TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 agosto 2010

Mangiare con arte per agire con arte: l'epopea della cucina futurista




«Mangia con arte per agire con arte», sosteneva Filippo Tommaso Marinetti, che intendeva rivoluzionare secondo i principi futuristi la vita quotidiana a partire dalla cucina. Un libro, appena uscito, di Guido Andrea Pautasso, innovativo artista milanese e studioso delle avanguardie artistiche novecentesche, permette ora di scoprire la storia e i segreti della cucina dei futuristi.


Giampiero Mughini

Gastrofollia


I futuristi insegnano. Meglio evitare chi odia gli spaghetti. Un libro di Pautasso racconta la cucina di Marinetti e soci. Disprezzavano la pasta e ai loro pranzi si rischiava grosso

A scrivere un libro che spaziasse lungo i vent’anni dell’happening che i futuristi italiani hanno dedicato ai fasti e nefasti della cucina futurista il men che quarantenne Guido Andrea Pautasso era un predestinato. Scintillante artista d’avanguardia (più dada che futurista), figlio di un collezionista di libri del Novecento italiano (il compianto Sergio Pautasso) e lui stesso collezionista spasmodico di rarità e cimeli cartacei, buongustaio e cuoco eccellente oltre che figlio della signora Vera, quella che una volta sfidò l’amico Gualtiero Marchesi a chi dei due cucinasse meglio e vinse lei.


Dulcis in fundo
Come poteva uno così non scrivere prima o poi le 300 copie numerate di Mangiare con arte per agire con arte? Ed ecco che il volumetto saporoso e guizzante è appena arrivato sul nostro tavolo di voraci delibatori delle pietanze letterarie futuriste, ultimo in ordine di tempo ma non in ordine di merito fra i tantissimi libri fecondati in Italia dall’anno centenario della nascita del futurismo, il 1909.
A spulciare amorosamente la sterminata letteratura del futurismo, i romanzi di Bruno Corra e Mario Carli, i poemi di Nelson Morpurgo e Farfa, i manifesti firmati da Filippo Tommaso Marinetti, i numeri di riviste le più rare e eccentriche, i volantini di battaglia letteraria, ovunque Pautasso mettesse le mani incontrava e raccoglieva ricette esilaranti, menu di pasti smargiassi consumati dopo furibonde battaglie teatrali, apologie dell’una o dell’altra pietanza inventata dai futuristi, fanfaronate gastronomiche a sottolineare la possanza anche ingurgitatrice dei futuristi, le stazioni della campagna antipastasciutta scatenata da Filippo Tommaso Marinetti ma non solo da lui. Agli occhi del fondatore del futurismo gli spaghetti erano una dannazione gastronomica, ti appesantivano, ti facevan metter su pancia, ti rendevano più difficoltosa la velocità e lo scatto che si addiceva alla nostra “razza”.
Primattore del futurismo degli inizi, il pittore Fortunato Depero s’era inventato alcune ricette futuriste in una delle quali gli spaghetti erano previsti nudi e crudi come semplice adornamento di un piatto in cui a farla da padroni erano la galantina di vitello e certe patate a forma lunga riempite di una salsa verde. A dire in quale disprezzo Depero tenesse il cibo per eccellenza della cucina italiana.
E anche se questo disprezzo non era condiviso da tutti i futuristi. Non certo da un futurista romano, Fernando Cervelli, purtroppo morto a soli 32 anni nel 1934. Il 7 giugno 1930 Cervelli aveva vinto un concorso di poesia con una esilarante lirica parolibera che aveva per titolo “Galoppata di spaghi”, il cui testo venne poi pubblicato in un foglietto volante arricchito da un ritratto di Cervelli disegnato dal giovane Guttuso.

Maniaco del primo
Cervelli era maniacalmente favorevole agli spaghetti; ai suoi occhi cacciarseli in bocca e azzannarli “con denti d’argento” era una sinfonia degna di un’orchestra jazz. Cervelli fosse stato un surrealista francese le cui opinioni andavano all’incontrario del Pontefice André Breton, sarebbe stato immediatamente espulso dal gruppo.
E invece il libertario Marinetti non se ne adontò minimamente e due anni dopo scrisse la prefazione a un libro di Cervelli “Risate e rasoiate esplosive contro le barbe visibili e invisibili”. Così come non gli spiacque di certo una lettera aperta inviatagli da un gruppo di autorevoli futuristi liguri, i quali gli raccomandavano di risparmiare dalla sua campagna denigratoria le trenette «avvantaggiate col pesto».
L’apice dell’happening sul cucinare futurista fu l’inaugurazione, alla mezzanotte dell’8 marzo 1931, del primo ristorante futurista d’Italia, “La Taverna Santopalato”, di via Vanchiglia 2 a Torino. Erano stati due futuristi di punta, Fillia e l’architetto Nicolaj Diulgheroff, a curarne l’allestimento e la scenografia, un’apoteosi di invenzioni del secondo futurismo. Arrivarono in tantissimi, ivi comprese molte belle signore di cui Marinetti scrive che indossavano delle toilette «deliziosamente passatiste».

Il Carneplastico
Il menu era spianato su 14 portate assieme portentose e terrificanti, ciascuna creata da un artista futurista. Il cavallo di battaglia ne era “Il Carneplastico”, un’invenzione gastronomica di Fillia. Consisteva in una grande polpetta di forma cilindrica ripiena di ben undici qualità di verdure cotte e alla cui base, quasi a volerla tenere ritta, c’era un cospicuo anello di salciccia appoggiato su tre sfere dorate di carne di pollo; un piatto che a solo guardarlo avrebbe abbattuto un titano, altro che scatto e velocità. Quanto alla qualità del cibo, ho avuto la fortuna di chiederne molti anni fa a uno che al Santopalato c’era stato, il Gianluigi Marianini che da concorrente aveva creato la leggenda televisiva del “Lascia o raddoppia?” d’antan. Dall’espressione del suo volto, più ancora che dalle poche parole della sua risposta, capii che s’era trattato di roba da sconsigliare agli amici.
L’anno dopo l’inaugurazione del “Santopalato”, nel 1932, Fillia e Marinetti pubblicano da Sonzogno il celeberrimo “La cucina futurista”, un libro in cui è magistrale la fusione di genialità e fanfaronate, e mentre sui giornali di tutto il mondo appaiono articoli e titoli sulla campagna di Marinetti contro la pastasciutta.

Tutti a cena
Le presentazioni del libro si concludevano al ristorante, dove gli invitati erano chiamati a delibare piatti tipo quello inventato da Alf Gaudenzi, un piatto denominato “Nord-Sud-Freddo-Caldo” che consisteva in “una composta di pesce lesso in salsa piccante caldissima, accompagnata da gelato al limone poco dolcificato”. Esperto conoscitore di libri e vicende futuriste, il professor Mario Verdone raccontò di avere partecipato nel 1935 a un gran banchetto futurista nella sua città natale, Siena.
Il nostro Pautasso, agente speciale per la ricerca dei libri rari, ha trovato su una copia della “Cucina futurista” una dedica di Tullio Crali in cui invitava una certa “Renata” a partecipare a un banchetto aerofuturista dell’ottobre 1944 a Udine.
Quando era ormai finito il tempo degli schiamazzi e dei menu pirotecnici. Quando a Marinetti restavano pochi giorni di vita. Quando tutto stava drammaticamente concludendosi.


(Da: "Libero" domenica 22 agosto 2010)



Epopea della cucina futurista
Guido Andrea Pautasso
Edizioni Galleria Daniela Rallo, Cremona
www.galleriadanielarallo.com
euro 15

lunedì 30 agosto 2010

Ancora sulle Masche



Storie di Alta Langa, ricordi di una terra sospesa fra Piemonte e Liguria


Guido Araldo

Ancora sulle masche


Mio nonno corteggiava Teresa di Priero, di otto anni più giovane, che poi sarebbe diventata mia nonna.
Lunga era la strada per andarla a trovare! In mezzo c’era la foresta del Belbo: la più vasta delle Langhe, intransitabile d’inverno. C’erano ancora branchi di lupi che vi si aggiravano a quei tempi.
Mio nonno Serafen di terra ne aveva poca ed era costretto a improvvisare altri mestieri: mediatore di buoi e commerciante di granaglie. Sovente rincasava a notte fonda da fiere e mercati. Accadeva a volte che partisse con il crepuscolo, dopo una cena frettolosa in qualche osteria e una solida stretta di mano, che valeva quanto una firma.
Quando tornava dalla sua morosa ne faceva di passi, prima di scorgere i lumini delle case di Montezemolo! E non era neppure giunto a metà strada. Lasciate alle spalle quelle tremule luci, di passi ne doveva fare quasi il doppio, prima di arrivare alla Bormida… Allora mancavano soltanto più tre chilometri per approdare a casa!
Il tratto del Belbo era il peggiore: una foresta millenaria, con alberi enormi, simili a giganti; alcuni, spaccati e rinsecchiti, sembravano fantasmi che sotto la luna parevano animarsi demoniaci, alimentati da telluriche energie.
Mio nonno viaggiava sempre con lo schioppo: un ferrovecchio napoleonico, ad avancarica, che caricava con micidiali quadrettini di piombo. Quello schioppo lo tranquillizzava e rassicurava: non c’erano soltanto i lupi e le masche, ma anche i briganti, come il Malinvern. Oggi sarebbe accusato di cacciare di frodo; ma, a quei tempi, non esistevano permessi di caccia e il “porto d’armi” era ancora da venire. Per giunta nel cuore aleggiava sempre la speranza di incappare in una lepre o in un tasso, se non in un bel cinghialotto, che avrebbe allietato la mensa per una settimana. A quei tempi la carne era una rarità: roba da signori. Per i “paesani” come mio nonno c’erano soltanto minestroni, polenta, patate e castagne!
In quanto alle "masche" correva voce che si spostassero nei boschi, soprattutto nelle notti di novilunio o plenilunio: i pareri, a riguardo, erano discorsi; per alcuni privilegiavano la luna piena, per altri la luna nuova. Si divertivano a spaventare a morte i viandanti; ballavano allegre attorno a noci maestosi e lanciavano il malocchio che attecchiva tra i cristiani come i rovi in un vigneto.
Ce ne sono stati di "malefiziati", su queste colline!
C’erano bambini che crescevano malaticci, se non storpi o dementi a colpa di quelle maledette invidiose! Ed era un problema togliergli la fattura! Alle processioni nei santuari “dra Madòne du Zert (del Deserto), du Tuduc (del Todocco) e ‘d Vj (Vicoforte)" quei poveretti stavano in prima fila, dietro alla statua della Vergine. Ma l'ostensorio e l'acqua benedetta potevano ben poco contro la gramigna di quelle “spose del diavolo”! Rarissimi, infatti, i miracolati.
Pinotu der Ciatlau aveva la faccia tutta chiazzata, colore del vino a causa della fattura di Carulina dra ca ‘d Caväl, invidiosa della felicità di sua mamma quando si era trovata gravida. Quella brutta macchia se la sarebbe portata nella tomba!


