TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 giugno 2011

Sandro Lorenzini, Inaugurazione spazio d'arte

Sergio Giuliani, La Teora


Un racconto di Sergio Giuliani. Una storia minima, intessuta col filo dei ricordi, dalla dolcezza un pò triste dei fiori secchi conservati fra le pagine di un libro.



Sergio Giuliani

La Teora



Suo padre si chiamava Eteocle: ovvio che avesse uno zio Polinice. Chissà dove erano stati pescati questi nomi, visto che libri e scuola erano assolute rarità. Nonna Ida e sue sorella Laurina erano per questo chiamate “le Téore” Nonna parlava un italiano incantevole – alle elementari imparai a memoria “Davanti San Guido” e la “Signora Lucia” mi sembrò lei – per dolci inflessioni senesi e per lessico che m’è rimasto, ricchissimo e figurale. Il nonno aveva imparato a leggere da solo, confrontando suoni e scrittura ed era un lettore accanito. Il tempo libero, poco davvero, lo trascorreva con “Il nuovo corriere”, quello di Bilenchi, fra le mani e malgrado i fastidi che aveva agli occhi, lo leggeva davvero tutto. Quel giornale sapeva di eresia (Togliatti lo volle chiudere) forse perché aveva una linea “socialista”, intendo ideologica, non di partito) e il nonno si prendeva i lazzi di tutto il paese, rosso fuoco, allora, che lo chiamava saragattiano.

Gran cacciatore, quando le gambe non lo sostennero più, alla radio e,tardi, alla televisione ascoltava, con la Tèora, tutte le opere liriche: le conoscevano tutte, davvero ed io restai a bocca aperta quando, una sera, con l’orecchio alla radio, canticchiarono per intero qualcosa di a me remoto come la “Linda di Chamonix”.

La Tèora era una brava sarta ed aveva ragazze “a scuola”. Si inorgogliva di aver fatto gli abiti di scena alla Lina Pagliughi e alla Toti Dal Monte, in tournée a P. Ma non solo: visto che aveva una gran bella voce intonata e che conosceva tutto il repertorio, venne assunta, in alcune occasioni, a rimpolpare il coro, merce costosa forse allora come adesso.

Raccontava le favole in modo suadente, coi gesti semplici ed appropriati e con la voce studiata ad effetto. Non risparmiava gli accenti drammatici, imitando vento,lupi ed altro, ma poi tutto si liberava in una gran risata.

Ebbe tredici figli, ma solo tre sopravvissuti, uno fino a diciotto anni; gli altri due fino a vecchiaia. Due soli i nomi: Dino, che ebbe però,di dieci anni maggiore,Dario) e Dina. Una sola volta furono contemporanee due bimbe e apparve il nome Zola, proprio lo scrittore,perché aveva difeso Dreyfus e fu nome dato a molte bambine. Lo zio che ho conosciuto, naturalmente Dino, ha avuto come secondi nomi Francesco Ferrè, ovvero il martire anarchico Francisco Ferrer.

Dario glielo riportò il nonno a braccia, dilaniato dallo scoppio di un ordigno da usare in quel cruento crogiolo che fu il biennio rosso valdelsano, per l’ultimo respiro. Mia madre ricordava nettamente la tremenda sofferenza del ragazzo morente e la tragedia che colpì la casa. L’officina del nonno fu sequestrata e lui, credo, finì anche in carcere
L’altro,ora unico figlio maschio, era alieno,per carattere, dall’agire violento, anche se le idee politiche erano quelle di casa. Era Dario, più grande, che insisteva perché andasse a scuola, alle “Arti e mestieri” di C. e Dino ebbe una “Wolsit” per non andare a piedi alle serali, perché lavorava nella “bottega” del padre. I fascisti non lo picchiarono mai,che io sappia e, a sentirlo parlare dopo decenni di quel periodo, diceva che fu un terribile sbaglio la “confusione”.

Diede impulso all’attività del padre e degli zii consociati progettando e realizzando impianti per distillare le vinacce, in abbondanza nel Chianti. Ormai anziano, si costruì per hobby un torchio per farsi il vino, con un precisissimo “clic-clac” (come diceva lui),ovvero il complesso pezzo meccanico che trasforma il moto alternativo orizzontale delle braccia che spingono un’asta in pressione verticale sulla massa d’uva.

A vent’anni, costruì da solo l’acquedotto per villa Guicciardini di Cusona,lavorando “da sole a sole” a scavar fossati e a sistemare tubi (mia madre gli portava il canestro col pranzo). Il Conte lo prese in considerazione. Tanto che gli offerse ospitalità in villa, a lui ed ai familiari, quando P. era continuamente bombardato e cannoneggiato (fu perso e ripreso dai tedeschi che qui resistettero a lungo agli alleati). Cusona è ancor oggi la splendida villa che appare alla vista, su un dolcissimo colle, a chi percorra la carrozzabile Empoli-Siena, dopo Castelfiorentino e Certaldo. Oggi soltanto comproprietà dei Giucciardini, ha ospitato spessissimo le vacanze dell’ex premier inglese Blair.



Dino non dà adito a provocazioni; lavora il più tranquillamente possibile. Finchè il podestà chiama nonna Tèora e la offende dicendo che è stufo dei fastidi (!!!!) che gli dà la famiglia “briscola” e che deve provvedere. Nonna Ida, senza perdere, immagino, la dolcezza dei gesti e della voce, risponde ricordando il nome corretto della famiglia e che il podestà non deve canzonare ed offendere una famiglia che vive soltanto di onesto e duro lavoro. Credo che gli abbia cantato, al fascista presuntuoso ed approfittatore (altro che ideali!) proprio le giuste rime. Ricordo ancora che venne a casa amareggiata, ma davvero per nulla battuta. Quasi dispiaciuta perché il podestà era stato insolente e lei aveva dovuto reagire.

Durò poco: Dino fu mandato al confino di polizia a Mercogliano (!!!) ,in provincia di Avellino. L’offerta d’acquisto si fece asfissiante e il nonno,meno sensibile della moglie,disse “Piuttosto di svendarla a lei, la brucio!”. Ebbe l’dea di costituire una società con alla presidenza mio padre (!!!) il quale risiedeva a Savona,era ferroviere e per nulla al mondo si sarebbe interessato di una azienda. Ma c’era da sostenere la famiglia di mia madre e da far dispetto al V.,podestà.

Il 25 luglio ’43 la famiglia F. era a Cusona, in un’ala della fattoria. Io ricordo il “labirinto” di siepi di bosso, il busto in bronzo del figlio del Conte morto bambino e una terrazza su P. di dove vidi i bombardieri americani scaricare bombe su P.; vidi il treno fermarsi e la gente scappare come formiche. Zia Z. e mio padre, in bicicletta, scesero in paese,per notizie, e papà, fattosi dare una pala, salvò il suo amico fornaio perché lo sentì lamentarsi; forse appena in tempo..
Una sera, in villa,ci fu agitazione e batter di stivali. Nell’androne il Podestà sbraitava: tutti i sovversivi di P. sono rifugiati qui con la vostra compiacenza: ma deve finire. E giù un elenco di famiglie conosciute di P. che per sfuggire ai continui bombardamenti erano fuggiti nelle fattorie delle colline circostanti, ma questa volta disse, sia pur con rabbia, il cognome della famiglia della nonna. “Vostra” si rivolgeva al Conte Guicciardini, che non fu quasi mai visto, ma era osso troppo duro per un ometto collerico e stivalato, ma toccava alla fattoressa, un bel viso ampio, sereno, toscano, appena penombrato da questa villana sciarrata. Noi eravamo intorno e nessuno fiatò. Era sicuramente subito dopo il 25 luglio, quando il nonno aveva gelato la festa e, davanti a tutti, riuniti alla gran tavola quadrata di spesso marmo, aveva preannunciato che cominciava il peggio e che era bene che tutti si rifugiassero; figlio e nipote sul Montemaggio partigiano; figlia e genero a S., dove c’era casa e il lavoro. Disse anche; chissà se e quando ci saremmo rivisti. Per tutti i venti mesi, solo un messaggio cilestrino della Croce Rossa che, a richiesta, spiegava che la famiglia stava bene.



