TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 luglio 2010

Da leggere: La maledizione del dio del fiume





Primo caso, a nostra conoscenza, di giallo ambientato nel contesto dei miti tribali di un'etnia africana, i Bozo del Mali, La maledizione del dio del fiume offre una stimolante e attualissima rappresentazione di un continente (e una cultura) che non riesce a scegliere fra tradizione e modernità.

Un noir in terra africana, dove al mistero del delitto si mescolano gli arcani che avvolgono una cultura ricca di miti e leggende.
In Mali nel villaggio di Kokri, lungo le rive del fiume Niger, vivono i pescatori di etnia bozo, profondi conoscitori del mondo acquatico e dei suoi misteri. Un giorno, durante la stagione secca, una tempesta sconvolge la loro vita lasciandosi dietro, al mattino, i corpi senza vita del capovillaggio e della sua sposa. Il commissario Habib, uomo caparbio e razionale, formatosi alla scuola dei bianchi, e il suo fedele ispettore Sosso vengono incaricati di scoprire la causa di quelle morti inquietanti. Per i bozo, legati alle antichissime tradizioni della loro terra, la spiegazione è priva di misteri: Maa il Lamantino, il dio delle acque, si è vendicato. Figlio del continente nero, ma occidentale per cultura, il commissario Habib conduce l’inchiesta destreggiandosi fra antiche credenze, Islam e animismo. L’indagine però non sarà soltanto la ricerca della verità, ma una vera e propria avventura, affascinante e coinvolgente, scandita dal ritmo epico di concezioni ancestrali.
Considerato uno dei migliori rappresentanti della letteratura africana, Moussa Konatè crea un intreccio semplice, ma avvincente mettendo in campo uno scontro titanico tra razionalità e logica, religione animiste, miti e leggende tradizionali. Tra le maglie dell'intrigo, protagonista assoluta è la terra e le etnie del Mali e: Konatè ne rende partecipe il lettore, in un viaggio appassionante e caleidoscopico tra tradizione e modernità.



Moussa Konaté è nato in Mali nel 1951. Professore di francese nei licei, abbandona l'insegnamento per la scrittura.
Nel 1981 pubblica il primo romanzo Le Prix de l’âme. Autore di una decina di romanzi, è considerato il miglior rappresentante della letteratura del suo paese. Nei suoi romanzi esplora l’Africa contemporanea al fianco del commissario Habib, rivelandoci un continente diviso fra modernità e rispetto della tradizione.
Nel 1997, Moussa Konaté crea le edizioni Le Figuier, diventando così il primo scrittore-editore del Mali. Senza rinunciare al suo amore per la letteratura francofona, si dedica alla diffusione del sapere in seno al mondo rurale attraverso pubblicazioni nelle lingue nazionali del Mali.
Risiede attualmente in Francia, ma resta codirettore del festival Etonnants voyageurs di Bamako in Mali.


Moussa Konaté
La maledizione del dio del fiume
Edizioni E/O 2010
€ 16,50

venerdì 30 luglio 2010

Nazim Hikmet, Perchè scrivo poesie




Un omaggio a uno dei maggiori poeti del Novecento, che fu anche coraggioso militante politico impegnato nella difesa dei diritti umani. La lettera è indirizzata a Joyce Lussu, sua traduttrice italiana.


Nazim Hikmet

Perchè scrivo poesie


Stoccolma, 20 dicembre 1961

Cara Joyce,

Mi domandi perché scrivo delle poesie? Sarebbe più giusto porre la domanda in altro modo. Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.
Cerco di ricordare.
Avevo tredici anni. Abitavamo Istanbul. Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiamava ottomano, ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane; anche le regole grammaticali erano arabe e persiane. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta. Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l’ottomano lo sapeva meno ancora di me. Mio nonno, Nazim Pascià, era poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana. Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari.
Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l’incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L’incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: “L’incendio”. Il ritmo della mia poesia imitava quello della metrica chiusa arabo-persiana che si chiama “aruz”: mi era restato nelle orecchie sentendo recitare mio nonno. L’”aruz” comporta delle cesure obbligate, che però non sono né sillabiche né toniche; non sapevo allora che vi fossero altri ritmi, o che esistessero i versi liberi. Anche il mio linguaggio era un’imitazione dell’ottomano.
Ecco i primi versi:

“Brucia brucia con terribile fracasso quel nemico dell’umanità
che stringe fra le sue braccia
le case le madri e gli orfani…”

E’ tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica. E riscrivendo queste righe, mi accorgo tutt’a un tratto che ero influenzato, più che dalla poesia di mio nonno, da quella di Tefik Fikret. Perché? Non lo so. Forse perché mio padre, che di letteratura non capiva nulla, leggeva qualche volta Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, forse anche un po’ socialista utopista: il nostro primo poeta che scrisse versi contro la guerra e contro la religione. Ma scriveva anche lui in ottomano, per quanto un po’ modernizzato.
La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C’era la prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra. E’ strano. Ricordo benissimo di aver scritto quella poesia, ma non mi viene in mente un solo verso. Ricordo anche che non era scritta in ottomano, bensì in un turco purificato in parte dalle parole arabe e persiane ma ancora molto impacciato; e che scrivevo sotto l’influsso del poeta Mehmet Emin, il primo che abbia scritto in turco e con metriche nazionali turche, sillabiche. Mehmet Emin era considerato il poeta del nazionalismo turco.
A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell’epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. Penso che fosse innamorato di mia madre: a casa leggevamo le sue poesie e all’accademia navale era il mio professore di storia. La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. Perché? Ora che ci penso, credo che sentissi il bisogno di approfondire le questioni di forma, e per questo avevo scelto un tema neutro, astratto. Feci vedere la poesia a Yaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: “Se puoi fare una poesia su quella sudicia bestiola, puoi diventare un grande poeta”.
Adesso capisco che si trattava di tutto un modo di concepire la poesia. C’era una differenza così grande tra la realtà e quello che avevo scritto:

“Aveva gli occhi verdi come le onde del mare
con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve…”

Pubblicai la prima poesia a 17 anni. Era stata corretta largamente da Yaya Kemal. Suonava così:

“Ho sentito un lamento sotto i cipressi
mi son chiesto, c’è qualcuno che piange qui?
o è il vento che si ricorda di un amore passato
in questo luogo solitario?

Un tempo pensavo che i morti ridessero
quando le nere cortine cadon sugli occhi
ma ora mi chiedo se i morti che amaron la vita
piangono ancora sotto i cipressi.”

Nel linguaggio e nella metrica era, almeno formalmente, una poesia che esprimeva le nuove tendenze.
Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l’onore, l’eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l’Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia.
A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l’esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell’Unione Sovietica.
Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un’ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un’immensa gioia di vivere, di creare.
Ho scoperto tutta un’altra umanità.
E cominciai a scrivere in un altro modo.
E da allora, non posso non scrivere delle poesie.

Omaggio a Grimaldi




Nell'ambito della rassegna "Non Solo Spiaggia 5", sabato 31 luglio alle ore 18 presso la sede della SOMS di Grimaldi Superiore (Via della Pace), verrà inaugurata la mostra fotografica "Omaggio a Grimaldi". Venti splendide immagini della frazione intemelia del fotografo torinese Bruno Manfredi (vedi: http://manfree.blogspot.com/), vincitore dell'edizione 2009 di Photomenton. L'iniziativa è organizzata dalla SOMS di Grimaldi in collaborazione con il comune di Ventimiglia. Segue rinfresco. Ingresso libero e gratuito.

giovedì 29 luglio 2010

Franco Astengo, Savona Economia



Pubblichiamo uno stimolante contributo di Franco Astengo sulle prospettive economiche dell'area savonese. Certo, la stagione forse richiederebbe argomenti meno impegnativi, ma noi di Vento largo siamo dell'idea che i problemi politici e sociali non vadano in vacanza con l'arrivo delle ferie estive.

Franco Astengo

Savona Economia

Martedì 27 Luglio 2010 l'inserto genovese di “Repubblica” ha pubblicato un ampio “reportage” sull'economia savonese che merita, a nostro avviso, una schematica interlocuzione, premettendo che vanno sollevate due questioni di metodo non secondarie: la prima, nelle pagine dedicate all'argomento non compaiono statistiche precise riguardanti – appunto – la provincia di Savona, statische relative, tanto per fare qualch esempio come il tasso di disoccupazione, le ore di cassa integrazione nell'industria (cassa integrazione che attualmente, se non andiamo errati riguarda diverse aziende fra le quali Ferrania, ormai in crisi da anni e la Piaggio), la nascita e la mortalità delle aziende,gli indici di produttività delle aziende manifatturiere, un rendiconto dare- avere delle presenze delle navi da crociera nel capoluogo (quanto costano, quali riscontri concreti sull'economia cittadina, quali oneri le compagnie versano alle casse delle istituzioni cittadine); la seconda che, salvo un accenno alle posizioni dei sindacati (regionali per altro) sull'ampliamento della centrale di Vado Ligure, non appaiono le posizioni di soggetti, sociali e politici diversi, dall'amministrazione comunale di Savona, l'Unione Industriali e l'Autorità Portuale (nessuna voce di altre parti sociali, quali, appunto il sindacato oppure potenzialmente dissonanti quali quelle delle associazioni ambientaliste).
In queste nostre brevi note ci riferiremo essenzialmente ai cinque progetti elencati nell'articolo firmato dal Presidente dell'Unione Industriali (alcuni discutibili, altri condivisibili: piattaforma Maersk, ampliamento Centrale di Vado, infrastrutture, Ferrania, trasferimento Piaggio) notando però, come ci è capitato tante volte in passato,come manchi una analisi delle condizioni generali della crisi, della situazione a livello regionale, e di una storia complessiva della Provincia di Savona posta soprattutto sul piano della prospettiva economica che si presenta nelle condizioni che conosciamo, dopo che è stato condotto esemplarmente un processo di deindustrializzazione, in chiave meramente speculativa (sul quale in passato, è bene ricordarlo sempre, si innestò un filone importante della “questione -morale” pre-Tangentopoli), come dimostrano, in particolare, le vicende del Comune capoluogo.
Tutti i progetti che sono elencati nell'articolo citato presentano , inoltre,controindicazioni pesantissime sul piano ambientale, la loro proposizione ha sviluppato un ampio movimento d'opinione nel senso contrario,alcuni appaiono chiaramente obsoleti, come nel caso della piattaforma Maersk) rispetto alle novità che la crisi finanziaria ed economica internazionale ha introdotto sulla scena, a tutti i livelli.
Ci è già capitato di affermare che il modello trasportistico – turistico è superato, anzi è sempre risultato debole e che è necessario un modello di sviluppo diverso che rilanci la provincia di Savona sotto tre aspetti fondamentali: le infrastrutture, l' ambiente, il rilancio industriale sul terreno dell'innovazione tecnologica.