Gepòt dei Monti era cresciuto tutto sciancato dopo che Bepina d’la Costa gli aveva fatto la fattura, allorché l’aveva derisa mentre tornava dal bosco delle Lavine con un grosso fascio di sterpi sulle spalle. Lo sapevano tutti che Bepina era una masca; ma tutti avevano una gran paura a mormorare questa verità addirittura tra le mura di case! In paese si diceva che conoscesse il mascone di Cravanzana, depositario del "bastone del comando". Bepina era vecchia e decrepita; ma non poteva morire: prima doveva trovare la sostituta alla quale trasferire i suoi poteri diabolici. Ecco perché, a novant'anni, si aggirava gobba nelle vie paesane, quasi strisciando per l'artrosi, lucida e senza altri malanni. Si mormorava che, se non avesse trovato un’erede, sarebbe morta in piedi, rinsecchendo come una pianta, aggrappata alla sua «ramazza»!
Era convinzione diffusa che le masche possedessero il potere arcano di trasformarsi in gatte nere, addirittura in capre con le corna. Capitava così che mio nonno camminasse con lo schioppo carico, già pronto a sparare. Le masche mettevano più paura del brigante "Malinvern" che si appostava ora alla Pedaggera e ora al Passo della Bossola.
Serafen si vantava di averlo incontrato una volta, alle Rocche di Vignale. Non accadde nulla: semplicemente si salutarono, forse per lo schioppo carico che teneva in spalla. Anzi, si erano fatti la riverenza, come tra gentiluomini!
Il primo incontro ravvicinato con le masche mio nonno lo ebbe in prossimità delle sorgenti del Belbo. Con lui c’era una cagnetta affettuosa che sempre lo accompagnava, dal fiuto straordinario per le trifole. Quella sera si era improvvisamente bloccata; poi era corsa tra le sue gambe con un guaito che gli aveva messo il gelo nel sangue. Di colpo si era levata una tremenda folata di vento caldo; così violenta che sembrava volerlo ghermire sollevarlo da terra. Serafen, con le orecchie ritte come una ratavulòira, si era bloccato guardingo, con lo schioppo in mano. Inizialmente, però, non aveva pensato alle masche; bensì al terremoto! Si diceva che si annunciasse con folate di torrido vento… Ciò che aveva visto non se lo sarebbe mai più dimenticato e non gradiva ricordarlo: una gatta nera in mezzo al sentiero che miagolava sotto la luna piena e lo guardava. Santo cielo se miagolava, quasi con voce umana!
A mio nonno si accapponò di colpo tutta la pelle.
Era la notte magica della Candelora, il due di febbraio: una notte freddissima, con il gelo che si poteva tagliare con il coltello. La neve, a terra, era dura come il ferro. A mio nonno non passò neppure per l'anticamera del cervello d’imbracciare lo schioppo: le gambe si mossero indipendentemente dalla volontà e cominciarono a correre. Si fermò soltanto quando arrivò alla pedanca sulla Bormida, quattro chilometri più avanti: la cognolina gli era corsa dietro abbaiando furiosamente, forse per scacciare le masche demoniache, per tutto il percorso!
La seconda masca se la trovò davanti in Val Cevetta, in un posto maledetto dove ottant'anni prima c'era stata la peggiore carneficina sulle Langhe, allorché l’Armata Cristiana di Branda de’ Lucioni aveva assalito una colonna di prigionieri francesi diretti a Savona, per imbarcarsi e tornare a casa. C’erano anche donne e bambini: non si salvò nessuno! Al massacro indiscriminato seguì la “fiera” di Priero: uniformi, armi, orologi e giocattoli furono venduti ancora insanguinati al miglior offerente, nella piazza del paese. Quella volta Serafen incappò in una capra nera, che lo fissava sotto la luna piena. Puntò lo schioppo; ma la mano tremò e non riuscì a sparare. Scappò "lesctu cume u sfurgu" (veloce come il fulmine) e attraversò d'un solo fiato la foresta del Belbo: quando arrivò sulle rive della Bormida crollò a terra per la milza che gli scoppiava e il fiatone che quasi lo strozzava. Ci volle tre giorni affinché si riprendesse!
In seguito a quel brutto incontro decise di cambiare percorso e cominciò a privilegiare un sentiero più lungo, che passava per il Pilone del Foresto. Fu allora che, di nascosto, in chiesa, mise i quadrettini per lo schioppo nell’acqua benedetta: era credenza comune che soltanto in quel modo sarebbero stati efficaci contro le masche dall’insondabile magia!
Ma, grazie a Dio, non ebbe modo di sperimentare quanto fossero efficaci: non fece più brutti incontri.
Raccontava queste sue vicende nelle veglie serali, riscuotendo un indubbio successo. In tutte le stalle veniva accolto a braccia aperte, tanto più che era un tipo mordace e anche istruito, per quei tempi: sapeva infatti leggere e avvincere gli uditori. Conosceva storie che arricchiva di particolari inediti, come la cagna di pietra di Pollenzo, piena di monete d'oro, oppure la tristissima vicenda di Nella di Cortemilia che ‘n Burgnon (un’alluvione) aveva inghiottito la vigilia del suo matrimonio, dopo una tribolata storia d’amore. Parlava dell’America, gli Stati Uniti, dov’era andato in cerca di fortuna che non aveva trovato. Era arrivato fino alle rive del Mississippi: un fiume vasto come un mare, solcato da battelli con enormi pale, pieni di biscazzieri e puttane. In America c’erano campi grandi come paesi e genti di tutte le razze, come nella Torre di Babele. Leggeva "Il libro delle veglie", noto come "El libr d'le Quente". La gente rideva, quando raccontava la storia di Barabotto, fulminato da una pietra benedetta, o la "Voga delle streghe, ogni colpo cento leghe", e il "Cuore di legno che non presta, senza pegno". Accadeva che la gente venisse ad ascoltarlo dalla Lüsckeija e dalla Nigia, da San Gervasio e dalla Madonna, dalla Préscricia e dai Monti.
Era la televisione di quei tempi!
E quanta ingranava con le masche le tote1 correvano a chiudersi nelle stanze da letto e i bambini si tappavano le orecchie; le madamin uscivano, poiché temevano di diventare sterili, e gli uomini smettevano di giocare a tressette, mentre le madame trattenevano il fiato e posavano l’uncinetto in grembo.





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 28 agosto 2010

10 domande all'Ing. De Benedetti sull'ampliamento della Centrale di Vado L.


Pubblichiamo la lettera (firmata da autorevoli personalità nazionali e savonesi) rivolta all'ing. Carlo De Benedetti, uscita su diverse testate giornalistiche nazionali (Il Manifesto, Libero, Il Secolo XIX, Liberazione, La Stampa, Terra, ecc).
La lettera pone a De Benedetti 10 domande sul perchè la sua ditta Tirreno Power vuole ampliare la centrale a carbone di Vado Ligure, contro ogni logica democratica (contro il volere della grande maggioranza dei cittadini, dei Partiti, di tutti i Comuni, della Regione, dell'Ordine dei Medici, di tutto l'Associazionismo) e ambientale (dopo 40 anni di dati drammatici in termini di mortalità e di inquinamento nella nostra città, con migliaia di morti in più rispetto alla media regionale), un documento frutto del faticoso lavoro di sintesi di molti esperti, amministratori, medici, giornalisti, associazioni e comitati.
E' una battaglia di civiltà, e per la vita. Da settembre la dirigenza Tirreno Power vuole decidere per l'ampliamento, incurante della contrarietà della comunità savonese.

Per firmare contattare: Libreria Ubik Savona - ste.milano@alice.it


10 DOMANDE ALL’ING. DE BENEDETTI SULLA CENTRALE A CARBONE TIRRENO POWER DI SAVONA



“Egr. ing. Carlo De Benedetti,

a Lei che si vanta di essere la tessera numero uno del Partito Democratico, poniamo 10 questioni in merito alla Sua decisione di ampliare la centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure (Savona), da Lei controllata attraverso CIR Sorgenia, con tutte le conseguenze in termini di mortalità prematura della popolazione e nonostante la quasi totale contrarietà di cittadini, istituzioni, partiti, associazioni, medici e biologi.


10 le domande, alle quali Le chiediamo di dare risposta:


1) CONTRARIETA’ DELLA CITTA’ AL PROGETTO
-perché vi ostinate a perseverare nel vostro progetto di ampliamento, in spregio alla contrarietà dell’85%-90% della popolazione savonese, quella dei partiti (tra cui anche il PD), della Regione, dei Sindaci, dei Consigli comunali, delle Circoscrizioni, dell’Ordine dei Medici, di tutto l’associazionismo provinciale, delle principali personalità della società civile?

E’ questo il personale concetto di democrazia del tesserato numero uno del Partito Democratico? Tutto questo non va contro non solo ai valori fondanti sanciti nello Statuto del PD, ma anche ai più elementari principi di democrazia del nostro paese?

Hanno approvato delibere ‘contro l’ampliamento della centrale Tirreno Power’ tutti i comuni interessati: i Comuni di Savona, Vado Ligure, Quiliano, Bergeggi, Spotorno, Noli, Finale Ligure, Balestrino, Vezzi Portio, Albissola Marina, Celle Ligure, Altare, Carcare, Cairo.

2) DI CARBONE SI MUORE
-perché Lei e la dirigenza Tirreno Power non volete ammettere che le centrali a carbone uccidono? Perché mistificate la realtà dicendo che avete il “carbone pulito” (concetto smentito dalle principali ricerche internazionali), così giocando con la vita della gente?

Secondo il referente scientifico dell’Ordine dei Medici di Savona “in tutta la provincia di Savona (con dati che peggiorano quanto più ci si avvicina alla centrale) diversi tumori e altre patologie vascolari, aumentano drammaticamente rispetto alla media nazionale (in particolare i tumori al polmone, vescica e laringe, le patologie cardiovascolari come infarti, emorragie cerebrali, ictus ed altre)”.
Le ricordiamo che in provincia di Savona in 16 anni sono morte circa 2.664 persone in più rispetto all’atteso (in base ai tassi standardizzati di mortalità della Liguria).
I calcoli commissionati dalla Comunità Europea asseriscono che nel nostro territorio savonese abbiamo valori di inquinamento fra i più alti in Italia, cui si associa una significativa riduzione dell’aspettativa di vita (la speranza di vita in Liguria è ridotta di quasi un anno per via dell’inquinamento).
Più in generale, tutti i principali studi mondiali riportano come sale enormemente il livello di mortalità vicino alle centrali a carbone.

Solo per citare alcuni studi, per una ipotetica centrale con emissioni pari a quelle dichiarate per la centrale a carbone di Vado Ligure, i danni in termini di mortalità sono quantificabili in milioni di dollari ogni anno, da un minimo di 42 ad un massimo di 430 milioni, variabili principalmente in base alla numero di persone esposte alle sue emissioni.
Gli studi scientifici hanno per esempio dimostrato in maniera consistente che il cancro e le leucemie infantili sono strettamente correlati con alti livelli di emissioni prodotte da processi di combustione.
I bambini, inoltre, sia nella fase di sviluppo prenatale che nei primi anni di vita, sono esposti al rischio di importanti danni allo sviluppo del loro cervello, con disturbi della sfera cognitiva (deficit di apprendimento e del quoziente intellettivo), comportamentale (da un aumento dell’ aggressività e deficit di attenzione fino all’autismo) e motoria (turbe del coordinamento motorio), causati in maniera particolare dalle emissioni di mercurio e di altri metalli pesanti (in Liguria il 90% del mercurio emesso annualmente nell’ambiente deriva dalle centrali a carbone).
Vi sono poi sottogruppi di popolazione particolarmente a rischio per l’inquinamento da polveri sottili. Solo a titolo di esempio delle numerosissime pubblicazioni in materia, nelle donne in menopausa la mortalità per cause cardiovascolari e ictus aumenta in maniera davvero notevolissima (rispettivamente del 76% e dell’83% per ogni incremento di 10 microgrammi di PM 2,5).
Grazie a studi come questi, nel territorio della California non esiste più neppure una centrale a carbone. Ma non è solo la California a fare queste scelte.
In base ad uno studio analogo, lo stato del Texas nel 2006 ha recentemente bocciato il progetto di costruzione di ben 17 nuove centrali elettriche a carbone altamente tecnologiche.
Le previsioni infatti sono che queste 17 centrali a carbone causerebbero, nel periodo di funzionamento previsto, ben 12.000 morti (dodicimila) e 72 miliardi di dollari di costi sanitari.
Analoghi risultati ha fornito uno studio dell’ OMS del 2008 condotto su 40 milioni di abitanti di 26 città Europee. Riducendo gli attuali valori massimi consentiti delle PM 2.5 ai livelli raccomandati dall’ OMS di 10 µg/m3, si otterrebbe una riduzione delle morti premature annuali da 380.000 a circa 50.000, cioè una riduzione dell’ 87%. In pratica secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si salverebbero 330.000 (trecentomila) persone.
Rimanendo all'ambito locale, secondo un’altra ricerca a Vado Ligure il tumore maligno al polmone colpisce il 30% in più degli uomini rispetto al resto della Provincia. Per le malattie ischemiche del cuore, a Vado le donne fanno registrare il 71,9% di casi in più rispetto alla media regionale, mentre per le malattie respiratorie croniche ostruttive, a Vado gli uomini fanno registrare il 150% (centocinquanta) in più sulla Regione.

