TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 marzo 2011

Da leggere: Giorgio Ficara, Riviera


“O mæ mâ in dialetto ligure significa ‘il mio mare’, ma anche ‘il mio male’, la mia malinconia”. Il mare che ho di fronte, e ha di fronte il paese di mia madre con le sue casette multicolori, è per me l'aria di casa: libeccio frusciante sulle onde, vele, rosse reti al sole, campane, canti nei carrugi. E' un segno disponibile dell'infinito, che ha fatto sempre di questo luogo una specie di nave pronta a partire. Ma il luogo, di cui parlo, esiste ancora?” Questo il significativo incipit del nuovo libro di Giorgio Ficara, che ci accompagna tra luoghi e personaggi della Riviera ligure. Un libro di scoperte e di sorprese alla ricerca di un mondo che, se mai esistito, ormai da tempo non esiste più, diventato un luogo dell'animo.


Paolo Mauri


Ricordi e poesia della Riviera


Quasi sul finire del suo Riviera, Giorgio Ficara offre al lettore un' immagine-chiave. È legata all' abitudine del suo amico d' infanzia Agostino Gnecco: un abile nuotatore, sempre pronto ad immergersi nel mare per esplorarne fondali e tesori: paesaggi meravigliosi, pieni di colori incredibili e vivissimi, navi di epoche diverse e spesso anche molto remote che parlano di naufragi, di battaglie, di altre vite. È stato Leibniz, ricorda Ficara, a dirci che il mare custodiva la vita, prima che in forma più sbiadita, migrasse sulla terraferma. Confrontarsi col mare e con ciò che conserva, è un po' come confrontarsi con la memoria, propria o altrui non ha importanza, è come tuffarsi in ciò che è stato, pronti a rivivere la beatitudine dell' infanzia, quando dal letto si percepivano le voci provenienti dalla cucina e i profumi dei cibi invogliavano a godersi una nuova giornata. Riviera, il cui sottotitolo è La via lungo l' acqua, è dunque un libro di memoria: legato ai luoghi, certamente, a Rapallo, Portofino, Bordighera, ma anche,o forse soprattutto, alle persone che quei luoghi hanno abitato riempiendoli delle loro vite.

E di racconti terribili e meravigliosi, sapienti e ingenui come sanno esserlo i racconti popolari. I turchi in agguato, i naufragi su isole remotissime, la conquista del mondo che sta al di là dell' oceano, i miracoli. Ma non è l' avventura (o almeno non solo) ad affascinare l' autore: la sua è un' inchiesta filosofica e insieme poetica, condotta sul filo della perduta o smarrita cognizione della felicità. La Liguria non è (non è più) un paradiso terrestre e molte delle sue bellezze naturali sono perdute o inquinate.

Ma ognuno - e dovunque - può recuperare un equilibrio interiore, magari anche solo per un attimo, come ci insegna Montale, maestro di dolenti parvenze, a lungo frequentato dall' autore che di mestiere fa il professore di letteratura italiana e il critico letterario. Qui però insegna a se stesso a sfuggire persino alla letteratura: «La mia felicità, in Riviera, non era una droga , né era difficile da trovarsi, né pretendeva nulla».

Viene in mente il racconto di Marietta, quasi all' inizio del libro, una sorta di donna primitiva e boschereccia che da piccolo lo ammoniva: l' uomo più felice del mondo viveva su una montagna, senza camicia. A chi lo si può raccontare in tempi di consumismo sfrenato? Eppure ascoltare le voci che parlano del bello e del meraviglioso non è mai un esercizio sterile: a Montallegro il Santuario ricorda la storia di una apparizione della Vergine avvenuta il 2 luglio del 1557. Ne beneficiò il contadino Giovanni Chichizola, che non solo fu svegliato dalla Madonna, ma ebbe da lei un quadretto che la mostrava dormiente, assistita da tre vegliardi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La leggenda contempla poi la sottrazione del quadro che però, in volo, tornava sempre lì, tra quei boschi sopra Rapallo. Ma non sempre i miracoli avvengono: Monet, per esempio, non riesce a dipingere la luce di Bordighera. Riviera è un libro insolito, da meditare. (Da: La repubblica, 11 giugno 2010)


Giorgio Ficara (Torino, 1952) è professore ordinario di Letteratura italiana all'Università di Torino. Ha insegnato negli Stati Uniti alla Stanford University, alla UCLA e alla University of Chicago; a Parigi alla Sorbona. Tra i suoi libri: Solitudini. Studi sulla letteratura italiana dal Duecento al Novecento (Garzanti, 1993); Il punto di vista della natura. Saggio su Leopardi (Il Melangolo, 1996), Stile Novecento (Marsilio, 2007) e per Einaudi Casanova e la malinconia (Saggi, 1999) e Riviera (Frontiere, 2010). Ha vinto nel 1984 il Premio per la Saggistica dell'Accademia Nazionale dei Lincei e nel 2010 il Premio Cardarelli per la Critica Letteraria. Collabora a «La Stampa». È direttore della Fondazione De Sanctis.


Giorgio Ficara
Riviera
Einaudi, 2010
€ 18,50



mercoledì 30 marzo 2011

Incontro con Edgar Morin


Dopo la fine delle ideologie non ci sono più salvatori supremi. Tocca agli uomini e alle donne di buona volontà battersi per salvare il mondo. Questo il messaggio di speranza di uno dei grandi intellettuali del Novecento.


Alberto Mattioli

Incontro con Edgar Morin

Il primo problema da risolvere per intervistare Edgar Morin è trovarlo. Alle soglie dei 90 anni (li compie l’8 giugno), dopo aver scritto i sei volumi della Méthode, molti altri libri e un’infinità di articoli, il celebre sociologo e filosofo francese (ma di famiglia italiana e d’ascendenza ebraico-spagnola, il vero nome è Nahoum), non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Torna dal Marocco e subito riparte per il Brasile. Bisogna prenderlo al volo mentre, nella sua casa parigina, si prepara a ripartire per Torino dove da domani sarà festeggiato come merita. Continua a pensare e a scrivere come ha sempre fatto: interdisciplinare e indisciplinato. Il suo ultimo libro, La Voie («La Via», la maiuscola è più che voluta), sottotitolo «Per l’avvenire dell’umanità», ha incendiato il dibattito intellettuale francese. È un catalogo dei molti mali del mondo (sociali, politici, economici, ambientali, educativi e così via) e delle possibili riforme, prima che la catastrofe sia definitiva.


La constatazione è pessimista, il programma ottimista.
«Non ragiono per certezze, ma per probabilità. È probabile che il mondo corra verso una catastrofe. Ma la storia è piena di avvenimenti improbabili che si verificano con effetti benefici. Pensi ad Atene: nessuno avrebbe potuto pensare che una piccola città potesse sopravvivere a due attacchi dell’enorme impero persiano e regalare al mondo la democrazia».

Applichiamo la lezione all’attualità politica. Cosa pensa delle rivoluzioni arabe?
«Dimostrano che il mondo arabo non è necessariamente condannato o alla dittatura militare o a quella teocratica. Le aspirazioni profonde dei popoli sono sempre quelle: dignità, libertà, democrazia. Gli arabi domandano oggi, con più fortuna, quello che chiedevano i cinesi a Tienanmen. Certi principi hanno effetti di lunghissima durata. Quelli del 1789, nel breve termine, hanno provocato la guerra, il Terrore, l’Impero e la Restaurazione. Ma, nel lungo, hanno fecondato il mondo e abbattuto il comunismo: il 1789 ha sconfitto il 1917».


Lei sta riformando l’insegnamento superiore in Brasile...
«Lì c’è una vitalità straordinaria. Mentre in Europa la sinistra è sclerotizzata, le “sinistre” dell’America Latina dimostrano la capacità di progettare il cambiamento e anche di attuarlo. Parlo al plurale perché Lula, Kirchner, Bachelet, Correa non sono la stessa cosa, mentre Chávez è solo un dittatore delirante».

I suoi giudizi su Obama sono piuttosto contrastanti.
«Ho avuto e ho molta simpatia per lui. Intanto perché credo che sia lucido e abbia davvero una visione planetaria, pur restando profondamente americano. È lo stato di crisi profonda del mondo a impedirgli di realizzare i suoi progetti. In alcuni casi è stato troppo prudente, per esempio sull’economia; in altri ha fatto errori di strategia. Laddove ha potuto intervenire per promuovere i diritti umani, come in Tunisia ed Egitto, lo ha fatto; altrove non può, come in Arabia Saudita. Ma di una cosa sono certo: se non sarà rieletto lui, il prossimo presidente sarà perfino peggio di Bush».


Lei ha dichiarato di aver conservato le aspirazioni della giovinezza ma perdendone le illusioni. E rimpianti ne ha?
«Forse solo di essere diventato comunista, prima di Stalingrado. Sapevo tutto delle purghe, della dittatura, di Stalin e così via, ma lo giustificavo con il fatto che l’Urss era in guerra e accerchiata. Ho capito in ritardo di essermi sbagliato. Anche se aver vissuto nel Partito comunista è stata un’esperienza umana straordinaria. Faceva davvero pensare a una Chiesa. Ho scoperto lì un aspetto della natura umana, il fanatismo settario».


Si consoli: lei hai capito dopo la guerra, i suoi compagni italiani nel ’56 quando è andata bene, oppure nel ’68 o mai...
«Dipende dalla differente natura dei due partiti. Quello francese era più rigido, più duro. Quando non ci credevi più, la tua fede crollava di colpo, senza mezze misure. Quello italiano era più dolce, più sfumato. Ricordo una conversazione con il mio amico Bruno Trentin, di certo un comunista dal volto umano. Era appena uscito Arcipelago Gulag e lui diceva che in fondo Stalin e Solzenicyn erano due facce della stessa medaglia. Non capiva che bisognava scegliere».

Perché il pamphlet del suo amico e coetaneo Stéphane Hessel, Indignez-vous!, «Indignatevi!», ha tanto successo?
«Perché è stato l’elettrochoc su un’opinione pubblica letargica, assuefatta a continui casi di corruzione e alla deriva xenofoba e razzista. Hessel ha il merito di dire a tutti di non rassegnarsi. Aggiungo che, a 93 anni, Hessel appare una persona esemplare: ha fatto la Resistenza e si è sempre battuto per i diritti dell’uomo. Se ci fosse un Nobel della dignità, bisognerebbe darglielo».


Ma lei o Hessel parlate a una società dove la voglia di impegnarsi latita.
«Noi abbiamo fatto la Resistenza e, nonostante gli amici morti, abbiamo avuto fortuna: dal ’45 a oggi nessuna generazione ha conosciuto questa esperienza, questo dono di sé. Me lo dicono molti giovani: eravate fortunati, avevate la cosa più bella, una causa magnifica per cui battersi. La nostra causa, sì, era giusta, ma aveva delle ombre. Ha ragione Grossman: Stalingrado è la più grande vittoria del Novecento, ma anche la più grande sconfitta, perché ha eliminato il nazismo però ha regalato altri vent’anni allo stalinismo».

