TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 ottobre 2010

In viaggio con l'arte


"Non c'è futuro senza memoria"

sabato 30 ottobre 2010

Materia e memoria di Morlotti


Francesco Biamonti e Ennio Morlotti

Prima di essere conosciuto come scrittore, Francesco Biamonti si dedicò per anni alla critica d'arte. Intensissimo fu il sodalizio, intellettuale e umano, con Ennio Morlotti, conosciuto nel 1959 quando il pittore, già affermato, era arrivato a Bordighera in cerca, come Monet nel 1884, di colori e luce. Colori e luce che diverranno poi elementi centrali nella produzione letteraria dello scrittore.


Francesco Biamonti

Materia e memoria di Morlotti

Un “uliveto” dalle ombre viola si stranisce e sogna nel sole, i “passion fruits” si corrompono, un “teschio” su rive cimmerie manda l’ultimo bagliore: è una vicenda di eros caduta e morte. Sono i motivi con cui la pittura di Morlotti risponde agli assedi del nulla. La materia che li sostiene, classico crepaccio, si lacera in grumi di polvere, si serra in tensioni violacee, in grandi piaghe dorate e brulle.

Quella pittura ha attraversato l’espressionismo e l’informale ed è giunta ad un nucleo più vero e segreto.

Da essa sembra guardarci l’antico volto della terra nel trascorrere del tempo. Della terra c’è la dura materia, la malinconia e la vita dì un nodo protetto da tracce dolorose d’inconscio, da incisioni e colate, erosioni e da morsicati confini.

Giacometti, Sutherland, Morlotti, De Staël (cavalieri dell’apocalisse esistenziale dilagata sul mondo cubista e surrealista) hanno dato inizio e forse posto anche fine ad un’appassionata riscoperta delle cose. Queste hanno preso in Morlotti l’aspetto più vivido ma anche più intriso di fango, anzi più vivido perché più materico.


E. Morlotti, Paesaggio (1964)

La materia ha strane fascinazioni che Pollock e De Staël hanno pagato ben duramente. Fa tendere ad essa l’esasperazione del fiume eracliteo, dove le cose tendono al loro contrario e il giorno si fa notte, la vita si fa morte. Il rombo funereo di quel fiume genera in Morlotti un grave travaglio. Nella sua pittura, che va dalla carne al teschio e dal seme al fiore, freme tutta la malinconia dell’essere nell’arginare il mare della materia, che tuttavia non è inerte ed opaca, ma commista alle cose, un regno delle madri portato alla luce, una sterpaia verso cui un vento di miraggi piega la vita, piante orti e sangue inchiodati da dolcissime folate. Questo richiamo materico non manca mai: la pittura di Morlotti è una negazione-genesi modulata in una luce naturale...

Materia e memoria di Morlotti, in "Lo spazio", Napoli, Ottobre 1971
(Ripreso da: http://www.francescobiamonti.it/)

venerdì 29 ottobre 2010

La responsabilità dell'autore: Erri De Luca



Il Blog "Nazione indiana" (http://www.nazioneindiana.com/) qualche mese fa ha ospitato un vivace dibattito sul tema della responsabilità dell'autore. Riprendiamo l'intervento di Erri De Luca.


Erri De Luca

Il calzolaio

Un calzolaio è tenuto a fare bene le scarpe, questo è il suo compito istituzionale. Se poi vuole darsi un supplemento di responsabilità civile, allora deve stargli a cuore la buona causa di dare libertà di scarpa e di cammino a tutti, di più a chi ne è privo.

Lo stesso uno scrittore: è tenuto a scrivere bene le sue storie e se ha fatto questo in buona coscienza, ha meritato il rango e lo stipendio. Ma se ci tiene a darsi un impegno in più, allora gli spetta di promuovere la libertà di parola per chiunque, compresi i suoi avversari. Libertà di parola detta, scritta, letta, cantata: per tutti non solo per qualche collega ristretto da un regime.
In anni passati ho letto di qualche scrittore nostrano che esigeva il silenzio, l’ammutolimento civile per qualcuno a lui sgradito. Questo è rinnegamento puro dell’unico impegno e impiego utile di uno scrittore: garante del diritto di espressione di chiunque.

Al di fuori di questo ambito a me è capitato nella vita di servire qualche buona causa. Ho fatto parte dell’ultima generazione rivoluzionaria di Europa, ho fatto l’autista di convogli di aiuti nella guerra di Bosnia, sono stato a Belgrado nella primavera del ’99 a stare dalla parte del bersaglio degli attacchi aerei della Nato. Queste e altre simili sono state mie mosse di cittadinanza. La scrittura non c’entra e se c’entra, segue come in una cordata su un ghiacciaio. A battere pista davanti ci pensa la vita.

Diffido di scrittori in politica. La lusinga di una tribuna ha rimbambito e deluso più di uno. Uno per tutti, perché lo preferivo, Leonardo Sciascia, finito a occupare da pedone un banco parlamentare. Se quello è impegno di scrittore, meglio niente. Infatti smise in fretta.

Perciò non vi so dire, donne e uomini affacciati sopra questo schermetto illuminato, in che consiste l’impegno civile di uno scrittore, uno che ha un piccolo diritto di ascolto. Un amico, poeta in Sarajevo negli anni 90 smaltì in città l’assedio, il più lungo del 1900. Rifiutò inviti all’estero presso illustri colleghi, istituzioni. Izet Sarajlic (nato nel 1930, morto nel 2002): coi suoi versi di amore tre generazioni bosniache avevano celebrato fidanzamenti e nozze. Chi è responsabile della festa, lo è pure del dolore. Così restò in città, nelle file per il pane, l’acqua, sotto la dissenteria di colpi dei cecchini e dell’artiglieria. Quello è stato il suo impegno: stare, condividere la malora del suo popolo. Non pubblicare appelli dall’estero, aggiungere una firma in calce a un manifesto: stare, verbo che a volte copre tutto il da farsi urgente. Stare coi suoi dentro Sarajevo, in quegli anni, come scrive lui: “Il più grande carcere d’Europa”.

E’ solo un esempio di responsabilità civile, io sono uno che scrive storie, cioè che racconta esempi, non so trarre, astrarre alcuna regola di comportamento. Non sono una persona impegnata, sono uno che qualche volta ha preso degli impegni. Non mi piace firmare appelli, petizioni e simili sciacquature di coscienza. Se posso, preferisco stare al pianoterra dove succede attrito tra idee e ordine pubblico. In quei posti, dalla Val di Susa a Termini Imerese, si lavora al pezzo di libertà da custodire, in minoranza contro l’usura della dote assegnata dalla costituzione. La libertà comporta isolamento e rischio feriale, su piste remote e di periferia, non è una passeggiata al centro un fine settimana.

Aggiungo un esempio opposto a quello di Sarajlic: l’effetto letterario di un impegno civile. Quando la mia generazione politica cominciò a entrare in massa nelle prigioni contagiò la popolazione rinchiusa. Scoppiarono rivolte, che produssero poi la riforma carceraria. A volte i traguardi riformisti hanno bisogno di spinte rivoluzionarie. Effetto secondario dell’entrata dei militanti politici in prigione fu l’arrivo dei libri: prima non c’erano. Entrarono coi rivoluzionari e cambiarono il tempo e il luogo delle reclusioni. Fu rotta la privazione supplementare del diritto di leggere: in certi posti è diritto di accesso alla parola. Tra questi due esempi fa la spola il mio pensiero quando rispondo di letteratura e impegno. Non c’è linea prescritta, se c’è non la conosco. Credo nel tentativo giorno dietro giorno di scippare ai poteri costituiti dei pezzi di verità. Oggi compito per me urgente è di sapere quanti stranieri sono stati uccisi a Rosarno nella caccia all’uomo. Nessuno: dice l’autorità. Il giornalismo attuale, senza spirito di inchiesta non sa e non può smentire la menzogna. Torno al calzolaio: qui si tratta di fare un paio di scarpe buone alla verità scalza che non sa fare un passo.




giovedì 28 ottobre 2010

Da leggere: Favilli, Il riformismo e il suo rovescio



Cosa succede quando le parole cambiano di significato e al vecchio riformismo socialista si sostituisce un "neoriformismo" minimalista (vedi PD) che esalta la centralità del mercato e non sa andare oltre ad un presente considerato come immutabile? In questo saggio Paolo Favilli dimostra come il riformismo di oggi non abbia più alcun elemento di continuità con la vecchia tradizione riformista, anzi ne rappresenti il rovesciamento, avendo assunto in toto "l'identità altrui", cioè le ragioni dell'avversario.

Michele Nani

Le parole d'ordine del neoriformismo


Quando e perché cambia il senso delle parole? Non c'è, ovviamente, una sola risposta. Dipende dal loro uso sociale: da chi le adopera e in quali occasioni e contesti. La parola «forchetta», per quanto l'oggetto che designa sia cambiato nel corso del tempo, passando da leghe di metalli meno nobili all'acciaio e dalle forme artigianali al design industriale, resta e resterà una «forchetta». Nessuno combatterà guerre per ribattezzare un «martello» o una «tastiera», a meno che non si tratti di sostituire parole di origine straniera, di incentivare l'uso di parlate alternative o di altre varianti del nazionalismo linguistico. Per inciso, si tratta di un fenomeno che ci riguarda da vicino, con sventurati studenti alle prese con insegnamenti di cultura locale e cittadini attoniti dinanzi alla toponomastica rivisitata in chiave dialettale - triste paradosso di linguaggi che si trovano per la prima volta ad essere scritti e trasmessi ufficialmente, quasi si trattasse di fissarli a forza proprio mentre perdono la loro storica vitalità comunicativa.

Anche al di là del nazionalismo linguistico, tuttavia, le parole diventano armi, nei campi della politica e della produzione culturale e ideologica. Il potere di imporre l'uso di un termine, anzi l'accezione di un termine, un suo significato specifico, rende evidente il potere sociale di chi lo impone. Le abitudini linguistiche fanno parte di quell'insieme di strutture mentali che rappresentano altrettante strutture sociali interiorizzate: per dirla con Gramsci, invece che con Bourdieu, l'egemonia si fonda sul «senso comune» e lo plasma.

Democrazia in crisi

Un esempio? Fino a vent'anni fa «riforme» e «riformismo» connotavano un atteggiamento politico «socialista», fondato sulla critica del capitalismo e sulla volontà di correggere le storture del mercato, cioè le sofferenze indotte dall'organizzazione sociale dell'economia nelle vite dei subalterni. Questo riformismo era basato su letture della società e dell'economia che si rifacevano a teorie critiche, fra le quali spiccava la famiglia dei marxismi. La distanza da quel tempo è evidente. Oggi chi sostiene posizioni del genere si colloca all'estrema sinistra dello schieramento politico-culturale, ma allora quell'approccio era «terreno comune» di un'ampia area, che includeva anche settori moderati, tanto che «riformista» poteva anche essere un insulto nel lessico della sinistra «rivoluzionaria».