C’erano, sullo scalone della villa, due poltrone in cui si erano accomodati Umberto e Margherita ospiti dei conti: Le poltrone erano barrate con un festone e c’era anche una scritta. Avevamo ordine di non toccarle, ma quella sera ci arrampicammo sui sedili e mio cugino, forse per lo sforzo, ne irrorò una.
Quando la rivedemmo, nonna Ida era invecchiata: ci abbracciò forte per le paure trascorse e raccontava tutte le vicende, da favola cattiva. Ma ora suo nipote era sindaco e suo figlio lo avrebbe, la prossima tornata, rimpiazzato.La vita era ripresa e dai rottami di guerra (camion, bossoli di ottone e rame alti mezzo metro, aperti, distesi e messi ad uso) e dalle macerie era rinata la vita senza paure.

Hanno vissuto tanto, i nonni. La Tèora ebbe infine un ictus dolcissimo.( Nonna, quanti anni hai?- Non lo so, ma quando venne il secolo novo avevo venticinque anni._ Allora è facile, le dissi; adesso hai…..anni. – Scrivimelo su questo librettino delle preghiere,sennò me ne scordo.). Assistita dall’infermiera Antonietta, anche lei in qualche modo parente e poco più giovane di lei, cantava con voce piccola e dolcissimamente intonata, le “sue” opere. L’ultimo respiro fu per Antonietta: “O Ida, vu’ cantate che parete una paladina!” Ed era forse il canto che l’aveva condotta al porto di pace che aveva cercato e voluto con serenità.

Sergio Giuliani, insegnante appassionato e controcorrente, è stato per molti anni una delle voci libere della scuola savonese. Esperto d'arte, critico letterario, cura la pagina delle recensioni librarie del giornale "Il Letimbro".

mercoledì 29 giugno 2011

30 anni del Centro Studi A.G. Barrili







Il 29 Giugno 2011, Carcare, celebrerà un importante compleanno, il Centro Studi A.G. Barrili fondato nel 1981 festeggerà 30 anni di vita.
Un percorso culturale trentennale che, ha promosso Carcare e le sue iniziative oltre i confini delle valli del Bormida.

Il Centro Studi nasceva immediatamente dopo la conclusione dei lavori di restauro di Villa Maura, acquistata dal Comune di Carcare qualche anno prima dagli eredi della famiglia Barrili.
Una scelta amministrativa, voluta dalla giunta presieduta dal Sindaco Paolo Tealdi, seguita da vicino dall’Assessore Vittoriana Sardo Derapalino, rivelatasi ad oggi lungimirante garantendo alla cittadinanza un luogo dedicato per lo sviluppo e la diffusione della cultura e delle arti.

Museo e Archivio, periodicamente sotto la lente di ingrandimento della Soprintendenza ai beni Culturali, custodiscono un immenso patrimonio storico oggetto di continua valorizzazione.
In questo disegno si inserisce la presentazione del libro “La mano di Giove Sabazio”, un approfondimento monografico curato da Renato Breviglieri, dedicato allo studio di una statuetta in gesso raffigurante l’antica divinità conservata nel Museo Storico, unica copia esistente di un originale bronzeo rinvenuto nell’800 nella valle di Vado, regalato al Barrili dall’amico che la scoprì.

Il programma della celebrazione avrà luogo nei locali di Villa Barrili con inizio alle ore 18 e prevede la consegna di un riconoscimento alla Professoressa Vittoriana Sardo Derapalino; la donazione di due teche portabandiere per gentile concessione della Associazione Culturale A.G.Barrili di Cairo Montenotte; la presentazione del volume sopra citato. Contestualmente sarà possibile visitare il museo.

Mercoledì 29 Giugno ore 18.00 – Villa Barrili CARCARE

- Consegna riconoscimento Professoressa Vittoriana Sardo Derapalino
a cura del Centro Studi A.G. Barrili

- Donazione teche portabandiere risorgimentali
gentile concessione Associazione Culturale A.G. Barrili – Cairo M.tte

- Presentazione del libro “La mano di Giove Sabazio”
a cura dell’autore Renato Breviglieri (Centro Studi A.G. Barrili)

Eudes de Saint-Amand, cavaliere del Limosino



Ottava parte della storia dei Gran Maestri Templari

Guido Araldo

Eudes de Saint-Amand, cavaliere del Limosino, sovrano Maestro dal 1171 al 19 ottobre 1179

Prima di assurgere al rango di “sovrano maestro”, Eudes de Saint-Amand era stato maresciallo e visconte del regno di Gerusalemme.
Una personalità molto controversa, alla quale venne addebitata la perdita della città di Tiro, importante base navale.
Lo storico Guglielmo da Tiro, autore dell’Historia rerum in partibus transmarinis gestarum (Storia delle imprese d'Oltremare), nota anche come Historia belli sacri verissima (Storia fedele della Guerra Santa), lo definì rozzo monaco, che avrebbe dovuto fare l’eremita e non ergersi a guida dei Templari.
La tradizionale conflittualità tra i Templari e il re di Gerusalemme continuò con Eudes de Saint-Amand, che nel 1172 rifiutò di sottoporre alla giustizia del re un cavaliere templare accusato di aver ucciso un emissario del Vecchio Montagna, capo della “setta degli Assassini”. In quell’occasione, non senza arroganza, il “sovrano maestro” asserì che soltanto il papa poteva sottoporre a giudizio un Templare!
La situazione migliorò con la morte di Amalrico, allorché a cingere la corona di Gerusalemme fu Baldovino IV: il re lebbroso.
Anche il quadro politico generale era mutato: a Damasco era morto Noradino e l’autorità di Saladino ora si estendeva anche sulla Siria. Si andava concretizzando l’incubo peggiore per i domini latini d’Oltremare: stretti in una tenaglia, un’autentica morsa, con un unico perno.
Le conseguenze di una simile situazione non si fecero attendere: nella primavera del 1177 Saladino lanciò una grande offensiva contro i possedimenti cristiani in Oriente e investì Ascalona con 20.000 turchi Mammalucchi.
Re Baldovino IV accorse a contrastarlo con forze nettamente inferiori: 3.000 fanti e 375 cavalieri, tra i quali 80 templari, con il Gran Maestro schierato in prima linea a guidare la carica.
Fu allora che uno scrittore dell’epoca paragonò i Templari ad angeli sterminatori. L’urto fu tale che i Saraceni sbandarono e si dettero alla fuga.
Ma il Saladino trasse esperienza da quella battaglia!
L’anno successivo tese una trappola ai Templari, in Giordania, in una località nota come Marj Ayun, dove riuscì a catturare Eudes de Saint-Amand.
In seguito il Saladino propose uno scambio di prigionieri, rinunciando a un cospicuo riscatto; ma lo stesso Eudes de Saint-Amand si oppose, affermando che un templare deve vincere o morire, e non può e non deve aspettarsi nulla in caso di cattura.
Un uomo raro, tutto di un pezzo, per il quale “lex est lex, sed dura lex!” E la legge dell’onore impediva a lui, sconfitto, di accettare qualsiasi compromesso per la sua liberazione.