In più, per quel che riguarda Savona città, il vero e proprio volano potrebbe venire dal rilancio della presenza culturale ad alto livello (Università, Biblioteca) svolto in contemporanea con il recupero dei grandi e pregiati contenitori storici presenti nel centro cittadino, ed oggi abbandonati ed in piena decadenza.
Centro cittadino che si presenta con migliaia di case vuoti e la presenza di ecomostri poco o per nulla abitati in zone strategiche, ormai irrimedibilmente occupate dalla logica del cemento ad ogni costo.
A Savona si voterà, per il rinnovo dell'amministrazione comunale del capoluogo, nel prossimo 2011: servirà un bilancio di questa amministrazione che continua ad essere legata, anche leggendone le intenzioni future ( Stadio, Nuovo Ospedale, ampliamento del polo tecnologico) alla logica meramente speculativa cui avevamo già accennato, di sudditanza ad interessi privati nell'utilizzo del territorio di una Città che al centro, come in periferia è già stato abbondantemente martoriato.
Chiediamo si rifletta, sul serio, circa l'utilizzo dei contenitori storici per quel che riguarda l'avvenire della Città di Savona:senza un progetto riguardante il rilancio culturale, che abbiamo schematicamente riassunto anche perché in passato ci è capitato più volte di esporlo in dettaglio e non vorrei annoiare, la situazione sarà destinata ulteriormente a degradarsi.



La questione delle infrastrutture, poi, sia stradali, sia ferroviarie appare urgentissima: occorre abbandonare la logica, anch'essa del tutto obsoleta, dei porticcioli (fermare la Margonara, quindi..) ed attrezzare, in particolare, il Ponente all'operazione di trasferimento della Piaggio che comporterà non soltanto il problema dell'utilizzo delle aree dismesse in quel di Finale, ma soprattutto sconvolgerà l'assetto socio – economico ed il paesaggio della piana di Albenga.
La questione del raddoppio della ferrovia da Finale ad Andora appare ormai lontana da essere affrontata: eppure si tratta di una priorità assoluta, quasi come quella di un rafforzamento della linea Savona – Genova e, ancor di più, di quella Savona – Torino.
Non siamo ambientalisti d.o.c., neppure individuiamo nell'edilizia il nemico, o nelle crociere un inutile spreco: la realtà è che questioni come quella della Tirreno Power appaiono decisive per la qualità della vita nelle nostre zone nel senso della necessità di sbarrare la strada ad ampliamenti improvvidi; l'edilizia è stata, fin qui, in chiave di deindustrializzazione meramente speculativa senza restituire nulla al territorio (e si continua a pensare di andare avanti, come abbiamo visto...), le crociere hanno soffocato il porto commerciale di Savona e non rappresentano certo un volano di sviluppo; inoltre, sempre per restare in tema di portualità, esiste una questione di spazi per retroporti, nell'immediato o più lontano entroterra, che rischia di diventare l'occasione per un utilizzo di spazio assolutamente devastante per la possibilità di installazione di attività produttive, ad alto livello.
Si dovrebbe aprire, a questo punto, il discorso sulle istituzioni, con la Regione che ci pare lontana dall'aver sciolto il nodo del ruolo dei diversi comparti di sviluppo a livello dell'intera Liguria, la Provincia che appare ben lontana dall'esprimere un ruolo progettuale e da funzionare come riferimento per la traduzione sul territorio di una capacità di iniziativa degli Enti Locali.
Del Comune di Savona abbiamo già detto.
Non resta che pensare ad elaborare un progetto diverso, un progetto che sarà necessario continuare a reclamare.

Savona, li 27 Luglio 2010


Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.

Fenestrelle, Festa al Forte: incontro fra le genti





mercoledì 28 luglio 2010

Échanges N°133





Échanges N°133

E' disponibile l'ultimo numero di Échanges, bollettino della rete “Échanges et mouvement” (N°133, été 2010, 3 euro).

Per abbonamenti, informazioni e corrispondenza: echanges.mouvement@laposte.net, BP 241 75866 Paris Cedex18. Abbonamento 15 euro per 4 numeri comprendenti le brochures pubblicate durante l'anno.

Questo numero contiene tra l'altro Heurs et malheurs de la représentation syndicale e il seguito dell' analisi della crisi negli USA di Henri Simon, una testimonianza sul Primo Maggio a Baltimora , la critica di Gérard Bad alla brochure di Bruno Astarian sulla questione sindacale in Cina.

La musica al tempo degli Statuti. Musica, danza e storia delle valli occitane



La musica al tempo degli Statuti

Musica, danza e storia delle autonomie medievali nelle valli occitane

Un viaggio nel periodo delle autonomie locali, che dal 1200 al 1600 resero il territorio della
Val Maira ed una vasta porzione delle valli Varaita, Susa e del Queyras francese (gli
Escartons) di fatto regioni autonome slegate dal potere feudale centrale, è il tema dello
spettacolo che LiliumLyra ed Espaci Occitan propongono al pubblico con l’intento di portare lo
spettatore a conoscenza di quel periodo storico in cui le valli vissero in una sorta di libera
“repubblica”, vera eccezione nel mondo feudale, che favorì lo sviluppo dei commerci,
dell’artigianato e dell’arte nelle nostre valli.

Non si tratta di una conferenza sul tema, ma di uno spettacolo costituito da momenti
musicali, a volte accompagnati da danza, e da letture tratte da un’attenta analisi di testi e
documenti, anche originali, che evidenziano alcuni aspetti interessanti della grande e piccola
storia che ha reso peculiare questo nostro amatissimo territorio.
Il gruppo musicale LiliumLyra si presenterà per l’occasione composto da tre elementi di varie
età e provenienze artistiche, con strumenti musicali che sono ricostruzioni fedeli di quelli del
periodo. Il corpo di ballo è invece costituito dalle ballerine della Megra.

Gli spettacoli, ad ingresso gratuito, si svolgeranno, a partire dalle ore 21 nelle serate di
giovedì 5 agosto a Dronero al Museo Sòn de Lenga di Espaci Occitan e martedì 10
agosto a Frassino nella Cort de Jòrs in Via Vecchia.




Per informazioni: Espaci Occitan - Via Val Maira 19 - 12025 Dronero (Cn) - tel 0171 904075 -
segreteria@espaci-occitan.org - http://www.espaci-occitan.org/

martedì 27 luglio 2010

Francesco Biamonti, Mario Novaro tra luce e mare


Mario Novaro

Francesco Biamonti ci parla di Mario Novaro (e di Montale), ma ancora una volta protagonisti sono la luce e il mare.

Francesco Biamonti

Quasi una musica bianca*


Posso dire di aver avuto una lunga esperienza come lettore di Mario Novaro. Leggendolo ventenne, e forse prima, ho provato un'impressione stranissima, un senso di meditazione profonda e di rarefazione, inconsueta nella letteratura italiana, quasi una musica bianca propria di certi raffinatissimi poeti francesi. Ho capito che l'anima della Liguria era, nella sua severità giansenistica, anche un'anima fatta di leggerezza musicale. Una poesia nella quale la levigatezza delle pietre del mare si sposava con gli scabri e nudi ciottoli della montagna, In più c'era una tentazione di dissolvimento della luce.
D'altra parte, credo che sia in questo oscillare tra la montagna e il mare, tra la concretezza delle cose più solide e minerali e la liquidità infinita del mare, e l'ossessione del dissolvimento della luce, tutta la centralità della poesia ligure del Novecento. Centralità che può andare dalla riflessione morale alla ossessione metafisica.
Ho scoperto poi – leggendo – che Mario Novaro era stato un grande studioso di Malebranche, il quale voleva porre il razionalismo cartesiano al centro della filosofia cristiana, al centro della conoscenza del mondo. Le cose non si vedono di per sé – sarebbe allora un semplice occasionalismo – ma si vedono in rapporto con la mente divina unitaria. Credo che vi sia in Mario Novaro, nella frammentarietà delle cose che ci presenta a piccoli quadri, quasi premontaliani: oggetti che navigano nella luce del giorno, nell'ombra della notte, nel chiarore della luna, un tentativo di coglierli in un'unità primaria che li fondi aldilà della contingenza.
E a che cosa pensa Mario Novaro quando muore il padre, se non al mare:

...sussurrava il mare
a piè della casa il canto
suo notturno più penetrante
di dolcezza e dolore e delirio.

