TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 settembre 2010

75° Anniversario della fondazione del POUM




75° anniversario della fondazione del POUM

Programmata prima della morte di Wilbaldo Solano (ultimo segretario del POUM), la quarta edizione delle Giornate della Fondazione A. Nin avrà luogo a Barcellona il 2/3 ottobre 2010: sono in programma visite guidate e conferenze in omaggio al POUM, a 75 anni dalla sua fondazione.

[Per informazioni: info@fundacioandreunin.com]

Contro l'editoria, ovvero il libro come merce


Roberto Massari, editore contro corrente, da tempo sta sviluppando assieme a Pino Bertelli una riflessione sul mercato della comunicazione che contiene spunti di grande interesse. Non ce ne voglia l'amico Roberto se riprendiamo per Vento largo un estratto di un suo lavoro molto corposo che sta circolando in bozze nel reseau libertario internazionale "Utopia Rossa".


Roberto Massari

Contro l'editoria, ovvero il libro come merce


Con l’avvento della società (civiltà?) borghese, il valore d’uso del prodotto editoriale non si volatilizza, non cessa di esistere e ancora resiste ai nostri giorni, nonostante le crescenti molestie informatiche che subisce per la concorrenza del World Wide Web. Ma esso perde qualsiasi forza d’attrazione o di condizionamento nei confronti dei centri decisionali dell’editoria dominante. Il potere editoriale capitalistico - in fieri in determinati contesti, come all’epoca dell’Encyclopédie, oppure già saldamente installato (secondo un percorso dell’editoria commerciale facilmente ricostruibile da allora ai nostri giorni e molto oltre) - perde via via interesse nei contenuti ideologici del libro al livello di macrosistema, conferendo il compito di regolatore delle scelte (sempre meno) redazionali al nuovo dominatore indiscutibile di ogni aspetto della vita economica e non solo: sua eccellenza Il Mercato.
(...)
I contenuti ideologici, politici o culturali a volte possono ancora interessare la singola impresa editoriale, soprattutto se caratterizzata (e finanziata) in senso confessionale, partitico o associazionistico, ma non possono alterare il ciclo di valorizzazione e riproduzione del capitale investito nel circuito librario dalle grandi imprese editoriali. Basti pensare, per averne un esempio recente tutt’altro che paradossale, alla miriade di libri e libretti rivoluzionari, guerriglieristici, anarchici, situazionisti, luddisti, operaisti, marxisti-leninisti ecc. pubblicati dalle grandi corporazioni editoriali dei principali paesi imperialistici (l’Italia e la Francia in primis) durante la rivolta antisistemica del ‘68 e negli anni seguenti. E non stiamo parlando solo di un imprenditori anomali come la Feltrinelli o Maspero (il Feltrinelli o il Maspero di allora), ma anche di grandi imprese economiche come Mondadori, Einaudi, Laterza ecc. (Sull’itinerario di queste e le altre principali imprese editoriali in Italia, si veda Nicola Tranfaglia-Albertina Vittoria, Storia degli editori italiani, Laterza, Bari 2000, ma anche Mario Sabbieti, Mestieri di carta, La Casa Usher, Firenze 2007.)
Evidentemente, poiché pecuniae unum regimen est rerum omnium [l’unico governo di tutte le cose è quello del denaro], l’editoria dominante nella società del capitale monopolistico non trova più alcuna ragione per impedire la circolazione delle opere antagonistiche, purché esse siano in grado di farsi valere sul mercato. A ciò che può essere scritto dentro il libro, gli azionisti delle grandi imprese editoriali non potrebbero essere meno interessati, purché non si violino leggi o regolamenti che possano poi costringere a pagare multe o a far ritirare le merci dal circuito librario, perdendo così del denaro.
In tale orientamento - fondato sul predominio di criteri commerciali, che per il capitale è un fatto «naturale» e non un prodotto di scelte umane (è casomai l’essere umano che vi si deve adeguare) - l’editoria sistemica è confortata anche dal fatto che tutta la pubblicistica più o meno antagonistica che essa fa circolare, a intervalli determinati dalle ricerche di mercato e dalle mode, non costituisce più una minaccia politica nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici. La pubblicistica cosiddetta «alternativa» ha perso da tempo qualsiasi possibilità di modificare la consapevolezza delle classi subalterne o di incidere sui rapporti di forza tra le classi. E ciò per altre moderne ragioni che accenneremo alla fine del discorso e che possiamo nell’attesa anticipare nella formula del potere assoluto della società spettacolare di massa. Vi ritorneremo.
Per il momento ricordiamo soltanto che la storia dell’arte tipografica e dell’editoria di massa è strettamente legata alla nascita dei partiti, all’avvento dei sistemi parlamentari, alla necessità della propaganda politica, al ritmo convulso che via via hanno assunto le competizioni elettorali, ai grandi interessi economici in gioco nel corso di queste stesse sempre più frequenti consultazioni. Sul tema si rinvia volentieri a un gustoso libriccino (formato mignon di cm 8 x 11,5, ma di 384 pagine) - I comunisti mangiano i bambini. La storia dello slogan politico (Garzanti, Milano 1994) - in cui l’autore, Gianluigi Falabrino, offre alle pp. 6-7 una precisa sintesi della sua tesi di fondo:
«La premessa per la pubblicità commerciale e per la moderna propaganda politica è l’invenzione della stampa: l’una e l’altra potranno nascere quando alla stampa si aggiungeranno l’industria e i trasporti, così che lo stesso messaggio potrà essere distribuito in migliaia di copie (più tardi in milioni di esemplari) raggiungendo anche il pubblico più lontano (...). L’invenzione della stampa porta i primi frutti politici appena tre secoli dopo Gutenberg, alla fine del ‘700, con il fiorire dei giornali americani anticoloniali e con la Rivoluzione francese, contrassegnata, fra l’altro, dal pullulare dei partiti e dei loro giornali».



Nell’era del capitalismo industriale il libro diventa pertanto una merce a pieno titolo che con le altre merci condivide il generale carattere «feticistico», secondo la definizione che ne diede Marx nel I vol. de Il Capitale (tralasciando la ridda d’interpretazioni che il termine ha prodotto nella verbosità tipica degli epigoni del marxismo): e cioè il fatto che alla merce (anche in forma di libro) nella società capitalistica viene attribuita un’esistenza indipendente, un ruolo di rapporto sociale reale, perdendo di vista in tal modo la sua natura intima (l’essere necessariamente un prodotto del lavoro umano, quindi una cosa), e il fatto che, nel momento in cui essa assume tale status, sono i rapporti sociali esistenti tra gli uomini ad assumere nello scambio l’aspetto di rapporti tra cose. Marx lo chiama anche l’«arcano» del rapporto di produzione fondato sullo scambio di merci, e della forza di lavoro tra queste. [Sul tema del feticismo della merce e della merce-spettacolo in particolare devo rinviare al mio intervento al seminario dell’Aquila dedicato a Debord: «Da La società dello Spettacolo ai Commentarii. Note di lettura», in Antonio Gasbarrini (a cura di), Guy Debord. Dal Superamento dell’arte alla Realizzazione della filosofia, Angelus Novus/Massari ed., 2008, pp. 50-1.]
Ebbene, a questo feticismo «naturale» della merce-libro all’interno della società capitalistica, va aggiunto un secondo tipo di «feticismo» che non è deducibile dalle leggi di funzionamento economico del sistema, bensì dalla percezione che gli individui hanno della funzione del libro. In quanto tale, esso accompagna la forma-libro (tavoletta o papiro che fosse) fin dalla nascita. E pur modificandosi radicalmente nei secoli, si può agevolmente pensare che continuerà ad esistere ancora per molto, anche se è praticamente impossibile prevedere quali trasformazioni interverranno in seguito a profonde modifiche materiali cui stiamo assistendo nel processo di programmazone-ideazione, scrittura, fabbricazione e diffusione del libro, o di ciò che andrà ancora sotto tale nome.
Volendo chiarire meglio questo secondo tipo di feticismo, non prodotto specificamente dal capitalismo o da una determinata società di classe, il termine che viene spontaneo alla mente come forma di associazione concettuale è «miraggio». Il libro è un prodotto materiale, tangibile dell’operosità umana, ma è avvolto da un’aura di intangibilità e di prestigio quasi sovrannaturali. Esso sembra promettere la vita eterna o perlomeno una maggiore permanenza nel fluire del tempo. La promette in primo luogo per se stesso, in quanto oggetto materiale sopravvissuto al passare dei secoli e ormai sempre più facilmente riproducibile. E quindi per l’autore, forse per l’editore, ma un frizzico di quell’aura miracolosa finisce col cadere anche sull’animo del lettore. Questi, leggendo un’opera dell’antichità (per es. l’Asino d’oro di Apuleio o i Carmina di Catullo) sente rivivere in sé le emozioni che originariamente animarono gli autori e li spinsero a scrivere quelle opere. Poi, ascoltandosi meglio, sente rivivere la proiezione di quelle emozioni sui tanti altri lettori che prima di lui, nel corso dei secoli o dei millenni (i lettori di Omero, per es.) si sono accostati all’opera: avverte un-non-so-ché di collettivo ed extratemporale nel processo di fruizione, degustazione e archiviazione mentale del libro. Di lì a immaginare che le stesse emozioni potranno essere vissute dai futuri lettori, in epoche e galassie ancora da definire, il passo è breve.
Il feticcio (miraggio) di secondo tipo che il libro produce o evoca (e che spesso si riflette in altri libri ricavati dal libro originario, libri tra loro imparentati, libri che dialogano tra loro...) non è del tutto fittizio, a differenza del segreto arcano della merce di cui sopra, ma può avere anche una sua consistenza visiva e psicologica. Effettivamente il manufatto che giunge sulla nostra scrivania o accanto al nostro cuscino o tra le nostre mani mentre siamo impegnati in una delle funzioni fondamentali dell’organismo umano o in viaggio o nello zaino della guerriglia (Che Guevara) o dopo un lutto o prima di un esame o nelle pause di un grande amore o in una baita in cima a un monte o sotto una palma dopo un’immersione, sembra raccontare una storia antica e autentica allo stesso tempo. A volerci fare attenzione, c’è sempre un momento in cui possiamo sollevare gli occhi dal libro e metterci a pensare che qualcuno lo concepì e lo scrisse in epoche lontane, vicine o lontanissime, e che lo fece con l’amore (fedifrago) tipico degli autori; qualcuno poi gli diede una prima forma materiale, se antico - lo stampò e fabbricò, se moderno; qualcuno lo salvò e lo abbellì con la tenacia degli amanuensi (che noi oggi possiamo apprezzare nei musei o nelle copie anastatiche, per es. dell’editore Arnaldo Forni) o lo archiviò con lo scrupolo dei bibliotecari; e ancora qualcuno lo tradusse o lo rifinì con cura redazionale; qualcuno lo cucì e lo allestì, a volte anche con gusto o inventiva, e qualcun altro si incaricò di farlo girare per il mondo, per la città, per la libreria, per la biblioteca di casa o nello studio. Molti poi ne hanno parlato o discettato, curandone in vari modi la pubblicità, vale a dire la sua proiezione spettacolare.
(Per un rapido sguardo disincantato a uno dei trucchi con cui si alimenta questo aspetto propagandistico, si veda sul Corriere della Sera del 14 sett. 2010, p. 41, «Libri, la dittatura delle classifiche», di Paolo Di Stefano che ci avvisa che è «difficile non pensare alle classifiche dei libri come pubblicità gratuita e occulta». Ma se si vuole una disamina a tutto campo della corruzione fenomenale e fenomenica che regna in questo ambìto àmbito, e in più si vuole ridere con gusto, si veda di Franco del Moro - factotum di Ellin Sellae e nostro collega in disagi da piccolo editore - Il libro è nudo. Rivelazioni sul mondo letterario ai lettori che non sanno, Stampa Alternativa, Viterbo 2000.)
Forse non tutti i libri evocano sensazioni di questo genere o forse ne evocano solo barlumi. Ma la convergenza di un palpito extratemporale (succedaneo per il senso di eternità) e l’impressione di esser partecipi di un rito collettivo (di produzione o di usufrutto), danno la sensazione/ speranza/illusione al povero essere umano che con i libri in qualche modo si possano anche riportare delle vittorie parziali sui suoi due più grandi nemici, gli stessi che lo angustiano nell’arco dell’intera sua vita: la morte e la solitudine.