E oggi?
«Oggi invece c’è una causa altrettanto grande per cui battersi e che non ha ombre: salvare l’umanità. È un impegno cui sono chiamati tutti. Non c’è più una classe sociale che deve redimere il mondo, il proletariato industriale o i poveri del Terzo mondo o gli intellettuali. No: oggi la battaglia devono combatterla tutti. Lo dico, da laico, agli uomini e alle donne di buona volontà».




(Da: La Stampa, 27 marzo 2011)

martedì 29 marzo 2011

Veronica Pesce, Verso l'edizione critica di "Murmuri ed Echi"


La nuova edizione di "Murmuri ed Echi" è un' edizione critica che riporta per intero le due edizioni più significative pubblicate (1912 e 1919), prendendo in considerazione tutte le altre con un lavoro di ricerca esaustivo svolto dalla curatrice, Veronica Pesce. Un impegno ammirevole per serietà filologica e rigore critico di cui è testimonianza il testo che pubblichiamo in cui si ricostruiscono le fasi salienti del progetto.

Veronica Pesce

Verso l’edizione critica di “Murmuri ed Echi”

Sono trascorsi più di vent’anni da quando Franco Croce sosteneva l’importanza dell’indagine critica di molti letterati liguri di primo Novecento, non solo per «l’autonoma incidenza della loro poesia», ma anche per il rapporto «a ritroso» con essi intessuto da Eugenio Montale, che -parafrasando Borges- «come tutti i veri grandi poeti, in qualche modo crea i suoi predecessori». E fra questi liguri Mario Novaro occupava un posto di rilievo, non tanto in virtù di pur evidenti riprese testuali, ma quasi quale ‘formula’ o ‘modello’ (va da sé condotto a ben differenti esiti espressivi e approfondito dal punto di vista contenutistico), per cui il poeta affida al paesaggio le più alte questioni esistenziali. Ancor prima Pier Vincenzo Mengaldo, riconosceva alla «tradizione ligure da Roccatagliata a Boine e Sbarbaro» un ruolo di intermediazione rispetto alla lingua di Pascoli, e ancor più, forse, di D’Annunzio, cui riconduceva quel «conservatorismo formale» proprio degli Ossi.

Accanto alla critica più autorevole valgono naturalmente le parole del medesimo Eugenio Montale che in più occasioni ha ricordato il nome di Mario Novaro parlando delle proprie radici poetiche e si è talvolta spinto a puntuali osservazioni di carattere critico-letterario:


“[...] Un altro poeta ligure appena conosciuto, Mario Novaro, che non deve essere confuso con l’autore del Fabbro armonioso. Mario Novaro è un poeta filosofo al quale si deve anche uno studio in lingua tedesca sul Malebranche. La sua poesia, quando è tale, è volutamente sfatta grezza affannosa, espressione di un animo turbato e rivolto agl’interessi supremi. Più frequente è in lui quella rarefazione di cui abbiamo recato un esempio in Ceccardo: «Liquido respiro aperto, alterno / di liscio mare ferrigno / con pigra una barca là nell’infinito / donde immensa volta di cielo s’inarca» [Oppio, 1919]; o con più forza ritmica, e con un senso di smarrimento che è la chiave di volta di questa ispirazione: «Pentecoste / campane del pomeriggio / lucido verde al sole / turchino di mare con sparse vele / nuvole chiare / delle selve d’ulivi respiro mite // e le campane / con tocchi chiari blandi / oh come tutto sarebbe felice / se potesse vanire / nel blando suono / delle campane.» [Pentecoste].


E questo è un paese da impressionista francese, che so, un Monet con una ruga più pensosa che lo fa «nostro»; un quadro che porremo nella mostra del nostro «novecento poetico» quando ci decideremo ad inaugurarla. Il Novaro vive ad Oneglia e questa sua poesia, della quale del resto egli ha dato troppo rari esempi, ha l’ondulazione e l’argenteo grigiore di quel tratto della riviera di ponente. Ansiosa è la sua poesia ma non mai scabra come quella del Boine e dello Sbarbaro; anzi segnata da un gusto di leggerezza, da uno spirituale desiderio di scelta: «Nell’aria fredda sottile / è un sentore d’arancio / che punge il cuore; / il mare nell’aria lieve invernale / à un suono più chiaro / più prossimo all’anima.» [Sera d’inverno, 1919].”


Ma è ormai trascorso un ventennio anche dal primo, e a oggi unico, convegno di studi dedicato a Mario Novaro. E già allora, recensendone gli atti, Vico Faggi dichiarava la necessità di un’edizione critica di Murmuri ed Echi, anche alla luce del contributo allo studio delle varianti offerto, proprio in quella sede, da Ada de Guglielmi. Nel confronto tra le successive edizioni, la studiosa infatti osservava «aggiustamenti non sempre omogenei e unidirezionali» e suggeriva la compilazione degli apparati con uno spoglio «non portato oltre le stampe approvate dall’autore o esteso alla redazione postuma con una lettura-verifica su contrasto.»


L’esigenza non pare oggi meno manifesta. Anzi, la necessità si rivela duplice se accanto allo studio interno al divenire della raccolta novariana, si valuta l’importanza di recuperare il testo ‘storico’ che effettivamente circolò e fu letto, base fondamentale e imprescindibile per analizzare il mutuo scambio con la poesia coeva e successiva. Ma manteniamo per ora distinti i due piani.


Se il lavoro su testo critico è buona prassi per l’analisi di qualsiasi opera letteraria, sarà tanto più vero nel caso di un’opera dalla storia sui generis, un’opera che abbia subito trasformazioni e cambiamenti nelle molteplici pubblicazioni, sempre seguite dal desiderio di mettere a punto una nuova e «definitiva» edizione. I primi testi nascono infatti nell’arco di un decennio (1902-1912) in forma di prosa e sono convertiti solo in un secondo momento in versi, quando vanno ad affiancare nuove poesie nate direttamente in questa forma (1915-1919). Quasi tutti i componimenti, inoltre, sono pubblicati singolarmente (o in gruppi) sulla «Riviera Ligure» di cui Mario Novaro è direttore, e - di nuovo- soltanto in un secondo tempo sono riuniti in volume. E ancora: nel corso del tempo e nel succedersi delle riedizioni, la versificazione e l’interpunzione mutano ulteriormente, accanto a lessico e sintassi, ma in misura meno significativa. La prima edizione della raccolta appare nel 1912, l’ultima vivente l’autore, la quinta, nel 1941; la morte lascia incompiuto l’ennesimo progetto di edizione «definitiva» che vede la luce in una pubblicazione postuma per mano di Giuseppe Cassinelli nel 1975 (ristampata nel 1994).


Il curatore rispetta la presunta ultima volontà autoriale; ma si tratta di volontà ultima solo in senso cronologico, e presunta, appunto, perché il volume non era stato licenziato per la stampa. La morte per di più sopraggiunge improvvisa nell’agosto del 1944, in circostanze non del tutto chiarite. Si consideri inoltre che il ripensamento e il lavorìo correttorio condotto dal poeta è pressoché continuo e costante nel tempo e si fa quasi ossessivo negli ultimi anni. La corrispondenza documenta la periodica comunicazione, ad amici ed editori, della volontà di preparare un’edizione «definitiva». Il termine ricorre ogni qualvolta l’autore pensa a una nuova pubblicazione. Già nel febbraio del 1916 scrive a Ricciardi (editore anche delle precedenti): «Dopo la guerra intenderei stampare una o mezza dozzina di copie con un buon numero di aggiunte. E se n’avrà piacere facilmente mi troverò d’accordo con Lei per questa edizione (!) definitiva». L’annuncio si ripeterà quasi uguale per la quinta edizione (1941): «Mi rivolgo ancora a lei per un’“edizione definitiva” di Murmuri ed echi, dal momento che io sono deciso a farla uscire; e per varie ragioni (che potrebbe forse aver presenti anche Lei) mi pare questo (a parte la guerra) il momento giusto. Del resto vedo che gli editori non stanno in ozio. Penso anche che il tempo che a me avanza può essere breve, né vorrei lasciare ai miei la cura che il libro compaia ancora una volta corretto. Mai ho così riveduto e limato il libro come ora di proposito: un discreto numero di brevi soppressioni e aggiunte, e molte molte minute correzioni. Il volume risulterà dello stesso numero di pagine (o precisamente le pagine prima dell’Indice sarebbero 4 di più). Potrò mandarle una copia corretta e definitiva di tutto». E poi ancora identicamente e con le stesse motivazioni nella primavera del 1943: «Quanto all’edizione definitiva il testo lo considero dal marzo passato proprio congedato: con soppressioni, correzioni e aggiunte che certamente lo ànno migliorato. Ci sono due brevi liriche nuove. Nel n° XVIII le soppressioni sono in complesso di tre pagine; [...] Naturalmente comprendo le difficoltà attuali; pure questa edizione definitiva devo farla sia perché è necessaria sia perché vorrei curarla ancora io e... gli anni (75) mi avvertono che il tempo non mi avanza».


Quindi se non vi è dubbio che Mario Novaro stesse preparando una stesura definitiva, è altrettanto indubbia la perenne insoddisfazione per la forma della raccolta che rifiuta di cristallizzarsi. La stessa affermazione «il testo lo considero dal marzo passato proprio congedato» sarà puntualmente smentita: infatti Novaro invia a Descalzo un nuovo testo, da aggiungere alla silloge, nella primavera successiva (1944) e nei mesi seguenti invia al figlio Guido ulteriori correzioni per quel nuovo testo e per altro. È lo stesso Cassinelli a relativizzare in qualche modo il suo lavoro all’apparire di questa inedita corrispondenza con il figlio Guido: «Se al tempo in cui curai l’edizione definitiva avessi conosciuto queste lettere, mi sarei forse regolato diversamente; forse perché l’interrogativo del Novaro («e sta bene?») dimostra la sua incertezza». Valgano le parole di Ada De Guglielmi che, ancora in sede di convegno, scriveva in proposito: «Di questa redazione [l’ultima edita vivente l’autore] esistono sei copie corrette da Novaro, tre delle quali utilizzate da Cassinelli per sottrarre alla provvisorietà Murmuri ed echi, fissandone definitivamente i testi e l’indice. Tuttavia i volumi annotati, in seguito emersi, e le ultime lettere al figlio Guido, senza modificare in misura importante i contorni o il valore del libro postumo, lo risospingono alla dimensione relativa».


