiarezza” politica o storica, ma nella seconda parte del libro prospetta una possibile via d'uscita da questa situazione di frantumazione di impotenza. Anche qui si parte da un'analisi puntuale del presente, andando a investigare in profondità cause e manifestazioni contingenti della crisi profonda del sistema capitalistico mondiale e del caso italiano in particolare. Un'analisi, ovviamente, non fine a se stessa, né slegata dalla realtà del tracollo della sinistra, ma ad essa strettamente interconnessa soprattutto per quanto attiene la frantumazione del quadro sociale, la scomparsa della capacità di trasformazione collettiva, l'atomizzazione di massa.
“Siamo diventati – scrive Ferrero in uno dei passaggi più convincenti del suo discorso – tutti individui tendenzialmente solitari, chiusi alle influenze altrui, consumatori sordi.... E quando si rimane soli, all'interno di un sistema così articolato da risultare incomprensibile, l'unica via di salvezza appare per l'appunto affidarsi a chi il potere, per qualche motivo, già ce l'ha”.
E' proprio questa passività di massa, questa atomizzazione crescente, sintomi evidentissimi della barbarie avanzante, della logica del tutti contro tutti, che alimenta la crisi della politica e il rifugiarsi anche a sinistra in un populismo tanto gridato quanto incapace di produrre effetti positivi, di invertire la tendenza. Un populismo, “malattia senile” di questa Seconda Repubblica fondata sul bipolarismo, che può solo aprire ulteriori spazi alla destra berlusconiana e leghista.
Per riprendere il cammino della trasformazione occorre dunque prima di tutto uscire dalla sindrome della sconfitta, non volgendosi all'indietro per cercare di recuperare spezzoni del passato, ma cercando in questo presente così difficile, dove il capitale è riuscito a frantumare l'unità della classe operaia e a intaccarne profondamente la stessa coscienza di se, su quali puntiforza potere fare leva per riprendere un filo che nonostante tutte le contraddizioni e le difficoltà non appare del tutto spezzato. Un percorso che passa prima di tutto attraverso la ritessitura sul territorio e nella classe di quelle relazioni sociali che sole possono costituire la base fondante di qualunque progetto di ricostruzione di un soggetto politico capace di pensare la trasformazione senza cedimenti all'ideologia dominante. Uscire dal pensiero unico, dunque, come premessa necessaria di ogni futura battaglia per l'egemonia, contro ogni illusione “sviluppista”, privilegiando sempre il valore d'uso sul valore di scambio nella prospettiva non facile né di breve periodo della ricomposizione della classe come comunità di donne e uomini consapevoli dei propri diritti e delle proprie potenzialità di cambiamento.


Paolo Ferrero
Quel che il futuro dirà di noi
DeriveApprodi, 2010
Euro 12

giovedì 24 giugno 2010

Isolabona: Convegno su Fortunato Peitavino


Giornata di studio dedicata a Fortunato Peitavino, un naturista ad Isolabona nei primi decenni del Novecento


Interverranno:

Robert Castellana
Lorenzo Cortelli
Marco Gennaro
Eric Jean Kamp
Corrado Tanzi
Marco Cassini
Roberta Sala
Libereso Guglielmi

Moderatore dell'incontro sarà Paolo Veziano

La conferenza si svolgerà sabato 26 giugno alle ore 17.00 presso il camping
delle rose a Isolabona, luogo dove Peitavino visse e lavorò, ingresso
libero.

Al termine della giornata verrà offerto un aperitivo.

Da leggere: Francesco Biamonti, Scritti e parlati



Per la rubrica "Da leggere" riproponiamo oggi "Scritti e parlati", raccolta postuma di scritti dispersi, editi o inediti, del grande scrittore ligure scomparso nel 2001, da cui riprendiamo questa breve nota autobiografica.


Francesco Biamonti

Breve nota autobiografica


Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra su sfondi di cielo, di mare o di montagne.
Cerco una prosa rapida e meditante.
Per ciò che c' è di infinito nella vita, vivere è un po' come navigare. Per Baudelaire il mare è una metafora dell' anima. Nella scrittura si vorrebbe imprigionare il canto delle sirene.
Amo il francese, lo spagnolo, il provenzale. In quest' ultimo, come nel dialetto, cerco un' acre verdezza.
Quand' ero ragazzo la Francia rappresentava la sola civiltà dello spirito. Mi piacerebbe vivere su un altipiano di Provenza o sulle coste dell' Atlantico. Come si fa a non avere simpatia per i francesi? Ci hanno insegnato a cercare una visione del mondo.
Il realismo è diverso dal verismo, ingloba la vita e la morte, la finitudine e l' infinito.
Avrigue è un paese al sole, Luvaira un paese da lupi, Aùrno un paese al vento.
La solitudine s' incrocia con le crepe metafisiche.
Fra uomo e donna subentra spesso l' angoscia di sentirsi separati, anche se la donna è l' angelo cosmico. Ciò permette il tono dell' elegia.
Come dice Montale, la memoria non è peccato finché giova, tuttavia non è esente da sensi di colpa. La vita slitta di continuo, ondeggia. Il mare riflette il cielo e vi navigano anche i morti. Le cimetière marin è un testo fondamentale. Tra oro, marmi e tombe, la vita è sempre all' inizio.
Leggo Montale, Valéry, Camus per la loro métaphysique ensoleillée e lo stile rischioso e severo.
Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa.
Ho amato Pavese, Silvio D' Arzo, Calvino, Lalla Romano, Rigoni Stern, Boine, Sbarbaro, Montale.
Il paesaggio? È destino umano abitare un mondo. Un' opera d' arte nasce da un rapporto della coscienza soggettiva con la storia e con la natura. Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi è quello ligure. Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera.
Non denuncio, descrivo un disagio. La terra forse insegna la calma, la ricerca della verità. Amo le radici nella terra, ma anche il cielo e il cosmopolitismo. Ben vengano altri popoli, altri individui, colgono anch' essi il significato delle rocce e dei cieli.
Ho col dialetto un rapporto ambiguo, a volte mi pare di un' acre verdezza, a volte morto, stucchevole, specie se ostentato.
La mia giovinezza fu priva di tutto, di libri, di cultura, di scuola; fu angosciante, mutilata. Forse per questo mi piacciono gli emarginati, coloro che hanno una vita nuda, dove tutto è passaggio, transito, clandestinità. L' uomo è l' essere delle lontananze. «Glissez mortels, n' appuyez pas». È una sentenza dell' antica Francia che mi ripeto sovente...
La donna e la morte sono sogni che si sprigionano all' improvviso. Portano a investigare nella mitologia dell' anima.
Amerei scrivere un giallo senza fatti, per mutamenti interni, oppure un libro di cieli.
Nella vita c' è sempre una mutilazione.





Francesco Biamonti
Scritti e parlati
Einaudi, 2008
€ 19.00

mercoledì 23 giugno 2010

I vetrai di Altare in Argentina


Biblioteca delle Donne di Savona. Scriverne la storia




Dal mese di marzo il fondo librario della Biblioteca delle Donne di Savona è di nuovo consultabile presso la biblioteca del Liceo Scientifico "Orazio Grassi". Marirì Martinengo ricostruisce la storia di quella che è stata la principale realtà organizzata del femminismo savonese.


