TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 aprile 2011

Arte per ciascuno e non per tutti


E' disponibile il primo numero di Cambi Auction Magazine , rivista della prestigiosa casa d’aste Cambi di Genova. Pensata come strumento di comunicazione con il mondo dei collezionisti d'arte, la rivista non si limita però solo a fornire informazioni sulle attività della Casa, ma ospita contributi realizzati da critici e storici dell’arte e spazi dedicati a eventi collaterali nel campo dell’arte e dell’antiquariato. Come dimostra l'articolo di Giuliano Arnaldi, amico e collaboratore di Vento largo, che proponiamo oggi.

Giuliano Arnaldi

Arte per ciascuno e non per tutti


Da tempo si nota in Italia un crescente interesse per le arti tradizionali dei paesi extraeuropei e particolarmente africani. La Liguria è protagonista discreta di questo interesse: la mostra in corso a Genova a Palazzo Ducale fino a giugno 2011 ne è un esempio, ma non bisogna dimenticare l’ottimo lavoro sistematico svolto al Museo delle Culture del Mondo presso il Castello d’Albertis, che ha prodotto tra l’altro alcune significative esposizioni, quali “Gli Ori degli Akan” e “L’anima delle piccole cose: arte del quotidiano in Costa d’Avorio”, e a partire dal 2004 il lavoro di Tribaleglobale nel savonese, con la presentazione della Collezione Passaré nella casa-museo di Asger Jorn. Il nostro paese non ha una tradizione coloniale, e questo ha certamente frenato lo sviluppo della conoscenza di quei linguaggi dell’arte non a caso ben radicati in Francia, in Belgio e per altri motivi negli Stati Uniti. Soprattutto in Francia esiste il mercato più articolato e ricco di opere di arti primarie, il più significativo museo (Musée du quai Branly), la più riconosciuta rete di esperti. In realtà questo “ritardo” italiano porta in sé una grande opportunità, segnata anche dalla peculiarità italiana dell’attenzione per l’arte moderna e contemporanea e dal sedimento culturale che fa del nostro paese una grande opera d’arte a cielo aperto. La consuetudine con la bellezza e una grande, discreta e radicata tradizione di collezionismo d’arte fanno del nostro paese il luogo ideale per proporre un altro sguardo sulle arti primarie, ben testimoniato per esempio dal lavoro artistico del genovese Claudio Costa.

Dove esse sono più note e diffuse esiste un “filtro” antropologico ed etnografico tutto occidentale che spesso condiziona lo sguardo su quei linguaggi dell’arte. Comunemente si usa la definizione “arti primarie” come versione più rispettosa per identificare le arti delle culture extraeuropee più distanti dalla nostra idea di arte: non è usata per le arti giapponesi, cinesi o indiane ma quasi esclusivamente per quelle africane e oceaniche, le più distanti, le più “selvagge” e “primitive”. È realistico pensare che anche questa definizione sia quindi riduttiva e in qualche modo ipocrita: “primario” etimologicamente deriva dal latino primus (primo) con il suffisso arius che ne indica l’appartenenza, ovvero “primo nell’ordine gerarchico, principale”. Si può sostenere quindi che sia più adeguato usare questa definizione per quelle opere d’arte che sono insieme rigorosamente figlie del loro tempo e capaci di “parlare” all’uomo in ogni tempo e in ogni luogo, perché scritte con quell’alfabeto metaforico che l’uomo usa dai tempi delle incisioni rupestri quando vuole indagare ciò che è.

Ciò allarga sorprendentemente i confini dell’arte, e di chi la pratica come operatore culturale, collezionista, artista. Si noti inoltre che la stessa definizione politicamente corretta di “arti primarie” fatica ancora a sostituire quella di “arti tribali” o “primitive”, e non è bastata la costante relazione tra gli artisti del Novecento attivi a Parigi nei primi decenni del secolo scorso (da Picasso a Tristan Tzara) per liberare le arti dei popoli extraeuropei da un “recinto” a volte addirittura colonialistico. L’esempio più eclatante di questo atteggiamento è l’affermazione (tipica di tanti mercanti ed esperti d’arte africana) che nel Continente Nero non esistano più opere autentiche. Sarebbe come pensare che nelle campagne toscane non si trovi più un mobile o un dipinto antico… Un altro luogo comune (tanto interessato quanto colonialistico) è sospettare “a prescindere” dei mercanti africani, considerandoli tutti spacciatori di falsi.


Questa considerazione apre uno dei problemi più spinosi legati alle arti africane: il problema dei falsi. Credo si debbano fare alcune premesse. Non è semplice stabilire i criteri in base ai quali un’opera proveniente da quelle culture possa essere considerata autentica, intanto per la profonda differenza del contesto culturale: mentre il nostro antiquariato si fonda sulla definizione di epoche storiche cui corrispondono stili e linguaggi precisi, le arti africane sono vive e in continuo divenire. È arte funzionale a un sentimento trascendente, usata per misurarsi con il mistero della vita e tentare di governarlo e quindi, pur nel solco di una tradizione stilistica identificabile nella visione del mondo di una specifica comunità, essa è in continuo divenire, interagisce con i cambiamenti e con le sollecitazioni che un mondo sempre più piccolo propone anche nelle comunità più periferiche.

Per esempio, a partire dagli anni cinquanta i Baulé rappresentano gli antenati, figure mitiche e centrali nella cosmologia di quel popolo, anche con abiti occidentali, i Dogon dipingono le loro maschere rituali – tuttora usate – con colori acrilici e a volte diversi da quelli indicati dalla tradizione, anche per sottrarle alla bramosia di un turismo “culturale” sempre più invasivo. La relazione tipicamente occidentale epoca-autenticità per stabilire il valore culturale (ed economico) di un’opera risulta quindi assolutamente fuori luogo. Essendo poi l’opera d’arte oggetto d’uso funzionale a una necessità rituale, chi la realizza non si percepisce (e non è percepito) come “artista” nel senso occidentale di questo termine, ma è considerato come il custode di un sapere misterico antico che deve materializzare in un oggetto, rispondente a precisi canoni di tradizione, l’energia necessaria al compimento del rito richiesto.

La grande maggioranza, inoltre, degli oggetti africani (con la significativa esclusione della terracotta e dei metalli) ha meno di cent’anni, ed è realizzata in materiali non sottoponibili ad analisi scientifiche. L’arte africana è diventata negli ultimi anni un bene rifugio appetito dagli investitori, aumentando spesso in modo vistoso il proprio valore: l’assenza di regole certe ha generato confusione e situazioni spesso discutibili o addirittura illegali. Certamente esiste un problema di falsi. Chi conosce l’Africa ha avuto modo di vedere vere e proprie “fabbriche” destinate a produrre e invecchiare opere destinate al mercato europeo e magari vendute da occidentalissimi mercanti, ed è davvero difficile orientarsi. Esistono parametri oggettivi: alcune tra le opere più significative – e costose – presentano caratteristiche stilistiche e materiche precise. Per fare solo alcuni esempi, raramente una maschera Dan avrà la parte interna patinata: chi la cede la desacralizza grattandone l’interno; attraverso l’analisi delle scarificazioni si può identificare la comunità di appartenenza: nell’arte africana il segno è linguaggio e non decoro; le maschere Fang hanno erosioni prodotte da termiti presenti solo in quell’area geografica. Essendo però il falso molto remunerativo è possibile trovarsi davanti a copie ben eseguite, e confonde certamente le idee il fatto di vedere oggetti apparentemente simili nelle gallerie e nei musei come sulle bancarelle dei mercatini. Personalmente ritengo utili alcuni principi di fondo: un’opera è autentica quando è fatta in Africa, da un africano, per essere usata da un africano. Stabilirne l’epoca diventa paradossalmente irrilevante, perché condividendo questo punto di vista una maschera fatta negli anni venti per un turista dell’epoca è meno autentica di un oggetto rituale di vent’anni fa.

La bellezza parla, e testimonia la qualità di un’opera d’arte. Siamo fortunatamente strutturati anche neurofisiologicamente per comprendere l’armonia: è necessaria l’onestà intellettuale di riconoscere a linguaggi artistici diversi dal nostro la stessa dignità e profonda complessità. Esistono comunque parametri stilistici, caratteristiche legate ai materiali e alle patine che possono aiutare la comprensione di un’opera.


Altro è il discorso del valore economico. Credo che la cosa più onesta sia riconoscere il fatto che le cifre importanti sono appannaggio di quelle opere note fuori dall’Africa da molti decenni perché presenti in collezioni ed esposizioni documentate. È innegabile che chi spende oltre 10.000 euro per un’opera d’arte africana “acquista” anche una provenienza. Quando si spende però una cifra analoga a quella che si può destinare a un oggetto di arredo o a un’opera d’arte contemporanea di medio valore dovrebbe prevalere la relazione emotiva con l’oggetto, quel misterioso impulso che ogni vero collezionista ben conosce, e che a volte trasforma le collezioni private in suggestivi presidi di memoria consapevole dei popoli e delle loro culture. Ecco perché esiste a mio avviso una singolare opportunità per il collezionismo italiano: abituati, come già ricordato, a una consuetudine diffusa con l’arte, e con l’arte moderna, non è difficile cogliere un’energia vitale archetipica nelle opere provenienti dalle culture africane. Chi ha negli occhi e nel cuore Capogrossi non faticherà a costruire dialoghi con i tessuti rituali dei Bushoong: bisogna infatti ricordare che le arti africane non sono rappresentate solo dalle rare e costosissime sculture e maschere Fang o Punu, ma da una moltitudine di oggetti tanto sublimi quanto ancora abbordabili sotto il profilo economico.

Liberati dal bisogno rassicurante della classificazione etno-antropologica e restituiti alla dimensione senza tempo del mistero della bellezza, essi possono diventare i discreti compagni dei dialoghi infiniti tra il collezionista e i suoi oggetti.