Guglielmo da Tiro, ostile ai Templari poiché esentati da tutte le tasse, riferì che Eudes de Saint-Armand, cavaliere orgoglioso e arrogante, fu messo ai ferri e morì di tortura a Damasco, il 30 giugno 1179.
Ma alcuni atti ufficiali mettono in dubbio la documentazione di Guglielmo da Tiro, giacché nel 1179 risulta che Eudes de Saint-Armand ratificò un’importante donazione all’Ordine del Tempio da parte di Renaud, signore di Margat. Un altro documento, datato febbraio 1179, riguarda la sottoscrizione di un accordo con Roger de Molins, “sovrano maestro” degli Ospedalieri di San Giovanni. Documenti che sottintendono una liberazione di Eudes de Saint-Armaind e il ritorno alle sue prerogative di “sovrano maestro”.
Tutti questi documenti lasciano supporre che, alla fine, fu liberato seppure senza alcuna contropartita. Probabilmente era ammalato e, infatti, morì quello stesso anno e il Saladino non desiderava trovarsi tra i piedi un ingombrante cadavere, esaltato come un eroe.
Il “Necrologio di Reims” pone la data della sua morte al 19 ottobre 1179, senza precisare se in cattività, in combattimento o quant’altro.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)






Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

martedì 28 giugno 2011

Chiomonte, Valle Susa: "Poi in mezzo alla nebbia dei lacrimogeni sono arrivati a sgomberare"


Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo questa corrispondenza dalla Valle Susa. "F." è uno degli avvocati che sostengono il movimento NO TAV.


"F."


Poi in mezzo alla nebbia artificiale dei lacrimogeni sono arrivati a sgomberare...

E’ tarda mattinata. Sono a casa. Sento quasi come il dovere di scrivere cosa è accaduto questa notte nella “libera Repubblica della Maddalena”. Non mi piacciono i resoconti. Ma qui è necessario farlo.

Ieri sera una bellissima fiaccolata sì è snodata da Chiomonte alla Maddalena: una bellissima, suggestiva fiaccolata. Chi dice duemila persone, chi dice tremila. I numeri per me contano poco: eravamo tantissimi.

Poi a mezzanotte e mezzo riunione di noi legali con gli amministratori presenti. Tutti i 5 Stelle che conosciamo e tanti altri. Si parla di strategie. Quando arriva la polizia va avanti un legale per mostrare una raccomandata che abbiamo fatto a mezzo mondo per diffidare dall’attaccare, ritenendo noi l’opera illegittima. Poi gli amministratori cercheranno il dialogo. Tante parole, ma in realtà dentro di noi sappiamo che non ci sarà spazio per alcuna mediazione.

Attaccheranno e finirà lì. Intanto arriva la notizia che alle 4 le forze di polizia si riuniranno ad Oulx, in alta valle. Si parla di duemila poliziotti, più mezzi di vario tipo.

Cerco di dormire un po’, ma la tensione è troppa. Me ne vado in giro per la Maddalena. C’è Marco Revelli, c’è Giulietto Chiesa, c’è Paolo Ferrero. C’è una lettera di Don Ciotti e tanti altri che invita a non usare la forza.

Arrivano le cinque. Noi legali siamo divisi in tre gruppi. Io sono in quello della barricata sotto alla Maddalena, a fianco dell’autostrada. Alle cinque giunge la notizia che l’autostrada è chiusa. Segno che arriveranno da lì. Ma forse non solo.

Raggiungiamo la barricata. Io con la mia raccomandata in mano che terrò fino alla fine. Fa una strana sensazione un’autostrada chiusa perché sai che arriveranno duemila poliziotti. E di più non possiamo neppure vederli perché giusto alla Maddalena l’autostrada entra in un tunnel.

Verso le sei sbuca dal tunnel un mezzo tipo Guerre Stellari. Un mostro con una enorme pinza. Sappiamo che è quello destinato a divellere la barricata. Dopo poco ne abbiamo la prova: sgretola come se nulla fosse le barriere in plexiglass dell’autostrada. Avessi voglia di fare delle battute direi che sta arrecando un grosso danno al demanio.

Intanto arriva la notizia che la polizia è anche giù alla centrale dell’AEM. Segno che se salgono su di lì e nel contempo rompono dall’autostrada, noi facciamo la fine dei topi.

Ma alla centrale consegnano ai miei colleghi un’ordinanza prefettizia che intima lo sgombero di tutte le aree, non solo quelle dedicate al cantiere, ma anche quelle della Maddalena. Neanche il tempo di ragionare sul contenuto dell’ordinanza che il mostro stellare torna all’attacco, supportato dagli idranti. Ma non può fare più di tanto perché sulla barricata c’è tanta gente aggrappata. La situazione è di stallo. Ci domandiamo: “useranno mica i lacrimogeni?”.

Trascorre poco tempo e abbiamo la risposta. Una pioggia di lacrimogeni ci fa arretrare fin sul piazzale della Maddalena. Ma i lacrimogeni cadono anche qui. Lacrimogeno significa “che genera lacrime”. Ci avete mai pensato? Tempo dieci minuti e siamo tutti ridotti allo stremo. Io ho il fazzoletto intriso di sangue che mi cola dal naso e non vedo più nulla. Ci barrichiamo dietro un camper. In un momento di relativa calma, esco allo scoperto e vedo all’inizio del piazzale, in mezzo alla nebbia artificiale, tanti piccoli e grandi Robocop. E’ finita, ragazzi.

Una parte del popolo No Tav si disperde su per la montagna, noi andiamo a trattare la resa: si dice così?

Ad un “comandante” della polizia riporto la frase di un loro sindacato: “la polizia interviene dove la politica ha fallito”. Mi dice “l’ha detto lei”, come per dire “non si dovrebbe arrivare a questi punti”. Improvvisamente rivedo i poliziotti, come me li immaginavo nei giorni scorsi: l’ultimo anello di una catena. Il braccio esecutivo. La conta finale parla di quattro poliziotti feriti (secondo chi dirigeva le operazioni) e un No Tav portato via a forza dopo che aveva fatto esercizi di yoga sopra la galleria e poi era sceso sull’asfalto praticamente nudo e con le mani in alto.

Mentre me ne vado getto uno sguardo alla mensa, ripenso alle sere in cui si diceva e si credeva “sarà dura”. Ed improvvisamente mi sento privo di forze e malinconico.

Telefonano gli amici: “come stai? come è andata?”. E’ andata come sapevamo dentro di noi che sarebbe andata.

In cielo continua imperterrito un elicottero della polizia a sorvolare l’area. Dietro, ma in realtà a tanta distanza, distinguo tre aironi in formazione . Li indico ai compagni. La vita continua. La lotta per un mondo migliore anche. E non è retorica.

lunedì 27 giugno 2011

Da vedere: Tutti per uno


Vedendo questo film lieve, ma di grande impatto emotivo, viene da pensare che forse davvero solo i bambini potranno salvare un Occidente tanto ricco quanto disperatamente prigioniero del suo egoismo.



Paolo Mereghetti

Tutti per uno
Bambini alleati in una storia di amicizia senza retorica


Perché in Italia non siamo capaci di fare film così? Così simpatici e piacevoli, ma anche così ancorati alla realtà, così capaci di rileggere con gli strumenti del cinema (qui, l’andatura della commedia) gli snodi a volte dolorosi e tragici della nostra società. E così ben interpretati. Perché? La domanda non è facile retorica: la vitalità di una cinematografia si misura pochissimo dai «capolavori» e molto di più dai film come questi, ambiziosi nel progetto ma anche contenuti nella produzione, con qualche volto riconoscibile (qui Valeria Bruni Tedeschi e, per lo spazio di una posa - di una scena - Hyppolite Girardot)ma senza il bisogno di far ricorso alle facce popolari della televisione, che inevitabilmente finiscono per trasformare la recitazione in «esternazione», in «spettacolo».

