TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 novembre 2010

Morire all'occidentale. La Bella, la Bestia e l'Umano



Ad assimilare specismo, sessismo e razzismo è l'attribuzione agli «altri», alle donne, ai non umani di una natura diversa, inferiore o mostruosamente superiore, da controllare e soggiogare. Questa la tesi di fondo di un libro, non facile, ma di grande interesse e attualità.

Gianluca Paciucci

Morire all'occidentale


Se, come afferma Norberto Bobbio, la tendenza verso l'uguaglianza caratterizza tutte le sinistre politiche del Novecento (anche se sulle sinistre vili d'oggi ho più di un dubbio...), mentre la gerarchia è l'elemento distintivo delle destre, è certo che non ci siamo mai trovati in una fase più a destra di quella odierna. La gerarchia non è accettata più solo in ambito burocratico (“trasmettere la documentazione per via gerarchica”) o militare, ma si è estesa a tutti i campi dell'esistere sociale, in misura variabile riportati al dato biologico. Sessismo, razzismo e specismo ovvero, rispettivamente, superiorità del maschio sulla donna e sugli altri sessi; superiorità dell'uomo bianco e cristiano su tutte le altre razze; superiorità della specie umana su tutte le altre, animali o vegetali che siano. All'interno di questi tre universi, si intrecciano diverse possibilità di gestire la propria inferiorità a danno di chi sta più in basso (penso a quella superba descrizione della violenza gerarchica che è la novella Rosso Malpelo di Giovanni Verga, fortissima perché non populista); e tutti e tre fanno i conti con le differenze di classe. Di tutto questo, e in modo assai dettagliato e profondo, si occupa l'ultimo volume di Annamaria Rivera, La bella, la Bestia e l'Umano. Sessismo e razzismo senza escludere lo specismo (Roma, Ediesse, 2010, pp. 193). L'autrice ha la peculiarità di unire rigore scientifico - che non vuol dire indiscutibile possesso della verità, ma proprio l'inverso e cioè la discutibilità attenta e radicale delle opinioni avanzate -, passione militante e soggettività di chi pensa, vive, gioisce e soffre. Il libro è dedicato alla sorella Paola, “animalista e femminista critica della prima ora (...). Avevo scommesso con me stessa e col destino che sarebbe riuscita a vederlo, ma ho perso la scommessa: Paola è morta alcuni giorni prima che il libro fosse stampato, distrutta da una malattia che fino all'ultimo ha fronteggiato con forza, coraggio, dignità...” (1).
È la fase storica che ci fa avvicinare a questo volume come a una risorsa preziosa. Quel backlash (contraccolpo, rivincita maschile) che “già nel 1992 Susan Faludi denunciava” (p. 37) rispetto al femminismo, sembra si sia esteso a tutti gli altri campi fino a farsi mentalità dominante: se “per le donne, il neoliberismo, la crisi del welfare state, l'esaltazione del modello del libero mercato e la mortificazione del ruolo dello Stato hanno significato (...) arretramento in tutti i campi” (p. 37), tutti gli altri soggetti deboli ne hanno subito le conseguenze e sembra di essere tornati alla sbrigatività sociale ottocentesca-primonovecentesca, di puro capitalismo, che vedeva nell'inferiore un intralcio allo scorrere del progresso, un ostacolo da eliminare o da isolare, con più o meno compassione. Apartheid totale e usa-e-getta: carceri, manicomi, fabbriche prefordiste, istituzioni totali e separate, ma anche scuole classiste, campi di prigionia per asociali, ed eugenetica.

FURIE OCCIDENTALI-ORIENTALI

È in Occidente che il contraccolpo è più evidente (essendo stata più radicale la critica) in relazione a un Oriente che, imitandoci, ci minaccia, e a un Sud del mondo alla deriva, terra di rapina e luogo di scontro per i due “primi mondi”. È in Occidente che le pratiche di assoggettamento e i tentativi di liberazione possono essere visti come esemplari, anche se non esclusivi. La grande lotta in corso vede alcuni princípi cardine scontrarsi con forza: l'Universalismo, insieme all'Eurocentrismo, contro il Relativismo. È questa la lotta principale che sta avvenendo sotto i nostri occhi e che, anzi, ci vede protagonisti. Annamaria Rivera sottopone a severo esame l'Universalismo-Eurocentrismo occidentale la cui “polemica antirelativista tende a insinuare che chiunque dubiti che il sistema sociale e culturale dominante possa essere assunto a metro di misura universale intenda disconoscere le conquiste della razionalità occidentale, rifiutare ogni principio universale, assumere un atteggiamento scettico o addirittura nichilista in campo morale” (p. 144). Da qui deriverebbe la consapevolezza della superiorità del nostro sistema e anche l'obbligo a esportare i nostri valori perché i soli veramente estendibili. Corollario: questi valori possono, o addirittura devono, essere imposti con la forza. E sappiamo dove ci ha condotto questa ideologia, di cui si è fatta portavoce anche una pseudosinistra ex sessantottina, soprattutto dopo l'11 settembre. Di un ben strano universalismo, si tratta, che in realtà ignora la complessità del mondo e si basa sulla figura retorica della sineddoche, in una delle sue forme, la “parte per il tutto”: la nostra parte di mondo si erge a globalità e riduce il resto a inferiorità irredimibile, al massimo da stipare nello scaffale del folklore (pensiamo alla fortuna dell'aggettivo “etnico”: cucina, artigianato, musica ecc.) e dell'umanitario. L'autrice invita a superare questa chiusura che si spaccia per apertura, sottolineando che “preliminare a ogni possibilità di comprensione, di confronto, di dialogo, sono il rifiuto della concezione che intende le culture come universi autonomi (...) e il riconoscimento che, viceversa, anche i mondi sociali e culturali altrui sono attraversati dal mutamento, da differenze e disuguaglianze di potere, di classe, di genere, da divergenze di interessi e di valori, quindi da conflitti, anche riguardanti le relazioni di genere” (pp. 144-5). È l'essenzialismo l'arma di ogni “universalismo escludente”, ovvero quella sensibilità che pensa unica e incontaminata ogni cultura, e in qualche modo immutabile (tranne, ovviamente, la nostra, che è oltre, che supera e comprende tutte le altre...), mentre sappiamo che l'ibridismo è stato da sempre la modalità di relazionarsi tra individui, gruppi, genti, popoli. L'inferiorità dell'altro/a è nella sua resistenza al cambiamento: noi siamo superiori perché mutanti. Quale contraddizione maggiore di questa pretesa superiorità basata sulla continua metamorfosi? Il vento e il leone, titolo di un film di John Milius (1975): il vento è l'Occidente, che viaggia, soffia, muta e prende diversi nomi; il leone è l'Oriente, inchiodato a un luogo, nobile d'antichi miti, ma ora scoronato, in riserve o zoo. Ma quando l'Oriente viaggia, ovvero accetta i dettami dell'Occidente, esso è “migrante”o “nomade”, e punibile solo per questo.
Come uscire da questa impasse? Annamaria Rivera propone una “postura critica e relativista”, la sola che “insieme con la tensione verso il superamento delle asimmetrie di status e delle diseguaglianze sociali e di genere, può permettere il superamento dell'etnocentrismo e al tempo stesso la costruzione di un progetto transculturale di liberazione del genere femminile” (p. 145). L'autrice ridimensiona il relativismo ad aggettivo di un sostantivo (postura): pur nella sua complicatezza, non mi sembra una brutta soluzione, dato anche il fallimento dei due termini avversi, universalismo e relativismo. Questa postura, sulla scorta di Fanon (che parla, meno astrattamente, di “universalità” e “relatività” - p. 175), non è altro che “un modello di universalità concreto, situato, sessuato, il quale non può che nascere dalla pluralità dei 'particolari', anche se deve trascenderli” (p. 176). È così che si possono affrontare temi estremi e quotidiani, come quello delle “mutilazioni genitali femminili” e del velo che hanno spaccato, e spaccano, il pensiero - anche delle donne, anche del femminismo - in schieramenti opposti. Non so se le soluzioni proposte da Annamaria Rivera a questi due ultimi temi siano le più efficaci, perché in entrambi i casi il potere del maschio e degli apparati politico-religiosi sulla donna è talmente forte che parlare di “libera scelta” o di “protagonismo femminile”, sia nel caso di donne migranti sia nei paesi d'origine, è assai difficile; mi convince invece il metodo, e quel verbo, “situare”, che permette di affrontare (e magari di risolvere) le “situazioni”, appunto, caso per caso, senza fanatismi laici né violenze. Peraltro è sul concetto stesso di “libera scelta” che occorrerebbe ragionare: se ne sono serviti islamisti e cattolicisti reazionari, come uomini e donne “progressisti” oppure esponenti della Lega Nord (in quest'ultimo caso la “libera scelta” delle prostitute serve alla campagna per la riapertura delle case chiuse). Penso che sia importante unire queste riflessioni all'esame critico dei regimi e dei codici della famiglia, nonché allo studio antropologico delle società d'origine e delle società “migranti”, per trovare soluzioni che eliminino la più grande quantità di sofferenza possibile, ma sempre e solo con il contributo attivo delle donne e degli uomini direttamente interessati, che altrimenti resterebbero solo inanimati oggetti di salvazione.