Marirì Martinengo

(con la collaborazione di Betty Briano e di Giovanna Palmeto)


Biblioteca delle Donne di Savona. Scriverne la storia


I 1300 volumi che, insieme a riviste e a documenti, si trovavano nella Biblioteca delle donne di Savona, dopo una giacenza di molti anni negli scatoloni, sono tornati alla luce negli scaffali.
L'8 marzo 2010 presso il Liceo Scientifico 'Orazio Grassi' di Savona, mia città natale, ci sono stati i festeggiamenti per la resurrezione e l'inaugurazione della nuova sede, una biblioteca di Quartiere, specializzata nella storia del Novecento, situata all'interno del Liceo Scientifico.
Alle spalle di questo avvenimento cittadino - ma soprattutto di donne, come significa la scelta non casuale della data - c'è una lunga storia, iniziata quaranta anni fa, nei primi anni '70 del secolo scorso, quando un gruppo di donne, ospitate all'epoca nella sede del "Manifesto", aveva incominciato a raccogliere e a conservare i primi sacri testi del neofemminismo allora agli albori. L'attività di raccolta e scambio di testi era poi continuata in altro luogo ove aveva sede un consultorio autogestito, come si diceva allora.
In seguito, all'inizio degli anni '80, essendosi accumulata una certa quantità di materiale, germinò in loro il desiderio di ordinare i libri, le riviste i manifesti, gli opuscoli - che venivano pubblicati in gran numero e si diffondevano velocemente in quegli anni di entusiasmo e di vitalità - e di dar vita ad una biblioteca.
Fu utilizzato il locale di Via Briganti, già sede del consultorio, alla periferia nord della città, vicino alla nuova stazione ferroviaria. Ricorsero all'autofinanziamento e anche, per alcuni anni, a qualche contributo pubblico, per il pagamento dell'affitto e l'acquisto dei libri e del materiale indispensabile al funzionamento di una biblioteca aperta alla cittadinanza.
Io, che di mia iniziativa ero entrata in contatto con alcune di queste savonesi e avevo preso a cuore l'iniziativa (e come non avrei potuto, trattandosi di libri e di luoghi per libri?), proposi loro di farmi tramite e di rifornire la biblioteca con le pubblicazioni che c'erano nella Libreria delle donne di Milano, la più attenta e la più aggiornata, in fatto di pubblicazioni femminili, che potesse esistere in Italia.
Esse, diventate ormai mie amiche, accettarono e iniziò così una collaborazione intensa e fruttuosa: mi indicavano i testi che desideravano acquisire, io li prendevo nella Libreria di Milano e li caricavo, stipati in borsone, sull'automobile che, con Vittorio, mio marito, alla guida, aspettava posteggiata in Piazza Diaz (allora la nostra Libreria era in Via Dogana), pronta per partire alla volta di Savona, meta Via Briganti. Questa operazione avveniva ogni tanto nei fine settimana o in prossimità di feste, quando io e lui disponevamo di tempo libero dagli impegni di lavoro. Il pagamento di questi libri, da parte delle bibliotecarie savonesi, avveniva regolarmente e puntualmente.
A poco a poco la Biblioteca si arricchì, con materiale proveniente anche da altre fonti, fu completata la catalogazione, la suddivisione per argomento e fu avviato il prestito.
Nella sala, circondata tutta intorno dagli scaffali e dai mobiletti degli schedari, avvenivano incontri, discussioni politiche, dibattiti sulle riviste, sulle iniziative e prospettive femministe di allora.
Venivano invitate a parlare personalità diventate note a causa della loro attività di pratica e di pensiero nel movimento. La Biblioteca era luogo d'incontro, vi si formavano nuove amicizie e relazioni politiche, vi si parlava dei libri, che erano discussi, suggeriti, criticati.
Era nata e si era sviluppata una pratica politica di donne.
Verso la metà degli anni '90 successe che diminuirono contemporaneamente le risorse finanziarie e le energie delle bibliotecarie, alcune si allontanarono, si verificarono una dispersione e un riflusso di creatività.
Il locale, il cui affitto era divenuto insostenibile, fu chiuso. Da lì iniziò la peregrinazione attraverso varie sedi pubbliche della città, ospiti di volta in volta, grazie all'interessamento di qualche politica amica, di un Quartiere o di una Circoscrizione; complessivamente quattro traslochi, ove ogni volta veniva ripetuta l'estenuante operazione di 'smontaggio' e 'rimontaggio' della biblioteca.
Neppure in quegli anni e nelle diverse sedi mancarono iniziative e collaborazioni volte a mettere in relazione donne, anche di diverse provenienze ed ispirazioni, su pratiche inerenti vari aspetti del pensiero e della creatività femminile; fino ad arrivare, nel 2002, al momento in cui, essendo cambiato il colore politico dell'Amministrazione Comunale e, nella fattispecie, dell'ultima Circoscrizione ospitante, queste amiche non poterono più fruire di benevole ospitalità ed i libri accatastati e inscatolati trovarono posto soltanto negli scantinati della Biblioteca civica della città. L'impresa sembrava avviata definitivamente verso un triste epilogo.
Passarono molti anni.
Poi il miracolo: alcune insegnanti del Liceo Scientifico "Orazio Grassi", vennero a sapere di questo"giacimento" e, in accordo con la Preside, si misero in contatto con le "superstiti" e con la Consigliera Provinciale delle Pari Opportunità, allo scopo di riesumarlo e recuperarlo. Fu così possibile trasportare i libri nei locali del Liceo. Queste insegnanti, coinvolgendo nel lavoro alunni e alunne, si assunsero l'incarico di analizzare il patrimonio ereditato e di estrarre dalle casse libri, riviste, documenti, di catalogarli, di disporli infine negli scaffali a disposizione di studenti, insegnanti, della popolazione del quartiere e della città.
Molti volumi - narrativa e saggistica - nel frattempo erano diventati dei classici e sono testimoni di un periodo fulgente della nostra storia recente; essi possono servire per tesi di laurea in letteratura, storia, filosofia, psicologia e pedagogia.
Ma il loro maggiore valore consiste, secondo me, nel "fare storia", documentare cioè le radici di un pensare e di un fare, di mostrare alle giovani e ai giovani di oggi, che gli agi e la libertà di cui godono sono stati guadagnati, conservati e trasmessi dalle "madri di tutti e tutte loro".

(http://www.donneconoscenzastorica.it/)


Marirì Martinengo, insegnante e studiosa di discipline umanistiche e linguistiche ha promosso insieme ad altre "Comunità di pratica e di riflessione pedagogica e di ricerca storica" che si ispira alla pratica politica della Libreria delle Donne di Milano, di cui fa parte. Ha scritto su Hildegarda di Bingen nel saggio collettaneo Libere di esistere. Civiltà femminile nel Medioevo europeo (SEI, Torino 2001). Ha pubblicato Le trovatore. Poetesse dell'amor cortese, Libreria delle donne, Milano 1996; Le trovatore II. Poetesse e poeti in conflitto, Libreria delle donne, Milano 2001; con Marina Santini ha curato, Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell'insegnamento, supplemento a "Via Dogana", Milano 2002.

martedì 22 giugno 2010

Sensational Architecture

Opere di Isidro Ramirez – Andrea Garuti – Mark Lewis – Spencer Tunick

a cura di Camilla Boemio

Auditorium Parco della Musica – Auditorium Arte
V.le P. De Coubertin 30, Roma

Periodo espositivo: 16 Giugno – 1 Luglio 2010
Orario: da lun a ven, ore 17>21 sab e dom 11>21
ingresso libero