Ecco, avevo pensato un'altra cosa: anche il discorso sul metodo di Cartesio era stato scritto in un porto di mare, era stato scritto nel porto di Amsterdam. Come se ci fosse un'esigenza dell'io di fermarsi su qualcosa, davanti alla sterminatezza del mare, davanti all'infinito.
Ma in Novaro ho notato anche altre varie affinità con scrittori e poeti da me particolarmente amati e riletti. C'è la ricerca di un varco fra le cose che ci circondano

… spalancano lo spazio
perché l'anima immota lo varchi
oziando nell'oppio dell'ora.

Quello che poi diventerà il varco famoso di Montale: “Cerca una maglia rotta nella rete/ che ci stringe...”.

*Unico brano esistente della relazione sulla poesia di Mario Novaro tenuta da Francesco Biamonti il 25 novembre 1994 a Palazzo Tursi – Genova – in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario della morte del poeta imperiese.

(Da: La Riviera ligure, anno VI, n.17/18, dicembre 1995)

Ringraziamo la Fondazione Novaro per l'autorizzazione a riprendere questo testo.



Per informazioni sulle attività e le pubblicazioni della Fondazione Mario Novaro contattare http://www.fondazionenovaro.it/ oppure fondazione.novaro@fastwebnet.it

lunedì 26 luglio 2010

stopartendo...

Un libro misterioso


Ermete Trismegisto


Terza parte della ricerca di Guido Araldo sulle origini della Militia Templi, da cui si evincerebbe che i templari furono fin dagli inizi portatori di una dottrina esoterica e non, come comunemente si pensa, in seguito all'incontro in Terrasanta con le scuole sufi.

Guido Araldo

Un libro misterioso



Nel XII secolo, proprio nei giorni in cui fu istituito l’Ordine del Tempio, apparve a Toledo un misterioso “liber XXIV philosophorum”: un testo esoterico anonimo, attribuito a Ermete Trismegisto, della cui vera origine si sta discutendo ancora oggi.
A redigerlo fu un intellettuale di Toledo che partecipava all’intensa vita culturale di quella città liberata dal giogo arabo il 25 maggio 1085 e che viveva un periodo di straordinario splendore, con una grande crescita culturale, sociale e politica?
Oppure è un testo che trae origine dalla gnosi alessandrina del I o II secolo?
O, ancora, ha un’origine pseudoaristotelica, generato in qualche sperduto monastero della Castiglia?
Questo testo elenca 24 definizioni di Dio; più precisamente descrive un convegno di 24 teologi che prendono a turno la parola e ciascuno di loro presenta la propria tesi.
Tra queste sono da annoverare le seguenti tesi:
I°) Dio è un monade (termine in uso presso le scuole pitagoriche per indicare l’unità originaria dalla quale trae origine la serie dei numeri: dal greco monàs, unità) che procede da sé e a sé ritorna. Giordano Bruno farà del monade la base sulla quale sviluppare la teoria della “matematica magica” (De minimo,De monade). Concetto ripreso e ampliato da Leibniz, che fonderà sul monade una complessa concezione dell’universo.
II°) Dio è simile a una sfera infinita il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.
V°) Dio è ciò di cui non si può pensare di migliore, maggiore e completo.
VII°) Dio è principio senza principio.
XXVI°) Dio è colui che si conosce soltanto con l’ignoranza!


Silvestro II

Un libro davvero insolito, che attesta la complessità ed eterogeneità culturale e teologia di quell’epoca, straordinariamente complessa e sorprendentemente dinamica.
Si tratta di definizioni sostanzialmente esoteriche, in parte pitagoriche e in parte neoplatoniche insolite per l’epoca, desuete per il successo che riscontrarono fino al XVI secolo e che attestano un collegamento con la “scuola di Reims” sviluppata da quel Gerberto che sarebbe diventato papa con il nome di Silvestro II.

Una diretta correlazione tra Templari e questo libro è attestata da Everard des Barres, Sovrano Maestro dell’Ordine dall’aprile del 1147 al maggio del 1150; in seguito dimissionario e dotto monaco presso l’abbazia di Clairvaux, dove morì nel novembre 1174.
Pare che Everard des Barres abbia scritto commenti al “liber XXIV philosophorum”, in suo possesso: particolare che, se confermato, dimostrerebbe conoscenze esoteriche tra i massimi dignitari templari fin dalle loro origini.



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

mercoledì 21 luglio 2010

I Templari e la Costellazione della Vergine



Seconda parte dello studio di Guido Araldo sull'origine della "Militia Templi". La prima parte è stata pubblicata il 12 luglio.


Guido Araldo

L’ideale di San Bernardo:
la Gerusalemme terrena sotto le stelle della Vergine



Bernardo, tra i grandi promotori dell’ordine dei Cistercensi, non era soltanto un mistico e un teologo, ma anche un eccellente organizzatore e un fervente sostenitore della guerra santa contro l’Islam. Negava qualsiasi possibilità di dialogo con gli Infedeli: “il posto migliore per un islamico era un buon metro sotto terra!” sosteneva con grande convinzione.
San Bernardo soleva asserire “Corona non datur sine certamine!”: la corona della vittoria non si ottiene senza il combattimento!
A suo parere un buon cristiano doveva lottare per realizzare sulla terra il disegno divino: la Gerusalemme terrena, in sintonia con la Gerusalemme celeste. Pertanto il buon cristiano doveva combattere, armi in pugno, i nemici della fede; primi fra tutti gli odiati Islamici.
L’ideale che quel grande propugnatore di fede infuse nella regola templare fu quello di una “religio per militiam armatam”, sul solco tracciato dall’imperatore Carlomagno tre secoli prima, quando scrisse al papa:
“La mia missione consiste nella difesa della Santa Chiesa di Cristo, con l’aiuto della misericordia divina: all’esterno sollevando le armi contro tutti gli attacchi pagani e all’interno con la solenne affermazione di un’incrollabile fede cattolica.”
“Due spade esistono!” scriveva san Bernardo a papa Eugenio “una spirituale e l’altra temporale, che si sostengono a vicenda”.
Era convinzione di san Bernardo che la minaccia islamica fosse troppo grande e incombente e, pertanto, fosse necessario spazzarla via definitivamente. Per questo motivo era necessario ricorrere a monaci-cavalieri armati, organizzati militarmente: una milizia d’élite permanente, sul campo, non fiaccata da inutili pratiche ascetiche! Frati fanatici oranti e straccioni, inviati al macello, com’era successo con quegli idioti di Pietro l’Eremita e Giovanni Senza Averi erano totalmente inutili!
Scriveva San Bernardo:
“I Templari non sono spinti da collera, ambizione, vanagloria o cupidigia: si distinguono profondamente dalla milizia secolare, dove chi uccide pecca mortalmente e chi perisce, muore per l’eternità. I Templari s’impegnano nella guerra in nome di Gesù Cristo, senza timore di peccare quando uccidono nemici demoniaci e di perdere l’anima quando cadono in combattimento. I Templari, sia che infliggano un colpo mortale o lo ricevano, non si macchiano di alcun crimine; anzi, si coprono di gloria! Se uccidono, è per la gloria di Gesù Cristo; se sono uccisi, è per vantaggio della loro anima. Il cavaliere cristiano è glorificato dalla morte di un pagano, perché con quel gesto glorifica il Padre nostro che è nei Cieli!” Pertanto esortava i Templari:
“Andate tranquilli! Andate contenti! Respingete con coraggio i nemici della croce. Felici e gloriosi saranno quelli che torneranno vincitori. Più felici ancora coloro che cadranno morti in combattimento, guadagnandosi il regno dei cieli!”





La regola dell’Ordine del Tempio concedeva ai suoi cavalieri la tunica bianca, colore della castità; nera per i gradi inferiori: sergenti e scudieri, e permetteva di mangiare carne anche di venerdì, se alla vigilia di una battaglia.
Diciotto anni dopo, nel 1146, papa Eugenio VI concesse ai cavalieri del Tempio di Gerusalemme di esporre sui bianchi mantelli la croce rossa dei martiri, sul lato sinistro: “crucis rubeas martyrum designantes”.
San Bernardo scese nei dettagli: ad esempio gli scudi e le armi dei Templari dovevano essere sprovvisti di dorature, per castigare moti d’orgoglio. Gli attribuì anche un motto che divenne famosissimo, tratto dai primi due versi del Salmo 115:
“Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloria”!
I capelli dovevano essere tagliati corti; meglio se rasati, per poter vedere bene e non ingombrassero durante i combattimenti. Anche le barbe, contrariamente a molte raffigurazioni postume, dovevano essere corte e ben curate. Nessuna astinenza debilitante! I cavalieri dovevano usufruire di una buona alimentazione a base di buon vino e ottima carne almeno tre volte la settimana. Ma non era lecito accostarsi a una donna e, neppure, baciare la madre o la sorella. Nelle stanze, di notte, doveva ardere sempre una lampada, per tenere lontano le “tentazioni della carne”, esattamente come nei monasteri cistercensi.
Un brivido sembrò percorrere i nobili di Francia e del Sacro Romano Impero quando nel 1130 Raymond Roger, conte di Barcellona, raggiunse Gerusalemme con l’intenzione di umilmente servire nella “Militia Templi”.