ARMI DELLA CRITICA

Molti sono i momenti forti di questo libro, che ci permette di ricordare ciò che è appena passato e di cui siamo prodotto diretto. Colpisce la rievocazione di alcuni fatti. Innanzitutto “la lunga teoria di morti violente e oscure (108 quelle accertate fino al momento in cui scrivo) fu inaugurata dalla morte di Amin Saber, nel Cpt di Agrigento. Accadde nell'estate del 1998, poco dopo l'approvazione della legge 40, detta Turco-Napolitano, che istituiva per la prima volta in Italia la detenzione extrapenale, riservata agli ‘extracomunitari’ trovati in condizione di irregolarità sul territorio italiano” (p. 97): questo fatto introdusse un'anomalia pericolosa nello Stato di diritto, ovvero la sanzione della “normalità dello stato di eccezione”, per cui è possibile internare uomini e donne che non hanno commesso alcun delitto e solo per la loro provenienza (il “reato di clandestinità”, introdotto dai successivi governi di destra, non è che un corollario a questo primo arbitrio). Morti “naturali” e suicidi, nei Cpt/CIE, come nelle prigioni italiane (centinaia, negli ultimi anni), su cui cala un vile silenzio, sono uno scandalo degno di un paese totalitario.
E il secondo: l'omicidio di Giovanna Reggiani del 30 ottobre 2007. Questo “femminicidio, attribuito a un rom di nazionalità rumena, fu oggetto di una campagna politica e mediatica forsennata che vide, fra le iniziative istituzionali (si era al tempo del secondo governo Prodi), la distruzione spettacolare dell'accampamento in cui viveva il presunto omicida e la convocazione urgente e straordinaria di un Consiglio dei ministri: una sorta di consiglio di guerra (...). Nello stesso periodo altre persone di sesso femminile, bambine comprese, venivano stuprate, brutalizzate e/o uccise da uomini. Gli episodi per i quali non fu possibile additare come colpevoli degli alieni furono quasi ignorati dai media; comunque questi casi non meritarono convocazioni urgenti del Consiglio dei ministri.” (p.138). Ricordare ricordare ricordare, piuttosto che il mediocre e compiaciuto resistere...: ricordare il ruolo che il centrosinistra ebbe in quello scatenamento di follia collettiva, che nulla aveva a che vedere con il rispetto della vittima e con la ricerca della giustizia (2); per poi andare avanti e ricordare che il ministro delle pari opportunità Mara Carfagna ha detto di volersi costituire parte civile nel processo per l'uccisione, il 4 ottobre nel modenese, della pakistana Shanhaz Begum per mano del marito, ma non per l'omicidio (con risvolti atroci, di familismo amorale e ferocissimo) di Sarah Scazzi e di tante altre donne ammazzate da familiari e da conoscenti, né per quello recentissimo, ma già dimenticato dai media, di Maricica Hahaianu. Ricordare tutte, e quest'ultima: “Maricica, 32 anni, ora è morta. Per una lite banale e un pugno ricevuto in piena faccia. Alessio, 20 anni, ora si dice 'pentito amaramente' e si definisce 'sfortunato' perché non voleva uccidere. Fine della storia avvenuta alla stazione Anagnina di Roma. Derubricata a qualche titolo in cronaca. Ci chiediamo cosa accadrebbe oggi se le parti fossero invertite. Se a colpire fosse stato un ragazzo rumeno e a morire una donna romana. I titoli sarebbero in politica e non in cronaca, si urlerebbe all'invasore violento, si darebbe la caccia all'untore...” (3). Qui non è più Annamaria Rivera a scrivere, ma un giornalista del quotidiano della Confindustria, in un attacco d'umanità. Così per finire torniamo alla forte riflessione dell'autrice e alla nostra domanda: cosa vuol dire “vivere all'occidentale” se si producono mostri concettuali e politici come questi sopra riportati? O piuttosto, cosa vuol dire “morire all'occidentale”? È il caso di cominciare a ribaltare il pensiero dominante, con armi forti, di cui ci rifornisce il libro appena recensito.

NOTE

1) Annamaria Rivera, A mia sorella Paola, Carta, n° 36, 22-28 ottobre 2010.
2) “...Più rapidamente che in altre occasioni, i politici e i media hanno fatto a gara per passare da un singolo caso alle responsabilità collettive degli immigrati...”, e poi, in nota: “...Il legame tra criminalità e immigrati è stato apertamente sostenuto, per esempio, da Walter Veltroni in alcune dichiarazioni alla tv romena, rilanciate dal Tg1 e riportate sulla stampa il 2 e 3 novembre ('C'è una prevalenza assoluta di reati compiuti da cittadini romeni' …)...” (in Roberto Biorcio, La rivincita del Nord, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 177).
3) “Se a morire è una rumena”, “Il Sole 24 ore”, 17-10-2010.

Annamaria Rivera
La Bella, la Bestia e l'Umano
Ediesse, 2010
12 euro

Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".

lunedì 29 novembre 2010

La Reyno Jano



A Cuneo è ancora visibile, murata in un palazzo del centro storico in Piazza Boves, angolo Via Savigliano, un’antica pietra riportante l’aquila imperiale, la stella catara ad otto punte e il “fiore della vita”, simbolo solare, ad otto petali, già vessillo provenzale. In Val Stura c’è "la rocho de lo Reyno Jano” (la rocca della Regina Giovanna) che francamente non so dove si trovi. So, invece, dov’è “il giardino de lo Reyno Jano”! Un fazzoletto di terra con un pino sospeso a metà di rocche altissime, verticali: le barricate dell’Alta Valle Stura. Il Malpasso tra Ponte Bernardo e l’Argentera, lungo la strada che sale al Colle della Maddalena. Ma chi era la Reyno Jano?

Guido Araldo

La Reyno Jano


Ci sono uomini e donne che, più degli altri, furono appesi alla ruota dell’alterna fortuna! Emblematica la vita di Napoleone: due volte sull’altar e due volte nella polvere, com’ebbe a dire il Manzoni. Per due volte “esaltato” dal bonheur e per due volte “morsicato” dal malheur. Quel giorno di metà giugno, a Waterloo, Tyche che sovrasta la ruota gettò davvero i dadi, come nella battaglia di Filippi fatale alla Repubblica di Roma! Sul campo di battaglia arrivarono i Prussiani, all’ultimo minuto, invece della cavalleria francese che avrebbe spazzato via dall’Europa, per sempre, gli Inglesi!

Altrettanto affascinante e sicuramente intrigante è la storia della regina Giovanna, signora della Provenza e di Napoli, che rimase nel cuore dei subalpini cuneesi come la Reyno Jano, anche se svendette, per necessità, Cuneo e Mondovì a quei bastardi dei Savoia! Una donna esuberante, imprevedibile, addirittura troppo moderna per la gentaglia del Medioevo. Una donna straordinaria, che seppe “mettere in riga” molti uomini, inclusi re, duchi, marchesi e gli stessi papi di Avignone!

Le Alpi Occidentali sono ancora impegnate di leggende sul suo conto: ora identificata come una fata buona, dispensatrice di benessere, ricchezze; ora come saggia regina che aveva a cuore le sorti del suo popolo. Indubbiamente la più grande ed amata delle regine. Ancora oggi, seppure sempre più raramente, nelle valli Varayta, Mayra, Grana e Stura, la Reyno Jano continua ad affiorare sulle labbra dei partecipanti a veglie serali!




Era di nobile casata, nipote di Roberto d’Angiò, re di Napoli, e figlia di Maria di Valois, sorella del re di Francia Filippo VI. Fu regina di Napoli, contessa della Provenza, che all’epoca includeva Cuneo e il Monregalese, regina di Gerusalemme e della Sicilia, e contessa d’Acaia per un breve periodo. La sua storia cominciò a sei anni, quando andò in sposa al cugino Andrea d’Ungheria, suo coetaneo. Le cronache lo ricordano come buffo burattino infagottato in un’assurda armatura splendente nel giorno del matrimonio! E la corte angioina di Napoli era un’orgia di ambizioni, lussuria, vendette, gelosie, immersa in una folla istrionesca e variopinta di madri, spose, sorelle, fattucchiere e amanti. Anni di gioia, gloria e miserie, che coinvolgevano direttamente anche il popolo. Anni irripetibili: la più bella stagione di Napoli e di tutto il Meridione d’Italia, l’antica Magna Grecia.

Sotto il regno di Giovanna sembrava che un’esuberanza incontenibile avesse contagiato il popolo e dilagasse ovunque: dal Castel Nuovo al Castel Capuano, sotto il cielo luminoso di quella città che si fregiava d’essere la più bella e felice d’Europa. Attorno alla giovanissima regina si accalcava una folla variopinta di dignitari, servi, nobili, dame, alteri guerrieri ungheresi che si era trasferiti in massa a Napoli, avventurieri di ogni tipo, fattucchiere, maghi, alchimisti, poeti e saccenti porporati che non smettevano di rammentare come il regno di Napoli fosse, in fin dei conti, un feudo della Chiesa. In tanta folla spiccava la nutrice della regina: Filippa la Catanese, un po’ zingara, un po’ fattucchiera con pretese di gran dama, moglie di un saraceno e gran lettrice dei Tarocchi. Un’altra prima donna era Agnese di Perigord, tutta tesa ad intersecare i destini dei suoi pargoli con il trionfo della casa d’Angiò: tale era la sua audacia che organizzò il rapimento notturno della sorella minore di Giovanna, per accasarla con suo figlio!

Un’altra grande mattatrice era Caterina de Courtenay, imperatrice di Costantinopoli, che superò le rivali spingendo nel letto della regina il primogenito Roberto e il secondogenito Luigi, che ebbe un gran successo, giacché divenne re di Napoli appena Giovanna si trovò vedova. E’ già! Il primo marito, lo sgraziato Andrea di Ungheria, noto anche come il “principe strabico”, finì molto spesso la sua esperienza terrena: fu rinvenuto appeso a una trave, dopo un bagno in una tinozza tutta d’oro. Un incidente? Suicidio? Omicidio? Alla versione ufficiale, quella dell’incidente, non credette nessuno, e anche l’ipotesi del suicidio faceva storcere il naso. Si era ucciso per le corna che la bella moglie, ancora adolescente, le faceva portare? In Ungheria si urlò al complotto d’alcova… Troppo rozzo, stupido, freddo e ignorante Andrea d’Ungheria! Troppo raffinata, intelligente, passionale e acculturata Giovanna! Non era un segreto per nessuno, nelle vie di Napoli, che aitanti principi giovanissimi entravano ed uscivano dal letto della bellissima regina sedicenne.

Per la verità, l’intrigo ai danni del povero Andrea era cominciato appena Giovanna era assurta al rango di regina, all’età di 16 anni, mentre correva l’anno Domini 1343. In quei giorni arrivò a Napoli il cardinal Amerigo di San Martino, inviato dal papa, per vigilare su quel grande reame, feudo della chiesa. E dopo un incontro a quattr’occhi tra il cardinale e la giovane regina, il marito era stato svilito da re di Napoli a duca di Calabria. Ma la sua presenza restava ingombrante, troppo assillante, non tanto per Giovanna, che semplicemente lo ignorava, ma per il vortice di ambizioni che lo circondava. E fu così che nella notte del 18 settembre 1345 capitò ad Andrea lo stano incidente d’incappare in una corda appesa ad una trave, mentre alloggiava solitario nel castello di Aversa, lontano dai “fuochi d’artificio” di Napoli. In quei giorni Giovanni era incinta di Andrea o, forse, di qualcun altro, e pianse molte lacrime domandando a tutti come potessero sospettare di lei, che portava in grembo il figlio di Andrea. Lacrime che, però, convinsero pochi, troppo pochi! Intanto da Avignone papa Clemente VI faceva udire la sua voce tonante chiedendo che fossero puniti i responsabili di quella morte orribile. Anche il papa non credeva alle ipotesi di un suicidio o di un incidente!