(Da: Cambi Auction Magazine, n. 01, aprile 2011)


Giuliano Arnaldi vive e lavora a Savona. Sovrintendente Generale del MAP, Museo di Arti Primarie di "Saona". Appassionato ed esperto di arte primarie, prevalentemente africane: ideatore e coordinatore del format culturale TRIBALEGLOBALE, ha curato eventi in luoghi diversi : 2000 -London, Black Soul, Nice 2004 Africa Anima del mondo in contempornea in diversi spazi museali e archeologici privati e pubblici, Il Padiglione della Marginalità nell'ambito della 52 Biennale di Venezia , la riapertura ( dopo ven'anni di chiusura) nel 2004 della casa Museo Jorn ad Albissola Marina.

venerdì 29 aprile 2011

PRIMO MAGGIO tra memoria e attualità




Gli stessi che propongono la cancellazione dell'articolo primo della Costituzione, vorrebbero anche che il 1° Maggio non si celebrasse più. E' questo riempiendosi la bocca ad ogni piè sospinto di omaggi ad una presunta "volontà popolare" che darebbe a chi governa ogni potere. Ma la democrazia non è populismo. E il 1° Maggio non si tocca.

Franco Astengo

PRIMO MAGGIO tra memoria e attualità


Primo maggio 2011, festa del lavoro nell' "annus horribilis" di Marchionne, dell'attacco diretto ai residui diritti della classe operaia che ha dimostrato una capacit da molti insospettata, di tenuta, di resistenza, anche di controffensiva che ha fornito a tutti noi, che ancora crediamo in determinati valori, principi, ideali, forza e volontà di lotta.

Un Primo Maggio da ricordare anche perchè da altre parti, si pensa di cancellarlo in nome dei "negozi aperti in una città turistica": si tratta semplicemente di un affronto da respingere seccamente. Certo, ci sarà chi, come sempre lavorerà il Primo Maggio per garantire la vita degli altri, i servizi, l'espletamento di necessità inderogabili: perla nostra sarà un'idea romantica, ma il Primo Maggio vede Città e Campagne ferme, rispettose, nei cortei e nei comizi colmi di bandiere rosse. Rispettose, campagne e città dell'idea del lavoro come riscatto sociale.

Nel nostro Paese il lavoro il fondamento del primo articolo della Costituzione Repubblicana, la rappresentazione più visibile, immediata, della sua importanza all'indomani della Liberazione: lavoro, antifascismo, democrazia, questi i punti discriminanti di una identità dell'Italia Repubblicana che non intendiamo dismettere, anzi vogliamo affermare con forza, uscendo dal tunnel dell'arretramento dentro il quale siamo finiti da qualche anno a questa parte.

Non intendiamo, per scrivendo questo poche note limitarci ad una idea quasi "autarchica" del Primo Maggio: il Primo Maggio non è una invenzione italiana, il Primo Maggio appartiene al mondo. Il Primo Maggio è una data simbolo in tutto il mondo.

La Memoria: il Primo Maggio nasce a Chicago nel 1886 e, tre anni, dopo, nel 1889 quella data fu assunta dalla Seconda Internazionale, quale giornata di mobilitazione per la riduzione dell'orario di lavoro. Le Otto ore di lavoro sono state il simbolo, l'essenza, dell'internazionalizzazione della lotta del movimento operaio: insieme mito ed obiettivo del riscatto sociale, punto d'arrivo di una diversa idea dello sviluppo, dell'equilibrio sociale, della possibilità di cambiare "lo stato delle cose presenti". Le "Otto Ore" quale piattaforma universale che consentì all'epoca, di rendere la classe operaia in lotta visibile e vincente.

L'Attualità è la rappresentazione più visibile dell'attualità di quella che è stata definita "globalizzazione" (non certo una novità da un determinato punto di vista). Una "globalizzazione" che porta con se ancora il conflitto, la guerra, le divisioni etniche e razziali, l'idea dell'estensione del mercato capitalistico al mondo intero. Bisogna affermare, senza indugi che, in questo senso, la "Storia non è finita": la globalizzazione non rappresenta l'estensione definitiva del dominio capitalistico.

A questo proposito dobbiamo riprendere un cammino di riflessione e di lotta, pensando alle divisioni che gli interessi specifici, particolaristici, corporativi, settoriali che caratterizzano il fenomeno dell'espansione economica nel mondo: la dialettica unità- scissione oggi caratterizza, forse ancora di più che in altre fasi della Storia, la natura del capitalismo in forma fortemente contraddittoria; maggiore l'unità del mercato mondiale, più grande lo scontro tra gli Stati, oggi a dimensione continentale come dimostrano i fatti più recenti.

Questa tendenza va valutata con attenzione, a questi processi in atto va contrapposta una idea unitaria che parta dalle condizioni materiali dello sfruttamento del lavoro, della sua alienazione, della contraddizione irriducibile e principale che questi fenomeni provoca.

Il Primo Maggio come occasione di riflessione, dunque, per una idea unitaria di riscatto sociale, di recupero del concetto di classe, dell'estensione dell'idea di una trasformazione radicale degli equilibri economici, politici, sociali.

Ancora una volta, al di là delle nostre diverse opinioni politiche correnti, si impone la necessità di sviluppare, nei tempi presenti, una idea di fondo: la contraddizione sotto gli occhi di tutti è ancora quella tra le potenzialità che la specie umana possiede e i limiti che l'organizzazione sociale e politica del capitalismo le impongono: lottare perchò si vada oltre l'angustia dello scambio tra capitale e lavoro salariato, prefigurare una societlà ibera dal bisogno.

Queste, molto semplici, le ragioni per cui vale ancora la pena , ora più che mai, di celebrare il Primo Maggio.



Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.

giovedì 28 aprile 2011

Carla Rossi a Percorsi dell'Arte


Meteore di Luciana Bertorelli a Pozzo Garitta


mercoledì 27 aprile 2011

Da vedere: Il responsabile delle risorse umane


La strada come percorso per ritrovare se stessi nell'incontro con l'altro. Questo il senso di "Il responsabile delle risorse umane". Un libro da leggere, un film da vedere.

Luisa Bellissimo

Da Israele alla Romania per ritrovare se stessi



Un percorso iniziatico per riconoscere se stesso. Il responsabile delle risorse umane di Eran Riklis, tratto dall’omonimo romanzo di Abraham Yehoshua, ripercorre tra le linee geografiche che da Gerusalemme conducono in Romania, i tracciati umani di vite apparentemente lontane.

Mark Ivanir è l’attore protagonista, già visto in Schindler List e in The terminal, che unisce la vita di una giovane donna rumena, morta in un attentato a Gerusalemme e l’azienda per cui lavora. Dal panificio per cui svolge le funzioni di responsabile delle risorse umane dovrà raggiungere la casa di Yulia in un piccolo paesino della Romania.

La meta da raggiungere è la famiglia della giovane, dimenticata all’interno di un obitorio per una settimana, perché nessuno si accorge della sua assenza.

Yulia è senza documenti, dimenticata dalla sua azienda accusata dalla stampa locale di crudele mancanza di umanità. Inizia così la peregrinazione del responsabile delle risorse umane che per superare l’onta subita per la ditta per cui lavora, dovrà arrivare in Romania.

Un cammino forzato, dovuto alla propria datrice di lavoro che lo allontanerà da una famiglia frammentata. Questa la realtà che il protagonista percepisce e vive. Promesse non mantenute alla figlia, un matrimonio incostante. La precarietà del responsabile delle risorse umane si scontra con l’imprevedibile morte di Yulia, una perfetta sconosciuta. Il suo corpo dovrà essere riconsegnato ad un figlio adolescente, ad un ex marito e ad una madre, lasciata in un piccolo paesino rumeno.

È con il dolore del ragazzo, abbandonato ad un’esistenza da ribelle che il film di Riklis ricompone i pezzi di vite lontanissime. Una paternità ritrovata in mezzo alla neve, a bordo di un cingolato utilizzato per arrivare al paese natio di Yulia, luogo in cui ancora vive la madre. L’apparente genericità di un uomo, qualificato solo come un responsabile delle risorse umane, arriva a renderlo di nuovo padre di un orfano, figlio di separati.

Nella vita interpretata da Noah Silver lo specchio della propria: il responsabile delle risorse umane in procinto di separazione che non sa essere presente nella vita della figlia quasi adolescente. Lotta contro il proprio volere per una causa che sente lontana da sé.

In realtà è nell’imprevedibilità delle vicende che lo conducono in Romania che egli stesso impara a leggere l’essenzialità di scelte che vanno riconosciute ogni giorno.

E così, il responsabile delle risorse umane inizia a discernere. Riconosce l’importanza della volontà di un figlio, privato troppo presto di una madre già lontana, che pretende per il suo ultimo saluto alla salma riportata in patria, la presenza della sua unica famiglia: la nonna ed il padre.

Diventa quindi, l’artefice di un tracciato che chilometro dopo chilometro, ricompone il senso più naturale e profondo della vita.

Prodotto dalla Sacher distribuzione “Il responsabile delle risorse umane”, già premiato dal pubblico al festival di Locarno 2010 è candidato di Israele agli Oscar 2011.

http://www.doppioschermo.it/



Il responsabile delle risorse umane

“Passione in tre atti”. Questo il sottotitolo del libro di Yehoshua. Gli atti di una “passione” che si fa espiazione e pellegrinaggio esistenziale. La vicenda muove dal senso di colpa. Gerusalemme. In un giornale locale sta per uscire un articolo in cui si accusano i responsabili di una grande azienda di mancanza di umanità: il cadavere di una donna, deceduta a seguito di un attentato kamikaze, priva di documenti, a parte il cedolino aziendale, è abbandonato nell’obitorio dell’ospedale da alcuni giorni senza che nessuno, sul luogo di lavoro, si sia accorto della sua assenza.