3) IL CARBONE PRINCIPALE MINACCIA CONTRO IL CLIMA
-perché, in collaborazione con il Governo, volete perseverare con il Vostro dannoso progetto di ampliamento della centrale a carbone, quando questo va ancora di più contro gli importantissimi accordi presi dall’Italia e dagli altri Stati nel protocollo di Kyoto?

Il carbone rappresenta la prima minaccia per l’equilibrio climatico mondiale: oltre un terzo delle emissioni mondiali di CO2 si devono all’uso di carbone, che è il combustibile fossile con le più alte emissioni specifiche di gas serra, circa il triplo del gas.
La battaglia per salvare il Pianeta dalla crisi climatica è dunque una battaglia contro il carbone. Tuttavia, agli attuali tassi di sviluppo, le emissioni dalla più sporca fonte fossile sono destinate ad aumentare del 60% al 2030. Se così fosse, non avremo alcuna speranza di limitare gli effetti più devastanti e irreversibili dei cambiamenti climatici.
Il momento di intervenire è ora, e il carbone è alla base del problema. Ogni nuova centrale a carbone o ogni ampliamento è un atto criminale contro la sopravvivenza della vita stessa sul Pianeta. Occorre abbandonare al più presto la nostra dipendenza da questo combustibile fossile, a favore di una rivoluzione energetica basata su fonti rinnovabili ed efficienza energetica.
Greenpeace denuncia che “il Governo italiano è contro il Protocollo di Kyoto, che obbliga il Paese a ridurre i gas serra del 6,5% rispetto al 1990. A oggi le emissioni sono aumentate del 10% e il Governo, già inadempiente e in disaccordo con gli impegni presi, continua ad autorizzare nuovi impianti a carbone, come la nuova centrale Enel a Civitavecchia e l’ampliamento di quella di Vado Ligure (la quale quindi aumenterà notevolmente la produzione di CO2). Il carbone porterà maggiori profitti nelle casse degli amministratori delle centrali, ma saranno i cittadini italiani a pagare le multe per Kyoto”.

4) IMPIANTI NON ALLINEATI ALLE NORMATIVE
-perché continuate a far funzionare i gruppi 3 e 4 della centrale, nonostante non siano allineati alle norme IPPC dell’Unione Europea, alla direttiva 96/61/CE, e al decreto legislativo 59/05, e nonostante siano privi della certificazione AIA?

Perché il solo fatto che il Governo abbia prorogato i tempi per la valutazione dell’istruttoria per la certificazione AIA della Vostra centrale (che dovrà recepire le normative europee e italiane in materia, sulle quali non vi siete ancora allineati), vi fa sentire in diritto di definirvi su tutti i giornali ancora formalmente a norma, quando in realtà siete sostanzialmente e moralmente inadempienti da 40 anni verso la comunità savonese per i livelli di inquinamento che state producendo?
Perché evidenziate sempre sui giornali che siete in possesso del V.I.A. ministeriale (al quale peraltro si oppone il V.I.A. regionale negativo, approvato dalla Regione Liguria) senza invece mai segnalare alla cittadinanza che non siete allineati rispetto alle principali leggi in materia ?
Ricordiamo che il V.I.A. ministeriale è soltanto una Valutazione d'Impatto Ambientale gestito da un organo di nomina politica, fra l’altro dichiarato illegittimo 3 mesi fa dalla Corte dei Conti, e contro il quale la Regione Liguria ha fatto ricorso.
E ancora: perché, come dice l’ex Assessore Regionale all’Ambiente, “non vi siete conformati alle disposizioni regionali in materia, né al Piano Energetico Regionale, né al Piano Regionale di risanamento della qualità dell’aria?”.
Perché secondo i medici del MODA “non si è più discusso della completa metanizzazione degli impianti che la città attende da più di 20 anni, come votato dagli enti locali savonesi fino al 2007 (compreso il Comune di Savona) e come indicava l’Istituto Superiore di Sanità già nel 1988?”
Anche il Segretario Provinciale del PD (del suo Partito) ha dichiarato in questi giorni ai giornali: “Tirreno Power sta dicendo e facendo di tutto meno che l’unica cosa che dovrebbe fare: i monitoraggi, la copertura dei parchi e in generale investimenti per diminuire l’impatto del carbone sul territorio (…) Di questo progetto non ce n’è bisogno, non è in sintonia con i tempi (…) Da anni continuiamo a parlare di cose che avrebbero già dovuto essere fatte e la Tirreno Power non ha fatto (...) Si usa sempre la logica ricattatoria occupazionale per non fare! È ora di finirla (…) È questione di credibilità: mi spiace ma Tirreno Power non è più un interlocutore affidabile”

I medici del MODA denunciano:
A) Il continuo funzionamento dal 1996 a oggi per più di 10 anni degli obsoleti gruppi a carbone 3 e 4 che non utilizzano la migliore tecnologia disponibile prevista dalla legge, con alti livelli di emissione di inquinanti;
B) Il frequente superamento nel savonese dei limiti di legge (DM 60/02) delle polveri sottili PM10 fino al 2006;
C) La parziale misurazione delle polveri PM 2,5 prevista dalla direttiva 2008/50/CE e la mancata misurazione di Arsenico, Cadmio, Nikel e Benzopirene nelle polveri PM10 in attuazione del D. Lgl 152/07;
D) Il principale contributo della centrale a carbone Tirreno Power di Vado alle emissioni inquinanti in provincia di Savona: Ossidi di azoto (68%) PM10 (35%) Ossidi di zolfo (90%) COV (38%) (Piano Qualità Aria Regione Liguria 2006) quando non era ancora entrato in funzione il gruppo a gas (anno 2007) e la centrale funzionava a metà potenza di quella attuale;
E) La possibilità di bruciare i rifiuti come CDR sui gruppi a carbone, in contrasto con quanto consentito dalla normativa europea, con il rischio di un ulteriore peggioramento delle emissioni per la formazione di diossine e metalli pesanti nei fumi maggiori di quelle prodotte con un moderno inceneritore;
F) Gli studi sui licheni (anche Regionali) che dimostrano come la centrale a carbone sia la principale responsabile per la emissione oltre che di gas fitotossici anche di metalli pesanti come Hg, Cd , Cr e Ni che seguono il modello diffusionale del Vanadio prodotto solo dalla combustione del carbone.

5) MAGGIOR INQUINAMENTO CON IL PROGETTO DI AMPLIAMENTO
-perché continuate a propagandare con ogni mezzo di comunicazione che il Vostro progetto di ampliamento della centrale e di ristrutturazione dei gruppi 3 e 4 esistenti diminuirebbe l’inquinamento, mentre ricerche scientifiche indipendenti dimostrano esattamente il contrario?

Sui giornali avete dichiarato che volete investire e mettere a norma la centrale esistente (affermazione che peraltro, secondo molti esperti, non corrisponde alla verità in quanto le modifiche che apportereste ai gruppi 3 e 4 sarebbero insufficienti****), ma che non lo farete se non si concede in cambio anche l’ampliamento della centrale stessa. Da quando vale il ricatto per cui si seguono le leggi solo se si concede qualcosa in cambio? Perché deve valere per Lei questa deroga che non è concessa ai singoli cittadini?
Una società come Tirreno Power che ha prodotto 100 milioni di euro di utili netti all'anno non è forse economicamente in grado di allinearsi alle normative europee?
E perché riproporre l’eterno ricatto delle centinaia di milioni di investimento e di 40 nuovi posti di lavoro, da mettere sull’altro piatto della bilancia rispetto ai danni ambientali e ai tassi di mortalità? La Provincia di Savona su questo tema ha già storicamente pagato prezzi molto alti, con conflitti laceranti tra ‘salute e lavoro’, e non ha bisogno di essere sottoposta a una nuova prova di forza.
Ricordiamo inoltre che, come dice il Presidente Regionale di Italia Nostra “realizzare l’ampliamento porterebbe Vado ad una potenza complessiva di 1880 MW, al terzo posto in Italia (dopo Montalto di Castro e Brindisi). Ci deve essere un limite al gravame su un territorio, e questo limite a Vado (dopo decenni di industrializzazione in buona parte scomparsa ma che ha lasciato e che continua a lasciare altre pesantissime situazioni negative sul territorio) è certamente già stato superato”.
Secondo il referente scientifico dell’Ordine dei Medici “gli attuali gruppi 3 e 4 a carbone della centrale (risalenti agli anni ’60 del secolo scorso e obsoleti da decenni), una volta ristrutturati secondo il Vostro progetto di ampliamento (propagandato come un adeguamento secondo le migliori tecnologie), emetteranno, per ogni Megawatt installato, 3,4 volte in più ossidi di zolfo, 2,5 volte in più ossidi di azoto, il doppio delle polveri primarie rispetto al nuovo gruppo, dimostrazione evidentissima che, pur disponendo di una tecnologia meno inquinante, questa non sarà applicata in modo significativo a tutti i gruppi a carbone, ma solo a uno, al gruppo nuovo”.
Il motivo, più che evidente, sta nel fatto che si vuole risparmiare, incuranti delle ricadute che questo risparmio avrà sulle emissioni di sostanze inquinanti nell’ambiente.
Questi dati hanno indotto comitati e associazioni a sostenere la non ristrutturabilità dei gruppi 3 e 4. Secondo i medici del MODA: “i gruppi esistenti 3 e 4 della Centrale non sono ristrutturabili con le nuove tecnologie, per cui per rispettare le attuali normative si impone da subito la chiusura dei vecchi gruppi a carbone altamente inquinanti per lasciare così i gruppi a turbogas esistenti, che già da soli producono il doppio dell’energia consumata in provincia di Savona” (inquinano comunque, anche se molto meno del carbone).
E’ evidente che solo finalmente con un ampio confronto con i Comuni, la Regione, i comitati, e con l’ausilio di esperti indipendenti (e solo dopo aver rinunciato al progetto di ampliamento), si potrà valutare se l’adeguamento alla legge 59/05 (che prevede l’utilizzo delle migliori tecnologie esistenti) sarà fattibile in modo significativo nella ristrutturazione dei vecchi gruppi 3 e 4, o se (come sostengono efficacemente molte personalità autorevoli in materia) tali gruppi invece risulteranno non più ristrutturabili.

6) CENTRALE COME INCENERITORE
-rispondono al vero le voci che si stanno diffondendo, secondo le quali un vostro obiettivo potrebbe essere quello di usare i gruppi a carbone anche per bruciare i combustibili derivati da rifiuti (CDR), utilizzando quindi la centrale anche come inceneritore?