Giovanna, per amore di giustizia o per stornare da sé troppi sospetti, scovò frettolosamente dei congiurati e li mandò di corsa sul patibolo. Ma tanta improvvisata giustizia non poteva soddisfare il re d’Ungheria, padre di Andrea: a suo parere non c’erano dubbi su chi fosse il vero mandante di quell’omicidio! Già aveva inviato i suoi ambasciatori ad Avignone, per chiedere che Giovanna fosse deposta. Intanto Giovanna, partorito il presunto figlio del defunto Andrea, non aveva perso tempo ed era convolata a nozze con il favorito del momento: il principe Ludovico di Taranto, un Angiò pure lui. E fu gran festa a Napoli quel 20 agosto 1347!

Il papa nicchiava e la furia del re d’Ungheria cresceva, finché decise di risolvere a suo modo la questione, e il 3 di novembre, nonostante l’inverno incipiente, si mise in marcia con il suo esercito. La ruota della fortuna cominciò a declinare per l’esuberante Giovanna! Molti principi italiani favorirono il passaggio dell’esercito di suo suocero furibondo, che a Capodanno entrava nel Regno di Napoli. Subito la città Benevento andava perduta e i baroni del regno non accorrevano a difendere la loro bella e giovane regina. A Giovanna non rimase altra scelta che imbarcarsi in fretta e furia su una nave, il 15 gennaio 1348, e cercò riparo nell’altro suo regno: la Provenza. Anzi, si recò devota ad Avignone, ospite del papa che l’accolse a braccia aperta. Una cosa Luigi d’Ungheria, trionfante a Napoli, non sapeva, non poteva assolutamente prevedere: l’arrivo della terribile peste nera, che avrebbe stravolto non soltanto il regno di Napoli, ma tutta l’Europa. Un altro giro della ruota della buona e cattiva sorte! Cominciava la danza macabra! Di fronte a tanto orrore il re Luigi fuggì da Napoli e dall’Italia, in tutta fretta, lasciando il regno in mano ai suoi cancellieri ungheresi, incapaci a gestire una realtà come quella napoletana e terrorizzati quanto lui.




La peste furoreggiava ancora, quando a metà estate Giovanna si prodigò a reclutare un esercito, appena informata che i sudditi napoletani rimpiangevano la sua partenza, già stufi dell’amministrazione degli ungheresi che sembravano ad andare a gara nel farsi detestare. Fu allora che Giovanna scelse come siniscalco del suo regno l’abile Niccolò Acciaiuoli. La ruota della fortuna era tornata favorevole alla bella regina, poco più che ventenne, anche se la Puglia stentava ad essere liberata dalla presenza di truppe ungheresi, dove abbondavano i mercenari avidi di saccheggi e stupri. Due anni dopo il re d’Ungheria riappariva con una flotta nell’Adriatico e sbarcava a Manfredonia. Sembrava che la ruota della fortuna avesse ripreso a girare all’incontrario per la regina di Napoli e della Provenza! Ma l’imprevedibile è sempre dietro all’angolo!


La peste aveva lasciato segni profondi e c’era poca voglia di combattere in entrambi i campi: troppi gli ammutinamenti tra i soldati! E così entrarono in gioco i legati pontifici, che imposero una tregua e un accordo: Giovanna sarebbe stata processata per accertare le sue responsabilità nella morte del primo marito; ma, per intanto, non avrebbe abbandonato il trono. Il re d'Ungheria fu costretto a far buon viso a cattivo gioco e sottoscrisse la tregua, poi se ne tornò a casa sulle rive del Danubio lontano, con i suoi stanchi soldati. Non aveva tenuto in conto che presso la corte papale ad Avignone, dove fu istruito il processo, la corte angioina deteneva un notevole potere. Ma forse questa situazione di vantaggio non sarebbe bastata, se Giovanna non si fosse prodigata personalmente ad imprimere una spinta alla ruota della fortuna. Consegnò definitivamente al papa la città di Avignone, che faceva parte della contea di Provenza, in cambio dei fiorini d’oro segretamente ricevuti allorché si prodigava nell’allestire un esercito per andarsi a riprendere il regno di Napoli con la spada in pugno. In tal modo la bella regina, poco più che ventenne, fu proclamata innocente, non colpevole, e le proteste del re d’Ungheria fecero l’effetto di un venticello passeggero.


Nell’anno domini 1352, in un freddo gennaio, Giovanna lasciava la Provenza e tornava a Napoli, accolta con un memorabile trionfo, per essere nuovamente incoronata con il suo secondo marito, Luigi di Taranto. Seguirono dieci anni splendidi, forse i più belli di tutta la storia di Napoli, con Giovanna che regnava magnifica, organizzava simposi, dibattiti, feste, s’intrometteva pesantemente nelle faccende italiane e scriveva lettere ai papi, intrattenendo con loro un dotto epistolario. Contava su un ministro straordinario: quel Niccolò Acciaiouli, suo amante, che le aveva preparato il ritorno e ora faceva chinare la testa a tutti i baroni del regno!



La ruota della fortuna aveva raggiunto l’apice per la stupenda Giovanna: regina invidiata in tutta Europa e anche nelle corti arabe affacciate sul Mediterraneo! Nell’anno 1360 si tentò persino l’invasione della Sicilia, per strapparla agli Aragonesi. Le cose furono organizzate per bene e fu organizzata anche un’insurrezione contro il re di quell’isola: Federico III soprannominato “il semplice”; ma la ruota della fortuna girò in modo avverso e l’invasione fallì. Poi, ancora una volta, il re morì nell’anno 1362, nel pieno delle sue forze, a quarantadue anni. Luigi di Taranto passò a miglior vita, come si diceva allora! Omicidio? Suicidio? Parve un incidente… E ancora una volta la faccenda non era chiara, ma questa volta non c’era un re d’Ungheria a pretendere chiarezza. L’anno successivo Giovanna convolò a terze nozze, per procura, con Giacomo IV, ufficialmente signore di Maiorca e conte del Rossiglione e della Cerdagne. Matrimonio ufficializzato in seguito con nozze vere e solenni in Francia, nel maggio 1363 a Château-Neuf; ma la regina non lo volle come re al suo fianco, bensì come semplice “principe consorte”, duca di Calabria! Non fu una convivenza facile, senza prole, se tre anni dopo Giacomo partì per riprendersi con le armi il regno delle Baleari e le contee di Rossiglione e della Cerdagne. Un’assenza che durò nove anni, fino alla sua morte. Sconfitto, naufragate tutte le ambizioni sul trono di Maiorca e sulle contee della terraferma, imprigionato per un paio di anni, Giacomo preferì ritirarsi esule nella città di Soria, nella Castiglia più desolata, piuttosto di rimettere piede a Napoli. Ma tanta solitudine non bastò a salvarlo! Morì l’anno dopo: correva l’anno 1375. Qualcuno, lontano dalla città partenopea, mormorò che lo avevano raggiunto sicari partiti proprio dalle falde del Vesuvio! A Giovanna restò il titolo di principessa d’Acaia, eredito da quel marito.


Intanto già nel 1365, il 9 di novembre, era morto anche l’Acciaiuoli, che Giovanna pianse con molte lacrime, ma qualcuno mormorò che la regina avesse cominciato a stufarsi di lui: ministro troppo ingombrante, arrogante e pretenzioso. La questione della Sicilia fu risolta nel 1372, con la mediazione di papa Gregorio XI: d’ora in avanti la Sicilia avrebbe preso il nome di Trinacria e gli Aragonesi vi avrebbero regnato che re di Trinacria, pagando ogni anno a Giovanna e ai suoi successori la bella somma di 15.000 fiorini d’oro, come tributo al vero re di Sicilia, che era anche re di Napoli! Poi, ancora una volta, splendida quarantottenne, Giovanna convolò a quarte nozze, questa volta con un corpulento tedesco: Ottone IV di Brunswick. Anche in questo caso non lo volle re, come con il marito precedente, ma semplice duca di Calabria e principe di Taranto. Questo matrimonio fu, probabilmente, un capolavoro politico di Giovanna! Per quanto diseredato di terre, Ottone apparteneva ad una delle più illustri famiglie tedesche, e la regina di Napoli, ormai prossima ai cinquant’anni, ma ancora splendida, non soltanto ambiva instaurare ottimi rapporti con il Sacro Romano Impero, ma farsi accreditare, in qualche modo, come l’erede ideale di quel Federico II di Svevia che ancora godeva molto credito nel Meridione d’Italia, nonostante suo nonno Roberto d’Angiò ne avesse sterminato i discendenti. Peraltro Ottone, già cavaliere dell’Ordine Teutonico, era molto ricco a causa di un precedente matrimonio. Ma la ruota della vita è sempre imprevedibile!



Giovanna aveva un unico figlio, dilettissimo, di nome Carlo, partorito in giovane età, avuto ufficialmente dal primo marito Andrea; ma quel figlio morì troppo presto, ancora giovane. Dopo il matrimonio con Ottone, non essendo ormai più fertile, le esigenze del regno imposero che indicassero un suo erede e successore. La scelta cadde su un cugino di secondo grado: Carlo di Durazzo, all’epoca trentenne, e fu una scelta disastrosa poiché si rivelò ambiziosissimo, desideroso di scalzare dal trono la regina per prenderne il posto. Le ambizioni di Carlo affiorarono prepotentemente durante lo scisma d’Occidente. Giovanna si schierò a fianco del papa avignonese Clemente VII, alla cui elezione aveva partecipato attivamente il gran cancelliere del Regno di Napoli Niccolò Spinelli, inviato appositamente dalla regina, e in seguito lo stesso papa era stato accolto con grandi onori a Napoli, ospite della regina. Carlo di Durazzo colse l’occasione per schierarsi nel campo avverso, a fianco del papa romano Urbano VI, che peraltro era di origini napoletane, al secolo Bartolomeo Prignano. In questa lite tra papi Giovanna ne patì le conseguenze, giacché papa Urbano VI le si rivoltò contro violentemente, ferocemente. Correva l’anno Domini 1380 ed era il mese di aprile: Urbano VI dichiarò eretica e scismatica la regina, la destituì dal trono, giacché era teoricamente sua vassalla e poi, non pago, la scomunicò. Minacciò, persino, di clpire Napoli con l’interdetto! Era l’occasione che Carlo di Durazzo aspettava e si proclamò paladino del papa romano. Immediata la revoca del suo diritto di successione a Giovanna, che lo sostituì con Luigi d’Angiò, fratello del re di Francia. Una mossa corretta, giacché le assicurava l’appoggio dei Francesi, ma fatale per il momento sbagliato. La ruota della vita è sempre imprevedibile.