L’anziano direttore della ditta chiede spiegazioni al responsabile delle risorse umane. Lui dovrebbe sapere chi è quella donna e perché nessuno si sia reso conto del fatto che non venisse a lavoro da qualche tempo. Inizia una sorta di indagine: Julia Regajev, questo il nome della vittima, è stata allontanata dal suo posto di lavoro senza che l’ufficio del personale ne fosse messo al corrente. Tecnicamente, quindi, non è più una dipendente dell’azienda. Nonostante questo, il responsabile delle risorse umane si ritrova ad essere anche il responsabile del destino della salma della donna morta. E’ stato lui ad aver sottoposto Julia ad un colloquio di lavoro, è stato lui ad assumerla, è lui che, ora, non ricorda neppure che faccia avesse né se fosse bella come tutti si ostinano a rammentare. Una mancanza che si fa personale e quasi intima. La coscienza di un’indifferenza che, considerando le drammatiche circostanze, si trasforma in un grave senso di colpa. Il responsabile delle risorse umane, sulla spinta del direttore, preoccupato per la reputazione della sua ditta, e di avvenimenti sempre più pressanti, deve riscattarsi, vuole rimediare all’errore. Parte per un viaggio ed accompagna la bara con Julia Regajev nella sua terra natale. Perché Julia, un’ingegnere, è una straniera giunta a Gerusalemme per un motivo che nessuno sa spiegare. Ha accettato di fare la donna delle pulizie pur di non abbandonare quella città, come invece hanno fatto il suo ex marito e suo figlio. Gli eventi conducono il responsabile delle risorse umane ad avvicinarsi ad una terra gelida e sconosciuta, ad una serie di personaggi particolari e, soprattutto, alla ricerca di un significato che dia davvero la misura e il senso a tutta la vicenda e anche oltre.

Nessuno dei personaggi de “Il responsabile delle risorse umane” ha un nome. Tranne la donna morta. Una presenza muta e carica, la sua, e, forse, proprio per questo, bisognosa di essere alleggerita da un nome. Anche i luoghi sono sfumati e vaghi. L’autore ce li descrive ma non li nomina e ci si rende conto, come lettori, che non è poi così necessario avere riferimenti né denominazioni puntuali. E’ l’aspetto surreale, e a suo modo affascinante, del libro di Yehoshua. L’attenzione e la narrazione si spostano dalle pagine dedicate direttamente al racconto del responsabile delle risorse umane a dei brani in corsivo che, come inserti corali, ci fanno guardare la vicenda con altri occhi e la descrivono con altre voci. Un’angolazione narrativa parallela e distinta.

Chi è abituato a libri veloci e scorrevoli, probabilmente troverà “Il responsabile delle risorse umane” un testo un po’ faticoso e, comunque, diverso dalle altre opere dello stesso autore. I lettori più allenati, invece, sapranno godere della complessità e della laboriosità dell’opera, del suo dilungarsi o del suo procedere per minuzie e dettagli.

La scelta del tema della colpa e della sua necessaria, consapevole espiazione è legata, immagino, alla cultura ebraica di cui Yehoshua è uno dei più illustri rappresentanti contemporanei. C’è sempre un castigo per chi sbaglia, una redenzione da conquistare per chi non ha compiuto il proprio dovere nel migliore dei modi. E in tempi in cui tutti, più o meno, tentano, e spesso riescono, a sollevarsi dai propri obblighi, leggere una storia in cui il senso di responsabilità è così profondo, viscerale e imprescindibile, può essere entusiasmante. Umanamente parlando.

http://www.lankelot.eu/


Abraham B. Yehoshua
Il responsabile delle risorse umane
Einaudi, 2005
12 euro

martedì 26 aprile 2011

Da leggere: Complici. La relazione pericolosa tra l'Italia e il regime di Gheddafi

Un’inchiesta coraggiosa e illuminante che getta luce sull' intreccio di interessi tra l’Italia e il regime di Gheddafi. Giampiero Gramaglia e Luigi Garofalo ripercorrono con rigore attraverso la produzione di documenti originali, interviste a imprenditori operanti in Libia e una minuziosa ricostruzione degli eventi degli ultimi anni le tappe che hanno portato al Trattato di amicizia con Gheddafi siglato dal Governo Berlusconi. Un libro da leggere per capire. Ne pubblichiamo l'introduzione.

Giampiero Gramaglia - Luigi Garofalo

Complici


Comunque vada a finire la crisi libica, che Gheddafi resti o se ne vada o sia cacciato, l'Italia, alla fine avrà perso. Per il colonnello, infatti, è colpevole di tradimento, per aver trasformato, nel volgere d'un mese, l'amicizia in ostilità; per chiunque altro dovesse succedergli, invece, sarà colpevole d'essere stata il partner più stretto del regime: un intreccio indissolubile di connivenze politiche, covenienze affaristiche e sintonie personali. E se alcuni rapporti d'interesse reciproco, come forse quelli energetici, potranno essere almeno in parte salvaguardati, Parigi e Londra sono le candidate a rimpiazzare Roma come alleati forti della nuova Libia.

La genesi di questo lavoro è antecedente all'insurrezione esplosa alla metà di febbraio, precede quel dominio innescato nel Nord Africa dal rovesciamento dei regimi in Tunisia e in Egitto e che ha percorso tutto il Medio Oriente fino al Golfo. L'idea di partenza era di analizzare le ragioni della vicinanza inspiegabile, al di là degli aspetti economici e commerciali, tra Libia e Italia e, soprattutto, dell'amicizia e del rapporto tra il colonnello dittatore Muammar Gheddafi e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Due uomini diversi in tutto per estrazione sociale e storia personale, ma accomunati, almeno a credere alle cronache di stampa e ai cablo di Wikileaks, da alcuni tratti caratteriali (ad esempio, ma non solo, il gusto della teatralità del gesto, o della battuta; l'attenzione per le donne o la passione per il potere).

La rivolta partita da Bengasi si è estesa, in pochi giorni, a tutta la Cirenaica, poi alla Tripolitania, fino a far apparire, a fine febbraio, il colonnello e il suo clan isolati e assediati in quella che sembrava essere, in quelle ore, la loro ultima ridotta. Gli eventi hanno inciso sulla struttura del prodotto giornalistico ma non hanno modificato l'impostazione di base: la ricerca delle ragioni di fondo della complicità dell'Italia, e non solo del Governo Berlusconi, con un regime dispotico e bizzoso, violento quanto inaffidabile, intollerante alle critiche e indifferente al rispetto dei diritti dell'uomo. Il tutto, però, si è intrecciato con lo sviluppo degli eventi sul campo, ed è stato occasione per registrare, nella successione delle dichiarazioni e delle decisioni, l'evolvere della posizione di un'Italia quasi al traino della comunità internazionale che, sempre dopo una battuta d'esitazione, prende le distanze da Gheddafi, adotta le sanzioni, sospende il Trattato di amicizia, mette a disposizione d'una azione di forza internazionale ancora eventuali basi militari e, infine, entra nell'edizione 2011 della "coalizione dei volenterosi".

Un percorso, quello che va dall'amicizia esagerata all'ostilità bellica, in cui le responsabilità politiche s'intrecciano - basti ricordare che il Trattato d'amicizia fu votato a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano: maggioranza e opposizione in una concordia con poche eccezioni - e le visioni locali prevalgono. Mentre una larga parte del mondo arabo vive i fermenti di quello che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano auspica sia "un nuovo Rinascimento" di libertà e di democrazia, anche se gli esiti restano incerti, l'Italia della politica si preoccupa di porre argini (soprattutto alle ondate di immigrati potenzialmente in arrivo), invece che incoraggiare gli aneliti di sviluppo di genti a noi vicine e che, magari, da noi si aspettavano aiuto e comprensione, più che diffidenza e ostracismo.

Siamo stati, fino a ieri, amici - troppo - di Gheddafi, per essere percepiti, domani, come amici, davvero, dei libici.

Gli Autori


Giampiero Gramaglia, giornalista. Dal 2006 al 2009 direttore dell'ANSA. Direttore dell'Agence Europe e editorialista de Il Fatto Quotidiano.



Luigi Garofalo, giornalista pubblicista.


Giampiero Gramaglia-Luigi Garofalo
Complici. La relazione pericolosa tra l'Italia e il regime di Gheddafi
Editori Riuniti, 2011
15 euro

lunedì 25 aprile 2011

Leonard Cohen, The Partisan



Leonard Cohen

The Partisan (Il partigiano)





Quando essi scorrevano oltre il confine
Io fui avvertito di arrendermi,
Questo non potevo farlo;
Presi la mia pistola e sparii.

Cambiai il mio nome così spesso,
Ho perso moglie e figli
Ma ho molti amici,
Ed alcuni di loro sono con me.

Una vecchia donna mi diede riparo,
Mi tenne nascosto nella soffitta,
poi i soldati vennero;
Lei morì senza un bisbiglio.

C'erano tre di noi questa mattina
Sono il solo questa sera
Ma devo andare avanti;
Le frontiere sono la mia prigione.

Oh, il vento, il vento sta soffiando,
Attraverso le tombe il vento soffia,
La libertà presto verrà;
Poi noi torneremo dal buio.

I tedeschi erano nella mia casa
Essi dicevano, "Segnati,"
Ma io non ho paura
Ho ripreso le mie armi.

Ho cambiato nome cento volte
Ho perso moglie e figli
Ma ho molti amici
Io ho tutta la Francia

Un vecchio uomo, in una soffitta
Ci nascose per la notte
I tedeschi lo catturarono
Egli morì senza meraviglia.

Oh, il vento, il vento sta soffiando,
Tra le tombe il vento soffia,
La libertà presto verrà;
Poi noi torneremo dalle ombre.

Delitti all'ombra della Torretta. Roberto Centazzo e il giudice Toccalossi

Sta avendo un grande successo "Toccalossi e il fascicolo del '44", seconda indagine del giudice savonese. Abbiamo intervistato l'autore, Roberto Centazzo.

Giorgio Amico

Delitti all'ombra della Torretta. Roberto Centazzo e il giudice Toccalossi


Il romanzo che ti ha fatto conoscere è stato "L'elenco universale delle cose tristi". Vuoi parlarcene?
Un libro scritto di getto in un momento di grandi cambiamenti interiori. Apprezzato dalla critica.

Poi arriva il Giudice Toccalossi. Un salto notevole, di toni e linguaggio prima che di genere. Perché la scelta del poliziesco e perché Savona?Il poliziesco perché ero stufo di leggere storie gialle piene di errori dal punto di vista procedurale. Ero e sono convinto che si possa scrivere un giallo di qualità senza “violare” le regole del codice. Perché Savona? E perché no? È una città simile a tante altre città di provincia e poi i grandi centri urbani, si contano sulla punta delle dita, non rappresentano veramente l’Italia. La nostra penisola è fatta per la maggior parte di piccole realtà attorno ai cinquantamila abitanti. E poi Savona si presta molto all’atmosfera gialla, con le sue ipocrisie, la sua riluttanza ai cambiamenti, la sua predisposizione all’immobilismo.