Nella difficoltà di stabilire una forse mai esistita stesura definitiva pare opportuno cogliere il testo nel suo instancabile processo di trasformazione. A partire però non dalla presunta volontà ‘ultima’, ma dal principio, cioè dalle due edizioni fondamentali, la prima in prosa (Ricciardi 1912) e la terza in versi (Vallecchi 1919), offerte al lettore entrambe a testo, corredato di apparato completo per tutte le altre edizioni a stampa pubblicate vivente l’autore, e limitato a una descrizione più sintetica e generale delle varianti più tarde (successive cioè alla più recente edizione licenziata dall’autore). La scelta ha ragione, per così dire, ‘storica’. La poesia di Novaro, con poche eccezioni, di cui si darà conto in apposita appendice, nasce interamente nel primo quindicennio del Novecento. La correzione è poi continua, a tratti maniacale, risente forse di tendenze poetiche coeve alle diverse fasi di revisione, ma la sostanza su cui l’autore interviene a livello prevalentemente formale è figlia del suo tempo e vive nel dialogo intertestuale con la lirica frammentista dei vociani, a tratti con l’espres­sionismo di un Boine, di un Campana, e sostanzialmente con tutto quello che passava sulle pagine de «La Riviera Ligure». La poesia di Novaro è scritta e pubblicata, dunque letta e conosciuta, in questi anni. Il dato ha una rilevanza ‘storica’ notevole: la maggior diffusione dei Murmuri ed Echi risale al suo primo periodo di elaborazione.


Si seguirà così un percorso a partire dalla genesi dei singoli e più antichi componimenti che Novaro presenta in questi termini all’editore al momento della prima raccolta in volume (aprile 1912): «Sono diciannove componimenti tra lunghi brevi e brevissimi. Tutti insieme fanno come un piccolo poema della vita. Per quanto io ci aggiungessi nulla aggiungerei al suo valore e al suo significato: è cosa compiuta. Altri più illustri di me ànno fatto pubblicazioni di minor mole». E ancora: «Veramente i maggiori di questi canti dovevano essere intermezzi lirici di un’opera di filosofia: ma vedo che mi appagano meglio così da sé». Ma l’iter è lungo e variegato. Nei testi successivi, come si è visto, il poeta abbandona quasi del tutto la prosa per la poesia e provvede a mettere in versi il primo nucleo dei Murmuri. È ancora lo stesso Novaro a chiarire (a posteriori) il suo modo di procedere, in questa dichiarazione poetica espressa all’amico Emilio Agostini:


«[...] La scarsa poesia mi viene – o meglio mi veniva – di solito di getto, senza divisione in versi sebbene buona parte delle più brevi poesie mi siano venute “dettate dentro” tali quali sono stampate in versi ben distinti. Invece Murmuri ed echi, e assai altre, erano tutto un fluire; per cui dapprima le stampai come prosa sciolta: e quando mi accorsi che buona parte dell’armonia a questo modo poteva andare perduta per il lettore, non feci che tagliare (!) in versi senza nulla mutare, o rare inezie. (Novalis à un Inno alla notte steso doppiamente e identicamente sia in verso sia in prosa).»


Altri interventi porteranno a una progressiva scarnificazione del verso, talvolta sintetizzato ma più spesso solo ulteriormente spezzato in sintagmi brevissimi, per poi ricompattarsi nuovamente, con le più tarde varianti, in una forma versificata di più ampio respiro. Gli interventi variantistici sulla forma del verso sono direttamente proporzionali al crescere di interesse per gli aspetti stilistici e soprattutto metrici, come ancora ci dimostra l’epistolario degli ultimi anni. Gli apparati documentano dunque sul piano pratico la variantistica, con le sue tappe scandite nelle cinque edizioni a stampa curate dall’autore. Non meno importanti risultano le lettere che documentano la teoria delle scelte autoriali e molto spesso alcune varianti intermedie, con annesse riflessioni in merito.


Come si evince da questi brevissimi cenni, l’archivio della Fondazione Novaro (che raccoglie la corrispondenza della «Riviera Ligure» e le lettere personali del poeta-filosofo e organizzatore culturale) gioca un ruolo fondamentale e imprescindibile nel definire la storia di Murmuri ed Echi. Già i curatori delle citate Lettere a «La Riviera Ligure» hanno ritenuto di inserire nei volumi del carteggio anche le lettere con l’editore Ricciardi. La scelta è spia dello strettissimo legame che intercorre tra i Murmuri e la «Riviera», e «tra letteratura e vita» con le parole di Pino Boero, quindi fra il poeta-filosofo-direttore e i collaboratori del periodico che sono al contempo lettori (e talvolta recensori e critici) della sua poesia. Va da sé che volendo ricostruire la storia complessiva della raccolta, la ricerca d’archivio deve coprire tutto l’arco di vita del poeta, estendendosi ben oltre quel 1919 che chiude l’attività della «rivistina», e quindi ben oltre il materiale edito. Se infatti risultano di tutto interesse le lettere con Giovanni Boine, con Aldo Palazzeschi e con molti altri corrispondenti per il periodo della «Riviera», è andando avanti nel tempo, quando la corrispondenza si fa più selettiva, più intima e meno ufficiale (Emilio Agostini, Marino Moretti, Corrado Govoni, per non citare che i corrispondenti più assidui), che vediamo esporre ragioni poetiche, assistiamo a confronti su questioni tecniche e stilistiche, registriamo la storia di alcune varianti e la loro cronologia.


Ma il rapporto con il periodico e con gli amici-poeti collaboratori non si esaurisce nei carteggi, dunque nella compilazione dell’apparato, nella datazione di una variante o nella ricerca di una riflessione poetica, dati pur utilissimi per la definizione del profilo autoriale. Il rapporto con il periodico va esplorato sul piano dell’intertestua­lità, nel reciproco scambio con gli autori che vi hanno collaborato, autori che dunque Novaro leggeva e selezionava, e che a loro volta leggevano Novaro.


Addirittura vorremmo suggerire che la poesia di Mario Novaro abbia contato il maggior numero di lettori proprio quando apparve sulle pagine della «Riviera», con la sua tiratura di 80.000 copie e punte anche maggiori. E senza dubbio fu ancora sulle pagine della «Riviera» che annoverò i suoi lettori più ‘alti’, se consideriamo i nomi di chi collaborò alla rivista e di chi non collaborò direttamente ma dichiarò di esserne stato lettore, come Montale -già ricordato- che più volte si pronunciò in merito alla poesia di Mario Novaro e alla sua rivista. Ovviamente non contano solo le dichiarazioni, ma ancor più le tangenze testuali, siano esse tematiche o lessicali: quel «Libeccio furioso sfrenato» che «sferza» il mare e che ritroviamo ne La casa dei doganieri ma anche nel ritmo di Corno inglese, quella «foglia accartocciata» della Filza che riappare in Spesso il male di vivere, quelle immagini di un paesaggio spesso dolce e lirico, ma che talvolta è colto nei suoi tratti essenziali, scabro e assolato, quelle «memorie e interrogativi metafisici, affidati all’evocazione di un paesaggio ligure tra monti e mare», suggerite da Franco Croce, pur fra le molte e sensibili differenze, sono solo minuti esempi di una ricerca ancora tutta da scrivere.

L’operazione ecdotica che si intende proporre vuole restituire i testi novariani nel loro valore storico, sia in termini di percorso poetico e linguistico individuale, dunque nell’originario percorso dalla prosa alla poesia e nell’analisi delle varianti, in modo da definire anche le diverse influenze alle diverse altezze cronologiche, sia in termini di assorbimento collettivo della sua lezione, per dare un ulteriore strumento -e si spera un rinnovato impulso- all’indagine del ruolo che anche la poesia di Mario Novaro può aver avuto nel divenire della grande poesia novecentesca.


(Da: La Riviera ligure, gennaio/agosto 2010, Anno XXI N.61/62)

lunedì 28 marzo 2011

Oltre Ipazia: la Gnosi


Vento largo ha già dedicato ampio spazio alla figura di Ipazia di Alessandria. Guido Araldo approfondisce oggi l'analisi del pensiero filosofico del IV secolo dC.


Guido Araldo


Oltre Ipazia: la Gnosi


Tra gli anni di Alessandro Magno (circa 300 a.C.) e la morte di Ipazia (415 d.C.), pertanto per sette secoli, la grande città di Alessandria d’Egitto fu il cuore culturale del Mediterraneo e del mondo. Qui sorgeva la grande biblioteca, qui si recò a studiare Archimede, qui Eratostene calcolò esattamente la circonferenza del globo terrestre! In questa città, nei secoli I e II, si tentò una grande operazione culturale: coniugare i riti misterici e la filosofia neoplatonica al cristianesimo embrionale che si stava affacciando nel mondo. Soltanto recenti scopette archeologiche hanno permesso di gettare una fievole luce su fermento che con il suo lievito avrebbe potuto cambiare il mondo in positivo e, invece, andò sepolto, nascosto. Si tratta di 44 opere gnostiche rinvenute nell’Alto Egitto nel 1946 e, soprattutto, di alcuni frammenti del “Vangelo di Giuda” che si dubitava esistesse veramente, scoperto su un papiro rinvenuto nel Medio Egitto trent’anni fa. Si tratta di un testo antichissimo, in lingua copta, probabilmente una traduzione di un testo originale greco, forse il primo tra i Vangeli. Sant’Ireneo, vescovo di Lione, ne fece cenno nella seconda metà del II secolo, nella sua opera “Contro le eresie”.


In un ambiente culturale fortemente influenzato dalla filosofia greca e caratterizzato da tematiche neoplatoniche, si tentò d’intravedere nella figura salvifica di Gesù un punto d’approdo. Si tratta, ovviamente, della gnosi dotta, che ebbe suoi maestri in Basilide, Valentino e Marcione; da non confondere con la gnosi volgare, infarcita da superstizioni magiche o da elementi astrologici di derivazione babilonese e persiana, diffusissima in Egitto all’epoca dell’Impero Romano. C’era anche la gnosi “pagana”, essenza del neoplatonismo che ebbe i suoi massimi rappresentanti in Plotino ed Ipazia. Ed è infatti arduo descrivere la gnosi dotta alessandrina senza un’appropriata conoscenza della filosofia neoplatonica, soprattutto della teologia negativa che ne derivo (Dio non può essere dimostrato né conosciuto) sulla quale s’innesta e dalla quale si sviluppa. Elemento comune a tutte le tendenze gnostiche, inevitabilmente eterogenee, è l’illuminazione riservata a pochi iniziati; attraverso la quale, lungo un percorso di conoscenza e di maturazione interiore (il cammino iniziatico), si perviene all’intuizione di Dio, alla profonda conoscenza del vero e, in definitiva, alla salvezza.


