TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 maggio 2011

Bernard de Trémelay e la presa di Ascalona


La battaglia di Ascalona


Quarta parte della storia delle crociate attraverso le vite dei Gran Maestri templari


Guido Araldo


Bernard de Trémelay e la presa di Ascalona




Bernard de Trémelay, cavaliere originario della Borgogna, fu Sovrano Maestro dell’Ordine del Tempio per due anni, da 1151 al 16 agosto 1153
Nacque Bernard de Tramelay ou Dramelay, ou Dramelet est nel castello di Trémelay, in prossimità di Saint-Claude, nel Giura. La sua consacrazione a “sovrano maestro” seguì la lettera di dimissione del suo predecessore, ora monaco cistercense.
Appena “consacrato” scese subito in campo, con la spada in pugno, e accorse a conquistare la città di Ascalona ancora in mano ai Saraceni.
Tale fu il suo impeto guerriero che il Baldovino III offrì ai Templari la cittadina di Gaza, roccaforte strategica sulla strada che porta in Egitto. E immediatamente Bernard de Trémelay si adoperò per trasformare quella cittadella in una delle più possenti fortezze in Terrasanta.
Da molto tempo la città di Ascalona costituiva un’autentica spina nel fianco nel Regno di Gerusalemme, tanto più che era andata perduta durante la prima crociata per i litigi tra Raimondo di Tolosa e Goffredo di Buglione, coinvolti in una furibonda rissa per diventare re di Gerusalemme: il provenzale aveva preferito lasciarla agli Arabi, piuttosto che consegnarla al fiammingo!
Nel 1153 fu finalmente portato l’assalto finale.
Una fonte dell’epoca, Guglielmo da Tiro, attribuisce a Bernard de Trémelay l’arrogante follia di aver preteso di entrare lui solo in città, con i suoi quaranta cavalieri di scorta. Poi la breccia, aperta a stento, si chiuse alle sue spalle e tutti i Templari caddero: un’orrenda carneficina. I loro corpi martoriati furono esposti sulle mura, privi delle teste che nel frattempo erano state inviate al sultano d'Egitto.
In seguito a questi eventi memorabili, cantati dai menestrelli in tutte le corti d’Europa, Papa Anastasio IV conferì riconoscente ulteriori privilegi ai Templari.
Sussistono lievi discordanze sulla data della morte di Bernard de Trémolay: il penultimo assalto ad Ascalona, durante il quale cadde, avvenne il 14 agosto; ma il “Necrologio di Reims” registra la sua morte il 17 delle calende di settembre, corrispondenti al 16 agosto.
Di certo si guadagnò sul campo il soprannome di “eroe dei Templari” e, per questo, fu per certi versi considerato degno del rango dell’imperatore di tutta la cristianità!




Ascalona oggi

Fu allora che la temporanea reggenza dell’Ordine fu affidata a Guillaume de Chanaleilles, cavaliere provenzale reduce della Prima Crociata! Aveva combattuto a fianco di Raimondo IV, il leone di Tolosa, comunemente noto come Raimondo di Saint-Gills.
In quei giorni il vecchio cavaliere provenzale assolveva a importati incarichi nella città di Gerusalemme come Maresciallo dell’Ordine, e non era presente all’assedio.
Ad Ascalona erano morti i migliori cavalieri templari, poiché avevano seguito il loro temerario comandante all’interno della città.
Il ruolo a sovrano maestro di Guillaume de Chanaleilles fu brevissimo, poiché fu destituito dal Capitolo dell’Ordine l’anno stesso della sua nomina. Per quale motivo?
Pare che Guillaume de Chanaleilles meditasse di affidare al re di Francia, Luigi VII, suo grande amico, la gestione “del Tempio”!
Di fronte a tanta minaccia intervenne lo stesso papa Anastasio IV e da Roma partirono in tutta fretta suoi emissari che, raggiunta affannosamente Gerusalemme, esortarono il vecchio André de Montbard, ad intervenire prontamente.
Era l’ultimo in vita dei nove cavalieri che avevano fondato l’Ordine del Tempio e godeva di un prestigio immenso.
André de Montbard non perse tempo: riunì il capitolo dell’Ordine, costringendo Guillaume de Chanaleilles alle dimissioni.
La vicenda di Guillaume de Chanaleilles è emblematica! Attesta come già dalle origini l’Ordine del Tempio suscitasse grande interesse presso i sovrani di Francia!




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

lunedì 30 maggio 2011

Help! performance art di ice dog






Help!
performance art
di
ice dog


Progetto di
Bruno Cassaglia
Azioni di
Maurizio Follin e Bruno Cassaglia

con la partecipazione dei mail artisti :


Anélia Aliotis : Francia - Dmitry Babenco : Russia - Tiziana Baracchi : Italia – Nadia Belfiore :Italia -Rosanna Boraso : Italia - Anna Boschi : Italia - Rosa Biagi : Italia – Cinzia Bruzzese : Italia - Antonio Cares : Cile
Charistos & Ansari : Austria - Rossana Cagnolati : Italia - Bruno Cassaglia : Italia - Roman Castenholz : Germania - Renato Cerisola : Italia - Christo & Jeanne Claude: Usa - Patricia Collins : Inghilterra
Rora e Dobrika Kamperelic : Jugoslavia - Lia Drei : Italia – Maurizio Follin : Italia – Gabriella Gallo : Italia - Elke Grundmann : Germania - M.H.W. Hornschuh : Germania
Iimar Kruusamae : Estonia - Claudio Jaccarino : Italia - Ruggero Maggi : Italia - Malok : U.S.A - Francesco Mandrino : Italia Denis Mizzi : Australia - Sergio Monteiro De Almeida : Brasile
Emilio Morandi : Italia – Franca Pellegrino: Italia -Cheryl Penn : Sud Africa - Gloria G. Persiani : Italia Barry Edgar Pilcher : Irlanda - Mauro Ravaglia : Italia -
Lunard Suede : Canada -David Stafford : USA
Markus Steffen : Svizzera Jaromir Svozilik : Norvegia - Bruno Talpo : Italia - Kojima Tosio : giappone - Teruyuki Tsubouchi : Giappone - Marcelo Juan Valenti : Argentina- Franca Vallini : Italia


( la maggior parte di questi mail artisti faceva già parte dell’installazione omonima di qualche anno fa)


in collaborazione con
l’Ambasciata di Venezia – Repubblica degli Artisti
e
Realtà non Ordinaria


7 Giugno 2011

ore 9
Giardini del Castello

Venezia






domenica 29 maggio 2011

I teatri di Renzo Aiolfi




Sabato 4 giugno 2011, ore 17.00, presso la sala conferenze di Villa Rosa - Museo del Vetro ad Altare, presentazione del libro "I teatri di Renzo Aiolfi", Editore Bonanno, a cura della Dr.ssa Emanuela E. Abbadessa e della Dr.ssa Silvia Bottaro.


sabato 28 maggio 2011

Voci di donne, oltre Mladic


Dopo sedici anni di coperture e protezioni è stato arrestato Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, l'uomo che raccomandava ai suoi soldati: “Uccidete solo gli uomini. Le loro donne devono vivere per soffrire”. La Lega, che non dimentichiamolo è forza di governo, per bocca di uno dei suoi principali esponenti lo ha definito “un patriota” che ha “cercato di fermare l'avanzata islamica in Europa”. Parole che si commentano da sole, a cui rispondono pacate le voci delle donne bosniache.

Nicole Corritore

Voci di donne, oltre Mladic




Voci pacate, stanche e quasi spezzate. Sono le voci che provengono dalle associazioni delle donne bosniache che in questi anni hanno continuato a lottare per la verità e la giustizia per i crimini degli anni '90. I commenti alla notizia dell'arresto di Ratko Mladić
La notizia dell'arresto del “boia di Srebrenica” ha provocato diverse reazioni tra le donne bosniache vittime, dirette o indirette, dei crimini per i quali Mladić è accusato.
I commenti provengono soprattutto da quelle donne che, dopo aver subito violenza, aver perso mariti, figli e fratelli a Srebrenica o in altre parti della Bosnia Erzegovina, hanno deciso con la fine della guerra di unirsi. Formando associazioni in diversi luoghi del Paese, hanno cercato di superare insieme gli indicibili traumi a cui erano sopravvissute. Non solo. Hanno anche deciso di sostenere tutte le donne che erano state direttamente vittime o testimoni oculari di violenze, perché testimoniassero nei processi aperti dal Tribunale Internazionale dell’Aja.
Come hanno accolto queste donne l’arresto di uno dei più importanti sospettati di crimini della ex-Jugoslavia, colui che nell’elenco delle incriminazioni conta anche il massacro di 8.000 persone a Srebrenica nel luglio del 1995, il più efferato crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Mnenuna Zvizdić, da tutti chiamata Nuna, dell’associazione Donne per le Donne con sede a Sarajevo, quasi fatica a parlare al telefono: “Che dire? E’ sicuramente un momento molto importante. E’ un passo avanti significativo per tutti i Paesi della nostra regione. Penso che questo arresto ci aiuterà a riavvicinarci finalmente, a ricreare i legami che c’erano una volta fra tutte e tutti noi”.
La notizia le ha provocato emozioni contrastanti: “E’ certo un momento di felicità, sebbene quello che è successo oggi ci abbia riportato improvvisamente indietro al tempo di guerra, quello che vorremmo dimenticare per sempre”. Nuna non nasconde che 16 anni di lotta, e di attesa, sono stati difficili: “Si rimane senza parole, forse perché l’attesa in tutti questi anni è stata estenuante. Direi uno stress sottile ma continuo”.
Dimenticare non si riesce, dice Nuna, se non viene riconosciuta giustizia alle vittime. Dice “vittime” quasi distanziando le lettere della parola mentre le pronuncia: “Ricordiamoci che sono molte le persone scomparse e non ritrovate, della cui morte i responsabili devono rispondere. Ci sono tante vittime civili sopravvissute, molte donne ma anche uomini e bambini, i cui carnefici non sono stati ancora né arrestati né processati”.