Corsivi: dichiarazioni pericolose



Franco Astengo

Dichiarazioni pericolose


Da un lato la Presidentessa della Confindustria che vuole un “Mediterraneo economia emergente” e dall'altro l'Amministratore Delegato della Fiat che parla di “scioperi e nazionale”: in entrambi i casi emerge prepotente la voglia del “ritorno all'indietro”, dello spingere al massimo l'acceleratore del neo-liberismo in crisi sul terreno non solo dello sfruttamento intensivo del “lavoro vivo”, dell'entrata in scena dell' “esercito di riserva”, di un incremento delle diseguaglianze economiche e sociali (tutti gli ingredienti delle “economie emergenti”, magari accompagnati sul piano politico da una bella stretta autoritaria) ma anche dell'arroganza padronale più pura, della mancanza di rispetto per i singoli e il collettivo, dell'assenza di diritti quale presupposto per l'affermazione di una sorta di rovesciamento di diritto “naturale” che non è certo quello di Grozio ma inteso come diritto inalienabile della capacità di sopraffazione degli “altri” da parte del ricco e potente.
Il quadro è quello della “lotta di classe”, quella che noi a sinistra abbiamo abbandonato in nome dell'abbandono delle ideologie: ideologie portate avanti con ferocia dagli “altri”, dai “padroni”e dai loro corifei. Il tutto sta dentro alla conclamata necessità di abbattere i lacci e lacciuoli della Costituzione Repubblicana, sotto vari aspetti ed anche su quello della possibilità di inaugurare un “diritto di impresa” tipo jungla (magari d'asfalto) costringendo pallidi imitatori dei “padroni”a sottostare al meccanismo impietoso del “darwinismo sociale” ( se passa la modifica dell'articolo 41, dopo quanto tempo conteremo i morti e i feriti della battaglia imprenditoriale, con fallimenti, perdita di posti di lavoro, debiti, drammi singoli e collettivi?). Insomma: c'è poco da illudersi per quanti anche dalle nostre parti pensano alla “modernità”, il tema vero è quello del “ritorno all'indietro”; ai tempi dei crumiri chiamati da fuori per sostituire gli scioperanti; ai temi dei padroni delle ferriere, oggi in guanti gialli, perché usano le tecnologie avanzate e si muovono sul terreno della globalizzazione.
E' questa anche la lezione di fondo che ci arriva da Pomigliano: un “ritorno all'indietro” quale tendenza apparentemente inarrestabile proprio sul piano delle relazioni sociali e dei rapporti di forza: la “modernità” si esprime proprio a questo modo con l'attacco ai diritti fondamentali, al riguardo dei quali non sarebbe retorica ricostruirne l'itinerario di acquisizione, la fatica, il sangue, il muoversi di tutto un popolo, l'occupazione delle fabbriche e delle terre, Modena, Melissa, Montescaglioso, Portella della Ginestra.
Il Sindacato è chiamato a riflettere e a toccare con mano la realtà del post – neocorporativismo (che stiamo vedendo all'opera in chi lavora per il Re di Prussia, raccogliendo i sì per l'accordo di Pomigliano): quel neocorporativismo direttamente legato, sul piano politico, al maggioritario e all'alternanza che doveva servire (dall'accordo Trentin – Amato del '92 in poi) alla classica funzione di “calmiere” del conflitto sociale ( oggi Cofferati riscopre la logica perdente dei piccoli gruppi disperati: sarebbe stato bene pensarci prima).
Il “calmiere” del conflitto sociale (un meccanismo avviatosi fin dagli anni'80, con la limitazione del diritto di sciopero, espressione anche quella della “Filosofiat” all'indomani della marcia dei 40mila) ha portato i suoi frutti: rinuncia al conflitto, limiti alla capacità di internazionalizzazione del sindacato (pensiamo al discorso sull'Europa sacrificato alla retorica della globalizzazione), trasformazione in “patronato”, anche sul terreno che avrebbe richiesto una organizzazione di natura ben diversa (pensiamo agli immigrati e ai precari), abbandono definitivo dell'idea di “sindacato soggetto politico”, cristallizzazione delle divisioni in sigle con la rappresentanza diretta sui posti di lavoro affidati alle RSU (una volta ci era capitato di scrivere: il Sindacato può esistere su tre punti, il contratto nazionale, la scala mobile, i delegati eletti per gruppo omogeneo su scheda bianca); limiti e difficoltà dei sindacato di base, in particolare nella funzione pubblica, di assumere una funzione di carattere generale, di vera e propria necessaria “confederalità”. Su queste basi, trascurando il discorso più propriamente “politico”, emerge l'incapacità di contrapporsi all'iniziativa rampante del padronato e della destra.
Ci permettiamo di enunciare ancora un aspetto di questo “caso italiano” ormai rovesciato, alla coda della situazione europea: il mondo del lavoro organizzato, in Italia, è ridotto a tre categorie (metalmeccanici, scuola, funzione pubblica); la siderurgia se la sono mangiata scelte sbagliate; l'elettronica è finita perché il “grande democratico” ha deciso di fare l'editore; la chimica l'ha divorata la “questione morale” (ben prima di Tangentopoli, pensiamo alla “madre di tutte le tangenti”); l'energia è preda delle “sette sorelle” e di una insensata voglia di privato; l'agroalimentare ha finanziato scudetti alla Lazio e Coppe Europee al Parma.
Forse abbiamo usato troppo l'accetta nel descrivere lo stato di cose in atto; il fatto è che l'accetta, i padroni, la stanno usando contro di noi.


Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.

lunedì 21 giugno 2010

La dottrina segreta dei Templari



Arrestati e processati, i Templari furono accusati di aver abiurato il cattolicesimo e di seguire in segreto una dottrina contraria all'insegnamento della Chiesa. Molto si è scritto su queste presunte teorie segrete dei Templari forse reminiscenze, scoperte in Terrasanta e riprese, di una molto più antica ed esoterica interpretazione del cristianesimo.


Guido Araldo

La dottrina segreta dei Templari


Il cavaliere Gaucerand de Montpezat ebbe a testimoniare, non si sa se sotto tortura: “Noi abbiamo tre articoli segreti che nessuno al mondo conoscerà mai, eccetto Dio, il demonio e i nostri maestri!”
Raoul de Presles, Nicolas Simon e Guychard de Margiac affermarono: “Sussiste nell’Ordine del Tempio un regolamento così straordinario sul conto del quale nessun cavaliere parlerà mai e preferirebbe farsi tagliare la testa! I riti del “capitolo generale” contemplano una pratica così segreta che, se qualcuno dei membri la rivelasse a un estraneo, a un profano, fosse anche al re di Francia, i nostri maestri non esiterebbero a ucciderlo senza riguardo. Volete sapere perché Gervais de Beauvais, precettore del Tempio nella città di Loan, vi ha mostrato con gioia, addirittura volentieri, gli statuti dell’Ordine? Il motivo è molto semplice: per occultare gli altri statuti, quelli segreti, che non mostrerebbe a nessuno, per tutto l’oro del mondo!”
I cavalieri Etienne de Stapplebrugge, Jean de Stockes e William de Polkington ammisero: “All’interno del Tempio vi sono due tipi d’iniziazioni: la prima è riservata agli apprendisti, ai neofiti, e si svolge senza alcuna cerimonia segreta; la seconda, invece, è riservata a pochi eletti, ai scelti, ai maestri, è segreta e nessuno può accedervi se non ha ultimato il percorso iniziatico.”
Aloisius de Montserves ammise sotto giuramento che: “Il templare Armaury de La Roche, gran priore di Francia, ebbe a sostenere, tra le mura della torre del Tempio di Parigi, che Gesù era soltanto un profeta, per giunta un falso profeta!” e che: “Geoffroy de Charnay, alto dignitario del Tempio, gli chiese di abiurare Cristo e di sputare sulla croce durante un rito segreto tenutosi nella notte di San Giovanni d’Estate. Di fronte al suo scandalizzato rifiuto, Geoffroy de Charnay spiegò serafico: Non avere alcun timore! Se tu conoscessi il segreto di Hiram, sapresti che chi patì l’offesa della croce in Gerusalemme, ai tempi dell’imperatore Tiberio, non era un dio e neppure il figlio di Dio!”
Il templare Jean de Buffavent riferì, senza ricorso alla tortura, che quando fu ammesso nel Tempio il precettore Raynaud gli chiese per tre volte di rinnegare Cristo e, di fronte al suo stupore, gli batté una mano sulla spalla, rise e lo rassicurò dicendo: “Non è cosa seria! È uno scherzo! Non preoccuparti! (Dixit et ridendo non cures quia hoc non est nisi quaedam trufa: receptor dixerat haec ei pro trufa!)”
Raimondo Lullo, importante testimone dell’epoca, indefesso sostenitore di un’ultima crociata che liberasse il Santo Sepolcro, asserì che “il grande vascello di San Pietro” sarebbe potuto naufragare, se fossero state rese pubbliche le confessioni dei Templari!
Raimondo Lullo