Come già accennato, le dottrine gnostiche usavano un linguaggio neoplatonico e nel campo speculativo-filosofico facevano largo uso del concetto di emanazione. Dio è l’essere infinito per eccellenza, definito comunemente “Eone perfetto” e, anche, “l’Abisso” dal quale procedono gli Eoni inferiori, tra i quali lo stesso Gesù, che costituiscono il Pleroma, la pienezza del divino. Mentre per la gnosi “pagana” e soprattutto per Plontino il male è una deviazione e anche una “necessità completare” di questo mondo, per la gnosi dotta cristiana il male che impregna il mondo materiale è una degenerazione, attuata da un demiurgo inferiore: il Dio dell’Antico Testamento o, anche, da divinità classiche come Ammon-Ra. L’uomo, la cui anima racchiude una scintilla della luce divina, deve cercare di superare le condizioni materiali che lo inchiodano a questo mondo e tendere a Dio. Ed è proprio per aiutare l’uomo ad acquisire l’illuminazione che il Dio dei Cieli, “Eone perfetto”, quello del Regno dei Cieli che non è di questo mondo, ha inviato sulla terra Gesù il Salvatore, la cui incarnazione e successiva morte sono da intendersi come manifestazioni simboliche, poiché Gesù è puro spirito. Vengono pertanto negate la Resurrezione pasquale e la Resurrezione dei morti alla “fine dei tempi”; mentre la salvezza, sempre soggettiva, è perseguibile in un unico modo: il ricongiungimento con Dio Padre in un processo di maturità intellettuale che prevede il progressivo abbandono degli aspetti materiali, simili a una scorza nociva che imprigiona lo spirito. Questo processo di “avvicinamento a Dio” può essere compiuto nell’arco di un’unica vita ma, nella maggior parte dei casi, più richiedere più vite, più morti e rinascite, per cui il principio della metempsicosi, già caro ai pitagorici e ai platonici, non soltanto viene accettato, ma rivalutato.


La Gnosi attesta inequivocabilmente l’estrema eterogeneità del cristianesimo delle origini, un autentico sbocciare di germogli, similmente all’eterogeneità dei primi Vangeli tendenti a descrivere chi fosse effettivamente Gesù e come si dovesse intendere il suo messaggio. Soltanto nel campo gnostico si annoverano 20 vangeli e almeno un Apocalisse (svelamento), quello di Giacomo, anche se il più noto Apocalisse è quello di Giovanni, che peraltro può essere inserito a pieno titolo nella letteratura gnostica. Nella Gnosi cristiana dotta fu enfatizzata la “conoscenza” al posto della “fede”, con un contatto diretto uomo – dio, quest’ultimo inteso come illuminazione interiore, soggettiva, senza intermediari e, quindi, escludendo la lasse sacerdotale. Sostanzialmente si trattava di confraternite di “liberi pensatori”, indagatori del monto, della metafisica e ricercatori della verità.

Vangeli gnostici


Ne conseguì inevitabilmente che vescovi e chierici contrastassero duramente questa concezione iniziatica del cristianesimo, con tutte le loro forze, inondandola di anatemi. Per gli Gnostici cristiani i vescovi e soprattutto i padri della chiesa “ortodossi” e “cattolici”, non erano altro che servi del Dio minore: il Dio demiurgo che governa il mondo con la perfidia e la violenza. Per gli Gnostici, Gesù veniva inteso come il sublime maestro che svela i segreti profondi dell’universo: uno scrigno di sapienza e conoscenza, e rigettavano quasi con sdegno il concetto di un dio che “si fa uomo e muore per redimere i peccati del mondo”! Per gli Gnostici il problema centrale non era il peccato, ma l’ignoranza; pertanto la “buona novella cristiana” non riguardava la fede, ma la conoscenza! In fin dei conti il messaggio del Cristo è sostanzialmente una lezione illuminante, necessaria a diradare le tenebre dell’ignoranza e portare al “nasce te ipsum” dalle scuole filosofiche greche alla conoscenza di Dio, inteso come sublime architetto dell’Universo, impregnato della sua insondabile armonia.


Comprendere oggi gli Gnostici risulta molto difficile, poiché l’evoluzione del loro pensiero differisce notevolmente dalla teologia e dalla cosmologia che vennero ad affermarsi nella tradizione sia Occidentale che Occidentale: le “scuole” di Antiochia, dove i cristiani per la prima volta si riconobbero tali, e di Roma. In questo contesto Alessandria finì per soccombere totalmente a Roma e a Costantinopoli, che nel frattempo era subentrato ad Antiochia, anche sul piano intellettuale e teologico; com’era accaduto sul piano politico dopo la conquista romana dell’Egitto con la fine delle ambizioni di Cleopatra, ultima regina di quella terra.


La Gnosi dotta cristiana fu un movimento filosofico – religioso molto complesso, al quale non furono estranee filosofie dualistiche di derivazione orientale caratterizzate da una forte contrapposizione tra spirito e materia, tra bene e male, luce e tenebre (ravvisabili in successive dottrine come quella catara). Anche sul piano dell’etica la dottrina gnostica non fu univoca, ma presentò principi contrastanti: da un lato vi furono atteggiamenti di elevato ascetismo, con progressiva estrapolazione dal mondo, senza comunque pervenire alle degenerazioni dei “monaci nel deserto”; dall’altro, trattandosi di un’illuminazione riservata a iniziati che escludeva totalmente, ai fini della salvezza, la fede e le buone opere, si giunse all’accettazione di un edonismo straordinario, fino a prevedere la piena soddisfazione dei sensi, inclusi i piaceri sessuali. A riguardo, però, occorre considerare la feroce propaganda contro la gnosi, messa in atto dai “padri della Chiesa”, che sempre si palesarono ostili alla gnosi, ad eccezione di Origene. Era convinzione degli Gnostici che negli animi degli esseri umani, non tutti, albergasse la fiammella di Dio, un afflato di divinità, che andasse riconosciuta, alimentata e sviluppata. E questo percorso costituiva la via iniziatica! In tal modo diventa possibile emergere da questo mondo imperfetto, opera di un Dio minore, dove dominano le tenebre, l’odio e la morte, e protendere verso la “vera vita”, quella annunciata da Gesù. Il suo messaggio principale, infatti, può essere ricondotto a questo insegnamento “siamo migliori di questo mondo poiché apparteniamo al Regno dei Cieli, per la traccia del divino presente dentro di noi!”! Acquisita questa illuminazione, non resta altro da fare che abbandonarci alla “cognizione di Dio”: un processo interiore totalmente avulso a qualsiasi chiesa e a qualsiasi organizzazione ecclesiastica!


Molti Gnostici consideravano Giuda Iscariota il primo e vero apostolo di Gesù, considerato pertanto un personaggio positivo, immensamente superiore agli altri apostoli, a cominciare da Pietro. Giuda è l’apostolo che rese possibile la missione terrena del “maestro”: l’unico a condividere fino in fondo i suoi segreti, il suo insegnamento. La missione di Gesù poteva essere realizzata tramite il tradimento di Giuda, il suo più stretto “collaboratore”. Per questo motivo le “chiese” costruite su Pietro, su Andrea, su Tommaso sono soltanto della manifestazioni del Dio minore, impregnate delle sue contraddizioni e imperfezioni, dalle quali non potrà venire nulla di buono! Gli Gnostici tendevano anche a rivalutare un “personaggio emblematico” dell’antico testamento: Lucifero il cui nome, non a caso, significa “portatore di luce”; l’angelo ribelle a Javhè demiurgo imperfetto e crudele, il sanguinario dio degli eserciti di Mosè. Lucifero accomunato a Prometeo, predecessore di Gesù!


Clemente alessandrino


Tra i molti “dottori gnostici” che affollarono le strade della grande città di Alessandria restano noti tre nomi: Basilide, Marcione e Valentino. Di loro si sa pochissimo e molto di ciò che è stato tramandato resta dubbio, per un unico motivo: furono oggetto di durissimi attacchi da parte dei “padri della Chiesa”, e tutte le loro opere originarie sono andate distrutte. Basilide visse nel II secolo ad Alessandria e delle sue opere sono noti soltanto alcuni titoli, tra cui “Il Vangelo secondo Basilide,” ed è nota l'esistenza di 24 libri di “Exegetica” sui Vangeli. Di lui si ha menzione in Clemente Alessandrino, in Ireneo (Contro le Eresie) e in Ippolito (confutazione di tutte le Eresie). Pare invece che il secondo, Marcione, dissertasse massimamente sulla contrapposizione tra Dio del Nuovo Testamento e Dio del Vecchio Testamento: il primo inteso come il Padre Celeste buono e giusto, il secondo come demiurgo della Terra, responsabile di tutti i mali e di tutte le guerre che v’imperversano. In un simile contesto la venuta del Cristo è intesa come la preoccupazione del Padre Celeste verso i suoi figli terreni e il compito di questo “inviato divino” consiste nella salvezza delle anime dal potere nefasto di Javhè, il dio dell’Antico Testamento. In un simile contesto dottrinale è palese la cesura tra gnosi greca e tradizione monoteistica giudaica. Il terzo, Valentino, insegnò ad Alessandria fino all’anno 135 e poi a Roma. Ancora nell’anno 160 è documentata la sua presenza nella capitale dell’Impero. La sua opera maggiore fu “il Vangelo della verità” (di cui sono stati recentemente rinvenuti alcuni frammenti), dal quale si evince un tentativo di fusione sincretistica tra cristianesimo e neoplatonismo. Il mondo e la storia sono concepiti come un divenire dove Dio, l’Abisso e il Silenzio, ovvero l’intelligenza femminile, si fondono per generare Intelletto e Verità, dai quali traggono origine il Verbo e la Vita. Valentino ribadì con forza che la salvezza resta inaccessibile a gran parte dell’umanità, prigioniera del dio demiurgo delle antiche scritture, destinata a rinnovarsi in un ciclo lunghissimo di morti e rinascite dall’esito non sempre scontato. Gesù, a sua volta, è inteso come essere divino (eone) in grado di purificare l’uomo dalla concupiscenza, origine di tutti i mali, arma letale in mano a Javhè, e di avviarlo alla salvezza attraverso l’illuminazione iniziatica. Un personaggio controverso fu Origene, padre della Chiesa che ebbe a definirsi “gnostico ortodosso”, fondatore di una famosa ma contestata scuola teologica: “il Didaskaleion”. Origine tentò d’introdurre alcuni concetti della gnosi dotta alessandrina nella “chiesa primitiva” in piena evoluzione, fiducioso che le “perle non finissero ai porci”. Ma la sua dottrina fu duramente contestata e contrastata dagli altri padri della Chiesa, a cominciare da Tertulliano. Probabilmente non fu tacciato d’eresia poiché morì prematuramente martire, nell’anno 250, ai tempi della persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio. Fu così che alla ricerca interiore prevalse il dogma. La fede s’impose sulla conoscenza. Il semplice gesto battesimale s’impose sull’illuminazione iniziatica, e i testi dei “dottori gnostici”, dove frequentemente Gesù ride per l’ingenuità dei suoi apostoli, finirono per alimentare molti falò in Alessandria, sulle rive del Nilo e sotto i cieli delle città d’Oriente; preparando quel deserto spirituale nel quale sarebbe dilagata l’aberrazione dogmatica peggiore, sbocciata nei deserti d’Arabia, complice il monofisismo!