Questo (la gente non lo sa, ma voi ben lo sapete) aggraverebbe in modo devastante la situazione, perché ai fumi velenosi derivanti dal carbone (polveri sottili e ultrasottili, metalli pesanti, diossine, solfati, nitrati, ecc, oltre che radiazioni superiori a quelle delle centrali nucleari) si aggiungerebbero altre pericolosissime emissioni di diossine, polveri, e metalli pesanti.

7) INSUFFICIENTE MISURAZIONE DEI LIVELLI DI INQUINAMENTO
-perché accetta il paradosso che il controllo delle emissioni dalle ciminiere della Sua centrale a carbone sia eseguito dalla stessa Tirreno Power (per cui gli inquinatori sono i CONTROLLORI DI SE STESSI, senza che sia prevista alcuna verifica da parte di enti terzi) e non invece da un Ente Pubblico, il quale finalmente dopo decenni potrebbe garantire la cittadinanza sui reali livelli di inquinamento?

Per quanto riguarda invece le centraline esterne alla centrale, secondo il referente scientifico dell’Ordine dei Medici “i dati sull’inquinamento vengono misurati dall’ARPAL in modo superficiale, obsoleto e insufficiente (per numero e dislocazione delle postazioni, e per tipologia di inquinanti misurati)”.
Come può peraltro la comunità savonese avere fiducia nell’ARPAL, un’agenzia in cui diversi dirigenti regionali sono indagati dalla Procura della Repubblica di Genova per falso, turbativa d’asta ed altri gravi capi d’accusa?
Come si può dire, ing. De Benedetti, che l’inquinamento è sotto controllo, quando si sceglie di non misurare efficacemente le polveri inquinanti?

8) RIFIUTO DEL CONFRONTO
-perché i Responsabili della centrale rifiutano da anni qualsiasi confronto pubblico con l’Ordine dei Medici, con i Medici per l’Ambiente e più in generale con la cittadinanza, lasciando alle migliori agenzie pubblicitarie una massiccia comunicazione fatta di slogan facilmente smentibili dai dati scientifici (“abbiamo la tecnologia”, “carbone pulito”, “ampliamo per migliorare l’aria”)?

Anche questo, ing. De Benedetti, è il Suo personale concetto di democrazia, oppure è solo perché ben sapete che il vostro progetto non può reggere il confronto con le principali istituzioni mediche locali?
Perché su questo tema si è messo in atto da decenni a Savona un fruttuoso e perverso meccanismo misto: da un lato si ‘addolcisce’ (si promette, si sostiene, si sponsorizza…) e dall’altro si minaccia? Sono state minacciate di ritorsioni di vario tipo (“ti faccio licenziare”, “ti querelo”, “ti massacro politicamente”, ed altre pressioni) varie categorie di persone che avevano tentato di spiegare la verità, inclusi importanti amministratori locali, medici e giornalisti.

9) SOVRAPPRODUZIONE
-perché volete perseverare con il Vostro dannoso progetto di ampliamento, in una città come Savona che NON ha bisogno di nuova energia elettrica, dato che la Centrale già attualmente produce una quantità di energia superiore di ben 5 (cinque) volte a quella che viene consumata in tutta la Provincia?

Perché, ing. De Benedetti, deve essere di nuovo la Provincia di Savona a essere martoriata e sottoposta ai Vostri interessi economici, una Provincia che da anni sta cercando faticosamente di sviluppare la sua importante e strategica vocazione turistica?
Ricordiamo che in Liguria (che secondo studi della UE è una delle regioni più inquinate d’Italia), una terra tanto bella a livello paesaggistico e naturalistico quanto devastata dalle industrie e dal cemento, vi sono già ben 3 centrali a carbone (il 27% di quelle rimaste in funzione in Italia), peraltro pericolosamente vicine a città densamente abitate.
Segnaliamo inoltre che gli obiettivi della Comunità Europea, cui aderisce anche l’Italia, prevedono per il 2020 una riduzione del 20% del consumo di energia, ottenuto attraverso il preziosissimo risparmio energetico, un 20% di energia alternativa, e un 20% di riduzione delle emissioni di CO2 (che invece aumenterebbero con il progetto di ampliamento della centrale).

10) ENERGIE RINNOVABILI
-perché volete perseverare nella produzione di energia dal carbone (una produzione più economica, usata ancora tra moltissime critiche in altri Stati, ma estremamente dannosa per la salute e per questo con un consumo in continua riduzione in Europa), senza investire significativamente nel metano e soprattutto nelle energie rinnovabili realmente pulite?

Come ha detto il Premio Nobel Carlo Rubbia proprio sul suo giornale, ‘La Repubblica’: “Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. La CO2 dura in media fino a 30.000 anni. Il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso…”.

Perché cercate di disorientare la cittadinanza savonese dichiarando che investirete quasi 200 milioni di euro in energie alternative? il Vostro progetto infatti mira non certo allo sviluppo delle energie rinnovabili ‘pulite’ come eolico o solare (dei 600 MW previsti nel Vostro progetto fra carbone e rinnovabile, si prevedono solo 1,5 MW di fotovoltaico, ovvero un misero 0,2%), ma a cospargere il territorio ligure di centrali a biomasse (catalogate tra le energie ‘alternative’), centrali inquinanti e spesso destinate in realtà a diventare inceneritori di rifiuti.
Ricordiamo invece che con l’utilizzo delle fonti realmente rinnovabili, nei Paesi del Nord Europa riescono a garantire un quantitativo di posti di lavoro che, in proporzione i miseri 40 posti in più garantiti da Tirreno Power fanno sorridere (ad esempio, sono 150.000 i posti di lavoro creati dall’eolico in Europa, che diventeranno 368.000 in meno di 10 anni secondo l’Unione Europea).
In Germania, dove praticamente già il 20% dell’energia totale viene prodotta tramite le fonti alternative (eolico e solare), si prevede un forte aumento nei prossimi anni, dismettendo completamente le centrali nucleari entro il 2018.
Anche il nuovo Presidente degli USA ha orientato grandi risorse verso l’utilizzo delle energie rinnovabili, ritenendolo il nuovo possibile volano, sia per la soluzione della grave crisi economica che per la protezione dell’intero pianeta.

In sintesi,
perché Lei che si dichiara il primo tesserato del PD, calpesta buona parte dei principi e dei valori ai quali si ispira il centrosinistra: rispetto della volontà popolare, rispetto della vita umana, rispetto e cura per l'ambiente, confronto e dibattito nelle decisioni, adeguamento alle normative dell’Unione Europea, adeguamento alle leggi non come merce di scambio, considerazione delle opinioni degli esperti e degli organi medici competenti, sviluppo delle energie rinnovabili, ecc.?

Non conviene con noi, ing. De Benedetti, che il rispetto per la vita e per l’ambiente non può e non deve far parte di un mero gioco di interessi politici ed economici, ma deve invece far parte dei valori primari ed inalienabili di ogni popolo civile?

Produrre energia non è un fine ma un mezzo per far funzionare la società in cui viviamo: è etico e doveroso investire capitali per produrre energia con le metodiche meno inquinanti possibili, compatibili con la salute dei cittadini, evitando il più possibile il combustibile più inquinante di tutti che è il carbone.
Nessun calcolo economico può giustificare la richiesta di perpetuare e addirittura incrementare lo scempio ambientale e le morti premature causate dalla combustione del carbone.

Le chiediamo quindi di rispettare la volontà della nostra comunità, desistendo dal Suo progetto di ampliamento della centrale a carbone, e riducendo fortemente i livelli di inquinamento adeguando la centrale alle migliori tecnologie esistenti, così come previsto dalla legge.

Certi di una sua risposta, Le porgiamo distinti saluti”.


venerdì 27 agosto 2010

New Babylon, la città nomade


New Babylon


Le recenti misure anti-rom del governo francese ci hanno riportato alla mente la battaglia di Giuseppe "Pinot" Gallizio in favore degli zingari di Alba. Un episodio che va ben oltre la mera dimensione "artistica" e che mantiene ancora oggi intera la sua portata culturale e politica.

Giorgio Amico

New Babylon, la città nomade



Tutto inizia nel 1956, quando il Comune di Alba vieta la sosta alle carovane di zingari che tradizionalmente si fermano in città durante lo spostamento verso il sud della Francia. Pinot Gallizio, dopo aver difeso i nomadi in consiglio comunale di cui è membro, affigge nelle vie di Alba un manifesto dal titolo L’uomo è sempre l’uomo e annuncia l’inizio della “grande battaglia per la sosta degli zingari”. Il manifesto mostra le foto di Gallizio con i nomadi, ora al mercato ora in riva al Tanaro. Con un’inedita ed efficace performance di comunicazione estetica e politica, Gallizio entra in campo con il ruolo di artista pubblico che vuole che l'arte diventi un modo liberato e umano di vivere la vita quotidiana.
Poi, con un atto che scatena vivaci polemiche in città, decide di donare agli zingari un terreno di sua proprietà, in modo che non siano più costretti a sostare sul suolo pubblico e chiama ad Alba Constant Nieuwenhuys, un architetto olandese, già membro del gruppo CoBrA e amico di Asger Jorn, perchè progetti una “città degli zingari”.



Pinot dichiara quel pezzo di terra “Zona-laboratorio”, anzi “Zona libera dell'Antimondo” e chiede a Constant di progettare strutture abitative flessibili, disegnate secondo criteri ludici e antifunzionalisti (sono gli anni della polemica contro Le Corbusier), che possano essere smontate e rimontate altrove. Una città nomade, insomma.
Constant, amava gli zingari, che spesso sostavano in un terreno abbandonato nelle vicinanze del suo studio di Amsterdam, da loro aveva imparato a suonare “a loro modo” la chitarra. Ne ammirava la libertà e il nomadismo. Nel dicembre 1956 è ad Alba. Di quel soggiorno scrive:

“Gli zingari che si fermavano per qualche tempo nella piccola città piemontese di Alba avevano preso da molti anni l’abitudine di costruire il loro accampamento sotto la tettoia che ospitava una volta alla settimana il mercato del bestiame. Qui accendevano i loro fuochi, attaccavano le loro tende ai pilastri per proteggersi e per isolarsi, improvvisavano ripari con casse e tavole abbandonate dai commercianti. La necessità di ripulire la piazza del mercato dopo tutti i passaggi dei Gitani aveva portato il Comune a vietarne l’accesso. Si erano visti assegnare in compenso un pezzo di terreno erboso su una riva del Tanaro, il piccolo fiume che attraversa la città: un anfratto dei più miserabili. È là che sono andato a trovarli, in compagnia del pittore Pinot Gallizio, il proprietario di questo terreno scabro, fangoso, desolato che gli era stato affidato. Di quello spazio tra le roulotte, che avevano chiuso con tavole e bidoni di benzina, avevano fatto un recinto, una “città dei gitani”. Quel giorno ho concepito il progetto di un accampamento permanente per i gitani di Alba e questo progetto è all’origine della serie di maquettes di New Babylon. Di una New Babylon dove si costruisce sotto una tettoia, con l’aiuto di elementi mobili, una dimora comune; un’abitazione temporanea, rimodellata costantemente; un campo nomade alla scala planetaria”.



New Babylon non uscirà mai dallo stadio progettuale, ma i nomadi di Alba avranno finalmente un loro spazio che resisterà fino ai giorni nostri, dove poter vivere liberi secondo i loro costumi. Pinot Gallizio ne sarà orgoglioso, forse ancora più della sua riuscita artistica, e da allora si definirà “re degli zingari” e indosserà con fierezza i loro tradizionali orecchini a pendente come segno di identificazione con la loro cultura di cui, semplice farmacista di provincia, aveva saputo cogliere la grande dignità.

giovedì 26 agosto 2010

Le masche di Lip




Storie di Alta Langa, ricordi di una terra sospesa fra Piemonte e Liguria.