Tutti per uno di Romain Goupil (infedele ma azzeccata ri-titolazione per l’originale Les Mains en l’air, le mani in alto, il cui senso si capirà solo alla fine del film) è una commedia adolescenziale che però affronta un tema per niente leggero o futile, come l’espulsione dei «sans papiers», i clandestini «senza documenti». E lo fa ribaltandone l’ottica: non dalla parte degli adulti ma da quella dei figli, che con le espulsioni rischiano di perdere i compagni di scuola. Il film è infatti ambientato in un istituto elementare del diciottesimo arrondissement di Parigi, quartiere popolare verso nord, quello con Pigalle e il Sacré-Coeur, dove l’immigrazione ha una presenza importante. E quando Blaise, Alice, Claudio e Ali non vedono più il compagno Youssef, costretto a tornare nel Paese d’origine per seguire la famiglia espulsa, cominciano a pensare a come evitare la stessa sorte a Milana, figlia di immigrati ceceni anche loro a rischio espulsione.

Naturalmente il film non cancella i comportamenti dei grandi: ci sono le assemblee dei genitori, l’impegno delle maestre e la decisione della madre di Blaise e Alice, Cendrine, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, di prendersi in casa Milana, per spacciarla come una specie di «figlia» di fronte ai poliziotti che setacciano il quartiere. E ci sono anche le diverse posizioni «politiche» degli adulti, che si intrecciano con i legami affettivi e le tensioni matrimoniali: la «dura e pura» Cendrine non condivide la linea compromissoria del marito (interpretato dallo stesso regista) che vorrebbe chiedere aiuto a un vecchio amico che lavora in comune («sempre favori!»), per non parlare della posizione «reazionaria» del fratello Rodolphe (Girardot).

Ma questo «teatrino delle idee» non prende mai il sopravvento sulla storia, che si può permettere anche una lunga divagazione vacanziera, con i ragazzi in Bretagna a divertirsi e a cementare la loro amicizia, mentre il film si prende i tempi necessari per raccontarci il carattere di Cendrine, la sua determinazione «civile» e insieme la sua lealtà verso i figli e i loro amici. Così che, al ritorno dalle vacanze, quando i fatti precipitano, la paura per l’espulsione di Milana aumenta e i ragazzi mettono in atto il loro piano - nascondersi con la loro amica in un posto segreto e sicuro - e il comportamento della madre non sembrerà allo spettatore strano così come potrà apparire al marito o alle forze dell’ordine.

Anche perché in primo piano ci saranno sempre le azioni dei quattro piccoli «ribelli» e del quinto amico che non li ha potuti raggiungere: le paure dei genitori, l’apprensione delle insegnanti, la rabbia della polizia (che sembra incapace di risolvere il caso), persino la reazione dei media che iniziano a registrare altri casi simili, non sono mai al centro del racconto, sono mostrati «di sponda», lasciando al centro la determinazione e anche un po’ l’irresponsabilità dei piccoli fuggiaschi. Così che il tono del film non è mai quello dello spaccato sociale ma piuttosto della commedia infantile (viene da pensare alla Guerra dei bottoni), con il suo necessario corollario di simpatia, di allegria e di antiretorica.

E il fatto che tutta la storia sia raccontata in flashback da una Milana ormai integrata e coi capelli bianchi, che a volte nemmeno si ricorda bene quello che era successo in quei giorni concitati, finisce per dare al film un ulteriore senso di ironico distacco, non tanto dalla drammaticità dei fatti polizieschi ma della centralità del tema immigrazione: quello che all’inizio del Duemila sembrava uno scontro di civiltà da affrontare con la forza delle espulsioni, nel 2067 (quando l’invecchiata Milana si rivolge allo spettatore) finisce per essere un ricordo di un periodo della vita. Turbolento forse, ma certamente superato e ormai dimenticato.

(Da: Il Corriere della Sera del 31 maggio 2011)


domenica 26 giugno 2011

Il ministro Tremonti ovvero la politica come scherzo


Per Wikipedia uno "scherzo (o burla o anche beffa) è una situazione creata per produrre un effetto umoristico o comico prendendosi gioco di qualcuno, oppure è un semplice parlare per il gusto del divertimento, senza dare l'importanza normale alle parole".



Massimo Gramellini

Il secondo comma


Invoco la protezione celeste e la nostra umana vigilanza sulla bozza Tremonti per la riduzione dei costi della politica, affinché non cada vittima della maledizione del secondo comma. Se ogni legge italiana avesse soltanto il primo comma, saremmo la nazione più civile della Terra. In esso riposa il principio universale, la regola chiara, il termine inderogabile. Purtroppo il primo comma procede sempre in coppia con un altro che contiene gli appigli a cui ci si potrà aggrappare per vanificare quanto solennemente decretato due righe più sopra. La bozza Tremonti sancisce che i parlamentari non possono essere pagati meglio dei loro colleghi europei: sembra un’ovvietà, invece è una mezza rivoluzione. Poi però aggiunge che l’adeguamento al ribasso scatterà «dalle prossime elezioni».

Campa cavallo. Veniamo alle auto blu. Qui il primo comma è un inno alla sobrietà: «La cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc». Ma è contraddetto dal secondo: «Le auto a oggi in servizio possono essere utilizzate fino alla loro dismissione o rottamazione». Morale: per adesso se le tengono tutte. E i famigerati benefit? Svaniranno «dopo la scadenza dell’incarico». «Durante» no. E vedrete che anche sul «dopo» si troverà modo di aggiungere un comma più ragionevole. Ma il capolavoro sono i finanziamenti alla Casta, che vengono drasticamente «ridotti del…». Qui il ministro, in preda a uno scoraggiamento preventivo, ha lasciato la cifra in bianco. Ben sapendo che i legislatori inseriranno una percentuale pari alla stima che noi nutriamo nei loro confronti: zero.



(Da: La Stampa del 25 giugno 2011)

Notturni di_versi 2011




notturni di_versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne


L’ ATTESA
2.8. 9.21.23 LUGLIO > PORTOGRUARO( VE)
28 GIUGNO > FOSSALTA DI PORTOGRUARO (VE)


attesa
[at-té-sa] s.f.
· 1 Lasso di tempo che intercorre tra il preannuncio di un evento e il suo verificarsi: a. di una notizia; stato d'animo di chi aspetta: a. penosa sala d'a., sala d'aspetto
· 2 (spec. pl.) Ciò che ci si attende SIN speranze, aspettative: le vostre a. sono andate deluse



Il tema di notturni di_versi 2011 è l’attesa. Ma cos’hanno a che fare la poesia, e l’arte in generale, con l’attesa? Ben poco se la intendiamo nel senso di uno stato di passiva inattività, molto se invece l’assumiamo come un tendere a... , come una condizione di attivazione protesa verso ciò che pu? avvenire.

L’attesa si può infatti intendere a partire da due diverse prospettive, una di chiusura nella difesa della proprie posizioni consolidate, si tratta in tal caso di un’attesa che ci consuma, come quella del Tenente Dogo nella fortezza Bastiani, e l’altra invece protesa verso la creazione di un orizzonte da tenere aperto e nel quale ciò o colui che sta per venire possa trovare spazio.

L’attesa implica quindi un lavoro cronologicamente orientato verso il futuro. E' in tal senso che si parla di attesa in ambito religioso ma che intendiamo anche la maternità come un’attesa. L’attesa allora non va disgiunta da un concetto che apparentemente le si oppone, quello di sorpresa.