Il 16 settembre moriva il quarantaduenne re di Francia, già gravemente ammalato, e l’erede designato non poté accorrere a Napoli con un esercito, in aiuto a Giovanna, poiché trattenuto in Francia, all’epoca impegnata nella guerra dei cent’anni contro gli Inglesi, quale tutore dell’erede al trono, nipote del re morto, ancora minorenne. A muoversi fu invece il vecchio re d’Ungheria, ora anche re di Polonia, che aveva ancora il vecchio conto aperto con Giovanna, per via della morte del figlio Andrea. E così Carlo di Durazzo, proclamato re da papa Urbano VI il 1º giugno 1381, poté andarsi a prendere la corona di re di Napoli, mentre la regina si asserragliava nel Maschio Angioino. Il tentativo del marito Ottone di allentare la pressione su Napoli si rivelò un disastro: fu sconfitto e fatto addirittura prigioniero. A questo punto la Reyno Jano fu costretta a capitolare: era il 26 di agosto. La ruota della vita e della fortuna era precipita, per Giovanna, gravata dal peso del malheur!

Intanto, ad Avignone, papa Clemente VII incoronava re di Napoli Luigi d’Angiò, e lo esortava ad accorrere a Napoli, per liberare Giovanna prigioniera. Carlo di Durazzo, ora Carlo III di Napoli, giocò allora la carta estrema: inviò sicari nel castello di Muro Lucano, dove aveva fatto rinchiudere Giovanna, che il 12 maggio 1382 veniva brutalmente assassinata da quei tagliagole. E
Carlo d’Angiò “la fece franca”! Il potente esercito allestito per punirlo si perse per strada, a causa della morte, per malattia, dei comandanti. Il primo a cadere fu Amedeo VI di Savoia, sceso in campo a fianco di Luigi con la promessa di ricevere i domini provenzali al di là dei monti (il Piemonte antico): più precisamente Cuneo e il Monregalese. Amedeo VI, soprannominato il Conte Verde, morì di peste il 1° marzo del 1383, lungo la strada, a Campobasso, in Molise, all’età di quarantanove anni. Luigi d’Angiò andò poco più avanti: morì in Puglia il 22 settembre 1484, improvvisamente. Canti popolari, proibitissimi, insinuavano che una gran dama, assai puttana poiché comprata da Carlo di Durazzo, riuscì a far scivolare del veleno nel boccale di vino che re Luigi si accingeva a bere…


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 27 novembre 2010

Da leggere: Erich Fromm, Fuga dalla libertà



Può esistere la libertà in un mondo di maschere e di automi in cui l'avere schiaccia l'essere e la menzogna è la regola dei rapporti umani?
In "Fuga dalla libertà", uno dei grandi libri del Novecento, Erich Fromm ci addita nella spontaneità dei sentimenti e dell'agire una possibile via di liberazione.


Erich Fromm

Fuga dalla libertà


L'attività spontanea non è l'attività coatta, alla quale l'individuo è spinto dall'isolamento e dall'impotenza; non è l'attività dell'automa, che è assimilazione acritica di modelli suggeriti dall'esterno. L'attività spontanea è libera attività dell'io e implica, psicologicamente, quello che la radice latina della parola, sponte, significata letteralmente: di propria libera volontà. Per attività non intendiamo il «far qualcosa», bensì quell'attività creativa che può operare nelle proprie esperienze emotive, intellettuali e sensuali, e anche nella propria stessa volontà. Un presupposto di questa spontaneità è l'accettazione della personalità totale, e l'eliminazione della spaccatura tra «ragione» e «natura»; infatti, solamente se l'uomo non reprime parti essenziali del proprio essere, solo se è diventato trasparente a sé stesso, e solo se le diverse sfere della vita hanno raggiunto una fondamentale integrazione, l'attività spontanea è possibile.
Benché la spontaneità sia un fenomeno relativamente raro nella nostra civiltà, non è che ne siamo completamente privi. Per aiutare a comprendere questo punto, vorrei ricordare al lettore alcuni casi in cui tutti vediamo un barlume: di spontaneità.

In primo luogo, conosciamo individui che sono - o sono stati - spontanei, i cui pensieri, sentimenti e atti sono l'espressione di loro stessi e non di un automa. Questi individui ci sono familiari per lo più come artisti. Infatti l'artista può essere definito un individuo in grado di esprimersi spontaneamente Se questa è la definizione dell'artista - Balzac lo definiva proprio in questo modo - allora certi filosofi e scienziati devono anch'essi venir chiamati artisti, mentre altri che passano per tali sono tanto lontani dall'artista quanto un vecchio fotografo può esserlo da un pittore creativo. Ci sono poi altri individui i quali, pur non avendo la capacità - o forse semplicemente la preparazione - per esprimersi in un mezzo oggettivo come fa l'artista, possiedono la stessa spontaneità. Ma la posizione dell'artista è vulnerabile, poiché in realtà si rispetta l'individualità e la spontaneità del solo artista riuscito; se non riesce a vendere la sua arte, egli resta per i suoi contemporanei un eccentrico, un nevrotico. In questo senso l'artista sta in una posizione simile a quella che ha sempre contraddistinto il rivoluzionario. Il rivoluzionario vittorioso è uno statista, mentre il rivoluzionario fallito è un criminale.

I bambini piccoli offrono un altro esempio di spontaneità. Hanno la capacità di sentire e pensare ciò che è veramente loro; questa spontaneità si manifesta in quello che dicono e pensano, nei sentimenti che i loro visi esprimono. Se ci si chiede perché i bambini piacciono alla maggior parte delle persone, credo che la risposta, a prescindere dalle ragioni sentimentali e convenzionali, vada cercata proprio in questo carattere della spontaneità. Essa attira profondamente chiunque non sia talmente arido da aver perduto la capacità di percepirla. In realtà non c'è nulla di più accattivante e convincente della spontaneità, sia che la si trovi nel bambino, o nell'artista, sia che la si trovi in quegli individui che non rientrano per età o professione in questi due gruppi.


La maggior parte di noi è in grado di notare per lo meno dei momenti della propria spontaneità, che sono nello stesso tempo momenti di autentica felicità. Si tratti della fresca e immediata percezione di un paesaggio, o del sorgere di una verità come risultato della nostra riflessione, o di un piacere dei sensi che non sia stereotipato, o dell'insorgere dell'amore per un'altra persona: in questi momenti sappiamo tutti che cosa sia un atto spontaneo, e tutti possiamo intuire che cosa potrebbe essere la vita umana se queste esperienze non fossero così rare e casuali.

Perchè l'attività spontanea è la risposta al problema della libertà? Abbiamo detto che la libertà negativa di per sé fa dell'individuo un essere isolato, il cui rapporto con il mondo è remoto e sospettoso, e il cui io è debole e continuamente minacciato. La attività spontanea è il solo modo in cui l'uomo può superare il terrore della solitudine senza sacrificare l'integrità del suo essere; infatti nella realizzazione spontanea dell'io l'uomo si riunisce al mondo: all'uomo, alla natura e a sé stesso. L'amore è la principale componente di tale spontaneità, non l'amore come dissoluzione dell'io in un'altra persona, non l'amore come possesso di un'altra persona, ma l'amore come affermazione spontanea degli altri, come unione dell'individuo con gli altri sulla base della conservazione dell'io individuale. Il carattere dinamico dell'amore sta proprio in questa polarità: esso sorge dal bisogno di superare la separazione, porta all'unità, e tuttavia l'individualità non viene eliminata. Il lavoro è l'altra componente: non il lavoro come attività ossessiva per sfuggire la solitudine, non il lavoro come rapporto con la natura che in parte è dominio su di essa e in parte adorazione e sottomissione agli stessi prodotti delle mani dell'uomo, ma il lavoro come creazione, in cui l'uomo diventa uno con la natura nell'atto della creazione.
(...)



In ogni attività spontanea l'individuo abbraccia il mondo. Non solo la sua essenza individuale resta intatta, ma si rafforza e si consolida. Infatti l'io è tanto forte quanto è attivo. Non c'è vera forza nel possesso in sè, sia esso di beni materiali, oppure di qualità spirituali, come i sentimenti o i pensieri. Non c'è forza nemmeno nell'uso e nella manipolazione degli oggetti; ciò che usiamo non è nostro semplicemente perché lo usiamo. Nostro è solo ciò a cui siamo veramente legati dalla nostra attività creativa, si tratti di una persona ovvero di un oggetto inanimato. Solo le qualità che sorgono dalla nostra attività spontanea danno forza all'io e formano pertanto la base della sua integrità. L'incapacità di agire spontaneamente, di esprimere quel che veramente si sente e si pensa, e la conseguente necessità di presentare uno pseudo-io agli altri e perfino a sé stessi, sono la radice del sentimento di inferiorità e di debolezza. Che ne siamo o no coscienti, non c'è nulla di cui ci vergogniamo di più del fatto di non essere noi stessi, e nulla che ci dia più orgoglio o felicità del pensare, sentire e dire quello che davvero è nostro.

Ciò implica che quello che importa è l'attività in quanto tale, il processo e non il risultato. Nella nostra civiltà l'accento batte proprio sulla cosa opposta. Produciamo non per una soddisfazione concreta, ma per il fine astratto di vendere la nostra merce; riteniamo di poter acquistare ogni bene materiale o immateriale comprandolo , e così le cose diventano nostre senza alcuno sforzo creativo nostro nei loro confronti. Analogamente consideriamo le nostre qualità personali e il risultato dei nostri sforzi come merci che possono essere vendute in cambio di denaro, prestigio e potere. Così l'accento si sposta dall'immediata soddisfazione dell'attività creativa al valore del prodotto finito. In questo modo l'uomo perde la sola soddisfazione che può dargli vera felicità - l'esperienza dell'attività del momento presente - e rincorre un fantasma che lo lascia deluso non appena crede di averlo afferrato: quell'illusoria felicità che si chiama il successo.

Se l'individuo realizza sé stesso mediante l'attività spontanea, e in questo modo si mette in rapporto con il mondo, allora cessa di essere un atomo isolato; sia lui che il mondo diventano parti di un tutto organico; egli occupa il suo giusto posto, e così i dubbi su se stesso e sul significato della vita si dileguano. Questi dubbi scaturivano dal suo isolamento e dal soffocamento della vita; quando egli riesce a vivere non in modo coatto, né da automa, ma spontaneamente, essi scompaiono. Ha coscienza di sé come di un individuo attivo e creativo, e riconosce che c'è un solo significato della vita: l'atto stesso di vivere.
Se l'individuo supera il dubbio fondamentale su se stesso e sul suo posto nella vita, se si riunisce al mondo abbracciandolo nell'atto del vivere spontaneamente, acquista forza come individuo e acquista anche sicurezza. Questa sicurezza, però, è diversa dalla sicurezza che caratterizza la fase preindividuale, allo stesso modo che il nuovo rapporto con il mondo è diverso da quello che caratterizzava i legami primari. La nuova sicurezza non è radicata nella protezione che l'individuo riceve da un potere esterno superiore; e nemmeno è una sicurezza in cui sia eliminato il carattere tragico della vita. La nuova sicurezza è dinamica; non è fondata sulla protezione, ma sull'attività spontanea dell'uomo. È la sicurezza che si acquista ogni singolo momento per mezzo dell'attività spontanea. È la sicurezza che solo la libertà può dare, e che non ha bisogno di illusioni perché ha eliminato le condizioni che rendono necessarie le illusioni.