Stanojka Tesić detta Sana, del Forum delle Donne di Bratunac, sottolinea che questo arresto non rappresenta una fine: “La notizia dell’arresto è un segnale che c’è maggiore volontà ad andare nella giusta direzione. Ma noi ci auguriamo che questo non distolga dall’impegno a cercare, trovare e processare le numerose persone sospettate di crimini”. Sana, come Nuna, chiude con lo stesso assunto: "Il punto più importate di tutta la questione è che finalmente venga data giustizia a tutte e tutti.”
E’ dello stesso parere Rada Žarković, fondatrice della cooperativa di donne “Insieme” a Bratunac, nei pressi di Srebrenica. Un progetto di riconciliazione al femminile che ha dato vita ad una solida realtà economica agricola. Anche Rada ha pagato duramente sulla sua pelle la violenza di una guerra che è stata anche guerra contro le donne: “Sì, vero che l'arresto è importante e tutte e tutti abbiamo bisogno di chiudere finalmente la porta del dolore e delle divisioni per ricominciare da zero. Ma provo anche tanta tristezza e una grande stanchezza”.
Tira un sospiro e spiega perché: “Purtroppo molti dei grandi carnefici sono morti prima di arrivare alla condanna. Noi semplici cittadini abbiamo bisogno che il processo si faccia e si arrivi a un verdetto, affinché essi non muoiano come 'semplici' sospettati. Altrimenti agli occhi di una parte dell'opinione pubblica rimarranno degli eroi e mai si arriverà al definitivo rifiuto delle loro idee.” Un'opinione che viene confermata, ad esempio, nel caso della morte di Slobodan Milosević nel carcere di Scheveningen all'Aja: una parte non indifferente della popolazione serbo-bosniaca e serba l'aveva ricordato come un eroe. D'altro canto, la recente condanna da parte del TPI del generale croato Ante Gotovina, ha sollevato in Croazia molte polemiche e malumori. A dimostrazione che un cambio culturale dell'opinione pubblica rispetto ai crimini commessi dalla “propria parte” può avvenire solo con un costante, duro e lungo lavoro.
Nemmeno l'arresto di Ratko Mladić, infatti, ha fermato queste donne nella loro quotidianità. Al telefono l'assistente di Irfanka Pašagić, neuropsichiatra e originaria di Srebrenica, direttrice dell'organizzazione Tuzlanska amica con sede a Tuzla, risponde gentile: “Irfanka si scusa, ma abbiamo in corso una riunione di lavoro. Possiamo sentirci nei prossimi giorni?”.
Chissà se nei prossimi giorni, quando i riflettori mediatici si saranno spenti su Ratko Mladić e sui massacri di cui è accusato, qualcuno si ricorderà di dare voce a queste donne e del loro bisogno di giustizia e pace?


Da leggere: Democrazia Proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi


Democrazia Proletaria segnò il tentativo della nuova sinistra italiana di passare dalla fase groppuscolare post '68 a un modello nuovo di partito capace di radicarsi nelle Istituzioni e sfidare da sinistra l'egemonia esercitata dal PCI sul movimento operaio e democratico. Ora un libro ne ricostruisce la storia.


Fiammetta Balestracci


Democrazia Proletaria: la sfida di un partito di fronte ai movimenti e alla violenza

Il libro di William Gambetta Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi (Edizioni Punto Rosso, Milano, 2010, 287 p., 15 euro) presenta diversi pregi. Il primo è certamente quello di mantenere la promessa annunciata nel titolo. Fornisce infatti una ricostruzione lucida e puntuale della storia di Democrazia Proletaria (DP) nella sua fase di formazione, nei cosiddetti anni dell’azione collettiva e della contestazione, i Settanta, al principio dei quali alcuni gruppi organizzatisi alla sinistra del PCI, all’indomani del fallimento del primo tentativo di candidatura elettorale nel 1972, attraverso il progetto di una formazione partitica unitaria cercarono di farsi interpreti e portavoce della protesta sociale e politica avanzata dai movimenti.

La tappe principali del processo costituente del partito furono segnate dalla formazione di un cartello elettorale per le elezioni politiche del 20 giugno 1976, andato sotto il nome di Democrazia Proletaria e costituito oltre che da Avanguardia Operaia e PDUP, già legate da liste unitarie alle elezioni amministrative del ’75, da Lotta Continua, il Movimento lavoratori per il socialismo, la Lega dei comunisti, la IV Internazionale e altri gruppi minori; dalla nascita di un nuovo coordinamento tra la maggioranza di Avanguardia Operaia, la minoranza del PDUP e la Lega dei Comunisti nella primavera del 1977, quale passo preparatorio al congresso di fondazione per una nuova DP nell’aprile 1978. Così formata, la nuova DP si presentò alle elezioni del ’79 in una lista più ampia, denominata Nuova Sinistra Unita e comprendente, oltre a DP, anche altre associazioni e movimenti di base, intellettuali e sindacali, la cui sconfitta in termini di forza elettorale sul piano nazionale – DP è a quel punto rappresentata solo al Parlamento europeo da Mario Capanna – avrebbe preluso ad una crisi e quindi ad un cambio alla guida del partito da cui, secondo l’autore, si può far cominciare una nuova stagione politica e organizzativa, quella degli anni Ottanta, segnata dal distacco dalla politica attiva di molti militanti. Al centro della trattazione è l’analisi del dibattito interno ai gruppi e poi al gruppo dirigente del partito sugli obiettivi e sulle prospettive politiche e organizzative, sono cioè innanzitutto i processi decisionali sviluppatisi intorno alla questione centrale, e dirimente nei primi anni di vita del partito, della individuazione di un modello di partito che si definisca tenendo conto tanto delle elaborazioni teoriche quanto delle dinamiche reali del conflitto sociale, secondo una dialettica che a fine decennio di fatto non era riuscita a risolversi in una sintesi soddisfacente.

Se, infatti, intorno alla metà del decennio i gruppi che poi si uniranno nella prima formazione di DP sembrano essere capaci di mobilitare e orientare larghe porzioni della conflittualità sociale, al contrario negli anni successivi, in particolare dopo il picco toccato dal movimento giovanile del ’77 e nella fase di crescita del movimento femminista, il gruppo dirigente di DP sembra incapace di dialogare con i nuovi movimenti, essi stessi refrattari a riconoscersi in un’organizzazione che tendeva a spegnere l’azione spontanea. Per tutto il periodo preso in esame del resto il confronto tra le diverse anime del partito, quelle di partitisti e movimentisti, sostenitori del partito-guida sul modello leninista o del partito-strumento «come strumento dell’autorganizzazione della classe e degli altri soggetti anticapitalistici», di fatto non trova soluzione, lasciando progredire così l’organizzazione di una forma-partito fluida o debole, almeno rispetto al modello dei partiti dell’arco costituzionale, con settori di partito sul piano organizzativo e identitario con una forte autonomia da altri settori, condizionati diversamente da fattori quali le mobilitazioni sociali, il ruolo dei leader decentrati e l’attività autonoma di strutture locali rappresentanti minoranze nazionali quasi federate a quella centrale, come quelle trentina e alto-atesina per esempio. D’altronde all’origine di questa fluidità organizzativa c’era la scelta di un rapporto osmotico tra partito e movimento, il tentativo cioè di tenere insieme la complessità, che era dunque al tempo stesso la debolezza e il segno distintivo di un progetto di partito con forti spinte antiautoritarie a tratti utopiche.

La vita del partito è segnata altresì dalla ricerca costante di una collocazione identitaria che si distinguesse dalla sinistra storica (PCI-CGIL), dalla piazza, dalla violenza politica e infine dalla lotta armata, lungo un percorso irto di ostacoli, fatto di scissioni, fusioni, prese di distanza pubbliche e rimozioni. Ricorda acutamente l’autore che sintomatico di questo percorso è il fatto che il congresso di fondazione di DP si sia svolto in uno dei periodi più oscuri della repubblica, durante i giorni del rapimento di Aldo Moro. E qui veniamo a uno degli altri pregi del saggio di Gambetta, quello cioè di porsi di fronte ad alcuni nodi centrali della storia di quel decennio, quali appunto la questione della violenza e della lotta armata e la questione più generale delle periodizzazioni, in relazione alla dimensione politica e sociale della storia dell’Italia repubblicana.



Nella seconda metà del decennio in DP si rese necessaria una presa di distanza dalle azioni di violenza scaturite dall’attività di alcune frange del movimento, innanzitutto dall’area afferente all’Autonomia. Tali azioni erano condannate in quanto violenza individuale o di piccoli gruppi di matrice «piccolo borghese», ritenute controproducenti rispetto alla causa del socialismo a cui poteva invece essere funzionale solo la violenza di massa. La necessità di prendere le distanze dalla violenza sarebbe anche aumentata con il configurarsi nell’area dell’estrema sinistra di un progetto di lotta armata e il crescere della minaccia di un terrorismo di sinistra con i primi rapimenti e le azioni violente delle BR e di Prima Linea, accusate pubblicamente da DP di sottrarre terreno alla causa dei lavoratori e di innescare l’azione repressiva dello Stato. Non ci furono ambiguità perciò rispetto al tema della violenza, ma nette prese di distanza, funzionali anche alla ricerca di una collocazione politica chiara tra Stato e gruppi armati e all’interno di un’area politica, quella a sinistra del PCI, sempre più magmatica e in crescente stato di crisi anche seguito della diffusione della violenza. L’autore non si nasconde però le rimozioni presenti nella memoria collettiva di questa parte politica, legate al periodo dei servizi d’ordine di Avanguardia Operaia, che invita a collocare nel contesto di escalation della violenza dei primi anni ’70 prodotto della strategia della tensione.