Una Savona cupa, grigia, spenta. Come dicevamo un salto notevole rispetto ai toni solari e magici dell'Elenco universale. Ma Savona è davvero così o è il genere poliziesco che richiede atmosfere cupe?
Savona non è affatto cupa o spenta o grigia. È anzi il contrario: una città ventosa, soleggiata e la descrizione che io ne ho fatto è molto affettuosa (ci sono nato e ci vivo) ma anche molto realistica. Ricevo tutti i giorni complimenti per come ho saputo raccontarla e, mi auguro, per come la racconterò.

Toccalossi è una figura atipica nel panorama della letteratura poliziesca. C'è qualche autore o personaggio a cui ti sei riferito?
Toccalossi è un uomo. Non è un super eroe o un tuttologo onnisciente. Mi riferivo a questo quando prima dicevo che si può scrivere un buon giallo senza ingannare il pubblico con un investigatore che sa tutto, capisce tutto e, almeno a me, diventa odiosissimo. Toccalossi ha la sua vita, i suoi problemi non è nemmeno pienamente convinto che quello che svolge, ossia il lavoro di Procuratore sia quello giusto. A volte vorrebbe tornare ragazzo per fare scelte diverse. È tormentato, insicuro e credo sia questo il motivo per cui piace al pubblico.

So che hai altri libri in cantiere. Ce ne vuoi parlare?
Sicuramente. Ho pubblicato cinque romanzi di cui tre sotto pseudonimo e due gialli della serie Toccalossi, con il mio nome vero. Ho già sotto contratto altre due storie che vedranno protagonista Toccalossi e spero che abbiano la fortuna delle precedenti, ma penso di sì, ormai il pubblico si sta affezionando.

Grazie e auguri per i tuoi prossimi lavori.
Grazie a voi di Vento largo per l’intervista. Un caro saluto a tutti.


Roberto Centazzo, savonese, ispettore capo della Polizia di Stato, è autore di cinque romanzi fra cui L'elenco universale delle cose tristi, Giudice Toccalossi e Toccalossi e il fascicolo del '44.

domenica 24 aprile 2011

Il Manifesto compie quarant'anni


Quarant'anni fa nasceva "Il Manifesto", un giornale e più ancora un progetto politico che ha segnato in profondità l'evoluzione della sinistra italiana, come ci ricorda (anche con un pò di nostalgia) Franco Astengo con questo bell'intervento.


Franco Astengo

Il "Manifesto" compie quarant'anni.



Un percorso straordinario, quasi incredibile, se pensiamo alle difficoltà materiali, organizzative, economiche incontrate da un soggetto che, via, via si è trasformato profondamente dal punto di vista culturale, politico, dei riferimenti sociali, del modo di intendere l'informazione, nell'uso delle tecnologie (sotto quest'ultimo aspetto sempre all'avanguardia, in verità fin dai tempi della "teletrasmissione", ed eravamo ancora negli anni'70).

Per chi ha appartenuto , fin dall'inizio,all'area politica all'interno della quale il "Manifesto" nato all'epoca della rottura con il PCI e della rivista ( un'area politica che possiamo ancora definire "sinistra comunista", riferendoci a quel tempo?) ed anzi, ha anche partecipato in prima persona alla vicenda della costruzione di un soggetto politico di riferimento ( quel PdUP un po' negletto che, a mio giudizio personale, forse è stato più importante sotto certi aspetti, di quanto non abbia rilevato, successivamente, la ricostruzione di quel periodo svolta dalla pubblicistica corrente) è l'occasione buona per ripercorrere un cammino e rammentare quanto sia cambiato il cielo sopra di noi e le cose che ci stanno attorno.

Pur tuttavia il tema di fondo sembra rimasto lo stesso: caduto il "socialismo reale", venuta avanti la controffensiva liberista, mentre sono emerse contraddizioni sociali non contemplate dal manuale di Stein Rokkan (quelle definite dai politologi "post-materialiste, rimasta per intero la necessità di una profonda, radicale, trasformazione della società della politica, perchè sfruttamento, disequilibri, guerra sono ancora a dominare la scena del mondo. La politica , almeno quella che avevamo conosciuto nella nostra gioventù pare davvero aver abdicato al proprio ruolo e lasciato spazi enormi, praterie che non si riescono a percorrere.

Ecco, questa mia opinione, di vecchio militante del primo "Manifesto" sarà controcorrente. Ripenso al giornale di questi quarant'anni e intravvedo, alla fine, una parabola discendente : dall'obiettivo ambizioso di rappresentare il "punto critico" dell'idea più profonda ed importante che la storia abbia prodotto attorno al tema del cambiamento (quella del comunismo: idea che si era fatta partito, organizzazione, soggetto radicato nella società) fino ad una sorta di nseguimento eclettico delle contraddizioni, senza l'elaborazione e l'offerta di una sintesi.

Il "Manifesto" ha rappresentato, per una certa fase, una ipotesi politica compiuta. Una soggettività presente: poi, caduti i grandi soggetti, cambiato l'assetto sociale, emerse novità forse imprevedibili (ma anche mancata la capacità d'analisi; anzi l'idea dell'analisi è stata proprio abbandonata, ma questo fatto non è avvenuto certo per responsabilità del collettivo del Manifesto anzi) si è assunta una veste diversa, di lettura, in certi casi oscillante, della realtà consolidata; quasi una sorta di "lettore" per certi versi acritico dei "movimenti" (che pure avrebbero bisogno di una critica adeguata); di assunzione di forme di iniziativa diverse e, dal mio punto di vista, abbastanza estranee culturalmente .

Sono cosciente di parlar male di Garibaldi, ma "uniti contro la crisi" non mi convince proprio, tanto per fare un esempio. Così come,allora, mi apparve debole la posizione rispetto ai limiti del movimento contro il G8 e, adesso, mi sembra eccessiva la condiscendenza verso la personalizzazione della politica.

Affiorano, quindi, dalle pagine del giornale un eccesso di movimentismo e di personalismo: i due difetti più gravi della sinistra di oggi ( o meglio: di quel poco che rimane di sinistra di oggi). Insomma, sarò un nostalgico del tempo in cui "si stava meglio quando si stava peggio": ma il puntuale acquisto mattutino del giornale (che pure viene eseguito) non ha più quel sapore emozionante che c'era quando si pensava di agire, sul serio, per una impresa collettiva, per una eresia importante rispetto alle forme organizzate che aveva assunto il più grande progetto di riscatto sociale della storia, quello del comunismo, e della sua forma politica, anch'essa anomala, del Partito Comunista Italiano.

Sono andato "a vela", come si diceva una volta: ho messo insieme, pensieri un po' disordinati, che mi sono venuti alla mente pensando a questi quarant'anni; indubbiamente quarant'anni di vita comune.

Auguri "Manifesto".



Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.

sabato 23 aprile 2011

La Pasqua ebraica e i faraoni nostrani


A tutte le amiche e a tutti gli amici di Vento largo, credenti e no, auguri laici di Buona Pasqua con questo articolo di Gad Lerner.


Gad Lerner

La Pasqua ebraica e i faraoni nostrani


Il mio numeroso branco di familiari e amici ormai affezionati alla consuetudine di festeggiare la Pasqua ebraica viaggiando insieme in un luogo significativo, quest’anno è volato a Sarajevo. Che non è solo la bellissima capitale della Bosnia-Erzegovina ma anche la città martire di un’Europa incapace di memoria. Qui fra i minareti e le cupole di moschee, chiese cattoliche e ortodosse, sinagoghe convissute pacificamente nei secoli, fu tentato meno di vent’anni fa l’ultimo genocidio etnico per mano di un folle nazionalismo serbo, senza che il mondo ne avvertisse la scandalosa replica della furia razzista e nazionalsocialista.

Tra le viuzze, nel fragile ma raffinato mosaico esistenziale, mi sono sentito ricordare che per questi musulmani europei fu concepito lo stesso destino toccato mezzo secolo prima agli ebrei. Ci hanno condotti in visita al tesoro meglio custodito della città, la Haggadà di Sarajevo, cioè un prezioso codice miniato medievale utilizzato per celebrare appunto il seder di Pesach, cioè la cena pasquale in cui si rammemora e si celebra la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Evento attualissimo, ne converrete. A Sarajevo, rimasta ostaggio e dunque schiava dei vili che l’assediavano fino al 1995, te ne accorgi ancor di più.

Mi ero portato dietro, oltre che il pane azzimo, anche un fastidio prolungato, a Sarajevo. Da un mese almeno, difatti, sentivo ripetere da ministri del governo italiano che dovevamo stare in guardia perché dalla sponda Sud del Mediterraneo stava per scatenarsi un “Esodo biblico”. Perché provavo fastidio? Non solo per la palese esagerazione. Non solo perché citavano la Bibbia persone che di solito si dedicavano piuttosto alla greve irrisione di chi ne predica i messaggi di accoglienza, carità, giustizia. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma il mio fastidio era dovuto proprio alla Pasqua che venivo a festeggiare a Sarajevo con il mio amato branco. Non era forse la festa dell’Esodo? Nella memoria non solo del mio popolo, ma dell’umanità intera, l’Esodo biblico non è forse un meraviglioso tragitto verso la libertà?

Purtroppo i vari ministri che hanno usato in senso dispregiativo, e minaccioso, la citazione dell’Esodo, non si rendevano conto di bestemmiare. Il rovesciamento di significato da essi perpetrato è però istruttivo, rivelatore. Avendo noi il dovere da millenni, un anno dopo l’altro, di vivere la liberazione dalla schiavitù d’Egitto come evento toccato alla nostra generazione; e dovendo quindi cercare e riconoscere oggi, e non soltanto ieri, chi siano gli schiavi, è illuminante scoprire nell’attualità dei veri e propri sostenitori dei faraoni. Chi ha paura dell’Esodo è perché si riconosce nei faraoni. Non a caso li sostiene e gli somiglia.

A Sarajevo mi hanno raggiunto le parole dell’arcivescovo milanese Dionigi Tettamanzi, vibranti di una logica acuminata: “Perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà”. Niente da aggiungere, se non gli auguri di buona Pasqua.


http://www.gadlerner.it/

venerdì 22 aprile 2011

Da leggere: Vasco Pratolini, Metello


Quella che segue è la prefazione di Antonio Pennacchi alla nuova edizione di "Metello" di Vasco Pratolini per la BUR - Rizzoli.