Siamo di fronte a delle componenti fondamentali del carattere feticistico caratteristico dei libri, che possiamo associare per analogia al miraggio. Ma non si ferma qui il potere evocativo di questa curiosa merce che saremmo tentati di considerare la Regina delle merci - e che sotto il profilo del fascino feticistico certamente lo è.
È difficile immaginare un’altra merce con pari forza evocativa e continuità temporale, se non passando ai prodotti originali nel campo dell’arte (pittura, musica, cinema ecc.): tutte manifestazioni della creatività umana che si possono comunque ricondurre ancora a dei libri (volumi fotografici per le arti figurative, spartiti, partiture e libretti d’opera, sceneggiature) o che comunque col libro hanno un rapporto privilegiato, anche se non si lasciano possedere altrettanto facilmente, se non nella forma di surrogati del loro prototipo originario (servizi prestati per ora dal libro d’arte, dal Cd musicale, il Dvd filmico, il sito Internet ecc.).
Solo le droghe, l’alcol e altre merci in grado di alterare gli stati di coscienza potrebbero competere in potenza evocativa con il libro, ma non con il suo effetto alleviatore per le paure di morte e solitudine. E comunque, anche se vincessero in quanto a intensità evocativa sul momento (e non è sempre detto), perderebbero sul piano della permanenza degli effetti nel tempo: ultraduraturi quelli dei libri, temporanei ed effimeri quelli delle sostanze «psicotropiche» o variamente alteratrici degli stati di coscienza. Per dare un esempio banale, il sottoscritto ricorda ancora immagini vivide evocate dalla lettura di Stevenson, Verne o London nella sua fin troppo lontana adolescenza (vissuta agli inizi della seconda metà del secolo scorso), laddove non saprebbe redigere a memoria una lista nemmeno incompleta per due terzi dei vini per altro meravigliosi degustati durante il triennio del corso di sommellier di pochi anni orsono. Il paragone semplicemente non è proponibile perché le due categorie di merce sono sostanzialmente incommensurabili. Ciononostante, ci si consenta di suggerire un possibile abbinamento di due distinte forme di merce «alteratrice»: un buon libro e un bicchiere di buon vino o la loro felice sintesi come nel prodotto da me inventato come editore: i Vini da leggere (Literary wines in inglese). L’effetto è garantito...




Figura storica del movimento trotskista internazionale, tra i maggiori studiosi della figura e dell'opera del Che, promotore della "Fondazione Ernesto Che Guevara", editore che ha il merito di aver proposto o riproposto autori e temi di decisiva importanza per una cultura della liberazione e della dignità umana, Roberto Massari è anche autore di una trentina di volumi fra saggi e romanzi.

mercoledì 29 settembre 2010

Espaci Occitan, I libri del giovedì



La rassegna “I Libri del Giovedì”, finalizzata alla promozione del libro e della lettura, propone quattro incontri con autori e interpreti delle valli alpine piemontesi. Storie di vita, pensieri ed umori di gente con la montagna nel cuore. Ogni serata è occasione di contatto e conoscenza diretta di ciascun autore che espone la propria opera raccontando di sé, delle proprie ispirazioni e del proprio lavoro di scrittore. Il programma si svolgerà nel Museo Sòn de Lenga di Espaci Occitan a Dronero, e prevede un ricco calendario di appuntamenti.

Giovedì 7 ottobre alle ore 21 Livia Bernardi presenta “Dall’inferno al Monviso - La vera storia di Giacu Cayenna”, di Giacomo Bernardi (LAReditore, Perosa Argentina). Dal manoscritto di Giacomo Bernardi, la nipote Livia presenta la biografia del nonno,
autore di un delitto involontario che lo porta alla detenzione e ai lavori forzati nelle carceri francesi, nella “colonia penale” della Cayenna. Dieci anni di inferno privi di umanità, poi l’evasione, la fuga nei mari dell’America del Sud e finalmente il ritorno in patria. Conduce l’incontro Alberto Gedda, giornalista del programma TGR Montagne – RAI 2.

Giovedì 14 ottobre alle ore 21 Vincenzo Decarolis presenta il suo libro: “Tra sogno e realtà”, (Fusta Editore, Saluzzo). Dagli occhi e dal cuore dell’autore, riflessioni ispirate dalla bellezza chiassosa e silenziosa della montagna vera. Luoghi incantati pullulanti di vita animale e vegetale rapiscono gli occhi, la mente e restituiscono meravigliose immagini, pensieri struggenti e intime emozioni. Incontro accompagnato da proiezione di immagini.

Giovedì 21 ottobre alle ore 21 Dino Aloi presenta il libro scritto con Claudio Mellana: “Antologia degli umoristi in Piemonte”, (Edizioni Il Pennino, Torino). Viaggio attraverso gli autori più significativi della satira in Piemonte, da Casimiro Teja a Franco Bruna passando per Mussino, Golia e Cavallo. Centinaia di schede esaustive sugli interpreti degli avvenimenti storici più significativi del Piemonte e d’Italia con la presentazione delle riviste satiriche ed umoristiche realizzate in Piemonte, a partire dal Risorgimento, e le mostre e rassegne più significative del settore. Durante la serata i vignettisti Danilo Paparelli e Gianni Audisio disegneranno “in diretta”.

Giovedì 28 ottobre alle ore 21 Giorgio Ferraris presenta: “Alpini dal Tanaro al Don”, (Edizioni Araba Fenice, Boves). La tragedia della Divisione alpina Cuneense nella guerra di Russia che costò la vita a quasi tutta una generazione di giovani che, prima della guerra, sapeva soltanto che la Russia era lontana e fredda. Una fotografia lucida e intensa di uno spaccato storico ben presente nelle vallate alpine del Piemonte e non soltanto... Conduce l’incontro l’insegnante Erica Peirano.

La rassegna “I Libri del Giovedì” rientra nel programma “Ottobre piovono libri” promosso dal Ministero dei Beni e attività culturali. Il programma dell’iniziativa è consultabile sul sito http://www.cepell.it/.



Per informazioni Associazione Espaci Occitan, Via Val Maira 19, 12025 Dronero, tel/fax 0171-
904075, segreteria@espaci-occitan.org e www.espaci-occitan.org .


Premio Mario Novaro a Boris Biancheri


Boris Biancheri


Premio Mario Novaro a Boris Biancheri


L’Ambasciatore Boris Biancheri è il personaggio a cui verrà conferito il Premio Mario Novaro per la Cultura Ligure, XX edizione.

Il 1 ottobre 2010 alle 18 a Ventimiglia presso Villa Hanbury, cerimonia di consegna del Premio Mario Novaro per la Cultura Ligure a Boris Biancheri.
Padrini della cerimonia il Prof. Mauro Giorgio Mariotti Direttore dei Giardini Botanici Hanbury, il Prof. Giorgio Bertone, docente di letteratura italiana all’Università di Genova, l’Ambasciatore Maurizio Moreno, Presidente dell’ International Institute of Humanitarian Law.

Boris Biancheri è nato a Roma il 3 novembre 1930, da famiglia ligure per parte di padre e russa per parte di madre. Ha avuto un’infanzia romanzesca passata a Roma tra gli esuli russi amici della madre. Ha studiato nella capitale, dove si è laureato in Giurisprudenza nel 1953.
Nel 1956 è entrato nella carriera diplomatica, dapprima nel Gabinetto del Ministro Gaetano Martino, poi in Grecia e in Francia. è stato Ambasciatore italiano a Tokyo, a Londra e a Washington.
Come Direttore generale degli affari politici del Ministero Affari Esteri è stato negoziatore italiano del Trattato di Cooperazione Politica europea in vista della stesura del Trattato di Maastricht.
Terminata la carriera diplomatica, dal 1997 è stato presidente dell’ANSA e dal 2004 al 2008 Presidente FIEG. è editorialista del quotidiano «La Stampa» e membro della Fondazione Italia USA. Attualmente è Presidente dell’Istituto di Studio di Politica Internazionale (ISPI) di Milano.
Autore di narrativa con L’ambra del Baltico: carteggio immaginario con Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli 1994), Il ritorno a Stomersee: tre racconti consolari (Feltrinelli 2002), Il quinto esilio (Feltrinelli 2006), e di saggistica con Accordare il mondo-La diplomazia nell’età globale (Laterza 1999), Il nuovo disordine globale. Dopo l’11 settembre (Università Bocconi Editore, 2002).

Boris Biancheri è sposato con Flavia Arzeni e ha due figli. è un appassionato lettore, i suoi autori preferiti sono, come ama dire, esuli: Nabokov e Brodsky; è scrittore, cultore di musica e pianista jazz.
Con la Liguria, dove torna volentieri, ha un legame profondo, è testimone della sua trasformazione ma non nostalgico “laudator temporis acti”; ne ha osservato il passaggio da terra di ulivi a terra di intensa floricoltura, a meta di turismo. Non ha rimpianto per il passato, infatti dice “con 21 traslochi alle spalle essere nostalgico sarebbe una tragedia”.