A questo punto l’ideale di San Bernardo sembrava sul punto d’essere realizzato! In tutta Europa, soprattutto in Francia, salivano al cielo incredibili montagne di pietra eteree, dalle stupende vetrate: le colonne della Gerusalemme terrena della quale i custodi erano i Templari e i Cistercensi, ideati proprio dall’abate di Clairvaux. E c’era di più! Si dice che le prime grandi cattedrali gotiche, quelle templari, siano state edificate nelle contrade dei Franchi per riprodurre la costellazione della Vergine: la stella Epi nella cattedrale di Reims, Gamma in quella di Chartres, Zeta ad Amiens, Ipsilon a Bayeux e poi, ancora, le stelle più piccole a Ervieux, Etampes, Laon, Nìyon, Rouen, Coutances e, ovviamente, Parigi.




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".


martedì 20 luglio 2010

Mediterraneo.Poesie di Silvana Alliri, Laura Macchia e Adriana Romano


Si è appena concluso nell'ambito della Festa democratica di Savona il secondo concorso di poesia online sul tema "Suoni, colori, sapori e profumi del Mediterraneo". Dal volume, curato da Angelica Lubrano, che raccoglie le opere dei partecipanti, riprendiamo le composizioni poetiche di Silvana Alliri, Laura Macchia e Adriana Romano.

Il suono del Mediterraneo

Holiday Island sventolio di bandiera
sull'albero maestro nell'oltre mediterraneo
la stretta di mano all'Oceano Atlantico.

Nelle tempeste e nelle battaglie, tra vinti
e vincitori veleggia la lunga storia
d'uomini e di terre del padre che mi generò.

Sulla scia di speranze, o d'invitanti porti,
crociere baldanzose o nomade peregrinare,
fughe convulse da povertà di tradite terre.

Nel ventre sommerso, tra bocche voraci,
la brutale catena alimentare d'acque
e di cielo salendo vituperio alle stelle.

Sul respiro dell'onda, come uccello sulla rotta,
piange l'eterno sacrificio di vite umane
o nuove felicità d'approdi ai compiuti desideri.

Abbraccia la madre Terra tutti i suoi figli
sul cammino possente delle Ere del tempo
cantando, sirena, nel suono del Mediterraneo.

Silvana Alliri


Cambia il colore

Cambia il colore dei cieli
su questo mare nostro.
Nubi di fumo violentano spazi
che si miravano un tempo
tra stelle
di notte
brillanti
nell'aria e nell'acqua.
Così più crudo ci appare
che
come il cielo
s'abbui anche ilo mare.
Tramonto d'attesa
cercando invisibili stelle.
L'alba s'impasta d'amaro
nell'ansia di sole e di pace.
Sembra lontano e perduto
il blu della notte
del giorno
l'azzurro dorato.

Laura Macchia


Occhi di mare

Negli occhi tremendi del mare
temendo di perdermi
mi ritrovai, profonda e vibrante
come l'onda profumata
di spezie, furiosa sotto le carezze
del vento, beata nei profumi
dell'oriente suggeriti da neri marinai.

Nella sera i fondali si colorano
per creature misteriose e dolenti,
mute nei gorghi profondi, invisibili
eppure presenti; come nelle vene il sangue
nel mare le correnti.

E le albe sono sempre strepitose,
rincorse da gioiose sfumature
d'arancio di rosa di lillà;
le distese infinite del mare
mentre passi guidando verso il centro
ti chiamano con canti di sirena
che tu riconosci a malapena, eppure
ti entrano dentro come un palpito,
ti fan venire voglia di pensare,
magari di fermarti a riposare:
le distese infinite del mare.

Adriana Romano

lunedì 19 luglio 2010

Da leggere: Operazione Atlanta di Hugues Pagan

Maoista nel '68, poi commissario di polizia, infine scrittore di successo, Hugues Pagan rappresenta una delle voci più interessanti del neopolar fancese. Assolutamente da leggere Last affair (Operazione Atlanta), appena pubblicato da Meridiano zero.


"Il sentimento che anima la maggior parte dei miei personaggi è la rabbia. Io cerco di mettere in scena degli uomini in rivolta."
(Hugues Pagan)

In una Parigi bistrata e virata al nero si consuma il nuovo capolavoro di Hugues Pagan. Una storia, quella di Operazione Atlanta, che procede per incastri successivi fino a costruire un gigantesco gioco di potere che rischia di travolgere i protagonisti. Il commissario Château, boss dell’Usine, ha messo in atto una micidiale operazione per catturare vivo o morto Berg, ex terrorista la cui ombra si allunga fra le pagine della storia come quella di un fantasma. Ma Berg esiste o è solo il frutto maligno di una macchinazione per mescolare le carte? Quel che è certo è che Château non ha fatto i conti con i cani sciolti: Milard, detective imbevuto di dolore ma dal fenomenale fiuto investigativo che sta mettendo il naso dove non dovrebbe e Mauber, giustiziere al di fuori delle regole con un passato nei Corpi Speciali, forse l’unico in grado di stanare Berg. Saranno loro a stringere un’imprevista alleanza che costerà cara ai registi occulti dell’operazione e che deflagrerà in un arco di spaventosa violenza nella spettacolare sequenza finale. Sempre più lirico, decadente e romantico, Hugues Pagan modella un romanzo che ha il profumo della fine del giorno e il ritmo delle foglie cadute. Il suo stile narrativo dardeggia, catturando primi piani di personaggi memorabili, illuminando fra tutti il dolce viso di un’indimenticabile e commovente Céline.

(www.meridianozero.it/new/index.htm)

Due domande a Hugues Pagan:

Ex ispettore nella polizia di Parigi, molto critico sul modo in cui quel lavoro viene svolto, Hugues Pagan è diventato una figura di riferimento nell’universo del romanzo poliziesco. Il sarcasmo e l’ironia celano un sentimento di ribellione alimentato più da ideali utopistici che da una semplice disillusione.
La tematica ricorrente della morte, con l’eroe "già morto prima ancora di morire", è alla base dei suoi romanzi. Questo tema è legato alla disillusione del lavoro di poliziotto o ci sono delle radici esistenziali più profonde?
È vero, uno dei temi ricorrenti dei miei romanzi è la lenta agonia che precede la morte. E probabilmente non sono estranei i miei legami familiari con i gitani di Barcellona, un nucleo di persone che intrattiene un rapporto molto particolare con la morte, quella stessa perversione malsana che si ritrova nelle corride. Senza parlare del commissariato, dove questo tipo di frequentazione e’ praticamente quotidiana.

Ma la coerenza della critica sociale non viene spezzata dalla soggettività del disinganno, nella misura in cui la denucia della corruzione, della violenza o del complotto nella polizia passano attraverso il prisma della narrativa?
Da una parte c’è il discorso politico, che per me non è mai cambiato, a partire dal ’68, e dall’altra una parte di fantasia, che oltrepassa questo aspetto e porta avanti la narrazione. Non è semplice, "tenere il culo su due sedie". Si tratta di conciliare un discorso coerente su una situazione sociale desolante e l’immaginazione nevrotica di un autore. Anni fa qualcuno mi aveva chiesto se non avrei fatto meglio a darmi al giornalismo, e io avevo risposto che ci sono già altri che lo fanno molto bene. Quando ci si muove partendo dal particolare, la sfida è di arrivare a una forma che abbia un senso universale. Questo si collega anche al mio legame con l’etica. Io non credo a una politica che non sia basata su un senso etico. All’inizio bisogna avere una morale senza compromessi.
Come diceva Camus, citando Chamfort: "Bisogna essere generosi prima di essere giusti, proprio come bisogna avere una camicia prima di pensare ai pantaloni". È necessario avere un senso etico prima di quello politico. La nostra unica speranza passa attraverso l’etica. Purtroppo l’etica ha delle variabili e si può pensare, ahimè, che ci sia anche un’etica dell’indice di borsa. Non ne sono sicuro, ma è possibile.
Credo di essere stato un scrittore punk anzitempo perché, pensando al traguardo finale, non si sa mai chiaramente dove si arriverà. Spesso mi viene rimproverato il nero assoluto dei miei personaggi, il mio pessimismo totale. Ma io descrivo solo la realtà, parto sempre da fatti e persone reali. E il mio lato artistico si sovrappone a questa realtà, la "veste". Il mondo con cui sono stato a contatto per anni è ancora più nero. L’etica del mio lavoro consiste nel riferire le situazioni nel modo più onesto e rispettoso possibile, sapendo che è necessario toccare le emozioni del lettore. Non voglio né educare, né insegnare. Se volessi farlo, allora mi sarei dato all’insegnamento. E anche fare il giornalista è un’altra cosa. C’è una posizione di ribellione sotto la mia ironia e il mio sarcasmo, che mi sembra la base portante di tutto il mio lavoro. Credo che in qualche modo la ribellione del mio personaggio susciterà l’adesione o il rifiuto da parte del lettore. Bisogna che la gente si ribelli anche se non esiste ancora una soluzione ai problemi.

(Patricia Osganian e Frank Frommer, Mouvements n.15-16, La Découverte)

Nato nel 1946 in Algeria, terra di cui conserva tuttora un ricordo abbagliante, Hugues Pagan "rientra in Francia per obbligo e vi rimane per necessità". Come molti pied noir vive un certo senso di sradicamento: un’irrequietudine che lo spinge a scelte radicali e apparentemente contraddittorie. Dagli studi filosofici all’impegno politico sulle barricate del Maggio francese, fino alla decisione, nel 1973, di entrare in polizia. Infine, a partire dal 1982, la letteratura: quasi un riflesso unitario delle proprie esperienze.

Operazione Atlanta
di Hugues Pagan
Meridiano zero, 2010
Euro 14,50

domenica 18 luglio 2010

La sottile espressione dei gesti, Luciana Bertorelli espone a Barletta


Luciana Bertorelli, Meteore 1


Luciana Bertorelli, che tra l'altro è una cara amica di Vento largo, espone a Barletta. Un evento artistico di grande interesse di cui proponiamo la presentazione a cura della Dott.ssa Sabina Grisorio.