Ancor più bizzarro, gli odierni fautori delle «riforme» sono tutt'altro che socialisti: il nuovo «riformismo» assume il capitalismo come orizzonte «normale» e «naturale», non si sogna di criticare il mercato o di leggere il mondo con teorie diverse da quelli dei fautori dell'ordine sociale o da un punto di vista differente da quello dei dominanti. La transizione dal riformismo socialista al «neoriformismo» e il connesso rovesciamento del vocabolario sono al centro dell'ultimo libro di Paolo Favilli, uno storico al quale dobbiamo molti puntuali lavori di storia del socialismo e del marxismo, come Marxismo e storia (2006, sulla storiografia marxista italiana) e Storia del marxismo italiano (1996, dalle origini al 1915).

In apertura del volume Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di politica e storia l'autore si interroga sull'odierna «crisi» della democrazia. La crescente separatezza e autoreferenzialità del ceto politico produce nei cittadini, espropriati della partecipazione e della possibilità di influire sui processi, un senso di distacco che porta spesso all'indifferenza o a riflessi «antipolitici».

Si tratta di un fenomeno generale, che in Italia però ha assunto un profilo specifico: la scomparsa di quella che Favilli chiama la «antitesi» alla «normalizzazione» della democrazia, ovvero le risposte diverse e inclusive alla crisi della politica proposte dal movimento operaio. Al cuore di quella scomparsa sta il passaggio di gran parte dei dirigenti e intellettuali socialisti e comunisti dal riformismo al neoriformismo. Favilli segue diversi itinerari (Michele Salvati e Giulio Sapelli, Aldo Schiavone e Giuseppe Vacca) e propone un'interpretazione del mutamento articolata in due momenti. Una sotterranea crisi interna si avvia alla fine degli anni '70 e si manifesta politicamente nel fenomeno-Craxi, ma solo dopo la cesura del 1989 si risolve nell'improvviso trionfo del neoriformismo e delle sue parole d'ordine paradossali: per il «nuovo» ma contro l'«utopia» e gli «estremismi», con «coraggio» e senza «moralismi» o «nostalgie» verso la «normalità», sempre coltivando astrazioni sospese fra il mitico e il magico quali «mercato», «concorrenza», «governabilità», ma denunciando qualsiasi «ideologia».

L'espulsione del «vecchio»

Una rottura di queste dimensioni aveva bisogno di una drastica revisione del giudizio sulla storia degli ultimi secoli. L'aspirazione all'autonomia delle classi subalterne, dall'organizzazione sindacale alla rivoluzione politica, passando per le riforme sociali e il controllo pubblico dell'economia, era giudicata una parentesi tragica e il crollo del regimi comunisti doveva chiuderne la vicenda. Finito il Novecento, il secolo nel quale si era tentato di realizzare il superamento del capitalismo o il suo governo in senso sociale, resta solo il «mercato»: vale a dire che i rapporti sociali capitalistici sono ritenuti immutabili, quasi fossero una seconda natura. A differenziare il neoriformismo dalla visione conservatrice dei liberal-liberisti, restano vaghi riferimenti alla democrazia e talora un pallido «socialismo», ridotto a un'idealità da sempre presente nei cuori degli uomini, dunque spogliato della sua corposa storia, innervata, anche nelle varianti più concilianti e socialdemocratiche, dal conflitto di classe e dalla critica del sistema capitalistico.

D'altronde la «pulizia teorica» fu al centro del dibattito che nei primi anni '90 avviò l'interminabile sequenza di «svolte» politiche che hanno condotto dal Pci al Pd: e l'espulsione di parole giudicate «vecchie» e inutili («capitale» e i suoi derivati, «classe», «uguaglianza») fu parte essenziale di quella stagione. Il riformismo e il suo rovescio si chiude con una «postilla politica» che incita alla resistenza contro il «nuovo» e si pone il problema politico del «berlusconismo», prendendo atto della «netta e profonda differenza» fra sinistra e neoriformisti, ma sostenendo, al contempo, la «necessità» di «rapporti politici» fra loro.

Si può dissentire sulla «postilla» e su qualche passaggio e forse anche dubitare della periodizzazione: l'evento esterno dell'Ottantanove non ha forse investito un mondo «riformista» che, se non nelle idee, nelle cose della politica quotidiana (ad esempio nelle amministrazioni locali o nelle pratiche sindacali), era più vicino al «neoriformismo» di quanto non conceda Favilli? Tuttavia l'analisi presentata in questo libro resta preziosa: ci aiuta a prendere le distanze dal «presentismo» imperante, che impedisce di cogliere il presente come storia, di valersi della storia - come paziente analisi, non come raccontino edificante - per capire il presente. Anche perché, vent'anni dopo, è ormai evidente quale incubo reale abbia contribuito a produrre il sogno malato di un «paese normale».


(Da: il manifesto, 16.09.2009)




Paolo Favilli, studioso delle culture del socialismo italiano, in particolare delle culture economiche, insegna Storia Contemporanea e Teoria della ricerca storica all'Università di Genova. È direttore del Dipartimento di Studi Umanistici. Tra i suoi libri: Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (Bibliopolis-Fondazione Feltrinelli, 1980), Herausgabe und Verbreitung der Werke von Karl Marx und Friedrich Engels in Italien (Schriften aus dem Karl-Marx-Haus, 1988), Il labirinto della "grande riforma". Socialismo e questione tributaria nell'Italia liberale (FrancoAngeli, 1990), Storia del marxismo italiano (dalle origini alla grande guerra) (FrancoAngeli, 1996, 20002), Marxismo e storia. Saggio sull'innovazione storiografica in Italia (1945-1970) (FrancoAngeli, 2006).



Paolo Favilli
Il riformismo e il suo rovescio. saggio di politica e storia
Franco Angeli, 2009
Euro 20

mercoledì 27 ottobre 2010

A Pozzo Garitta: Terra, Legno, Luce


Il senso delle cose: a proposito di Marchionne e... Cechov



Giorgio Amico

Il senso delle cose: a proposito di Marchionne e... Cechov


Le esternazioni dell'amministratore delegato della Fiat hanno colpito anche noi non tanto per la loro arrogante banalità quanto per l'assoluta insensibilità mostrata verso le donne e gli uomini costretti per vivere a lavorare nei suoi stabilimenti. Marchionne ragiona come i generali che a tavolino pianificano battaglie che costeranno migliaia di vite. Lo stesso disprezzo per la vita degli altri, la stessa noncuranza. Come per i generali i soldati esistono solo per combattere, così per Marchionne gli operai vivono solo per produrre. La loro vita, i loro problemi non interessano, non contano nelle scelte. Non sono uomini e donne, portatori di diritti sogni e speranze, ma semplici pedine sulla scacchiera del mercato e dunque sacrificabili a piacere.

Ascoltavamo le frasi di Marchionne, assistevamo a questa esibizione arrogante di potere e ci tornavano in mente le domande che si poneva molto tempo fà un autore non “schierato” come Anton Cechov, forse il più “borghese” dei grandi autori russi, che ad uno dei suoi personaggi, il dottor Koriolov, faceva dire mentre attraversava il cortile di una fabbrica diretto alla casa padronale:

Qui c'è un malinteso, di certo... pensava. […] Millecinquecento, duemila operai lavoravano senza riposo, in un ambiente malsano, fabbricando un cattivo cotone stampato, non si tolgono la fame e solo ogni tanto, alla bettola, si riscuotono da quest'incubo; un centinaio di persone sorvegliano il lavoro e tutta la vita di questi cento se ne va nel segnar multe, in ingiurie e ingiustizie, e soltanto due o tre, i cosiddetti padroni, godono dei vantaggi, benché non lavorino affatto e disprezzino il cattivo cotone. […] E ne viene dunque che tutti questi cinque corpi di fabbrica lavorano e sui mercati orientali si vende un cattivo cotone stampato perchè Christina Dmitrievna possa mangiare storioncini e bere madera.

(A. Cechov, Anima cara, Rizzoli 1957, p.23)




martedì 26 ottobre 2010

Le parole non nascono sotto i cavoli


UNIVALBORMIDA 2010/2011



Sedi dei corsi
Sala Riunioni Biblioteca Civica – Carcare
Via Barrili, 12 – Tel. 019 5154152

Orario delle lezioni
Tutti i corsi dalle ore 16.00 alle ore 18.00 o dalle ore 17.00 alle ore 19.00

Laboratorio di Acquagym – ore 10.30 / 11.15

Laboratorio di Cucina – ore 19.00 / 22.00

Laboratorio di Cucina 2 – ore 18.00 / 22.00

Laboratorio Motorio Terza Età – ore 18.30 / 19.30

Laboratorio di Pittura – ore 15.00 / 18.00

Laboratorio di Ricamo – ore 15.00 / 17.00

Tutti gli altri Laboratori – ore 20.00 / 22.00

Quota di iscrizione ai Corsi € 40.00
più eventuali integrazioni per i vari laboratori. I costi vivi di eventuali attività fuori sede saranno a carico dei partecipanti. Prenotazione obbligatoria per i laboratori a numero chiuso da effettuarsi prima del pagamento della quota di iscrizione.

Segreteria, informazioni, moduli di iscrizione:
Biblioteca Civica “A.G. BARRILI” - Carcare – Via Barrili, 12 – Tel. 019 5154152

Anni Cinquanta


G. Genta, Anni 50

Si tende generalmente a vedere gli anni Cinquanta come un periodo grigio sospeso tra immediato dopoguerra e boom economico. Questo intervento, incisivo e frizzante, di Gian Genta cambia radicalmente la prospettiva.


Gian Genta

Anni Cinquanta


Anni Cinquanta perché sono stati talmente intensi per un secolo altrettanto breve.

Il nostro paese scopre la creatività e la presenza motrice di un nuovo modo di concepire la vita sia nella società che nelle espressioni artistiche.
L’arte il design l’architettura la moda il cinema sono pronte a mostrare una nuova interpretazione dell’energia dell’uomo che si manifesta in tutta la sua vitalità, riscoprendo quella creatività dimenticata nell’ossessione degli anni precedenti.

Sono gli anni della sperimentazione sui materiali, gli anni della plastica e della ricerca di nuove espressioni, ma al tempo stesso di una ricerca responsabile della tradizione alla quale ci si rivolge cercandone una rivisitazione critica.