Una rondine in ceramica, modellata da Umberto Piombino, a riproduzione del logo della Fondazione e montata su una base di olivo è il Premio che l’architetto Maria Novaro, Presidente della Fondazione Novaro, consegnerà a Boris Biancheri nella suggestiva cornice dei giardini Hanbury con questa motivazione:

“A ricordo dei molteplici interessi del personaggio a cui è intitolato, il Premio Mario Novaro è destinato ogni anno, dal 1991, a una personalità, nata o attiva in Liguria, che con la sua opera abbia esaltato i valori della cultura in qualsivoglia forma o linguaggio espressivo.
La scelta di assegnare il Premio, per il 2010, a Boris Biancheri prende in considerazione le varie attività nelle quali il personaggio si è distinto: la diplomazia, il giornalismo, la scrittura, portando nella società una cultura viva e attuale sotto differenti aspetti e angolazioni, un’eredità che discende dalle sue origini nell’estremo Ponente ligure. Va infatti ricordato che Boris Biancheri, ancorché romano di nascita, è stato ed è tuttora molto legato alla terra da cui proviene la sua famiglia.
Terra che ha infatti dato i natali ad un suo illustre antenato, Giuseppe Biancheri, che, dopo aver ricoperto altri prestigiosi incarichi, fu presidente della Camera dei Deputati al tempo del neonato Regno d’Italia.
Non per caso «La Riviera Ligure» (allora «di Ponente»), edita dai Novaro per la Ditta Sasso, riservava nel 1896 alla figura di Biancheri un dettagliato articolo accompagnandolo con l’immagine della casa di famiglia a Ventimiglia: «una casa modesta che non ricorda certo il fasto di dubbia origine di cui si circonda più d’un uomo politico famoso»”.

Il Premio Mario Novaro per la Cultura Ligure giunge oggi alla XX edizione. Dalla sua istituzione lo hanno ricevuto: Ligustro (Giovanni Berio, 2009), Giuliana Traverso (2008), Umberto Albini e Vico Faggi (2007), Eugenio Carmi (2006), Massimiliano Damerini (2005), Lucio Luzzatto (2004), Giuliano Montaldo (2003), Edoardo Sanguineti (2002), Enzo Maiolino (2001), Elena Bono (2000), Ivo Chiesa (1999), Vittorio Gassman (1998), Francesco Biamonti (1997), Renzo Piano (1996), Teatro della Tosse (1995), Luciano Berio (1994), Beatrice Solinas Donghi (1993), Alessandro Fersen (1992), Emanuele Luzzati (1991).

La Fondazione Mario Novaro, è un ente riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e dalla Regione Liguria, nato, per la volontà degli eredi e di un gruppo di docenti dell'Università genovese, allo scopo di valorizzare il lascito intellettuale dell'imprenditore onegliese Mario Novaro, direttore della rivista «La Riviera Ligure», e di proseguirne le iniziative a favore della cultura ligure del Novecento.
La Fondazione attua il proprio compito istituzionale attraverso la realizzazione di incontri, mostre, convegni e l'edizione di testi. Nello svolgimento dell'attività ha occasione di collaborare con Enti locali, Atenei e varie istituzioni nazionali ed internazionali. Di questo mutevole lavoro culturale, la Fondazione dà rendiconto attraverso i "notiziari" regolarmente pubblicati in appendice ai quaderni quadrimestrali, che hanno ripreso la vecchia testata novariana.
http://www.fondazionenovaro.it/


martedì 28 settembre 2010

Un libro fatto di cose non dette e di silenzi


Continuiamo a parlare di Italo Calvino pubblicando la lettera con cui lo scrittore comunicava a Francesco Biamonti le sue impressioni sulla bozza de L'angelo di Avrigue ricevuta dal comune amico Nico Orengo. La pubblicazione del libro ebbe poi un iter tormentato. Calvino dovette superare forti resistenze all'interno del gruppo di lettura che doveva dare il parere definitivo. L'angelo di Avrigue uscirà solo due anni dopo e sarà ancora Calvino a scriverne la presentazione sulla quarta di copertina.

A FRANCESCO BIAMONTI
SAN BIAGIO DELLA CIMA (IMPERIA)

Roma, 21 ottobre 1981

Caro Signor Biamonti,

Nico Orengo mi ha dato il manoscritto del Suo romanzo L'angelo di Avrigue. L'ho letto con molto interesse, contento di trovare una personalità di scrittore nuova e inattesa.
La storia prende e non si ha voglia di smettere. La compenetrazione del paesaggio e dei drammi umani è molto suggestiva. La tensione dell'inchiesta sulla morte di Jean-Pierre si perde un po' appena si viene a sapere che il ragazzo aveva una malattia incurabile, perchè forse ci si aspettava un retroscena più complesso; ma forse questa è la soluzione che s'accorda meglio al tema della solitudine di ognuno, che domina tutto il romanzo. E' un libro in cui succedono molte cose ma che è fatto sopratutto di cose non dette e di silenzi: e ogni personaggio conserva il suo mistero.
Il lirismo del linguaggio ha la sua efficacia; qualche sbavatura qua e là magari si potrà correggere con piccoli ritocchi. Sopratutto nei dialoghi alle volte vengono delle battute un po' artificiose, mentre direi che proprio nei dialoghi dovrebbe regnare la massima naturalezza.
Quello che Lei vuole fare è una cosa molto difficile: dare al linguaggio la concretezza di un lessico molto preciso (nelle cose della campagna come nei nomi delle stelle) e insieme un alone di vibrazione lirica. Ma per farLe delle osservazioni più precise, a mio gusto Lei ripete un po' troppo le parole “sogno” e “chimere”; però ripensandoci comprendo che sono parole-chiave, l'elemento comune a tutti i personaggi. (Se ho ben capito, alle volte queste parole alludono alla droga, ma non sempre.)
Certo l'attrattiva che ha per me il Suo linguaggio è che sotto c'è sempre il nostro dialetto, ma questo possiamo apprezzarlo solo noi della zona, e per il pubblico credo che sarà indispensabile un glossario che spieghi che pianella sta per “cianéla” cioè piana, che sottana non vuol dire sottana, che ubago vuol dire all'ombra, ecc. ecc. e perfino che marina per noi vuol dire semplicemente mare. Anche il magaiu solo noialtri sappiamo cos'è; e non è nemmeno detto che nel resto d'Italia sappiano cos'è una fascia. (Ci sono poi anche dei termini che non capisco nemmeno io.) Comunque, questa è una grande qualità del Suo libro, d'essere scritto in una lingua così saporosa e radicata al suo terreno.
Suggestiva l'apparizione del pastore provenzale per il corto circuito nel tempo che provoca con le immagini del presente.
Quello che il Suo romanzo è riuscito a rappresentare, credo per la prima volta, è un'immagine della Liguria che comprende insieme la vita agricola dell'entroterra, dura e aspra e povera, e il modello di vita facile della Riviera che ora prende l'aspetto tragico della droga come consumo di massa.
Inoltre viene fuori molto bene la carica tragica che la frontiera porta con sé, con la morte del polacco e quella del giovane suicida. E questo è certo un tema letterario nuovo, inedito.
Il mio parere positivo non vuole ancora dire che il libro sia accettato per la pubblicazione da Einaudi. Devo farlo leggere anche ad altri consulenti e dal confronto tra i nostri giudizi verrà la decisione. Spero di saperLe dire qualcosa presto e La saluto esprimendoLe ancora la mia soddisfazione per la lettura.

Italo Calvino


(Da: Italo Calvino, Lettere 1945-1985, Mondadori 2000)

lunedì 27 settembre 2010

Annotazioni sull'Alta Terra Langasca


L'Alta Terra Langasca, terra di leggende e misteri, da millenni luogo di incontro e scontro di popoli


Guido Araldo

Annotazioni sull’Alta Terra Langasca


La prima citazione del nome Langhe, più precisamente della gente Langates e Langhenses, risale al 117 a.C., ed è reperibile in un’iscrizione che commemora una pace stipulata tra i Liguri Viturii e i Romani.
La dislocazione dei Langates non corrispondeva alle attuali Langhe; ma all’entroterra di Genova, al di là del giogo alpino: le colline appenniniche gravitanti sulla Valle Scrivia e, più ancora, sulla Val d’Orba.
Si può legittimamente presupporre che in epoca antica le Langhe spaziassero tra il Tanaro a Occidente e a Settentrione, fino allo Scrivia a Oriente.
Chi individuò chiaramente “la Terra Alta Langasca” fu Napoleone che la incluse nel Dipartimento di Montenotte, accorpandola al Ponente Ligure.
In epoca preromana esisteva una “Terra dei Liguri” che vantava una grande estensione: dal corso del Rodano a Occidente; alle vette del Monte Bianco, del Cervino e del Monte Rosa a Settentrione; al corso del Ticino e alle Alpi Apuane a Meridione; e, infine, al mare che proprio dai Liguri prese il nome, a Meridione.
Quando ci fu la grande battaglia contro i Cimbri di Aix-en-Provence, gli storici antichi non esitarono a collocare questa località nelle “terre dei Liguri”.
Notizie frammentarie ci giungono da quelle epoche remote:
1) i Liguri erano considerati abili marinai e praticavano la “guerra di corsa”, la pirateria, in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo, spingendosi fino alle Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra);
2) portavano capelli lunghi e sciolti, particolare che li rendeva simili ai leoni e, per questo motivo, erano chiamati “capillati”;
3) le donne rivestivano ruoli importanti nella società ligure ed erano ritenute più bellicose degli stessi uomini!
Dionigi di Alicarnasso definì il popolo dei Liguri il più antico d'Europa e, infatti, gli stessi Romani ne ignoravano l’origine.
Il poeta Esiodo, vissuto nel VIII secolo a.C., poneva generalmente i Liguri a Occidente e gli attribuiva, anche, il controllo della Spagna mediterranea.
Ancora secoli dopo Erodoto (480 - 425 a.C.) collocava i Liguri nella Penisola Iberica.
Addirittura ai tempi di Gesù il geografo Strabone denominava con il nome di Lygustike la penisola iberica!
Gran parte degli storici, ma non è opinione generalizzata, vuole i Liguri siano di origine autoctona mediterranea, non indoeuropea, insediatisi in età immemorabile, forse nel paleolitico superiore, nell’Europa Occidentale, principalmente attorno al mare che da loro prese il nome (per lungo tempo esteso fino alle Baleari).
I Liguri furono anche chiamati Ambroni; nome che potrebbe dal commercio dell’ambra praticato da questa popolazione.
Alcuni storici fanno semplicemente derivare il nome dei Liguri dal “ligustrum”: pianta tipica della Liguria. Plinio il Vecchio scrisse: “Ligustrum silvestre ut in Liguria suae montibus”. Altri storici, invece, fanno risalire la parola “ligure” a un termine celtico “lly-gor”: uomo del mare.
E’ noto che i Liguri, fieri della loro indipendenza, opposero un’accanita resistenza alla penetrazione romana: Cicerone li definì “montani, duri et agrestes”; così pure Tito Livio “Ligurum durum in armis genus”.
La “Tavola del Polcevera”, documento unico e straordinario dove sono citati i Liguri Langhenses, lascia intendere che i Liguri vivevano in villaggi sparsi e che disponevano di ricetti fortificati su colline scoscese, facilmente difendibili: i castellari o castellieri. Ripartivano le terre in “ager privatus” (campi privati), disposti per lo più attorno ai villaggi, e in “agri pubblici” (pascoli gestiti in comune), da cui deriverebbero i termini di “prel” e “prella”. Vi era poli “l’ager compascuus” costituito da boschi pubblici, dove si poteva abbattere alberi, pascolare greggi e branchi di maiali, sovente gestito da più villaggi.
Le principali coltivazioni dei Liguri erano il frumento, l’orzo, il farro, le fave e il vino, che era già allora considerato un prodotto pregiato. Il vino dei Liguri fu infatti lodato da Plinio e da Marziale; mentre fu invece criticato da Ennodio che lasciò scritto “Sbaglia chi nelle terre Liguri definisce ubriacone qualcuno: forse che beve vino, chi beve la brodaglia dei Liguri?”
Interessante la storia narrata da Diodoro Siculo e, prima di lui, da Filiato da Siracusa (480-425 a.C.), relativa a una spedizione militare intrapresa dai Liguri in Italia centrale: un tentativo d’espansione finito male. Sulle rive del lago Trasimeno i Liguri invasori subirono una sconfitta da parte degli Umbri, che precluse loro la via del ritorno. Gli invasori furono costretti a ripiegare progressivamente a meridione, probabilmente incalzati dai nemici; finché, giunti sull’attuale Stretto di Messina, finirono per approntare una flotta: attraversarono lo stretto e approdarono in Sicilia.
Diodoro Siculo, di origine siciliana, afferma che la grande isola fu unificata per la prima volta proprio da quei Liguri in fuga e che prese il nome dal loro re: Sikylos o Sykelos. Tesi peraltro suffragata, prima di lui, da Ellanico da Mitilene (vissuto tra il 496 e il 363 a.C.) che chiamava Elimi gli antichi abitatori della Sicilia e li definiva originari della Liguria. Va precisato a riguardo che antichissime località siciliane presentano toponimi liguri, come Entella, Lerici e Segesta.