Già Eraclito affermava che “chi non si aspetta l’inaspettato non scoprirà la verità”, questo perchè anche il sorprendente deve trovare uno spazio in cui possa presentarsi a noi, e senza una tale disposizione passerebbe inosservato. A nostro avviso quindi il ruolo della poesia e dell’arte sta proprio nel tenere aperto questo orizzonte di attesa in cui anche l’inatteso possa darsi.




notturni di_versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne L’ ATTESA

2.8. 9.21.23 LUGLIO > PORTOGRUARO( VE)
28 GIUGNO > FOSSALTA DI PORTOGRUARO (VE)



Martedì 28 giugno
Fossalta di Portogruaro (VE) – Cortino del Castello di Fratta

Ore 21.00 MUSICHE
sbiZZa e la MicrOrchestra – presentazione cd Tinamo
Le Cose Sicure – presentazione Pieghevole per pendolare precario
nell’ambito del Festival Jazz Pjazza

Sabato 2 luglio
Portogruaro (VE) - Vivai Bejaflor Viale Udine, 34

Ore 21.30 READING
Reading poetico «Camminando, Camminando» con Roberto Cescon, Andrea Comina, Stefania Crozzoletti, Roberto Ferrari, Piero Simon Ostan, Tomislav Vrecar
musiche a cura del Porto del Jazz
in collaborazione con il Festival itinerante internazionale di Poesia «Acque di Acqua»

in serata NUTRI_MENTI
Rinfresco a cura del Vivaio Bejaflor

Venerdì 8 luglio
Portogruaro (VE) – Studio Arkema

Ore 21.30 ESPOSIZIONI
Inaugurazione mostra personale di Tizzi da Gorizzo

a seguire INCONTRI
Presentazione libro «365/terzo» di Giovanni Tuzet, Raffaelli Editore

Sabato 9 luglio
Portogruaro (VE) – Galleria d’arte contemporanea Ai Molini e dintorni

Ore 21.30 ESPOSIZIONI
Inaugurazione «Libri di_versi 3» poeti e artisti espongono libri oggetto
a cura di Silvia Lepore e Sandro Pellarin

a seguire READING
Reading sull’acqua dei poeti partecipanti a «Libri di_versi 3»
musiche a cura di Michele Spanghero

Giovedì 21 luglio
Portogruaro (VE) – Parco della Pace

Ore 21.30 INCONTRI
L’attesa
Incontro con Alberto Garlini

Ore 22.15 READING
Voci Reading poetico con Guido Cupani, Alessandra Frison, Giulia Rusconi, Anna Toscano
a cura di Piero Simon Ostan e Roberto Cescon

Ore 23.00 MUSICHE
Jumbo Geisha in concerto

In serata: NUTRI_MENTI
Rinfresco e degustazione vini - Azienda Agricola Piccinin di Belfiore di Pramaggiore

Sabato 23 luglio
Portogruaro (VE) – Parco della Pace

Ore 21.30 TEATRALITA’
«Tempeste» con Stefano Rota dell’associazione teatrale Kairos
tratto da La tempesta di Shakespeare

Ore 23.00 READING
Voi ch'ascoltate - Reading poetico - 8a edizione-
«L’attesa»
Presenta Renzo Cevro-Vukovic – musiche a cura del Porto dei Benandanti

In serata NUTRI_MENTI
Rinfresco e degustazione vini - Azienda Tomasella di Pramaggiore

Apertura esposizioni

Dal 9 luglio al 23 luglio: Libri di_versi 3 poeti e artisti espongono libri oggetto

Dal 8 luglio al 7 agosto: Personale di Tizzi da Gorizzo presso Studio Arkema

IN CASO DI MALTEMPO L’EVENTO DEL 28 GIUGNO AVRA’ LUOGO PRESSO L’AUDIOTORIUM “DON A. TONIATTI” VIA I. NIEVO, 20
TUTTI GLI ALTRI EVENTI PRESSO LA SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI PORTOGRUARO


sabato 25 giugno 2011

Leader contadini assassinati in Amazzonia




Il 22 dicembre di ventitre anni fa veniva ucciso Chico Mendes, sindacalista e ambientalista brasiliano che dedicò la vita alla difesa dell'Amazzonia e dei suoi abitanti. Anche se i media non ne parlano più quella lotta continua, come continuano nell'indifferenza generale gli assassini dei leaders contadini. Perchè non va mai dimenticato che si tratta della lotta dei piccoli agricoltori amazzonici contro le grandi compagnie.


Il 24 maggio, gli attivisti ambientali Cláudio José Ribeiro da Silva e Maria do Espírito Santo, sono stati uccisi vicino alla loro casa nel sud-est dello stato del Pará, nella regione della foresta amazzonica del Brasile. Erano leader del Consiglio Nazionale dei Lavoratori estrattive (CNS), che raccolgono la gomma in foresta e storicamente si battono contro la deforestazione. Tre giorni più tardi è stato ucciso di fronte ai suoi familiari Adelino "Dinho" Ramos, il presidente del Movimento Camponeses Corumbiara, associazione di piccoli agricoltori amazzonici che si batteva contro le compagnie del legno. Ramos era sfuggito nel 1995 a un massacro in cui erano rimaste uccise 13 persone.

Il clima nell'Amazzonia brasiliana si è fatto sempre più teso a causa degli prezzi delle materie prime, e del conseguente alto valore dei terreni. La lobby agricola spinge con forza per un allentamento del Codice forestale che consenta di eliminare ampie fette di foresta pluviale per fare spazio a colture e pascoli. Il Codice forestale prevede che agricoltori e allevatori possano abbattere solo un quinto della foresta nei loro terreni, e ne debbano mantenere l'80 per cento intatta, anche se questa norma è largamente ignorata.

Secondo la Commissione Pastorale della Terra (Comissão Pastoral da Terra) 393 persone sono state uccise nelle controversie legate alla proprietà della terra tra il 2000 e il 2010, di cui in Rondonia. I colpevoli sono raramente puniti.

Gli ambientalistricordano l'uccisione del leader dei raccoglitori di gomma Chico Mendes nel 1988 all'assassinio di gomma-martelletto, che si batteva a diffondere una maggiore consapevolezza sulla deforestazione in Amazzonia, e nel 2005 l'uccisione di suor Dorothy Stang, una suora americana che si opponeva al disboscamento illegale e all'occupazione illegale di terre da parte dei latifondisti.







L'industria del legno continua ad essere una causa diretta della deforestazione significativo nella regione amazzonica. Altri attori sono i grandi proprietari terrieri che abbattono la foresta per creare nuovi pascoli per il bestiame grazie anche ai finanziamenti del governo brasiliano attraverso la banca statale brasiliana di sviluppo, BNDES, e alimentati dalle grandi multinazionali della carne. Il Brasile è già il principale esportatore mondiale di carne bovina e il governo brasiliano ha stabilito l'obiettivo di raddoppiare esportazioni di carni bovine entro il decennio.

Altri interessi industriali, come l'espansione delle piantagioni di soia per la produzione di mangimi e del biodiesel, l'estrazione del ferro e della bauxite, e le centinaia di progetti infrastrutturali, come la diga idroelettrica di Belo Monte in Pará, che minacciano di distruggere centinaia di migliaia di persone ettari di foreste, assieme alla loro preziosa biodiversità.

Questo è il quadro in cui il Congresso brasiliano si appresta a varare uno dei disegni di legge più controversi proposto negli ultimi anni: la riforma del codice forestale, proposta dal deputato Aldo Rebelo. Il disegno di legge è stata approvata dalla Camera dei Deputati, la camera bassa del Congresso brasiliano, il 24 maggio - il giorno stesso del brutale omicidio di Cláudio José Ribeiro da Silva e Maria do Espírito Santo.