La Sottile Espressione dei Gesti.
Mostra Collettiva

A cura di: Anna Soricaro, Sabina Grisorio

Artisti: Maurizio Basaldella, Luciana Bertorelli, Atonia Eleonora Cavaleri, Rosalba Mangione

Inaugurazione: lunedì 19 luglio ore 18.00
Periodo: 19/07/10 - 03/08/10

CENTRO CULTURALE ZEROUNO
via Indipendenza, 27
Barletta (BA)


Aperto: martedi' - venerdi' 10/13 e 18/21, lunedi' mattina e sabato solo su appuntamento


Patrocinio: Fondazione Giuseppe De Nittis



Sabina Grisorio

La sottile espressione dei gesti



I gesti sono ora rapidi ora lenti, spesso corposi, a volte leggeri e leggiadri.
Esprimono emozioni e sensazioni e grazie ad essi l’arte riesce a tratteggiare le interiorità di ogni artista, geniale creatore di ideali realtà.
Attraverso i gesti di quattro artisti, Maurizio Basaldella, Luciana Bertorelli, Atonia Eleonora Cavaleri, Rosalba Mangione, si esprimono mondi segretissimi e raffinati, spazi in cui trovarsi tra fervide nuance e corposità materiche.
La fuga, l'impressione, uno sguardo rapido che raccoglie il divenire, si ferma, si arresta sulla tela di Maurizio Basaldella. La cognizione, che deriva dall'intuizione, viene espressa dall'artista con la moderna maestria di chi cerca di spiegare in vero. E' un gioco di sensazioni quello di Basaldella. Un confuso e fugace raccogliere la percezione. I colori determinati significano chiara individuazione del reale, la disordinata mescolanza testimonia l'indicibile, la difficoltà di esprimere ciò che non si vede, ma si percepisce: un profumo, un colore, una gioia, una delusione, la voce rotta di chi non trova le parole... L'inquietudine di vivere, la tensione di provare a spiegare, balzano dalle opere di Maurizio Basaldella. Lo spettatore, nell'impatto visivo di chi è accecato dai colori, intraprende quel processo cognitivo per indagare, per ricercare la ragione di quelle mescolanze, la significazione di quelle scelte pittoriche apparentemente disordinate. Non un'immagine, neanche illusoria, solo l'affanno di non dimenticare quella, determinata sensazione per riportarla, così, nuda, sulla tela.
E, dal processo cognitivo ad una piena cognizione cosmica. Le linee leggere e luminose di Luciana Bertorelli disegnano l'uomo, cellula della natura. I colori rimandano ai quattro elementi naturalistici, fondamento della prima filosofia: acqua, aria, terra e fuoco. Da qui, l'uomo, nella sua primordiale essenza. Le figure assumono posizioni “a contatto con la natura”. Il rosso lavico di un mondo in formazione, la quiete dell'azzurro di un mare calmo, i colori accesi di struggenti tramonti....a questo è invitato lo spettatore delle opere della Bertorelli. L'uomo in simbiosi con la natura, in quanto parte di essa. L'artista ristabilisce, nelle linee delle figure, il rapporto intimo tra l'uomo e il mondo naturale, potremmo dire, tra la natura e la sua creatura. Ogni movimento delle figure umane rievoca frammenti naturali e ciascun angolo della terra, del cielo, del mare, ogni albero, ogni animale prende le sembianze umane. Un'arte eterea e al contempo decisa, tale da determinare la catarsi, tale da far comprendere l'origine della vita e l'assimilazione di essa con la natura. Un'arte silenziosa e ascetica, che conduce alla più intima riflessione del se.
Curiosa osservatrice del mondo circostante, Antonia Eleonora Cavaleri, attraverso le linee morbide dell'indefinito, solletica le percezioni sensoriali. Scene del reale appena accennate, ma fortemente esplicative, colori sovrapposti ad intendere ora la brina del gelido grigio misto all'azzurro, ora la calura dei rossi e dei marroni. Forti accostamenti cromatici rivelano il vero colorito, vivo e vivace. Vi sono vari modi per cogliere ciò che si vede, e, quello della Cavaleri è il modo dell'indefinito, dell'aria impalpabile, della percezione tattile non riproducibile in immagine chiara, del suono solo accennato con la punta del pennello. La luce è manifesta, invece, nel bagliore dei quadri. La vita è filtrata non tanto attraverso ciò che si vede, bensì, attraverso il modo con cui si sente. E, il modo dell'artista pare quell'angolo d'aria che raccoglie la sottile espressione dei gesti.
Rosalba Mangione attraverso toni decisi e decisivi pare condividere il pensiero di Baudelair per cui la pittura è vocazione. Partendo da questo principio dipingere diviene un’opera magica il cui senso si può intendere solo come si intende la natura: come un vasto insieme di forme, sensi, profumi, colori. Lasciandosi guidare dalla passione per il rosso e il nero e trasportandosi di fronte ad una tela bianca, unico spazio in cui davvero riuscire a trovarsi, la Mangione identifica riquadri cromatici delineati da sobrie linee di demarcazione. La superficie sprigiona una notevole carica vitale per l’artista al punto che la tela diviene il reale spazio della vita e non il luogo della rappresentazione di una realtà esterna.





Luciana Bertorelli è una delle figure più attive ed interessanti del panorama artistico savonese. Nel suo studio SPAZIOGAIA, già in via Collodi 54 r, ora in via Briano 2, Valleggia di Quiliano (Savona), anima incontri culturali con musicisti, letterati ed artisti. Ceramista di grande esperienza e sensibilità, costruisce attraverso un segno sensuale e materico un universo di grande intensità poetica.

sabato 17 luglio 2010

Festa Occitana a Olivetta San Michele (IM)


Sabato 17 luglio 2010, dalle 20,00 all’alba. Festa Occitana
(sesta edizione)

Anche quest’anno verrà organizzata la Grande Festa Occitana, appuntamento
ormai tradizionale con il quale il Comune di Olivetta San Michele intende
celebrare usi e tradizioni occitani.
Olivetta San Michele, peraltro, è l’unico Comune della Liguria per il quale è
stata formalmente deliberata l’appartenenza alla minoranza linguistica storica
occitana per l’intero territorio (non limitatamente ad una parte), in ossequio
alla L. 15 dicembre 1999, n. 482 ed al d.p.r. 2 maggio 2001, n. 345.
Alla serata gastronomica collaboreranno tre associazioni locali
( l’ Associazione R amig d’ee Pilon d’Oc, l’Associazione Bürbarant e l’Associazione
Les Amis de Piene Haute) che dislocate rispettiv nelle varie borgate del paese
dove si esibiranno i vari gruppi musicali, prepareanno specialità occiane.
L'evento prevede la partecipazione di tre gruppi appartenenti al repertorio
della musica tradizionale occitana, ovvero i Cap levat, i Lou Giari d'Oc e i Lo
Truc.

I Cap Levat sono una giovane band di Borgo San Dalmazzo che unisce elementi
propri del repertorio tradizionale occitano come ghironda, organetto e fiati a
strumenti moderni come chitarra, basso e batteria con il risultato di creare un
mix davvero esplosivo.
Reduci dal successo di “Sindic Occitan” i Lou Giari d’Oc sono un gruppo di
Vernante dalla fama ormai consolidata, la cui musica si traduce perfettamente
con le strutture del ballo occitano. La loro presenza alla Festa Occitana ad
Olivetta è ormai una costante e proprio l’impatto straordinario con il pubblico
è uno dei punti forti della band.

I Lo Truc si configura come un gruppo tradizionale occitano in cui i tre
musicisti si avvalgono del suono della ghironda, della cornamusa, dell’
organetto e del gabolet.
Si sono esibiti in occasione di diverse manifestazioni tenutesi nel territorio
occitano italiano, francese, in Liguria ed in Calabria. Nel 2009 è uscito il
primo album dal titolo “L’aura”.

venerdì 16 luglio 2010

Festa di Emergency a Varazze




Al fine di far conoscere l’attività dell’Associazione e per raccogliere fondi per il mantenimento del Centro Pediatrico dell'Ospedale di Goderich in Sierra Leone, nei giorni 23 e 24 LUGLIO 2010 si svolgerà la

FESTA DEL GRUPPO VOLONTARI EMERGENCY DI SAVONA

Presso la Foresteria della Croce di Castagnabuona a VARAZZE

Un insieme di iniziative per stare insieme dall’osservazione delle stelle con il Gruppo Astrofili all’incontro con il Dott. Marco GARATTI, operatore di Emergency fermato in Afganistan tre mesi fa, dal gustare i piatti tipici della cucina ligure all’ascoltare musica, spettacoli teatrali e balli popolari


23 luglio 2010 venerdì
alle ore 16 educazione ambientale con ”L'Ente Parco del Beigua”
alle ore 18,30 osserviamo Venere a cura del Gruppo Astrofili Orione di Savona
alle 19.00 APERITIVO – spritz.. iamo di gioia!
alle 20.00 CENA DELLE LANTERNE passeggiata nella macchia mediterranea gustando piatti tipici della cucina ligure con intrattenimento da parte del Gruppo Kalafrica e Luca Repetto
alle 21.30 Incontro con Emergency: saranno con noi Cecilia STRADA, Presidente dI Emergency , il Dott. Marco GARATTI, chirurgo e coordinatore dei programmi di Emergency in Afganistan e Maso MOTARIANNI, Direttore di Peacereporter e; poi PAROLE E MUSICA( Kalafrica, Luca REPETTO e spettacolo teatrale)
alle 23.00/23.30 “Sotto lo stesso cielo” a cura del Gruppo Astrofili Orione
INTRATTENIMENTO BIMBI
alle 15.30 alle 19.00 con fiabe e giochi
dalle 22.00 alle 23.00 con gli astrofili