Guido Araldo


Le masche di Lip



Lip, ovvero Filippo, era fratello di mio nonno Serafen (Serafino).

Nell’anno della presa di Porta Pia, quando i Piemontesi invasero Roma, o giù di lì, Lip corteggia un fiore di ragazza del Carretto. A suo dire la più bella tra “Muntnöch e Curtmija”: Montenotte e Cortemilia.

All’epoca Lip era un bel giovanotto: alto, aitante, gagliardo; era anche un ottimo “mediatore” di bestiame, nonostante la giovane età, e sulle fiere e mercati di mezza Langa aveva saputo guadagnarsi la fiducia di tutti coloro che aveva incontrato.

Ne faceva di passi Lip, per andare a trovare quel fiore di donna! Dai Cataragni del Mù su, al Baraccone, e poi per l’antica strada dei muli, quella degli sfrosadori di duecento anni prima; quindi Munzerziu e finalmente il piccolo borgo del Carretto, con i ruderi del castello che attribuì il nome alla più antica e importante casata marchionale delle Langhe e della Liguria.

Oggi angoli dimenticati di Langa: una frontiera che non interessa più a nessuno, sospesa tra Piemonte e Liguria. Un tempo, invece, un grande crocevia di commerci, frequentata dai mercanti di Alba e Asti, dai contrabbandieri, dai “Corridori” del duca di Savoia che li rincorrevano. Prima ancora in quella strada, ora meno di un tratturo, passavano vescovi, cardinali, crociati, ambasciatori, banchieri fiorentini e senesi: lasciavano la Via Francigena ad Asti, per andarsi a imbarcare a Savona, Noli o Finale, e raggiungere Pisa, Ostia, Napoli… Sostavano sempre, per trascorrere la notte, a Cortemilia o al Carretto, dove c’erano accoglienti foresterie e, anche, ospedali.

Ma il Carretto non era ospitale con Lip!

In quei boschi vastissimi, che un cristiano poteva urlare per giorni prima di essere udito, Lip incontrò le masche! Erano bianche, come uscite dalla tomba, ed emettevano terrificanti lamenti. Apparivano all’improvviso e poi sparivano altrettanto rapidamente.

La prima notte che le incontrò, sulla pelle di Lip non restò un centimetro di pelle che non si fosse accapponato. Corse a perdifiato per l’antichissima Magistra Langarum, a tratti ancora lastricata. Scappò come un fulmine, calciandosi il sedere per come sollevava i tacchi delle scarpe. Se si fosse trovato davanti un futuro fondista l’avrebbe superato con tempi da record mondiale. Arrivò al Mor, come allora chiamavano il Mù, con la milza che scoppiava; poi si gettò lungo e disteso in un prato, convito di essere scampato all’inferno.

Il giorno dopo andò in cerca di mio nonno Serafen. Sapeva che aveva lo schioppo: un fucile probabilmente napoleonico, ad avancarica, con il quale praticava la caccia di frodo, come tutti gli abitanti dei Cataragni.

A quei tempi le masche erano dappertutto!

Quante storie, durante le veglie serali attorno al lumino! Quando si parlava di masche anche i giocatori di tressette smettevano di giocare. Era convinzione diffusa che si appostassero nei boschi più fitti o in casolari abbandonati per tormentare i cristiani. Anime dannate! Serve del diavolo! Si credeva che avessero un rapporto esoterico con la luna, le sue fasi… Lanciavano anche il malocchio, che attecchiva come la gramigna nei campi. Un posto frequentato dalle masche era il Cian Ciresca: in una radura nei castagneti, dove c’era un grande noce che si voleva fosse magico, piantato dal diavolo! Pareva che le masche privilegiassero le notti in cui la luna grande e tonda sembrava illuminare le colline a giorno…

In quei giorni furoreggiava la storia di Bertu der Möje di Cravanzana che giurava di aver visto al Passo della Bozura le masche volare sulle scope, di notte, avvolte in turbini d’aria calda, sotto magica luna piena. Si tiravano dietro, legati con una lunga catena, mezza dozzina di anime dannate, prese in prestito dal diavolo. Volavano ridendo, rasenti le cime degli alberi. A Bertu der Möje era riuscito anche a riconoscere quelle anime infelici!

C’era Carletu ‘d Feisciö, che di domenica andava a caccia di fagiani giù al Belbo invece d’inginocchiarsi in chiesa come tutti i buoni cristiani, rispettosi del giorno consacrato a Nusgnù.

C’era Cinu der Funtanè, degno compare di Carletu, morto mentre rincorreva le lepri lungo “ra Burgna”, sempre di domenica: aveva la caccia nel sangue, poco importava se di frodo! L’avevano trovato dopo una settimana di affannose ricerche.

E poi Bepu ‘d Berguj, che amava un tipo di caccia speciale: invece di lepri e fagiani, prediligeva le tortore. Le mogli fedifraghe che lo aspettavano, nei pollai mentre i mariti erano alle processioni o a cantare il Vespero. Era un bell’uomo: un farinél, gagliardo come un toro! Un giorno Gepòt der Santù lo aveva sorpreso in uno di quei pollai, proprio con sua moglie: Bettina dra Lunétta; una baciapile puttana fino al midollo. Gli stava sotto come una vacca e muggiva, pure! La roncola di Gepòt lo aveva raggiunto alla schiena durante la precipitosa fuga e Bepu era morto dopo un mese, nel suo letto, solo come un cane, poiché la moglie era andata a vivere con un fratello a Gorzegno.

Legato alla catena c’era anche Zuan du Ciaplau, che sul sagrato della chiesa di Prunetto e nella piazza del mercato di Monesiglio prestava soldi ad usura, sordo alle prediche dei preti che tuonavano contro coloro che si arricchivano rovinando gli altri. Lo avevano trovato impiccato al Bric Giampeyre: nessuno era riuscito a spiegarsi cosa fosse andato a fare in un posto così selvatica, e nessuno fu in grado di appurare se al tronco di un faggio si fosse appeso volontariamente o l’avesse appeso qualche creditore disperato. Un’altra di quelle anime infelici era Funsinu dra ca der Busch, che spostava i termu, le pietre di confine, per ingrandire le sue proprietà terriere, soprattutto nei boschi. Aveva sprecato metà della sua vita a spostare i termu e l’altra metà nei tribunali, a litigare con i suoi confinanti, che erano tanti.

Infine aveva intravisto Ricu der Cian du Tort, mercante di granaglie, noto come “‘r calif”: aveva sposato una vedova di Laté (Altare), quando aveva già una moglie a casa che lo aspettava, con quattro figli. Si diceva, addirittura che ne avesse una terza a Pcjö (Plodio) vedova pure lui. Forse si considerava un buon cristiano per come sapeva consolare le vedove! Poi, un giorno maledetto, all’osteria del Pino a Saliceto si era giocato tutto, anche “‘er braye”, con quel baro di Gidiu du Sckau. Si era mangiato la cascina e sulla strada verso casa si era buttato in un pozzo, in una vigna!

Bertu der Möje di Cravanzana assicurava che quella strana processione volante era sparita com’era venuta, portata via da un’altra folata calda di vento impetuoso.

Mio nonno Serafen non osò negare lo schioppo al fratello. Fu così che Lip si mise a tracolla lo schioppo e se ne andò deciso, rassicurato, borbottando:

Ch’es fazu avanti, ‘r maledete! –
Era deciso a sparare, se necessario, e sparò!

Ci fu battaglia, sulla Langa più alta! Nei boschi tra ‘r Bric di Sieizi e Munzerziu,

Per san Bernardino, protettore degli antichi sfrosadori, anche le masche avevano gli schioppi!

Quando Lip sentì un pallettone da cinghiale fischiargli a una spanna dall’orecchio, tornò a correre calciandosi il fondoschiena per come scappava indecorosamente. Non seguì la strada, troppo esposta; si fiondò in un bosco, verso il Parasacco. Allo stesso modo si comportavano i contrabbandieri, secoli prima, quando venivano intercettati dai corridori.

Li riemerse l’alba del giorno dopo al Cian Miché e balbettava:

Oh belin, ed-cò ‘r masche e-i‘han i sc-ciöp! –
(Oh belin, anche le masche hanno gli schioppi!)
Anzi, non usavano i pallini da fagiano come lui, ma da cinghiale! Per Santa Caterina, non era mica un cinghiale!

Mio padre abbozzava a un sorriso quando rievocava quella storia, per fortuna finita bene.

Altroché le masche!

I giovani del Carretto, forse di Cairo, non gradivano che un salicetese, cera-faza, corteggiasse la più bella su quelle colline, la miss di quelle terre. Con lenzuola agitate nei boschi avevano cercato d’intimorirlo e lo scherzo era infine degenerato in una scaramuccia. Lip era tornato a casa con gli occhi allucinati e i capelli ritti. Non sarebbe più andato al Carretto!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

mercoledì 25 agosto 2010

Retourn: Piero Raina, un poeta




Artivaganti e gli Amici di Piero con la partecipazione di Espaci Occitan proporranno nel mese di settembre “RETOURN – Piero Raina, un poeta” un evento celebrativo dedicato alla figura di Piero Raina, poeta di Elva, scomparso l’8 agosto 2009, ma ancora vivo nel cuore dei valmairesi e di tutti coloro che lo hanno conosciuto.
L’ideazione di questa rassegna, che intende riconoscere l’impegno e l’amore che Piero Raina ha profuso verso la sua gente e la sua terra nel corso della vita, è nata dalla volontà della famiglia e degli amici del Poeta, trovando da subito un ampio consenso tra tutte le persone che lo hanno conosciuto ed apprezzato come uomo, amministratore e scrittore, nonché tra le istituzioni del territorio che hanno volentieri patrocinato l’iniziativa intendendo con questo onorare quella straordinaria figura di letterato e poeta, che ha significativamente arricchito il patrimonio di memorie e suggestioni dell’intera Valle Maira.
Il programma prevede una mostra fotografica allestita nelle vetrine dei negozi dell’isola pedonale di Dronero che rimarrà esposta per tutto il mese di settembre. Gli appuntamenti invece saranno quattro e si svolgeranno in parte a Dronero ed in parte ad Elva.
Il primo incontro dal titolo “I peu- peu din la court” è previsto per giovedì 2 settembre 2010 alle ore 18.00 a Dronero nel cortile del Convitto San Giuseppe in via Roma e proporrà un aperitivo musicale con le poesie di Piero e le musiche di Simonetta Baudino e Simone Lombardo.
Seguirà domenica 5 settembre 2010 alle ore 10.00 a Elva, presso la Biblioteca comunale, Cazei e Vilage, proiezione di fotografie di Luigi Massimo. A seguire, alle ore 12.00, presso l’ Ala Comunale, Lou retourn d’les fernisoles - omaggio a Piero Raina dei poeti contemporanei accompagnato dalle musiche di Simonetta Baudino e Simone Lombardo.
Sabato 18 settembre 2010 alle ore 16.00, nella Biblioteca Civica di Dronero, l’appuntamento è dedicato a Piero Raina l’escrivaire, incontro-dibattito intorno ai libri di Piero. Interverranno all’incontro Giovanni Agresti dell’Università di Teramo, Sergio Arneodo di Coumboscuro edizioni, Ezio Bernardi de La Guida, l’editor Elda Gottero, Ennio Pattoglio de Il Drago, Simone Demaria de Il Maira edizioni, Ugo Giletta di Artivaganti, San Firmino Film e Fusta edizioni, l’antropologo Piercarlo Grimaldi. L’introduzione sarà curata da Carlo Giordano de La Stampa.
Il programma si concluderà giovedì 30 settembre 2010 alle ore 21.00, presso la Chiesa dei Cappuccini di Dronero, con il concerto della corale La Reis, I reis chanten encaro. A curare le immagini, dedicate alla Valle Maira, saranno Giorgio Burzio e Bruno Rosano.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con i commercianti dell’isola pedonale di Dronero, l’Associazione Turistica Proloco di Dronero e la Proloco “La Deseno” di Elva, è patrocinata dal Comune di Dronero, dal Comune di Elva e dalla Comunità Montana Valli Grana e Maira.