La grande espansione dei Celti (Galli per i Romani e Galati per i Greci) coinvolse pienamente l’antica Liguria. Fu un’espansione che, iniziata nel VI secolo, durò moltissimo tempo e dilatò la presenza di quel popolo, rimasto in gran parte misterioso, sul continente europeo e in Asia Minore. La Galizia spagnola, la Galizia polacca e ucraina, la Galazia nell’Anatolia Centrale attestano ancora oggi, nei loro stessi nomi, una radicata presenza celtica; come pure la regione della Boemia e della città di Bologna che derivano etimologicamente dai Galli Boi.
Come non ricordare Roma occupata nell’anno 390 a. C. dai Galli Cisalpini (gli attuali Padani) guidati da Brenno?
E noto che i Galati saccheggiarono il santuario di Delfi in Grecia…
Per questo motivo molti storici contemporanei, accennando ai popoli preromani in Piemonte, Liguria e Provenza, usano il termine di celto-liguri, ignoto però agli antichi.
Gli autori latini indicavano nel vino, non senza ironia, la causa dell’invasione dell’Italia da parte dei Celti.
Diodoro Siculo si spinse ad affermare che i Celti fossero propensi a scambiare i prigionieri catturati in battaglia con anfore di vino; anzi, erano così avidi del nettare di Dioniso da scambiare uno schiavo per una tazza di vino!
Per la verità la principale fonte d’informazione sui Celti, seppure assai tarda, è il “De bello gallico” di Giulio Cesare, nel quale si evince che la loro società era divisa in tre classi: i cavalieri, i druidi e la plebe.
“I nobili gallici sono ripartiti in due classi: i druidi e i cavalieri. Ai druidi spettano le questioni religiose, i sacrifici pubblici e privati, il giudizio su argomentazioni sacre. Gran parte della gioventù viene da loro istruita, per cui godono di un grande prestigio. I druidi prendono decisioni sulle controversie pubbliche e private, e sentenziano sui delitti, gli omicidi, le liti riguardanti l’eredità o le liti sui confini delle proprietà…”
Un’altra penetrazione preromana in Liguria, seppure di più lieve entità, fu quella degli Etruschi, probabilmente pacifica e mercantile.
Due steli testimoniano la presenza etrusca nell’attuale provincia di Cuneo: una stele funeraria a Mombasiglio, arricchita da una figura femminile, e un’iscrizione tombale rinvenuta nell’amena località di San Martino di Busca, risalente al V secolo a. C., dov’è citato un certo Larthial Muthicus. Una terza stele funeraria è andata perduta: si trovava a Roddino, sulle Langhe, e ancora nel 1969 era inserita in una parete laterale della chiesa parrocchiale.
La Liguria patì il primo ridimensionamento ed ebbe una precisa configurazione geografica da parte dell’imperatore Augusto, quando ripartì in Province il territorio italiano. In quell’occasione la Liguria fu scissa dalla Provenza e risultò delimitata a settentrione dal corso del Po ed estesa sull’arco costiero spaziante tra la foce dell’Arno e La Turbie, dove le Alpi “precipitano in mare” e dove fu eretta l’imponente “ara pacis” che si può tuttora ammirare.
Da questa provincia furono scorporati i domini del re cliente Cozio, garante delle strade sulle Alpi Occidentali su entrambi i versanti, sia italiano che “gallico”. In seguito, questo dominio montano fu ripartito in tre piccole province alpine: le Alpes Marittimes, le Alpes Cottiae e le Alpes Graiae.



Ma il territorio a settentrione del Po tornò a essere Liguria abbinata all’Emilia, in seguito al grande rinnovamento amministrativo dell’imperatore Diocleziano; mentre la Liguria di Augusto prese il nome di Alpes Cottiae, dopo aver accorpato questa piccola provincia alpina.
L’invasione dei Longobardi, che tutto stravolse, apportò un definitivo rivolgimento. Quei giganti biondi furono i barbari peggiori e, diversamente dai loro predecessori Goti, Ostrogoti, Visigoti, Eruli e Burgundi, arrecarono una profonda cesura con la civiltà classica. Furono gli ultimi invasori germanici e con loro cominciò veramente il medioevo!
Di fronte alla loro avanzata i Bizantini si arroccarono sul confine della Stura – Tanaro che delimitò per circa settant’anni il confine tra “civiltà” e “barbarie”, finché anche questo confine crollò. Tanto bastò per giungere a un ulteriore ridimensionamento della Liguria, il cui confine settentrionale fu spostato sull’asse fluviale Stura – Tanaro. Un confine che non fu modificato da altre due terribili invasioni: quella degli Ungari da Est e dei Saraceni da Ovest, dalla Provenza.
Fu dopo queste invasioni che venne a configurarsi la “Terra Alta Langasca” che sempre di più, nei secoli successivi, andò distinguendosi dalla nuova identità subalpina del Piemonte e dalla Liguria ormai identificata nella Repubblica di Genova e limitata alla Riviera.
Inizialmente il Piemonte indicava i domini provenzali (angioini) ai piedi dei monti: più precisamente i territori di Cuneo e Mondovì (includendovi geograficamente anche il Marchesato di Saluzzo). Soltanto in seguito, con l’espansione sabauda nell’Alta Val Padana, il Piemonte si dilatò e assunse il termine di Principatum Pedemonti, per l’esigenza di distinguersi sempre di più dalla Lombardia, ormai corrispondente al Ducato di Milano.
Un’altra realtà a sé stante fu per secoli il Monferrato, che fin dal XII secolo cominciò a identificarsi non soltanto nei vasti domini della casata dei marchesi del Monferrato, imparentata addirittura con gli imperatori bizantini, ma con i territori delle Repubbliche di Asti e di Alba, e del comune di Alessandria istituito nel XIII secolo in funzione antimperiale.
La prima identificazione della “Terra Alta Langasca” risale all’Alto Medioevo, con il documento imperiale di Ottone I del 23 marzo 967, in cui è riconosciuto il possesso di sedici curtes, situate in luoghi deserti, al marchese Aleramo e ai suoi discendenti.
Nel XIII secolo i possedimenti dei marchesi Del Carretto andranno configurandosi sempre di più nell’Alta Terra Langasca con sbocco al mare nel Finalese: una situazione che andrà radicandosi nonostante la continua frammentazione dei marchesati.
Nel 1577, con la congiura ai danni della Spagna padrona in Lombardia, conti e marchesi Del Carretto vagheggeranno addirittura un libero cantone dell’Alta Terra Langasca, simile a “novella Ginevra” situato tra Piemonte sabaudo, Liguria corrispondente alla Repubblica di Genova e la Lombardia, che all’epoca s’insinuava in Val Bormida a monte di Alessandria.
La secolare resistenza di Finale, desideroso di distinguersi dalla Liguria soggetta alla Repubblica di Genova, desiderosa di fagocitarlo allo scopo di assicurarsi il totale controllo del “grande arco” costituito dalla costa ligure, s’inquadra in questa “naturale identificazione” che non era soltanto culturale, ma anche politica. Non bastarono due aspre guerre a metà dei secoli XIV (quando fu interrato il porto di Varigotti) e XV (quando il marchese Galeotto Del Carretto si salvò calandosi nelle fogne), a piegare la caparbia resistenza dei Finalesi. In seguito gli stessi Finalesi preferirono “darsi” al re di Spagna, che all’epoca aveva anche il Ducato di Milano e tutta l’Italia Meridionale, piuttosto che soggiacere agli odiati Genovesi!
Soltanto con l’infausta pace di Utrecht (che trasformò i Savoia da duchi in re) l’identità territoriale della “Terra Alta Langasca”, ormai frazionata in una miriade di piccoli feudi imperiali, venne cancellata!
Interessante notare come uno scontro in armi, tra Piemonte e Monferrato (con la Terra Alta Langasca), si ebbe nella battaglia di Tagliacozzo, decisiva non soltanto per l’assetto dell’Italia, ma per il destino stesso del Sacro Romano Impero. In quella drammatica e sanguinosa battaglia del 1268 ebbe fine la casata imperiale di Svevia, resa famosa dagli imperatori Federico Barbarossa e Federico II, e trionfò definitivamente la politica papale tendente a evitare l’accerchiamento dei domini pontifici da parte dell’Impero. Quel giorno tutta l’Italia Meridionale cambio padrone, passando dagli Svevi agli Angioini; ma a scontrarsi in quella tremenda battaglia non furono cavalieri meridionali, bensì piemontesi (cuneesi, monregalesi e saluzzesi) sotto le insegne angioine e monferrini (inclusi i cavalieri della Terra Alta Langasca) sotto le insegne imperiali. E’ infatti noto e documentato l’incondizionato appoggio offerto al giovane Corradino di Svevia tanto dai marchesi del Monferrato quanto dai marchesi Del Carretto, da sempre fedelissimi al Sacro Romano Impero e inequivocabilmente ghibellini.