La gnosi dotta alessandrina costituì il massimo tentativo della filosofia greca ellenistica nell’acquisire il cristianesimo dilagante e rielaborarlo con concetti propri, al di fuori del solco del giudaismo. Tentativo che fallì per un semplice motivo: la gnosi dotta alessandrina era esoterica, riservata a pochi eletti, mentre la chiesa che stava emergendo prepotentemente era essoterica, aperta a tutti. Ma, inaspettatamente, molti concetti della gnosi dotta alessandrina ricomparvero sotto nuove vesti, in pieno Medioevo, nell’angolo d’Europa più evoluto: la Linguadoca. Correva il secolo XII e immediatamente si urlò all’eresia, definita catara o albigese. Dagli amboni piovvero fulmini, anatemi, scomuniche e, infine, una terrificante invasione armata benedetta dal papa e promossa a crociata cismarina, per il “bene di Dio”, dell’umanità, di santa Romana Chiesa, mise a ferro e fuoco le “terre cortesi” dove una nuova cultura cristiana, pura e genuina, andava diffondendosi…

Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".


domenica 27 marzo 2011

Ricomporre Ipazia

Biblioteca di Villapiana - Liceo Scientifico Statale “O. Grassi” Savona

Mercoledì 30 marzo 2011, ore 16.00

Ricomporre Ipazia

Eredibibliotecadonne

Incontro con le Autrici


Edizioni Tribaleglobale


LA BIBLIOTECA DI VILLAPIANA è APERTA AL PUBBLICO

MARTEDI’, MERCOLEDI’ E GIOVEDI’ DALLE 15 ALLE 18


Da leggere: Mario Novaro, Murmuri ed Echi




E' da poco disponibile l'ultima, accuratissima, edizione di "Murmuri ed Echi", l'opera poetica di Mario Novaro, "poeta filosofo" come lo definisce nella sua bella introduzione Giorgio Ficara, voce universale e al tempo stesso espressione altissima di quel Ponente ligure che tanto amiamo.


“Murmuri ed echi” di Mario Novaro


Mario Novaro nacque a Diano Marina nel 1868 da un’agiata famiglia borghese, minore di due anni del più noto fratello Angiolo Silvio, autore di delicate e suggestive poesie per l’infanzia. Studiò filosofia a Berlino dove si laureò con una tesi su Malebranche. Fondò e diresse dal 1899 al 1919 1’elegante rivista “La Riviera Ligure”, sorta come bollettino pubblicitario dell’azienda olearia di famiglia (la “Sasso” di Oneglia, tuttora in attività) e trasformatasi ben presto in prestigiosa rassegna di quanto di meglio si andava scrivendo nel periodo dorato della Belle Époque: su di essa si trovavano firme quali Pascoli, Pirandello, Gozzano, G.A. Borgese, Cecchi, Palazzeschi, Soffici, Jahier, Sbarbaro, Boine, Roccatagliata Ceccardi, per tacer d’altri. Nel 1917 Novaro perse il figlio Cellino, caduto al fronte nella Grande Guerra (stessa sorte toccata l’anno prima al figlio di Angiolo Silvio).

La vita di Mario Novaro trascorse tra gli impegni dell’azienda e quelli letterari. Fu in contatto epistolare per oltre trent’anni con Marino Moretti e fu amico e confidente di molti poeti e letterati, verso i quali ebbe una vera e propria funzione di sponsor, come per Giovanni Boine, al quale affidò nel 1914 su “La Riviera Ligure” la rubrica di recensioni “Plausi e botte”, che divenne ben presto nota e temuta nel mondo delle lettere. Mario Novaro ad Oneglia abitava nella cosiddetta “Villa Gialla”, a poca distanza dalla “Villa Rossa” del fratello (entrambe le case sono ancora esistenti). Si spense ai Forti di Nava durante gli anni bui del secondo conflitto mondiale (1944).

Mario Novaro esordì come saggista pubblicando in tedesco la tesi di laurea nel 1893 a Berlino “Die philosophie des N. Malebranche”. Seguirono i “Pensieri metafisici di Malebranche” (Lanciano 1911), “La teoria della causalità in Malebranche” (Roma 1893) e “I1 concetto di infinito e il problema cosmologico” (Roma 1895). In campo poetico è autore di un’unica raccolta, pubblicata dopo molte esitazioni e rimaneggiata sino alla morte: “Murmuri ed echi” (Napoli 1912, in edizione postuma definitiva a cura di G. Cassinelli, Milano 1975), recensita favorevolmente dal Boine su “La Voce” del 26 settembre 1912 ma pienamente valorizzata solo nel secondo dopoguerra da Carlo Bo.

“Non c’e dubbio – scrive Bo di Novaro – che abbia contribuito direttamente e indirettamente (cioè, con le sue poesie e con la generosa accoglienza di tutti i giovani sui fogli della sua rivista) alla definizione di quella che sarebbe stata la lirica scarna degli anni fra il Trenta e il Quaranta”. La poesia di Mario Novaro – rileva Giangiacomo Amoretti – viene alla luce in quel breve ma densissimo periodo che fa da confine tra i primi esperimenti poetici novecenteschi, siano essi crepuscolari, futuristi o vociani, ed un loro provvisorio assestamento, una loro definizione sotto la cifra dell’ermetismo. Franco Fortini, con un giudizio un po’ limitativo ma non privo di una certa verità, è dell’opinione che l’atmosfera e il tono dei versi novariani non siano “propriamente indipendenti dalle suggestioni dei crepuscolari” (crepuscolari che, unitamente al Pascoli, avevano influenzato anche la produzione del fratello Angiolo Silvio). All’opposto, Carlo Bo, come sopra riportato, carica la lirica del Novaro di una valenza anticipatrice dei risultati ermetici. Già i primi lettori dell’opera novariana vi trovarono elementi duri ed ostici che parevano interrompere il flusso lirico (Tommaso Parodi parlò di “ostentata filosofia, di gnoseologia, di metafisica”), quindi non in linea con il gusto dei crepuscolari per un discorso dimesso e scialbo, spesso ricco d’ironia. Tali elementi sono più congruenti con certa poetica ermetica, specie quella montaliana, dove l’aspro paesaggio ligure diventa, in uno stile anch’esso aspro e rotto, punto d’incontro tra emozioni e riflessioni esistenziali. Per questo motivo è stato visto nel Novaro uno dei padri della cosiddetta “linea ligure” nella lirica novecentesca. Inoltre, come osserva Giuseppe Cassinelli, la poesia del Novaro “si distingue per una scrittura così asciutta e puntuale..., così disadorna da sembrare addirittura povera”.

Proprio questo suo gusto per la parola poetica “essenziale” – e per questo più incisiva ed intensa – lo avvicina agli ermetici (cfr. il primo Ungaretti e la ricerca della “parola pura”). In “Murmuri ed echi” si coglie “non soltanto l’assorta meditazione sulla fugacità del destino umano ed il senso profondo del mistero che circonda la vita in ogni sua forma, ma anche lo stupore attonito per le meraviglie del creato, la gioia che dona l’immergersi nella natura, il vagheggiamento della giovinezza, l’ansia metafisica, il trepidante ascolto della voce di Dio” (E. Andriuoli). Tale tensione religiosa e profondità di pensiero possono avvicinare Mario Novaro a Clemente Rebora (nato anch’ egli da un’agiata famiglia di origine ligure), a sua volta influenzato dal francese Péguy e dallo spagnolo Miguel de Unamuno.


Di Mario Novaro vogliamo qui riportare una breve lirica, “Pentecoste”:

Pentecoste
campane del pomeriggio
lucido verde al sole
turchino di mare con sparse vele
nuvole chiare
delle selve d’ulivi respiro mite

e le campane
con tocchi chiari blandi
oh come tutto sarebbe felice
se potesse vanire
nel blando suono
delle campane


Il Novaro, anziché affrontare – come aveva fatto il Manzoni negli “Inni Sacri” – il tema del mistero divino, ha colto felicemente l’atmosfera mite, serena, dolcemente consolatrice e soavemente luminosa in cui suole celebrarsi la Pentecoste, festa di rinnovamento spirituale e di speranza. L’ impostazione della lirica è straordinariamente moderna: non compare neppure un segno d’interpunzione (al contrario di tanti futuristi che ne predicavano l’abolizione ma poi erano più ligi alle regole dei classicisti! Qui Novaro segue il “flusso interiore” dell’ispirazione senza interruzioni, come potrebbero fare un Boine o un Campana); non ci sono rime, sostituite da assonanze e consonanze; ci sono ripetizioni (“campane” – “blandi” / “blando”), di solito evitate dai poeti “conservatori” (e che invece hanno una parte preminente, ad esempio, nei “Canti Orfici” di Campana); la sua suggestività deriva dalle immagini e dai suoni che si susseguono e si assorbono a vicenda, accavallandosi senza una rigida struttura sintattica e armonizzandosi fra loro con naturalezza. Il finale contiene il trapasso dalla realtà esterna (suono delle campane, paesaggio) alla realtà interiore (procedimento che sarà tipico della lirica ermetica): quale felicità, se tutto potesse svanire nella dolcezza del suono delle campane, e noi potessimo abbandonare ad esso i nostri affanni, lasciandoci quasi assorbire dalla mite e dolce natura che ci circonda! (A. Verra-F. Polio).

Questa breve poesia (che ci richiama come tema la notissima “Campana di Lombardia” dai “Canti anonimi” di Clemente Rebora) è emblematica della modernità stilistica e contenutistica del Novaro. Il soggetto, l’atmosfera ed il tono dimesso – come rileverebbe Fortini – potrebbero anche ricondurci al Crepuscolarismo; l’assenza di punteggiatura al Futurismo; il flusso lirico interiore alle esperienze vociane; semplici rimandi, però, filtrati e trascesi da una sensibilità già tutta proiettata verso una nuova stagione della lirica: la stagione della “poesia pura”.




Mario Novaro
Murmuri ed echi
San Marco dei Giustiniani
Collana: I Quaderni della Fondazione
Febbraio 2011
€ 28.00




Per informazioni:

fondazione.novaro@fastwebnet.it


sabato 26 marzo 2011

Ripensare Marx


Seconda e ultima parte del testo della lezione tenuta nell'ambito dell'edizione 2011 della scuola di politica organizzata dalla Federazione savonese del PRC. La prima parte è stata pubblicata il 24 marzo.

Giorgio Amico

Non il denaro, ma l'uomo è il centro del mondo
Ripensare Marx (II)



Per Bloch quello di Marx è un realismo “capace di cogliere la tendenza del reale, la possibilità oggettiva reale che sorge da questa tendenza e, da qui, le proprietà utopiche, ossia cariche di futuro, della realtà”.

La coscienza critica del reale diventa coscienza anticipante, la capacità di cogliere la porzione di avvenire contenuta nel presente, una coscienza che fa di tutto per permettere a questa intuizione d'avverarsi. Le armi della critica, appunto, che si trasformano nella critica delle armi. Il pensiero critico che non si accontenta di interpretare il mondo (come hanno sempre fatto i filosofi), ma pretende di cambiarlo. La critica filosofica che diventa prassi sociale, collettiva. Una prassi che è già prefigurazione del futuro, rottura implacabile col mondo presente. “Chiamiamo comunismo il movimento reale che supera lo stato di cose presente”.

Per Bloch (e per noi) tutta l'opera di Marx è al servizio del futuro e la sua filosofia è la prima che sia davvero fondata su di un avvenire autentico, oggetto non di una contemplazione passiva (il marxismo delle sette che in nome del futuro rinunciano al presente), ma di un pensiero qui e ora orientato verso la trasformazione del mondo, la naturalizzazione dell'uomo e l'umanizzazione della natura.