Per informazioni: Espaci Occitan, Via Val Maira 19 a Dronero, tel. 0171.904075, segreteria@espacioccitan.
org, www.espaci-occitan.org

Laura Macchia a Pozzo Garitta di Albisola

martedì 24 agosto 2010

Da leggere: Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra



Con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione del blocco sovietico il coro fu unanime: la fine "dell'impero del male" avrebbe segnato l'avvento di un'epoca di pace e prosperità. Qualcuno si spinse fino a parlare di "fine della storia". Mai previsione fu più azzardata. Irak, Afghanistan, Palestina stanno lì a testimoniarlo ogni giorno. Per questo riproponiamo il lavoro, straordinario per forza analitica e attualissimo, di Franco Fornari sulla guerra, di cui presentiamo il primo capitolo.


Franco Fornari

Psicoanalisi della guerra


L’opera del sociologo Gaston Bouthoul (1) può essere considerata il tentativo più serio finora fatto di impostare i problemi della guerra in modo scientifico. I risultati ai quali la sua indagine è pervenuta, sotto molti aspetti, possono essere utilmente accostati ai dati dell’indagine psicoana­litica. Bouthoul prende in esame le opinioni e le teorie sulla guerra, la sua morfologia, i suoi aspetti tecnici, demografici, economici e psicologici. Prima di provarsi a enucleare le leggi dinamiche fondamentali del fenomeno guerra, Bout­houl pone in rilievo alcuni ostacoli allo studio scientifico delle guerre, che possono essere riconosciuti anche dalla psicoanalisi e che consistono 1) nella pseudoevidenza della guerra per cui questa è intesa come un fatto noto del quale ognuno crede di conoscere le cause; 2) nell’illusione che la guerra dipenda interamente dalla volontà cosciente degli uomini, mentre al contrario le motivazioni coscienti della guerra sarebbero da ritenere epifenomeni o motivazioni aggiunte o addirittura accessorie, tali cioè da impedire di raggiungere la conoscenza delle tendenze bellicose profonde e il loro rapporto con alcune modificazioni della struttura della società, nel momento in cui essa si dà alla guerra; 3) nell’illusionismo giuridico, vale a dire in quell’insieme di razionalizzazioni giuridiche che hanno cercato in ogni tempo di teorizzare la guerra legalizzandola. Nella storia del diritto internazionale, troviamo agli inizi la con­cezione teologica, che considera il combattente come la proiezione terrestre di una lotta di divinità. Tale concezione permane ai nostri giorni sotto forma di mitizzazioni laiche della guerra come “strumento del destino, incaricato di portare a compimento i disegni misteriosi della Storia.”

(...)

Fattori psicologici della guerra

Il capitolo dedicato da Bouthoul agli aspetti psicologici del fenomeno guerra, mette in evidenza il mondo psicolo­gico nuovo, come trasformazione radicale di valori che si instaura con la guerra. A parte i riti iniziatici dei popoli primitivi, dei quali dovremo occuparci più avanti, il passaggio alla situazione guerra è sancito da riti, alcuni dei quali implicano la ma­ledizione, altri un vero e proprio atto di accusa verso il nemico. Il rito dei feciali romani può essere considerato un rito di colpevolizzazione del nemico, attraverso una vera e propria litis contestatio, alla quale veniva chiamato come. testimone tutto il creato (dei, piante, animali, uomini, ma­gari passanti ignari). Parte integrante di tale rito di testimonianza era lo spezzare un bastone di corniolo — che rotto diventava rosso e il gettarlo nel territorio nemico. La riflessione psicoanalitica sulla cerimonia , dei feciali ci suggerisce che la fantasia ad essa collegata può essere cosi espressa: “Sia ben chiaro a tutti — al mondo terreno e ultraterreno — che il nemico è nel torto — che è cioè cattivo.” La formula rituale è infatti: “Se il mio ricorso alle armi è ingiusto, che io non veda più la mia patria.” La espulsione della colpa nel nemico, così tipica del rito dei feciali, ci apparirà nel suo pieno significato quando avremo chiaro il meccanismo di elaborazione paranoica del lutto come meccanismo nucleare della psicologia della guerra.
La colpevolizzazione del nemico sembra pertanto di im­portanza fondamentale per evitare il senso di colpa che la guerra provoca nell’uomo e segna un momento essenziale nella vicenda di rottura tra tempo di pace e tempo di guer­ra, nella cerimonia di apertura del mondo psicologico nuovo instaurato dalla guerra. Dopo tale rito l’omicidio, il saccheggio, il ratto e lo stu-pro diventano leciti, per un periodo determinato. Da quelmomento gli uomini accettano di dare e di ricevere la morte violenta e di cercare di impossessarsi dei beni dell’avversario con la violenza, come di mettere a repentaglio il loro proprio, come se, benché eluso attraverso la proiezione, il sentimento di colpa implicasse tuttavia meccani­smi autopunitori. L’istinto di conservazione entra pertanto in crisi o meglio in una vicenda drammatica governata da un manicheismo radicale, regolato dalla scissione del mon­do in amico e nemico. Tale scissione del mondo in amico e nemico ha il carat­tere di un’estrema semplificazione, per cui il bene e il male non vengono più integrati in una stessa situazione istintiva e m uno stesso rapporto oggettuale, ma la stessa situa­zione acquista caratteri diversi a seconda che venga consumata su sé o sull’altro nell’aforisma paranoico del “mors tua vita mea.” Tutto l’enorme peso umano dell’ambivalen­za si alleggerisce di colpo in quanto l’amore e l’odio tro­vano due oggetti diversi in cui investirsi.
Per Bouthoul la guerra acquista il carattere- della festa, che, secondo Durkheim, ha come compito essenziale quello di rendere più salda la solidarietà dei gruppi, aumentando il senso di unione. Gli aspetti psicologici più tipici della festa in senso socio­logico sono: 1) il produrre un’unione materiale dei membri i del gruppo; 2) l’essere un rito di spesa e di sperpero; 3) il costituire una modificazione più o meno grande delle regole morali; 4) l’essere un rito di esaltazione collettiva; 5) l’instaurare una specie di annullamento della sensibilità fisica; 6) l’instaurare riti sacrificali. La guerra sarebbe quindi la festa suprema. La teoria sociologica della guerra come festa suprema si incontrò, come vedremo, con l’interpretazione data da Abraham della guerra come festa totemica. La guerra sembra però una elaborazione successiva alla festa totemica: nella festa totemica è il proprio totem-padre che viene sacrificato-ucciso mentre nella guerra è ucciso l’estraneo: situazione che si collega a ciò che avremo modo di chiarire come elaborazione paranoica del lutto.



Il fatto che nei popoli primitivi la guerra sia accompagna­ta da attività di danza — situazione che oggi appare con­servata nelle parate militari — accentua il rapporto della guerra con la festa. Sempre nei popoli primitivi il carat­tere sacro della guerra è intimamente associato alla sacra­lità dei riti mortuari. Nei popoli primitivi, infatti, la guerra è intimamente unita all’idea di un sacrificio umano che è gradito agli dei; essa è cioè intimamente unita al culto della morte e, come vedremo più avanti, alla elaborazione del lutto. Nella civiltà occidentale, parallelamente all’affilevolirsi delle religioni, Bouthoul fa rilevare il rifiorire del culto dei morti in guerra, sotto forma del sacrario dei caduti e parco delle rimembranze, situazione intesa come il ritorno ne nostra civiltà di usanze arcaiche. Il culto dei caduti in guerra tende perciò a rimpiazza il culto dei santi. La guerra porta a verificazione spettacolare una situazione umana generale per cui la morte assume valore assoluto: le idee nel nome delle quali si muore hanno il di- ritto di verità, perché la morte diventa un procedimento dimostrativo: situazione questa che apre il capitolo del singolare problema psicologico della morte come criterio di verità, sul quale dovremo ritornare, per chiarire la misteriosa epistemologia della guerra, fondata sul postulato che è vero ciò per cui si muore, contraddetto però dall’altro postulato che è vero ciò che vince: per cui il vincitore viene così omologato al vero-giusto e il vinto al falso-ingiusto.
I singolari principi epistemologici della guerra hanno cu­riose conseguenze. Come vedremo, il “vero” uomo nei popoli primitivi è colui che ritorna alla propria tribù dopo aver ucciso per la prima volta un nemico. La guerra diventa quindi una specie di prova dell’esistenza e dell’autenticità, come se l’uomo, o almeno l’uomo primitivo, facesse la guerra per dare a se stesso una prova del proprio esistere come vero uomo. Tutta l’esaltazione romantica dell’eroismo e l’idealizzazione della guerra in generale si basano in definitiva su postulati del genere. Su tale sfondo la guerra ha alimentato atteggiamenti che vanno dalle poesie di Tirteo alla idealizzazione della corte­sia dei combattimenti cavallereschi medioevali e infine alla idealizzazione dello spirito di brutalità che ha imperversato nelle guerre in cui le nostre generazioni sono state coinvolte. Bouthoul fa inoltre rilevare che nel rito della morte il soldato diventa pertanto sacrificatore e vittima. Presso i romani riti specifici sottolineano la sacralizzazione del soldato e la sua desacralizzazione quando abbandona l’esercito: situazione questa che accomuna ancor oggi gli appartenenti all’esercito ed alla chiesa.
Nei popoli primitivi come nella nostra odierna civiltà la particolare virtuosità del soldato sembra risiedere nell’assoluta dipendenza dei capi, nei confronti dei quali ogni ag­gressività viene repressa e nel fatto che tutta l’aggressività orienta verso il nemico. Il ruolo dei capi, in rapporto alla trasformazione ope­rata dal fenomeno guerra, appare a Bouthoul quello di seguire la mentalità dei governati, piuttosto che di prece­derla e modificarla. I capi avrebbero la particolare abilità d’intuire ciò che i governati desiderano. Egli ci ricorda che Macchiavelli aveva consigliato ai capi di ricorrere alla guerra quando le difficoltà e i dissidi all’interno dello Stato sono troppo forti. I capi quindi devierebbero all’esterno una tensione aggressiva preesistente anziché crearla. Dionigi tiranno di Siracusa incoraggiava i nemici e al­l’occorrenza dava loro anche degli aiuti per indurli a mo­strarsi minacciosi; in tal modo poteva consolidare il pro­prio dominio. Quando però le cose vanno male si arriva alla paranoicizzazione al di dentro — è il capo stesso allora che diventa capro espiatorio della situazione depressiva. In guerra tutti i capi possono disporre del dominio as­soluto. Un aspetto essenziale di questo è la idealizzazione del capo. I combattenti si muovono nel nome del capo e presso i romani il generale vittorioso acquista gli attributi di Giove. Il capo dello Stato ancor oggi finisce, in perfetta buona fede e con la più grande sincerità, con il confondere l’esistenza sua con quella di tutta quanta la nazione.
Rifacendosi alla storia di Abramo, Bouthoul fa rilevare che i momenti culminanti del potere patriarcale sono quelli in cui il padre ordina il sacrificio del figlio. Per Bouthoul quindi la guerra implicherebbe da parte dei capi la concreta attuazione del desiderio di inviare al sacri­ficio per la patria i migliori cittadini. Ricorda a tale propo­sito la frase del vecchio granatiere della Guardia, quando Napoleone diede l’addio alle truppe a Fontainebleau: “Sire, non avremo più la gioia di morire al vostro servizio.”