È questo un punto dolente nella costruzione della memoria collettiva dell’estrema sinistra, con cui ritengo si debbano ancora fare pienamente i conti. Si tratta infatti di addentrarsi nella questione oscura e complessa della violenza, su cui devono fare luce non soltanto i risultati del dibattito storiografico più recente su periodizzazioni, cronologie e necessari distinguo sui comportamenti e sui fatti avvenuti all’interno dell’area della contestazione in un determinato contesto politico-sociale; ma anche riflessioni di carattere giuridico e morale, sollevate dal bisogno di dare risposta alla richiesta di giustizia avanzata dai parenti delle vittime di una e dell’altra parte politica, coinvolti in una guerra che non avevano scelto, e per altri versi dettate dalla necessità per i protagonisti o per coloro che se ne ritengono legittimamente gli eredi politici di ri-valutare i comportamenti di allora alla luce di una nuova tensione morale tra dover essere ed essere, tra ideologia e condizione umana, tra principi ed esperienza, essendo guidati da un sentimento di com-passione, che, lontano dal contesto di allora, dovrebbe prendere il sopravvento sulla ragione. Ancora a proposito del rapporto tra violenza e mobilitazione mi pare degna di nota la periodizzazione che emerge dal testo di Gambetta, in cui si ribadisce l’importanza del 1969 come data periodizzante, e per la formazione dei gruppi dell’area dell’estrema sinistra e come inizio dell’esercizio di una violenza minuta da collocarsi nel contesto della strategia della tensione che, riconosce l’autore, fece talvolta tenere comportamenti non del tutto giustificati e leggere in maniera distorta alcuni fatti politici. Il secondo tornante della storia politica e sociale del decennio, forse quello più importante, è quello del 1974: che fu l’anno successivo alla crisi economica mondiale del ’73 e che, forse anche come reazione ad essa, l’anno di inizio di una illegalità e una violenza diffusa, come ricordato recentemente in un convegno a Firenze su questi temi – Violenza politica e lotta armata nella sinistra italiana degli anni Settanta, 27-28 maggio 2010 – nel quale sono stati ricordati i fatti di sangue del settembre 1974 avvenuti nel quartiere romano di San Basilio, episodio considerato a tutt’oggi mito di fondazione dell’Autonomia romana. È stato anche l’anno di innalzamento degli obiettivi nella strategia di lotta armata della sinistra, con l’inizio dell’affermazione della leadership di Mario Moretti nelle BR e di un piano di attacco al cuore dello stato e con la nascita dei NAP. D’altra parte fu anche l’anno in cui la società civile italiana, con il referendum sul divorzio, dimostrava di trovarsi in una posizione nettamente più avanzata sul piano dei valori sociali e culturali rispetto alle valutazioni fatte dai partiti.

Ed è in riferimento a questo periodo che Gambetta sottolinea l’elevata capacità di alcuni gruppi – Avanguardia Operaia, Lotta Continua, PDUP-PC – di mobilitare larghe fette di conflittualità sociale. Anche secondo la narrazione di Gambetta sembrerebbe che nel triennio ’74-’76 si sia consumata una partita quasi epocale per il sistema politico e la società italiana, su cui hanno agito fattori nazionali e internazionali. E pensiamo a un sistema politico che attraverso i partiti e le loro clientele ha potuto egemonizzare, nel corso di appena due decenni di storia repubblicana, l’attività delle istituzioni e dell’amministrazione dello Stato e su cui evidentemente non hanno potuto agire con sufficiente capacità innovativa le spinte provenienti dalla società civile e dai movimenti. E pensiamo ad una società in cui il ricorso alla violenza era inscritto nella prassi di mobilitazione politica e sociale della storia recente, quale eredità del periodo di insorgenza e affermazione del fascismo e del biennio di guerra civile alla fine del secondo conflitto mondiale.



Tra i pregi del libro si deve infine menzionare quello di offrire un apparato iconografico relativo alla ricca simbologia dei gruppi e delle formazioni politiche protagoniste di quegli anni, debitamente spiegato nel testo. In generale, infatti, nel suo saggio Gambetta si propone di fare chiarezza su concetti, categorie, simboli, immagini e miti utilizzati nell’area politica di riferimento di DP, dando alcune definizioni di sicura utilità. È però su una di queste definizioni che non mi sento di convenire del tutto. Nel primo capitolo del libro l’autore passa in rassegna ed esamina le principali definizioni della cosiddetta «area della nuova sinistra» utilizzate oggi in ambito storiografico e politologico – appunto nuova sinistra, sinistra extraparlamentare, sinistra antistituzionale, sinistra libertaria, sinistra rivoluzionaria ecc. – mettendone in evidenza pertinenza e contraddizioni rispetto all’oggetto da definire. Effettivamente sembrerebbe che in ciascuna di esse si annidi un’aporia o una contraddizione rispetto almeno ad uno dei versanti intellettuali, politici o sociali che intende rappresentare.

Ci pare però che sull’uso del concetto di «nuova sinistra» ci siano da aggiungere alcune osservazioni. Se è pur vero che l’aggettivo «nuovo» non rende pienamente giustizia dei numerosi collegamenti che in parte univano le elaborazioni teoriche di quest’area della sinistra negli anni ’70 con alcuni vecchi modelli di inizio secolo, in primis il modello del partito leninista più volte ricordato dall’autore; è del pari vero che in tale espressione tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ‘60 a livello europeo si poté riconoscere una precisa area politica che si poneva in aperto dissenso con i partiti storici della sinistra. Tale area si era sviluppata intorno ad alcune riviste ed era incarnata da alcuni intellettuali di fama nazionale o internazionale. Pensiamo in Italia a riviste come «Ragionamenti», «Quaderni Piacentini», «Nuovi Argomenti» e «Quaderni Rossi» e a intellettuali come Franco Fortini e Raniero Panzieri, in Francia alla rivista «Arguments» animata dai sociologi Edgar Morin e Alain Touraine e dal filosofo Henri Lefebvre, in Germania alla corrispondente rivista «Das Argument» e infine alla «New Left Review» di Soho. A questo gruppo intellettuale e politico, che nel corso degli anni sessanta si costituì in una rete di corrispondenze elettive e relazioni personali di estensione europea, è da attribuire, a mio avviso, legittimamente la definizione di «nuova sinistra» come riconoscimento di un’identità politica storicamente determinata, definitasi cioè nel contesto storico-politico del secondo dopoguerra e in particolare della guerra fredda e questo nonostante le contraddizioni portate dai legami con il passato. Rispetto ad essa i gruppi sorti sulla scia dei movimenti globali dal ’68 in avanti hanno avuto un rapporto di filiazione teorica, ma rispetta ad essa si sono anche trovati di fronte a nuove sfide sociali e politiche, in primis quella portata dai nuovi movimenti sociali o movimenti collettivi, da cui alcuni giovani fecero iniziare la propria militanza politica, come è nel caso del movimento del ’77, senza passare attraverso le elaborazioni teoriche della cosiddetta nuova sinistra.

Per questo io ritengo, per motivi però diversi da quelli indicati dall’autore, che il termine «nuova sinistra» non sia idoneo a definire tutta l’area politica a sinistra del PCI negli anni ’70, se non parzialmente, perché lascerebbe fuori alcune esperienze di movimento che non traevano alcuna ispirazione dall’esperienza della nuova sinistra cui si è fatto riferimento e che nascevano da un disagio sociale affatto nuovo con cui le forze politiche e intellettuali sia della sinistra cosiddetta storica sia della nuova sinistra avrebbero fatto fatica a confrontarsi. Detto questo, credo che la disamina dei concetti proposta da Gambetta sia assai utile a fare chiarezza sulla moltitudine di definizioni in uso per l’area politica da cui si generò il partito di Democrazia Proletaria, un partito che, come ci racconta l’autore, fu prevalentemente urbano, settentrionale e poco femminile e, in quanto parte della conflittualità sociale che intendeva rappresentare, non fu mai considerato un valore in sé dai suoi militanti o simpatizzanti, a differenza di quanto facevano gli iscritti del PCI. Tra le definizioni prese in esame da Gambetta vedrei come più pertinente per il periodo preso in esame quella di «estrema sinistra», che, apparentemente generica, sottolineando soltanto l‘aspetto spaziale di una certa galassia di formazioni politiche e non entrando nel merito delle distinzioni teoriche, non lascerebbe fuori nessuno dei fattori politico-sociali emersi nei lunghi anni di protagonismo di questa parte politica. Ma mi pare, come giustamente fa notare l’autore, che la questione della definizione rimanga a tutt’oggi aperta.

Il libro di Wiliam Gambetta, dottore di ricerca esperto di conflittualità sociale, già membro della redazione di «Zapruder» e collaboratore del Centro Studi Movimenti di Parma, è quindi senz’altro da leggere per chi voglia orientarsi nel complesso panorama dei gruppi e delle organizzazioni politiche che contrassegnarono l’area a sinistra del PCI negli anni settanta e soprattutto per chi voglia conoscere la storia di Democrazia Proletaria nella sua fase costituente, tenendo presente che il saggio tende a concentrarsi sulla storia del gruppo dirigente, sui processi decisionali e organizzativi scanditi dagli appuntamenti della politica, riflettendo in questo la concezione prevalente nello stesso gruppo dirigente del partito, quella cioè del «primato della politica» sulla conflittualità sociale.

(L'articolo apparirà sul prossimo numero di Archivio Trentino, la rivista del Museo Storico del Trentino, sede dell’Istituto trentino della Resistenza. Noi lo abbiamo ripreso da:http://isintellettualistoria2.myblog.it/



Fiammetta Balestracci è nata nel 1972 a Torino, ma vive a Trento dal 2006. Laureata Lettere moderne con indirizzo storico, lavora come ricercatrice presso il Centro per gli Studi Storici Italo-Germanici della Fondazione Bruno Kessler di Trento.


William Gambetta
Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi
Edizioni Punto Rosso / Archivio M. Pezzi, Milano, 2010
€ 15,00

venerdì 27 maggio 2011

Kotoko Warriors, cavalieri contro la follia






KOTOKO WARRIORS, CAVALIERI CONTRO LA FOLLIA

Dal 30 maggio al 5 giugno presso l'Antico Oratorio della Passione presso la Basilica di Sant'Ambrogio in Milano in Piazza Sant'Ambrogio 4 si svolgerà la mostra





KOTOKO WARRIORS , CAVALIERI CONTRO LA FOLLIA





Talismani del popolo Kotoko (Ciad) contro la follia e la possessione

La mostra è promossa dal MAP, Museo di Arti Primarie di Savona. Si tratta di oltre 150 piccole sculture in bronzo realizzate con la tecnica della fusione a cera persa, alcune sigillate dentro contenitori rituali in cuoio, tutte provenienti dalla collezione Pierluigi Peroni.
Verranno inoltre esposte le radiografie di quelle sculture che sono sigillate dentro in contenitori rituali: è la prima volta che si fa un'operazione del genere, che è interessante sotto il profilo scientifico perché consente di osservare il contenuto rituale dei talismani, ma è sopratutto pensata come gesto artistico contemporaneo per le implicazioni e le suggestioni del "guardare dentro" .