Tra un empirismo senza prospettive appiattito sul presente e una prospettiva priva di agganci con il reale, Marx ci invita a saper già ora cogliere nel presente i segni del futuro, segni potenziali sia chiaro, ma fondamento di quel principio speranza che da sempre spinge l'uomo alla rivolta.

Speranza nel futuro e critica del presente si fondono in una filosofia della storia che trova il suo elemento agente nel proletariato, principale prodotto dei nuovi rapporti di produzione capitalistici. L'unica classe che nella società non abbia interessi materiali da difendere. L'unica classe che può dunque portare fino in fondo la critica radicale del presente.

“Non la critica ma la rivoluzione è la forza motrice della storia”, il mondo va trasformato per via rivoluzionaria in quanto “non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali” (Ideologia tedesca)

La scienza de “Il Capitale” non segna il superamento definitivo di questa afflato utopistico in nome di un materialismo meccanicistico e determinista (come sarà in larga parte il marxismo della II e della III Internazionale), ma offre al contrario a questo pensiero filosofico la sua prima vera possibilità di realizzazione, offre alle anticipazioni dell'utopia una base economica che lo corregge e lo oriente secondo il divenire del mondo reale. Si supera così il dualismo tra essere e non essere, tra realtà empirica e utopia.

A questo punto una domanda diventa inevitabile. E' ancora possibile questa speranza nel mondo attuale dopo Aschwitz e Hiroshima? La risposta è no: Come Dio nella canzone di Guccini, anche il marxismo positivistico e determinista è morto nei campi di sterminio. Così come il crollo dell'URSS e di quella mostruosità chiamata “socialismo reale”, segna la fine di un marxismo che vede il socialismo come onnipotenza dello Stato e crescita costante della produzione. Un pensiero che ha perso ogni criticità, ma diventa mera giustificazione di una realtà in cui il lavoro è sempre più alienato. Tanto alienato da a perdere persino il carattere illusorio di libera compravendita per diventare asservimento totale, schiavitù vera e propria nel sistema del Gulag fondamento di quell'accumulazione primitiva “socialista” teorizzata da Bucharin e da Lenin. Il socialismo che si riduce ai Soviet più l'elettrificazione.

Così come, da un altro lato, il liberismo economico indotto dalla globalizzazione segna il tramonto delle illusioni socialdemocratiche nella trasformabilità per vie interne del sistema di produzione capitalistico. Un marxismo quello della socialdemocrazia incapace di criticare la civiltà capitalistica, di andare oltre il presente e dunque destinato, con il crollo generalizzato in Occidente sotto i colpi della crisi e dell'emergere di nuove potenze di quello stato sociale che ne era stato il principale prodotto, a diventare mera gestione dell'esistente, incapacità di esercitare un'egemonia fosse anche riformistica.

In questo scenario di macerie, Marx ci può ancora aiutare a comprendere ciò che accade e che spesso è tanto irrazionale da sembrare incomprensibile. Un Marx critico della globalizzazione e persino di quella cosiddetta post-modernità che si presenta come livellamento a livello mondiale del prezzo della forza lavoro al suo grado più basso, crescita parallela sia del lavoro salariato sia della disoccupazione strutturale (non legata, cioè all'andamento del ciclo economico), spezzarsi del rapporto fra sviluppo economico e occupazione, generale peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari, crescita dell'orario di lavoro (o per meglio dire della giornata lavorativa), cioè del tasso di sfruttamento, riduzione progressiva delle garanzie sindacali e sociali, generalizzazione della precarietà. Più in generale, come un inarrestabile imbarbarimento dei rapporti sociali.

Leggere Marx, permette di capire che non di disfunzione si tratta, non di una degenerazione, ma del pieno dispiegarsi su scala planetaria della “razionalità” capitalistica. Con Shakespeare possiamo dire che “c'è una logica in questa follia”. La logica del profitto. La spietatezza crescente delle politiche padronali non risponde da cattiveria o da incapacità a operare le scelte giuste. Alla base stanno mere logiche di sopravvivenza di un sistema economico sempre più in rotta di collisione con l'ecosistema planetario, sempre più incompatibile con la sostenibilità ecologica e dunque con la stessa sopravvivenza della specie.

Anche ad una veloce analisi Marx si rivela dunque un grande pensatore della modernità e delle sue incessanti trasformazioni. Basta un passo del Manifesto a dimostrarlo.

“La continua rivoluzione della produzione, lo scuotimento ininterrotto di tutte le istituzioni sociali, l'incertezza e l'incessante movimento contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e congelati, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi diventano obsoleti prima di potersi ossificare. Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria, tutto ciò che è santo viene profanato e gli uomini sono spinti finalmente a guardare con sensi asciutti e assennati le reali condizioni delle loro vite e le loro relazioni con gli altri esseri umani (...). “

Come nota Marshall Berman in L'esperienza della modernità basta questa frase da sola a rendere a pieno l'essenza della condizione moderna, quel processo di continua smaterializzazione, sradicamento in cui sempre più siamo immersi.

“Spinta dal bisogno d’uno smercio sempre più esteso, la borghesia invade il globo intero. Bisogna che dappertutto essa s’impianti, che dappertutto stabilisca e crei dei mezzi di comunicazione. Per mezzo dello sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia imprime un carattere cosmopolita alla produzione ed alla consumazione di tutti i paesi. A disperazione dei reazionari essa tolse all’industria la sua base nazionale. Le vecchie industrie nazionali sono distrutte o sul punto di esserlo. Esse vengono sostituite da nuove industrie la cui introduzione di- viene una questione vitale per tutte le nazioni incivilite; industrie che non adoperano più materie prime indigene, bensì materie prime venute dalle regioni più lontane, ed i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese stesso, ma in tutti i punti del globo. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, si sviluppa un traffico universale, una dipendenza mutua delle nazioni. Ciò che avviene nella produzione materiale si riproduce nella produzione intellettuale. Le produzioni intellettuali di una nazione divengono proprietà comune di tutte. L’esclusivismo ed i pregiudizi nazionali divengono ognora più impossibili; e delle diverse letterature nazionali e locali si forma una letteratura universale.”


Nonostante il tempo trascorso la sostanza del discorso marxiano resta intatta. La continua trasformazione degli assetti produttivi, l'estensione su scala sempre più vasta del mercato capitalistico fino alla formazione di un unico mercato globale, fenomeni che Marx aveva saputo leggere in un industrialismo allora ancora ai suoi primi passi, si sono ora completamente realizzati. La globalizzazione, di cui tanto spesso si parla come di un fenomeno qualitativamente nuovo, funziona ogni giorno seguendo proprio questa legge dello sviluppo incessante e distruttivo della natura, delle frontiere nazionali e dei rapporti fra gli uomini che Marx già alla fine del 1847 aveva saputo intravvedere.

Certo Marx non poteva prevedere tutti gli sviluppi della modernità, ma il suo pensiero ci può aiutare oggi a confrontarci con le dinamiche e le contraddizioni del nostro tempo a partire dal concetto stesso di crisi.

“La società borghese moderna che mise in movimento così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia a quei maghi, che non sapevano più dominare le potenze infernali, che essi stessi avevano evocato. Da trenta anni almeno, la storia dell’industria e del commercio non è che la storia della rivolta delle forze produttrici contro i rapporti di produzione moderna, contro i rapporti di proprietà, che sono le condizioni d’esistenza della borghesia e della sua supremazia. Basta menzionare le crisi commerciali che, per il ritmo periodico, mettono ogni volta più in questione l’esistenza della società borghese. Ogni crisi distrugge regolarmente, non soltanto una massa di prodotti già creati, ma ancora una grande parte delle stesse forze produttrici. Una epidemia colpisce l’umanità, che nelle epoche precedenti sarebbe sembrata un paradosso: è l’epidemia della sopra-produzione. La società si trova subitamente rigettata in uno stato di momentanea barbarie: si direbbe che una guerra di sterminio le porta via tutti i mezzi di vita: l’industria ed il commercio sembrano paralizzati. – E perché? – perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttrici di cui essa dispone non assicurano più le condizioni della proprietà borghese; al contrario, esse divennero troppo potenti per queste condizioni, che si mutano in ostacoli; e tutte le volte che le forze produttrici sociali spezzano gli ostacoli, esse precipitano nel disordine la società intera, e minacciano l’esistenza della proprietà borghese. Il sistema borghese divenne troppo angusto per contenere le ricchezze create nel suo seno. Come fa la borghesia per superare queste crisi? Da una parte con la distruzione forzata d’una massa di forze produttrici, dall’altra con la conquista dei nuovi mercati e lo sfruttamento più perfetto degli antichi. Cioè essa prepara delle crisi più generali e più terribili, e riduce i mezzi per prevenirle.”

Da cosa ripartire allora per tentare di andare oltre le rovine del presente, per riaprire un discorso di speranza?

Come scriveva già nel 1950 Karl Korsch forse davvero occorre abbandonare definitivamente il marxismo novecentesco con la sua idea di Progresso, del socialismo come uscita naturale automatica e ineluttabile della storia; per ripartire da Marx.

Occorre ripensare la storia (come diceva Benjamin) sotto il segno della catastrofe, dal punto di vista dei vinti (superando contraddizione propria di Marx fra denuncia implacabile dei costi umani dello sviluppo e visione comunque positiva dello sviluppo come necessità storica, come fatto in se progressivo). Occorre ragionare su una nuova qualità della vita, ripensare il socialismo come civiltà radicalmente altra, non più fondata sul paradigma dello sviluppo continuo delle forze produttive e dello sfruttamento intensivo della natura. Una civiltà fondata su una diversa e nuova qualità della vita, su una nuova gerarchia dei valori, su un rapporto diverso con la natura, su relazioni egualitarie tra sessi, popoli, razze. Il che significa cambiare rovesciare la linea seguita dal mondo occidentale negli ultimi cinque secoli, abbandonare l'ottimismo ingenuo di un pensiero che si voleva incarnasse il senso della storia, ridare cioè all'idea di socialismo la sua dimensione utopica.


giovedì 24 marzo 2011

Non il denaro, ma l'uomo è il centro del mondo. Ripensare Marx



Ha ancora senso rifarsi a Marx, il suo pensiero può dirci ancora qualcosa nel caos del presente? Noi pensiamo di si, ma ad una condizione: non considerare Marx marxista.