L’idealizzazione e l’assoluta dipendenza dal capo non sono però una cosa semplice. Il bisogno di ribellarsi ai capi tende a manifestarsi nell’ammutinamento, considerato co­me la massima colpa. Da un punto di vista strettamente psi­coanalitico anzi il processo di idealizzazione serve a negare intensi impulsi ostili e ansie persecutorie nei riguardi del­l’oggetto stesso idealizzato. Di solito però l’aspetto ostile dell’ambivalenza verso i capi trova espressione quando le cose vanno male. Presso gli assiri in caso di sconfitta essi erano sempre mandati al supplizio per primi. La tendenza a punire i capi si è riaffermata nei nostri tempi con il processo ai nazisti: tale condanna però è stata attuata e imposta dai vincitori e ciò pone problemi sui quali dovremo ritornare.
Uno degli aspetti più evidenti della guerra è — per Bouthoul — il suo essere dispensatrice del martirio. Non si può fare la guerra che attraverso l’educazione al sacri- ficio. Lo spirito di sacrificio viene intensificato fornendo al l’impulso bellico un aspetto entusiasmante. Lo spirito di sacrificio è intimamente unito alla necessità di un’ideologia e possibilmente di un’ideologia in nome della quale sacrificarsi. Le ideologie stesse però entrano in crisi in rappor­to alla guerra persa. Alla fine del primo conflitto mondiali i tedeschi avevano perso la fede nel Kaiser. Hitler riattizzò lo spirito bellicoso inaugurando una nuova ideologia. Così avvenne in Russia dove lo spirito di sacrificio si con­sumò come sacrificio per lo zar e risorse per la rivoluzione socialista come nuova ideologia.
Lo spirito di sacrificio viene di solito mobilizzato nei giovani. Sono i giovani che vengono spinti facilmente ad alienarsi per uno scopo ideologico. I giovani accettano l’idea di perdere la vita al servizio di un’idea con maggiore facilità degli adulti. A tale proposito Bouthoul sottolinea la va­lorizzazione dell’adolescente operata dal romanticismo. Durante la guerra pertanto lo Stato diventa un’organizzazione rivolta alla distribuzione del sacrificio. I laici, che sorridono di fronte al martirio religioso, non riescono a vincere la commozione di fronte al martirio politico, considerandolo un valore di base della vita umana.
Bouthoul riconosce nell’idealizzazione del sacrificio un aspetto psicologico della guerra, ma il suo primum mo­vens sarebbe l’elemento demografico che spinge l’eccedenza di popolazione a votarsi al suicidio volontario. A parte la motivazione demografica, è indubbio che la fede in un’idea giusta legittima ogni sacrificio. Anche gli spiriti pacifisti provano ripugnanza nel rinunziare alla violenza quando questa è in difesa di un ideale giusto. Quando le virtù militari sono poste al servizio della libertà, sembra che nessuno riesca a sottrarsi al loro valore. Ciò ci condurrà a scandagliare il signicato profondo dell’ideologia.
Affrontando il problema delle implicazioni emotive nel fenomeno guerra, Bouthoul arriva all’affermazione seguente: basta far credere ad un popolo che è minacciato, per indurlo a rinunziare alle sue libertà. In conseguenza egli definisce la sovranità come “il diritto concesso a uno di far paura agli altri.” E' essenzialmente in base alla paura reciproca che due nazioni confinanti hanno il diritto di considerarsi ambedue in stato di legittima difesa.
Un altro degli aspetti psicologici che si collegano alla guerra è l’importanza che in essa assume il comportamento fanatico. Il fanatico non è spinto tanto dall’idea di salvare qualcosa; egli sembra piuttosto eccitato dalla prospettiva di partecipare ad un conflitto, con l’intenzione di ricevervi e di dispensare il martirio. Contrariamente a quanto uno avrebbe potuto aspettarsi, con l’avvento dell’era scientifica si è avuto nella cultura moderna un particolare rigoglio del fanatismo. Nietzsche, Lawrence, Malraux (il coraggio di affrontare la morte per dar valore alla vita. — Ho pensato molto alla morte, ma da quando mi batto non ci penso più), Hemingway (esaltazione della corrida), Junger (quel che importa non è lo scopo per cui combattiamo, ma è il fatto che noi com­battiamo) vengono citati da Bouthoul come i campioni dell’idealizzazione fanatizzata dell’eroismo, in base alla quale non ce più bisogno di un valore per giustificare la guerra; la guerra stessa è il valore.
Descrivendo la trasformazione psicologica del dopo guerra, Bouthoul afferma che il fatto più importante è la brusca caduta dello spirito bellicoso. Dopo aver ritenuto intollerabile la loro rivalità o il loro disaccordo, ad un certo momento, i popoli si accorgono improvvisamente che pos­sono mettersi d’accordo. L’aggressività si è placata come se la guerra costituisse una specie di orgasmo seguito da rilassamento. Sorge un’improvvisa incomprensione degli stati d’animo e delle azioni che un momento prima per gli interessati avevano la massima evidenza del mondo. Bouthoul paragona l’euforia della pace alla silenziosa e ipocrita gioia che regna, quando uno muore, attorno all’eredità: o alla distensione che avviene negli studenti dopo gli esami. Spesso il vinto trova una specie di soddisfazione al pensiero che la guerra lo ha liberato dai suoi errori e mostra una netta tendenza a mettersi alla scuola del vincitore. Le istituzioni del vinto vengono denigrate. La sconfitta viene razionalizzata come punizione per le colpe del vinto. Così la disfatta è una fonte di rinnegamenti. La nazione vinta ha meritato la sconfitta per i suoi errori: il vinto è il colpevole. Mentre il sacrificio partecipa alla guerra come procedimento propiziatorio per un male futuro, la penitenza, che segue la guerra, vuole essere riparativa per un male passato. Il costume del capro espiatorio sembra far parte dei riti di penitenza.


Un altro dei fenomeni del dopoguerra, e antitetico al­l’autoaggressività colpevolizzata nel vinto, è l’aumento della criminalità. Riferendosi alle ricerche condotte sui rapporti tra aggressività e frustrazione, Bouthoul sottolinea il meccani­smo dello spostamento dell’aggressività generata dalla frustrazione, particolarmente evidente quando c’è una gerarchia rigorosa. Specie nell’esercito, la collera e la frustrazione possono risolversi in una pioggia di vessazioni dal­l’alto al basso della scala gerarchica. L’aumento delle proiezioni di oggetti nefasti, come reazione alla frustrazione, risulta particolarmente evidente nella psicologia collettiva. Nel Middle-West americano è stato provato che, nei periodi di siccità, il partito politico al potere durante tale calamità naturale viene poi battuto alle elezioni. Nel Sud degli Stati Uniti il maltrattamento dei negri varia con le frustrazioni collettive: si nota cosi una correla­zione tra il prezzo del cotone e il numero dei linciaggi. Parallele alle reazioni paranoidi sono state sottolineate le reazioni depressive come risposta alla frustrazione. (2) Anche nell’individuo la frustrazione dà origine sia a ri­sposte paranoidi che depressive, ma tali risposte sono di solito concomitanti e autoequilibrantisi. Sul piano collettivo tali reazioni alla frustrazione sarebbero più uniformi, e l’una o l’altra modalità sarebbero vissute come in cultura pura. La nota facilità delle folle all’esplosione improvvisa di aggressività, avrebbe come caratteristica il fatto che ci sia un leader che le mobilizzi. Il contenuto ditali reazioni può variare: le folle possono essere condotte facilmente sia all’aggressività che al misticismo.
Una delle differenze essenziali tra l’aggressività individuale e l’impulso bellico, puntualizzata da Bouthoul, consiste nel fatto che, mentre l’eccitazione aggressiva individuale è momentanea, passeggera, sentita specificamente come tale e di solito limitata ad un individuo, l’impulso bellico, in­vece, più che un’eccitazione aggressiva personalizzata, è uno stato emotivo generalizzato e profondo. Spesso è uno stato diffuso di accettazione e di approvazione delle violenze future piuttosto che la rappresentazione delle violenze stesse. Lo stato bellicoso cioè corrisponde ad un sentimento della necessità di un periodo di violenze e di distruzioni più che a una vera e propria eccitazione aggressiva. Prima di essere un’azione è una convinzione; qualche volta non è che una semplice rassegnazione ad una calamità conside­rata come inevitabile. L’apparente assenza di eccitazione aggressiva nella guerra come sagra distruttrice dell’umanità, è certamente un singolare problema sul quale dovremo ritornare.
A proposito del problema della frustrazione, Bouthoul rileva che le cause di questa per un gruppo sono svariate e possono andare dal desiderio di possedere il Santo Graal o di impadronirsi dei luoghi santi, alla rivendicazione insoddisfatta d’uno sbocco in un certo mare, o alla mancanza di pozzi petroliferi, o infine al rifiuto di frontiere che pure erano state accettate in passato. Si dirà allora che la guerra è religiosa, economica, ideologica ecc. La cosa essenziale è però che, dopo aver trovato una motivazione, l’impulso bellico stimola la riattivazione di tutto un insieme di processi psicologici che dovremo chiarire.

Uno degli effetti più tipici dell’impulso bellico è di obnubilare lo spirito critico della gente, paralizzando innanzitutto la capacità di valutare razionalmente la distruzione. Bouthoul fa notare che, se si confrontano i guai che possono derivare ad una nazione dalla rinunzia alle richieste per le quali essa fa la guerra, e con i dolori e le sofferenze che essa le arrecherà, appare evidente che nell’immensa maggioranza dei casi i guai causati dalla guerra sono peggiori di quelli che si vuole evitare. Si riceve perciò l’impressione che l’impulso bellico che precede i conflitti provoca una specie di distorsione dell’esame di realtà. E’ impressionante constatare come il combattente abbia di solito l’impressione che sfuggirà ai pericoli della guerra.
Una interessante ipotesi avanzata da Bouthoul è quella riguardante la possibilità che la guerra sia suscitatrice di realtà psichiche inconsce. Secondo Bouthoul gli avvenimenti storici si incorporano nella nostra affettività inconscia. Egli sembra propendere per l’opinione secondo la quale i cambiamenti di struttura sociale, modificando il tono psicologico generale provocherebbero dei complessi negli individui. Questi complessi preparano le basi inconsce dello spirito collettivo e delle reazioni collettive, generatrici a loro volta di nuovi avvenimenti. Per quanto da un punto di vista psicoanalitico l’ipotesi dell’origine dei complessi da avvenimenti storici appaia poco ortodossa, essa potrebbe costituire tuttavia un punto di riferimento per approfondire il fatto generalmente accettato delle modificazioni storiche dei quadri psicopatologici, alcuni dei quali tendono a scomparire o a tradursi in una fenomenologia diversa da un’epoca all’altra.
La riflessione psicoanalitica sugli aspetti psicologici delle guerre, così come vengono descritti da Bouthoul, ci per­mette di ricondurli in gran parte al fatto che l’ideale del gruppo si costituisce come oggetto d’amore, che prende il posto dell’originario e individuale oggetto d’amore rappre­sentato — per il bambino — dalla madre.
Certamente, una delle constatazioni meno edificanti e nello stesso tempo più ambigue ed inquietanti che, da un punto di vista psicoanalitico, possono essere ricavate dall’esame di molti degli aspetti psicologici dei conflitti armati, così come vengono descritti da Bouthoul, è quella relativa al significato etico o meglio etico-religioso delle guerre come sacrifizio-distruzione. Su un piano generale la constatazione che la guerra (in quanto massacro organizzato e ora in quanto probabile catastrofe dell’umanità) è sentita dagli uomini come un dovere particolarmente cogente sem­bra confermare una delle più profonde intuizioni di Freud che egli stesso descrive come “l’eresia di aver fatto deri­vare la morale dall’istinto di morte.” Ma il fatto ancora più sorprendente è che la guerra come dovere sacrificale, nonostante assolva essenzialmente funzioni distruttive, ha per gli uomini il significato di una di­struzione messa al servizio della conservazione di ciò che si ama.
Il comportamento fanatico, la idealizzazione del capo, la necessità di sacrificio in nome di un ideale che rende uno Stato in guerra dispensatore di martirio, il dare appunto e il ricevere il martirio, l’essere il soldato in guerra sacrificatore e vittima nel rito sacrificale (v. più avanti il mito del cadavere nell’auto), tutti questi aspetti psicologici della guerra pongono una serie di problemi molto complessi. Espresse però in un modo semplificato tutte queste situa­zioni possono essere contenute in un quesito di questo genere: “Che cosa sta alla base di questa singolare tendenza dell’uomo a creare certi valori in nome dei quali gli si impone la necessità di sacrificio o addirittura di autodistru­zione come necessità inderogabile?”