Nel corso della mostra verrano presentate le seguenti iniziative:

Venerdì 3 giugno
ore 10.30
Presentazione dell'A.I.A.P. Archivio Italiano di Arti Primarie e del libro Kotoko Warriors, cavalieri contro la follia (edizioni tribaleglobale primay art) di Pierluigi Peroni.
Incontro con i collezionisti interessati al progetto A.I.A.P.

ore 18.
Conversazione sul tema "Bellezza e terapia"
partecipano

Carla Stroppa,psicanalista, scrittrice, membro ordinario dell’ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia analitica) e del Comitato di formazione, con funzioni di docenza e di supervisione. Inoltre è membro ordinario della IAAP(International Association of Analitical Psychology)e Direttore editoriale del settore Scienze umane della casa Editrice Moretti e Vitali

Sandro Lorenzini
Scultore

Coordina

Giorgio Amico
Direttore Editoriale di Tribaleglobale Primary Art

giovedì 26 maggio 2011

"Es", poesie di Marcella Formisano


Parole sospese come nuvole nel cielo, avvolgenti come il rumore delle onde del mare.


Marcella Formisano

Es


''Groppo''

Avvolta in un viluppo caldo di dolore
figure 'parlanti' irrompono il silenzio
Uno spettacolo senza 'trama'
di comparse e teatranti
su questo grottesco 'palco'
volando sull'indifferenza dei 'paganti'
mentre la mia Anima posa su cenere
delle andate illusioni e...
scavo con le unghie fino al magma
per portare in vita
un germoglio di verità...
per non ardere di 'Vuoto'


''Se potessi''

Ricolmerei quel vuoto che
conferisce la tua gestualità
placherei quella paura che
esplode dignitosamente
dai tuoi occhi
strapperei quella melanconica delusione che
...ti vince!




''Barefoot''

Danzi su trame di colore come fossero
raffinati semi di vino
Nudi piedi
...estremità proibite...
lambiscono il manto asfaltato
...baciando...
con sensuali movimenti
tappeto di coriandoli



''Es''

Irreale come le diversità delle Tue sensazioni
Semplice, perché pura, come fossi una bambina
Femmina, perché vibri oltre le Tue essenze
Icastica come vento che spazza via rumori assordanti
Donna, perchè sprigioni quei sorrisi da disegnare, di svariati colori, il
cielo
Sensuale, perché silenziosa quasi come fossi assente
Es...mia Anima!





Marcella Formisano è nata a Napoli, ma da anni risiede a Savona. Insegnante precaria dal 1982, attiva nel volontariato, si interessa di poesia, musica e pittura ed in genere di tutto ciò che ha a che fare con la creatività.

mercoledì 25 maggio 2011

Cavalieri contro la follia, quando la bellezza guarisce



Sei mamma? Allora ti licenzio



Che in italia il tasso di natalità sia crollato a livelli minimi, e che la popolazione cresca solo grazie all'arrivo degli immigrati, è cosa risaputa. Colpa del '68 e della legge sull'aborto, sostengono i benpensanti, quelli che non trovano nulla di male nel “bunga bunga”. Colpa del relativismo morale e del laicismo, sostengono i vertici della Chiesa che del relativismo morale (vedi pedofilia) hanno fatto la loro bandiera. La realtà è molto più semplice (e se si vuole anche più drammatica), come testimoniano i dati dell'ultimo rapporto ISTAT appena reso pubblico.

Flavia Amabile

Sei mamma? Allora ti licenzio

Quasi un milione di donne è stata licenziata o costretta a dimettersi per aver deciso di avere un figlio. Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2010 insieme a molti altri dati molti chiari su che cosa significhi essere madri in Italia. Una madre su 3 ha dovuto lasciare il lavoro per motivi familiari. Nella metà dei casi l’abbandono è dovuto alla nascita di un figlio, per un totale di oltre 800 mila donne. Una donna su cinque fra quelle che lavorano e hanno meno di 65 anni hanno lasciato il lavoro per il matrimonio, la gravidanza o per altri motivi familiari.

Non c’è molto da fare, figlio e lavoro sono ancora troppo spesso inconciliabili: l’uno esclude l’altro. Le donne di cui stiamo parlando infatti non hanno scelto di non lavorare: sono state costrette a non farlo, come sottolinea anche l’Istat.

Più si è in avanti con gli anni, meno si è esposte a rischi. Le interruzioni imposte dal datore di lavoro, infatti, «riguardano più spesso le donne più giovani: si passa infatti dal 6,8% delle donne nate tra il 1944 e il 1953 al 13,1% di quelle nate dopo il 1973». Per queste ultime generazioni, le dimissioni in bianco quasi si sovrappongono al totale delle interruzioni a seguito della nascita di un figlio».

Il lavoro lasciato, spesso non si riconquista più. «Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro, ha poi ripreso l'attività, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno».

Le donne descritte dall’Istat nel rapporto 2010 sono il pilastro del welfare. Sono loro a reggere il carico maggiore nella rete d'aiuto familiare fondamentale per l'economia e la società. Ma «questo sistema è in crisi strutturale - avverte l’Istat - le donne non reggono più e non può essere più questo il modello che sostiene il welfare italiano».

In un anno due terzi degli aiuti arrivano da loro. Prestano «2,1 miliardi di ore d'aiuto a componenti di altre famiglie, pari ai due terzi del totale erogato». Tuttavia la situazione si sta modificando, senza che nessuno le sostituisca. Questo vuol dire che «la catena di solidarietà femminile tra madri e figlie - conclude l'Istat - su cui si è fondata la rete d'aiuto informale rischia di spezzarsi. Le donne occupate con figli sono sovraccariche per il lavoro di cura all'interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti».

L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità del lavoro e rimane la disparità salariale rispetto agli uomini, il 20% in meno. L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, è scesa di 170 mila unità, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità). Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».

Un secondo fattore di peggioramento è dato dalla crescita del part-time (+104 mila unità rispetto a un anno prima), «quasi interamente involontaria e concentrata nei comparti di attività tradizionali» (commercio, ristorazione, servizi alle famiglie e alla persona) che presentano orari di lavoro poco adatti alla conciliazione con i tempi di vita. Non è chiaro il perché ma il part-time è molto più diffuso tra le donne, il 14,3% contro il 9,3% degli uomini.

In preoccupante aumento le donne sovraistruite, ovvero quelle con un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta». Fra le laureate, il fenomeno della sovraistruzione interessa il 40% delle occupate contro il 31% tra gli uomini, e abbraccia tutto il ciclo della vita lavorativa. La partecipazione delle donne al mercato el lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento. La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 ispetto a 7,0). Rispetto agli altri paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è ffettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota dei donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).

La partecipazione al mercato del lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa Tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento.

La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 rispetto a 7,0). Rispetto agli altri Paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è effettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota di donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).




(Da: La Stampa del 24 maggio 2011)



martedì 24 maggio 2011

Everard des Barres, i Templari e il re di Francia


Terza puntata della storia delle crociate vista attraverso le biografie dei 22 Gran Maestri templari.




Guido Araldo

Everard des Barres, i Templari e il re di Francia

Everard des Barres, originario della Champagne, fu Sovrano Maestro dell’Ordine del Tempio dal mese d’aprile del 1147 al mese di maggio del 1150. Poi si dimise e andò a morire nell’abbazia di Clairvaux ventiquattro anni più tardi, come umile monaco, il 12 novembre 1174.

Quale precettore del Tempio in Francia (appare con questo titolo in alcune donazioni parigine, tra le quali un mulino situato presso il Grand Pont de la Seine) era grande amico del re Luigi VII.
Appena consacrato “sovrano maestro” accorse in aiuto all’esercito del re di Francia in difficoltà nell’attraversamento dell’Anatolia e lo salvò, probabilmente, da un’immane disfatta negli aspri territori della Pisidia, che erano tornati sotto il controllo dei Turchi.
Allorché giunsero quei cospicui rinforzi, re Baldovino III di Gerusalemme meditò la conquista di Damasco, ma insorsero insanabili contrasti tra i baroni cristiani, poiché la città era stata promessa al Conte delle Fiandre e molti, tra quei signori, non erano d’accordo. Sembravano cani famelici che ringhiavano feroci tra loro soltanto all’idea di un osso da spolpare!
I contrasti furono tali che l’impresa fallì e non si tentò neppure di riconquistare Edessa: una vergogna! In tal modo i mussulmani seppero cogliere il momento favorevole, nonostante la cospicua presenza di milizie cristiane in Oriente, e sferrarono un violento attacco in direzione di Antiochia che capitolò e cadde nelle loro mani.
Raymond de Poitiers, eroico difensore della “città di Dio”, come veniva chiamata Antiochia, poiché vi si erano formate le prime comunità cristiane, fu brutalmente decapitato e la sua testa inviata come un trofeo al califfo di Baghdad.
In un simile drammatico evento, l’esodo della popolazione fu protetto dalle milizie dei Templari e degli Ospedalieri, che arrivarono in tempo per scongiurare un massacro com’era avvenuto ad Edessa. Tutto il fronte era incandescente!
Si combatteva anche sul Giordano. I Crociati, dopo la mancata conquista di Damasco e la caduta di Antiochia, furono costretti ad azioni difensive. Pare che insorsero contrasti anche all’interno dell’Ordine del Tempio, forse dovuti l’amicizia tra il “sovrano maestro” e il re di Francia, ritenuta eccessiva. E fu in questa occasione che Everard des Barres ricevette l’infamante appellativo di “regina”, poiché troppo ossequioso verso il re di Francia.