Antonio Pennacchi

Dalla parte di Metello


Metello è un classico e la cosa più saggia sarebbe saltare a piè pari ogni Introduzione e mettersi a leggere direttamente il libro. Dice: “E tu perché l’hai scritta?”. Perché me l’hanno chiesta e perché pare che così si usi: ogni volta che si ristampa un classico, lo si fa precedere da una introduzione che spieghi al lettore perché è un classico e perché, quindi, è ancora attuale. Un classico difatti è un libro che non parla solo ai tempi suoi di quando è stato scritto, ma parla a tutti i tempi poiché la gente – leggendo pure i fatti di quei tempi là – ci ritrova lo stesso parco delle emozioni e sentimenti suoi di questi tempi qua. Ci si ritrova. Nello stesso e identico modo di sentirsi nel mondo. Di gioire, di amare, di odiare o di soffrire.

E’ chiaro però che il libro deve essere fatto bene, perché scattino questi meccanismi di identificazione. Non è che succeda con tutti i libri. Mica tutti diventano classici. Solo alcuni. E questi si ristampano e ripubblicano, e ci si mette pure l’Introduzione anche se non servirebbe, perché – se sono appunto classici – la gente lo capisce da sola, man mano che li legge, che parlano ancora e prepotentemente pure ai tempi e ai sentimenti suoi.Metello quindi è un classico che parla da solo al lettore. Anzi, più che classico è proprio di un’attualità impressionante. Narra di cose avvenute più di cent’anni fa – alla fine dell’Ottocento, a Firenze, ai primi albori del socialismo e del movimento operaio nel suo lungo cammino verso l’emancipazione – ma che continuano ad avvenire, e nella stessa modalità, tutti i giorni e in ogni parte del mondo. C’è la gente che cade e muore dai cantieri edili in Metello, mentre si costruiscono i primi palazzi e quartieri nuovi al di là dell’Arno. Ma c’è la gente che continua a cadere e morire sul lavoro ogni giorno in Italia e nel mondo. Quattro al giorno ogni giorno in Italia. E c’è la gente – i lavoratori – che provano a stringersi ed unirsi l’uno all’altro per ottenere migliori e più sicure condizioni di lavoro, per ottenere il lavoro stesso, per uscire dalla miseria e dal bisogno, per “emanciparsi”, come si diceva una volta. E le conquiste ottenute – le poche conquiste – sembrano chissà che cosa: “Mai più ce le toglieranno”. E invece ogni generazione sembra condannata a doversi rifare ogni volta il suo proprio cammino di avanzamento e progresso. Come può non parlare Metello – il muratore Metello Salani del 1894 – al giovane precario di oggi, sempre sottoposto al ricatto dei contratti a tempo? E oggi come allora non rischia il biasimo e l’isolamento generale chiunque provi, invece, a lottare ancora per i diritti sindacali di tutti? “Ringrazia il padrone che ti dà da mangiare”. Non è il padrone – il capitale – che fa i soldi sul lavoro e le ristrettezze mie, ma sono io che dovrei essere grato a lui per la sua bravura e le opportunità che benevolmente mi dà.

Ora è chiaro che non c’è solo questo in Metello – e soprattutto detto in questo modo – se no sarebbe un pappone sociologico, un mattone sullo stomaco. Invece è un bel romanzo, divertente, appassionante, perché l’etica del lavoro, il bene e il male, la soddisfazione di chi si riconosce nel proprio lavoro quando è fatto bene non sono spiegate o declamate, ma emergono dalla pura narrazione delle storie e delle avventure di Metello Salani e dei suoi compagni, delle loro donne, dei loro drammi, dei tradimenti, la prigione, gli amori, gli spari dei soldati e della polizia.



Anzi, l’eroe vero, se si guardano bene le pagine in controluce, non è Metello in tutto il suo percorso da piccolo orfano a muratore provetto, da adolescente che scopre l’amore con una donna più grande (è il mito della “nave scuola” che si ripropone eterno, il topos etnico ed il sogno ancestrale dei giovani maschi italici, ma non solo, d’ogni era. Chissà se dietro c’è Edipo e Giocasta) fino al suo ritrovarsi – dall’uomo né meglio né peggio, “uno come tutti gli altri”, che avrebbe voluto essere – leader e capo riconosciuto dei suoi compagni. Ed anche in questo – nella solitudine del leader, nelle incertezze e le paure che prima deve governare, reprimere e superare dentro di sé, per poter dare poi sicurezza agli altri e condurli compatti alla lotta e alla vittoria – sta l’eterna modernità di questo romanzo. Quelle lotte, quei leader e quegli eroi sono cominciati con Spartaco – anzi, con Prometeo, perlomeno – continuano oggi in Fiat o nei call center e proseguiranno un giorno sulle stelle e sui pianeti.

L’eroe massimo però, dicevamo, non è Metello, ma sua moglie Ersilia. E’ in lei la forza vera, nella figlia del vecchio compagno anarchico – il maestro d’arte di Metello come si diceva una volta, il mastro muratore – morto sul lavoro ai piedi d’una impalcatura. La fonte d’ogni forza è in lei, in Ersilia – la “coscienza di classe” primigenia, verrebbe da dire con i manuali d’antan non ancora epurati dal postmarxismo – che non ha mai una titubanza, una deflessione e sa cosa è bene e cosa è male, gli legge nel pensiero, sa pure perdonare. E tutte le debolezze di Metello spariscono, taumaturgate in silenzio da Ersilia.

Non ci è qui possibile però eludere il rapporto tra Pratolini e il fascismo: ora è chiaro – in termini marxiani – che Metello è tutta “coscienza di classe” ed ansia egualitaria; è coscienza di classe che si fa canto, canto epico e lirico assieme. E su questo non c’è dubbio. Come non c’è dubbio sulla partecipazione attiva di Pratolini al movimento comunista della Resistenza contro il nazifascismo a Roma, a partire dal luglio 1943. Ma rimane che la sua formazione (Vasco Pratolini nasce a Firenze nel 1913, e morirà a Roma nel 1991) avviene tutta durante il fascismo, anzi, all’interno del fascismo stesso: Pratolini scrive a pieno titolo sulle riviste fasciste e pubblica i primi libri durante e non contro il fascio. A differenza di quanto sostenuto da alcuni, si tratta di vedere se quella “coscienza di classe” che prenderà forma e corpo compiuti dopo il fascismo – in Metello, nel 1955 – era però già presente, come a noi sembra, anche negli scritti “durante” il fascismo. E’ cioè un’altra persona quella che scrive “prima”, rispetto a quell’altra che scriverà “dopo”? O è sempre la stessa, che parla – negli stessi sensi e stessi termini – degli stessi strati di popolo?

C’è un libro di Mirella Serri (I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte, 2005), che ha fatto dettagliatamente i conti alle tante amnesie dell’intellighenzia italiana formatasi tra le due guerre mondiali, e soprattutto alle eccessive retrodatazioni – spesso esagerate e di comodo – dei relativi passaggi di campo dal fascismo all’antifascismo. Ad esempio, da Nicodemo – il “buon fariseo” che per non farsi scoprire dai suoi, andava a sentire Gesù di nascosto – Delio Cantimori qualificò come “nicodemismo” l’atteggiamento suo e di tanti altri. Carlo Muscetta invece parlò di “dissimulazione onesta”, rifacendosi a un testo del Seicento di Torquato Accetto. Una sorta quindi di: “Stavamo nascosti, camminavamo sottotraccia ma non eravamo fascisti dentro, anzi, eravamo già nell’anima antifascisti da un pezzo”.

La realtà è che gran parte di loro continuò a collaborare fino al 1942 – ma anche 1943 – non solo con il regime più in generale o con le riviste dei Guf (Gruppi universitari fascisti), ma soprattutto a Primato, la rivista messa in piedi dal ministro Bottai e che fu non già “la fucina d’antifascismo” che qualcuno ha tentato d’accreditare, ma fu piuttosto la punta avanzata della “cultura fascista” e, più drammaticamente, una delle punte più avanzate, in sede di teorizzazione e propaganda, del razzismo italiano contro gli ebrei. La gente, con tutta probabilità, ha continuato a tirare avanti come se niente fosse, nella più completa normalità (Hannah Arendt la chiama, con il titolo d’un suo libro, “la banalità del male”), fino a che la tragedia – con la disfatta totale e i bombardieri angloamericani direttamente sulla testa – tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 non l’ha svegliata all’improvviso. Questi sono i fatti Anzi, se vogliamo essere onesti, i primi a svegliarsi furono gli operai, che alla Fiat scioperarono a marzo 1943. Gli intellettuali aspettarono luglio. Ma “O di qua o di là!”, allora, dissero i più forti; mentre tanti non fecero neanche quello. E Vasco Pratolini – anche se, come Metello, voleva essere solo uno come gli altri: “Io voglio essere uguale agli altri miei simili” scrive ancora a maggio 1943 – posto davanti a sé stesso dalle circostanze oramai estreme, sceglie la Resistenza.




Secondo De Felice, “Molti dei passaggi all’antifascismo (non ci riferiamo a quelli meramente opportunistici) degli intellettuali più giovani … avvennero con una naturalezza che denota una notevole affinità culturale e psicologica di fondo”, che fa pensare a una assoluta “continuità tra il fascismo di prima e il loro successivo antifascismo e comunismo”. Per De Felice, non ci fu una “rottura culturale”, ma una “perdurante fedeltà a una visione del mondo e della politica”, cercata di realizzare prima “attraverso il fascismo, poi attraverso l’antifascismo e il comunismo”.

Sono le circostanze, appunto, che determinano assai spesso sia le scelte che gli accadimenti, ma la “coscienza di classe” di Pratolini evidentemente preesisteva al suo passaggio o conversione all’antifascismo e al comunismo. Non è che gli sia spuntata all’improvviso. C’era già quando era fascista e non nascosta, “dissimulata” o “nicodemizzata” poiché contraria al fascismo imperante, ma evidente e manifesta poiché consentanea al fascismo stesso. Era una coscienza di classe un po’ “fasciocomunista” diciamo, ma tutta in linea con quel “fascismo di sinistra” che vedeva non a caso le sue matrici nel socialismo rivoluzionario, e che produsse – oltre a tanti gravi e nefasti danni, insieme al fascismo tutto – pure il welfare, la modernizzazione e le bonifiche. Del resto, ci sarà pure stato un motivo se il popolo italiano – nonostante quei danni, il razzismo, le guerre e la brutalità della dittatura – continuò a tributare al fascismo così a lungo, e fino appunto a che non spuntassero i bombardieri, un consenso superiore alle percentuali bulgare.