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 25 settembre 2010

Jean-Claude Izzo e Marsiglia: misteri, allegria, disperazione



Jean-Claude Izzo e Marsiglia: impossibile trattare dello scrittore senza parlare della città, la vera protagonista dei suoi romanzi. E' quello che fa Stefania Nardini con un libriccino assai accativante che contiene anche frammenti inediti e numerose poesie per la prima volta tradotte in italiano.

Sandra Petrignani

Jean-Claude Izzo e Marsiglia: misteri, allegria, disperazione


Parigi non sarebbe quello che è se Simenon non l’avesse descritta come ha fatto nei suoi Maigret. Marsiglia, almeno la Marsiglia contemporanea, deve molto a uno scrittore dalla velocissima parabola e dalla scrittura ferma ed essenziale dei nostri giorni, oserei dire dei nostri giorni noir, Jean-Claude Izzo. Figlio di un nabo, un immigrato napoletano, mentre la madre era di famiglia spagnola, Izzo era dunque un rital, marsigliese figlio di immigrati, soprattutto era figlio del Panier, «il quartiere che spunta sulla collina e domina il porto, considerato un covo di ribelli... Un groviglio di vicoli in cui s’intrecciano storie, codici, misteri, allegria, disperazione». Così descrive la Marsiglia del 1945, data di nascita di Izzo, Stefania Nardini, giornalista culturale che viene dalla cronaca e che ha già fatto incursioni nel romanzo ( Matrioska e Gli scheletri di via Duomo , editi da Pironti). Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese racconta un uomo e una città (quasi una doppia biografia) e sarà in libreria il 7 di aprile, edito da Perdisa. Cinquantacinque anni – Izzo è morto nel 2000 per un cancro ai polmoni – pieni di storie, di amori, di ribellioni. Lo ricordo magrissimo e attraente a un convegno di scrittori in Provenza, già molto malato. Ricordo che mi colpì la sua serietà, un rigore che attraversava le sue parole, ma anche il suo modo di muoversi, di camminare. E ricordo l’aura che lo circondava, dovunque andasse era subito raggiunto da amici e fan, soprattutto giovani. Ora lo ritrovo nel racconto di Stefania Nardini con la sua parte d’ombra, di senso di colpa, di irresolutezza: un’umanità contorta e appassionata solo in parte riversata nel suo personaggio più famoso, il poliziotto Fabio Montale, protagonista della trilogia Casino totale, Chourmo, Solea (editi da e/o). Lo ritrovo giovane e innamorato della futura madre dell’unico figlio, Sébastien, che inizia con lei un percorso politico rigoroso, mentre scrive poesie non d’amore, ma sempre impegnate. Ha il mito di Rimbaud e nell’andare a Gibuti e ad Harar, a visitare la casa del poeta, scopre una realtà ancor più sconvolgente di quella miserabile degli operai e disoccupati di Marsiglia: la povertà totale, i lebbrosari. Sceglie una professione al servizio degli sfortunati, il giornalismo di denuncia. Politica, pacifismo, poesia. «E la poesia è nella strada come un senzatetto» dice un suo verso che potrebbe essere il suo manifesto. «Marsiglia non è una città per turisti». «Marsiglia, una verità alla luce del sole...». È sempre questa città a fare da sottofondo, a parte una parentesi parigina, alla sua narrativa come alla sua vita. Ma la narrativa arriva tardi e per caso. Un giorno pubblica un racconto di una ventina di pagine, Marseille, pour finir, su una rivista. Lo notano alla Gallimard e gli chiedono di farne un romanzo. Sarà Casino totale. Un inaspettato successo, l’inizio di una carriera di narratore (molto più interessante del poeta che credeva di essere) che non aveva programmato. Era il 1995. Aveva cinquant’anni: non era più iscritto al partito da tanto tempo, aveva macinato amori soffrendo della sua incapacità a essere fedele, lui così fedele ai suoi ideali, alla sua città. Cominciava una nuova avventura che lo avrebbe imposto anche fuori di Francia. Solo cinque anni. Ma aveva poco tempo, pochissimo. Solo cinque anni per confermare un talento, che gli fu ampiamente riconosciuto da lettori e critica e che rimbalzò nelle trasposizioni cinematografiche e televisive. Nei suoi romanzi ritorna la sua esperienza personale, il suo impegno politico. Riflette in Solea: «L’attività criminale è strettamente associata, per l’opinione pubblica, al crollo dell’ordine pubblico. Vengono evidenziati i misfatti della piccola delinquenza, mentre il ruolo politico ed economico e l’influenza delle organizzazioni criminali internazionali restano invisibili». L’ultimo romanzo, Il sole dei morenti, parla di un clochard, un uomo che insieme all’amore ha perso tutto. Al funerale fu accompagnato dalla musica che preferiva, Aznavour, Ferré, Miles Davis. E «le sue ceneri furono gettate in mare», conclude Nardini. Il mare da cui era arrivato a Marsiglia suo padre, senza altra dote che la forza delle braccia.

(Da: L'Unità, 7 aprile 2010)





Stefania Nardini
Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese
Perdisa Editore, 2010
Euro 14

venerdì 24 settembre 2010

Corneille, l'anima di Cobra



Il 5 settembre è morto Guillaume Cornelis Beverloo, pittore olandese meglio conosciuto come Corneille, uno dei fondatori nel 1948 del movimento d’avanguardia Cobra. Collezionista di arte africana, Corneille aveva attraversato dapprima una fase di lirismo astratto, per poi approdare a una forma di rappresentazione del paesaggio “visto attraverso gli occhi di un uccello in volo”. Vento largo lo ricorda con questo elzeviro di Marco Vallora apparso su La Stampa.

Marco Vallora

Corneille, l'anima di Cobra



Non poteva scegliersi pseudonimo piu' antitetico e provocatorio di CORNEILLE, il pittore olandese del gruppo Cobra, che e' morto alle soglie dei novant'anni, a Parigi, domenica. E' vero che nel suo nome e cognome cosi' fiammingo di Corneil Guillaume (come i reali d'Orange) van Beverloo, la radice tentatrice c'era gia', ma trapiantato a Parigi, con tutte quelle sue intenzioni anarchico-sovversive, che anticipano il Sessantotto protestatario, scegliersi il nome tutelare del tragediografico-poeta piu' aulico e classico della drammaturgia francese e dell'Illusion Comique, non poteva che suonare un sarcasmo ironico e spiazzante.



Il CORNEILLE degli scarti pittorici e dello sterco dipinto. Il suo gruppo Cobra vede la vita in Belgio, a Bruxelles, ma poi si auto-battezza e fonda «nell'effervescenza e nel fervore, d'un angolo di caffe' parigino» in un 1948, ancora cosi' sartriano ed esistenzial-Camus. Era un contro-movimento che amava mettere allegramente i piedi nel piatto della pittura accademica, e rompere persino con le soffocanti catene del Surrealismo, ormai comunistizzato, bretonizzato, sclerotizzato in una scolastica corriva del sogno. Il chiassoso manifesto di CoBrA (che era l'acrostico delle capitali coinvolte: Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam) imbandito da Asger Jorn e dal poeta-attizzatore Dotremont, non soltanto ironizzava con le tesi impositive del Surrealismo («la causa e' stata ascoltata») ma esaltava («legame souple dei movimenti sperimentali», senza piu' scomuniche) la fluidita' dei contributi, il nomadismo del talento e lo sconfinamento poetico.

CORNEILLE, che era nato nella sonnacchiosa Liegi di Simenon e di Franck, amava dipingere soprattutto gatti e Giardini erratici. Molto piu' vicino a Dubuffet e all'Art Brut, che non agli eccessi cromatici di Jorn e di Appel, dipingeva spesso come un bambino capriccioso e violento, orizzonti intasati e spazzatura ingioiellata, santoni-vetrata, un po' alla Spazzapan ed annodati geroglifici, dalle accese cromie espressioniste. Come ha annunciato la vedova Natasha, sara' tumulato ad Auvers-sur-Oise, ove era andato a vivere da decenni, accanto alla tomba di Van Gogh, che considerava «suo maestro assoluto».

(La Stampa, 7 settembre 2010)

giovedì 23 settembre 2010

Da leggere: Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini


Monet, Bordighera (1884)

Il Dottor Antonio, scritto in inglese da Giovanni Ruffini (originario di Taggia, patriota mazziniano esule in Inghilterra) e pubblicato ad Edimburgo nel 1855, rivelò agli inglesi la bellezza della Riviera di Ponente. "E' un fatto" dirà nel 1903 Edmondo De Amicis, assiduo ospite di Bordighera "che fra i primi inglesi che vennero qui a passare l'inverno non c'era nessuno che non avesse letto «Il Dottor Antonio»".
Del romanzo - una tenera e disperata storia d'amore e patriottismo – pubblichiamo l'incipit e un passo del XIII capitolo.

Giovanni Ruffini

Il Dottor Antonio


In un bello e splendido giorno di aprile del 1840, una elegante carrozza da viaggio tirata da quattro cavalli di posta correva di pien galoppo nella strada della Cornice, famosa fra gli eleganti giramondo: strada, come ognun sa, che percorre da Genova a Nizza tutta la riviera di ponente.