La psicoanalisi ha cercato di far luce sull’atteggiamento sacrificale in genere collegandolo al problema generale del masochismo. Nella sua espressione più elementare e inteso come il ricavare piacere da una esperienza dolorosa, il masochismo non è una prerogativa umana specifica. Con opportuni accorgimenti può essere provocato sperimentalmente nel ca­ne, attraverso esperienze di riflessi condizionati. Nel laboratorio di Pavlov una situazione masochistica fu provocata sperimentalmente nel cane attraverso la associazione di uno stimolo doloroso (forte scarica elettrica) con la presentazione del cibo. Di fronte ad una situazione del ge­nere il cane all’inizio reagisce ribellandosi e aggredendo ciò che gli si configura come stimolo doloroso: ma dopo una serie adeguata di associazioni dello stimolo doloroso alla presentazione del cibo si osserva nel cane una risposta paradossale: anziché ribellandosi e aggredendo cioè, il cane risponde allo stimolo doloroso — oramai presentato da solo e non più associato al cibo — con una specie di rea­zione giubilatoria. Si racconta che Sherrington, dopo aver assistito un gior­no ad un esperimento del genere nel laboratorio di Pavlov, esclamasse: “Finalmente capisco la psicologia dei santi !“ Riferendo un giorno questa battuta di Sherrington ad una assemblea laica, mi capitò di provocare notevole ila­rità. Ma quando subito dopo aggiunsi che questo esperi­mento pavloviano era anche il più adatto a farci capire la psicologia degli eroi, l’assemblea reagì con evidente di­sappunto. In genere dunque siamo propensi ad accettare la dia­gnosi di masochismo quando si tratta del sacrificio fatto in nome degli ideali svalutati degli altri, mentre siamo più restii a fare la stessa operazione quando si tratta del sacri­ficio fatto in nome degli ideali in cui noi stessi crediamo. In questo secondo caso ciò che in altre condizioni conside­riamo masochismo diventa al contrario una specie di sur­valore.
Rimane dunque da chiarire che cosa sta alla base di questa tendenza umana a trasformare la necessità di sacrificarsi per un ideale in cui si crede in una specie di survalore. Se restiamo nel campo dei riflessi condizionati e ci limitiamo alla esperienza che più sopra abbiamo riferita nel cane, il primum movens della situazione masochistica sembra essere costituito dalla necessità di cibo. Tutta la tec­nica dei riflessi condizionati si è fondata su una fistola praticata alle ghiandole salivari del cane. Il cibo dunque. per il cane è un valore incondizionato, (una specie di as­soluto) dal quale dipende lo svilupparsi di tutti i valori condizionali (cioè relativi) tra cui anche la esperienza maso­chistica più sopra descritta. Possiamo dire cioè che il cane scodinzola gioioso di fronte ad uno stimolo doloroso perché lo stimolo doloroso è diventato la presentificazione del cibo. Se però, dopo che il riflesso condizionato si è stabilito, la associazione stimolo doloroso-­cibo non viene reiterata, il riflesso condizionato si perde e il cane ritorna a reagire allo stimolo doloroso come ad un nemico.
Passando ora all’uomo, qual è per l’uomo l’equivalente di ciò che è il cibo per il cane: che cosa è dunque questo qualcosa di assoluto e incondizionato che in qualche modo giustificherebbe l’instaurarsi di una posizione masochistico-­sacrificale, che a sua volta diventerebbe una specie di sur­valore in quanto messa al servizio di quel qualcosa di assoluto e incondizionato? La risposta psicoanalitica a questa domanda, o almeno un certo tipo di risposta psicoanalitica, riconduce proprio e di nuovo al cibo, come dono materno originario, questo qualcosa di assoluto e incondizionato che l’uomo porta nel più profondo di sé come oggetto d’amore trasfigurato e in qualche modo assolutizzato, come un paradiso fruito alle origini e poi presto perduto, per cui la vicenda umana diventa vicenda più o meno fiduciosa o più o meno disperata di ritrovamento (3). Ad una di queste vicende di ritrovamento del cibo originario e dell’unione con la madre e del suo dono perduto sembra legata l’origine più profonda dell’uomo di costituirsi in gruppo. Benché però sia il cane che l’uomo siano accomunati dal fatto che il cibo appaia legato alla costituzione di oggetti incondizionati e ai successivi condizionamenti, ciò che sembra distinguere l’uomo dal cane è il rimanere il cane tendenzialmente legato al cibo nella sua elementarità biologica, mentre nell’uomo il cibo come oggetto biologico si dilata enormemente nel simbolo e nelle vicende originarie di amore legate alla sua presenza e alle originarie presenze di odio legate alla sua assenza. Questo fa si che l’esperienza del cane sia in fondo più realistica, mentre l’arricchimento e il dilatarsi fantasmatico delle vicende affettive originarie porta l’uomo-bambino a costituire un mondo interno popo­lato di oggetti fantasmatici, che danno alla dimensione illusoria della vita psichica dell’uomo una estensione che gli altri animali sembrano ignorare. La proliferazione dell’illusorio sta forse alla base dei processi di verificazione e dell’esame di realtà, come processi particolarmente sviluppati nell’uomo; è però innegabile che il dilatarsi dall’illusorio espone l’uomo, forse più di ogni altro animale, all’esperienza della psicosi.
Avremo occasione di affrontare la problematica situazione legata a ciò nel capitolo in cui illustrerò i problemi relativi alla fondazione e alle funzioni del gruppo. In un articolo dedicato alla chiarificazione dei problemi relativi all’origine delle leggi, come ideale del gruppo, e alla crisi della guerra, ho cercato di mostrare come al fenomeno guerra partecipino sia meccanismi paranoidei che mec­canismi depressivi.(4)
Gli aspetti psicologici delle guerre e cioè la crisi dell’istin­to di conservazione, l’idealizzazione della necessità del sacrificio, come pure l’idealizzazione del capo, sembrano tutti fenomeni che si verificano in base al fatto che gli individui formano un gruppo in base all’identificazione con un oggetto d’amore comune. Poiché l’ideale del gruppo (come oggetto d’amore e di identificazione) è fantasmatizzato co­me ciò che fa vivere gli individui nel gruppo, la salvezza del comune oggetto d’amore è sentita come funzione primaria rispetto alla salvezza dell’individuo. Una situazione del genere è specificamente umana e giustifica, in qualche modo, la necessità del sacrificio. Credo tuttavia di essere riuscito a dimostrare che l’ideale del gruppo, traducendo in una dimensione illusoria la funzione concreta e concretamente vitale dell’oggetto d’amore primario — e in qual­che modo usurpandola — fa evolvere la necessità originaria di sacrificio (espressa dalla primitiva necessità di colpa) in una dimensione tendenzialmente illusoria e inautentica. Nella guerra, infatti, il sacrificio non è rivolto all’ammortizzamento delle parti cattive del Sé, come funzione di conservazione dell’originario oggetto d’amore minacciato dal Sé, come avviene nell’etica dell’individuo. Nella guerra il sacrificio viene sadicizzato tramite la proiezione sul nemico delle proprie tendenze distruttive, rivolte verso il proprio oggetto d’amore.
Il miglior esempio dell’illusorietà e della inautenticità, che la necessità del sacrificio acquista nella guerra, ci è offerto dal kamikaze. Nel kamikaze il sacrificio del Sé vale come negazione delle proprie necessità di colpa, legate agli impulsi ostili verso il proprio oggetto d’amore: processo che ci è rivelato dalla colpevolizzazione del nemico, nel rito feciale, presente, in una forma o nell’altra, in ogni guerra. Un illustre esempio della necessità di sacrificio come au­tentico processo di riparazione ci è offerto da Socrate, quando egli sente di dover sacrificare se stesso perché il proprio oggetto d’amore (il proprio ideale etico) viva. Così mentre l’ideale di Socrate sembra essere stato reso real­mente imperituro attraverso il sacrificio del filosofo, il kamikaze è stato impotente a salvare l’ideale del Mikado. L’aspetto illusorio e inautentico del processo di riparazione, che si effettua in guerra attraverso il sacrificio, sembra dunque risiedere nel fatto che, in guerra, il sacrificio di Sé, pur essendo messo in moto da una necessità di amore, si esprime in realtà attraverso modalità etero-distruttive. La guerra cioè — pur facendo rivivere agli uomini situa­zioni psichiche originarie, relative alle primarie necessità di amore o di colpa, in rapporto al proprio oggetto d’amore e di identificazione, minacciato di distruzione — tradisce le necessità di amore e di colpa, elaborandole nella modalità paranoidea, come potremo meglio comprendere dopo aver studiato il meccanismo di elaborazione paranoica del lut­to, soprattutto nella guerra nei popoli primitivi. Il verdetto di colpevolezza pronunciato contro il nemico vinto, che è un tipico fenomeno del dopoguerra, dimostra in modo esemplare come la difesa del giusto, con cui il conflitto ai suoi inizi trascina gli uomini, è una situazione illusoria, che con­duce infine la guerra a scoprirsi come un processo estra­neo ad ogni idea di giustizia, nella misura in cui è fonda­mentalmente legata all’assioma paranoideo del mors tua vita mea, in virtù del quale il vinto ha sempre torto.
Io penso dunque che la guerra ha avuto la possibilità di radicarsi così profondamente nel cuore degli uomini per­ché ha sempre potuto essere fantasticata come un male ne­cessario, in quanto non contiene solo funzioni distruttive ma ha in sé anche necessità d’amore. Ritengo però che uno dei contributi essenziali della ricerca psicoanalitica in rapporto al fenomeno guerra sia la scoperta che la guerra è forse la più grande inautenticità dell’amore.


(1) G. Bouthoul, Le guerre - Elementi di Polemologia, Ed. Longa­nesi & c., Milano, 1961.
(2) John Dolhard, Frustration and Aggression, Yale Univ. Press, 1940; e Durbin e Bowlby, Personal aggressiveness and War, London, 1940.
(3) v. F. Fornari La vita affettiva originaria del bambino, Feltrinelli, Milano, 1963.
(4) F. Fornari Condizione depressiva e condizione paranoidea nell’origine delle leggi e nella crisi della guerra, “Aut aut,” 64, luglio 1961, Milano; e Psicanalisi della guerra atomica, Ed. di comunità, Milano, 1964 (riedito Sotto il titolo di Psicanalisi della situazione atomica, Rizzoli, Milano, 1970).




Franco Fornari
Psicoanalisi della guerra
Feltrinelli, Milano 1966