Un insulto che serpeggiava tra i cavalieri e che Everard des Barres reputava intollerabile, al punto da indurlo alle dimissioni. Queste le dicerie! In realtà Everard des Barres decise di dimettersi dal prestigioso incarico di “sovrano maestro dell’Ordine del tempio” per l’esito deludente della Seconda Crociata: un totale fallimento! Più ancora, probabilmente, era disgustato dal comportamento dei Baroni: più interessati al proprio tornaconto che al bene comune.
Accade così che Everard de Barres seguì Luigi VII quando lasciò la Terrasanta e tornò in Francia nel 1150: preferì i silenzi di Clairvaux ai clamori di Gerusalemme! Lasciò senza rimpianti l’Ordine del Tempio e indossò l’abito dei Cistercensi.
Ad ogni modo, fu proprio durante la Seconda Crociata che accadde un fatto importante: il re di Francia affidò ai Templari la custodia del suo tesoro. Una decisione che avrebbe fatto scuola! Da quel momento i cavalieri del Tempio non furono più soltanto dei guerrieri, ma divennero banchieri privilegiati di re e principi.
Appena giunto a destinazione, nell’abbazia di Clairvaux, Everard des Barres inviò a Gerusalemme una lettera in cui ribadiva come definitiva la sua decisione di abbracciare la vita monastica, nonostante l'insistenza di molti Templari che lo supplicavano di tornare a Gerusalemme. A loro parere non era “lecito” a un sovrano maestro un simile comportamento, una tale rinuncia, che sembrava uno schiaffo in faccia al glorioso Ordine del Tempio! Ma ormai la decisione di Everard des Barres era irrevocabile!



Un libro misterioso si collega a Everard des Barres: il “liber XXIV philosophorum”; un testo esoterico anonimo, attribuito a Ermete Trismegisto, della cui vera origine si sta discutendo ancora oggi. A redigerlo, probabilmente, fu un intellettuale di Toledo che partecipava all’intensa vita culturale di quella città, che era stata liberata dal giogo arabo il 25 maggio 1085 e che in quegli anni viveva un periodo di straordinario splendore, con una grande crescita culturale, sociale e politica. Oppure era un testo molto più antico, che traeva origine dalla gnosi alessandrina del I o II secolo? O, ancora, aveva un’origine pseudoaristotelica, generato in qualche sperduto monastero della Castiglia?
Questo testo elenca 24 definizioni di Dio; più precisamente descrive un convegno di 24 teologi che prendono a turno la parola e ciascuno di loro presenta la propria tesi.
Tra queste sono da annoverare le seguenti tesi:
I°) Dio è un monade (termine in uso presso le scuole pitagoriche per indicare l’unità originaria dalla quale trae origine la serie dei numeri: dal greco monàs, unità) che procede da sé e a sé ritorna. Giordano Bruno farà del monade la base sulla quale sviluppare la teoria della “matematica magica” (De minimo,De monade). Concetto ripreso e ampliato da Leibniz, che fonderà sul monade una complessa concezione dell’universo.
II°) Dio è simile a una sfera infinita il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.
V°) Dio è ciò di cui non si può pensare di migliore, maggiore e completo.
VII°) Dio è principio senza principio.
XXVI°) Dio è colui che si conosce soltanto con l’ignoranza!
Un libro davvero insolito, che attesta la complessità ed eterogeneità culturale e teologia di quell’epoca, straordinariamente complessa e sorprendentemente dinamica. Si tratta di definizioni sostanzialmente esoteriche, in parte pitagoriche e in parte neoplatoniche insolite per l’epoca, desuete per il successo che riscontrarono fino al XVI secolo e che attestano un collegamento con la “scuola di Reims” sviluppata da quel Gerberto che sarebbe diventato papa con il nome di Silvestro II.
Ma che c’entra Everard des Barres con questo libro? Pare che nel monastero dove si era ritirato ne avesse scritto commenti, attestando in tal modo che era in possesso del “liber XXIV philosophorum”; particolare che dimostrerebbe conoscenze esoteriche tra i massimi dignitari templari fin dalle origini della “Militia Christi”!

(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)





Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

lunedì 23 maggio 2011

Da vedere: Il ragazzo con la bicicletta, ultimo film dei fratelli Dardenne


Un film che riconcilia con il cinema. Una storia raccontata con realismo e pudore, fatta di frasi non dette, di sguardi, di silenzi che dicono di più delle parole. La bicicletta come simbolo di libertà e un interprete giovanissimo e straordinario. Un film che sarebbe piaciuto a Truffaut.

Curzio Maltese

Spaventati e irresponsabili così il cinema racconta i padri

Dov' era il padre? Dove sono i padri nelle storie di cronaca e nella vita quotidiana, nei pensieri dei figli e nelle riunioni scolastiche? Assenti, lontani, incapaci di offrire né regole né protezione. Nella carrellata di trame dei film di Cannes, dove la famiglia torna nucleo del mondo, le figure dei padri sono in genere avvilenti. Fallitie acidi come nell' israeliano Footnote di Joseph Cedar, o distratti al limite della demenza come il padre di Kevin, che regala armi al figlioletto visibilmente già assai disturbato. Tutti terrorizzati dalla responsabilità nei confronti dei figli, reali o metaforici, che partono alla loro disperata ricerca.

Così, dopo la rinuncia del Santo Padre in Moretti, in Le gamin au vélo dei fratelli Dardenne si assiste alla rinuncia altrettanto tragica di un padre povero cristo. Morta la nonna, Guy, un cuoco di bistrot, decide di sparire dalla vista del figlio dodicenne, Cyril, che finisce in un istituto. Qui viene a trovare ogni tanto il bambino una giov a n e p a r r u c c h i e r a , S a mantha, che si offre di ospitarlo nei fine settimana. Cyril accetta soltanto per poter evadere dall' istituto e una volta fuori, montare sull' unico ricordo lasciatogli dal padre, una bici da cross, e mettersi alla sua ricerca. L' immagine di questo bambino tormentato che rincorre su una bicicletta la possibilità di una vita normale, l' amore del padre, l' amicizia, ha la semplicità e la forza del cinema di un tempo.

La grandezza dei registi belgi sta nel non usare mai un trucco, una parola, un gesto che possa sfiorare il melodramma. In fondo a strade sbagliate e porte chiuse, dopo l' ultimo straziante negarsi del padre, il bambino capisce qual è la vera strada di casa e torna da Samantha, l' unica persona che ha dimostrato di sceglierlo e amarlo. Nella scena finale compare di passaggio un altro di quei padri che rivalutano la condizione di orfano.

È noto come i film di JeanPierre e Luc Dardenne non siano passeggiate nel buonumore. Ma rispetto ai precedenti, molto amati a Cannes, dove i Dardenne hanno vinto la Palma due volte con Rosetta (1999) e L' enfant (2005), questo ragazzo con la bicicletta è un film più ottimista. Un Dardenne quasi solare, rispetto ai cupi paesaggi reali e psicologici del passato, girato in una Liegi rallegrata dalla luce dell' estate e dallo splendore di Cècile de France nella parte di Samantha. Ma il momento di massima luce del film è quando, dopo un' ora abbondante, il volto nervoso del piccolo e bravissimo protagonista, Thomas Doret, s' illumina del sorriso dell' infanzia.

(Da: La Repubblica del 16 maggio 2011)

domenica 22 maggio 2011

Ivan Illich, un testimone scomodo della modernità



Si è tenuto ieri a Mestre a quasi dieci anni dalla scomparsa un convegno sulla figura e l'opera di Ivan Illich. Nel corso del convegno è stata presentata la biografia del pensatore austriaco, «Vita di Ivan Illich» di Martina Kaller-Dietrich , appena uscita per le Edizioni dell'Asino, della quale proponiamo ampi stralci della prefazione.

Wolfgang Sachs

Ivan Illich, un testimone critico della società «moderna»

Capodanno 1972. Il sole invernale picchia, gli ampi banani, assieme agli alberi di avocado, gettano la loro ombra sul tavolo di legno dove ci siamo seduti a bere un succo d'arancia, su una collina di Cuernavaca con vista sul cono innevato del vulcano del Popocatépetl. Di tanto in tanto scrutavamo tra gli alberi verso l'ingresso della Casa Blanca, come veniva chiamata, non senza ironia, la casa padronale, che ospitava la biblioteca del Cidoc (Centro Interculturale di Documentazione), le aule per i seminari e un silenzioso cortile interno. Sarebbe davvero venuto verso di noi?

In effetti, non erano passati che pochi minuti, che si riconobbe un uomo che portava alla villa una pila di libri alta un metro, tenendola incastrata tra il mento e le mani. In men che non si dica era seduto con noi, il poncho legato sulle spalle, e, senza convenevoli, aveva iniziato a sottoporci la sua ultima idea. La crescita industriale non avrebbe potuto segare il ramo sul quale poggiava? Egli comunque ipotizzava che si poteva definire quantitativamente la soglia, oltre la quale l'aumento di automobili avrebbe portato a rallentare gli spostamenti. I suoi occhi brillavano, mentre sparava a raffica le sue idee. Bisogna veramente dimostrare che il progresso non è altro che un autoinganno! Sembrava che con le grandi mani scolpisse frasi nello spazio; non c'era posto per domande da parte nostra. Un sorriso malizioso e complice, ed era nuovamente sparito tra gli alberi. fu il mio primo incontro con Ivan Illich.

Non sarebbe stato l'ultimo. Seguirono innumerevoli passeggiate, discussioni, conferenze, pranzi, e così, quasi trent'anni dopo, l'ho vegliato, assieme ad altre amiche e amici, al suo capezzale a Brema. Che uomo è stato? Se gli veniva chiesto da dove venisse e per quale motivo, rispondeva solitamente con allusioni e parabole, in un misto di pudore cattolico e di scaltrezza ebraica. Come cercava di essere preciso nelle sue analisi storiche, così restava sempre sul vago nel dare le proprie informazioni biografiche. Per questo i vecchi amici drizzano le orecchie alla notizia di un'opera sulla sua vita, speranzosi di ottenere finalmente dei chiarimenti sulle motivazioni e sugli aspetti meno conosciuti di uno dei più brillanti pensatori del XX secolo. Martina Kaller-Dietrich ha fatto a noi e a tutti i lettori questo dono. (...)



Osteggiato in quanto mezzo ebreo nella Vienna occupata, educato alla disciplina scolastica all'università gregoriana di Roma, entusiasmato dalla vita degli indigeni a Porto Rico e in Messico, turbato dalla campagna militare di evangelizzazione degli americani a favore dell'economia industriale, animato dai movimenti per la liberazione del Sudamerica, irritato dall'a-moralità dei postmoderni, e infine critico verso i servizi d'assistenza dello sanitario ed economico, Ivan Illich è stato (...) un testimone e allo stesso tempo un critico radicale di ogni società «moderna».