Davvero esemplare la sua vita!Vissuto tra il 1235 e il 1315, catalano di origine, filosofo e teologo, fu considerato la mente più brillante del suo tempo. Inventore dell’ars magna, il primo metodo per una conoscenza enciclopedica (in seguito ripreso dal filosofo Leibniz), uomo influente, amico di principi e cardinali, nemico implacabile degli Averroisti che imperversavano all’università di Parigi, nel 1263, dopo una vita licenziosa, improvvisamente decise d’abbandonare moglie e figli e dedicarsi totalmente alla “santa religione”. Da questo momento Raimondo Lullo impegnò ogni sua energia alla conversione al cattolicesimo di ebrei e musulmani. Per questo fine studiò l’arabo e la cultura dell’Islam; al fine di contrastare egregiamente le aberrazioni di Maometto. La sua vasta attività lo portò a istituire collegi missionari, ad avere innumerevoli contatti con i papi, a ipotizzare una grande crociata che risolvesse definitivamente la “questione del Santo Sepolcro” e ad instaurare stretti rapporti con i Templari. Viaggiò in Europa e in Oriente, e insegnò in prestigiose università: Parigi, Montpellier e Napoli. Scrisse innumerevoli opere di teologia, mistica, logica, astronomia, matematica, medicina, pedagogia: uno straordinario precursore di Leonardo da Vinci. La sua opera principale in campo teologico fu il “Liber contemplationum” (scritto tra il 1271 e il 1273). In campo logico divennero famose tre sue opere: “Ars demonstrativa” (del 1275); “Ars generalis ultima” 81305-1308) e “Ars Brevi”. In seguito, ormai prossimo all’età di ottant’anni, decise di farsi missionario e strappare gli islamici dall’abbruttimento imposto loro da Maometto! Per questo motivo studiò l’arabo, comprò uno schiavo magrebino e s’imbarcò per Tunisi dove, appena approdato, cominciò la sua predicazione: venne immediatamente lapidato! Ma la sua impronta nella cultura medioevale cristiana restò a lungo.
Alla sua morte proliferavano molti suoi seguaci a Parigi, Montpellier e Valencia, tra i quali Tommaso de Myèsiers, che nell’opera cosmologica Electorium Remundi applicò fedelmente gli insegnamenti del maestro Lullo la cui fama imperversò per tutto il XIV secolo. A molte opere di astronomia, magia, alchimia e metaetica esoterica fu attribuito il suo nome; finché nel 1390, a più di settant’anni della sua morte del filosofo missionario, l’università di Parigi mise al bando molte sue opere. Ma il secolo successivo vide un notevole rifiorire di studi e interpretazioni delle teorie e degli insegnamenti del trilogo esoterico catalano. Si può affermare correttamente che tutta la cultura europea ne fu profondamente influenzata.
Ma torniamo ai templari. Un certo Edmond de Cahors rivelò che tra i Templari era diffusa una versione dei Vangeli sconvolgente, in cui Ponzio Pilato si adoperava in ogni modo per salvare il predicatore condannato al patibolo e irrideva abilmente i sacerdoti del Tempio che gli avevano estorto la condanna. Per questo motivo sulla croce finì il Cireneo e non Gesù. Ma anche Simone detto il “cireneo” non morì sul patibolo, poiché non gli furono spezzate le gambe, come accadde per i due ladroni, e soprattutto fu deposto dalla croce poche ore dopo che vi era stato issato. Lo stesso “titulus” I.N.R.I: Jesus Nazarenus Rex Judeaorum, tradotto anche in ebraico Jeshu ha-Nazri w-melekh jehudim”, affinché tutti capissero, fu un abile diversivo del prefetto romano al fine di distogliere scribi e sacerdoti dal luogo del patibolo, dove avrebbero potuto scoprire l’impostura, inducendoli ad accorrere nel palazzo pretorio, per protestare.
Ma c’era dell’altro, di più! Esisteva un insegnamento segreto nel cristianesimo! Gesù esortava a “non gettare le perle ai porci”; affermazione che allude palesemente a un insegnamento riservato soltanto agli iniziati, ai battezzati non soltanto con l’acqua, ma anche con il fuoco, come aveva annunciato San Giovanni Battista. Un insegnamento esoterico e gnostico noto soltanto a Gesù e a Giuda, il prediletto, dal quale furono costantemente esclusi gli altri apostoli…
Se così fu… i Templari detennero davvero un potere enorme, come enorme fu il ricatto perpetrato nei confronti del papato, generato da quell’idiota di Pietro e non dall’eletto Giuda, finché ne pagarono le conseguenze allorché un papa, Clemente V, trovò il braccio armato in grado a debellarli nell’arco di un giorno e una notte!




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 20 giugno 2010

Corsivi: L'attualità inattuale dei francofortesi



Pasquale Indulgenza

L'attualità inattuale dei francofortesi


Un tempo avrei definito i francofortesi apocalittici, eccessivamente negativi. Mi ricredo e ricordo ciò che hanno scritto, che andrebbe scolpito e urlato in una discussione radicale che tanti, nell'attuale 'sinistra riformista',continuano accuratamente ad evitare: "I consumatori sono operai e impiegati, agricoltori e piccolo borghesi. La totalità delle istituzioni esistenti li imprigiona talmente, corpo e anima, che essi si subordinano senza resistenza a tuttto ciò che viene loro offerto. E come chi è dominato ha preso sempre la morale che gli veniva dal signore più sul serio di quest'ultimo, così oggi le masse ingannate soggiacciono, più ancora dei privilegiati, al mito del successo. Esse hanno quello che vogliono, e richiedono con ostinazione l'ideologia con cui le si asserve. Il mortifero attaccamento del popolo al male che gli si fa giunge fino ad anticipare la scaltrezza delle istanze di potere”. *

*Horkheimer-Adorno, L'industria culturale, in Dialettica dell'Illuminismo (1947)


Pasquale Indulgenza (Portici, 1961). Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell'Educazione. E' segretario della Federazione di Imperia del Partito della Rifondazione Comunista.

sabato 19 giugno 2010

Quando lo sguardo si sdoppia: "Coppia conforme" di Abbas Kiarostami




Dopo secoli di dibattiti filosofici sulla effettiva esistenza della realtà percepita le moderne neuroscienze hanno definitivamente chiarito come la percezione sia frutto di una complessa e articolata serie di operazioni cerebrali che scompongono e ricompongono quanto l'occhio vede. Più semplicemente si potrebbe dire che gli occhi vedono ciò che il cuore vuole credere.