Anni Cinquanta, anni in cui c’è spazio per tutto.

In politica in economia e soprattutto nell’arte esplode il senso di nuovi concetti dettati dalle formule di Fontana di Burri e di Capogrossi, delle nuove energie di Afro di Rotella di Manzoni e di Guttuso che arriva ad intitolare un suo quadro Boogie Woogie e dell’informalismo tendente al rinnovamento del concetto di creatività artistica.

Anni Cinquanta dove due tendenze quella materica e quella gestuale si contendono la liberazione dell’esistenzialismo interiore dell’artista.



Scultore, ceramista, poeta. Da sempre figura controcorrente dell'arte e della cultura savonese, gestisce tra l'altro il sito http://sculturaceramica.blogspot.com/

lunedì 25 ottobre 2010

Il tesoro dei Longobardi


Castello di Camerana
Da sempre luogo di passaggio di eserciti, l'Alta Langa non poteva non conservare il ricordo di antichi tesori nascosti.


Guido Araldo

Il tesoro dei Longobardi

La chiesa di San Floriano nel fondovalle di Camerana, in prossimità delle “case Monaco”, era la più antica delle Langhe: un documento risalente a re Liutprando, che regnò tra il 712 e il 744, ne attesta l’esistenza già in epoca longobarda.
La chiesa de “Sancti Floyrani” è citata nel Registrum delle Costituzioni Isnardi del 1325 (Conterno, anno 1986, p. 98), e faceva parte della diocesi di Savona nell’ambito dell’antichissimo plabatus de Gudega, che estendeva la sua giurisdizione sull’ecclesia di Saliceto e sui territori di Lavaniola, quae dicitur Gauta Sicca, Camairana e Cinglo. Da documenti risalenti al sec. X risulta che questa chiesa dipendeva dall’Abbazia benedettina di San Pietro in Varatella presso Albenga (Conterno, anno 1986, p. 126 n. 91; e padre Ferro, anno 1977, p. 30).
Questa chiesa, probabilmente già sconsacrata a metà del 1600 e demolita cinquant’anni fa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu oggetto di una storia strana, i cui documenti vennero ritrovati a Dublino, dopo che le truppe napoleoniche li avevano saccheggiati con molti altri, in centinaia di casse, per portarli a Parigi.
Si trattò di un processo per stregoneria, intentato dai Domenicani a Casale Monferrato nei confronti di due eccentrici mulattieri, sudditi del marchese di Gorzegno che all’epoca estendeva la sua autorità fino ad Albaretto della Torre, con un’ampia porzione delle Valli Bormida e Belbo inclusa nel suo marchesato.
I due mulattieri furono accusati dal cuoco del marchese di scavare nottetempo nella chiesa di San Floriano, alla ricerca di un tesoro dei Longobardi. A guidarli era un parroco, la cui identità non è stata mai svelata. Il parroco recitava misteriose giaculatorie, leggendo su un’antica pergamena che, a suo dire, avrebbe favorito il ritrovamento di questo ingentissimo tesoro sepolto sotto la chiesa. Pare che il cuoco del marchese li avesse accusati poiché escluso da quei promettenti scavi sotto complice luna piena. Non è chiaro se vi fosse coinvolto anche un bambino, che reggeva delle candele allo scopo di favorire la lettura magica del sacerdote.
Quando i gendarmi del marchese si presentarono ad arrestare i due mulattieri “archeologi”, il comandante delle guardie, che probabilmente li conosceva, fu mosso a pietà e gli consigliò di autoaccusarsi per l’esercizio di pratiche magiche, allo scopo di evitare la detenzione nel forte di Ceva, dove i prigionieri raramente superavano l’inverno. Infatti, poiché il reato contestato era stato commesso a Camerana, territorio del Ducato Sabaudo, i due mulattieri dovevano essere condotti nel forte di Ceva le cui prigioni, note come “le misericordie”, erano buche scavate nel tufo, coperte da una pesante grata: umide, buie, senza il minimo riscaldamento, infestate da topi e scarafaggi. Non era raro che i superstiti a un simile trattamento impazzissero. Di tutt’altro tenore, invece, le prigioni della Santa Inquisizione dove il trattamento era più umano e dove bastava dare sfoggio di sincero pentimento per evitare la condanna al rogo, per la verità riservata agli eretici. E poi, si erano mai visti masconi sul rogo? A finire nelle fiamme, nelle peggiori delle ipotesi, erano le streghe! Indubbiamente piaceva di più vedere una donna contorcersi nel fuoco, che un uomo!
Pertanto, allo scopo di evitare l’esperienza delle terribili “misericordie”, i due mulattieri fecero tesoro del consiglio del comandante delle guardie e si dichiarano masconi. Sì, sì, avevano praticato l’arte della magia! Si dissero amici di una potentissima masca di Mombarcaro, mai identificata, in grado di far essiccare e ammuffire il fieno nei prati. Più ancora si dichiararono complici di certi frati e chierici nel commerciare i “bigliettini magici”, derivati da pergamene poste sotto la tovaglia dell’altare, durante la celebrazione della santa messa da parte d’ignari parroci. Una volta “santificate” dal rito eucaristico, queste pergamene venivano recuperate e tagliate in piccole strisce, dove frati o chierici truffaldini scrivevano frasi magiche in latino. Se portati a contatto dei genitali, questi “bigliettini magici” guarivano dall’impotenza o da malattie veneree, ad ogni modo aumentavano la prestanza erotica. Se portati all’altezza del cuore, in qualche tasca di camicione o giubba, facevano innamorare le donne. Se nascosti nei cappellacci, erano in grado di deviare le palle di archibugio durante gli scontri a fuoco con i “corridori” sabaudi, gli antesignani dei Finanzieri, o in sporadici “regolamenti di conti”.
La sorte dei due ingegnosi mulattieri non è nota.; ad ogni modo riuscirono ad evitare la detenzione nella prigione del forte di Ceva, autentica anticamera della morte. Furono infatti sottoposti a indagine ecclesiastica, indubbiamente più mite.
Resta il fascino e il mistero del tesoro dei Longobardi, nascosto da qualche parte, non lontano dalle rive della Bormida, a Camerana.


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 23 ottobre 2010

Giardini, non muri


E' possibile la pacifica convivenza di israeliani e palestinesi? Qualcuno pensa di no e si arma puntando a un regolamento di conti definitivo. Una minoranza, composta soprattutto da donne, crede possibile un percorso di pace fatto di piccoli gesti concreti.

Le immagini sono tratte dal film israeliano "Il giardino dei limoni".

Daphna Golan

Giardini, non muri

Adesso che la prima pioggia autunnale è caduta, è diventato ancora più chiaro che la soluzione del conflitto Israelo-Palestinese è da cercare nell’orto di Michelle Obana, e non nel pacchetto di aiuti militari che suo marito ha offerto in cambio del proseguimento della moratoria sugli insediamenti.
Iniziamo dunque proprio dalla moratoria. Poco dopo la sua elezione, ho consigliato a Barack Obama di abbonarsi ai giornali locali di Gerusalemme, così che potesse essere costantemente sorpreso dall’estensione delle costruzioni nelle colonie. Questa settimana la rivista Kol Ha’ir Plus offriva in vendita dozzine di appartamenti di lusso nelle colonie intorno a Gerusalemme. Un’intera pagina prometteva "un respiro profondo sulla cima delle colline di Gerusalemme" o "una vista sulla pittoresca vallata con un’antica piantagione di ulivi"; un’altra pagina proponeva lussuosi attici con doppio posto auto coperto ad Har Homa, e mostrava un ambizioso progetto a Pisgat Ze’ev. Un’altra ancora era dedicata al nuovo quartiere realizzato nella colonia di Har Gilo. Può anche darsi che Israele abbia fermato le costruzioni in alcune, isolata colonie; ma di certo la moratoria non è stata applicata a Gerusalemme e nei suoi dintorni. Per 43 anni Israele ha espropriato terra alla popolazione palestinese, costruendo soltanto per gli ebrei. Potranno forse fare qualche significativa differenza 60 giorni di congelamento?
Se solo Michelle Obama potesse semplicemente dare un’occhiata ai quotidiani di Gerusalemme, si renderebbe conto che il suo uomo forse ha compreso quale sia uno dei maggiori problemi, ma che la sua risoluzione non passa certo attraverso una moratoria o un pacchetto di aiuti militari, comprensivi di una maggiore dotazione di armamenti.
Per dirla con il "pensiero verde", tu congeli degli ortaggi quando non puoi mangiarne di freschi: inviare armi ad un paese che, con sempre maggiore frequenza, utilizza i suoi armamenti semplicemente per acquistarne di più sofisticati per guerre che non sono necessarie, non è né "verde" né saggio.
La passione di Michelle Obama per i prodotti locali e le coltivazioni biologiche, e il suo "pensiero verde", potrebbero aiutarci a costruire un futuro di pace. Seguendo un modo di pensare ecologico e sostenibile, con le prime piogge pianti i semi invernali, e metti da parte l’acqua per le calde e secche giornate d’estate. Adesso, in autunno, noi speriamo solo che la prossima estate Nadia – che vive a Betlemme – possa usufruire di acqua corrente ogni giorno, e non solo una volta ogni tre settimane, come è accaduto quest’anno.
I dialoghi di pace, così come la coltivazione della terra, parlano del presente, del passato e del futuro di questa terra che dividiamo, della pioggia e del futuro dei nostri figli. Le generazioni a venire hanno il diritto di continuare a mangiare verdure coltivate con amore e senza sostanze tossiche, così come i nostri confini dovrebbero essere marcati da giardini verdi, non da muri, barriere e soldati.