Giorgio Amico

Non il denaro, ma l'uomo è il centro del mondo. Ripensare Marx


Nel momento in cui il capitalismo mostra a livello mondiale il volto delle barbarie e della crisi, senza che appaiano all'orizzonte possibili soluzioni che non siano l'ulteriore peggioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne, l'alternativa socialista risulta per la prima volta dopo due secoli sfuocata, impraticabile, messa a sua volta in discussione. Questo il lascito del XX secolo, della sconfitta storica del comunismo, del parallelo fallimento della socialdemocrazia, e su un piano teorico della deformazione del marxismo trasformatosi da teoria critica, strumento di liberazione, in ideologia (nel senso marxiano di falsa coscienza), in sorta una religione di tipo nuovo (coi suoi riti, dogmi e santi) non meno oppiacea di quelle tradizionali. Eppure, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti storici ( e non sono né pochi né marginali), il pensiero di Marx continua a costituire uno strumento fondamentale per cercare di orientarsi nel caos del presente. Perchè non è possibile capire la modernità senza passare per Marx. Confrontarsi con il pensiero di Marx, andando oltre il marxismo (o meglio i marxismi, tra loro spesso totalmente inconciliabili), ritornare dunque in qualche modo alle origini come operazione necessaria, ma non per questo semplice, né scevra di pericoli. E che richiede prima di tutto di leggere Marx, il più delle volte citato per sentito dire, talvolta anche da chi se ne presentava come interprete.
E qui è necessario introdurre una distinzione fra Marx e marxismo, senza la quale ogni tentativo di comprensione è votato al fallimento. Già perchè pensiero di Marx e marxismo non sono la stessa cosa e lo stesso termine marxista è opera degli avversari, tanto da far affermare a Marx stesso il suo non essere marxista. “Tutto quel che so è di non essere un marxista” E d'altronde quando con Engels, Kautsky, Plekhanov e Lenin si afferma il “marxismo” come weltanshaung proletaria, parte significativa dell'opera di Marx deve essere ancora pubblicata (Manoscritti, l'Ideologia tedesca, i Grundrisse). Lo stesso Capitale può essere considerato solo parzialmente opera integrale di Marx.

In realtà non è solo per l'avversione sempre manifestata da Marx di vedersi (o lasciarsi vedere) come fondatore di un sistema, che ciò accade. E' piuttosto una conseguenza della natura stessa della sua opera. La ricchezza, profondità e complessità dell'opera di Marx sfidano qualunque tentativo di semplificazione e pongono nel momento stesso in cui si affronta il suo pensiero problemi enormi: da dove iniziare, da quale angolazione, cosa scegliere fra tanti testi e temi, cosa fare della enorme quantità di interpretazioni, con quali criteri procedere alla selezione e allo studio dei testi.

Occorre preliminarmente dare per scontata l'impossibilità di una lettura neutra, obiettiva di Marx. Una pretesa del tutto estranea proprio a Marx e al metodo marxista. Il che ovviamente immediatamente comporta la necessità di tener conto del pericolo opposto, di far dire a Marx quello che egli non ha mai detto. Di fare di lui un pensatore buono per tutti gli usi, rivoluzionari, riformistici e perfino funzionali al mantenimento dello stato di cose presente. Perchè, nonostante le ricorrenti affermazioni sul superamento del suo pensiero (affermazioni che iniziano ad apparire già pochi anni dopo la sua morte), costante è stato il ricorso a questi, e soprattutto in momenti di crisi o in fasi di passaggio, quando più pressante era la necessità di fare il punto della situazione, a dimostrazione di come al di là di ogni feticismo, di ogni santificazione della parola del “maestro”, di ogni volgarizzazione e persino, se vogliamo, di ogni negazione, l'opera di Marx rappresenti da un secolo e mezzo un lascito ricchissimo a cui attingere non per ricavarne semplicisticamente risposte preconfezionate per l'oggi, ma per trarne indicazioni metodologiche e di percorso ancora capaci di illuminare la ricerca di possibili vie d'uscita alla crisi del presente, che è crisi più complessiva di civiltà prima che di assetti economici.

Considerato tutto questo, pensiamo, dato il contesto in cui questa conversazione si colloca, considerati i tempi ristretti di esposizione, il modo più proficuo di operare sia di dedicare questo iniziale e necessariamente sintetico approccio a Marx ai suoi stessi inizi, a come cioè negli anni fra il 1843 e il 1847 si vengono gradualmente a delineare quelli che resteranno poi per tutta la sua vita (certo non senza contraddizioni e mutamenti) gli assi portanti del suo pensiero. A questo punto occorre esplicitare con chiarezza l'angolazione da cui si parte, la trave che regge l'intero edificio. Crediamo che il pensiero marxiano sia comprensibile solo a partire da una visione unitaria della sua opera che assuma come angolazione visuale una profonda unità concettuale tra il cosiddetto Marx giovane e il Marx maturo, quello per intenderci de Il capitale.

Il che ovviamente non significa che i temi trattati e il livello di elaborazione degli stessi restino uguali per il corso intero della sua vita, e che l'opera di Marx sia un tutto talmente interconnesso che, come nei castelli di carte, toglierne una parte significherebbe far crollare l'intera struttura, in altri termini la cosiddetta invarianza di bordighiana memoria. Niente di tutto questo: l'opera di Marx non è certo priva di contraddizioni e ambiguità e non potrebbe essere diversamente considerata la mole degli scritti, il lungo periodo in cui sono stati prodotti, e soprattutto l'essere stati in parte non piccola bozze e appunti ad uso privato, dei semilavorati (sempre per restare in campo bordighiano) destinati ad essere riscoperti e pubblicati a molti decenni dalla morte del loro autore. Si tratta invece di avvicinarsi a Marx partendo dall'ipotesi che l'insieme della sua opera non conosce fratture temporali, che non è possibile parlare di un prima e di un poi o di fasi e periodi (come si fa con gli artisti, cosa che pure Marx un po' fu). Criticando dunque la visione strutturalista althusseriana tanto in auge negli anni '60 e '70 del secolo scorso che separava nettamente un Marx giovane (umanista e filosofo, pensatore non scientifico) da un Marx maturo (scienziato de Il Capitale). Un'opera che crediamo vada intesa come un cantiere aperto, su cui egli interviene continuamente, dilatandone le dimensioni e gli ambiti, sottoponendola a continua critica, rivedendola alla luce dell'evolversi concreto della economia e della politica.

Non c'è dunque (concordiamo con Bloch, Rubel e ultimo Fusaro) in Marx contraddizione tra materialismo ed umanesimo, né rottura tra l'opera filosofica giovanile e la ricerca scientifica della maturità, poiché l'orientamento “materialista” sempre più accentuato mira con tutta evidenza a rendere più efficace la denuncia “umanistica” dell'alienazione che è l'asse portante delle prime opere. Il che senza tacere che non sempre Marx seppe tenere insieme nel modo migliore i vari aspetti del suo pensiero, ponendo egli stesso le premesse dei fraintendimenti del suo pensiero. A partire dall'amico fraterno Friedrich Engels a cui si deve la costruzione dell'immagine di un Marx “scienziato” che definitivamente abbandonato il campo filosofico, si dedica alla ricerca delle leggi oggettive di funzionamento del modo di produzione capitalistico.

L'insieme della sua opera, dunque, come una riflessione critica in continuo divenire (in stretto rapporto con gli accadimenti economici, politici e culturali del suo tempo) sull'uomo e sulla società. Una riflessione organica e coerente, che si costruisce progressivamente a partire da un nucleo iniziale (le opere giovanili, appunto), diventando ogni volta sempre più approfondita, ma senza mai perdere il suo carattere unitario che consiste prima di tutto in una critica globale del modo di produzione capitalistico. Di qui l'impossibilità di una lettura parcellizzata, per aree (economia, sociologia, filosofia, storia, teoria politica) della sua opera come invece costantemente tentato dai suoi critici borghesi, sempre tesi a valorizzare di volta in volta un aspetto contro gli altri.

Marx definisce tutta la sua attività utilizzando il concetto di “critica” il cui oggetto è l'insieme della società borghese, del modo di produzione capitalistico, criticato in ogni suo aspetto (religioso, politico, culturale, storico sociale) a partire dal modo di funzionamento della struttura economica (che, però, a differenza del marxismo volgare non esaurisce la critica).

Nel 1843 Marx rompe con Feuerbach e i giovani hegeliani che vedevano nell'affrancamento religioso e nella conquista delle libertà politiche l'obiettivo da raggiungere. Egli scopre che è nella sfera materiale dell'esistenza che si annidano le contraddizioni. E' il mondo reale a produrre la religione e non viceversa. Marx vede nel lavoro, nel processo di produzione materiale della vita, il centro delle relazioni sociali, l'attività umana per eccellenza. Ma il lavoro è diventato una forma di schiavitù, di alienazione, di perdita di coscienza di se, un fattore estraneo e ostile.

Il tema centrale nell'opera del giovane Marx è dunque quello dell'alienazione. Marx postula che l'uomo debba recuperare integralmente le sue potenzialità di autodeterminazione e di autorealizzazione, potenzialità nel corso della storia sempre più collocate al di fuori di lui in istanze esterne, estranee e superiori. La Religione e lo Stato. A quest'ultimo gli uomini delegano il compito di regolare i rapporti fra gli uomini.

L'alienazione non va intesa in senso psicologico, ma economico. L'operaio si vede privato del frutto del suo lavoro che “si erge davanti a lui come una potenza indipendente”. Il lavoro da fondamento della vita degli uomini, strumento di realizzazione di se, diventa una merce che il proletario vende in cambio di denaro. Le merci hanno vita autonoma non hanno più alcun rapporto con i produttori. Ciò diventa sempre più reale tanto più il capitalismo sviluppa la parcellizzazione e la meccanizzazione del lavoro: il proletario perde sempre più il senso del suo lavoro. Il lavoro non è più considerato parte reale, ma negazione della vita. Il lavoro diventa fonte di sofferenza psicologica. Aumentano i bisogni, si riducono le possibilità di realizzarli.

“Tanti più oggetti l'operaio produce, tanto meno ne può possedere” e “La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione delle cose”, scrive Marx nei Manoscritti.

L'uomo si caratterizza sempre di più come coscienza infelice. Il proletariato diventa universale e non solo per la generalizzazione del lavoro salariato, ma perchè l'umanità intera tende sempre più a perdere il senso della propria esistenza. La vita diventa un grande vuoto, un nulla, fino a diventare reale soltanto nelle finte vite degli altri osservate sugli schermi televisivi.

L'operaio dice Marx cerca altrove la proprie realizzazione e la trova nella forma più bassa proprio in quelle funzioni che costituiscono la soddisfazione dei bisogni più materiali, il mangiare, il bere, il riprodursi. In tal modo “ciò che è animale diventa umano e ciò che è umano animale”.

Tutta l'opera di Marx sarà dominata dalla denuncia di questo rovesciamento, dalla consapevolezza di vivere in un mondo rovesciato, dell'irrazionalità profonda del reale. In ciò davvero egli rovescia Hegel. Un reale legato all'irrazionalità dell'economia capitalistica. C'è un rapporto complesso tra razionalità e irrazionalità che Marx denuncia. La modernizzazione è al tempo stesso compimento della Ragione (Hegel), ma anche a causa della scissione tra uomo e società il regno della irrazionalità.