24 luglio 2010 sabato
alle ore 10 alle ore 12,30 educazione ambientale in collaborazione con “L'Ente Parco del Beigua”
alle ore 13 pranzo a buffet
alle ore 16 merenda
alle ore 17 registrazione dei partecipanti alla camminata “Correndo e camminando per Emergency”(3 percorsi di diversa difficoltà e lunghezza: per bambini a famiglie 3 km, passeggiata da 7 Km e percorso competitivo da 7,5 Km)- premi per tutti – ricchi premi per il percorso competitivo
ore 18 partenza della camminata
all'arrivo focaccette per tutti e premiazione degli atleti
alle 19 alle 20 aperitivo con sorpresa!!
alle ore 20 cena in corte con piatti tipici liguri e letture di M.A. Rossello
alle ore 21,30 Musiche occitane e balli con i Gruppi “CapLevat” e “Farandoulaires”
dalle ore 23 “sotto lo stesso cielo” osservazione del cielo in collaborazione con Gruppo Astrofili Orione

INTRATTENIMENTO BIMBI
dalle 10.00 alle 12.30 con fiabe e giochi
dalle 15.30 alle 19.00 con fiabe e giochi
dalle 22.00 alle 23.00 con gli astrofili

Dai comuni di Celle Ligure e Varazze sarà attivo un servizio di bus navetta

Per informazioni e prenotazioni: emergencysavona@libero.it, milli.ma@tiscali.it, tel. 3209225790.
e negozio SCACCIAPENSIERI – Via Aicardi n. 120 - Celle Ligure tel. 019/990552 - 3400658015

giovedì 15 luglio 2010

La Censa




Uno spaccato di vita langarola, il mondo di Beppe Fenoglio.


Guido Araldo

La Censa*



Un tempo, molti anni fa, ancora nel XVIII secolo o all’inizio del XIX, mio nonno “Serafen”, suo fratello il padre di Pinu ‘d Majen (mäch ien = uno soltanto, figlio unico), l’altro suo fratello Lip (Filippo), noto come “Lip di tori” (poiché allevava tori da monta con tanto di concessione governativa); il “patriarca dei Pisani”, “keep” che era andato negli Stati Uniti e quando giocava a carte usava verbi inglesi, Gespen du Zòt (Giuseppe del Buco, poiché la sua cascina era situata “en tu zòt”, nel buco) erano soliti scendere “au burg” (al borgo) per la santa messa domenicale: la “messa granda”, quella delle undici, cantata, celebrata dall’arciprete; mentre donne e bambini andavano alla “messa prima” o alla “messa seconda”, celebrate dal curato. Con loro c’erano i vegliardi del Mu e dei Mutigni, e quelli delle cascine più lontane: la Lüsckeija, la Masseria, la Sckupäda, la Péscricia, ër Baracòn (il Baraccone, già fortilizio sabaudo nella guerra contro gli sfrosadori), ër Cian d’Ö (il piano dell’Uovo, ripartito in tre cascinali: Soprano, Mediano e Sottano, quest’ultimo già in Liguria, mentre in quello Mediano se i morti uscivano dalla porta principale, venivano sepolti a Saliceto, in Piemonte; se invece uscivano dalla porta secondaria, quella della stalla e del fienile, venivano sepolti a Santa Giulia, in Liguria), u Buzuròn (il grosso rovo), i Monti…
Indossavano la “vesctimenta”, oggi si direbbe “il completo”, con la “tziula” (l’orologio da tasca) che ticchettava nel taschino del corpetto, collegato ad un’asola con una catenella, a volte d’argento. Pare che tenessero l’ultima asola del corpetto sbottonata, quale segno di eleganza, poiché correva voce che in Inghilterra un giorno il re si fosse dimenticato di abbottonare l’ultima asola del suo corpetto e allora tutti i gentiluomini di corte se l’erano sbottonata! Un gesto che era diventato una moda. Ce l’ho ancora, quella “tziula”: un Roskopf svizzero di 1° Classe, perfettamente funzionante, e anch’io sono solito portarlo nel taschino del corpetto con l’ultima asola sbottonata!
Al “Valon” (il Vallone) li raggiungeva “U cineis” (il cinese), che era stato in Cina, bersagliere, ai tempi della “guerra delle legazioni”.
Rientrati alla borgata, quei galantuomini non rincasavano, ma si recavano alla “censa”, in borgata Cataragni: terra dei Catari, luogo d’origine della mia famiglia, che già alla fine del XV secolo risiedeva in quel luogo (dal registro delle nascite e dei decessi, presso la parrocchia di Saliceto)…
All’epoca la “censa” era anche una dimessa trattoria di borgata, e qui mangiavano “ër raviore ar plen, cur ven” (i piccoli ravioli che vengono pizzicati, conditi con il vino), preparati dalla “Särinéra” (venditrice di sale).
Ovviamente, sul tavolo, era ignota la caraffa d’acqua!
Trascorrevano quindi il pomeriggio a giocare a tressette, preferibilmente nella versione dell’escarté, oppure al “diau” (al diavolo) con i Tarocchi; chi fumando “ra scigäla” (il sigaro toscano), chi fiutando il tabacco “da presa”. Poi, sopraggiunta la sera, cenavano con una tazza di brodo di gallina, dove intingevano il pane, e bevevano gli ultimi sorsi di Dolcetto accompagnandoli con una bruschetta all’aglio o indorata con il bruz. A questo punto, quando già le ombre della notte avevano avvolto quel mare di alti marosi immobili che sono le Langhe, si attardavano in amena conversazione sotto il pergolato, nella calura dell’estate, o attorno al camino, se la tramontana correva sulle colline. Infine, verso mezzanotte, lasciavano la “censa” con sobri cenni di commiato e qualche solida stretta di mano.
Lentamente rincasavano, ciascuno con il proprio lumino. Ora tra prati di fieno ondeggianti nel vento “marino”, in compagnia della sinfonia di grilli chiacchieroni. Ora tra campi dorati di grano punteggiati da rossi papaveri, con lucciole discrete che sembravano gentili indicare la strada; ora tra zolle grigie rivoltate dal vomere di arati trainati da lente coppie di buoi. Ora nel manto candido della neve, con la galaverna che rendeva incantati alberi e boschi sotto la Via Lattea splendente immensa e sublime nel cielo terso, che invitava a commuoversi e a pregare l’artefice di tanta armonia.


*Censa = concessione per la vendita di generi soggetti a Monopolio (principalmente tabacco e sale).




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".





mercoledì 14 luglio 2010

Valli Chisone, Germanasca e Pellice. Corsi di cultura e lingue minoritarie



Regione Piemonte – Comunità Montana del Pinerolese – Scuola Latina Pomaretto – Fondazione Centro Culturale Valdese Torre Pellice

Progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito del programma degli interventi previsti dalla Legge 15 dicembre 1999 n. 482 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” coordinato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte – Settore Promozione del patrimonio culturale e linguistico.

Valli Chisone, Germanasca e Pellice
Corsi di cultura e lingue minoritarie

13 luglio-8 settembre 2010
Corso di lingue e cultura francese (11 ore)
Cet été Les montagnes parlent français! Paroles et images de vies montagnardes

Val Pellice e Val Germanasca
“Vivere in montagna” è il filo conduttore di sei serate, a cura di Micaela Fenoglio, alla scoperta di lingue e tradizioni delle genti alpine con l’ausilio di documentari e schede informative.
Corso itinerante: 4 serate in val Pellice; 2 in val Germanasca

4 ottobre-29 novembre 2010
Corsi di francese (39 ore)

Val Pellice
Corso di base: 9 lezioni di 1 ora e mezza a cura di Micaela Fenoglio
Corso avanzato: 9 lezioni di 1 ora e mezza a cura di Giuliana Meynier
Luserna San Giovanni, Istituto De Amicis, via Tegas 2

Val Germanasca
Corso di base: 8 lezioni di 1 ora e mezza a cura di Sandra Charrier
Pomaretto, Scuola Latina, Via Balsiglia 103.

2 ottobre-15 dicembre 2010
Corso di occitano (20 ore)
Piante e bèstie ‘d noste valade
Planta e bèstia dë nòtra valadda

Val Pellice e Val Germanasca
Lo studio del territorio, della flora e della fauna locale serviranno a imparare l’occitano alpino attraverso i racconti della nostra gente.
6 lezioni in val Pellice; 5 in val Germanasca

24 gennaio-28 marzo 2011
Corso di cultura e lingue minoritarie (20 ore)
Trasmissione orale
Val Pellice e Val Germanasca
Per lo sviluppo delle competenze linguistiche sranno utilizzati il canto e la narrazione. A cura di Maura Bertin, Pier Paolo Massel, Cristina Pretto, Jean-Louis Sappé.
5 lezioni in val Pellice; 5 in val Germanasca

Per informazioni e iscrizioni: Centro culturale valdese, tel. 0121 93 21 79; segreteria@fondazionevaldese.org

Incontr'Arte a Quiliano

martedì 13 luglio 2010

Isolabona, il Paese delle Arpe



“Isolabona il Paese delle Arpe”
Edizione 2010

PROGRAMMA

G I O V E D I ' 2 9 L U G L I O

ORE 17, 00 - CORDE CHE VIBRANO
Laboratorio per bambini di costruzione strumenti musicali e laboratorio
musicale di produzione sonora con gli strumenti auto costruiti

ORE 21,30 – VINCENZO ZITELLO (ITALIA)
Concerto

V E N E R D I ' 3 0 L U G L I O

ORE 17,00 – SEMINARIO
Introduzione alla musicoterapia ed all'uso dell'arpa nel processo di
riabilitazione.