Poche strade più belle di questa sono in Europa; - e poche certamente, come questa, riuniscono in sè tre condizioni di bellezza naturale: il Mediterraneo da un lato, dall'altro gli Appennini, e di sopra il puro cielo d'Italia. Per sovrappiù, l'industria dell'uomo ha fatto ogni sforzo, se non per superare, almeno per non rimanere inferiore alla natura. Un seguito di città e di paeselli, alcuni graziosamente stesi sulla riva, bagnati ai piedi dalle onde argentine; altri sparsi come una mandra di bianche agnelle sui fianchi della montagna, o pittorescamente elevati sulla cima di una catena di monti sublimi; qua e là qualche santuario sospeso in alto sopra uno scoglio bagnato dal mare, o mezzo perduto sulla collina fra il verde del bosco; palazzi marmorei, e ville dipinte sorgenti fra vigneti aprichi, giardini vagamente fioriti, e boschetti di aranci e di limoni; un'infinità di bianchi casini con gelosie verdi, sparsi per i clivi di quei colli, sterili un tempo, ora coperti di terrazzine, l'una sull'altra elevate a raccorre il poco terreno, e vestiti in cima di oliveti; tutto insomma quanto v'è, creazione della mano dell'uomo, mostra l'operosità e l'industria di una razza di popolo vigorosa e gentile.

Costretta lungo la costiera capricciosamente dentata, la strada va innanzi irregolare e serpeggiante; talora a livello col mare fra spalliere di tamerici, aloè ed oleandri: talora su qualche scosceso fianco di monte, in mezzo a nere foreste di pini, sorgenti in tanta altezza che l'occhio ritraesi spaventato dal guardare l'abisso soggetto; qua nascosta dentro gallerie scavate nel vivo sasso; là scoperta fra una lunga estensione di terra, di cielo e di acqua; talora rivolta verso la terra quasi volesse aprirsi il passo fra il monte; tale altra piegata all'improvviso in opposta direzione quasi volesse precipitarsi a capofitto nel mare. La varietà della prospettiva derivata da quella continua mutazione di punti di vista, richiama all'idea le infinite vedute di una lanterna magica. Se ci venisse fatto dare a questo abbozzo un pochino - soltanto un pochino del reale colorito locale - faremmo una maravigliosa pittura! Ma non possiamo. Ritrarre quest'atmosfera trasparentissima, l'azzurro dilicato del cielo, e l'azzurro cupo del mare, e le dolci graduazioni della tinta di queste montagne ondeggianti, che l'una sull'altra si elevano, vince il potere della parola. Appena vi basterebbe il pennello di D'Azeglio, o di Stanfield.



Una mirabile estensione di coste ondulate di colline sopra un fondo di alte montagne distese in semicircolo da levante a ponente; e di tratto in tratto interrotte da capi e baje, e seminate di città e villaggi singolarmente caratteristici: -Ventimiglia colla sua corona di castelli del medio evo smantellati; - Mentone si gaja sulla riva aprica; - Roccabruna così ben chiamata dalle scure e accigliate sue tinte; - Turbia e il suo monumento romano, memoria del più grande impero che sia
stato in terra, la quale ora adombra sotto di sè il diminutivo principato di Monaco; - Villafranca e il suo faro. Più in là, correndo a mezzodì, traspariva vaporosa in distanza la lunga e bassa striscia delle coste di Francia, con Antibo alla sua estremità; e più in là ancora a ponente, le fantastiche linee azzurre dei monti di Provenza. Qua e là una cima nevosa spiccava arditamente fra le altre; si sarebbe detta qualche canuta alpe progenitrice affacciatasi a vedere se tutto andasse bene tra i suoi più giovani rami.

Gli occhi e l'animo di Lucy tacitamente facevano festa a questa prospettiva; sulla quale le calde tinte del sol cadente projettavano un magico splendore d'indicibile effetto. E come il sentimento delle bellezze fra le quali viveva, ogni dì cresceva più forte nella nostra gentil giovane inglese; a grado a grado incominciò a trovar vane e inadeguate ad esprimere i suoi sentimenti, le stabilite usuali formole di ammirazione, che aveva tanto profuso da principio. Sir John, benchè da lungo tempo famigliare a questa scena, era invece entusiasta nel lodarla; e finiva lamentandosi che l'osteria non fosse da questa parte del Capo di Bordighera.

Ma il golfo di Spedaletti, e que' tre noti promontorii a levante, trovarono un caldo avvocato in Lucy, la quale difendeva la loro superiorità. Confessava che la veduta verso le coste della Francia era più svariata ed estesa; ma dichiarava che non aveva quell'armoniosa unità e il carattere di melanconica grandezza onde era distinta la veduta dell'osteria. - «Un pittore,» disse Lucy, «potrebbe preferire la prima; ma un poeta, ne son sicura, troverebbe quest'ultima più ferace di pensieri e d'immagini insinuantisi nel cuore.»

mercoledì 22 settembre 2010

Rodolfo Badarello: Regina, morte di una "donna sciagurata"



Oggi, 22 settembre 2010, alle ore 17,00, nella Sala Rossa del Comune di Savona verrà presentato il libro FRAMMENTI DI STORIA SAVONESE di Rodolfo Badarello. Il volume, pubblicato a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea della provincia di Savona, ricostruisce momenti della storia cittadina dalla peste del 1600 alla Prima Guerra Mondiale. Ne pubblichiamo una pagina.


Rodolfo Badarello

Regina


Morì Regina, la tenutaria della casa di tolleranza di Vico Crema, il 21 novembre 1894, un mercoledì.

(...)

Morì la detta Regina – per l'anagrafe Gonella Maria Regina, nubile, d'anni cinquantasei, agiata, di S. Damiano d'Asti - “sciagurata donna”, chiedendo nei suoi ultimi momenti un prete, che le portò il desiderato conforto e dispose anche per il suo funerale nella chiesa parrocchiale di S. Pietro, senza però – non avendolo autorizzato il vescovo - il successivo accompagnamento religioso fin sulla piazza della Consolazione, come si usava, oltre il Letimbro.

Si mosse dunque dopo la funzione il carro funebre di seconda classe, accompagnato unicamente da un omnibus sul quale stavano, vestite di buono ed un poco spaesate, tutte le ragazze della casa; ma nemmeno ebbe la comitiva percorso quel breve tratto di via Untoria verso la piazza dell'Ospedale che una ignobile marmaglia di ragazzi straccioni, istigati per uno stupido gioco da qualcuno, prese a seguirla gridando, fischiando, lanciando ingiurie sulle poverette e sulla morta, sempre più crudeli dietro la blanda riprovazione dei passanti e l'indifferenza irresponsabile delle guardie municipali. E riuscì a dare spettacolo, il forsennato codazzo, per quasi tutta la vecchia via Letimbro, fino quando per disperderlo senza tanti complimenti, a piattonate, con le sciabole, non sopraggiunse una pattuglia di carabinieri.

Era una bella giornata di sole, ma faceva sempre freddo: le due carrozze passarono il ponte di legno sul torrente, attraversarono senza fermarsi piazza della Consolazione e si inoltrarono quietamente raccolte nella mestizia di quel loro viaggio verso il nuovo cimitero di Zinola.

(Da: Rodolfo Badarello, Frammenti di storia savonese, ISREC, Savona 2010, p. 123)

martedì 21 settembre 2010

Frammenti di storia savonese



Mercoledì, 22 settembre 2010
ore 17,00
Sala Rossa del Comune di Savona
Presentazione del libro

FRAMMENTI DI STORIA SAVONESE
di Rodolfo BADARELLO

Programma

Presiede: Umberto Scardaoni
Presidente dell'ISREC
della provincia di Savona

Saluti: Federico Berruti
Sindaco di Savona

Angelo Berlangieri
Assessore al Turismo, Cultura
e Spettacolo della Regione Liguria

Roberto Romani
Presidente della Fondazione De Mari
della Cassa di Risparmio di Savona.
Presentazione del libro

Silvio Riolfo Marengo
critico letterario

Sarà presente l'autore Rodolfo Badarello

A tutti gli intervenuti sarà fatto omaggio del libro

Attualità di Italo Calvino a venticinque anni dalla scomparsa


Venticinque anni fa, il 19 settembre 1985, moriva Italo Calvino. Un autore, considerato in vita un minore e che, superata la prova del tempo, è ormai un classico. Uno scrittore cioè alla cui opera , come scrive Sergio Giuliani, ci si continua ad avvicinare certi di non essere mai delusi.


Sergio Giuliani

Attualità di Italo Calvino a venticinque anni dalla scomparsa


Sembra un secolo! Pare incredibile la pienezza di iniziative che lo scrittore ligure assunse per consegnare ai posteri una letteratura che si addicesse loro, che cooperasse alla decifrazione dei segni,multipli e criptici, che la società e lo status delle scienze avrebbero loro inviato.
Quanta operosità, quanto saper vedere e capire. Quanta operosità, quanto coraggio nell’abbandonare vie benissimo battute appena sentite sterili e nell’imboccarne di nuove, lui solo scrittore animato da entusiasmo per il futuro là dove ormai tutti cucinavano avanzi di neorealismo o si prendevano di mode struttural-novissime.
Gli si addice, come a pochi,la massima di Elio Vittorini, amico-rivale, per cui chi non si contraddice è soltanto un limitato testardo: felice ricchezza (che di certo lo ha fisicamente stremato e l’ha voluto morto giovane) quella che gli ha impedito, come dicevano i trovatori “clus” provenzali, di “trop sojornar et restar en un loc”
Cattivo il necrologio di Geno Pampaloni, allora tra i critici per la maggiore, che lo definisce “il maggiore tra i minori”. Che brutta idea, radicata anche in un ingegno di prim’ordine, quella per cui si debba, per una vita intera, lavorare ad una sola serratura e ad una sola chiave come garanzia di qualità. Ma è la malattia congenita della letteratura e della critica otto-novecentesca per cui noi siamo stati a strologare su Manzoni ed altri hanno creato il romanzo moderno; abbiamo compitato Foscolo amatore e patriota e Leopardi “pessimista” (si badi bene all’inesattezza sorda della definizione!) ed altri hanno creato la poesia simbolista!
Calvino, figlio e fratello di scienziati, è stato posto dal fato al centro di molte sollecitazioni storico-culturali: la Resistenza ( che gli ispira due meravigliose opere, “Il sentiero dei nidi di ragno” e “Ultimo viene il corvo”), la Liguria-paesaggio (e sarà il riconosciuto maestro-provocatore di un grandissimo letterato che doppia la boa del Duemila, Francesco Biamonti) con la trilogia “I nostri antenati”, la militanza (tutta da chiarire nei suoi motivi-valore) nel Pci che gli fa dar di naso nel realismo con i dolenti scritti “La speculazione edilizia” e “La giornata di uno scrutatore” [ma a me piace ricordare il saggio “La bonaccia delle Antille”, davvero profetico sulle “secche” della sinistra italiana.]
Le due grandi “crisi” che si trova ad affrontare: l’uscita da un partito che più (se mai sia davvero avvenuto!) non gli somiglia e lo snaturarsi della casa editrice Einaudi, un’incubatrice sicura e privilegiato luogo di amicizie e di incontri) che lo costringerà ad optare per Garzanti, al netto dell’amicizia con Giulio, e a staccarsi culturalmente da quell’ambiente-madre che era stata Torino per farsi cittadino sorvolatore del mondo e del cosmo.