Si tratta allora per far diventare il mondo razionale e ciò è possibile solo a patto di vedere la filosofia come critica dell'esistente, come non mera contemplazione del reale. Per il giovane Marx un altro mondo è possibile. Quest'altro mondo è il comunismo. Il comunismo dunque è il tentativo di superamento di questa antinomia, di questa irrazionalità. E' riportare l'uomo alla dimensione della specie, alla sua natura comunitaria, al recupero della propria essenza umana che è prima di tutto relazione con gli altri a partire dal lavoro, cioè dalla riproduzione in forma sociale delle condizioni che permettono la riproduzione consapevole ed organizzata della specie. Marx arriverà a dire che la prima forma di divisione del lavoro avviene fra uomo e donna nell'atto sessuale.

La base su cui poggia tutto il lavoro teorico marxiano è la convinzione che l'uomo sia un essere comunitario, l'emancipazione umana non può essere perciò un processo individuale o la concessione di diritti politici formali, ma un processo collettivo che rivoluzioni alla radici le relazioni fra gli uomini rendendo di nuovo possibile l'edificazione di una autentica comunità umana dove la felicità e la realizzazione di uno sia la condizione per la felicità e la realizzazione di tutti.

“Se presupponi l'uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. Se vuoi godere dell'arte, devi essere un uomo artisticamente educato; se vuoi esercitare qualche influsso sugli altri uomini, devi essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ognuno dei tuoi rapporti con l'uomo, e con la natura, dev'essere una manifestazione determinata e corrispondente all'oggetto della tua volontà, della tua vita individuale nella sua realtà. Se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d'amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un'infelicità.” (Manoscritti)

Invece nel mondo borghese ogni uomo è una monade isolata, legata agli altri solo da rapporti di interesse mediati dal denaro. La società civile quindi è il mondo di Hobbes, caratterizzato dalla lotta di tutti contro tutti, dove l'avere prevale sull'essere, dove l'essenza comunitaria dell'uomo viene costantemente negata.

Il rapporto dell'uomo con il denaro, l'equivalente generale che in se simbolizza e racchiude tutte le merci, è la forma più manifesta di questa alienazione, di questa perdita di senso. Qui Marx è modernissimo.

“Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura venti quattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario ?
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo ? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale ? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.”



Ne deriva lo sviluppo di una teoria dialettica dei bisogni:

“La differenza tra la domanda che ha effetto, in quanto è fondata sul denaro, e la domanda che non ha effetto, in quanto è fondata soltanto sul mio bisogno, sulla mia passione, sul mio desiderio, ecc., è la stessa differenza che passa tra l'essere e il pensare, tra la semplice rappresentazione quale esiste dentro di me e la rappresentazione qual è per me come oggetto reale fuori di me.
Quando non ho denaro per viaggiare, non ho nessun bisogno, cioè nessun bisogno reale e realizzantesi di viaggiare. Se ho una certa vocazione per lo studio, ma non ho denaro per realizzarla, non ho nessuna vocazione per lo studio, cioè nessuna vocazione efficace, nessuna vocazione vera. Al contrario, se io non ho realmente nessuna vocazione per lo studio, ma ho la volontà e il denaro, ho una vocazione efficace. Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall'uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d'altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell'immaginazione dell'individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l'universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle.
Sotto forma della potenza sovvertitrice qui descritta il denaro si presenta poi anche in opposizione all'individuo e ai vincoli sociali, ecc., che affermano di essere entità per se stesse. Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità. Poiché il denaro, in quanto è il concetto esistente e in atto del valore, confonde e inverte ogni cosa, è la universale confusione e inversione di tutte le cose, e quindi il mondo rovesciato, la confusione e l'inversione di tutte le qualità naturali ed umane.”

Non il denaro, ma l'uomo è il centro di un mondo che non sia “alienato”, cioè divenuto “estraneo” agli uomini. Una realtà rovesciata e incomprensibile, dunque fonte di sofferenza. “L'uomo è per l'uomo essenza suprema”, “la vera comunità umana”, scriverà nei Manoscritti.

Dunque un Marx umanista che sa leggere nel presente il futuro. Un futuro che può essere anche le barbarie dispiegate, la “comune rovina delle classi in lotta”, ma di cui egli evidenzia soprattutto le potenzialità di liberazione. In questo non restare chiuso nei confini del presente, in questo vedere il presente già come storia in atto, non per la realizzazione dialettica e inevitabile dell'Idea come pensava Hegel, ma per l'attività collettiva e cosciente degli uomini (il proletariato), sta il carattere utopico del suo pensiero. Ma si tratta di un'utopia di tipo particolare. Non un sogno, né un'aspirazione ideale, ma per usare l'espressione “paradossale” di Bloch, un'utopia concreta.

(Continua)

mercoledì 23 marzo 2011

Mejscena veja: antichi rimedi popolari


Sambuco

Studioso della cultura popolare langasca, autore del bel volume "Le colline dell'arcano - miti, poesia, tesori e quente"*, Guido Araldo introduce il tema della "mejscena veja", ovvero della vecchia medicina, quelle delle nonne, offrendoci uno spaccato di cultura contadina estremamente affascinante.


Guido Araldo

Mejscena veja: antichi rimedi popolari



Contro le contusioni: impacchi di lardo finemente tritato avvolto in carta da zucchero.
Contro le distorsioni: impacchi di farina bianca ovviamente biologica e aceto puro di vino; oppure vero sapone di Marsiglia in finissime scaglie, albume e caligine.
Contro i “vermi” dei bambini: (l’acetone?) aglio, molto aglio; più precisamente sfregare i polsi e le tempie con aglio; due spicchi d’aglio sfregati ben bene sul petto e poi due spicchi d’aglio avvolti in un fazzoletto e posti sotto il cuscino del letto, affinché il bambino ne possa respirare la fragranza durante il sonno (si noti bene che gli spicchi, secondo la tradizione popolare, possono essere due, quattro, sei; ma mai un numero dispari!)
Contro il raffreddore “sceso nei bronchi”: l’aglio in spicchi pari inserito in un sacchetto sul collo, portentoso verso tosse persistente e fastidioso catarro.
Contro le infezioni cutanee: poltiglia di lumache fresche, con guscio.
Contro le scottature: seconda scorza di sambuco (quella interna) mischiata a cera d’api vergine con l'aggiunta di tuorlo d’uovo fresco; un rimedio portentoso!
Contro l’abitudine dei bambini di mettersi le dita in bocca: foglie di bunmé (assenzio) sfregate sulle dita dei pargoli.
Contro le verruche: il latte dei fichi non ancora maturi.
Contro il gonfiore delle ghiandole sul collo, in special modo la tiroide: una calza sporca intrusa nell’olio in cui si è fritta della camomilla, quindi avvolta attorno al collo.
Per disinfettare e cicatrizzare le ferite: se possibile urinarci sopra e poi avvolgere la ferita con ragnatele.
Contro la tosse: decotto di fiori di melo in primavera e di mele “ruzinente” o mele “ranetta” in autunno.
Contro l’orzaiolo: guardare all’interno di una bottiglia d’olio d’oliva ovviamente extra vergine, meglio se quasi vuota.
Contro la caduta dei capelli: foglie di ortica ridotte in poltiglia, a freddo, e strofinate sul cuoio capelluto.
Per schiarire i capelli: lavarli con l’infuso “carico” di camomilla.
Contro le otiti: nelle orecchie gocce di latte di donna che allatta un pargolo.
Contro il mal di denti: “büsa” (escremento) di mucca, possibilmente dal manto chiazzato rossastro o semplicemente rossastro, avvolta in pezze e il tutto poggiato alla guancia dolorante.
Contro coliche e bruciore di stomaco: un piccolo falò di foglie secche di meliga sul quale riscaldare una camicia sudata di tela appartenuta all’infermo e poi appoggiarla sulla parte dolorante.
Calmanti: infuso di camomilla contro la tensione e il logorio della vita moderna; infuso di fiori di tiglio con il miele contro raffreddore e tosse; infine, per rinfrescare l’organismo: decotto di malva.


Camomilla

Mitica, poi, ra puvr d’er santù = la teriaca, letteralmente polvere di chi sta bene. La teriaca fu per lungo tempo una panacea universalmente nota: l’aspirina dell’antichità e fece la fortuna degli speziali. Dopo la scomparsa del silfio, durante il tardo impero romano, la teriaca divenne la medicina più in voga nel bacino del Mediterraneo, per poi espandersi in tutta l’Europa con l’avvento dell’impero Carolingio.

Il suo nome deriva dal greco thériakè, cioè antidoto; ma la sua vera origine etimologica potrebbe derivare dal sanscrito táraca, più precisamente dal verbo tár: salvare. Era un preparato magico - farmaceutico che si supponeva avesse virtù medicamentose straordinarie, se non miracolose. Una teriaca famosissima fu la “teriaca di Andromaco”, dal nome del medico personale dell’imperatore Nerone, che pare l’avesse desunta dal medico di Mitridate, re del Ponto.

Una teriaca tradizionale conteneva fino a 42 elementi e la carne di vipera ne era il composto primario. Un altro elemento importantissimo era costituito dai semi oppiacei del papavero, per le loro note proprietà sedative; né mancava il “vin santo”, quello liquoroso, soprattutto la “Malvasia di Spagna” o la “Malvasia del Peloponneso”, altrettanto pregiata. La teriaca poteva essere più amara, se c’era una prevalenza di assenzio, genziana, tarassaco, timo, angelica… oppure più dolce per una prevalenza di liquirizia e miele o propoli. Solitamente non mancavano la mandragola, la potentilla, il finocchio, l’anice, la cannella, la valeriana… La teriaca era preparata dagli “scpezjäri” ed ebbe un’enorme diffusione nei secoli, fino all’avvento della moderna farmacologia. Un altro elemento “magico” della teriaca era la velenosa pelle di salamandra, che si riteneva avesse virtù straordinarie, addirittura ignifughe.

Tendenzialmente si diceva che la teriaca dovesse avere un elemento di fuoco, ed ecco la presenza della salamandra; un elemento di terra, pertanto una radice oppure il sangue e la carne della vipera; un elemento liquido, meglio se il liquoroso, ad esempio il vino usato per celebrare le sante messe, e un elemento d’aria, i semi oppiacei del papavero; il tutto rimescolato, amalgamato da un minerale: preferibilmente l’argento o l’oro. E’ ovvio che certi elementi erano difficilmente reperibili, ad esempio la bava del rospo!

L’8 luglio 2000 a Praga, ricordo la data poiché era il mio 50° compleanno, mi regalai un’antica carta geografica delle Contee di Tenda e Nizza e l’antiquario che me la vendette, prossimo alla Strada degli Alchimisti, mi propose l’acquisto anche di un libro coevo, in italiano: un opuscolo medico dove si accennava a molte ricette antiche, incluse la teriaca. Lo scorsi rapidamente, non lo acquistai poiché in pessimo stato e perché troppo caro per le mie modeste disponibilità finanziarie; ma ricordo che in quelle pagine i feudi imperiali della Langa erano indicati come luoghi di produzione delle teriache migliori!

*Guido Araldo
Le colline dell'arcano - miti, poesia, tesori e quente



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".