Il codice forestale prevede, tra le altre disposizioni, che i proprietari debbano mantenere una certa percentuale di foresta nativa nella loro proprietà, come una "riserva legale", che non può essere abbattuta. Questa percentuale varia dal 20% nella Mata Atlantica (la foresta pluviale costiera) all'80% nella regione Amazzonica. Inoltre, il Codice prevede la categoria di aree protette permanenti (PPA) per le foreste in zone particolarmente sensibili, quali argini dei fiumi e le cime e pendii collinari. Per esempio, a seconda della larghezza di un fiume, il Codice stabilisce che una fascia di almeno 30 metri lungo le sue sponde debba essere protetta dalla deforestazione. La stragrande maggioranza degli agricoltori non rispettano le disposizioni del Codice Forestale. La situazione è più grave quando si tratta delle grandi proprietà terriere dell'industria agroalimentare in Amazzonia. Quasi nessuno dei proprietari ha rispettatol'obbligo di preservare l'80% della copertura forestale sulle loro proprietà come riserva legale. Questo è diventato sempre più evidente ora che le agenzie federali brasiliane hanno intensificato i conrtolli.

La riforma proposta da Vice Rebelo, prevede l'amnistia per i proprietari terrieri che hanno disboscato illegalmente zone che erano tenuti a proteggere al luglio 2008. E prevede la riduzione delle riserve legali e KDT, aprendo la strada ad ulteriori deforestazioni.

Dieci ex ministri dell'ambiente brasiliani hanno scritto al Presidente Dilma Rousseff e al leader del Congresso Nazionale chiedendo di fermare la modifica del codice forestale. Tra loro, Carlos Minc (ministro dell'ambiente del Brasile dal 2008 al 2010), Marina Silva (2003-2008), José Carlos Carvalho (2002-2003), José Sarney Filho (1999 -2002) Krause Gustavo (1995-1999), Henrique Brandao Cavalcanti (1994-1995), Rubens Ricupero (1993-1994), Fernando Jorge Coutinho (1992-1993), José Goldemberg (1992) e Paulo Nogueira Neto (1973-1985). Gli ex ministri avvertono che il passaggio frettoloso di una versione modificata del codice potrebbe riaprire la strada alla deforestazione.

http://www.salvaleforeste.it/

venerdì 24 giugno 2011

Acqua e NoTav: difesa e riappropriazione dei beni comuni




Documentari di Paolo Saglietto a San Biagio della Cima





ASSOCIAZIONE AMICI DI FRANCESCO BIAMONTI
IN COLLABORAZIONE CON
COMUNE DI SAN BIAGIO DELLA CIMA
PROVINCIA D'IMPERIA
REGIONE LIGURIA

ITINERARI DI LETTERATURA
SETTIMA EDIZIONE 2011

VENERDI 24 GIUGNO
ORE 21,00
CENTRO POLIVALENTE "LE ROSE"
SAN BIAGIO DELLA CIMA (IM)


DOCUMENTARI DI PAOLO SAGLIETTO

LA LETTERATURA

INTERVENGONO

MARCO SAGLIETTO, SIMONA MORANDO, ANDREA FALCIOLA


Paolo Saglietto (1924-1973), grande e non abbastanza ricordato documentarista e autore di cortometraggi, nato a Imperia e attivo negli anni '60 e primi anni '70, regista anche di un lungometraggio per l'infanzia. L'aFB ha voluto riscoprire questa figura, che gode di una maggiore attenzione fuori dalla Provincia di Imperia, dopo l'importante presentazione della sua opera fatta presso il DAMS il giorno 11 maggio 2011: a seguito della visione dei suoi documentari si è anzi deciso di proporre al pubblico due serate su Saglietto, una dedicata alla sua produzione relativa alla letteratura e all'arte, quella appunto del 24 giugno, e una dedicata più specificatamente al paesaggio, anche urbano, della Liguria di Ponente, che avrà luogo il Primo luglio.





A presentare i documentari di Saglietto ci saranno Andrea Falciola, che si occuperà di introdurne la figura e di evidenziarne gli aspetti più propriamente filmici delle sue pellicole, e Simona Morando, che si occuperà invece delle questioni letterarie sottese alla proiezione: i documentari in visione il 24 luglio, infatti, riguardano, tra gli altri, le figure di Pavese, Fenoglio, e del grande artista figurativo Gino Rossi.




giovedì 23 giugno 2011

Da leggere: Drea



Un romanzo di mare, ambientato tra Monterosso e la Corsica, passando per Livorno, Genova, Marsiglia, intriso di sapori mediterranei e conradiani. Una storia avvincente, scritta con un linguaggio essenziale e incisivo. Un libro da leggere.
Ne proponiamo la prima pagina.

Drea

Il colore del mare era di un cobalto così intenso come può esserlo solo nelle prime giornate di primavera battute dalla tramontana.
Avevano iniziato a caricare il léudo che era ancora notte: montavano su uno scalandrone di legno rizzato a poppa e vi facevano rotolare i caratelli pieni di vino, che poi svuotavano nelle grosse botti sottocoperta.

Quel vino era destinato ad un mercante livornese, così Drea si era unito all’equipaggio ed aveva offerto il proprio aiuto in cambio di un passaggio per raggiungere lo zio nel porto toscano.
Con la brezza di terra la barca avrebbe preso facilmente il largo. Quando il léudo fu carico, fu issata l’antenna e la vela latina si gonfiò, così la pesante barca si allontanò lentamente da riva.
Drea si portò a prua e iniziò a recuperare la cima dell’ancora, che per l’abbrivio non faceva resistenza; nel frattempo Nicola, data volta alla scotta nella galoccia a poppa, si affrettò a raggiungerlo. In un intreccio di mani, alternativamente agguantavano la gomena resa scivolosa dall’acqua, uno di fianco all’altro, spalla con spalla.

Nicola era un uomo forte, il più forte del paese: non alto, tarchiato, dal collo tozzo e possente e con braccia dure e robuste come se fossero state tornite nel legno santo. Diceva di essere così vigoroso perché appena nato, il padre lo aveva lavato nel vino, ancor prima di essere asperso con l’acqua benedetta del battesimo.
Un sorriso sarcastico si delineava sul suo viso quando si rivolgeva a qualcuno con fare arguto e provocatorio. Incalzava i suoi interlocutori accompagnando le frasi con un leggero gesto del braccio e della spalla, come se dovesse affondare dei colpi di lotta...

- Che dici Drea, eh, avrai fatto la scelta giusta? Sgranare la coroncina del rosario non è così faticoso come salpare il ferro...
Le parole di Nicola lo riportarono a quella fredda mattina di gennaio, quando era andato da don Francesco per dirgli che avrebbe lasciato il seminario.
Era prima dell’alba e le donne che dovevano andar per le terre o al bosco, passavano in chiesa frettolose e infreddolite; entravano a testa bassa, curve, piegate più per le fatiche quotidiane che per il peso della solennità che le attendeva.
Anche Drea quella mattina aveva un peso di cui doveva liberarsi. Come spiegare a don Francesco il motivo di quella scelta? Come avrebbe reagito, proprio lui che sognava per il valente discepolo una fulgida carriera ecclesiastica, alla decisione di rinunciare ai voti e ad un percorso già segnato, vivamente sostenuto dalla nobile famiglia dei marchesi Saporiti.