Coi secondi anni Sessanta si inizia per Calvino, l’unico scrittore da tanto in Italia, una gran volata prolifica di scritti affascinanti quanto insoliti, in cui fantasia con nulla di individuale e di puerile e “passione” scientifica si coniugano riuscendo ad opere perfette come “Cosmicomiche vecchie e nuove” e “Le città invisibili”, punta d’iceberg di molte altre che sarebbe lungo citare e tutte affascinanti.
Con una ricerca di innovazione insistita e un gran fastidio per il di già scritto, da clonare rabbiosamente nel giardinetto dei premi letterari, dai quali, clamorosamente, si astiene, con un coraggioso bagno nel laboratorio Oulipo di Queneau, nei fascini scientifici del Mit californiano e nella gran cultura di Parigi, Calvino si sprovincializza, ci lascia per darci scritti che anticipano i tempi di una letteratura che si dibatte tra infinite discussioni sull’impegno politico e su prelievi ingenui, frettolosi e posticci da uno strutturalismo soltanto orecchiato ed indigerito. Come preso da una febbre che lo porterà a consumarsi, scrive molto (ma non più faticosissima corrispondenza e schede critiche da impiegato Einaudi), meravigliosamente leggero ( e la leggerezza sarà il tema della più bella delle sue postume “Lezioni americane), con una prosa limpida come un mare di settembre sotto tramontana e con una lucidissima capacità di assimilare i grandi progressi della ricerca scientifica, soprattutto l’astrofisica, e di riflettere e farci meditare sugli spazi e sui tempi cosmici che s’incominciavano allora ad intravedere. Di colpo invecchiarono i tecchiosi orizzonti in cui la letteratura voleva continuar pascoli ripetitivi e Calvino sentì con grande acume e passione, la voce dei grandi nuovi e meno nuovi maestri: Borges, Ariosto, le favole testè studiate dal corposo e serissimo strutturalismo russo. Ricavò luce insperata dalle storie dei tarocchi, da un Marco Polo che dialoga con un Kublai Khan di città silenti e sognate alla luce dell’intelligente creato e di non-personaggi come Qfwfq ,il più lontano che esista da una concezione della fantascienza alla Flash Gordon o come Palomar, fermo e ricchissimo di vederi come il telescopio di cui ha il nome.



Calvino ha tradito, si disse. Non è mai stato un letterato tout entier à sa proie attaché, ma una trottola che muta di continuo per non spuntare il perno. Inoltre lasciava un partito,lasciava una casa editrice! ma è da vedere se non fosse lui ad essere lasciato.
Invece, Calvino aveva preso a guardare lontano e ad usare di una scrittura affilatissima e labirintica, che più non si limita a descrivere, ma decifra, si fa simboli, si connette a continue reti logico-razionali e crea, e soltanto i grandi scrittori vi riescono, l’incanto, ovvero il canto fermo che non rimanda che a se stesso e che è un prodotto finale della mente, una nota sola, lunghissima ed appagante.
Quanto lontani il rimestar vecchie salse degli scrittori cosiddetti moderni e i patetismi dei premi letterari; quanto lontano lo scrivere per un pubblico di incauti beoni impigriti!
Dal miglior frutto dello strutturalismo, l’opera del semiologo lituano Algirdas Julien Greimas, Calvino ricava l’input per l’ultimo grandioso romanzo, di una sapienza scrittoria e di un’attualità indicibile: “Se una notte d’inverno un viaggiatore…” un balocco solo apparentemente squinternato, da ricomporre con pura gioia creativa di volta in volta da parte del lettore che, come me, torna spesso a rileggerlo e gli accade di riscoprirlo tutto nuovo e di ricrearlo, tanto vi si trova coinvolto.
Verrà, adesso, la serie occasionale degli articoli-ricordo, il solito gossip su comunismo e cultura (che sarebbe davvero ora di far trascorrere) sul lavoro di editore di libri e, peggio, su chiacchere di vita privatissima. Facciamo che passi e torniamo a una lettura di Calvino certi di non essere mai delusi.




Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

lunedì 20 settembre 2010

Gespen pejlen, una storia di Langa


Un'altra storia di Langa. Forse per davvero il destino degli uomini è segnato nelle stelle. E nell’universo ci sono stelle del bunhör e della malhör.

Guido Araldo

Gespen pejlen



Triste e tragica la storia di Gespen pejlen (1)
Ai quei tempi correva voce che ci fossero ancora i lupi nei boschi della valle. I lupi e i loro ululati popolavano d’incubi i sogni degli uomini e anche le loro leggende. La tradizione vuole che l’ultimo, una femmina di lupo, sia stato abbattuto alla borgata degli Scroizi, nel comune di Camerana. Ora corre voce che siano tornati… Così è la vita. Così il va mondo.
A quei tempi Bertu, un vecchio misantropo che abitava in un cascinale prossimo al bosco della Pallarea, era convinto che ce ne fossero a bizzeffe. Per la verità non ne aveva mai visti, ma aveva disseminato di tagliole i boschi vicini: ferrivecchi arrugginiti che risalivano al secolo precedente e, forse, più antiche ancora. Con quegli arnesi sterminava volpi, martore, faine e tassi, falciava cani da caccia e da trifole; ma di lupi non ne catturò mai uno.
Un giorno, in una di queste tagliole dalle enormi fauci di ferro arrugginito, incappò un cristiano: Gespen pejlen. Un vagabondo senza fissa dimora, un po’ poeta e un po’ filosofo, che improvvisava un lavoro strano, quello di maestro itinerante: per un minestrone di ceci, una fetta di polenta con un po’ di sugo, l’ospitalità in un fienile o in una stalla, secondo le stagioni insegnava a leggere e a far di conto; se necessario, scriveva lettere.
In un mattino impregnato di rugiada, con le stelle che andavano spegnendo, fu trovato da tre boscaioli, che di buon’ora andavano a “far legna nei boschi”. Gemeva lievemente, senza forze: la gamba sinistra spezzata, maciullata dal tremendo morso del ferro. È debolissimo. Ha perso troppo sangue. Ormai stava correndo ineluttabilmente tra le braccia della signora morte: mamma dell’umanità. Gespen Pejlen non riconobbe neppure i suoi soccorritori…
Forse per davvero il destino degli uomini è segnato nelle stelle! E lassù, nell’universo, ci sono stelle del bunhör e della malhör. (2)
Gespen pejlen, infatti, era nato e vissuto sotto una brutta stella: la stella del malhör, come dicono in Francia e in Piemonte, che del bonhör non l’aveva mai vista né incontrata!
Ottavo figlio di una famiglia numerosa, fin da ragazzo aveva dovuto guadagnarsi ra mica”: il pane. Per la sua destrezza e per il fisico esile, a sette anni era il miglior spazzacamino delle Langhe, per l’abilità nell’infilarsi in quegli stretti cunicoli che puliva con maestria e, all’occorrenza, sapeva anche ripararli. Ogni volta emergeva simile a un moro dell’Africa a causa del carizu (fuliggine). In quei camini entrava nudo, come l’aveva fatto mamma, per non sporcare gli stracci che indossava, anche di domenica.
A sedici anni era finito nelle Americhe, a Filadelfia, negli Stati Uniti; ma non si era trovato bene. Era poi arrivato alle nevi del Canada e a laghi grandi come mari, dalle popolose città industriose, prima di tornare sulle ondulate colline dov’era nato. L’unico anno felice era stato quello del matrimonio con una certa Pierina, che era il doppio di lui: l’unica parentesi serena di una vita ingrata. Ora non più spazzacamino, ma mezzadro. Ma la vita grama era quella di sempre!
Poi, dopo due anni di matrimonio, nacque una bella bambina e i genitori la vollero chiamare Felicina, quasi ad attestare la loro grande felicità in un mondo dove ce n’era davvero poca, soprattutto per loro. Poi, di figli, non ne vennero più e gli anni fluirono via lenti, uno dopo l’altro, come sempre, con le stagioni a rimorchio. Gespen, nel frattempo, si era specializzato: faceva il muratore e aveva lavoro fin sopra i capelli. Sembrava che la sua stella in cielo avesse cominciato a brillare di buona sorte; ma, all’improvviso, si oscurò, come a volte purtroppo accade.
In un giorno d’autunno sua figlia, sedicenne bellissima, lasciò improvvisamente questo mondo. Da un paio di mesi, per aiutare la famiglia, aveva trovato precario lavoro in un polveroso essiccatoio delle castagne. Quel che accadde veramente, in quel giorno funesto di novembre, non si seppe mai. La versione ufficiale, stilata dal maresciallo dei Carabinieri, attribuiva la causa del decesso a una banale caduta; ma in paese si sussurrava ben altro!
Ad accennarne per prime, a denti stretti, furono le sue stesse colleghe di lavoro, tutte più vecchie di lei. Mormorano soltanto mezze parole, quanto bastava per lasciare intendere che il padrone la insidiava… Quell’omone grasso e laido si permetteva approcci indicibili con le dipendenti più giovani e sempre allungava le mani; poi, se il giochetto gli riusciva, si sbottonava i pantaloni. Con Felicina c’era stato di più e di peggio: si era invaghito di quel fiore di fanciulla bella come una “madonna”, gemma appena sbocciata, verginella tutta da ghermire. Si era fatto avanti sfacciato, come un vecchio satiro: era lui il padrone del vapore, con le braye bianche! Ma Felicina non aveva esitato a respingerlo, allorché aveva accennato a sollevarle la sottana. Il padrone, invece di desistere, aveva continuato a importunarla bavoso. E in quel giorno di autunno Felicina si era messa a urlare, esasperata: rischiava di soccombere! Una randellata in testa l’aveva zittita per sempre.
Gespen non conobbe mai l’esatta versione dei fatti; perché, altrimenti, sarebbe andato a cercare quel porco con un coltello in mano e l’avrebbe sgozzato come un maiale. Sua moglie impazzì il giorno stesso in cui Felicina scese sottoterra. Nei giorni che seguirono fece cose orribili, come vuotarsi il pitale in testa; si tagliò, anche, un orecchio, per farsi male, per soffrire davvero, dopo che aveva esaurito anche l’ultima lacrima. Quando vennero a prenderla, per portarla al manicomio di Racconigi, Gespen non disse niente; poi, rimasto solo, scagliò via la cazzuola e la bolla, il filo a piombo e gli altri arnesi da muratore. Da allora cominciò a vagare sulle colline con un padellino appeso alla cintura, dove faceva friggere le uova che gli venivano offerte o che razziava nei pollai. Gespen era agile e contorsionista: all’occorrenza non gli era difficile imitare la volpe! Le friggeva con il poco olio che riusciva a recuperare e qualche spicchio d’aglio, accompagnandole con fette di pane raffermo, patate lesse e, se era fortunato, con qualche foglia di cavolo. In questo modo era diventato per tutti Gespen pejlen e la gente gli voleva bene, soprattutto coloro che conoscevano la sua storia.
Nella solitudine leggeva libri… Pare che avesse imparato a leggere, a scrivere e a far di conto sul bastimento che lo aveva portato in America: terza classe.
Soltanto all’imbrunire, verso sera, a volte, ma raramente, si perdeva in disperati monologhi davanti al quartino vuoto. In quegli onirici momenti recitava, persino, ignote poesie!
La poesia, non il vino, era l’estrema amica rimastogli nella voragine della solitudine di una vita spezzata.