Armida Lavagna

Quando lo sguardo si sdoppia: "Coppia conforme" di Abbas Kiarostami


Quando ci si occupa di arte, ci sentiamo dire all’inizio del film dal protagonista maschile, “non ci sono punti di riferimento fermi, verità cui appellarsi”. Un’anonima bottiglia di Coca-Cola, collocata in un contesto significativo, viene considerata opera d’arte. Lo diventa perché l’osservatore accetta che lo sia, che lo diventi. E’ lo sguardo, il punto di vista del fruitore dell’opera d’arte, a conferirle tale identità.
In conseguenza di questo assunto, cadono alcuni dei requisiti normalmente richiesti ad un’opera d’arte per essere tale. Non solo il concetto di “bello” si svuota di qualunque oggettività, ma anche il concetto di originalità. Il modello e la copia, l’originale e la riproduzione, non sono che specchi l’uno dell’altro. Tanto che si può arrivare a preferire una buona copia all’originale, nonostante sia quest’ultimo ad essere comunemente connotato in senso più positivo. Si può arrivare a non distinguere l’originale e la copia, a non saperli riconoscere, o a volerli confondere.
Perché ogni osservatore adotta un punto di vista, ha una percezione di ciò che vede che lo spinge a cogliere nell’oggetto tutti i dettagli che la rafforzano, rinunciando agli altri punti di vista possibili.
L’ambizione di Abbas Kiarostami sembra quella di realizzare un’opera d’arte particolare: un film che all’osservatore evidenzi contemporaneamente due punti di vista, da cui scaturiscono due diverse realtà, una storia che è unica eppure si sdoppia, ed entrambe sono credibili, coerenti, pur non potendo sovrapporsi. Una “storia doppia” dove in discussione non è più il concetto di arte ma l’idea della vita e dell’amore.



Le persone semplici non lo sono davvero, ma scelgono di esserlo. Scelgono un punto di vista e coerentemente lo realizzano, mantenendosi fedeli ad esso, mantenendo l’impegno preso. Altre, ad un certo punto, anziché guardare il mondo attraverso un binocolo usando entrambi gli occhi, provano a scomporre la visione, si pongono domande, si accorgono che guardare nel binocolo prima con un occhio e poi con un altro ci dà una diversa percezione della realtà, finché arrivano a non credere più a ciò che vedono, fino a perdere persino le illusioni.
Non c’è realtà attingibile, ma solo la percezione di un soggetto. Che può riuscire a convincersi che quella sia l’unica possibile, o almeno che la propria sia quella giusta, con due diverse possibili scelte: contrapporre la propria a quella dell’altro, polemicamente, istericamente, o rinunciare consapevolmente a convincere l’altro, come lasciandolo cullarsi in un piccolo inganno.
L’immagine che più restituisce questo inganno del cuore e degli occhi – nemmeno la vista garantisce obiettività, anche l’occhio obbedisce a un filtro che ci mostra solo ciò che vogliamo vedere – è quella della coppia di anziani che usciti dalla chiesa attraversano faticosamente, lentamente la piazza. Li vediamo venirci incontro, e lui ha un braccio affettuosamente appoggiato alla spalla di lei, come a proteggere la donna rimpicciolita che gli sta vicino; ma poi li vediamo proseguire, dandoci le spalle, e vediamo che il braccio è sulla spalla perché è la donna che sorregge il marito curvo nel suo incerto incedere. La magia che i due hanno realizzato, è di credere ciascuno dei due nella propria percezione della realtà, e di consentire all’altro di credere alla sua.
Sono l’unica vera coppia che incontrano i due protagonisti di questo viaggio simbolico e straniante nella campagna toscana, perché l’immagine che ci restituiscono è bifronte, completa dei due contrari. Le altre sono davanti a specchi, flash dei fotografi, sguardi degli invitati al loro matrimonio. Sono come bidimensionali, costruite, messe nella posa che ritengono di dovere assumere per recitare il più fedelmente possibile la propria parte.


Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.

venerdì 18 giugno 2010

Meccanica celeste

Davvero il romanzo è un genere letterario morto, materiale di consumo incapace di trasmettere ancora emozioni? Lo affermano in molti e non da oggi. Ma quando si incontra uno scrittore vero, diventa lecito dubitarne.


Sergio Giuliani

Meccanica celeste


Ora che il romanzo è diventato materiale di consumo e che la pagina non fa maturare nel lettore un nodo di emozionata riflessione, che è la sua ragion d’essere, il libro di Maurizio Maggiani –alla buon’ora! - causa un festivo tumulto che diverte, commuove, interessa ed arricchisce.
Ora che i prosatori contemporanei italiani o tacciono, giustamente in dispetto, come Vincenzo Consolo o trovano ascolti nel più affinato pubblico francese, come Giuseppe Conte o scrivono da chierici saputi come Alessandro Baricco ben venga il viaggio concreto e fantastico insieme, ariostesco, “meccanico” e d’amore di Maggiani. Gran bel dono per chi non abbia ancora perduta l’attitudine a leggere davvero, cioè ad innamorarsi e a perdersi nelle grandi volute del narrare.
Gran libro,quello, fresco di stampa, dello scrittore spezzino. Prosegue sulla linea dei precedenti, ovvero cercando personaggi “patroni” (Ungaretti ne “Il coraggio del pettirosso”; Padre De Foucauld ne “Il viaggiatore solitario”; una città intera come Genova ne “La regina disadorna”) a cui addossa, con ariostesca sapienza, un turbillon di personaggi-favola e di eventi storici non certo alleggeriti, ma sistemati in una cornice narrativa sempre perfettamente ritenuta e dominata.
Il romanzo è un transito dal passato al futuro, attraverso il breve presente. L’asse temporale è definito con assoluta precisione: nove lune a partire dal giorno della vittoria elettorale di Barack Obama, giorno in cui il narrante e la sua compagna, che ha qualcosa del lievito, della madia,dei silenzi delle case di una volta concepiscono una bimba: tale dovrà essere perché matriarcale è la linea della trasmissione-integrazione della civiltà che, per progredire, deve conoscere la storia, anche visceralmente (poche le parole di dialogo del libro; molto lo stare insieme in silenzio premiante) e condurla alla pace. Ecco perché il programma politico di Obama è simbolo, è pieno di futuro. Futuro che si ritrova nel paesaggio selvatico e bellissimo dell’Alta Garfagnana, la “patria” dove il narrante vive e dove ha condotto la sua compagna. In un melting pot di elementi letterari, l’ambiente occupa non uno spazio-cornice, ma è protagonista alla pari della fatica e del coraggio millenari di uomini che vennero da lontano, si stanziarono in una terra tra le più difficili (come i Padri pellegrini colonizzatori del nordAmerica), si provarono in mestieri arrischiati e durissimi e dovettero fare i conti col continuo passaggio di guerre e di padroni in cerca di punti valicabili dell’Appennino; ribelli d’istinto e per vocazione.
C’è molta storia avvolta, intorta nel romanzo: le cavalcate dell’Ariosto a caccia di briganti, le soste del Pascoli con i paesani all’osteria, i massacri nazisti di Sant’Anna di Stazzema e dell’Orto di Donna; persino un incredibile Orson Welles, un corridore automobilista antinazista, William Grover-Williams che morirà deportato in un lager, le vicende (a me del tutto ignote prima della lettura) del corpo di spedizione brasiliano che combattè duramente in prima linea respingendo i tedeschi di là dell’Appennino: il Brasile “fascista” di Vargas che si lascia attrarre dagli Alleati e per loro spende i suoi giovani. Dal Rio delle Amazzoni al Serchio: c’è niente di più cretino ed insensato, di nemico delle madie della guerra?
In questo compound felliniano che, talvolta, può disorientare il lettore, come avviene col poema ariostesco, ci sono dei fortissimi, sottesi leganti: la conservazione di esperienze avvalorate di una piccola patria in cui si è creata civiltà da trasmettere al futuro tramite la reacquisizione culturale che ne fa racconto e la nascita, in un mondo felicemente matriarcale di una bimba che si allatti di ciò che è stato e poi si muova e costruisca ciò che sarà suo, le sue risposte. Qualcosa che richiama “La notte di San Lorenzo” dei Taviani.
Forse il personaggio-protagonista davvero è la madre del Narrante, maestra di mestiere e di fatto e di cui egli, ora che è morta, insegue interessatissimo e fatto saggio le testimonianze, le cose non dette e ricavate da un continuo riesame dei dati della memoria. Maggiani regge splendidamente le fila di un dialogo-monologo, in cui ricrea la persona, attraverso suggerimenti muti e sentiti soltanto per sovracomprensione.
Nel romanzo coesistono, né si ledono, tradizioni e figure secolari (la lavorazione del maiale, un prete più cacciatore di selvaggina (che poi regala ai paesani) che di anime) e culture modernissime: la ragazza che si è laureata con una tesi in astrofisica, da cui il titolo del romanzo ed è tornata in borgata, la compagna-madia del Narrante che è capitano d’industria e il Narrante stesso laureato con lode all’estero in esplosivi, così che la sua bravura salva le vite dei tecchiaioli delle cave di marmo. Tutto questo miscuglio di antico e di nuovissimo, di civiltà della fatica e di guerra viene accarezzato con partecipe amore, ritrovato, ricomposto, contemplato con struggimento. Maggiani ridà ai suoi ricordi ed alla sua gente una patria, quella che un personaggio del romanzo cerca nel mare azzurro dell’Iliade omerica e, forse, trova nel gran mare Tirreno visto, meglio dire abbracciato, dalle “panie”, le stupende montagne apuane.
C’è tutto di che commuoversi, in questo romanzo; c’è un pieno di vita che fa sparire di colpo, ai nostri occhi, le meccaniche (non celesti!) e povere vicende ad artificio di tanti, troppi libri (eccessivo definirli romanzi) di cui troppo si parla e che troppo si vendono.
A me è successo di ricominciare a leggere “Meccanica celeste” appena l’ho finito e mi è capitata una cosa che non sentivo da tanto, tanto tempo: la voglia di non arrivare in fondo alla “storia” per non restarne poi vuoto; tanto che l’ho ricominciata.
Storia di pietre che parlano, di vecchi libri saggi e corrosi, di personaggi-figure a tutto tondo, reali e simbolici insieme; storia di canti e di canzoni che tutti, noi attempati, abbiamo cantato; storie che smitizzano il personaggio “importante” collocato in un piccolo segmento di vita e di ricordi paesani; storie, infine. di persone che non conosciamo per làsciti di parole, ma per ostinata e coerente presenza nel loro ambiente.
Il legante perfetto appare verso la fine: un ignoto pittore tardogotico, Pietro da Borsigliana (frazione di Piazza al Serchio, per la quale non c’è nemmeno carrozzabile!), vi ha lasciato un’immagine della Madonna che insegna al bambino a leggere (!!!) Il pittore è un compound di influssi, toscani, emiliani, piemontesi, come si di lassù avesse riassunto tutte le storie pittoriche per celebrare una stilizzata Madonna ma, soprattutto, l’oggetto più caro e prezioso al divenire culturale: il libro. Di cui Maggiani ci ha dato un grande e innamorato esempio.