Da: Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori 1987, pp 203-206)

Erich Fromm
Fuga dalla libertà
Oscar Mondadori
9 euro


venerdì 26 novembre 2010

Beppe Fenoglio, Il gorgo



Da "I racconti del parentado" una storia asciutta e tesa come il cielo sulle Langhe

Beppe Fenoglio

Il gorgo


Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo.
In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente; chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza.
Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo piú grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo piú posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le piú grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.

Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: - Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. -
Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il pri¬mo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me. Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentí, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi piú sotto, mi ripeté di tornarmene su ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli piú grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa .

Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentí al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su.
Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero piú sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lí intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: “Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa”, ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca.
Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.

Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lí, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina.
Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.




(Da: Beppe Fenoglio, Tutti i racconti, Einaudi, 2007)

giovedì 25 novembre 2010

Contro la violenza sulle donne. Apprendere l'alfabeto dei sentimenti e delle emozioni



Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Vento largo aderisce con questo bell'intervento di Vilma Filisetti


Vilma Filisetti

Apprendere l'alfabeto dei sentimenti e delle emozioni



Non amo le ricorrenze: ce n'è una per ogni evenienza, vuoti e inutili rituali a cui spesso volgiamo uno sguardo superficiale o al massimo dedichiamo un clic su facebook per condividere un video, una poesia, un pensiero che ci piace, per poi passare oltre attratti da sempre nuove e diverse sirene mediatiche.

Quella del 25 novembre contro la violenza alle donne non fa eccezione e ben presto dimenticheremo che in Italia fra il 1996 e il 2004 gli stupri sono aumentati del 36% e che 6 milioni e mezzo di donne hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Dimenticheremo anche che l'80% delle donne sono aggredite da persone che conoscono: mariti, ex fidanzati, amici, vicini di casa, familiari.

L'uomo violento non è un pazzo, un mostro, un malato. Non appartiene necessariamente ad un ambiente socialmente e culturalmente degradato, ma attraversa trasversalmente la nostra società, anzi ne è il frutto avvelenato che paradossalmente va di pari passo con l'emancipazione della donna e il "declino dell'impero patriarcale".

Quanto più la donna cerca di affermarsi con uguale dignità, valore e diritti, tanto più l'uomo reagisce con violenza. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende aggressivo, brutale, volgare.

Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che spesso per debolezza vogliono controllare la donna e sottometterla al loro volere. La violenza, esercitata attraverso le parole, in maniera fisica o sessuale, viene percepita come "normale" espressione di virilità, stereotipo di cui molti sono ancora vittime inconsapevoli. Spesso si tratta di uomini insicuri e con scarsa fiducia in se stessi che non accettano il modello femminile con una vita autonoma, anzi considerano la donna responsabile dei loro fallimenti.

Succede poi che alcune donne si lascino attrarre e si convincano di poter operare un cambiamento nel partner violento, trasformando la loro vita in un incubo. Spesso sono indotte a perdere il lavoro e, se hanno figli, si legano a doppio filo trattenute dal ricatto economico e affettivo, instaurando una spirale di degrado fisico e psicologico sempre maggiore.

Può accadere che ci siano momenti di remissione, quando nell'uomo prende il sopravvento il senso di colpa. Allora la donna sembra dimenticare e rinuncia a denunciare la violenza e a troncare il rapporto. Forte è però la spinta dell'uomo a ripetere gli atteggiamenti di sopraffazione e, quando la donna decide e ha il coraggio di dire basta, può esplodere la "follia" che porta ad uccidere la partner, a volte i figli, e anche se stesso.

Più importante delle leggi e delle pene, che pure ci vogliono, sarebbe sensibilizzare i giovani, donne e uomini, al rispetto reciproco, a conoscere ed apprendere l'alfabeto delle emozioni e dei sentimenti per divenire persone critiche, mature, capaci di decodificare i messaggi veicolati da una TV spazzatura sempre più offensiva del corpo della donna, oggetto senz'anima da manipolare e possedere a piacimento.




Vilma Filisetti vive a Savona, ex insegnante, fin dagli anni '70 è attivamente impegnata in campo politico e sindacale e nel movimento delle donne.

mercoledì 24 novembre 2010

Cultura Occitana: Vertigo




Giunge al termine con l’appuntamento di Martedì 30 novembre il programma della Provincia di Cuneo Cultura Occitana, volto a promuovere e valorizzare la minoranza linguistica occitana radicata nel territorio cuneese. La conclusione è affidata ai cuneesi A FIL DE CIEL con lo spettacolo Vertigo.

Il gruppo, nato nel 2000 come formazione acustica con l’intento di riportare in vita melodie della tradizione medioevale dell’area occitana, ha negli anni arricchito il proprio repertorio di brani inediti, aggiungendo alla formazione originaria suoni viola, contrabbasso e una vasta sezione ritmica. Nel 2004 ha pubblicato il primo cd con la partecipazione straordinaria di Riccardo Tesi, e nel 2010 il secondo, Vertigo, che raccoglie brani sacri e profani a partire dal XIV secolo. Accanto all’attenzione per gli arrangiamenti e per le potenzialità espressive della voce, il gruppo ha iniziato ad esplorare la tradizione musicale di altre minoranze e popoli europei, proponendo brani in ebraico sefardita, francese, spagnolo. “Gli A Fil De Ciel sono riusciti a far emergere sonorità dimenticate, rivestendole di caratteri moderni senza snaturarne il contenuto più profondo, facendo emergere tutta la potenza espressiva dei testi tradizionali, lasciando intatta tutta la loro autenticità". (Salvatore Esposito, Blogfoolk)


Con Gabriella Brun, ghironda, semiton, flauti; Silvio Ceirano, percussioni, chitarra; Roberto Fresia, tastiere; Marco Lovera, cornamusa, trombone, galobet e tamborin ; Helga Niederwald, violino, viola; Rosella Pellerino, voce; Michele Piantà, contrabbasso, basso elettrico.

L’appuntamento, ad ingresso gratuito, è alle ore 21 presso la Sala B, Centro incontri della Provincia di Cuneo in Corso Dante 41 a Cuneo. L’iniziativa della Provincia di Cuneo è finanziata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il programma degli interventi previsti dalla Legge
82/99 coordinato dalla Regione Piemonte. L’organizzazione è curata da Espaci Occitan: per informazioni Tel. 0171.904075; segreteria@espaci-occitan.org.

Processo al noir. McCarthy contro Dashiell Hammett



Quasi cinquant'anni fa (era il 10 gennaio 1961) moriva Dashiell Hammett, il padre dell'hard boiled school, l'innovatore radicale della detective fiction. Ma Hammett non era stato solo un grande scrittore. Da un piccolo libro dell'editore Archinto emerge ora l'immagine di un intellettuale impegnato a sfidare l'autoritarismo del potere politico, di un uomo coraggioso, pronto ad andare in carcere pur di non abdicare alle proprie idee. Una lezione di stile da meditare soprattutto nell'Italia di oggi.


Guido Caldiron

Processo al noir. McCarthy contro Dashiell Hammett


«Non permetterò che siano sbirri e giudici a dirmi quale deve essere la mia idea di democrazia». «La democrazia, come la carità, dovrebbero cominciare a casa propria». A suo fratello Richard, un repubblicano conservatore, che gli chiedeva se si considerasse comunista, Dashiell Hammett rispose semplicemente «Sono marxista». Per lui che era stato detective dell’agenzia investigativa Pinkerton, che aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, era diventato comunista dopo il crollo di Wall Street e aveva voluto prendere parte al Secondo conflitto mondiale, malgrado fosse alla vigilia dei cinquant’anni, perché lo considerava parte della sua battaglia personale contro il fascismo, e che aveva lasciato scritto che da morto avrebbe voluto essere seppellito nel cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, dove riposano “i caduti per la patria”, i morti in guerra e alcuni presidenti, la sinistra e i valori di libertà e democrazia erano una sola cosa.

Oppositore dello stalinismo sovietico ma iscritto al Partito comunista americano tra le due guerre mondiali e sostenitore dei primi movimenti civili degli afroamericani e delle battaglie sindacali che scossero gli Stati Uniti negli anni Venti, Dashiell Hammett sarebbe finito a più riprese sul banco degli imputati negli anni Cinquanta, quando l’isteria anticomunista raggiunse il suo apice nel paese. Ma davanti ai giudici come alla commissione sulle attività antiamericane guidata dal senatore McCarthy, lo scrittore considerato tra gli “inventori” dell’hard boiled si avvalse costantemente del Quinto emendamento della Costituzione americana, rifiutando di rispondere a domande che ne avrebbero potuto provocare l’incriminazione, ma anche di fornire indicazioni che sarebbero potute nuocere ad altri. I verbali di quelle udienze, che si svolsero al Congresso a Washington come nei tribunali di New York, sono stati ora raccolti in “Mi rifiuto di rispondere" (pp. 90, euro 12,00) un volume pubblicato dall’editore Archinto con la prefazione del giudice/scrittore Gianrico Carofiglio.

«“Mi rifiuto di rispondere” disse ai suoi aguzzini Dashiell Hammett, ex-investigatore privato, eroe morale e riluttante. - spiega Carofiglio - Lo disse tante volte, quasi come un mantra, di fronte a quelle domande che offendevano la sua intelligenzae cercavano di calpestare la sua dignità. Lo disse con la stessa cocciuta, incrollabile determinazione dello scrivano Bartleby (di Melville), e come quest’ultimo, pronto ad assumersi le conseguenze - il carcere e la rovina - del suo rifiuto.




A noi che leggiamo troppi libri e che non sempre distinguiamo il confine tra realtà e fantasia, piace molto pensare che al suo fianco, in quei momenti, ci fosse Sam Spade. Investigatore privato, eroe riluttante e morale». Sam Spade è insieme all’agente investigativo senza nome dell’agenzia Continental Op, a Ned Beaumont, e alla coppia di Nick e Nora, uno dei protagonisti del piccolo pantheon narrativo creato da Dashiell Hammett nello spazio di pochi anni e attraverso un pugno di romanzi e racconti. Cinque romanzi, usciti tra la fine degli anni Venti e la prima metà del decennio successivo, oltre a una serie di racconti brevi pubblicati dalle riviste di genere come “Black Mask": il tutto in un arco temporale che va dal 1922 al 1934, solo dodici anni. Che furono però sufficienti af Hammett per rivoluzionare per sempre il poliziesco.