E’ Pratolini stesso peraltro, in uno dei suoi ultimi romanzi (La costanza della ragione, 1963), a mettere in scena due suoi alter ego – due suoi “doppi”: Benito-fascista e Bruno-comunista – che alla fine convengono: “e scoprivamo di volere le medesime cose”. Il romanzo è fortemente segnato dal tema dell’ambiguità – qui, altro che introspezione psicologica però, sia benedetto ora e sempre Metello – l’ambiguità di chi bramerebbe voler dire e confessare, ma già sa che gli altri, da quell’orecchio, non ci vogliono sentire. E allora si deve adeguare. Nella Costanza della ragione – dopo i morti di Reggio Emilia del 1960, ma ben prima del Sessantotto e di ciò che avverrà dopo – si agitano e si muovono anche temi e miti dolorosamente controversi, quali la Resistenza tradita e il sogno palingenetico-rivoluzionario: “Uomini usciti puliti e caldi come il sole dalle galere e dalle montagne, dai campi di sterminio e di prigionia, reduci dalle scuole della rivoluzione e portatori di idee destinate a sommuovere il vecchio mondo, a dargli un nuovo ordine e una giustizia finalmente totale, si fecero persuadere a depositare le armi e invischiare in un gioco di oratoria che periodicamente lascia ancora al mitra, ma usato contro la loro gente, l’ultima parola”. E chi vuole capire capisce.
Ciò che più colpisce però dell’avventura di Metello, è il fatto che quando questo grande libro uscì – nel 1955 – l’accoglienza della critica fu tutt’altro che entusiasta e unanime.

Ci fu a chi piacque – pochi (Salinari su tutti) – ma ci fu soprattutto a chi non piacque. Anzi, si fecero proprio reggere, poiché quello era il tempo in cui dal neorealismo bisognava passare – secondo i critici “laureati” – al realismo o, più specificatamente, al realismo socialista. E nel realismo socialista non era assolutamente pensabile – secondo loro – che un eroe proletario si potesse scordare di una riunione, della rivoluzione o di uno sciopero perché stava con l’amante. Ma che scherziamo? “Più in camera da letto che alla Camera del lavoro?” (Muscetta). E mica si fa così un romanzo: “Metello cresce ma non muta. Non ha crisi”, disse Fortini. E per Italo Calvino non era proprio giusto – anzi, era proprio sbagliato – continuare a cantare “gli uomini medi, gli uomini senza scintille, o con scintille lontane, nascoste, remote”.

Ora lasciamo perdere che una persona di buon senso non possa non chiedersi se lo abbiano davvero letto il libro, prima di armarsi di bastone.
Le scintille – ad esempio – “lontane, nascoste e remote”? Ma ce le avessi tu, le scintille che ha in petto e nelle vene Metello. “Non cresce, non muta, non ha crisi”? Ma crescessi tu, come lui. Voleva fare solo l’uomo medio ‘sto cristiano – né meglio né peggio degli altri – e si ritrova a dover fare il capo e il sobillatore, ci va pure in galera, che altro deve fare di più? Deve uscire dalle pagine e ti deve dare una bastonata in testa? Dice: “Ma sono le circostanze, che ce lo portano”. E certo che sono le circostanze che ce lo portano; ma questo è il realismo socialista: uno diventa quello che è, non è che ci è nato, se no è idealismo, non è materialismo storico. “Sì, però va coll’amante e sta più in camera da letto che alla camera del lavoro”. Ma vaffallippa va’, ma tu che cosa ti credi che è, un romanzo?

Un romanzo mica deve essere l’Imitazione di Cristo o un libro di preghiere. Un romanzo – anche se socialista o realista-socialista – è storia di gente vera che deve servire sì, pure ad edificare, ma se chi lo legge si deve in qualche modo identificare, è necessario che la gente e i personaggi ivi rappresentati siano veri per davvero. Se io costruisco un eroe solamente buono e senza nessuna macchia e nessunissima paura, il lettore dice: “Questo è il mondo della favole, la gente così, nella realtà non c’è. Figùrati se ci posso diventare io”. Il personaggio quindi bisogna che sia credibile, e per essere credibile deve essere umano come me, con tutto il bene di questo mondo, dentro la sua anima, ma pure il male. Mi devi far vedere pure un po’ di male, se vuoi che io creda a tutto il bene che c’è in lui. Luci ed ombre si dice, chiaroscuri. Se no sono chiacchiere e basta. E quindi tanto più credo alla forza di Metello e alle sue positività, quanto più me lo hai fatto vedere pure nell’ambascia di chi, per correre dietro a un paio di mutandine, un altro po’ manda a puttane non solo il matrimonio suo, ma fin lo sciopero e la lotta di tutti gli operai edili di Firenze (non so perché, ma mi viene in mente pure Berlusconi).

Ora però non è una novità che l’intera storia della letteratura italiana sia sempre stata abbastanza parca – per non dire assolutamente priva, fino almeno al Novecento – di romanzi e soprattutto di romanzi popolari; dove per popolare non si intende il semplicemente basso o triviale o di pura evasione, ma l’accezione che di nazionalpopolare dà Gramsci, e cioè la trattazione, con lingue e forme di piena accessibilità anche agli strati più bassi della popolazione, dei temi e valori alti che pure stanno radicati in profondità in seno al popolo e che costituiscono, nella specificità della sua tradizione, le basi e i fondamenti di una comunità nazionale. A differenza per esempio di Francia ed Inghilterra – dove fra Sette ed Ottocento il romanzo popolare fluisce a iosa, basti pensare a Stendhal, Balzac, Hugo, Stevenson, Swift, De Foe, etc. – noi produciamo solo Manzoni con I promessi sposi. Poi basta (dice: “C’è l’Ortis”. Sì, ma è cosa piccola. Non è il romanzo la preoccupazione di Foscolo. Lui fa altro. Fa poesia e critica. E poi Le ultime lettere di Jacopo Ortis – pur bellissimo – è un calco de I dolori del giovane Werther di Goethe. Ed è un romanzo epistolare. Che si scrive, tutte queste lettere il popolo?).




Secondo uno splendido libro di Carlo Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, 1967), la ragione andrebbe ricercata nella genesi stessa della intellighenzia e della letteratura italiana, che si formano proprio avulse dal popolo: tu per studiare, scrivere e continuare a studiare e a scrivere, in Italia dovevi solo farti prete, poiché solo la chiesa ti poteva mantenere. E’ una letteratura di “chierici” la nostra – dice Dionisotti – che in una Italia però divisa in tanti Stati e tanti dialetti si mettono a tavolino e con le Prose della volgar lingua del cardinale Bembo (1525), costruiscono in laboratorio una lingua italiana come fosse l’esperanto. E’ chiaro che è una lingua che nessuno parla. La scrivono solo loro – la res publica litterarum – ed è chiaro che se la scrivono, leggono e parlano soltanto loro tra “chierici”, senza alcunissimo scambio né orale né scritto con il popolo, scriveranno e parleranno solo di temi e di cose che riguardano loro: i “chierici”, non il popolo. Ti possono quindi mai fare il romanzo popolare? (Con le Prose della volgar lingua di Bembo – che è la prima grammatica italiana – tutta l’opera di Dante viene messa all’indice perché scritta male, scritta in una lingua che rispecchia troppo quella parlata dal popolo fiorentino: bisogna scrivere come Petrarca, più difficile e rarefatto possibile. Se no ti capiscono. E Dante viene messo da parte e misconosciuto per due secoli. Verrà riscoperto solo nel Settecento. Da Baretti.)

Vasco Pratolini invece – come si dovrebbe essere capito – non era un chierico, era un autodidatta, figlio di una sarta e di un commesso in un negozio di vernici, che poi si metterà a fare il cameriere. Non è un rampollo delle classi alte, diciamo, e quindi non è che possa iscriversi regolarmente a scuola e frequentare fino al liceo e all’università. A dodici anni deve andare a lavorare. Prima come garzone di barbiere, poi fattorino da un avvocato e, via via, apprendista tipografo, facchino-lift d’albergo, venditore di bibite con chiosco, manovale generico in una ditta di saponi, rappresentante di commercio per un cartonificio e infine impiegato in un istituto di tutela commerciale. Nel frattempo ovviamente non è che dormisse da piedi: legge, legge sempre, qualunque cosa gli capiti sotto, da Pinocchio a Dostoevskij, e frequenta pure qualche corso serale. Lavora, legge febbrilmente e comincia a scrivere racconti. A diciott’anni dice basta col lavoro – adesso voglio scrivere e studiare – e si mette ogni giorno a frequentare i corsi all’università. Ma come uditore, non studente iscritto regolarmente: segue le lezioni e basta, come un intruso. Non sostiene gli esami e non ottiene, alla fine, nessuna laurea che “certifichi” i suoi studi (secondo la psicanalisi, quei “pezzi di carta” non servirebbero tanto a certificare agli altri, o alla società in genere, gli studi o le cose che abbiamo fatto, ma servono – in realtà – a certificarlo a noi stessi. Siamo noi che ne abbiamo bisogno per sentirci sicuri). Pubblica le prime cose già nel 1931, diverrà uno dei più importanti intellettuali italiani, dirigerà e fonderà riviste, dal 1942 verrà pure chiamato per “chiara fama” – a meno di trent’anni, nella grande infornata di “chiare fame” benedetta dal ministro fascista Bottai – ad insegnare storia dell’arte nelle scuole e nei conservatori. Ma dentro, deve aver continuato a sentirsi per sempre un autodidatta, una specie di intruso – o quanto meno “non autorizzato” – nell’aula magna della res publica litterarum.