Finita la messa, nella sacrestia, aiutò il sacerdote a spogliarsi dei paramenti ed attese il momento opportuno per confessarsi. Lo fece appena furono soli, velocemente e quasi sottovoce.
- Ho lasciato il seminario...
Drea appoggiò la cotta sul bancone, fingendo di ripiegarla.
A don Francesco la notizia giunse alle spalle come una pugnalata.
- Cosa hai detto?
Si girò per cercare il suo sguardo, mentre Drea non riusciva ad alzare il volto, chino sulle vesti che aveva appena deposto.
- Che novità è questa? Non è il momento di scherzare!
Il tono di rimprovero usato dal parroco non lasciava dubbi sulla serietà della faccenda. Ora Drea lo guardava, per cogliere un gesto, un’espressione, sperando che quel rimprovero si tramutasse in comprensione.
- Non sono stato mai così convinto! Fino ad ora gli altri hanno deciso per me, ma adesso voglio essere io responsabile delle mie scelte!

Don Francesco gli mise una mano sulla spalla.
- La morte di tua madre ti ha sconvolto, mio caro. Lascia che la tua vita segua il corso che Dio le ha impresso scegliendo per te la via del sacerdozio.
Lo sguardo di Drea si fece più intenso e i muscoli del suo volto si contrassero, provocando una smorfia ed un leggero tremore al labbro superiore.
- Non è stato Dio! In questa scelta, Dio non c’entra.
Si ritrasse per staccarsi dalla presa del parroco e proseguì con voce alterata.
- Le colpe degli altri hanno deciso per me. Ho saputo tutto, anche dell’uomo che ha pagato per riscattare l’offesa!
- Taci! Non rispetti neppure la morte di tua madre? Sei in peccato parlando in questo modo!
Le parole del parroco, acute e stonate, lo toccarono come un pugno di sassi gettato ad un cane dilaniato dalla fame. Sentì l’impulso di fuggire. Ormai aveva deciso.
- Se Dio vorrà, lo servirò in altro modo.

Drea sapeva di aver fatto la scelta giusta, anche se in paese molti, come Nicola, erano perplessi perché mai nessuno aveva abbandonato le comodità riservate ai preti per imboccare una vita di fatiche. Era vero: la vita di mare si era imposta ai suoi compagni, non l’avevano scelta. Ma per lui era diverso.
- Ci vuole più forza per sgranare un rosario con vera fede che per salpare l’ancora, e poi lo devi fare in latino ... – disse Drea sorridendo a Nicola.
- Se si mantiene quest’aria, saremo al Tino tra tre ore e a Livorno col buio - tagliò corto Nicola.



Gli autori

Adriano Basso (La Spezia, 1953). Docente di Filosofia al liceo Della Rovere di Savona. Cresciuto a Monterosso nelle Cinque Terre, da studente ha navigato come marinaio e ora continua a farlo sulle barche a vela.


Stefania Demartini (Savona, 1966). Docente di Lettere nella scuola media Giovanni XXIII di Spotorno.

Franco Paolo Oliveri (Genova, 1953). Docente di Storia e Filosofia del liceo Andrea D'Oria di Genova. Già bibliotecario e giornalista pubblicista, ha collaborato al Dizionario Biografico dei Liguri e ai periodici Resine e Urbs. Si occupa di storia e di cultura ligure.




Adriano Basso, Stefania De Martini, Franco Paolo Oliveri
Drea
Loffredo Editore, 2011
13,50 Euro

mercoledì 22 giugno 2011

Pubblicata l’opera Omnia di Barbo Toni Boudrìe



PRESENTAZIONE DEL LIBRO OPERA POETICA OCCITANA DI BARBO TONI BOUDRÌE A TORINO E A CUNEO



Pubblicata l’opera Omnia di Barbo Toni Boudrìe.

“Sentivo la lingua di mio padre e dei miei nonni farsi bandiera di ribellione [...] Amare il prossimo eppure lottare, il prossimo eppure la solitudine, la poesia e il silenzio, il paesello e l’infinito, la vita eppure la morte. Solo in dialetto è possibile” (dall’Introduzione di Boudrìe alla sua raccolta poetica Fràisse e Mèel, 1965).

Nel 1999, all’età di 78 anni, moriva Barbo Toni Boudrìe (Antonio Bodrero), il grande poeta occitano di Frassino in valle Varaita, nonché uno dei più importanti poeti piemontesi del ’900. Da molto tempo le sue principali raccolte poetiche erano fuori commercio e la sua originalissima opera rischiava di cadere nell’oblio di un mondo sempre più uniformato dalle lingue ufficiali. Ora finalmente le edizioni Bompiani pubblicano, nella prestigiosa collana “Il pensiero occidentale” (diretta dal filosofo Giovanni Reale), la sua Opera poetica occitana.

Si tratta di un volume di 1070 pagine, curato da Diego Anghilante, che comprende le raccolte poetiche stampate dallo stesso Boudrìe, le poesie pubblicate su riviste e pubblicazioni varie, quelle inedite e quelle giovanili. Ogni componimento è corredato da un ampio apparato di note volte a presentare il complesso rapporto del poeta con la lingua occitana e a spiegare le sue concezioni filosofiche e teologiche. L’edizione completa dell’opera occitana di Boudrìe è preceduta da una lunga introduzione sulla sua vita e sulla sua poetica, e seguita dagli apparati critici dedicati alle grafie occitane utilizzate, al glossario dei termini più importanti o più rari, alla bibliografia di e su Boudrìe.

Le prime presentazioni sono in programma nelle seguenti città:



a Torino, Circolo della Stampa - Palazzo Ceriana Mayneri in Corso Stati Uniti 27 giovedì 16 giugno 2011 alle ore 17.30, relatori: Giovanni Tesio (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Goria (Centro Studi Piemontesi, Torino) e Diego Anghilante.


A Cuneo - Salone d’onore del Municipio in Via Roma 28 mercoledì 22 giugno 2011 alle ore 17.30, relatori: Gianni Martini (direttore redazione cuneese de La Stampa), Francesco Tomatis (Università di Salerno) e Diego Anghilante.


A Saluzzo - Sala della Cassa di Risparmio di Saluzzo in Corso Italia 86 venerdì 24 giugno alle ore 17.30, relatori: Gianpiero Boschero (presidente associazione Lou Soulestrelh), Aldo Ponso (giornalista) e Diego Anghilante.


A Dronero - Espaci Occitan - ex caserma Beltricco in via Val Maira 19 martedì 28 giugno alle ore 17.30, relatori: Rosella Pellerino (Responsabile Linguistico Culturale di Espaci Occitan), Fulvio Romano (collaboratore de La Stampa) e Diego Anghilante.





Antonio Bodrero (Barbo Toni Boudrìe) è forse il più grande visionario della poesia dialettale del Novecento. Nella sua opera aleggia un sentimento panico della natura, un animismo cristiano che coglie in ogni minimo fenomeno l’epifania del Dio evangelico, la conferma del suo amore verso le creature. Posseduto dal dono della trasfigurazione, Boudrìe vede attraverso la poesia come tutto nell’universo si allacci e si tenga, in un concatenarsi analogico che fa della poesia un cammino, una draio (sentiero), un segmento visibile nell’infinito devolversi dell’immaginazione umana. E tutto ciò giocando magistralmente con una parola sempre reinventata, potenziata, scavata nelle sue radici antiche. Attraverso la poesia di Boudrìe la lingua della minoranza occitana in Italia ha compiuto un salto epocale: da dialetto disprezzato e destinato all’estinzione a lingua aulica, sublime, vertigine di mistero capace di parlare non solo all’occitano che riscopre la propria identità alienata, ma, nel suo respiro universale, all’umanità intera.
Con Boudrìe – come già era avvenuto con Mistral nell’Ottocento – l’antica lingua d’oc dei trovatori esce dal sonno di tanti secoli bui e ritrova prodigiosamente lo splendore delle corti duecentesche.