Ma perché si dovrebbe leggere Illich oggi? È possibile rispondere sia in modo sintetico che in modo più ampio. Sinteticamente: Illich riflette sulla rivoluzione mondiale che ha trasformato la cultura agraria in società industriale. Infatti la morte delle culture contadine è stata - per dirla con Eric Hobsbawm - il sovvertimento sociale più drammatico della seconda metà del XX secolo, un sovvertimento che separa per sempre il mondo moderno dal passato. Esso ha segnato la fine di un'evoluzione culturale durata migliaia di anni, durante la quale la maggior parte delle persone viveva di agricoltura, di allevamento o di pesca. Una volta che i contadini giapponesi ed europei hanno smesso di coltivare la terra, negli anni sessanta il Sudamerica e gran parte dell'Asia ne hanno seguito l'esempio. Illich ha potuto toccare con mano questa rivoluzione: a New York era assistente parrocchiale degli immigrati caraibici, a Porto Rico era impegnato nel sistema educativo, in Messico visse la lotta per la sopravvivenza delle culture indigene; viaggi in pullman attraverso l'America Latina e traversate a piedi in Africa hanno posto davanti ai suoi occhi lo scontro delle epoche.

In questo sovvertimento è riuscito a vedere ben poco di quel progresso sostenuto dai teorici della modernizzazione. In questo modo - così pensava - veniva cambiata la conditio humana. Fino a quel momento, secondo lui, la storia dell'umanità aveva creato continue e opportune forme culturali, ma ora si era costretti a registrare la spietata superiorità di una megamacchina con pretese universali che mirava alla produzione di massa e alla pianificazione da parte di esperti di quasi tutta la vita . Così i bestseller mondiali di Illich come Deschooling Society (Descolarizzare la società) o Medical Nemesis (Nemesi medica) possono essere letti come una difesa di attività umane originarie come studiare, camminare, abitare, curare o divertirsi, e precisamente come una requisitoria contro la trasformazione di queste attività in merci prodotte in serie a opera delle scuole, dei sistemi di trasporto, delle città e delle sue periferie, degli ospedali e dei mass media.





Per usare un'immagine coniata da lui stesso: l'opera di Illich è un necrologio di grande portata per quel mondo di culture non-industriali che sta scomparendo. Ma Illich era ben lontano dal fermarsi all'espressione del dolore universale della perdita; preferiva passare all'attacco. Quindi, per rispondere dettagliatamente alla domanda sul significato odierno di Illich: egli affianca al necrologio delle culture non-industriali la prefigurazione di un mondo post-industriale che si eleverà bene o male dalle rovine dell'hybris industriale ed economica. Infatti egli lamenta il processo di modernizzazione non per nostalgia del passato, ma perché lo ritiene tutt'altro che adeguato al futuro. Nel frattempo questa diagnosi è diventata, in apparenza, consapevolezza comune: difficilmente si troverà qualcuno pronto a difendere a spada tratta il processo di modernizzazione nell'epoca del caos climatico, del peak oil o del deterioramento della natura. Si sollevano già le nuvole di tempesta del XXI secolo. Certo, per Illich, su un piano più profondo, la crisi della biosfera è solo un sintomo. Egli crede che essa affondi le sue radici nell'arroganza della dismisura, nel superamento di ogni limite. Nella prima metà della sua opera, egli attribuisce alle istituzioni moderne e ai loro esperti la resistenza a riconoscere i limiti del potere umano. E non manca di imputare al sistema scolastico, dei trasporti e sanitario il fatto di essere diventati già da tempo troppo soverchianti, disumanizzanti, controproduttivi. Nella fase successiva della propria vita, invece, pone l'accento sul fatto che l'illimitatezza è già introiettata nelle credenze comuni grazie alla trasformazione del significato di concetti come «sviluppo», «vita», «salute», in grandezze di sistema che prescindono dalle persone in carne e ossa. Così, ai suoi occhi i mezzi diventano più importanti degli obiettivi, non solo dal punto di vista materiale, ma anche spirituale.

Perciò, per Illich il problema non è solo la crisi della natura (ovvero il degrado dell'ambiente), quanto anche la crisi sociale ed etica. In altre parole non scompare solo l'ambiente naturale, ma con esso le condizioni nelle quali possono prosperare l'amore per il prossimo e la responsabilità personale.

Dopo aver constatato che supernazioni come la Cina e l'India si stanno muovendo, oltretutto con un'accelerazione che porterà pesanti turbolenze al mondo e al pianeta, conviene prendere con sé Illich come viatico per tempi più duri. Egli ci ricorda che non sono sufficienti le tecniche e l'economia verde, perché non si riuscirà a contenere la crescita a livello mondiale senza la garanzia di un impegno reciproco di ciascuno e senza un personale rispetto dei limiti. L'arte delle culture contadine consisteva nel rendere amabili i limiti; del resto è proprio questo che conta dopo il declino dell'industrialismo. Ai lettori dei suoi saggi Illich lascia tracce di ogni tipo affinché prendano gusto non solo a salvare il mondo, ma anche se stessi. Con la sua ricerca di una tecnica democratica e legittimata ha anticipato la miniaturizzazione tecnologica e il collegamento in rete, le sue riflessioni sull'amicizia dimostrano che cosa tiene unita nel profondo una società, la sua lode di uno stile di vita semplice è imperniata sulla formazione della persona e del carattere. Leggerlo non solo illumina, ma dà anche più forza.



(Da: Il Manifesto del 21 maggio 2011)

sabato 21 maggio 2011

Gran Ballo Occitano a Roccabruna

Le langhe di Cesare Pavese


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento dell'amico Elio Scaletta del CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale)


Elio Scaletta

Le langhe di Cesare Pavese

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di attraversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si attraversa, ma non si conosce una terra. “A piedi” avrei detto a Pieretto,”vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarvi dentro”. (La bella estate)

Forse Pavese non realizzò mai completamente questo progetto, limitandosi a passeggiate nei dintorni di S.Stefano con l’amico Nuto, al secolo Pinolo Scaglione falegname con laboratorio un po’ fuori paese, sulla strada per Canelli ( La sua casa è a mezza costa sul Salto, dà sul libero stradone; c’è un odore di legno fresco, di fiori e di trucioli…).

Ma ancora oggi, a distanza di decenni dalla scomparsa dello scrittore, percorrere a piedi i sentieri di Langa, costituisce ancora il modo migliore per conoscere questa terra gustandola fino in fondo. Arrampicarsi su per ripidi sentieri che si perdono tra i vigneti per giungere in vetta a modeste colline da dove l’occhio abbraccia altre valli, altre colline disseminate di cascine e casotti; attraversare cortili assolati sui quali i cani abbaiano o riposano all’ombra di tettoie e pergolati. A piedi, passando dalle dolci colline ammantate di vigne dell’Albese a quelle boscose dell’Alta Langa coi suoi aspri profili e i profondi, ombrosi valloni. Qui, dove ormai la vite ha ceduto il passo ai noccioleti e ai boschi che respirano ormai l’aria di un mare non lontano. Il mare che insieme alla strada, al viaggiare e all’America costituisce uno dei ricorrenti miti pavesiani. Viaggiare, superando le colline che frenano lo sguardo, per giungere lontano almeno con la fantasia, fino al porto di Genova nella speranza di potere andare via da quei quattro tetti del paese natio. Ma alla fine del viaggio ritornare di nuovo lì, dopo averne passate di ogni colore in giro per il mondo, cercando invano quello che invece Nuto ha saputo trovare non allontanandosi dalle sue colline. (La vita va vissuta lontano dal paese…e poi quando si torna… si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono.)

A piedi, per cercare di conoscere in un modo meno superficiale la Langa di Pavese, ritrovarvi i luoghi da lui citati nelle sue opere e per ritrovare nel paesaggio i segni lasciati da secoli di storia. Dai Romani che già apprezzavano il vino di questa terra, dai castelli posti a difendere queste ricche proprietà, dalla guerra partigiana che qui ha scritto pagine di gloria e di eroismo. A piedi, tra leggende e tradizioni popolari fatte di masche e masconi che hanno popolato in passato i sonni e la fantasia di grandi e piccini, quando la televisione era sconosciuta, e il racconto degli anziani l’unico diversivo nelle lunghe serate invernali. Ed infine a piedi, tra nobili vini e una gastronomia che sta attirando buongustai da tutto il mondo e che si ritrova sovente in piccoli borghi dove ristoratori capaci e intelligenti hanno saputo coniugare il piacere della buona tavola con la ricerca di antiche ricette.



Il punto di partenza ideale per un itinerario sulle tracce di Pavese e dei personaggi che animano i suoi romanzi è senz’altro la casa natale dello scrittore, situata appena fuori dal paese, all’imbocco della strada statale per Canelli.

“Corse la strada bianca, lunga, fin presso la casa dov’era nato e si era sognato poeta.”
E’ proprio qui che il 9 settembre 1908 vide i natali uno dei più grandi scrittori italiani. La casa è situata in località San Sebastiano, sullo “stradone” per Canelli, “la porta del mondo” . Ha le caratteristiche tipologiche degli edifici della zona a cavallo tra il XIX e il XX secolo e denota un gusto da piccola borghesia. Costruita su due piani fuori terra, con cantina e signorile abbaino, comprendeva la parte abitata dalla famiglia (papà, mamma e la sorella Maria) e quella, con annesse stalla e cascina, abitata dai mezzadri, che coltivavano i vigneti ed i campi costituenti la proprietà. Trascorse in essa i primi otto anni,frequentando la prima elementare in Santo Stefano Belbo. Dal 1916, dopo la morte, a 47 anni, del padre Eugenio per tumore al cervello, la casa subisce diversi passaggi di proprietà, diventando, per un lungo periodo, la sede di un collegio di padri Giuseppini, che accoglierà tanti giovani di Santo Stefano e dintorni. Acquistata dalla famiglia Bosca al termine della guerra, rimarrà chiusa fino al 1980, quando diventerà sede del CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) che in essa organizza il “Premio Pavese”: Letterario, di Pittura e Scultura” e oltre a curare la gestione dei luoghi pavesiani, vi ha realizzato un museo che ripercorre la vita e le opere dello scrittore. L’allestimento propone al visitatore il clima familiare vissuto da Cesare Pavese negli anni dell’infanzia trascorsi in Santo Stefano, destinata a segnarlo così profondamento per tutta la vita: ecco dunque un itinerario ricco di citazioni che coinvolgono emotivamente per mezzo di interventi visivi e sonori.