Maurizio MAGGIANI

Meccanica celeste
Feltrinelli, 2010
€ 18





Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

giovedì 17 giugno 2010

I fuochi di San Giovanni fra storia e folklore



La notte di San Giovanni è la notte dei fuochi. Che ai falò sui monti si siano sostituiti i fuochi d'artificio sulle spiagge non cambia il significato magicamente archetipale di questa grande festa solare.


Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni fra storia e folklore



Li hanno fatti quest'anno i falò? - chiesi a Cinto.
Noi li facevamo sempre. La notte di S. Giovanni tutta la collina era accesa.
Poca roba, - disse lui. - Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine.
Chissà perchè mai, - dissi, - si fanno questi fuochi.
Si vede che fa bene alle campagne, - disse Cinto, - le ingrassa.

(Cesare Pavese, La luna e i falò, 1949)


Non lasciamoci trarre in inganno dalle ingenue parole di Cinto. Pavese sa molto bene di cosa sta parlando e la spiegazione che il contadino langarolo dà dello scopo dei falò va diritto alle radici di quel rito antichissimo che ogni anno si ripete sempre uguale anche se se ne è ormai perso il senso. Le feste del fuoco come riti di fertilità hanno un'origine che si perde nella notte dei tempi, in un periodo molto anteriore al cristianesimo e allo stesso mondo romano. Con la festa di San Giovanni Battista esse acquistano veste cristiana, ma è una veste sottile. Riti della stessa natura si ritrovano in tutta Europa dalla Scandinavia al Mediterraneo, sempre con le stesse caratteristiche. Quello dell'accensione dei falò al solstizio d'estate è un rito magico legato alla fertilità della terra, degli animali, degli uomini, ma anche un rito di purificazione e dunque di protezione.
James Frazer, uno dei padri della moderna antropologia, ha dedicato molte pagine della sua opera monumentale Il Ramo d'Oro (di cui Cesare Pavese stava curando l'edizione italiana per la casa editrice Einaudi proprio mentre scriveva La luna e i falò) ai riti del fuoco. In particolare egli defisce solstizio d'estate, cioè in termini cristiani la festa di San Giovanni, " la più diffusa e solenne di tutte le festività rituali dell'anno celebrate dai popoli primitivi d'Europa"
Il solstizio è un punto di svolta dell'anno, lentamente il sole inizia a declinare, per l'uomo primitivo è il momento di ricorrere a riti magici con cui arrestarne il declino, o quanto meno garantire la rinascita della vita delle piante. Il falò deve servire a sostenere l'astro, ad aiutarlo a mantenere la sua potenza, allontanando le forze avverse Un rito quindi che permette di espellere o tenere lontano tutto ciò che può essere dannoso a uomini, luoghi, piante, animali.Un rito di purificazione (che fa appello al carattere purificatore del fuoco, e, come vedremo, anche dell'acqua). Un rito di morte e resurrezione e dunque di fertilità
"Nell'Europa moderna – scrive Frazer – la grande festa di mezzestate è stata soprattutto una festa dell'amore e del fuoco. Uno dei suoi caratteri principali è la scelta degli innamorati che saltano sopra i fuochi tenendosi per mano e si tirano dei fiori attraverso le fiamme".



Festa misteriosa e ambivalente

La festa di San Giovanni ha un carattere misterico e ambivalente. Si tratta della principale festa della luce, ma ha il suo epicentro nella notte; è una festa del fuoco (simbolo del principio maschile), ma anche dell'acqua (simbolo del principio femminile). D'altronde il fuoco e l'acqua sono gli elementi centrali della predicazione del Battista. Dice Giovanni Battista: "Io vi battezzo con acqua...; ma colui che viene dopo di me... vi battezzerà in spirito santo e fuoco" (Matteo 3.11)
"Notte specialissima carica di magia e di presagi, notte gravida di forze sacrali diffuse nella natura, quella di San Giovanni è la notte che decide dei destini dell'intero anno solare: da questa magica notte le ragazze attendono presagi sulla loro sorte nuziale e i contadini risposte sugli esiti del futuro raccolto" ,
Secondo le tradizioni celtiche e nordiche, la notte del 24 giugno corrisponde alla notte di mezza estate. Il mondo naturale il soprannaturale si compenetrano e cose ritenute impossibili diventano possibili. Il tempo si ferma. Cadono le barriere che separano le diverse manifestazioni dell'esistere. Fate, folletti, elfi fanno irruzione nel mondo. William Shakespeare in Sogno di una notte di mezza estate ha reso in tutta la sua magia questa notte straordinaria. Ancora una volta appare il simbolismo della porta (vero e propria immagine archetipale), apertura sull'aldilà. La notte di San Giovanni questa porta misteriosamente si apre e i due mondi entrano in comunicazione.