«Ha tolto il delitto dal vaso di cristallo e l’ha gettato nei vicoli. Ha restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide, e non solamente per trovare un cadavere per i lettori, e lo fa compiere con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali», disse di lui Raymond Chandler, il creatore dell’investigatore Marlowe, spiegando come Hammett avesse liberato il giallo dai molti manierismi che ne limitavano l’espressione. «Avevo 18, 19 anni quando lessi per la prima volta i romanzi di Dashiell Hammett: “Piombo e sangue", “La chiave di vetro", “Il falco maltese" e “L’uomo ombra" - spiega James Ellroy, intervistato da Danilo Gallo per il suo “Il mistero Dashiell Hammett" (Edizioni E/O, 2005) - Hammett ha rappresentato per il genere poliziesco quello che Ludwig van Beethoven è stato per la musica: un grande rivoluzionario. Hammett ha tratteggiato la figura di un uomo che, dopo la Prima guerra mondiale, si scopre senza illusioni, sospettoso fino a rasentare la paranoia, alcolizzato e forse anche tossicodipendente. Un uomo con un rapporto molto ambiguo con il denaro, di cui teme il potere di corruzione, e che, malgrado ciò è spesso al servizio dei capitalisti. Questo è l’uomo di Hammett: un personaggio solido e ricco». Quanto a me, aggiunge l’autore di “Dalia nera", «il mio stile così esplicito nasce dalla combinazione tra l’osservazione e la conoscenza della società reale e quello che ho imparato da Hammett trent’anni fa». Proprio per questo nelle pagine di Hammett fa spesso capolino un ritratto contraddittorio della società americana, fatto di molte ombre e di poche luci, si tratti della repressione antisindacale che da sfondo al romanzo “Piombo e sangue", eco dell’esperienza dello stesso Hammett tra le fila della Pinkerton spesso utilizzata dagli imprenditori contro le loro maestranze, o a racconti come “Notturno", presente nella raccolta “Spari nella notte", rapida istantanea del razzismo nei confronti degli afroamericani.

Quando, nel pieno della Guerra fredda, sia il senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy e la sua commissione parlamentare, che le corti di giustizia di tutto il paese, iniziarono la loro “caccia al rosso”, dando vita a quella che Eleanor Roosevelt avrebbe definito come «una vera ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo paese abbia mai avuto», a Dashiell Hammett fu chiesto conto anche di questo. Un giudice di New York lo condannò a sei mesi di carcere per essersi rifiutato di rispondere alle domande che gli venivano rivolte. E uscito dal carcere scoprì che le sue opere erano finite nella lista nera del maccartismo e solo grazie a un intervento del presidente Eisenhower, sarebbero tornate nelle biblioteche pubbliche del paese. Ma, come ricorda Richard Layman, in “Shadow Man, vita di Dashiell Hammett" (Mondadori, 2010), alla fine dei suoi giorni, e malgrado l’opposizione dell’ Fbi, lo scrittore ottenne di essere seppellito, come voleva, nel cimitero degli eroi di Arlington.

(Da: Liberazione, 04/09/2010)



Dashiell Hammett
Mi rifiuto di rispondere
Archinto, 2010
12,00 euro

martedì 23 novembre 2010

Cuore e Critica. Rivista pubblicata da alcuni scrittori eccentrici e solitari


Arcangelo Ghisleri

E' appena uscito il numero zero di Cuore e Critica, rivista "di studi e recensioni di vario argomento pubblicata da alcuni scrittori eccentrici e solitari". Il titolo è evocativo e rimanda alle origini del movimento operaio e socialista quando nel 1887 proprio a Savona nacque l'omonima rivista a cura di Arcangelo Ghisleri. Rivista importante per l'epoca su cui scrisse anche Turati che nel 1891 ne trasferì la redazione a Milano, ne assunse la direzione e la trasformò nella ben più conosciuta Critica Sociale.

A Ugo Tombesi, Giuliano Falco e gli altri "eccentrici e solitari" redattori i migliori auguri di Vento largo perchè Cuore e Critica diventi una voce stabile e ascoltata nel panorama (ahimè non molto incoraggiante) culturale e politico savonese.



CUORE E CRITICA

N° zero


Rivista di studi e discussioni di vario argomento
pubblicata da alcuni scrittori eccentrici e solitari


Quattro amici al bar


Fool! Tris di poltrone (Presidenza Carisa, Direzione Unione Industriali, Presidenza Camera di Commercio) e coppia di progetti (Centrale Tirreno Power e Piattaforma Maerks). E con l'accordo ossequioso delle parti sociali, Bellezza.!
A Savona e provincia, non da oggi, si gioca a poker con le cariche prestigiose (tanto lui ha detto a chi timidamente obiettava che forse erano troppe, che sempre di economia si tratta) si profitta dell'assuefazione dei cittadini (mitridizzazione) che il signor B ha, con profitto, sperimentato in sedici anni su tutti gli italianuzzi.
Se poi il livello di indignazione si mantiene alto ed è sul punto di aggregare gli indignati (agli inquieti c'è già chi ci pensa) ecco che quattro o poco meno persone rispolverano sfacciatamente l'ottocentesca testata di Cuore e Critica, fondata a Savona dal repubblicano Arcangelo Ghisleri (destinata a diventare la Critica Sociale del socialista Filippo Turati) con il medesimo entusiasmo, e soprattutto senza soldi, per cercare di diventare, fra i tanti, strumento, perchè no, di passione politica e di impegno. C'è chi lo dovrebbe fare per statuto o per obbligo istituzionale, ma troppo spesso alla marxiana coscienza di classe è subentrata la coscienza del posto (Pearlman sociologia americana).
Forse è un atto immodesto, forse abbiamo bisogno di qualche numero,meno unico di questo, per passare dalla protesta alla proposta (come oggi si dice anche a sinistra) per dire cosa concretamente fare con le energie alternative e rinnovabili, senza più subire il ricatto del carbone o riflettere se sia ragionevole edificare una piattaforma grande come 16 campi di calcio davanti a Vado Ligure. Forse è ora di domandarci se il carbone (qualcuno ha proposto di bruciare nella centrale vadese la spazzatura o giù di lì[sic] ) è una soluzione ancora accettabile per la Provincia di Savona, visto che anche il suo Presidente Vaccarezza è d'accordo e poi Loano è sufficientemente distante da Vado Ligure.
Serve dunque un po' si cuore (parlo dall'alto dei miei tre by pass) e soprattutto il risveglio della capacità critica, naturalmente costruttiva. Basterebbe , per un attimo, anche a Savona, fare come fanno (udite udite), le Fondazioni bancarie lombarde quando investono quattrini nell' edilizia popolare, che non ha istituzionalmente più soldi. Basterebbe, come già fanno sensibili e illuminate minoranze, indignarsi per la colata di cemento e a ricordarcelo sono Preve e Sansa nel loro volume. Basterebbe non essere grandi architetti barcellonesi per dire, con un po' di buonsenso e di modestia, che esteticamente il padiglione Noceti del Santuario è più bello del Crescent.
E infine anche per non trovare in cartellone al Teatro Chiabrera il Don Pasquale per altri anni.
Prosit!

ugo tombesi e-mail: tombesi@libero.i
(Da: Cuore e Critica, numero zero)

Le pietre raccontano. Incisioni nelle Terre alte di Quiliano e Vado Ligure




lunedì 22 novembre 2010

Lettura poetica di Paul Polansky a Finale




LIBRERIA CENTO FIORI
Via Ghiglieri 1 – Finale Ligure (SV)
019 – 692319 / info@libreriacentofiori.it
presenta


CentoFioriCentoLibri
Incontri in Libreria

Sabato 27 novembre 2010 alle ore 17.30,
PAUL POLANSKY

Il poeta statunitense
presenterà la sua opera e leggerà suoi versi tratti dalla raccolta
UNDEFEATED
POEMS 1991-2008
(IMBATTUTO Poesie 1991-2008)
Multimedia Edizioni - Casa della poesia
(Baronissi - Salerno)

Condurrà l'incontro e leggerà le poesie in italiano Gianluca Paciucci
La traduzione da/all'inglese sarà a cura di Marina Fasce

INGRESSO LIBERO





Paul Polansky

E' nato a Mason City, Iowa, nel 1942. La sua decisione di frequentare il college alla Madrid University diventò l’inizio di una lunga odissea attraverso l’Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell’Europa dell’est.
Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio mitico per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom.
Le sue raccolte di poesie "Living Through It Twice", "The River Killed My Brother", e "Not a refugee" descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri contro quelle popolazioni.
Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom. Attualmente dirige alcuni progetti di aiuto e salvaguardia di queste popolazioni nel Kosovo e in Serbia.
Nonostante egli debba la sua fama mondiale alle sue battaglie a tutela dei Rom kosovari, Polansky è anche un prolifico ed apprezzato romanziere e poeta, che riesce a fondere, nei suoi scritti, l’esperienza di sessantotto anni vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura gitana che lo ha toccato nel profondo e che la civiltà occidentale tende a sopprimere.
Nel 2004 Polansky è stato insignito del prestigioso Human Rights Award della città di Weimar, in Germania.

Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e, nel 2009 in Italia, una grande antologia bilingue dal titolo Undefeated/Imbattuto - Poems 1991-2008 (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).

Ha partecipato nel 2002 a SIDAJA Incontri internazionali di poesia a Trieste e nel 2003 a Il cammino delle comete a Pistoia, nel 2005 e nel 2009 agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo. Nel 2008 è stato tra i poeti partecipanti alla festa per i 75 anni di Jack Hirschman e a luglio 2009 ha preso parte a Napolipoesia nel Parco.

Una mappa misteriosa


Nel 1492 la scoperta dell'America apre una nuova fase della storia dell'umanità. Ma siamo poi sicuri che di quell'avvenimento straordinario si conosca veramente tutto?