Dicevamo difatti che nel 1955 – quando uscì Metello – la critica più blasonata, quella “militante”, lo prese a legnate, come peraltro prese a legnate qualche anno dopo, nel 1960, anche La ragazza di Bube di Carlo Cassola, per non dire di Bassani. “Liale” li chiamavano, dal nome della più famosa scrittrice di romanzi rosa del Novecento. Ma che ci vuoi fare? Chi nasce tondo non può morire quadrato, dice un proverbio. Quelli sono “chierici”: come vuoi che li capiscano, dei libri così?
Il dramma vero però è che il primo a credere ai critici sembrerebbe essere stato Vasco Pratolini stesso (per fortuna nostra non gli credette il pubblico: Metello vinse subito il Viareggio nel 1955 e da allora non ha più smesso d’essere letto e pubblicato. La riduzione cinematografica del 1970 poi, di Mauro Bolognini – con Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo – fu un altro grande successo). Sembra essere lui il primo a non avere l’esatta percezione di sé, e della grande cosa che pure aveva fatto con Metello.




Pratolini afferma di non sentirsi un bravo narratore e che non è Metello il romanzo che davvero voleva fare. Il romanzo vero, evidentemente, anche per lui è un’altra cosa: è quello che prescrivono i critici, il non-romanzo, l’introspezione psicologica, tutto quello che gli avevano raccontato Vittorini, Muscetta, Calvino e gli altri, e poi pure il Gruppo 63 a buon bisogno, e tutti gli intellettuali “chierici” e laureati (roba però che uno a un certo punto dovrebbe pure dire: “Vabbe’, ma allora perché non mi fai vedere tu, che cosa sei capace di fare?”. Be’: due palle così, ogni volta che ci provano o che ci hanno provato. Ma mica smettono. Anzi, insistono pure, a voler insegnare a te come si fa: “Vie’ qua, che te lo dico io”. Li possin’ammazzà).

Pratolini invece s’è fidato ad occhi chiusi. Gli ha creduto come alla zingara. “Se non lo sanno loro?” deve avere pensato. E lui che era il più potente di tutti quelli – l’unico capace di fare il romanzo popolare con Metello, che è uno dei pochissimi veri romanzi di tutta la letteratura italiana, poiché il romanzo è res gestae da che mondo è mondo, e non res cogitatae come credono i fessi: attiene all’estetica, non alla logica – s’è sempre sentito soggetto a loro, subiectus ed inferiore perché non autorizzato, in quanto autodidatta “non laureato”.

Ma tutte queste – ovviamente – non sono che estemporanee sensazioni dell’umile sottoscritto, sensazioni solo estetiche non suffragate ope codicum. Per farlo, ci vorrebbe il tempo, l’uzzo, il buzzo e i mezzi d’un chierico laureato, ma – secondo me – non dev’essere nemmeno un caso che gli ultimi suoi libri escano negli anni Sessanta, quando irrompe e s’afferma con fracasso il nuovo ordine critico-teologale del Gruppo 63. “E mica sarò scemo”, deve avere detto il povero Pratolini. E non ha più scritto né parlato per vent’anni.


Vasco Pratolini
Metello
BUR Rizzoli, 2011
9,00 euro

giovedì 21 aprile 2011

Ma il Corsaro Nero era davvero di Ventimiglia?


Ma il Corsaro Nero era davvero di Ventimiglia?

Come diavolo faceva l’Adige a sfociare nel Gange?

Tempeste, scimitarre e arrembaggi al galeone nei mari del Sud.


Venerdì 22 aprile alle ore 17

presso la SOMS in via della Pace a Grimaldi Superiore (Ventimiglia)


Roberto Antonetto (autore, assieme a Giovanni Arpino, del volume "Emilio Salgari il padre degli eroi", recentemente ripubblicato) in occasione del centesimo anniversario della scomparsa dello scrittore svilupperà il tema “Tra le tigri della Malesia e quelle della magnesia”. Interverrà Franca Viglongo dell’omonima storica casa editrice di Salgari.

mercoledì 20 aprile 2011

Ma qual'è il paese reale?


Spesso ci si chiede come il nostro Paese possa reggere senza reagire l'attuale situazione di degrado politico e civile. L'articolo di Attilio Mangano che pubblichiamo oggi ci aiuta a capire il perchè.



Attilio Mangano

Ma qual'è il paese reale?

La mia è forse la classica domanda da cento milioni: qual'è il paese reale, la produzione reale, la crisi reale di questo paese e del capitalismo italiano?E con quali strumenti è possibile leggerla davvero in profondità ed elaborare un modello politico e culturale credibile?

Faccio parte di quella generazione degli anni sessanta che grazie al primo sfondamento della cultura sociologica nel nostro paese imparava a distinguere la coppia formale-reale ( aiutato anche da Marx nella sua lettura del capitalismo stesso): c'è sempre un livello formale ( di organizzazione del lavoro, di produzione, di nessi sociali) che va considerato come punto di partenza dell'analisi sociologica e però messo da parte, mettendo a fuoco l'organizzazione REALE del lavoro e della produzione,dei nessi sociali.

Non mi dilungo adesso su possibili meriti e limiti di quella che è stata chiamata LA CULTURA DELL'INCHIESTA e che già allora individuava nello spostamento neocapitalistico della produzione e del legame sociale una chiave di lettura decisiva per individuare gli stessi soggetti della trasformazione ( nel loro duplice senso di soggetti che subiscono sulla loro pelle una trasformazione destinata a incidere in profondità su ricchezza, stile di vita, cultura,uso del tempo nel lavoro e del tempo libero etc e di soggetti nuovi, figli della modernizzazione sociale dei rapporti di produzione stessi e portatori essi stessi di una nuova cultura di bisogni e di trasformazioni possibili.)

Ma a che punto siamo oggi? E' possibile ancora e come usare questi strumenti e questi modelli per individuare i percorsi delle nuove trasformazioni e il loro impatto? Io credo di si e credo che da varie parti esistano ancora studiosi e osservatori in grado di operare per decifrare e segnalare, anche se non mi sembra che la stessa attuale CULTURA di quella che continuiamo a chiamare SINISTRA stia seriamente lavorando in questa direzione.

Trovo oggi, sparsi qua e là in articoli diversi che escono sulla stampa, una serie di dati a mio parere importanti e perfino inquietanti.

1)"Secondo i dati consegnati dall'Istat alla Commissione , nel settore dei servizi il sommerso arriva al 21, 7 %, con punte del 56,8 % negli alberghi e nei pubblici servizi, del 52,9 % nel lavoro domestico, del 36,8 % nell'istruzione e nell'assistenza sanitaria e sociale, del 32, 1 % nel commercio, del 31,1% in agricoltura, nel 28,4 % nel settore delle costruzioni"

2) Rispetto a quello che effettivamente entra nelle casse dello Stato ( 10,6 miliardi di euro) l'agenzia delle entrate ha documentato che quasi un terzo della evasione accertata ( 27, 8 miliardi di euro) si registra nella sola Lombardia ( con 8, 2 miliardi dieuro). " Secondo i dati diffusi dalla Agenzia delle Entrate nel 2010 in Lombardia è stato accertato un bottino in crescita del 48,6% rispetto all'anno precedente. Probabilmente l'aumento record è stato influenzato da operazioni particolari di accertamento tasse evase ( come il caso di Telekom Sparkle)..... Nelle attività contro i furbi andrebbe conteggiata quella antifrode, che nel 2010 ha raddoppiato l'incasso facendo emergere irregolarità in materia di imposte sui redditi e Irap per oltre 6,4 miliardi di imponibile evaso. Bene anche le indagini internazionali che hanno portato a galla 7,6 miliardi di attività estere e trasferimenti non dichiarati"

3) Nemmeno il dieci per cento dei vari miliardi stanziati dall'Unione Europea come fondi per il Mezzogiorno viene effettivamente speso ( In testa la Puglia che è riuscita a spendere appena il 7,5 % del miliardo 279.200.000 stanziato, ma non è che Campania e Sicilia e altre spendendo poco più del dieci per cento siano andate meglio)

I TRE DATI qui riportati non consentono forse una riflessione critica approfondita e nemmeno di essere connessi tra loro ma pongono una serie di interrogativi che non riguardano solo il mercato del lavoro ma l'insieme dei nessi sociali, a partire dal riconoscimento della centralità del LAVORO NERO e sommerso, poichè L'ECONOMIA IN NERO RAPPRESENTA TRA IL 16 e IL 18% DEL PRODOTTO INTERNO LORDO. Quanto questa percentuale incide nel riconoscimento contabile di una massa sommersa di milioni di persone che non è possibile definire disoccupati e che interrogativi pone rispetto alla molteplice pluralità delle forme dell'occupazione lavorativa oggi? Saltano le cifre e le statistiche sugli occupati reali e i disoccupati reali mentre a tutto ciò si affiancano le distinzioni fra occupati stabili ( garantiti?) e lavoranti precari dando luogo a un paesaggio del tutto complicato e inedito in cui occorre a sua volta distinguere tra settori economici in crisi e settori in ripresa, distinguendo fra lavoranti in nero stranieri e lavoranti in nero nostrani, lavoranti stagionali e lavoranti clandestini etc. Ci sono poi a loro volta gli interrogativi sull'evasione fiscale da scomporre in termini tali da distinguere le operazioni " in grande" stile e quelle di vario genere.

Sono insomma io stesso consapevole per primo che da questo insieme di dati è possibile forse e più che altro contraddire quadri e letture riguardanti disoccupazione reale e occupazioni non risultanti ufficialmente ma non di rispondere alle domande su dove va il capitalismo italiano e sulle sue ricchezze reali. Per cui ripropongo ad amici e studiosi, specialisti e non, la domanda iniziale. : qual'è il paese reale, la produzione reale, la crisi reale di questo paese e del capitalismo italiano?E con quali strumenti è possibile leggerla davvero in profondità ed elaborare un modello politico e culturale credibile?



http://isintellettualistoria2.myblog.it/




Attilio Mangano (1945) vive a Milano. Insegnante.E' stato direttore di "Classe", "La Balena bianca" e "Per il ‘68". Ha scritto numerosi libri tra cui: Le cause della questione meridionale (1975); L'Italia del dopoguerra (1977); Gli anni del centrismo (1977); Le riviste degli anni Sessanta (1979); Autocritica e politica di classe 1980; Le culture del ‘68 (1989; Il tempo e il suo scarto, culture e politiche del tempo (1984); Il senso della possibilità, la sinistra e l'immaginario (1988).

martedì 19 aprile 2011

Guido Araldo, Saliceto


Da domenica 17 aprile fino al primo week end di ottobre è possibile partecipare a visite guidate del borgo medievale di Saliceto, un paese di grande interesse storico e artistico per anni quasi dimenticato e oggi riscoperto grazie soprattutto ai libri e alle ricerche di Guido Araldo.