Mezzo milione di israeliani oggi vive nelle colonie, e la loro costruzione continua. Forse, invece che al congelamento delle costruzioni dovremmo pensare a come congelare la costruzione di tutti i pericoli ecologici. I liquami provenienti dalla colonia di Beitar Illit per anni hanno contaminato i campi biologici dei coltivatori di Wadi Fuqin, uno dei borghi agricoli più belli del mondo. Il muro di separazione minaccia di mangiarsi la poca terra che ha lasciato al villaggio. La costruzione di Beitar Illit ha già prosciugato tre delle dodici sorgenti naturali che irrigavano i piccoli campi.
Che succederebbe se tutta la distruzione del paesaggio venisse congelata? La costruzione del muro di separazione nel villaggio di Walaja, appena sotto il nuovo quartiere nella colonia di Har Gilo, non si è fermata per un solo momento. Nonostante sia stata presentata una petizione (o forse proprio a causa di questo) all’Alta Corte di Giustizia contro il tracciato della barriera, gli enormi bulldozer non hanno smesso di lavorare giorno e notte. Stanno distruggendo quella poca terra lasciata per l’agricoltura a Walaja, per costruire un brutto muro di cemento decorato con piastrelle colorate, ma solo sul versante rivolto ai nuovi coloni di Har Gilo. La costruzione del muro deve essere congelata immediatamente. La demolizione di case e l’espulsione dei palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah e negli altri quartieri di Gerusalemme deve fermarsi. La fornitura di armi per mantenere costante l’occupazione deve fermarsi.
Negli Stati Uniti sono stati piantati centinaia di orti comuni sono seguendo l’esempio dato da Michelle Obama con il suo orto biologico. Anche qui il nostro futuro dipende da un modo di pensare collaborativo, che dia la possibilità di avere una vita dignitosa ed un’equa distribuzione delle acque e delle terre tra tutti coloro che piantano, e che sperano di raccogliere frutti. Attraverso un pensiero "verde" non si potrà continuare a costruire enormi appartamenti con due posti auto coperti per gli ebrei sulla terra dei palestinesi, a cui è proibito persino coltivare la propria terra, piantare ortaggi, raccogliere olive. Attraverso un modo di pensare ecologico non si potrà chiedere di inviare cibo a Gaza via mare. Che razza di futuro hanno queste persone? Non dovrebbero poter coltivare la terra alla luce del sole invece che contrabbandare cibo attraverso i tunnel? C’è una qualche valida ragione per non portare il dialogo di pace sulla questione di come tutti noi, ebrei ed arabi, possiamo condividere l’abbondanza di terre e di piogge in uguaglianza e dignità?
I dialoghi di pace si sono focalizzati su un temporaneo congelamento delle colonie nascondendo una grande questione nella quale le donne potrebbero essere coinvolte, così come dovrebbero esserlo i coloni e i membri di Hamas. Le nostre speranze non dipendono da un congelamento temporaneo, ma dalla coltivazione di un futuro verde, insieme.
La lotta tra due popoli che rivendicano questa terra come propria forse dovrebbe essere focalizzata sulla costruzione di altra terra. Ma invece di lasciarlo fare a uomini che credono nel potere, e nell’averne sempre di più, potremmo imparare da Michelle Obama a piantare insieme i semi della speranza.

Daphna Golan, è insegnante presso la Hebrew University di Gerusalemme ed ha a lungo diretto Bat Shalom organizzazione di donne israeliane unite alle donne palestinesi nel Jerusalem Link.

(Traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra e Luisa Morgantini, Associazione per la Pace)

(Ripreso dal Blog: Nessuno escluso)

venerdì 22 ottobre 2010

Il realismo metafisico di Edward Hopper


Morning Sun (1952)

Una pittura fatta di sguardi e silenzi. E di luce. Nessuno meglio di Edward Hopper ha saputo individuare nella solitudine e nell'impossibilità di comunicare la caratteristica di fondo della società contemporanea. Un artista che amiamo e che riproponiamo con questo articolo un pò datato, ma ancora di grande interesse.


Giovanna Canzi
Il realismo metafisico di Edward Hopper



Una donna siede sola nella stanza di un Motel. Un faro, colpito dalla luce, irradia un candore irreale. Una coppia, stanca e silenziosa, aspetta in un bar che la notte finisca. Tracce di un racconto non scritto, ma solo accennato, si inseguono nelle opere di Edward Hopper, in mostra, fino al 19 agosto, al Museum of Fine Arts di Boston. L'America degli interni newyorkesi e delle lande desolate, dei ristoranti vuoti e delle case vittoriane, l'America raccontata più tardi da Robert Altman e da Raymond Carver, si delinea in tutto il suo nitore nelle cento opere, che ripercorrono il cammino del grande artista. Prima di volare per Washington e Chicago, la ricca esposizione celebra l'estro creativo di un pittore, che ha saputo restituire un'immagine quanto più realistica e nel contempo misteriosa del suo tempo.


Summer Interior (1909)

Dai primi lavori realizzati dopo i viaggi in Europa e chiaramente influenzati dall'Impressionismo francese - soprattutto Edgar Degas lo guiderà nei suoi nudi - alle incisioni e acqueforti, che gli donarono i primi apprezzamenti, fino alle opere più famose, entrate nell'immaginario collettivo, come le rappresentazioni più vivide e oggettive dell'America del XX secolo, in ogni lavoro possiamo riconoscere la tensione dell'artista che "ha sempre usato la pittura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le reazioni più intime di fronte al soggetto".


Nighthawks (1942) Dettagli

Formatosi alla New York School of Art, Hopper grazie all'insegnamento di William Merrit Chase, Kenneth H. Miller e Robert Henri, si accostò a quel "Realismo americano"che elevava a dignità di soggetto la vita urbana della provincia e si contrapponeva al preponderante modello europeo allora in voga. Ecco, dunque, come protagonisti privilegiati distributori di benzina, caffè, drugstore, camere d'albergo e negozi, intrisi, tuttavia, di un'atmosfera irreale, enigmatica, immobile.


Gas (1940)

Il suo realismo, evidente nei temi, sfuma in una tensione metafisica - come sottolinea Elena Pontiggia in "Edward Hopper. Scritti interviste testimonianze", Abscondita Milano 2000 -, per nulla estranea all'ispirazione dechirichiana. Più che la solitudine, spesso considerata come l'unica chiave interpretativa dell'opera di Hopper (lo stesso artista disse "Si parla troppo di solitudine"), ciò che interessò maggiormente al pittore fu, infatti, il tentativo di rappresentare i fondamenti della natura e dell'uomo. Una ricerca ontologica, più che psicologica, che lo guidò nel tratteggiare personaggi assorti in una luce fredda e calati in un'ora di infinita attesa. Quadri che - come vere e proprie inquadrature fotografiche - sorprendono un attimo di vita, la ritagliano entro un campo prefissato e rivelano uno sguardo a tratti voyeristico.


Room in New York (1932)

Ben lo dimostrano le opere che spiano attraverso una finestra illuminata la vita silenziosa che scorre all'interno, come in "Apartment House" del 1923, o quelle che indugiano su un personaggio assorto nella sua solitudine, come "Automat" del 1927. Il suo procedere, oltre che essere particolarmente legato alla tecnica fotografica, è sottilmente connesso al mondo del cinema e del teatro. Legate alle immagini cinematografiche sono, infatti, tutte le scene di interni - dagli uffici alle hall degli hotel -, dove il sapiente uso delle luci, disegna ombre nette e ben definite. Oltre a ciò l'insistenza nel rappresentare ciò che accade in una stanza non può non richiamare alla mente l'opera di Alfred Hitchcock (la famosa "La finestra sul cortile"), il cui rapporto con Hopper fu stretto e caratterizzato da un reciproco rispetto, tanto che il regista ambientò il suo "Psyco" in una villa molto simile a quella di "House by the Railroad" del 1925.


House by the Railroad (1925)

Accanto alle scene metropolitane - sempre sorprese, tuttavia, in momenti di immobilità e di stasi assoluta - la retrospettiva di Boston mette in luce i numerosi temi esplorati dall'artista.


The lighthouse (1929)

Le limpide atmosfere del New England - perfette per i suoi studi dedicati alla luce -, i poetici fari, solitari ed alteri, le case vittoriane o le rappresentazioni legate al mondo del teatro, quando, calato il sipario, ci si aspetta di scoprire "uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo… il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità".

(Da: Il sole 24 ore, 18 maggio 2007)

giovedì 21 ottobre 2010

Da leggere: Herta Müller, L'altalena del respiro

L'ultimo romanzo della scrittrice tedesca, ma di origine romena, premio Nobel per la letteratura 2009. Una straordinaria prova di scrittura e di impegno civile.

Michele Lauro

L'altalena del respiro

Pensato in origine come racconto a quattro mani con Oskar Pastior, poeta rumeno-tedesco, L’Altalena del respiro (Feltrinelli) è l’ultima, emozionante prova narrativa di Herta Müller. La scrittrice Premio Nobel ha ricomposto i manoscritti compilati attraverso ore e ore di conversazioni con il suo mentore, scomparso nel 2006, elevando ad altissima dignità letteraria un tema chiave del Novecento: la deportazione.
Gennaio 1945: mentre l’Europa occidentale festeggia la liberazione e la denuncia dei superstiti dei campi di concentramento scuote la coscienze, la minoranza rumena di lingua tedesca si appresta a subire la violenza dei lavori forzati. I suoi giovani fra i 17 e i 45 anni pagarono con cinque anni di deportazione l’adesione del dittatore Antonescu al regime hitleriano, scusa ufficiale la “riparazione dei danni di guerra”. Fu un tragico oltraggio alla storia, perpetuatosi nel tempo con la persecuzione degli oppositori al regime di Ceausescu, raccontate da Herta Müller nel Paese delle prugne verdi.

“Le cose designate con la parola lager hanno una specie di nascondiglio”, ha detto Herta Müller richiamando l’etimologia della parola tedesca, che significa “magazzino”. Così, nascosta nelle pieghe, nei sussurri delle famiglie – ma sempre riaffiorante nel detto e nel non detto – era tenuta l’esperienza del campo di lavoro, comune a molti connazionali della scrittrice, compresa sua madre. La Müller intinge il cuore e la penna in quel grande rimosso collettivo dando la parola al protagonista Leo, alter ego diciassettenne di Oskar Pastior.

Malgrado siano sempre spunti di vita quotidiana a titolare i brevi capitoli, la narrazione segue un filo onirico, errabondo, simbolico. A scandire il tempo è il meccanismo pietoso di un orologio a cucù senza volatile. Nel nome dell’Angelo della fame, suprema entità che nel lager ha preso il posto del Dio cristiano, i significati si staccano dagli oggetti, che prendono vita propria stringendo un patto di alleanza con Leo. Croste di pane, bietoloni, blocchi di cemento, pettini da pidocchi, galosce, pale a forma di cuore diventano talismani, le parole e i sogni baluardo di resistenza. Quando l’ultimo barlume di compassione è seppellito sotto la cenere del cinismo, nel campo le relazioni umane vengono bandite e tutto comincia a ruotare attorno a quei pochi miseri oggetti inanimati. Da cui dipende la sopravvivenza.

È un romanzo di eccezionale presa emotiva, umile e nel contempo visionario. Lo percorre un afflato spirituale che consegna alla mente il potere sul corpo. “So che tornerai”, la frase con cui la vecchia nonna si congedò da Leo, diventa un mantra che accompagna le giornate del protagonista per cinque lunghi anni. La discesa agli inferi è insieme un’ascesi che si ciba di precise classificazioni di oggetti (dal carbone alle scorie ferrose, dalle pale ai pidocchi) e brevi, folgoranti meditazioni. Perché quando il corpo soffre la fame, i sensi si fanno sempre più acuti e la potenza della visione diventa strumento di sopravvivenza.