Entrando a sinistra si trova un salone che costituiva la tradizionale grande cucina. Da esso, attraverso un’ampia scala in pietra di Belbo, si scende nella cantina, ricostruita con arredi e complementi dell’epoca. Il primo piano comprende la stanza da letto, lo spazio dedicato alla vita e alla produzione letteraria, un bookshop nel quale si effettua anche la divulgazione degli eventi pavesiani. La terrazza retrostante, che ospita un grande dipinto sui luoghi de “La luna e i falò”,è dotata di strumenti multimediali per la proiezione di filmati e documenti pavesiani. L’abbaino, pur se di dimensioni ridotte, consente una visione ad ampio raggio di alcuni dei luoghi citati nelle varie opere richiamanti quella atmosfera che lo faceva scrivere alla Pivano: “Ritrovarmi davanti e in mezzo alle mie colline mi sommuove nel profondo (…) Immagini primordiali come a dire l’albero, il sentiero, la vite, la sera, il pane, la frutta ecc. mi si sono dischiuse in questi luoghi, anzi in questo luogo, a un certo bivio dove c’è una gran casa, con un cancello rosso che stride, con un terrazzo dove ricadeva il verderame che si dava alla pergola e io ne avevo sempre le ginocchia sporche…








Il CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) organizza il Premio C. Pavese , cura la gestione dei luoghi Pavesiani e vi ha allestito un museo che ripercorre la vita e le opere dello scrittore. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socio-economico del territorio. Pubblica la rivista “Le colline di Pavese”. Organizza il Premio Pavese (Letterario, di pittura e di scultura). Promuove l' Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Cura l'allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia. Pubblica i quaderni del Cepam ad integrazione delle tematiche trattate su “le Colline di Pavese”. Organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell'arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d'arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” Organizza il “Moscato d'Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all'economia del territorio.
CE.PA.M. Via C. Pavese , 20 12058 S. Stefano Belbo (Cn). Per informazioni su bando e calendario dell'edizione 2011 contattare il Presidente Prof. Luigi Gatti 0141 844942 3339379857

venerdì 20 maggio 2011

Non ci sono scarti


Aumentano i suicidi tra i lavoratori disoccupati, lo scrive La Repubblica. Non crediamo che occorra altra introduzione all'intervento di Massimo Gramellini che riprendiamo da "La stampa" di ieri.

Massimo Gramellini

Non ci sono scarti

C’è un video in Rete che vi consiglio di guardare. Si intitola «Non siamo scarti» e consiste in una lettera aperta al ministro Tremonti, letta con ciglio asciutto e garbo antico da un gruppo di uomini e donne che hanno perso il lavoro intorno ai 50 anni. Hanno facce e occhi che ti stringono il cuore, perché ci leggi l’umiliazione e la vergogna per una condizione di vita così innaturale: troppo vecchi per trovare un altro posto e troppo giovani per andare serenamente in pensione. Sono esseri umani azzoppati al culmine della loro maturità esistenziale, quando l’esperienza si aggiunge all’energia e produce una miscela irripetibile di forza e affidabilità. Rinunciare a un simile apporto è peggio che un crimine: è una sciocchezza. Una società abitata da giovani sottopagati e da adulti emarginati ha un futuro bigio. E una classe dirigente degna del nome che porta non dovrebbe pensare ad altro, giorno e notte, tutti i giorni e tutte le notti.

A volte sembra di combattere una guerra silenziosa, senza morti e feriti apparenti, ma dove cadono di continuo la dignità e il rispetto per se stessi. Del racconto di quei cinquantenni l’aspetto più terribile non è la sofferenza economica, che pure esiste. E’ la sofferenza morale. Quel sentirsi inutili, rifiutati, sconfitti. Mi piacerebbe abbracciarli a uno a uno e urlare loro «non permettete a nessuno di uccidere i vostri sogni», ma le mie sono solo parole increspate da un’emozione. Qui invece servono un progetto a lungo termine, una visione solidale, dei leader credibili. Serve un’idea forte di società.

(Da: La stampa del 19 maggio 2011)

giovedì 19 maggio 2011

Robert de Craon e il Regno di Gerusalemme


Seconda puntata della storia delle crociate vista attraverso le biografie dei 22 Gran Maestri templari.

Guido Araldo

Robert de Craon e il Regno di Gerusalemme

Robert de Craon o Credon, cavaliere originario dell’Aquitania, sovrano Maestro dei Templari dal 1136 al 13 gennaio 1147

Robert de Craon non figurava tra i primi nove cavalieri del Tempio e toccò a lui gestire la grande “esplosione” dell’Ordine che presiedeva. Se Hugues de Payns fu l’iniziatore dell’Ordine del Tempio, il nuovo “sovrano maestro” ne fu il legislatore! E , similmente al suo predecessore, esercitò un’immensa influenza sui prelati, i baroni e lo stesso monarca di Gerusalemme.
Ma in un punto sconfessò la regola data da Bernardo di Clairvaux all’Ordine: tra le file dei Templari non poteva accedere chiunque e, soprattutto, venivano esclusi i delinquenti, anche che dimostravano di redimersi. D’ora in avanti tutti i cavalieri avrebbero dovuto essere d’origine aristocratica!
L’abate Bernardo aveva immaginato la “Milizia Christi” come un’armata travolgente: una legione potentissima, autentica “Legione Straniera ante litteram”, in grado di conquistare tutto l’Oriente e relegare gli odiati islamici, seguaci di un falso profeta di nome Maometto, alla sola penisola arabica. Anzi, aveva immaginato questa legione irrompere nella stessa città della Mecca e fare a pezzetti la Kaaba (كعبة), nota anche come la Kaaba, il cubo, la pietra nera fonte della peggiore idolatria.
Perché questo radicale mutamento di rotta? Robert de Craon era un aristocratico con la puzza sotto il naso e non capì il senso del grande progetto dell’abate di Chiaravalle: una forza d’urto in grado di sfondare qualsiasi schieramento nemico e circoscrive l’islamismo ai caprai della penisola arabica che l’aveva diffuso nel mondo sulle punte delle loro scimitarre insanguinate. Robert de Craon voleva un’élite di cavalieri, trionfante.
In quegli anni il reclutamento di nuovi cavalieri superava qualsiasi più rosea previsione: un successo al di sopra di qualsiasi aspettativa. Persino dei re bussavano alla porta del Tempio! A Robert de Craon sembrava perlomeno disdicevole che un nobile di alto rango, conte o marchese, cavalcasse a fianco di un tagliagole: suo compagno e fratello!
Fu una scelta che, con il tempo, si sarebbe rivelata fatale tanto all’esito delle Crociate, quanto alla sopravvivenza stessa dell’Ordine. Infatti, così facendo, Robert de Craon creò semplicemente un doppione degli Ospedalieri. Tant’è che in più occasioni fu posta la questione della loro fusione, poiché erano le “due facce” della stessa medaglia!
Venivano affossate le intenzioni dell’abate Bernardo: di una “militia templi” in grado di travolgere qualsiasi schieramento avversari. Un’agguerrita massa di guerrieri cristiani con capacità autonome di manovra, in grado di conquistare vasti territori in Oriente, dal Cairo a Baghdad, di presidiarli e mantenerli stabilmente. Di erigere, tramite gli architetti “maestri di Hiram”, aggregati all’Ordine del Tempio, magnifiche cattedrali gotiche a Damasco, Aleppo, Edessa, Ascalona, Damietta, Il Cairo, Baghdad e anche alla Mecca!
La “papessa dei Templari”, appagata da tanto successo, accoglieva a piene mani le ricche donazioni che giungevano da tutta l’Europa, autorizzate dal papa Innocenzo II con la bolla “Ecclesiastici utilitalibus”.


Siria, Krak dei Cavalieri

Ben presto una successiva bolla di papa Innocenzo II, "Omne Datum Optimum” del 29 marzo 1139, decretò un’autentica svolta per i Templari: potevano infatti disporre di propri sacerdoti e di propri cappellani; ma, più ancora, erano sganciati dal clero ordinario. I Templari, in tal modo, erano posti direttamente al comando del papa, quasi una sua milizia privata in Terrasanta, precursori dei Gesuiti e dell’Opus Dei! Infine, i Templari e i Cistercensi, le due colonne alzate da Bernardo di Clairvaux a sostegno dell’immenso corpo di Santa Romana Ecclesia, erano esentati dal versamento delle decime: privilegio unico ed eccezionale.
Per onor del vero Robert de Craon non fu soltanto un abile organizzatore, ma anche un abile guerriero. Subito dopo la sua nomina a “sovrano maestro dell’Ordine”, accorse a fronteggiare l’emiro di Aleppo, che si era spinto in Galilea più per rapinare che per portare guerra: lo affrontò e lo mise in fuga. Memorabile la carica templare nella battaglia di Teku, nell’anno 1140, contro l’esercito turco. Ma erano vittorie sterili! La “Militia Christi” immaginata da Bernardo di Chiaravalle non si sarebbe limitata a coprirsi di gloria nei campi di battaglia, ma sarebbe arrivata ad Aleppo, avrebbe conquistato quella città e avrebbe arrecato una svolta decisiva all’intera storia delle Crociate!
E per Robert de Craon, nonostante tanta gloria, non furono sempre rose e fiori! Il terribile Zengi, signore di Mussul e Aleppo, che si favoleggiava fosse figlio di Ida d’Austria, catturata nel 1102 durante una razzia in Anatolia mentre cercava di raggiungere il Santo Sepolcro, e chiusa in un harem, batté ripetutamente i Crociati, tra i quali figuravano anche i Templari.
La spedizione più infelice non riguardò la Terrasanta, ma il Portogallo, dove 70 navi templari: una flotta considerevole che attesta la potenza raggiunta dall’Ordine in pochi anni, cercarono invano di liberare la città Lisbona dai Mori.
Intanto, a partire dal 1143, il Regno di Gerusalemme era attanagliato da una profonda crisi, causata dalla prematura morte di re Folco per un incidente di caccia. Il potere sarebbe dovuto passare alla regina Melisanda, poiché i figli del re erano ancora piccoli, rispettivamente di 13 e 7 anni; ma i potenti baroni si opponevano.
E fu allora che accadde un evento traumatico: alla vigilia della festa della Natività del 1144, il terribile Zengi espugnò la città di Edessa, capitate di un’importante contea, e 30.000 abitanti cristiani, inclusi vecchi, donne e bambini, furono brutalmente trucidanti, mente 16.000 superstiti vennero catturati, deportati in Mesopotamia e venduti come schiavi nei mercati di Aleppo e Baghdad. Un colpo tremendo per i possedimenti latini in Oriente e uno shock profondo per tutta l’Europa! La spinta espansionistica dei Crociati non soltanto aveva subito un freno; ma cominciava l’arretramento, in maniera drammatica! Ah, come mancava la “Militia Christi” progettata dall’abate Bernardo!
Proprio in seguito a questa disfatta Papa Eugenio III, che aveva autorizzato i Cavalieri del Tempio a indossare bianche tuniche e candidi mantelli, sfoggiando la rossa croce sulla spalla, decise di correre ai ripari e bandì una nuova crociata. Anche lo stesso Bernardo di Clairvaux, ispiratore dei Templari, non rimase ignavo, e infiammò le masse con la sua accorata predicazione.
Sia l’imperatore del Sacro Romano Impero, Corrado III, che il re di Francia Luigi VII, accorsero l’accorato appello del papa accingendosi a partire per la Terrasanta. E fu allora, in un momento tanto delicato, che Robert de Craon morì. Il suo corteo funebre ricevette grandi onori, come il suo predecessore; ma nell’aria non c’era la gioia che aveva accompagnato le esequie di Hugues de Payns.