1. Giuseppino padellino
2. Malora


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".


sabato 18 settembre 2010

Giorgio Caproni Paolo Conte Genova....


Giorgio Caproni

Per Heine Genova "giace in riva al mare come lo scheletro sbiancato di una bestia gigantesca trascinata lì dalla marea". Per Nietzsche è un'oasi di solitudine: "un'isola dell'arcipelago greco e tutto intorno infinite catene di monti". Genova, miraggio bianco, sospesa fra cielo e mare, continua a affascinare il cuore dei poeti.


Giorgio Caproni

Litania



Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d'aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un'osteria.



Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d'uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.
Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.

Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d'Oregina,
lamiera, vento, brina.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d'acquamarina,
aerea, turchina.



Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d'aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Marose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell'Acquasola,
dolcissima, usignuola.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d'Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.
Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.



Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch'è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d'ascensore,
paterna, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d'angelo e di puttana.

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d'urti da non scordare.

Genova di "Paolo & Lele".
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l'amore s'impara.
Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d'argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell'entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.

Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.

Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m'è nato Attilio.

Genova dell'Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.

Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.

Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.

Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stoccafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.


(Da: Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti 1999)



Paolo Conte

Genova per noi


Con quella faccia un po’così
quell’espressione un po’così
che abbiamo noi prima andare a Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
che ben sicuri mai non siamo
non c’inghiotte e non torniamo più.

Eppur parenti siamo in po’
di quella gente che c’è lì
che in fondo in fondo è come noi selvatica
ma che paura che ci fa quel mare scuro
e non sta fermo mai.

Genova per noi
che stiamo in fondo alla campagna
e abbiamo il sole in piazza rare volte
e il resto è pioggia che ci bagna.

Genova, dicevo, è un’idea come un’altra
Ah… la la la la

Ma quella faccia un po’così
quell’espressione un po’così
che abbiamo noi mentre guardiamo Genova
ed ogni volta l’annusiamo
e circospetti ci muoviamo
un po’randagi ci sentiamo noi.

Macaia, scimmia di luce e di follia,
foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia.
E intanto nell’ombra dei loro armadi
tengono lini e vecchie lavande
lasciaci tornare ai nostri temporali

Genova ha i giorni tutti uguali.
In un’immobile campagna
con la pioggia che ci bagna
e i gamberoni rossi sono un sogno
e il sole è un lampo giallo al parabrise.

Con quella faccia un po’così
quell’espressione un po’così
che abbiamo noi che abbiamo visto Genova

venerdì 17 settembre 2010

Straniero sarà lei!


Dal sito (meritevole davvero di essere visitato) "Nessuno escluso" del nostro amico Giuliano Falco riprendiamo questo intervento che sottoscriviamo in ogni sua parte.

Giuliano Falco

STRANIERO SARA' LEI!

Un assessore comunale romano ha ricordato a tutti che i bambini nati da famiglie straniere non possono essere considerati italiani. Premesso che spesso neanch'io mi sento italiano (e tanto meno rappresentato da chi in questo governo racconta barzelette imbeccilli su Hitler o loda i respingimenti -ricordo che l'Italia spende 5.000.000.000 di euro l'anno per condannare a morte -pardon, respingere- dei poveracci che cercano la salvezza nel nostro paese e poi mancano soldi per le scuole -l'80% degli edifici scolastici è fuori norma, tanto per fare un piccolo esempio).


Dicevo che i bimbi nati da famiglie non italiane sono da considerarsi stranieri. Perchè? Porto un dato concreto: metà dei bimbi stranieri del Circolo Didattico dove lavoro è nata in Italia, frequenta e ha frequentato scuole italiane, guardano ahimè la tv italiana; non parla una solo parola della lingua di origine mentre parla bene la lingua italiana. Se va bene non è mai stata nel paese da cui proviene la sua famiglia. Eppure per la normativa italiana, sono stranieri. Perchè? Se qualche lettore ha capito il motivo, per favore, mi scriva!


(Da: http://giulianofalco.blogspot.com/)

Da leggere: Nico Orengo, Il salto dell'acciuga



Ci sono libri che non invecchiano, che come i buoni vini acquistano col tempo sapore e aroma, che reggono alla prova decisiva di una seconda lettura. E' il caso de Il salto dell'acciuga di Nico Orengo, un viaggio dalla Liguria al Piemonte lungo le vie del sale al seguito degli acciugai della Val Maira, di cui proponiamo una pagina e il risvolto di copertina.


Nico Orengo

La bagna caoda



Da tempo Vasco voleva portarmi verso Cuneo a cercare un acciugaio che da ragazzo girava i paesi con la bicicletta e il suo barattolone legato al portapacchi, dietro al sellino.
- Prima, - gli ho chiesto, - fammi vedere come si fa una bagna caoda.
Sono andato in cucina, a casa sua, in via Casteggio, dove una volta abitavo nell'alloggio dove ora sta lui. Mi fa vedere un mucchietto di acciughe belle grassottelle. -Piú le lavi e meno forte rimane la bagna, - dice. - Se son buone le devi spaccare longitudinalmente, ricorda. Devi metterle per una decina di minuti in un piatto fondo coperte d'acqua e un po' d'aceto di buon vino. Perdono sale e si sgrassano leggermente. Poi l'aglio. Se ce l'hai di Cap d'Ail, quello rosato, meglio. Una testa a persona. Togli per bene la pellina e anche l'anima, che fa solo pesantezza di stomaco. Poi ti prepari le verdure. Il cardo, di Nizza Monferrato, è il piú delicato. Lo tagli e lo tieni a bagnomaria in acqua e limone perché non ossidi. Fai lo stesso anche con i topinambur. Ricordati le foglie del cavolo, quelle vicine al cuore e ricordati di prendere, a Porta Palazzo li trovi, i peperoni sotto raspo d'uva, lavali con cura. E lava bene le barbabietole. Fai cuocere una cipolla al forno, con la buccia, che peli dopo. Ci vuole anche una bella noce, senza pelle. Per levarla si butta nell'acqua bollente e poi sotto il rubinetto della fredda. Poi pesta bene la noce.
Vasco prende le acciughe dal piatto, le apre, le lava ancora sotto l'acqua fredda e poi le asciuga su fogli di scottex. Si avvicina a una terrina e ci versa due bei bicchieri d'olio e una noce di burro.
A questo punto ci versa la noce tritata e accende a basso fuoco. Con una paletta di legno amalgama olio, burro e noce. E ci lascia cadere con religiosità le acciughe, una per volta e gira con polso di velluto. A parte ha fatto bollire nel latte l'aglio e ora, che è freddo, dopo averlo asciugato, lo schiaccia con il palmo della mano e lo butta nella terrina.
- Ti faccio una bagna delicata, - dice.
E continua a girare, ad amalgamare. Tiene il fuoco ancora per un quarto d'ora, poi dice che è pronta.
Ci sediamo a tavola, con la terrina di fronte.
Vasco ci íntinge un pezzo di pane. - Non male, - dice.
Non è il «brodo» di Ernè, ma il suo ricordo è forte.
Dico a Vasco che la bagna caoda viene dalla Liguria. Ride. Gli dico che poco prima di Natale l'abbiamo mangiata a Dolceacqua. E che non credo che sia solo la presenza di «foresti» torinesi ma anche di un ricordo tornato alla memoria, dopo secoli. Cosi, all'improvviso.
Vasco è scettico. - In Piemonte la facevamo già con l'olio di noci.
Io penso ai Saraceni di Moschiéres, al fumo dei loro camini che sapeva d'acciuga e aglio.




Il salto dell'acciuga

Nico Orengo va disegnando da anni una sua speciale geografia poetica che è al tempo stesso reale e fantastica, concreta e fiabesca. Un paese dell'anima, anche se è identificabile in quelle terre di Liguria tra Francia e Italia, dove il mare e le colline, le piante e le rocce, i fiumi e i boschi si confondono in una continua 'dogana d'amore', come recita il titolo di uno dei suoi libri più fortunati.

L'adesione che Orengo sente per quel suo mondo si traduce in storie di ieri e di oggi, in delicati acquerelli, in cataloghi portentosi di animali d'acqua e di terra, di erbe e piante di orto e di giardino che sulle sue pagine sembrano acquistare suggestioni, incanti e profumi mai provati prima.

In questo nuovo libro, che ha l'agio divagante di una conversazione tra amici, Orengo prova a superare la cresta delle colline e dei monti che cingono i 'suoi' territori, e a spingersi verso il Piemonte. Lo fa seguendo una traccia antica e avventurosa: quella del commercio del sale e delle acciughe, un traffico che si perde oltre il Medioevo nella notte delle fiabe e dei miti.

Il mondo marinaro si fonde a quello contadino; antiche leggende evocano scontri e contese di timbro epico, ma anche improvvise pacificazioni; il nome di un paese può diventare la chiave per scoprire un enigma. Sono stati forse gli arabi, stanchi di troppe guerre e scorrerie, a farsi mercanti di quel "pesce di montagna" che si conserva nel tempo? quali agguati attendevano i carretti degli acciugai? fin dove arrivavano i loro commerci? quali paesi sono il centro di una ragnatela di rapporti che sono anche culturali? quali sono i riti e i canti che accompagnano la 'bagna caoda'? ed è possibile che sia nata proprio sulle spiagge di Liguria, magari nei recipienti in cui tre vecchi pescatori pestano all'alba frammenti di pesce secco?

Orengo racconta, ricorda, intreccia notizie storiche e storie di paese (tra cui spicca quella della Olga, misteriosa figura al centro di una vicenda di passione e di violenza), insegue mestieri perduti, odori e colori, si incanta, ci incanta, accompagnandoci alla scoperta delle verità poetiche e umane che si nascondono nei viaggi millenari del sale e dell'acciuga.

Nico Orengo
Il salto dell'acciuga
Einaudi
€ 9,00