Ma è vero anche l’esatto contrario. Il corpo domina la mente, per nient’altro c’è spazio se non per le sensazioni legate alla deprivazione del cibo. Lo stupro della dignità umana non si cancella. L’uomo che torna non è (non sarà mai) più sé stesso: il deportato ha venduto per sempre l’anima al suo Angelo della fame. L’uomo che torna a casa è lo Schivante, colui che sfugge ogni contatto, dal cervello “bisognoso di sottomissione”. È l’universale messaggio che proviene dai lager di ogni tempo e luogo.

Coniugando al rigore morale una straordinaria forza metaforica, Müller/Pastior trasformano in musica dell’anima il trauma della deportazione. Qualcuno ha parlato di estetizzazione della sofferenza. Io sono rimasto invece profondamente scosso dalla pacata esaltazione del tratto più nobile (e disperato) dell’uomo – quello che trova un dio nelle piccole cose, nella custodia di un grammofono e nel fazzoletto ricevuto in dono, nelle pozze dei rifiuti da contemplare come fugaci ninfe, nella breve felicità delle scorie fredde degli altiforni. Tutto il resto è puro istinto bestiale. Gelido silenzio della steppa.



Oskar Pastior con Herta Müller

Domenico Pinto

Herta Müller

Nata nel 1953 a Nitchidorf, comune di millecinquecento anime della Romania appartenente alla minoranza degli Svevi del Banato (un ramo della più vasta famiglia degli Svevi del Danubio) Herta Müller porta scritto nel palmo della mano un destino di duplice oppressione. Prima c’era stata la violenza sovietica verso un paese fascista, che con Antonescu era stato alleato di Hitler: dal gennaio del 1945 tutti i tedeschi romeni tra i diciassette e i quarantacinque anni vennero deportati nei campi di lavoro per la riparazione dei danni di guerra; poi l’oppressione delle minoranze coabitanti, inasprita dal regime di Ceausescu, che facendosi beffe della Costituzione portò il numero dei tedeschi presenti in Romania, tra il 1956 e il 1989, a rarefarsi fino a un decimo rispetto agli anni dell’immediato dopoguerra.
Con Franz Hodjak, Werner Söllner e Richard Wagner, Herta Müller è parte di una costellazione di autori che dagli anni Ottanta ha aperto nella letteratura di lingua tedesca nuove prospettive e conquistato nuovi spazi espressivi, facendo scoprire al lettore – insieme a quella della Germania dell’Ovest e dell’Est, austriaca e svizzera – l’esistenza di una « quinta letteratura tedesca», innervata da una lirica notevole, posta sul confine di una doppia opposizione: tra il potere della tirannia e quello altrettanto dispotico della conservazione, nel mondo pietrificato di ieri.
In gioventù, Herta Müller recise undoppio vincolo: sul piano politico si rifiutò di collaborare con la Securitate, il servizio segreto della Romania comunista, perdendo così il lavoro di traduttrice alla fabbrica in cui lavorava; e sul piano della parola inaugurò la sua produzione scrivendo le prose di Bassure, che disegnano, nella forma dell’anti-idillio, la vita contadina dell’enclave tedesca. L’opera, che venne censurata in Romania ma uscì nel suo aspetto originario in Germania (edita da Rotbuch nel 1984) consiste di quindici miniature rappresentanti un mondo malvagio, attraversato dall’odio e dalla violenza, arroccato nel cattolicesimo e nella superstizione, corrotto, isolato, cieco a ogni progresso.
Scattò a questo punto la mordacchia del regime: a Herta Müller venne vietato pubblicare e lavorare tout court, con la conseguenza di costringerla a lasciare il paese insieme al marito di allora, il poeta Richard Wagner, alla volta della Repubblica Federale Tedesca, dove la sua intensa attività di scrittura avrebbe trovato modo di svilupparsi.
La prosa concentrata, precisa, a tratti intermittente di Müller, che non di rado presenta venature liriche, bascula continuamente tra l’andare e il rimanere, è alla ricerca di una patria, essendo la propria avvelenata da Ceausescu «il padre di tutti i morti», ritorna sul passato che stenta a passare, tira le somme della militanza del padre nelle SS. L’insieme dei temi trattati non è del tutto nuovo, ma forse proprio perché proviene dalla voce di una area geografica marginale al nostro mondo, ci arriva con una forza speciale, e poi persiste a lungo nella nostra mente.
In Italia il destino editoriale di Herta Müller, a fronte di una produzione ormai cospicua, conta pochi titoli: oltre a Bassure (Editori Riuniti 1987), conoscevamo soltanto il romanzo breve In viaggio su una gamba sola (Marsilio 1992), finché il coraggioso piccolo editore Keller ha stampato, in tempi recenti, quello che forse è il suo capolavoro, titolandolo Il paese delle prugne verdi. Tra queste pagine colorate a tinte forti, la narratrice percorre la propria infanzia, i suoi studi, l’approdo al lavoro, e descrive le articolazioni del potere e il controllo, onnipresente, esercitato sui cittadini. Ma il primo piano è destinato alla quotidianità di quattro giovani dissidenti, fra gli anni Settanta e gli Ottanta, che fuggono dal dispositivo totalitario del loro paese approdando nella Germania dell’Ovest, così che il libro finisce per divenire uno struggente apologo di ogni Heimat.
Negli anni, ormai stabilita in Germania, la scrittrice ha guadagnato riconoscimenti e sommato altri titoli: al Paese delle prugne verdi ha fatto seguire un terzo romanzo (Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, 1997), in cui riprende il racconto della dittatura rumena, rappresentandola quasi come una storia trascendentale dell’uomo. E contemporaneamente ha scritto diversi volumi di poesia – fra cui Die blassen Herren mit den Mokkatassen (2005), in cui amplia il suo universo di collage foto-testuali, mosaici, puzzle ottici, accampando giochi di parola con piglio scurrile e surrealista. All’ultimo e più ambizioso progetto – l’appena pubblicato Atemschaukel («Altalena del respiro»), edito da Carl Hanser Verlag – Herta Müller affida la rottura di quel tabù, anch’esso pietrificato, che riguarda la deportazione in Russia dei tedeschi rumeni, puniti come nemici, per ritorsione esemplare contro una nazione che, sotto il regime fascista, era stata fra le più zelanti nel collaborare con i nazisti.
Nel 2001 Herta Müller incontrò Oskar Pastior – il grande lirico bilingue di origine transilvana, morto nel 2006 – e da allora si dedicò a amplificarne la voce. Raccolse tutti i suoi ricordi a penna, trasferendo la lingua contratta e stenografica di quel virtuoso della parola in una struttura pienamente romanzesca. La base documentaria di Pastior, le sue memorie – era stato a lungo prigioniero in Ucraina – fanno di questo libro quasi un’opera scritta a quattro mani con un morto. E la rendono una tra le testimonianze più alte della ricerca di una patria, da parte di chi, come Herta Müller, ha dedicato la propria scrittura all’inseguimento di un asilo, di un luogo di accoglienza, dopo avere vissuto esperienze capaci di annientare.

(Da: Il Manifesto, 09.10.2009)


Herta Müller
L’altalena del respiro
Feltrinelli 2010
€ 18,00

mercoledì 20 ottobre 2010

Cultura Occitana 2010




Nel mese di novembre la Provincia di Cuneo, al fine di promuovere e valorizzare la minoranza linguistica occitana fortemente radicata nel proprio territorio, presenta nuovamente il consueto programma Cultura Occitana che quest’anno propone una rassegna musicale, aperta a tutti e ad ingresso gratuito, secondo il seguente programma:

Martedì 2 novembre COROU DE BERRA - Canto polifonico delle Alpi del Mediterraneo. Direzione Michel Bianco. Il sestetto di Nizza, uno dei migliori gruppi corali d’Europa sulla scena da oltre un ventennio, si è esibito nei maggiori festival ed ha all’attivo 11 album: proporrà un repertorio a cappella di arie popolari delle Alpi Marittime.

Martedì 9 novembre GAI SABER - Di Macabrè la danza. Un nuovo spettacolo musicale dei Gai Saber con la regia della Compagnia Melarancio per la parte teatrale e la presenza delle coreografie di Valentina Taricco per la danza; spettacolo ispirato agli affreschi della danza macabra di Macra. Precederà lo spettacolo una presentazione del tema iconografico e della lingua della danza macabra a cura della Dott.ssa Rosella Pellerino.

Martedì 23 novembre AZIMANTS AMOR VERAIA. Arriva da Torino il sestetto nato dall’incontro di musicisti e linguisti, che si propone di offrire letture della lirica monodica profana medievale rigorosamente filologiche nell’interpretazione testuale e musicale, restituendo, allo stesso tempo, al documento storico vitalità e freschezza espressiva anche grazie a parti delle Vidas dei trovatori recitate dall’attore Mario Brusa.

Martedì 30 novembre A FIL DE CIEL – Vertigo. Il quintetto cuneese, che dopo dieci anni di attività ha aggiunto alla propria formazione contrabbasso e viola, proporrà, per voce ed oltre 20 strumenti, brani sacri e popolari occitani con incursioni nelle tradizioni musicali di minoranze linguistiche europee.

Tutti gli appuntamenti sono previsti per le ore 21 presso la Sala B, Centro incontri della Provincia di Cuneo in Corso Dante 41 a Cuneo.

L’iniziativa è finanziata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il programma degli interventi previsti dalla Legge 482/99 coordinato dalla Regione Piemonte.

L’organizzazione è curata da Espaci Occitan: per informazioni tel 0171 904075, segreteria@espacioccitan.org e www.espaci-occitan.org

Retrospettiva di Renzo Bonfiglio alla Galleria d'Arte del Cavallo





Dal 23 ottobre al 23 novembre 2010
Inaugurazione 23 ottobre 2010, ore 17.00

Presso la Galleria d'Arte del Cavallo
Via Fratelli Cervi 1, Valleggia di Quiliano

Orario Mostra: tutti i giorni dalle ore 17.00 alle 19.00



Dopo 25 anni la Galleria d' Arte del Cavallo offre l'opportunità di proporre una nuova retrospettiva del pittore Renzo Bonfiglio, infatti l'ultima grande mostra a lui dedicata risale al 1985, poco prima della sua morte.