Guido Araldo

Una mappa misteriosa


È noto che i cavalieri in fuga dalla Francia trovarono rifugio in Scozia e, soprattutto, in Portogallo, dove ricostituirono la “Militia Christi” e mantennero sia le loro croci che i bianchi mantelli. Poco tempo dopo l’Ordine dei “Cavalieri di Cristo”, voluto dal re del Portogallo, fu riconosciuto con bolla papale dal pontefice Giovanni XXII.
Preziosa fu la loro collaborazione alla riconquista della parte meridionale di quel paese.
La piccola città di Tomar, che ospita nella sua piazza centrale una grande statua di cavaliere templare appiedato, costituì il cuore pulsante del nuovo Ordine Cavalleresco e il vasto castello sulla collina ne divenne la principale roccaforte. Ancora oggi vi si può ammirare la cappella ottagonale.
Enrico il Navigatore, principe portoghese che dischiuse ai suoi sudditi gli orizzonti dell’Oceano Atlantico, era un maestro templare della “Militia Christi”: l’artefice della marineria lusitana che indicò ad audaci capitani le rotte lungo l’Africa, verso il Capo di Buona Speranza.
Non fu un caso se Cristoforo Colombo dispiegò sulle vele delle caravelle la croce templare!
Quando naufragò sulle coste portoghesi trovò riparo nel monastero templare di Tomar e qui intravide mappe templari antichissime che gli cambiarono la vita. A Tomar gli entrò nel sangue l’ossessione di raggiungere le Indie, l’Oriente, navigando verso Occidente.
Perché?
La risposta è da cercarsi nella misteriosa “mappa di Piri Reis”.
Novanta temerari s’imbarcarono su tre gusci all’alba del 3 agosto 1492, nonostante fosse di venerdì e nonostante il motto “di Venere e di Marte non ci si sposa, né si parte”!
Era il giorno in cui, a Genova, si festeggiava san Giorgio: patrono della città e protettore dei suoi abitanti, soprattutto dei marinai.
Poteva essere diversamente? Considerato che a guidare la spedizione era un genovese di nome Cristoforo Colombo?
Quei temerari arrivarono a destinazione il 12 di ottobre, all’alba, un altro venerdì.
Poi ci fu la storia di Rafael Sarmento… Forse stava scritto nelle stelle che l’America non portasse fortuna ai suoi scopritori!
Rafael Sarmento fu catturato cinque anni dopo la scoperta dell’America e il ritorno in Spagna: imprigionato dal turco nel golfo della Sirte, allorché la sua galea fu abbordata e affondata dal capitano Kermal.
E proprio il capitano Kermal, che non era soltanto un pirata, si stupì di trovare addosso a quel miserabile una mappa strana. Un altro capitano, probabilmente, avrebbe gettato in mare quel foglio unto e bisunto! Ma il capitano Kermal aveva un amico lontano, a Costantinopoli: un ammiraglio d’origine greca che si dannava l’anima sulle rive del Corno d’Oro a raccogliere carte nautiche di tutti i paesi. All’ombra di Santa Sofia trasformata in moschea, dove i sultani avevano sostituito i basilei bizantini e la mezzaluna la croce, quell’anziano ammiraglio, abile cartografo, ambiva lasciare ai posteri un bellissimo “atlante”: il Kitabi Bahriyye1, prezioso a tutti i naviganti. Un’opera costituita da mappe marittime, dai molti dettagli, con dipinti poetici, solari, eleganti: carte geografiche correlate da sapienti note ai margini, rilegate in una solida copertina di pelle di daino.
Muhiddin Piri Reis ricevette con grande gioia il dono di quella misteriosa carta geografica e annotò chi glielo aveva inviato; poi provvide a riprodurre una copia, giacché la vecchia mappa era ridotta in pessimo stato.
Altri secoli fluirono e nell’immenso gioco della ruota della vita giunse il momento del crepuscolo dell’Impero Ottomano, che aveva superato in grandezza e splendore quello caduco di Alessandro Magno.



La sera piovosa del 9 novembre 1929 Halil Edhem, direttore del museo di Istanbul, rovistava nel palazzo dei sultani, noto come il Topkapi, quando si trovò tra le mani l’obliato atlante, con le sue belle mappe e una, in particolare, davvero insolita. Un’annotazione a margine riferiva che era stata sottratta a un marinaio cristiano che, pazzo, si vantava aver raggiunto il lontano Catay navigando verso Occidente.
Oggi quella mappa singolare, riprodotta su pelle di gazzella, è custodita al Museo di Istanbul e suscita interesse, stupore, meraviglia in tutti coloro che hanno il privilegio di vederla.
I cartografi l'hanno studiata e analizzata con le tecniche più sofisticate, restandone sconcertati: la longitudine è tracciata con grande perfezione e raffigura l'Oceano Atlantico con le coste orientali di Spagna, Mauritania e Guinea; le coste occidentali della grande d'America, le isole caraibiche, le foci di fiumi enormi, le Ande e persino l’Antartide, misteriosamente sgombro di ghiacci. La stessa Groenlandia non è raffigurata come un’isola monolitica; ma un arcipelago, proprio come hanno dimostrato recenti osservazioni dallo spazio, con i satelliti.
Cristoforo Colombo, l’ammiraglio dell’oceano tenebroso, sapeva esattamente dove andare e, anche, quale rotta seguire!
Una domanda resta sospesa, senza risposte: chi disponeva di simili conoscenze in anni remoti?
Indubbiamente una mappa misteriosa e intrigante, forse egizia o micenea, forse l’ultimo reperto di Atlantide, che dischiude orizzonti storici inesplorati e insondabili.
Nel 1291, duecento anni prima l’avventura di Cristoforo Colombo, i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, oggi dimenticati, lasciarono Genova con due galee: “Allegranza” e “Sant’Antonio”. Salparono desiderosi di aprire nuove rotte nell’immenso oceano, al di là delle Colonne d’Ercole, andando “ad partes Indiae per mare oceanum”. La differenza sostanziale con Cristoforo Colombo stava nei gusci delle navi: le galee erano poco adatte ad affrontare le onde dell’Atlantico.
Quel viaggio attesta che sicuramente i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi disponevano di conoscenze geografiche insolite e inedite. Un’interessante ricerca su queste conoscenze porta ai documenti di papa Bonifacio VIII, in Vaticano. E quel papa, grande protettore del Tempio, fu successivo di pochi anni a quel viaggio. Nelle sue carte si troverebbero cenni a isole remote, situate al di là del misterioso Oceano: notizie di probabile origine templare alle quali attinsero, probabilmente, i fratelli Vivaldi.

La scoperta dell’America

La storia della scoperta dell’America s’intreccia ineluttabilmente con quella dei papi.
Il primo dei Borgia, Alfonso, noto come papa Callisto III, fu un sant’uomo ossessionato dalla minaccia dei Turchi dilaganti in Oriente e nella penisola balcanica. Nel fatidico mese di maggio del 1453 era caduta Costantinopoli e l’orda turca sembrava davvero inarrestabile: il demonio comparso sulla terra! Occorreva organizzare una grande crociata per arrestarla! Ma il progetto fallì tanto con Callisto III quanto con il suo successore, Enrico Silvio Piccolomini, Pio II, che invano si affannò per portare i crociati sul Bosforo.
Ad ogni modo il progetto restò nell’aria e fu ancora rispolverato dal genovese Giovanni Battista Cibo, papa Innocenzo VIII, dopo l’infausta parentesi di Sisto IV.
Quelle crociate fallirono non tanto per la scarsità di “volontari della fede”, quanto per la mancanza di denaro: occorreva molto oro per approntare una possente armata sotto l’insegna della croce, che sconfiggesse il turco e riconquistasse Costantinopoli alla cristianità; fors’anche Gerusalemme.
Ed ecco entrare in gioco l’America!
Si favoleggiava, infatti, che ci fosse abbondanza di oro nelle misteriose Indie e nel Cipango, più favoloso ancora: terre ricchissime sulle quali il grande Alessandro si era affacciato senza conquistarle, molti secoli prima. Recentemente i Portoghesi, navigatori audaci, le avevano raggiunte circumnavigando la grande Africa; a sua volta Marco Polo c’era arrivato a piedi: un viaggio interminabile, lungo troppi anni, reso possibile dalle conquiste mongole sfumate da molti anni. Una finestra rimasta aperta soltanto un tempo troppo breve.
Ma se la terra era davvero tonda, come asserivano i matematici greci antichi, allora… andando verso Occidente, nell’oceano tenebroso, non si sarebbe trovata la montagna del Purgatorio, ma le ricche coste del Cipango! Una nozione osteggiata, a causa delle sacre scritture; ma non ignota nelle stanze dei palazzi papali…
In questo contesto sono sempre stati trascurati due personaggi alquanto misteriosi, connazionali, irlandesi, entrambi santi: san Brindano e san Malachia.
Il primo alimentò una letteratura fantastica per la sua navigazione nell’Atlantico settentrionale, in compagnia di alcuni fraticelli: una navigazione dalla datazione incerta, nel Medioevo più profondo, che scatenò le fantasie dell’epoca, impregnate di misticismo; una navigazione allucinata, con gli iceberg scambiati per meravigliose cattedrali galleggianti, dov’era impossibile approdare. Un viaggio che, probabilmente, portò San Brindano nel Labrador o nell’isola di Terranova, anticipando il Finland dei Vichinghi.
Suo erede, secoli dopo, fu san Malachia, dalla documentazione storica un po’ più consistente di san Brandano.
Ad eccezione della storia della sua vita, scritta da San Bernardo, le documentazioni sul conto di Malachia sono vaghe e frammentarie. Il suo vero nome era Maelmhaedhoc, semplificato e latinizzato in Malachia. Vantò come illustre maestro Malchus e fu abate di Bangor nel 1123, poi vescovo di Connor e quindi arcivescovo di Armagh, guida spirituale dell’Irlanda. Enorme fu la sua influenza non soltanto nelle isole britanniche, ma in tutta l’Europa: un riformatore zelante e un grande propugnatore del monachesimo. Una tradizione vuole che abbia abbandonato il pastorale, mitra e l’anello arcivescovile per tornare a essere un umile monaco e percorrere, come predicatore, l’Europa. Fu a Roma in almeno due occasioni, dove incontrò il papa quale primate d’Irlanda. Aveva alle sue spalle la storia straordinaria del monachesimo di quell’isola, di cui era erede e custode. Custodiva segreti noti a pochi, come la vera vicenda della “navigatio sancti Brandanti” che probabilmente giunse sulle coste del Nord America. Fu amico di Bernardo di Clairvaux e partecipò al più grande rinnovamento politico e culturale dell’epoca: la fondazione dell’ordine Cistercense e l’istituzione dell’ordine dei Pauperes Commilitones Christi i Cavalieri Templari. Il rapporto con Bernardo di Clairvaux fu tale che Malachia spirò tra le sue braccia, il 2 novembre 1148, al ritorno dal suo secondo viaggio a Roma. E fu probabilmente nel monastero di Clairvaux, sentendo prossima la fine, che scrisse le 111 “profezie” enigmatiche, ermetiche ed esoteriche, relative ai futuri papi, ma non da Celestino II, che all’epoca era già morto e neppure dal suo successore, che all’epoca era già noto, vivo e vegeto; bensì da Anastasio IV, ancora da venire!
Ci sarebbe poi la profezia perduta del “Papa nero”, che trae origine dalla profezia smarrita durante la trascrizione delle profezie: “Caput nigrum”: l’ultimo, successivo il “De gloria olivae”.
E poi, dopo 111 o 113 papi?
Malachia non fornisce spiegazioni.