Festa pagana, poi cristianizzata

La festa di San Giovanni è quella che forse più esemplarmente di altre testimonia di quella commistione di pagano e cristiano che è uno dei tratti caratterizzanti la religione popolare almeno fino al XIV secolo. Il Venerabile Beda annota nelle sue cronache come Gregorio Magno consigliasse ai monaci che si accingevano a evangelizzare Anglia e Irlanda di distruggere gli idoli, ma preservare i fana. I luoghi, cioè, dove il sacro si manifesta in tutta la sua potenza numinosa. Progressivamente, dunque, luoghi, riti, feste vengono cristianizzati. Giano, dio bifronte del principio e della fine, delle porte e dei confini, cede il controllo delle “porte solstiziali”. A guardia di tali porte viene sostituito dai due Giovanni: San Giovanni Battista che governa sul solstizio d'estate, San Giovanni Evangelista che governa sul solstizio d'inverno. Anche la somiglianza fonetica evidente fra Janus e Joannes, dimostra che la collocazione della festa dei due Giovanni in prossimità dei solstizi non è casuale. San Giovanni assume nel Cristianesimo, il posto che occupava, nella ripartizione delle feste della Roma Imperiale, il Dio Giano di cui una faccia guardava il passato, l’altra l’avvenire, mentre la faccia invisibile contemplava "l’eterno presente". E la posizione dei due Santi alla data dei solstizi, conferisce loro una doppia parte, spirituale e cosmologica ad un tempo. Posti in tal modo alle porte solstiziali, essi sono come i pilastri del cielo.
Quanto al Battista ulteriore elemento duplicità consiste nel doppio festeggiamento. Il dies natalis dei santi, quello cui vengono ricordati nel calendario, corrisponde al giorno della morte a simboleggiare che morendo sono ri-nati in Cristo. San Giovanni Battista è l'unico santo di cui si festeggia la nascita naturale il 24 giugno e la morte il 29 agosto. E' un privilegio che condivide solo con la Madonna.



Che la festa di San Giovanni sia festa della luce (e d'altronde quale luce può illuminare il mondo più del Battista che predica il prossimo avvento del Messia) lo scrive Jacopo da Varagine nella Leggenda aurea: “Portavasi anche le faccelline accese, perchè san Giovanni fue lucerna ardente e rilucente; e la ruota del sole si volge però che 'l sole scende allora nel cerchio a significare la nominanza di san Giovanni, il quale era creduto che fosse Cristo, secondo ched elli medesimo ne diede testimonianza, quando dice: “Me conviene menomare e lui crescere” Questo fue significato, secondo che dice santo Agostino, ne li loro nascimenti e ne le loro morti. Ne li loro nascimenti, però che intorno a la natividade di santo Joanni cominciano i di a minimare; intorno alla natividade di Cristo cominciano a crescere, secondo che dice uno verso: “Solstitium decimo Christum praecit atque Johannem”. Anche ne la loro morte, però che il corpo di Cristo fu levato in alto e l'corpo di Giovanni fu menomato il capo”
In realtà l'uso delle fiaccole è molto più antico: nel calendario romano il 24 giugno è indicato come Lampas oppure Dies lamparum, per la consuetudine di portare fiaccole accese per i campi e per le strade.
In epoca cristiana il solstizio estivo si carica di un simbolismo nuovo. Il sole col suo decrescere segna la fine di un'epoca nel cammino dell'umanità verso la salvezza, quella della fine del Vecchio Testamento rappresentato da Giovanni Battista. Il solstizio d'inverno, che inizia la fase crescente del sole, segna la nascita de Nuovo Testamento e dell'era cristiana simboleggiata dal Vangelo di Giovanni, il Vangelo esoterico, quello di più difficile interpretazione. E a questo punto diventa inevitabile il richiamo alla mitologia classica e alla figura di Giano, il dio dai due volti. Si, proprio Giano perchè il simbolismo della porta associato a lui, mette il dio in stretto rapporto con il simbolismo dell'iniziazione nelle sue varie forme incentrato sul superamento della soglia che separa gli stati fondamentali dell'esistenza prima e dopo la morte. Non a caso, come dimostra nei suoi studi René Guénon, gli esoteristi cristiani si sono sempre definiti gioanniti. Giano é detto Janitor , il dio che apre le porte, il dio dell'iniziazione ai misteri e d'altronde initiatio deriva da in-ire, cioè entrare. San Giovanni (Evangelista, ma anche Battista) ha sempre rappresentato il punto di riferimento dell'esoterismo cristiano prima, di quello massonico poi. Non a caso nei testi rinascimentali Giano è rappresentato spesso come un uomo barbuto con due teste coronate impugnante due chiavi, queste chiavi sono quelle delle porte solstiziali, Janua Coeli (solstizio d'inverno), Janua Inferi (solstizio d'estate).



Festa contadina

La notte di San Giovanni si spalancano dunque le Januas inferi. Notte di prodigi e meraviglie, notte di veglia, in cui gli uomini entrano in contatto con potenze superiori che possono essere sia benefiche che malefiche. Occorre dunque proteggersi con riti nei confronti delle potenze malefiche o al contrario ottenere l'aiuto di quelle benefiche. Per secoli, praticamente fino a qualche decennio fa, i contadini di tutta Europa hanno con una uniformità impressionante praticato riti che dovevano assicurare protezione e prosperità.

Proteggere i raccolti: saltare tre volte le fiamme o correre in mezzo a due falò assicurava un raccolto abbondante.Spargere le ceneri nei campi preservava il raccolto dai parassiti. Far correre una ruota in fiamme attraverso i campi o i vigneti li fertilizzava.

Aumentare la fertilità delle donne e agevolare la formazione delle coppie: giovani dei due sessi ballavano attorno al fuoco portando corone di artemisia e di verbena. Le ragazze lanciavano corone di fiori attraverso il falò, gli innamorati dovevano prenderle. Poi ogni coppia si prendeva per mano e saltava per tre volte attraverso le braci. Da come saltavano si prediceva se si sarebbero sposati presto o no.Passare attraverso il fuoco rendeva fertile una coppia senza figli, così come agevolava il parto.

Proteggere gli animali domestici: il bestiame veniva fatto passare attraverso il fumo o le ceneri per immunizzarlo dalle malattie e dai malefici. Le ceneri poste nei nidi garantivano che le galline avrebbero fatto molte uova.

Proteggere la salute dei contadini:Saltare il falò preservava il contadino dal mal di reni . Bisognava però girare tre volte attorno al fuoco con un ramoscello di noce in mano.

Proteggere la casa: il fuoco domestico veniva spento e poi riacceso con un tizzone del falò. Un tizzone spento veniva messo sul tetto della casa per proteggerla dal fulmine e dagli incendi.

Ottenere fortuna: mangiare lumache. Il significato di questa usanza antichissima (ne troviamo traccia già fra i Romani) sembra essere legato alle corna delle lumache ( Simbolo lunare propiziatorio). Più lumache si mangiano, maggiore sarà la fortuna.



Festa della natura

Il solstizio d'estate è il periodo in cui le energie della terra sono al culmine, quindi, come nota Frazer, il giorno migliore tra tutti per raccogliere erbe grazie alle quali non solo si poteva combattere la febbre e curare una vasta gamma di malattie, ma anche guardarsi dagli stregoni e dai loro sortilegi.
La festa di mezzestate è dunque una celebrazione della trasformazione. Frazer suggerì che " i fiori come i fuochi di mezzestate, erano ritenuti in grado di trasferire agli uomini parte dello splendore e del calore del sole, che li investiva per un certo periodo di poteri straordinari che consentivano loro di curare le malattie e di smascherare ed evitare tutti i mali che minacciano la vita dell'uomo". A mezzestate nello sbocciare di un fiore, nel fuoco, nel sesso (...) si liberano le energie, avviene una trasformazione, e il Cielo e la Terra si riuniscono per un momento. Poi la vita continua rinnovata. Molte sono le piante legate alla notte di San Giovanni, vediamone qualcuna:

L'artemisia, chiamata anche erba di San Giovanni (si credeva che il santo portasse una cintura di artemisia), serviva a far ghirlande e cinture. Ancora oggi usata in erboristeria come un tonico stimolante. Si credeva che le foglie essiccate messe in un cuscino favorissero sogni particolarmente piacevoli.