La figura di Bonfiglio è molto nota e la sua fama radicata nel territorio. Nato e cresciuto a Vado Ligure ha operato in loco per tutta la sua lunghissima vita.
Figlio d'arte, il padre Giuseppe, noto decoratore della seconda metà del XIX sec., ha lavorato molto a Vado e dintorni e ha trasmesso al figlio il suo “mestiere”, non facile se non supportato da una autentica abilità personale che Bonfiglio ha affinato frequentando l'Accademia Albertina di Torino al tempo del suo servizio militare in quella città . Ha iniziato giovanissimo a produrre opere personali e decisamente interessanti sul piano artistico ...
Nella sua pittura c'è una accurata ricerca nella composizione, la luce che contribuisce a creare profondità, il colore solitamente pacato in alcune opere si accende e contribuisce a dare drammaticità alla scena. In molti quadri le figure vengono stilizzate in netto contrasto con altri lavori dove la figura, che è uno dei temi ricorrenti nelle sue opere, è trattata in modo assolutamente accademico sia nelle proporzioni che nella stesura del colore, con pennellate rigorose, con luci e ombre naturali che scivolano lente sulle superfici ben trattate o un ulteriore modo di esprimersi fatto di pennellate rapide, imprecise, ma cariche di suggestioni cromatiche e colpi di luce e ombre decisamente espressionista."

La curatrice della mostra Roberta Porsenna

" Le opere di questo artista, che fece della riservatezza uno stile di vita difeso anche a costo di rinunciare a ben meritati onori, colpiscono anche chi dell’arte non sappia decifrare i linguaggi per il senso di vicinanza all’uomo, a tutti gli uomini, che da esse traspare, per la schiettezza degli sguardi che Bonfiglio sa fermare sulla tela. Credo che per questi motivi debba essere maggiormente conosciuto e apprezzato...."

Alberto Ferrando
Sindaco di Quiliano

martedì 19 ottobre 2010

Da leggere: Cohen, Socialismo perchè no?



"Socialismo" sembra essere diventata ormai una parola impronunciabile. A usarla si corre il rischio di essere guardati, se va bene, come inguaribili utopisti incapaci di staccarsi dalle ideologie del secolo scorso. Ma è davvero così? Un piccolo libro del filosofo canadese Gerald Cohen afferma il contrario.


Goffredo Fofi


Qualcuno era socialista


Il socialismo, diceva Albert Einstein, è il tentativo dell’umanità di superare e lasciarsi alle spalle la fase predatoria dello sviluppo umano». Lo ricorda alla fine di un candido e convincente libricino intitolato Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie, 60 pagine, 9 euro; la traduzione è di Francesca Valente) il filosofo canadese Jerry Cohen, morto purtroppo un anno fa, che aggiunge: «Qualunque mercato, anche un mercato socialista, è un sistema di predazione. Fino a questo momento il nostro tentativo di superare i rapporti di predazione è fallito. Ma non è detto che la giusta conclusione sia arrenderci».

Consiglio caldamente la lettura di queste pagine ai nostri saccenti, ignoranti, chiacchieroni, cinici funzionari della politica, e consiglio loro anche l’ultimo numero della rivista americana Dissent, notoriamente di buon senso nelle sue riflessioni sul presente degli Usa e del mondo, ricordando che i nostri politici di sinistra sono in generale più yankee di Obama e più capitalisti di Marchionne. Nel numero dell’estate c’è un dibattito molto interessante intitolato Socialism Now? Intervengono Sheri Berman, che si chiede che fine ha fatto la sinistra europea (e una risposta dall’Italia non potrebbe che essere comica e disastrosa) e Robin Blackburn sulla crisi odierna del modello capitalista, mentre Jack Clark si chiede cosa dovrebbe e potrebbe fare un presidente un po’ socialista negli Usa di oggi e lo stesso Michael Walzer, che non è un testa calda, si pone il problema di «quale socialismo».

L’aspetto più interessante del pamphlet di Cohen è il suo punto di partenza, nientemeno che… il campeggio, come modello di socialismo reale, dove si pratica senza saperlo «un sistema di vita socialista preferendolo alle altre alternative possibili» e dove si realizzano ideali di uguaglianza e ideali di comunità, o meglio di uguaglianza delle opportunità. Dopo la descrizione – bella e convincente – di questo modello, Cohen si chiede se, ammesso che possa essere realizzabile, il socialismo sia anche desiderabile, e si confronta con le ideologie del mercato, che «1) fa leva su motivazioni di bassa lega, 2) per fini desiderabili; ma 3) producendo anche effetti indesiderabili, compreso un alto grado di disuguaglianza».

Infine, se «l’aspirazione socialista è di estendere il senso della comunità e la giustizia a tutta quanta la nostra vita economica», è indispensabile difendere la comunità «dall’aggressiva minaccia del principio di mercato». «Qualsiasi tentativo di realizzare l’ideale socialista si scontra con l’irriducibilità del potere capitalista e l’egoismo individuale» (cui può servire da antidoto il “modello campeggio”) ma non è sufficiente constatarlo per rinunciare all’impresa: contribuire a superare “la fase predatoria dello sviluppo umano” resta il compito fondamentale di coloro che temono le tendenze del presente, affermate dal dominio dell’oligarchia capitalista e della sua morale, della sua capacità di corrompere o annichilire.

Essa ama presentarsi come l’unica possibilità disponibile, e ha a disposizione della sua propaganda tutti coloro che ne possono trarre vantaggi o che si sono lasciati abbrutire dal coro unanime di chi sostiene che è questo l’unico modo possibile di stare sulla terra, oggi e proprio oggi. Ci si fa piacere, grazie al vantaggio particolare che se ne ricava e grazie alla sfiducia ossessivamente diffusa nella possibile realizzazione di un altro modello, tutta la sua merda o barbarie, si comprano e conquistano con quattro denari e un po’ di fama transitoria i diffusori di questo modello allo stesso modo in cui Berlusconi compra e conquista i suoi lacchè. E intanto, dice Cohen da una tenda del suo campeggio ideale, il “gigantesco abisso” che separa i ricchi dai poveri nel mondo capitalista è destinato crescere ancora, e la differenza tra loro non dipende certo dalla fortuna o dall’azzardo. Oggi il gioco d’azzardo lo si può evitare ma il mercato no: «il mercato è un casinò dal quale è molto difficile fuggire, ed è per questo che le disuguaglianze da esso prodotte sono macchiate dall’ingiustizia».

Non so se Cohen è, come ha scritto qualcuno sul The Guardian il miglior filosofo politico che la sinistra abbia avuto negli ultimi decenni. Ma fa certamente piacere vedere che in giro per il pianeta ci sono ancora pensatori e studiosi che sanno che un’alternativa al sistema capitalista è ancora possibile. Nel nichilismo diffuso che pervade i migliori tra noi e che è alla base della morale dei nostri politici economisti intellettuali, tutti convinti che non c’è altro da fare che “accettare”, fa certamente piacere non sentirsi troppo soli.

(Da:L'Unità,9 ottobre 2010)


Gerald A. Cohen
Socialismo, perchè no?
Ponte alle Grazie 2010
€ 9,00



Goffredo Fofi (Gubbio, 15 aprile 1937)saggista, critico letterario e critico cinematografico italiano, ha collaborato a riviste storiche come Quaderni Piacentini, Ombre rosse, Linea d'ombra. Tra le sue opere: Il cinema italiano, servi e padroni; Capire con il cinema. 200 film prima e dopo il '68; Totò, l'uomo e la maschera; L'avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti.

lunedì 18 ottobre 2010

La "Divina Commedia" come viaggio iniziatico (3)



Ultima puntata del viaggio di Guido Araldo alla scoperta dei legami fra l'opera di Dante, i Tarocchi e la tradizione massonica

Guido Araldo

La "Divina Commedia" come viaggio iniziatico (3)

Ma torniamo all’Angelo (individuabile inequivocabilmente con l’arcangelo Michele, difensore dell’Occidente cristiano) che sta seduto sulla soglia di diamante, con i piedi appoggiati sul gradino rosso, e incide sette "P" sulla fronte di Dante: tante quante le cornici del Purgatorio. Poi ne apre la porta usando due chiavi: una d'argento e l’altra d'oro, le chiavi di San Pietro. A questo punto Stazio, che incontra non casualmente i due “viandanti” mentre canta “Gloria in excelsis Deo”, è il “poeta appeso sul mondo”



il saggio che ha saputo liberarsi dai metalli, come nelle antiche raffigurazioni “dell’appeso per i piedi”, dove le monete sembrano piovere dalla giubba.
Secondo Dante, Publio Papino Stazio, autore dell’Achilleide, della Tebaide e di raffinate poesie note come “Silvae”, opere molto apprezzate in epoca medioevale, fu tra i primi pagani a convertirsi al cristianesimo nella città di Roma (evento, per la verità, estremamente improbabile, e si trova nel Purgatorio a causa dell’eccessiva prodigalità palesata nella vita terrena. Ora, però, è giunto il tempo della sua redenzione, dopo lunga espiazione. Publio Stazio incontra i due straordinari visitatori dopo un terrificante terremoto e si offre di accompagnarli fino alla sommità del monte, attraverso le ultime due cornici: quelle dei golosi divenuti magrissimi e dei lussuriosi avvolti dalle fiamme.
La diversità tra Stazio e Virgilio, suo maestro, è tutta temporale: l’uno ha aperto gli occhi e ha capito l’importanza della fede cristiana quand’era ormai rivelata; per contro Virgilio, vissuto prima dell’annuncio della buona novella, l’ha potuta soltanto intuire e, per questo motivo, è costretto a sostare nel Limbo per l’eternità.
“L’appeso” è probabilmente l’Arcano più impregnato di simbologia esoterica: la gamba sinistra incrociata alla gamba destra rimanda inequivocabilmente al simbolo del patibolo, alla croce, e le sue braccia incrociate dietro alla schiena disegnano inequivocabilmente un quadrato che rimanda immediatamente al cubo pitagorico, essenza della conoscenza. Emblematici sono soprattutto i due “alberi” con germogli che sorreggono la trave dalla quale “l’appeso” penzola sorridente: le colonne del Tempio di Gerusalemme, le colonne esoteriche di Boaz (degli apprendisti) e di Joachin (dei compagni).
A questo punto il discepolo acusmatico, che nella tradizione pitagorica non può parlare ma soltanto ascoltare e imparare, è pronto a diventare mathematicos, cioè maestro!
Il passaggio è una morte apparente, per rinascere a una nuova vita, nella quale potrà cercare di ricomporre la chiave spezzata dello scrigno della conoscenza.
Non a caso la settima cornice del Purgatorio è sovrastata da un muro di fuoco: la morte che, seppure rappresentata alla grande falciatrice medioevale, è una fine soltanto apparente, oltre il quale si diparte la scala che porta al Paradiso terrestre.