ORE 21,30 – SANGAL PROJECT (AFRICA/ITALIA)
Concerto

S A B A T O 3 1 L U G L I O

ORE 21,30 – HULAN (MONGOLIA)
Concerto - Spettacolo

Le tre serate saranno presentate da Claudia Lorenzi (Arpista)


I N G R E S S O 1 5 E U R O
I n c l u s o P a r c h e g g i o R i s e r v a t o

Prevendite:

Comune di Isolabona +39 0184 208127

“Cose di Carta” Via Corradi 75, Sanremo (IM) +39 0184 533017

lunedì 12 luglio 2010

Dell'origine della "Militia Templi"



La storia dei Templari è uno dei temi più trattati, esiste ormai una bibliografia immensa sulla Militia Templi. Tuttavia le origini dell'Ordine restano ancora oggi in gran parte misteriose.

Guido Araldo

Già prima delle origini la “Militia Templi” era un mito!


Che cosa cercavano e cosa trovarono misteriosamente i primi nove cavalieri a Gerusalemme, nel palazzo regale, alloggiati sui ruderi dell’antico Tempio di Salomone che, in realtà, era stato costruito da re Erode?
Un nome sta all’origine della “Milizia dei Poveri Cavalieri di Cristo”: Hugues de Troyes, conte della Champagne; pronipote del re di Francia Roberto il Pio, grande studioso di libri sacri e, anche, indomito cultore di scienze occulte.
Si dice che Hugues de Troyes possedesse una delle più grandi biblioteche di Francia, con molti testi esoterici, affascinato da Stefano Harding, iniziato ai saperi dei druidi antichi e maestro di san Bernardo che giocherà un ruolo importante, se non decisivo, nella costituzione dell’Ordine dei Templari. Un altro personaggio che influenzò la sua formazione culturale fu Rachi de Troyes: noto cabalista, gran conoscitore della mistica ebraica e anche abile alchimista.
Fu proprio Hugues de Troyes a chiedere a un suo vassallo, nonché fidato amico, di recarsi a Gerusalemme da poco liberata alla ricerca di preziosi documenti. In quegli anni il mondo occidentale era in subbuglio.
Nell’anno 1095 a Clermond, nel cuore dell’Alvernia, papa Urbano II aveva invitato tutti i cristiani timorosi di Dio, che amassero la pace in terra, a prendere le armi per liberare la città santa di Gerusalemme dopo secoli di odiosa oppressione islamica. Il Santo Sepolcro, cuore della Cristianità li attendeva! Da troppo tempo i pellegrini che vi si recavano erano vilipesi e uccisi. Sembrò che il papa avesse smosso un enorme alveare!
Migliaia di Europei presero le armi: dapprima i “pezzenti” di Pietro l’Eremita e Giovanni senza Averi, che fecero una brutta fine su inospitali orizzonti anatolici; poi eserciti veri, guidati da grandi principi come Raimondo, conte di Tolosa.
Quattro anni dopo l’esortazione del pontefice, il 15 luglio 1099, i Crociati entravano a Gerusalemme camminando in torrenti di sangue per i mussulmani sgozzati in massa: “i maiali seguaci di Maometto” non erano degni di vivere nella città santa!
La prima crociata portò la novità di quattro nuovi stati cristiani, latini e cattolici nel lontano Oriente: il regno di Gerusalemme, la contea di Tripoli, il principato di Antiochia e la contea di Emessa. Ma la situazione restava precaria, per la minaccia costante degli Arabi e dei Turchi: maledetti! Il territorio nelle campagne sfuggiva al controllo dei Crociati, per le bande di Saraceni che infestavano le strade.

Gli stati latini in Oriente riproducevano l’organizzazione feudale dei regni occidentali dai quali i Crociati provenivano: una struttura politica spezzettata e debole, priva di una vera amministrazione statale, soggetta a devastanti contrattacchi nemici.
Vent’anni dopo la conquista di Gerusalemme una carovana di 900 pellegrini fu attaccata dai Saraceni nella polvere di una strada della Giudea, tra Gerusalemme e il Giordano, e molti di quei poveretti furono orribilmente sgozzati, altri catturati, pochissimi si salvarono.
Numerose le testimonianze dei pellegrini dell’epoca, dove affiora l’angoscia e l’orrore per le insidie e gli assalti improvvisi, con epiloghi truculenti e sanguinari.
Il norvegese Saewulf, che si recò in Terrasanta nel 1102, lasciò scritto:
“I Saraceni, gente infida e crudele, sono sempre in procinto di tendere imboscate ai cristiani. Si nascondono nelle conche delle montagne o in anfratti rocciosi, vigili tanto di giorno quanto di notte, sempre pronti a scovare un gruppo di pellegrini da attaccare e depredare. Quegli infami ispirati da un demone di nome Allah hanno facile gioco nelle loro imprese per l’esiguità dei gruppi. A volte sono così vili che preferiscono sorprendere chi si è attardato per stanchezza o debolezza, senza correre il minimo rischio. In un attimo quei demoni compaiono e scompaiono. Quanti cadaveri ho intravisto di poveretti lungo la strada della santità, straziati dalle fiere!”
Parve allora che gli Ospedalieri di San Giovanni non potessero bastare ad assicurare la tranquillità delle strade e, sull’onda di quell’immane massacro, nove cavalieri: Hugues de Payns, Arcimbaud de Saint-Aignan, Guy de Bourgfort, Godefroy de Saint-Omer, Nivard soprannominato Pagan de Montdidier, Godefroy o Gondemar de Bissot, Philippe de Saint Martin au Niggey, Roland o Reseal de Saint-Gills e André de Montbard o de Montbarey (zio materno di san Bernardo) fecero voto di povertà, castità e obbedienza davanti al patriarca di Gerusalemme, Varmondo di Picquigny.
Gli fu assegnata la regola dei canonici agostiniani, che celebravano la santa messa nella moschea di Al-Asqa e quei nove cavalieri giurarono solennemente di "difendere le strade per la maggiore sicurezza dei pellegrini" e presero il nome di "Pauperes Commilitones Christi”.
Guglielmo di Tiro ebbe a scrivere nella sua Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, redatta a metà del XII secolo:
“Alcuni nobili pii e timorosi di Dio, del rango di cavalieri e devoti al Signore, professarono di vivere perpetuamente in povertà, castità e obbedienza e giurarono di difendere i pellegrini fino all’ultima goccia del loro sangue”.
Giacomo di Vitry, arcivescovo di Acri, che scrisse l’Historia Orientalis un secolo dopo, annota:
“All’inizio soltanto nove cavalieri intrapresero la santa missione dell’Ordine della Milizia di Cristo!”
Matthieu Paris, antico cronista, narra che re Baudouin (Baldovino) assegnò a quei cavalieri un’ala del suo palazzo, sul luogo dove si supponeva fosse stato costruito il Tempio di Salomone, accanto alla moschea di al-Aqsa.
“Rex Balduinus in palatio suo eis habitaculum concessit”.

Ben presto, per questa sistemazione, i nove cavalieri mutarono il nome in "Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonici": i Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone. Erano nati i Templari!
Matthieu Paris annota che, data la loro povertà, quei nove cavalieri non disponevano di cavalli a sufficienza, per cui montavano due su un unico cavallo, come evidenziato dagli stessi sigilli dell’Ordine:
“Adeo pauperes unum tantum equum haberent communem, unde eorum sigillo inculpuntur duo equites uni equo insidentes”.
L’anno dopo il re si trasferì con la sua corte in un nuovo palazzo, presso la Torre di Davide, e lasciò i nove Templari padroni del vecchio palazzo. Sicuramente non fu una scelta casuale!
Nessuna notizia è pervenuta di sortite di quei nove cavalieri a difesa dei pellegrini!
Per sette anni restarono nel palazzo “del Tempio”.
Che cosa cercavano?
Nel 1126 arrivò chi li aveva mandati a Gerusalemme: il conte di Champagne, che si aggregò a loro e li affiancò nelle ricerche.
Che cosa avevano trovato i primi nove Templari?
Perché il conte della Champagne si scomodò personalmente per raggiungerli?
Ciò che quei nove cavalieri trovarono nel tempio antico non è dato a sapere; ma tutto, da allora, si evolse di conseguenza, rapidamente.
I Templari sembrano legati, fin dall’origine, ai numeri 3 e 9.
Tre i voti agostiniani di povertà, castità e obbedienza; tre i pasti comunitari nell’arco della settimana e tre le comunioni annuali d’obbligo…
Nove i primi cavalieri, nove gli anni “segreti” di noviziato, prima di diventare cavalieri e ricevere la regola; nove le province, in Europa, in cui inizialmente fu organizzato l’Ordine del Tempio: Castiglia e Leon, Aragona e Navarra, Provenza e Alvernia, Francia e Fiandra, Germania e Ungheria, Inghilterra e Irlanda, Lombardia e Tuscia, Puglia e Sicilia, Venezia e Costantinopoli.
Fu eretta la prima chiesa madre, a pianta ottagonale, in un angolo della spianata del Tempio. Poi, nel 1127, Hugues de Payns e il conte di Champagne tornarono in Europa con cinque cavalieri. Grandi speranze nel cuore e nella mente!