Ma sarebbe riduttivo ricordarsi di Malachia soltanto per le sue 111 profezie, che si riducono a brevi frasi riferite ai sommi pontefici: fu custode di molti segreti della sua isola. L’Irlanda era una terra totalmente diversa dal resto d’Europa, non fosse altro per non aver sperimentato l’impero romano. Più ancora fu patria degli ultimi celti, di San Brandano e di un monachesimo originale, ancora una volta diverso da quello europeo. E in quel 2 novembre 1148 le conoscenze di san Malachia, incluse le sue profezie, transitarono a San Bernardo per poi confluire nel nuovo Ordine monastico dei Cistercensi e nel nuovo Ordine cavalleresco dei Templari.
Né fu un caso se il più importante porto gestito dai Templari fu quello di La Rochelle, aperto sull’Oceano solcato da san Brandano. Porto che, prima di allora, era soltanto un approdo di pescatori.
A Roma, a metà del XV secolo, l’oro delle Indie colmava le fantasie. Vi erano documenti, in Laterano, che attestavano l’esistenza di terre, isole, al di là dell’oceano tenebroso.
Innocenzo VIII, genovese come Cristoforo Colombo, si prodigò nell’aiutarlo: è documentata una sua lettera, a riguardo, alla regina Isabella, la sua pupilla. Un intervento probabilmente decisivo per l’audace navigatore che ambiva diventare “l’ammiraglio dell’oceano”, nonostante il vivido ricordo di altri genovesi: i fratelli Vivaldi, che duecento anni prima si erano inoltrati in quegli orizzonti remoti, senza fare ritorno.
Anche il cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa, fantasticava di allestire una flotta nonostante la scarsa tradizione marinara dello Stato della Chiesa: navi che avrebbero dovuto puntare la prua verso il sole che tramonta e tornare con carichi d’oro. E il cardinale Borgia aveva preziosi referenti in Spagna, suo paese d’origine, i fratelli Pinzon: noti armatori e abili capitani. Soprattutto il maggiore di quei fratelli: Martin Alonso.
Sul finire dell’anno del Signore 1489, nei giorni dell’Avvento, Martin Alonso Pinzon fu contattato da un padre domenicano di Cordoba che gli mostrò una strana carta nautica e gli pose una domanda ancora più strana: se, all’occorrenza, fosse stato disposto a porsi al servizio delle insegne papali.
L’anno successivo il capitano Pinzon fu nuovamente contattato da emissari papali: i frati Marchena e Perez, francescani del convento di Ràbida, che lo invitavano ad aggregarsi alla spedizione che stava per essere allestita dalla regina di Spagna, affidata a un certo Cristoforo Colombo.
Si disponeva, peraltro, di navi idonee ad affrontare l’oceano: le caravelle! A costruirle per primi erano stati i Veneziani, nel secolo XIV, nel loro famoso Arsenale, per la necessità di raggiungere le Fiandre e l'Inghilterra. Un’arte affinata dai Galiziani e dai Portoghesi. Erano lunghe circa trenta metri: dotate di tre, quattro alberi, con cinque vele. I migliori cantieri erano in Andalusia…
Tanto Cristoforo Colombo quanto il capitano Alonso Pinzon disponevano delle mappe nautiche già appartenute ai Templari.
Cristoforo Colombo le aveva viste nel monastero di Tomar, in Portogallo, dove sorgeva il quartier generale dei Cavalieri di Cristo: gli eredi dei Templari. Da quel momento gli era entrata nel sangue l’ossessione di raggiungere quelle terre lontane e misteriose. Quei gloriosi cavalieri non erano stati perseguitati sulle rive del Tago, per il ruolo importante che rivestivano nella secolare guerra contro i Mori e la Reconquista alla cristianità di quelle terre. Di quella mappa preziosissima aveva fatto cenno alla regina Isabella, mostrandole una copia e precisando come il monastero di Tomar si trovasse in Portogallo! I rivali Lusitani avrebbero potuto salpare in direzione del sole che tramonta in qualsiasi momento… In tal modo aveva scosso la regina, inducendola a fornirla delle navi e degli equipaggi necessari per salpare.



Il capitano Pinzon, a sua volta, aveva le mappe fornitegli dai frati francescani del convento di Rabica...
Ad ogni modo era un viaggio verso l’ignoto: non si trattava della solita navigazione di cabotaggio! Un’impresa da far tremare le ginocchia al più esperto lupo di mare!
Emblematica la data della partenza: il 3 agosto, un venerdì, nonostante il motto “Di Venere e di Marte non ci si sposa e non si parte!”. Perché? A Genova si festeggiava di san Giorgio: patrono della città e protettore di tutti i suoi abitanti.
Il 5 ottobre, dopo due mesi di navigazione, Alonso Pinzon convinse Cristoforo Colombo a cambiare rotta, in base alla mappa che gli avevano fornito gli emissari del papa: a suo parere dovevano dirigersi verso alcune piccole isole indicate sulla misteriosa “carta”.
Carte nautiche antiche, antichissime.
Ma c’era di più!
Da molto tempo i temerari pescatori baschi si spingevano nei “banchi” dove abbondavano i merluzzi, su remoti orizzonti occidentali, e certamente avevano avvistato le coste americane.
E poi, da dove venivano le pagnotte di mais, raffigurate su capitelli gotici, soprattutto in Scozia, se il mais era coltivato sugli altopiani dell’impero azteco?
E ancora una volta, come al solito, era una questione politica!
Nel 1479 la Spagna, nazione in piena espansione, aveva abbandonato la prospettiva di un’invasione del Marocco e la concorrenza portoghese, proiettata nell’esplorazione dell’Oceano verso meridione, con l’obiettivo di circumnavigare l’Africa, induceva la regina Isabella a volgere lo sguardo verso i misteriosi territori occidentali al di là del “tenebroso oceano”!
Ma perché l’impresa fu tentata nel 1492 e non prima?
I regnanti di Spagna attesero pazientemente l’avvento del cardinale Rodriguez Borgia, Alessandro VI, sul soglio di Pietro: uno spagnolo?
Forse basterebbe verificare le date!
Le caravelle salparono da Palos il 3 di agosto, quando l’elezione del cardinale Rodriguez Borgia sembrava sicura. E così fu, nella notte tra il 10 e l’11 agosto!
Un tempismo perfetto!
Già all’inizio di luglio la regina Isabella aveva ordinato ai fratelli Pinzon e agli abitanti di Palos di tenersi pronti per un viaggio che avrebbe potuto durare sei mesi: andata e ritorno.
Si sbagliò di quindici giorni.
Ma per quale motivo la regina attese l’elezione di un papa spagnolo? Non andava bene il papa precedente, un genovese?
Non voleva correre rischi! Non voleva che le terre “scoperte” fossero negate alla Spagna e aggiudicate allo Stato della Chiesa!
Il cardinale Rodrigo Borgia, eletto papa con l’appoggio consistente della corona Spagna, era un amico personale di Ferdinando e Isabella.
Già nei giorni dell’avvento dell’anno del Signore 1489 un padre domenicano di Cordoba aveva abbordato Martin Alonso Pinzon, che in seguito raggiunse Roma, ospite del cardinale Rodrigo Borgia.
Fu nel suo palazzo che in un tardo giorno d’estate dell’anno 1490 fu abbozzata per la prima volta, seriamente, la spedizione che la regina Isabella aveva in animo d’intraprendere nella direzione del sole che tramonta.
Una storia dalla lenta evoluzione, che giungeva all’epilogo.
Una storia iniziata cinquant’anni prima, quando a Firenze, tra gli anni 1437 e 1439, si era tenuto il concilio tendente a rappacificare le chiese di Oriente e d’Occidente, presente lo stesso imperatore di Costantinopoli.
Per l’occasione erano giunti dalle rive del Bosforo minacciato dai Turchi molti sapienti, con le loro carte geografiche antichissime, alcune delle quali segnalavano la presenza di isole e terre al di là dell’oceano misterioso. Mappe che indicavano anche le rotte migliori per raggiungerle, sfruttando venti e correnti marine. Tra quei sapienti figurava un anziano filosofo di Mistra, nella Morea, che non aveva mai visto il mare, se non da lontano: un certo Giorgio Gemisto Pletone, ottuagenario custode di una mappa misteriosa donatagli da un dotto ebreo di nome Elisseo. Proprio questa “carta” generò un vivo interesse nel medico Paolo dal Pozzo Toscanelli, che in seguito si mise in contatto con il canonico Ferdinando Martins a Lisbona, esortandolo ad adoprarsi affinché fossero intraprese spedizioni navali nel vasto oceano. Quel medico, infatti, era un insigne matematico, un astronomo di chiara fama e un valente cartografo, che proprio in seguito all’interesse suscitato dalle “carte” di Gemisto Pletone, riprodusse un planisfero oggi perduto, dove si dimostrava come si potessero raggiungere le remote Indie navigando attraverso l’Oceano d’Occidente o Atlantico. Successivamente Paolo dal Pozzo Toscanelli inviò lettere anche a Cristoforo Colombo, esortandolo a tentare l’attraversata; e pare che il grande ammiraglio dell’oceano tenebroso utilizzò proprio una copia del suo planisferio, dove però la distanza da percorrere era ridotta della metà rispetto a quella reale, poiché vi erano riprodotti gli stessi errori commessi da Tolomeo.
Infine un epilogo, che induce a rabbrividire.
Nel 1536, esattamente quarantaquattro anni dopo la scoperta dell’America, l’imperatore Carlo V pretese la distruzione di tutte le antiche mappe dell’Oceano.
Per quale motivo?
Il timore che altre nazioni potessero rivendicare pretese sul Nuovo Mondo! Un bottino immenso, da spartire esclusivamente con il Portogallo.
La necessità, anche, di non rendere pubblico il “complotto” tra la regina di Spagna Isabella la Cattolica e il cardinale spagnolo in procinto a salire sul soglio di Pietro con il nome di Alessandro.
Oltre alla “carta” di Piri Reis, finita fortunosamente a Costantinopoli, c’è un’altra mappa che è sopravvissuta alla distruzione. Una carta nautica datata MC (1500) che raffigura il Golfo del Messico e la grande penisola della Florida con le coste perfettamente delineate; ma, a quel tempo, le terre situate di fronte all’isola di Cuba non erano ancora ufficialmente note!


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".