Lo stesso commiato da Virgilio è un passaggio: quasi un suggello all’emblematica morte fisica che dischiude la porta alla rinascita spirituale sulle porte del Paradiso.
A questo punto Dante s’imbatte in Matelda (Matilde di Canossa?): personificazione della felicità perfetta, precedente il peccato originale. Matelda è un personaggio chiave, custode dei due fiumi: il Lete, la cui limpida corrente purifica e si porta via tutti i peccati impregnandoli di oblio, e l’Eunoè, che porta nelle sue acque la consapevolezza del bene in grado di arricchire veramente la vita. Un fiume che, nel nome stesso, ricorda il mito sumero di Noè….
La XIIII° carta degli Arcani Maggiori, nota come “La Temperanza” rappresenta perfettamente Matelda!

Una domanda, mesce o cerca di discernere le acque dei due fiumi: Latè ed Eunoè?
Ed è proprio la “temperanza - Matelda" a condurre Dante all’incontro con Beatrice, che lo rimprovera duramente; ma poi si palesa senza il velo!
Intanto il vecchio maestro Virgilio che non c'è più, e al poeta non resta che bere le acque del Lete e dell'Eunoè, che dischiudono l’ultimo tratto del cammino iniziatico verso Dio.
A questo punto il viaggio del compagno d’arte è compiuto: il “sommo poeta” può essere considerato un “maestro”!
Il “Demone” presente in ogni essere umano fin dalla nascita, a causa del “peccato originale” commesso da Adamo ed Eva, si è dissolto durante il percorso di purificazione attraverso l’Inferno e il Purgatorio. Con il fardello di questo demone nella propria anima, non sarebbe infatti possibile intraprendere la salita sull’eterea scala che porta in Paradiso!
Ora il “maestro” è demone nell’accezione positiva greca di δαίμων: dáimōn

Un “demone” sospeso a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano, con funzione d’intermediazione tra queste due dimensioni.
Dante è dáimōn secondo l’interpretazione dei culti misterici di Orfeo: essenza dell’anima, prigioniero di un corpo dal quale tende a liberarsi.
E’ dáimōn secondo l’insegnamento del filosofo Socrate: inteso come spirito guida che lo aiuta a discernere nelle decisioni più difficili.
E’ l’anima “intellettiva” di Marco Aurelio, imperatore filosofo: un’anima degna della massima attenzione che dev’essere privata, per quanto possibile, dai turbamenti.
Dante e Beatrice si sono incontrati nel “Paradiso Terrestre”: l’originaria Maison Dieu: la casa di Dio trasformata in “torre che rovina” dal primo peccato, con la cacciata dal Paradiso terrestre; la casa di Dio scoperchiata dal fulmine dell’ira divina, origine di tutti i travagli umani. E’ anche il Tempio affollato da mercanti, svilito a volgare mercato, che l’ira divina evocata da Gesù non esita a scoperchiare!

A questo punto Dante, lasciatosi alle spalle il Paradiso Terrestre, può finalmente ascendere al Paradiso, che Dante interpreta secondo lo schema di San Bonaventura, che prevedeva tre gradi di apprendimento secondo canoni platonici, con i “sette cieli” tradizionali (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno), quindi il cielo delle stelle fisse e, infine, gli ultimi cieli che sono il “Primo mobile” e L’Empireo.
E Dante tende al cielo che trascende la conoscenza sensibile della teoria platonica: al firmamento più alto, quello delle “stelle fisse”.



Vi accede volando ad altissima velocità con la nuova guida Beatrice: un “universo di beatitudine”, composto da nove cerchi concentrici, dove ogni cielo è caratterizzato dal rispettivo pianeta.
Superata la Sfera di Fuoco, il primo cielo che Dante e Beatrice incontrano è quello della Luna, dalle immagini riflesse in cristalli o in acque.



dopo la Luna, ci sono i cieli i cieli di Mercurio, con bagliori che danzano e cantano, e di Venere dagli spiriti amanti che volteggiano cantando, e costituiscono il firmamento inferiore, più prossimo alla Terra.
Quindi il Sole, dagli spiriti sapienti che danzano e cantano in triplice corona;



con i cieli di Marte, dalle gemme danzanti inserite in una croce luminosa; di Giove, dagli spiriti giusti che cantano e volano in forma di lettere e di aquila, e di Saturno, dagli spiriti contemplativi che salgono una scala d’oro: il firmamento mediano, dove Beatrice smette di sorridere, poiché il suo sorriso, a causa della vicinanza di Dio, potrebbe diventare talmente radioso da rendersi insopportabile alla vista del suo compagno.
Nella carta dei Tarocchi il sole viene raffigurato come dispensatore di raggi rigeneratori, esattamente come nelle antiche steli egizie raffiguranti il faraone Akhenaton, ispiratore del monoteismo.
Infine Dante approda infine all’ottavo cielo: quello delle Stelle fisse, il firmamento superiore, affollato da anime trionfanti che, simili a luci accese da sole fulgente, cantano le lodi a Cristo e alla Vergine Maria.
Superato un ultimo “esame” che verte sulla Fede, la Speranza, la Carità, sostenuto di fronte a tre maestri straordinari quali sono San Pietro, San Giacomo e San Giovanni, al “maestro” pervenuto alla meta è finalmente concessa la facoltà di accedere al nono cielo: il Primo Mobile o Cristallino, quello più esterno ed estremo, dominato dei cori angelici, inseriti in nove cerchi splendenti che girano attorno a un punto. Un’armonia mossa dei Serafini, gli angeli più prossimi a Dio, come svelato nella Bibbia nel Libro del profeta Isaia.


Angeli che cantano instancabili “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della Sua gloria” e suoneranno le trombe del giudizio nell’ultimo giorno, quando sarà giunta l’ora della verità estrema.
Da queste vertigini celesti si può intravedere l’immensa armonia dell’universo, il Creato, il mondo



dove la Terra appare in tutta la sua piccolezza in confronto alla grandezza di Dio. Un mondo i cui pilastri sono i quattro evangelisti, proprio come rappresentato nell’ultimo Arcano dei Tarocchi!
Infine all’Empireo: origine del movimento, dello spazio e del tempo.
A questo punto, di fronte alla “Rosa mistica dei beati”, occorre un terzo accompagnatore: San Bernardo, il fondatore dell’Ordine dei Templari!
Una scelta sicuramente non casuale.
In questa lunga storia iniziatica, che si conclude in compagnia di San Bernardo, affiora emblematica la figura di papa Clemente V, coevo di Dante, colpevole della distruzione “dell’Ordine cavalleresco del Tempio”, di ciò che San bernardo aveva organizzato con grande cura. Non a caso questo papa risulta già sprofondato nell’Inferno mentre è ancora in vita, senza possibilità di redenzione: unico caso tra tutti i dannati!
Da questo estremo punto d’osservazione privilegiato al “sommo poeta!” è possibile scorgere lassù, dove “tutto è giusto e perfetto”, un punto luminosissimo: Dio, l’amor che muove il sole e le altre stelle!
Ora, finalmente, nel cuore del grande poeta la Forza, la Bellezza, la Sapienza hanno preso il posto delle tre belve: la superbia, la lussuria e l’avidità.
Fine del viaggio, di un ermetico, poetico, meraviglioso, straordinario percorso iniziatico!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 17 ottobre 2010

Guerre & Pace 160 - Contraddizioni cinesi


E' appena uscito il n.160 di Guerre & Pace, interamente dedicato alla Cina, di cui presentiamo l'editoriale e il sommario.


Contraddizioni cinesi


Volendo utilizzare una consueta citazione cinematografica verrebbe banalmente da scrivere che “la Cina è vicina”, ma questa ormai è una definizione, oltre che abusata, troppo ristretta, perché la Cina è dappertutto, dal punto di vista politico, economico e in molti casi anche culturale.
Forse parlare di un “oscuro oggetto del desiderio” sarebbe più adatto, visto che sono in molti, spesso insospettabili, a sognare di “fare come in Cina”: imprenditori ed economisti neoliberali affascinati da una crescita di profitti e rendite per loro inimmaginabile; politici di entrambi gli schieramenti pronti a favorire ogni tipo di scambio commerciale con la Cina - ovviamente sollevando ipocritamente qualche protesta a bassa voce sul mancato rispetto dei diritti umani; qualche esponente di una sinistra “radicale” orfano di qualche modello e pronto a salutare con favore il “socialismo” cinese e il ruolo dello stato nell’economia.
In questo nostro monografico abbiamo cercato di indagare le contraddizioni della politica - in­ternazionale, economica, sociale - di un paese che è sempre più presente nelle diverse re­gioni del pianeta e ovunque riesce a essere un protagonista fondamentale con il quale tutti i governi (e non solo) devono fare i conti. Non ci interessa tanto inseguire definizioni di quanto succede in Cina (“socialismo alla cinese”, “capitalismo di stato” e così via - anche se esiste un interessante dibattito intellettuale anche in Cina, come si vede dall’articolo sulla nuova sinistra), quanto provare a mettere in fila alcune analisi di quelle contraddizioni, una lettura di cosa produce la politica cinese.
Perché è evidente che dietro un tasso di sviluppo così alto ci sono scelte di politica economica e strategie, rapporti di lavoro e di classe che non possono essere rimossi, ma vanno invece indagati, provando a cogliere anche le novità di un movimento operaio non così subalterno e piegato come lo si dipinge; è chiaro che la politica economica e imprenditoriale cinese produce conseguenze sociali molto gravi e che queste possono dare vita a movimenti anche interessanti, non semplicemente raffigurabili nel quadro dell’attivismo “per i diritti umani”; è sicuro che il protagonismo globale cinese rappresenta un fattore internazionale importante e che nei prossimi anni determinerà nuovi rapporti di potere mondiali, certamente economici e politici, senza escludere quelli militari.