Ufficialmente intendevano dotare il nuovo Ordine di una “regola”, in seguito detta “Latina”, che fosse riconosciuta dal papa e dalla Chiesa, e ottenere cospicui finanziamenti allo scopo di reclutare numerosi nuovi cavalieri. Erano inoltre latori di una lettera di re Baldovino, da consegnare a Bernardo, abate di Clairvaux, grande amico del conte di Champagne e massimo teologo della cristianità. A quella lettera era allegata la bozza di una regola cavalleresca redatta da Etienne de la Fierté, patriarca di Gerusalemme. Ma aveva anche altro con loro: qualcosa di misterioso, che nessuno doveva conoscere. Poi, dopo il loro arrivo, improvvisamente nuove cattedrali cominciarono ad alzarsi verso il cielo in terra di Francia: chiese nuove, montagne di pietra solari, eppure eteree!
Fu un viaggio lungo, che probabilmente portò i sette cavalieri a Roma, dove incontrarono papa Onorio II.


Di città in città quei cavalieri stanchi eppure entusiasti erano ospitati da vescovi e nobili, e sempre caldeggiavano la diffusione del loro grande ideale.
Due anni dopo la loro partenza da Gerusalemme, il 13 gennaio del 1129, festa di sant’Ilario, cominciò il Concilio di Troyes. Tra i presenti spiccavano il legato del papa, cardinale Matteo d'Albano, gli arcivescovi di Reims, Sens e Lione, e numerosi abati e conti.
In quei giorni memorabili a ispirare la regola dell’Ordine del Tempio fu il dotto abate Bernardo de Clairvaux, che rivisitò la bozza del patriarca di Gerusalemme e accompagnò la versione definitiva della regola con un libro che ben presto divenne famosissimo in tutta l’Europa: “De laude novae militiae ad Milites Templi”, comunemente noto come “L’elogio della cavalleria”. A quest’opera, pietra miliare della cavalleria, seguì la “Exhortatio ad milites Templi” (Esortazione ai cavalieri Templari): autentico manifesto per una religione armata!





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".


domenica 11 luglio 2010

Orizzonti tra l'onda e il cielo



Un reading di poesia a Quiliano. Una serata senza parole sprecate.

Armida Lavagna

Orizzonti tra l’onda e il cielo.

“Prestami il titolo”: reading di Adriana Romano e Mirco Vannucchi.


Una serata di poesia, in cornice insolita, nel chiuso di una stanza dimessa, lasciata fuori l’afa di questo luglio. Una voce per due, quella vibrante e calda di Gianetto. Che si declina diversamente per l’uomo e per la donna, i loro versi letti a turno, due brevi manciate, abbastanza da cogliere distanze e assonanze.
Connessioni casuali divenute dialogo tra immagini che si propongono simili e diverse – l’aggrapparsi, il ceppo e la legnaia, le delusioni e i sogni – e arrivano agli spettatori attenti più ricche in significato, come se il loro alternarsi consentisse di seguirle più facilmente in profondità – a caccia di “qualche perla sbiadita”.
Il diverso timbro dei due poeti tuttavia mai si confonde, anche laddove più si avvicina; e si avvicina, muovendo lungo un comune orizzonte, che si viene a trovare tra le onde e il cielo: lui scrive “Sotto un cielo ostile”, che gli grava addosso tanto che la rabbia è compressa a fatica e mutata a volte in rinuncia o in distacco; lei si solleva “Sull’incerta linea dell’onda”, prende i termini più abusati e piani, li pone in controluce e li dispone l’uno accanto all’altro in un’alchimia naturale e intrisa di malinconia.


Di entrambi la poesia ci porta la sofferenza inevitabile della ricerca di senso, della vita e delle vite.
Quella femminile più intima, a basso volume, ma di lucidità spietata nel portare in superficie stati d’animo e sentimenti che trovano consolazione nella natura e nei suoi simboli, negli oggetti concreti cui ricondurre l’impalpabile tormento – o in cui rinchiudere l’amore, come in una busta affrancata...-, nelle presenze familiari del vento, della luna, nell’abbraccio accogliente della notte.
Quella maschile errabonda, itinerante tra luoghi e personaggi, intravisti, perduti, ricordati. Tra boschi silenziosi e porti e navi, tra lotte e rinunce, tra “amori di cortili e di piazze”.
La donna si interroga, si descrive, al presente, l’uomo si cerca e si trova nei ricordi. Entrambi ogni tanto si fermano, inquieti, prima di riprendere il cammino e svelarsi ancora un poco a se stessi.
A chi c’era, il dono di una sera senza parole sprecate. L’occasione di due piccoli libri. Che a leggerli, si scopre che Adriana per vedere meglio il cielo deve chiudere gli occhi, e che Mirco delle onde conosce la musica, il fragore.



Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.

sabato 10 luglio 2010

Il Giappone al MAP di Savona



Il Museo di Arti Primarie di Savona (al piano superiore del Mercato Civico) ospita una interessante raccolta di opere giapponesi sospese tra artigianato tradizionale e arte.


Giuliano Arnaldi

La pelle dell'anima: Giappone



I boro (letteralmente stracci) sono il prodotto di un’azione artistica più che artigianale, austera e immaginifica, istintiva ma non casuale: legati autenticamente all’idea della vita di quel popolo, ma insieme ricchi di quella valenza archetipica che li fà sentire oggi di grande attualità.






Le Tairyo Bata sono delle rare bandiere di cotone - dipinte a mano - che venivano offerte ai proprietari dei pescherecci da parenti ed amici all’inizio della stagione come augurio per una fruttuosa pesca.
Di solito riportano il nome della barca, di chi le ha fatte realizzare, oltre ad una serie di frasi beneauguranti.
Vista la loro generosa dimensione, venivano originariamente utilizzate anche per comunicare tra barca e terraferma, ma in tempi più recenti solo durante il varo della barca o come elementi decorativi durante le celebrazione per il Nuovo Anno.



i Kimono dei pompieri di Tokio e le bamboline Oshie, pur con un linguaggio artistico a cui siamo più abituati ci sembrano in sintonia con l’idea - che abbiamo raccolto nella sezione “la pelle dell’anima” - di considerare i tessili pensati come segno di identità e di appartenenza una seconda pelle, appunto la pelle dell’anima.



venerdì 9 luglio 2010

No al bavaglio alla libera informazione





Vento largo partecipa idealmente alla manifestazione di protesta contro
una legge 'bavaglio' che scalfisce pesantemente il diritto d'informazione e il diritto di essere informati.

giovedì 8 luglio 2010

Chi ha ucciso Guy Debord?



Alfonso Amendola

Chi ha ucciso Guy Debord?


Il primo assalto fu lanciato il 14 aprile 1958 all’Assemblea generale dei critici d’arte di Bruxelles: “Non avete più niente da dire. L’Internazionale Situazionista non lascerà alcuno spazio per voi. Vi faremo morire di fame”.
La mia costruzione comincia con una clamorosa frattura, quella del novembre del ‘52 quando dissi addio a Isidore Isou e al suo Lettrismo. Io ho occhi troppo profondi e urla sadiane che mi spingono verso l’oltre. Un oltre che ti racconto in fuori sincrono e dal fondo della sala. Io ti costruisco la mia Internazionale Situazionista e ti faccio cambiare pelle all’universo con la mia “critica totale del mondo esistente”. Io “bandito senza bandiere e poeta del sampietrino” (come scriverà di me Pino Bertelli)ho un solo nemico la “società borghese”… Tantissimo oggi è planimetria borghese… perché badate bene io – “dottore in niente”- so qual è il cancro ulceroso dell’esserci borghese (che ha il volto del capitale, ma anche del maoismo o dello stalinismo e della democrazia e di tutti i fascismi e anche di quell’autore di “spazzatura” di nome Sartre). E lo “status” borghese te lo combatto con le mie armi. Estreme. Come il mio cinema (oscuro e poco amato, eppure clarissimo et amabilissimo e sempre “irriducibile” lo definirà Enrico Ghezzi). Come i miei pochi, sferzanti, pamphlet. Come il mio plurisaccheggiato libro cult del ’67. Come la mia esistenza che dona rigore e vuole rigore. La mia arma è la mia solitudine. Il mio credo è il gesto fatale. E la mia mauvaise réputation è l’ulteriore attacco di un sistema che ti ho sgamato nelle viscere. E non parlatemi d’inconsapevolezza dell’inconscio perché io mando a fottere tutta la psicoanalisi cara ai francofortesi! E non parlatemi neppure di rivoluzione, rivoluzionari, caos sistemico e disordine insurrezionale…
Tanto io so bene che “la vittoria sarà di coloro che avranno saputo provocare il disordine senza amarlo”. E quindi al macero tutti i rivoluzionari di professione che amano, adorano e respirano nel nome del “disordine”. L’unica possibilità d’esistenza provocatoria è il saccheggio. Ecco perché la mia esistenza è tutta giocata sul détournement. E poi per chi come me è nato “al calar della notte” poco importa se il 30 novembre del 1994 mi sparo un colpo di fucile. E la faccio finita. Basta con questo trionfo del mediale e con questo delirante spostamento delle immagini sull’essere. Vi lascio quel che resta del “vero” (un ulteriore momento del falso nel “mondo capovolto”) e vi lascio tutti come beceri ed eterni “spettatori”. Lì immobili a guardare (senza vita e senza respiro, vestiti d’apparenza e falsificazione). Questo è l’unico vostro destino. Questo è il mio ultimo panegirico. Questa è la mia lacerante “premonizione”.
Ed ora, per favore, dissolvenza, separazione, on.

Off!



(Da: Tracce, Rivista multimediale di critica radicale, Autunno 2009, n. 29)