La verbena, raccolta dopo il tramonto della vigilia di mezzestate e messa tutta la notte a bagno, poi fatta essiccare. Considerata un afrodisiaco, usata anche come profumo.

L'iperico, una pianta molto comune dai fiori gialli che fioriscono in estate e da foglie ovoidali che osservate controluce appaiono coperte da forellini. Secondo la leggenda cristiana l'iperico era nato dal sangue di San Giovanni e il diavolo tentò di distruggerlo, trafiggendolo. Dalle foglie e dai fiori schiacciati veniva ricavata una sostanza che veniva bruciata come incenso per via dell'odore simile, originando così la convinzione popolare che servisse a scacciare i diavoli, da qui il suo nome antico “Fugademonum”. L'erba serviva anche per prepare pozioni per cacciare i diavoli dal corpo. L'ipericina (principio attivo dell'iperico) è un potente antidepressivo naturale ancora oggi usato in medicina. Inoltre l'olio di iperico (preparato lasciando macerare al sole i fiori in olio d'oliva) ieri come oggi scaccia i dolori delle scottature.

Un famoso testo di magia apparso nel rinascimento prima in Francia e poi dal 1523 in Italia, attribuito a Papa Leone III (che ne avrebbe fatto dono a Carlo Magno in occasione della sua incoronazione) contiene un richiamo alla festa di San Giovanni. Se si vuole vincere al gioco, occorre cogliere qualche foglia di elleboro la vigilia di San Giovanni a mezzogiorno e intrecciare un braccialetto che rappresenti le lettere: HUTY. Il braccialetto va poi infilato al braccio destro.
La notte di San Giovanni è anche collegata al noce e ai suoi frutti che in molte zone d'Italia si usa raccogliere in questa notte, ancora acerbi, per preparare il nocino, liquore ritenuto possedere virtù magiche.



Festa delle streghe

Come ogni momento critico, di passaggio da un periodo ad un altro, la notte di San Giovanni è anche notte densa di pericoli, popolata di forze benefiche, ma anche malefiche come demoni e streghe. Nel Medioevo si pensava che in questa notte tutte le streghe volassero per radunarsi a Benevento sotto un grande noce, guidate da Erodiade, Salomè e Diana. Si credeva anche, che durante il viaggio, le streghe potessero introdursi nelle case della gente e portare la malasorte. È per questo motivo che durante la notte si usava mettere sale grosso sui davanzali delle finestre. La strega, curiosa di conoscere il numero dei chicchi di sale, si sarebbe messa a contarli perdendo così tempo finché l’alba non l'avesse costretta a fuggire via. De Andrè riprende questa credenza nella canzone "A Cimma"

"metterai la scopa dritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena e già cucita"

Per proteggersi le campane delle chiese non smettevano di suonare dal tramonto all'alba, affinchè le streghe (scrive Cesare Cantù nel 1845) "a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erne nocive, nè impedire con loro malizie che fossero colte le profittevoli"

Festa del fuoco, ma anche dell'acqua

Frazer ricorda anche come questa festa fosse presso i romani anche una festa acquatica, caratterizzata dall'attraversamento del Tevere su barche inghirlandate di fiori e illuminate da fiaccole, e spiega anche con questo duplice carattere la scelta della Chiesa di dedicare la festa a San Giovanni Battista e, come abbiamo già visto, al carattere duplice (acqua e fuoco) del battesimo. Il solstizio è dunque anche glorificazione dell'acqua, simbolo di fecondità e di purificazione, elemento di rigenerazione. Da qui la credenza nei poteri magici della rugiada della notte di San Giovanni che consacra le erbe e le rende idonee al loro impiego terapeutico o magico. Le erbe o i fiori raccolti all'alba della notte di San Giovanni (o lasciate durante la notte in una bacinella all'esterno della casa) acquisivano così poteri particolari. Rotolarsi nella rugiada guariva dalla rogna, dalle emorroidi, dai calli, dalle malattie degli occhi, dalla infertilità "perchè di essa si bagnavano il sesso le ragazze in cerca di marito" (dice una fonte citata da Alfonso di Nola)
Testimone d'eccezione di questi riti acquatici fu Francesco Petrarca che racconta ancora meravigliato e stupito di aver assistito a Colonia ad un'immensa folla di donzelle ornate di erbe odorose e di fiori immergersi al tramonto della vigilia di San Giovanni nelle acque del Reno. Il poeta ricorda anche come gli fosse stato spiegato che si trattava di un antichissimo rito popolare, specificatamente femminile, per allontanare le calamità dell'anno e garantirsi un'annata felice.



Nei confronti di questi riti, caratterizzati da una forte promiscuità sessuale e spesso dalla esibizione senza pudori del corpo, la Chiesa ebbe fin dai primi secoli un atteggiamento di estrema diffidenza. Già Sant'Agostino interviene contro l'uso il giorno di San Giovanni di bagnarsi in mare per purificarsi, definendola una superstizione pagana che toglieva valore al battesimo cristiano. Nel x secolo Cesario di Arles condanna la pratica del "lavacro sacrilego" nelle fonti e nei fiumi sempre in occasione di San Giovanni. E Attone da Vercelli nello stesso periodo condanna come "cose da meretrici"i riti della notte di San Giovanni come pernottare presso fonti e fiumi, cantare e danzare tutta la notte, tirare presagi, predire la sorte, raccogliere erbe e foglie che "battezzate" nelle acque, sono religiosamente ("quasi religionis causa") conservate in casa, appese alle pareti, per tutto l'anno.
E' evidente anche da queste prese di posizione che la dimensione ludico-erotica doveva essere una delle componenti essenziali della festa, festa della fecondità dei campi e della natura, ma anche degli uomini. La carica liberatoria e di conseguenza radicalmente sovversiva di quella magica notte, in cui tutto poteva accadere e dunque tutto era lecito, non poteva che essere avvertita come trasgressiva e pericolosa dal potere ecclesiastico e civile. Una condanna destinata a durare a lungo e a seguire il ripetersi della festa e dei suoi riti nel corso dei secoli fino quasi alle soglie della mostra epoca. Così in un bando del governo pontificio del 19 giugno 1753 riferendosi alla credenza che la rugiada e per estensione l'acqua potesse assicurare la fecondità, si decretava che: "con l'autorità del nostro ufficio, a qualsiasi persona dell'uno o dell'altro sesso, proibiamo che in detta notte veruno ardisca accostarsi alle vasche, ai rigagnoli, alle fontane, togliendsi le brache e accucciandosi sull'erba, pena gli uomini tre tratti di corda da darsi in pubblico e scudi 50 di multa, e per le donne tre colpi di frusta a posteriori in pubblico, e sì per gli uni, come per gli altri, senza alcuna remissione"
Una festa tanto complessa,magica, gioiosa e inquietante al tempo stesso non poteva non colpire profondamente poeti e scrittori di ogni epoca. Abbiamo iniziato con Pavese, rovesciamo la polarità maschile-femminileper concludere con Sibilla Aleramo che così ne parla: "Legna che arde. Crepitio nel silenzio. Alari. Bastan due tizzi, spirito reduce, e un palpitar di fiamma azzurra. Riassunta tutta la miracolosa vivacità degli elementi. Più fresca d'un'acqua corrente, più vicina del vento alla segreta gioia della terra, cuore del tempo, rosso ganglio eterno. Due tizzi fra alari anche di camino straniero, in una sosta anche di un'ora sola. O un falò sotto fredde stelle, un rombo, una scossa han destato minacciosi le case, s'esce al freddo aperto, i campi s'accendono come in una notte di San Giovanni."