Gli articoli che presentiamo, in gran parte tradotti, cercano di dare questo quadro complessivo, senza la pretesa di una completezza impossibile in queste pagine e provando ad aprire uno spazio di attenzione e di riflessione sulla politica cinese che non si esaurisce in questo numero, ma che potrà avere altre voci e angoli di visuale nei prossimi mesi. Perché qualsiasi sia il tema di politica internazionale che si affronta non manca mai l’interrogativo che riguarda il ruolo cinese, soprattutto di fronte a una crisi globale che in Italia (come in Europa e in tutto l’Occidente) continua e continuerà a lungo, e segnerà profondamente le condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori a causa delle politiche economiche messe in campo dalle autorità dell’Unione europea, mai così compatte come ora nella definizione delle misure antisociali. Una crisi che ha toccato anche la Cina e a cui il gruppo dirigente del Pcc ha provato a dare una risposta più complessa, sul piano interno e internazionale.
A questo è legata quella che è probabilmente l’unica convinzione certa che ci sentiamo di esprimere: le sorti delle lavoratrici e dei lavoratori europei dipenderanno anche dal grado di ripresa della lotta di classe in Cina e delle capacità di vittorie del movimento operaio cinese. Conseguentemente ci sorregge un punto di vista, che ha in qualche modo guidato la scelta degli articoli e che ci porta a essere poco interessati alle definizioni in sé: quello che guarda alle condizioni materiali, sociali e politiche di lavoratrici e lavoratori cinesi per provare a capire meglio cosa rappresenti davvero il “modello cinese”.

Vogliamo ringraziare in particolare Angela Pascucci de “il manifesto” per averci dato il permesso di pubblicare i suoi articoli e per i preziosi consigli sulle fonti a cui attingere; ovviamente non ha alcuna responsabilità sulle nostre scelte e sull’uso da noi fatto dei suoi stessi consigli.



SOMMARIO

Presentazione monografico (Piero Maestri)
Un nuovo modello? (Au Loong Yu)
La risposta alla crisi globale (David Whitehouse)
13 Monografico Conseguenze sociali del mercato (Martin Hart- Landsberg)
Un paese, due classi operaie (Virginia de la Siega)
Lavoratori in sciopero (Piero Maestri)
Dialettica sindacale

La lunga corsa (Angela Pascucci)
Africa, la grande contesa (a.p.)
La scoperta dell’America (a.p.)
Medio Oriente o degli equilibrismi (a.p.)
Russia e Asia centrale, gioco ad alto rischio (a.p.)
Sud Est asiatico: petrolio e nuove alleanze (a.p.)
Rassicurazione strategica (Peter Lee)
Capitalismo e crisi (Martin Hart-Landsberg)
Spesa militare: necessità o minaccia? (Sean Chen e John Feffer)
“Nuova sinistra” e alternativa (Lance Carter)

La rivoluzione dell’acqua (Marco Bersani)
Privi di classe (Bruno Ciccaglione)
Da Ps a Finmeccanica (Gigi Malabarba )
Il nuclerare non ci serve (Angelo Baracca)
Sicurezza nucleare all’italiana (a.b.)
Razzismo padano (Walter Peruzzi)
Anche la Patria dei diritti contro i Rom (Gianluca Paciucci)
Recensioni (Gianluca Paciucci)



Richiedi copia o informazioni a guerrepace@mclink.it
Il costo del numero monografico CONTRADDIZIONI CINESI è di euro 8 (comprensivo delle spese di spedizione)
L’abbonamento annuo -5 numeri- costa euro 40,00.
Il versamento va effettuato ccp 24648206 intestato GUERRE E PACE, MILANO.

sabato 16 ottobre 2010

Ricordando Moravia



Vent'anni fa moriva Alberto Moravia. L'anniversario è passato sotto silenzio, solo, come scrive Sergio Giuliani, qualche ricordo di colore di una Roma (e un'Italia) che non c'è più.


Sergio Giuliani

Ricordando Moravia


Gli anniversari ci ricordano come il tempo fugga veloce. Certi scenari che ci parevano presenti e concreti se ne sono andati lontano,ingialliti. Succede anche per Alberto Moravia: il ventesimo anniversario della sua morte è transitato quasi in punta di piedi. Poche o nessuna riproposta delle sue opere; soltanto qualche ricordo di colore di quella Roma che non c’è più, pigra e sentenziosa, ma che alimentò produzioni artistiche e culturali di sommo livello, come i romanzi di Elsa Morante e la sterminata, non ancora studiata perché rimane scomoda di Pier Paolo Pasolini, di cui a giorni ricorrerà il trentacinquesimo anniversario della tragicissima morte. Il caso vuole che scada anche il venticinquesimo anno dalla morte della Morante: strano legame fra tre intellettuali che hanno voluto dire moltissimo per la letteratura e non solo e su cui, quando non dell’oblio, si è accesa la ridda dei fraintendimenti.
Tutti e tre personaggi da interviste arrabbiate e sornione, sempre intelligenti e provocatorie: oggi diremmo estremiste ( e ben venissero!), personaggi da tavoli di bar in Roma sorniona e, da parte del “minore” dei tre, Moravia, spesso acide. Intellettuali che riempivano i rotocalchi allorché la vita culturale c’era: Moravia e Pasolini reggevano una delle riviste più qualificate, “Nuovi argomenti”, spesso seminatrice di scisma e di scandalo.
Occorrerà, una buona volta, risistemare, rileggere, ridiscutere Pasolini e la Morante. Per Moravia il discorso è diverso e ci appare più consegnato ad una storia pressoché chiusa, quella del romanzo medio-piccolo- borghese che in Italia ebbe una vicenda particolarissima.
Dopo Manzoni, infatti, e la grande letteratura realistica meridionale ( vi accludo “I vecchi e i giovani” di Pirandello, l’Italia saltò a piè pari la grande, epica trasformazione di un genere che cercava di non più ripetersi compiaciuto e nuovi orizzonti formali e filosofici (Joyce,Musil). Si produssero romanzi psicopatologici per lettori di bocca buona, sempre più scavando nell’orto individualistico, finché nel 1929 apparve “Gli indifferenti”, un gran romanzo che rompeva con la compiaciuta e pascolista introspezione e che precisava perfettamente il quadro della società romana, tra affari edilizi e fascismo senza nessun inno ad una morale che, lì, non esisteva più. Si facevano coraggiosamente i conti con l’amoralità ormai fatta sistema dalle generazioni adulte che la sentivano come loro legge e la di/speranza dei giovani a cui erano stati staccati tutti gli appigli.
Che salutare lezione, quel romanzo! Che lezione sulla genesi salottiera e asfittica (Il romanzo è tutto in pesanti interni) del fascismo dei ministeri, ormai da sette anni trionfante! Ed erano di moda i romanzacci di Virgilio Brocchi, di Arnaldo Frateili e di altri per fortuna dimenticati. Unico, forse, degno di considerazione, anche se attardato in un realismo non ancora “neo”, il Corrado Alvaro di “Gente in Aspromonte”. E Pirandello era ormai rapito dal teatro.
Moravia proseguirà con “Agostino”, bildungroman che sembrò cosa nuova in Italia, ma era genere assai diffuso nella produzione europea, dopo Alain-Fournier. Nell’incertezza in cui viveva una cultura che pur c’era, non piallata dal fascismo, Moravia produsse “racconti” di ambiente romano; allora piacquero, ma oggi infastidisce il bozzettismo profuso a piene mani.
I grandi romanzi di Moravia vennero dopo il fascismo e sul fascismo: “La ciociara”,asciutta cronaca della violenza della guerra attorno a Roma,”La romana” e “Il conformista”, cittadini legati alla amoralità con cui si era finito per accettare la dittatura e i suoi costumi ed alla ipocrita corruttela del mondo dei ministeri. Continuava così, arricchita di eventi tragici, la tematica de “Gli indifferenti”.Ma è sempre mancata, in Moravia una convinta indignazione morale, quella che invece si coglie, straziante, nella produzione dei sodali convinti Morante e Pasolini e che li rende ancora attualissimi e con nodi di soffrire irrisolti e pesantissimi e che non possono essere liquidati con patenti facili di “cristianesimo”. E Moravia, a suo agio come un pesce nell’acqua nell’entourage romano e nelle continue interviste e comparsate sdegnose (ma in piemontese si direbbe meglio malmostose) e tranchantes è l’epigono di una cultura che vorrebbe essere illuminista, ma è soltanto bidimensionale: manca una vera e, quindi, drammatica elaborazione dei temi umani e sociali assunti in carico da un artista, qualcosa che si paga con un falò spesso autodistruttivo. C’è sempre, in lui, il gioco intellettuale, la battuta escludente, l’asserita sicurezza di sé, l’irriverenza. Giordano Bruno lo avrebbe definito “il fastidito”.
Per troppo tempo la cultura italiana ha sostato sulle noiose poltroncine dei bar di via Veneto e per troppo tempo si è ricorso a quegli intellettuali come a maitres à penser. Quanto più attuale di Moravia (da rileggere assolutamente oggi!) Ennio Flaiano che riusciva perfettamente a vederli ed a vedersi e che tutto affondava nei calembours, genere per nulla praticato dai troppo seriosi letterati nostri.
Prova ne sia che i saggi di Alberto Moravia raccolti ne “L’uomo come fine” sono di una caratura mediocre e spesso soltanto aggressiva.



Ma un altro merito ebbe Moravia, oltre a quello di aver sbrogliato la matassa del birignao ancora ottocentesco e di aver nelle sue opere migliori, come “Gli indifferenti” e “I racconti” creato un nuovo e moderno modulo linguistico-espressivo, concreto e veloce e del tutto fuor di retorica. Con romanzi costruiti a freddo, finita la moda neorealista e diarista. come “La noia” e “L’attenzione” egli seppe colmare nei lettori non specialisti il gap culturale che aveva lasciato, sulla ricerca filosofica ed anche artistica, la speculazione ai blocchi di partenza. Dovemmo leggere di gran corsa Camus, Wittgenstein, de Saussure, Carnap e vedere e capire la gran lezione delle arti figurative ormai astratte e senza più indugi in compiaciute sognerie ricordanti o in politici manifesti.
“La noia” ebbe il merito di avvicinarci al concetto di alienazione (maestro Sartre con “La nausea) (eravamo alla boa dei Sessanta), poi svolto suggestivamente da Antonioni. In ritardo, certo, come sempre; ma almeno c’era da inseguire e da pulire le stalle di Augìa.
L’opera di nettezza continuò con “L’attenzione”: ormai le frontiere europee avevano dilagato anche da noi e non era più la stagione comoda dei romanzi autobiografici compiaciuti e tanto ben scritti dell’Einaudi.
Ricordo la copertina: un disegno di Kline. Finalmente. Anche Moravia, come altri (penso al lezioso Arbasino) ci aveva provocato, costretto a capire la ricchezza dei nuovi linguaggi che si andavano ricostruendo dopo l’immane tragicità (penso agli “Ostaggi” di Fautrier, per fare un esempio)
Moravia fu un veloce riassunto di culture che gli pervenivano e a cui ci costrinse, per nostra fortuna. Anche lui ci ha dato un indirizzo per avvicinare Heidegger, Carnap e tanti che ci sarebbero stati preclusi da comodi ozi o da sopraffazioni. E questo non gli è di poco merito.



Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".