Guido Araldo

Saliceto



Saliceto vanta non solo il campanile romanico di San Martino; le chiese di San Martino e Sant’Agostino con affreschi tardo-gotici (purtroppo la terza chiesa, di San Rocco, è stata abbattuta e i suoi affreschi si possono ammirare nel salone della provincia a Cuneo); una straordinaria chiesa rinascimentale dalla facciata forse unica al mondo e, comunque, inalterata anche nelle strutture architettoniche interne; un castello meraviglioso con un’ala gotica, il cortile totalmente rinascimentale con loggiato su due ordini, il portale barocco e affreschi unici e straordinari come la facciata della chiesa; un’emblematica pietra degli “onesti compagnos” o “francs-maçons” costruttori di cattedrali e chiese, antichissima, anch’essa unica; ma un centro storico tra i più belli della Valle Bormida e delle Langhe.

Un centro storico già presente nel 1400, come attestato da un affresco in Sant’Agostino (vedere la prima immagine), oggi purtroppo gravemente deteriorato: chiuso da mura, con torri. In lontananza, all’estremità apposta del borgo, si distingue benissimo la “torre della Fontana”. Il nucleo storico di Saliceto, l’antico abitato (u burg), mantiene inalterate tutte le sue caratteristiche di borgo medioevale, nonostante inopportuni rimaneggiamenti postbellici. Molte case, simili ad “insulae”, presentano bellissimi cortili interni che andrebbero assolutamente salvaguardati, ristrutturati senza alterazioni e valorizzati.

Come si evince dalla mappa catastale dei primi anni del secolo scorso, le Vie dei Fossi (nome emblematico), XX Settembre e 4 Maggio corrispondono all’ampio fossato pieno d’acqua che circondava per tre quarti il paese, e anche il castello, a ridosso delle antiche mura. Da queste mura si aprivano 3 porte, protette da altrettante torri: a) la porta Cunea, adiacente al castello fu abbattuta non molti decenni fa e presentava una struttura gotica (come la porta rimasta a Mombarcaro); b) la porta della Galera, all’estremità opposta di Via Vittorio Emanuele II, un tempo nota come Contrada Maggiore, affiancata da più portici di quelli rimasti presso la “Volta Rossa”; c) la porta “di Savona”, protetta dalla torre della Fontana (nell’angolo sud-est del paese antico, dove permane un bellissimo porticato), a ridosso dell’abside della chiesa di santa Elisabetta. Le vie Vittorio Emanuele II (Contrada Maggiore) e Umberto I (già Via Savona, che poi proseguiva dritta tra i campi fino alla chiesetta agreste di San Sebastiano attraversando tutto il fondovalle, ed era la strada che portava “alla Riviera”) s’intersecano perpendicolari come un “cardo” (Via Umberto I) e un “decumano” (Via Vittorio Emanuele) romani.

Ricordiamoci, a riguardo, che tutta la Val Bormida prende il nome dalla conquista romana risalente probabilmente al al 178 avanti cristo: Castino dal Castrum principale della legione romana, Vesime dai 20 miglia che separavano da Acqui (Aquae Statiellae), Cortemilia da Cohors Aemilia (il reggimento del tribuno Emilio), Gorzegno da Cohors Aeni (il reggimento del tribuno Ennio), Levice il “levis iter”, il cammino più agevole, tra i due accampamenti, Monesiglio da “mons vigilium” o, anche, “mons occellus” dallo stesso significato: bricco delle guardie o dei vedette, Camerana da cemeranus: il pontile fluviale dove attraccavano le camerae (zattere protette da scudi sia ai bordi che sulla sommità che ebbero grande uso sui fiumi come il Reno e il Danubio). Il fiume Bormida, all’epoca più ricco d’acqua, costituì probabilmente la principale via di penetrazione, Cengio da Cinglo, come peraltro veniva ancora indicato in epoca medioevale: da cingere, chiudere alle spalle l’oppidum ligure assediato, fors’anche con fossi e palizzate.

E Saliceto? Saliorum situm! Sito dei Liguri Salui noti come Salassi al di là del Po. Sale Langhe, Sale San Giovanni, Saliceto, Saleggio (nome antico di Castelletto Uzzone) e anche Salea di Albenga (antico oppi dum ligure degli Ingauni) traggono dai Salui citati dallo storico Tito Livio che accenna ad una loro migrazione dalle rive del Rodano (dove ora sorgono Arles e Avignone) verso la Valle dell’Eridano (il Po). E Sale Langhe, Sale S. Giovanni, Saliceto e Castelletto Uzzone sono contigui! E’ lecito supporre un tempo in cui tre borghi convissero a Saliceto, prima del 1400 (come documentato dal già citato affresco): il Borgo Forte, ovvero il castello sulla collina noto come Castelvecchio; il Borgovero (burgus veterus) sul crinale della stessa collina verso settentrione, soggetto a smottamenti, e il borgo (nuovo) nel fondovalle, l’attuale.






Similmente c’erano tre chiese: l’antichissima Sant’Elena (forse di origine bizantina, l’ecclesia di Saliceto citata in documenti anteriore al Mille; l’unica descritta come “ecclesia” su tutte le Alte Langhe) a metà della collina della Rosa, già collina della Margherita, come documentato dal parroco Don Fenoglio nelle sue memorie, con il cimitero sovrastante in prossimità della casa di “Giovenale” (vi furono trovate molte tombe durante uno scasso per la costruzione di una vigna); una chiesa altrettanto antica in prossimità del Borgo Forte, tra il Castelvecchio e il Borgovero, di cui è ignoto a quale santo o santa fosse consacrata, demolita un secolo fa per la ristrutturazione della chiesetta di San Giovanni del Mu (testimonianza di mio padre, che in più occasioni m’indicò il luogo dove sorgeva); la chiesa di Santa Maria citata nel più antico documento di Saliceto, datato 16 novembre 1481, situata probabilmente nel borgo del fondovalle, precedente a San Lorenzo rinascimentale: Santa Maria de Templio ((Notre-Dame dei Templari)? O Santa Maria de Gudega, la più antica plebs de Langa, riportata in bolle papali anteriori all’anno Mille? Questa pieve in epoca antichissima aveva sovranità sull’intera Val Bormida a monte di Monesiglio; poi, dopo l’istituzione della plebs di San Pietro di Millesimo, la sua sovranità si limitò su Cengio, inclusa la Rocchetta, Camerana, Lavaniola quae dicitur Gauta Sicce e l’ecclesia di Saliceto o Salexeto.

La Piazza del Municipio, ora piazza della Libertà, era il Confozzo: l’unica piazza del borgo di Saliceto, protetta peraltro da un’antica torre, la torre del Confozzo. Qui convergeva la processione del Corpus Domini dopo aver “toccato” le tre porte e vi avveniva, durante una sosta, l’ostensione dell’ostensorio (come documentato nella “Monografia di Saliceto” del dottor L. Mazzone). C’era poi la torre più alta di Saliceto, all’interno del borgo, nota come “torre dell’Ocrio”, che nessuno finora è riusito ad individuare dove si trovasse. L’angolo più suggestivo, integro e antico di Saliceto, è la piazzetta della “conceria”, giusto sul retro della “casa del cardinale”, oltre il portico: un angolo che dovrebbe essere preservato integro, senza scellerati restauri, da abbinare al castello, alla chiesa, a Sant’Agostino, a San Martino: un nucleo storico unico in tutte le Langhe, incluse le alti valli della Bormida liguri. Un angolo che, mi sia concesso, andrebbe chiuso al traffico per quanto possibile e costituire una magnifica isola pedonale; dotata, anche, di una continuità: senza barriere come il muro che divide il parco del castello dal sagrato della chiesa.

Il borgo salicetese presenta peraltro caratteristiche architettoniche più liguri che piemontesi, per i tipici carruggi, le strette “chintane” e gli archetti (ormai ridotti a tre) che collegano tra loro le case… Un ultima annotazione, sarebbe pregevole ripristinare un tratto di fondamenta delle mura, dai grandi archi, scoperchiate durante lavori per la posa di condutture in prossimità dell’antica “Porta Galera” e subito ricoperte.





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".



Da domenica 17 di aprile fino al primo weekend di ottobre, è possibile contattare l’Infopoint dell’Associazione Turistica Pro Loco al numero 342 3570641 oppure scrivere una mail all’indirizzo info@saliceto.net. per organizzare visite guidate dei monumenti di Saliceto. Si ricorda inoltre, per chi volesse “curiosare” circa la realtà artistica, culturale e turistica di Saliceto, che è attivo e sempre aggiornato il sito www.saliceto.net, facilmente raggiungibile anche tramite il sito internet del Comune di Saliceto www.comunesaliceto.it.

domenica 17 aprile 2011

I "ragazzi" di don Milani scrivono a Napolitano

Questo è il testo della lettera che gli allievi di don Lorenzo Milani hanno indirizzato all'attenzione del Presidente della Repubblica. Il testo è pubblicato sul sito www.altreconomia.it attraverso il quale è possibile aderire all'appello.


Gli allievi della scuola di Barbiana lanciano un appello al Presidente della Repubblica

Lettera aperta al Presidente della Repubblica On. Giorgio Napolitano


11 Aprile 2011



Signor Presidente, lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell'unità nazionale che lei rappresenta.

Ma, signor Presidente, siamo anche dei "ragazzi di Barbiana". Benchè nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei "cittadini sovrani". Alcuni di noi hanno anche avuto l'ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.

Il degrado morale e politico che sta investendo l'Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.

Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti. Ci riferiamo all’attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.

In una democrazia sana, l'interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull'interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l'Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.

Quando l'istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l'obbligo di fare qualcosa per arrestarne l'avanzata.

Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo. Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.

Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l'autoritarismo che al colmo dell'insulto si definisce democratico: questa è l'eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.

Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti




Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini