TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 7 settembre 2011

Storia dei Templari: Guillaume de Sonnac (1247-1250)



Guido Araldo

Guillaume de Sonnac, cavaliere originario della Linguadoca, sovrano Maestro del Tempio dal 1247 al 6 aprile del 1250


Prima di giungere in Terrasanta Guillaume de Sonnac fu precettore dell’Aquitania e, probabilmente, arrivò ad Acri in seguito alle pressanti richieste di Richard de Bures. Il suo nome figura per la prima volta in un atto del 1245, vergato nella chiesa di San Tommaso in Acri. Era il Gran Commendatore dell’Ordine nell’ora terribile dalla tremenda battaglia.

Tutti si domandavano: che fine aveva fatto Armand de Grosse? Era davvero morto? Era caduto prigioniero? Un dubbio che sarebbe rimasto tale per tre anni, durante i quali a reggere momentaneamente le sorti del “Tempio” fu Richard de Bures, un tempo umile scudiero al Chastel Blanc.

Di lui sono noti i messaggi accorati e preoccupati inviati alle migliaia di case, commende e precettorie sparse in Europa, soprattutto in Francia e in Italia, con la richiesta di urgenti rinforzi. Occorrevano nuovi cavalieri per salvare la presenza templare in Terrasanta! Troppe fortezze erano andate perdute: il Monte Tabor, Belvoir, Ascalona… Gli stati cristiani sulle coste del Libano e della Siria, con caposaldo meridionale in Acri, erano sempre più piccoli, fragili, deboli. E’ legittimo supporre che sopravvivessero per un motivo indicibile: costituivano una fonte di ricchezza per i sultanati arabi dal Cairo ad Aleppo, e per i mercanti pisani, veneziani, genovesi, marsigliesi, catalani che li frequentavano assiduamente.

Dopo la disfatta di Gaza, con il sultano d’Egitto che vietava l’ingresso dei cristiani a Gerusalemme, era tempo di una nuova crociata! Papa Innocenzo IV non poteva tollerare simili divieti! Tutta l’Europa era in lutto. Il concilio di Lione, riunito nel 1245 subito dopo l’infausta battaglia di Gaza, individuò il sovrano al quale affidare la spedizione: un grande re per una grande crociata! E chi poteva essere, se non Luigi IX, re di Francia? L’Europa, dov’erano state vietate per quattro anni tutte le manifestazioni pubbliche, inclusi i tornei, trovava ancora energie da riversare in quel grande calderone che era la Terrasanta. Guillaume de Sonnac fu scelto appena in tempo per questa nuova crociata.

La tradizione vuole che il Capitolo dell’Ordine si fosse riunito sotto le stelle! (dipinte, forse, sul soffitto di qualche chiesa, com’era tradizione tanto presso i Cistercensi che presso i Templari). Fu allora che, sotto una buona stella, che il re di Francia salpò dalle Aigues Mortes, il 28 agosto 1248, con 1.500 navi: una flotta imponente, con le vele dispiegate al vento! Ancora si urlava fiduciosi, con grande convinzione, Deus lo Vult!
A cardinali e vescovi era stato imposto di versare un quinto delle loro entrate per finanziare la crociata. Nei due anni necessari per organizzare convenientemente la spedizione, re Luigi IX non aveva lesinato aiuti ai Templari e agli Ospedalieri, affinché rimpinguassero le loro fila esauste, mentre si preoccupavano della difesa di Acri e di tutti i presidi più esposti.

Il 17 settembre la flotta arrivò a Cipro e, ancora una volta, gli sguardi si volsero verso l’Egitto. Persisteva l’assioma: chi controllava il Cairo, controllava Gerusalemme! Per questo motivo non si puntò direttamente su Acri e sul Santo Sepolcro. Il re di Francia ambiva alla conquista definitiva della Terrasanta, che doveva includere necessariamente il ricco Egitto ed estendersi, sostanzialmente su tutto l’Oriente.

Luigi IX non voleva liti tra Templari e Ospedalieri, ed era lui a decidere! Un giorno, appresa la notizia che il gran maestro templare aveva ricevuto un emissario del sultano, allo scopo di trattare una “vantaggiosa tregua” e, soprattutto, la liberazione dei Crociati ancora prigionieri, il re di Francia gli mandò a dire che non era tempo di parole, ma del clamore del ferro.

Voci indicibili correvano sul conto di Guillaume de Sonnac: che avesse scambiato il suo sangue con il sultano d’Egitto nel corso di una satanica cerimonia; che avessero mischiato quel sangue con il vino e poi lo avesse bevuto fino a ubriacarsi in compagnia del sultano, sotto le stelle!

La flotta passò l’inverno a Cipro e salpò nuovamente nel giugno 1249. Ora le navi con bandiere al vento erano salite a 1.800, ma lo sbarco alla foce del Nilo fu difficile: lo stesso re fu costretto a combattere con l’acqua fino alla cintola; poi, ancora una volta, fu la volta di Damietta, conquista con relativa facilità. La città non si era ancora ripresa dal terribile assedio precedente.

Il resto dell’anno fu consumato per assicurarsi il controllo del delta del Nilo; poi il re di Francia impartì l’ordine della marcia: era la primavera del 1250 e l’entusiasmo tra le schiere cristiane sembrava salire alle stelle.


L’avanguardia era costituita dall’élite dell’esercito: 280 Templari guidati da Guillaume de Sonnac, un folto gruppo di cavalieri franchi comandati da Roberto d’Artois, fratello del re francese, e truppe scelte inglesi agli ordini di Guglielmo II Lungaspada, un veterano ch’era già stato in Oriente al seguito di Riccardo di Cornovaglia.

Quando l’avanguardia giunse a Mansura avvistò le prime schiere di Saraceni: mercenari mammalucchi guidati da un certo Baybars, personaggio infausto che avrebbe giocato un ruolo determinante negli anni successivi. I cavalieri si gettarono immediatamente nella mischia guidati dall’impulsivo Roberto d’Artois, maestro di tornei, desideroso di gloria.

A Guillaume de Sonnac era nota l’astuzia degli arabi, che fingevano di fuggire fiaccando la carica dei cavalieri; poi li accerchiavano per fagocitarli e ucciderli. Di fronte alla sua titubanza nello spingersi in profondità, Roberto d’Artois lo insultò, dandogli del vigliacco. In tal modo lo trascinò nella carica. Anche l’inglese Guglielmo Lungaspada era incerto; ma come poteva opporsi, senza essere tacciato di viltà?

In quel giorno terribile si realizzarono appieno le più fosche previsioni del gran maestro templare! Peraltro era stato sottovalutato un fattore importante: dopo la lunga marcia i cavalli erano stanchi, mentre i Mammalucchi disponevano di cavalli freschi. Guillaume de Sonnac lottò con i suoi Templari fino allo stremo. Gli inglesi furono sopraffatti per primi e Guglielmo Lungaspada cedde combattendo in mezzo a tutti i suoi arcieri, annientati fino all’ultimo uomo. Il conte d’Artois, figlio del re Luigi VIII e Bianca di Castiglia, annegò nel Nilo mentre cercava disperatamente la salvezza, fuggendo come il più misero dei codardi.

Un altro giorno fatale quel 9 febbraio 1250, martedì grasso! Dalla mischia, incredibilmente, emerse vivo Guillaume de Sonnac, grondante sangue, senza un occhio; soltanto due Templari superstiti caracollavano al suo fianco. Proprio lui, considerato più un diplomatico che un guerriero!

Intanto era sopraggiunto il grosso dell’esercito e il gran maestro del Tempio, dopo cure frettolose, accorse nuovamente in prima linea per inseguire i nemici. Ma la morte era soltanto rimandata! Lo scontro decisivo avvenne due mesi dopo: il 6 aprile.

Ai Templari fu affidato il compito di proteggere l’armata sul fianco lungo il Nilo e Guillaume de Sennac, seppure ancora malconcio, orbo di un occhio, cavalcava nuovamente in prima linea. Ricorse al fuoco greco per contrastare la carica del nemico: i soliti mercenari turchi, terribili. Ma lo sbarramento di fuoco fu superato e si giunse allo scontro diretto. Questa volta Guillaume de Sennac fu accecato e venne sopraffatto con i suoi cavalieri nell’ultimo crepuscolo di una giornata memorabile e terribile. Un sacrificio inutile per una vittoria inutile!

Il colera si annidava tra le file cristiane e fu più fatale di una grande battaglia perduta. Lo stesso Luigi IX finì prigioniero: arrivò davvero alla meta, al Cairo, ma in catene!


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".