(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

martedì 17 maggio 2011

Un'altra Italia



Forse sta arrivando il tempo in cui potremo finalmente togliere la frase di Vittorio Alfieri che apre il nostro blog.


Massimo Giannini

Un'altra Italia



LA FAVOLA è finita. Il berlusconismo come narrazione epica e proiezione carismatica cade sotto i colpi della nuda verità. Non c'è più spazio per la menzogna sistematica, la propaganda populistica, la manipolazione mediatica. Questa volta il presidente del Consiglio non può brandire sondaggi posticci come armi di distrazione di massa. Questa volta c'è il voto di tredici milioni di italiani, a dimostrare che la sua parabola politica non è un "destino ineluttabile", e nemmeno una "biografia della nazione".

È stato Berlusconi ad annunciare che questo appuntamento elettorale era molto più che una contesa locale. È stato lui stesso a definire il voto di Milano "un test nazionale", e a trasformare di nuovo (come ha sempre fatto dalla mitica discesa in campo del '94) la chiamata alle urne nell'ennesimo, titanico "referendum" sulla sua persona. Ebbene, la risposta degli elettori è inequivocabile. Il premier ha perso il suo referendum. E lo ha perso in modo clamoroso, subendo il colpo più devastante proprio nel cuore del suo sistema di potere. Nella città dove la favola era cominciata, e dove la destra forzaleghista ha costruito negli anni una roccaforte che pareva inespugnabile e un'egemonia che sembrava insuperabile.

Questo voto fotografa innanzi tutto una rovinosa sconfitta personale del premier. Berlusconi ha personalizzato l'intera campagna elettorale. Con una strategia chiara: killeraggio politico contro gli avversari nelle città, stato d'assedio permanente contro le istituzioni nel Paese. Mentre sparava parole come pallottole contro le toghe "cancro da estirpare" e contro il Quirinale "potere da ridimensionare", il Cavaliere è sceso in battaglia da capolista a Milano (mettendo la faccia e la firma persino sull'accusa vergognosa e violenta della Moratti contro Pisapia) ed è sceso in campo da tribuno a Napoli (rilanciando le sue colossali "ecoballe" sulla sciagura dei rifiuti, persino quella colpa dei "pm politicizzati"). La strategia non ha pagato. Di più, si è rivelata un suicidio, in entrambi i comuni sui quali il premier si è speso in prima persona.

Milano va al ballottaggio, per la prima volta dal '97, con Berlusconi che vede più che dimezzati i suoi voti di preferenza rispetto alle comunali del 2006, il candidato del centrosinistra che è in vantaggio, il Pd che diventa primo partito della città. E con Pisapia che, a dispetto della bugiarda imboscata morattiana sul suo passato di "amico dei terroristi", viene votato in massa come unico e autentico esponente dei "moderati" nel capoluogo lombardo. Un vero e proprio "miracolo a Milano". E al ballottaggio va anche Napoli, dove Lettieri non sfonda nonostante i disastri del Partito democratico dalle primarie in poi.

Ma questo voto fotografa anche una sconfitta politica della maggioranza. Questa volta non perde solo Berlusconi. Al contrario di quanto accadde alle politiche di tre anni fa, i voti in uscita dal Pdl non sono stati drenati dalla Lega, che a Milano cede quasi 5 punti sulle regionali del 2010 e poco più di 3 punti sulle politiche del 2008. La vagheggiata Padania, invece di rafforzarsi ed espandersi, sbiadisce e restringe i suoi confini. A Torino stravince Fassino, a Bologna vince Merola, e capoluoghi importanti come Trieste e Savona, Varese e Pordenone, Rovigo e Novara, vanno al secondo turno. Il vento del Nord ha iniziato a cambiare direzione. E questo, per il Carroccio, è molto più che un campanello d'allarme.

Bossi non può dire, come aveva sussurrato prima del voto, "se la Moratti vince abbiamo vinto noi, se perde ha perso Berlusconi". Di fronte a questi dati, è l'intera alleanza forzaleghista che affonda. La Lega paga un prezzo altissimo alla sua metamorfosi, da partito di lotta a partito di governo. E paga un conto salatissimo a quel "vincolo di coalizione" che l'ha unita e la unisce al Pdl: ha sostenuto le campagne più odiose e onerose del Cavaliere, dalle norme ad personam alla guerra in Libia, e non ha ancora portato a casa il federalismo "realizzato". Quanto possono reggere le camicie verdi, ingabbiate dentro questo patto scellerato, e private dello spirito libero, rivoluzionario e pre-politico, grazie al quale hanno sfondato gli argini del Po dal 2001 in poi?

Ma questo voto fotografa anche la vittoria politica delle opposizioni. Di tutte le opposizioni. Il Pd esce dal voto con qualcosa in più del risultato che si aspettava. Bersani aveva detto: mi accontento di due vittorie piene (Torino e Bologna) e di due ballottaggi (Milano e Napoli). È andata esattamente così. Con un dato milanese che va al di là di tutte le aspettative: certo, almeno nel voto di lista dovuto più alla debolezza dell'avversario che alla forza dello sfidante. Ma un dato pur sempre sorprendente, che si accompagna ad una ripresa anche nelle altre città e province in cui si è votato. Con questi numeri, sarà difficile pretendere dal segretario una "verifica" sulla linea politica, come qualcuno aveva chiesto inopinatamente prima del voto. Con questi numeri, sarà opportuno che l'intero stato maggiore dei democratici coltivi il valore dell'unità e non più il rancore delle divisioni.

Il Terzo Polo di Casini e Fini, anche se ottiene un rendimento non esaltante dal punto di vista dei candidati, si consolida come ago della bilancia su scala nazionale. Esattamente quello a cui puntava: con il Centro, grande o piccolo che sia, bisogna scendere a patti, per vincere le elezioni. Anche se la diaspora all'interno di Futuro e Libertà non pare finita, e produrrà probabilmente altre dolorose rese dei conti.

Le altre forze a sinistra del Partito democratico crescono in modo significativo. Non solo l'Idv, con l'exploit di De Magistris a Napoli, ma anche Sinistra e Libertà di Vendola e i candidati "grillini" a Milano e soprattutto a Bologna. Qualche anima bella, soprattutto nel centrodestra sedicente "moderato", lamenterà ora il rischio di un preoccupante bradisismo elettorale verso le ali più radicali dell'opposizione. Ma che cosa c'è stato di più irriducibilmente estremista e tecnicamente eversiva, in questi mesi, se non la guerra totale condotta da Berlusconi contro tutti i suoi nemici?

E ad ogni modo, con questi risultati bisogna confrontarsi, prendendo atto che nel Paese un'ampia fetta di elettorato sente un bisogno di rappresentanza per una sinistra più solida e visibile, in quella metà del campo. In vista dei ballottaggi, questa vastissima area di opposizione è chiamata all'assunzione di una responsabilità forte, all'altezza del compito che gli elettori le hanno affidato. Si vedrà poi quali effetti potranno scaturire, a livello nazionale, da questa scomposizione e ricomposizione del fronte "anti-berlusconiano". Se cioè potrà esserci il rischio di riproporre sul mercato politico una copia sbiadita dell'improponibile Unione del 2006, o se potrà nascere su basi nuove e diverse quell'Alleanza costituzionale per la fuoriuscita dal berlusconismo, senza scorciatoie tattiche o contaminazioni ideologiche.

Ci sarà tempo per riflettere sul dato più generale di queste elezioni amministrative, che ci consegnano un Paese con un elettorato molto più saggio, più pragmatico e più fluido di come forse lo immaginavamo. Un elettorato che non affida cambiali in bianco a nessuno, nemmeno al Grande Imbonitore di Arcore. Che chiede fatti e non parole, soluzioni e non rappresentazioni. Un elettorato che non sembra affatto contento del bipartitismo imperfetto e improduttivo di questi anni e che, pur senza rinnegare le logiche del bipolarismo, guarda a orizzonti più ampi ed esige alleanze più larghe.

Ma intanto occorre prendere atto che quest'area di forte opposizione a Berlusconi esiste. Ed è vastissima. Forse è già maggioritaria, in questa Italia evidentemente non del tutto narcotizzata dal quasi Ventennio dell'anomalia berlusconiana. Un'Italia stanca di guerra, di tracotanze istituzionali e di prepotenze mediatiche, di abusi di potere e di leggi su misura. Un'Italia che non ne può più di un esecutivo indeciso a tutto e di un capo di Stato che incarna l'Anti-Stato. Anche la Lega non potrà non tenerne conto, nella fase che si apre di qui al termine della legislatura. Non si può più governare con l'Intifada azzurra di Berlusconi e con i Responsabili di Scilipoti. Il voto di ieri dimostra che questo Paese merita molto di più, e molto di meglio.



(Da: La Repubblica, 17 maggio 2011)