Nel presente volume è raccolta tutta l’opera poetica occitana di Boudrìe, da quella pubblicata dallo stesso autore in volumi o su riviste a quella inedita e giovanile. Essendo egli uno di quei poeti che, per parafrasare Nietzsche, “tra l’altro hanno anche dei pensieri”, ogni componimento ha richiesto un vasto apparato di note volte a presentare il suo complesso rapporto con la lingua occitana e a spiegare le sue concezioni filosofiche e teologiche.
L’edizione critica dell’opera occitana di Boudrìe è preceduta da un’ampia introduzione sulla sua vita e sulla sua poetica, e seguita dagli apparati critici dedicati alle grafie occitane utilizzate, al glossario dei termini più importanti o più rari, alla bibliografia di e su Boudrìe.





Philippe de Nablus, il primo "palestinese"


Settima parte della storia dei Gran Maestri templari



Guido Araldo

Philippe de Nablus, il primo "palestinese"



Philippe de Milly o de Nablus, cavaliere nato Nablus, fu il primo “palestinese” a ricoprire la carica di sovrano Maestro del Tempio, tra il 1169 e il 1171

Philippe de Milly era figlio di un cavaliere della Piccardia giunto in Oriente ai tempi della Prima Crociata al seguito di Goffredo di Buglione. Fu il primo e unico “sovrano maestro” ad essere nato in Terrasanta: suo padre, infatti, era “barone di Nablus”.
Quando Philippe entrò nell’Ordine del Tempio era vedovo di Isabella, figlia di re Baldovino III: particolare che attesta la sua importanza nel baronato locale. E aveva anche dei figli: un maschio di nome Ranieri e due femmine.
La sua nomina a Gran Maestro fu caldeggiata dalla corte di Gerusalemme; poi, appena consacrato, il nuovo “maestro sovrano” accorse a difendere la fortezza di Gaza, dominio templare, minacciato dal nuovo signore dell’Egitto: Saladino (nome latinizzato di Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi).



Nonostante i Templari fossero poco più di un manipolo, la fortezza resistette ai ripetuti assalti nemici, e al Saladino non restò che sfogare la sua rabbia mettendo a ferro e a fuoco la fertile campagna circostante popolata da molti contadini franchi.
Un importante documento firmato da Philippe de Nablus, con il re di Gerusalemme, riguarda la concessione di privilegi commerciali a marinai pisani: i più attivi in quegli anni sulle coste levantine.
Nel 1170 varie località della Siria furono sconvolte da un violento terremoto, che indusse il sultano Noradino a chiedere una tregua nel persistente stato di belligeranza tra Cristiani e Musulmani.
Molti storici sono concordi nel ritenere che sotto la sua guida l’Ordine del Tempio raggiunsero grande fama e onore, configurandosi come il “Carroccio della Cristianità”:

Ignoto è il motivo che indusse Philippe de Milly alle dimissioni da “sovrano maestro del Tempio” nel giorno di Pasqua dell’anno 1171.
Non si chiuse in un convento. Probabilmente pensava che fosse giunto il tempo per lui di deporre la spada e dedicarsi alla diplomazia.
Morì l’anno successivo a Costantinopoli, dove si era recato in qualità di nuovo ambasciatore del Regno di Gerusalemme. Dettaglio che attesta come fosse rientrato nei ranghi dell’alta aristocrazia di Gerusalemme.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

martedì 21 giugno 2011

Corno d'Africa: carenza d'acqua, migrazioni e scontri tribali


Per il ministro Maroni, che evidentemente rimpiange i campi-lager di Gheddafi, gli sbarchi a Lampedusa sono in aumento perché la Libia non avrebbe un governo in grado di occuparsene. Ma, come dimostra l'articolo che pubblichiamo, la guerra in Libia non è che la causa ultima delle migrazioni. La causa remota, e profonda sta nell'iniqua distribuzione delle risorse, a partire dall'acqua.

Corno d'Africa: carenza d'acqua, migrazioni e scontri tribali


La carenza di acqua al confine tra il Kenya e l'Etiopia sta contribuendo all'aumento di scontri tribali, in particolare tra i Turkana del Kenya e le tribù etiopi Dassanech, Nyangatom e Mursi. Il cosiddetto Corno d'Africa è un punto caldo del cambiamento climatico, soggetto a inondazioni, siccità e carestia. Un numero sempre più crescente di precipitazioni, la deforestazione e l'erosione del suolo si stanno verificando in contemporanea al rapido aumento della popolazione e alla limitatezza di risorse di terra e acqua.

Il cambiamento climatico risulta evidente dall'aumento delle temperature regionali di 2 gradi Fahrenheit dal 1960, e si prevede un ulteriore aumento di altri 2-5 gradi entro il 2060. Questa è la desertificazione del Corno d'Africa. Inoltre, è stato riconosciuto che in Africa orientale (in particolare Etiopia, Kenya e Somalia) è in atto una vera e propria crisi alimentare.

Situazione ulteriormente aggravata dalla nuova diga "Gilgel Gibe III" in costruzione in Etiopia lungo il fiume Omo. Una volta completata, la diga sarà il più grande progetto idroelettrico a sud del Sahara. Se da una parte tale costruzione fornirà energia elettrica in Egitto, Sudan, Gibuti, Kenya, Uganda, e persino Yemen, allo stesso tempo ridurrà il flusso del fiume Omo, minacciando la sopravvivenza di 800.000 membri delle tribù locali.

Otto milioni di persone semi-nomadi nel sud dell'Etiopia e nel Kenya settentrionale dipendono dalle acque del lago Turkana per il proprio sostentamento. Il lago Turkana ottiene il 90% delle sue acque dal fiume Omo, ma negli ultimi anni, il lago si sta praticamente ritirando in Kenya. La causa sta nella decisione dell'Etiopia di costruire dighe a monte, deviando a nord l'acqua del fiume Omo, lontano dal confine Etiopia-Kenya. Le consistenti deviazioni di acqua per l'irrigazione e l'evaporazione sono fattori determinanti per la diminuzione del flusso del fiume Omo. Coloro che seguono stili di vita pastorali dipendono dalla localizzazione delle sorgenti di acqua e la scarsità accende il conflitto. Di conseguenza, le tribù semi-nomadi etiopi come i Dassanech, i Nyangtom e i Mursi stanno seguendo il corso d'acqua e quindi si trovano in conflitto con le tribù pastorali del Kenya.



In Etiopia:
Per le tribù dell'Omo, il fiume rappresenta una via di comunicazione con gli dei. Anche la tribù Nyangatom dipende dal fiume Omo per il proprio sostentamento. Se espandono le proprie coltivazioni agricole, rischiano di entrare in conflitto con i Turkana. I Nyangatom, allevatori di bestiame, si sono armati per proteggere le proprie risorse di terra e acqua. Dall'altra parte del confine etiope, gli sfollati contano sull'assistenza del governo e sugli aiuti esteri, pur rimanendo nella povertà ed essendo colpiti dall'espropriazione. Una donna ha affermato che le armi che il governo etiope ha fornito loro sono inutili senza proiettili, e che lei e molti altri sono rimasti vulnerabili agli attacchi. Le consistenti deviazioni di acqua per l'irrigazione e l'evaporazione sono fattori determinanti per la diminuzione del flusso del fiume Omo.

In Kenya:
Nella prima settimana di maggio, i combattimenti al confine tra Kenya ed Etiopia hanno provocato 34 morti. Dopo che decine di membri di tribù etiopi hanno aggredito e ucciso il capo della polizia di frontiera del Kenya, John Nunyes, un parlamentare del Kenya, ha visitato la comunità dei Turkana. Ha parlato per conto dei Merille, che sono stati sfollati a causa dei Turkana, i quali si sono trasferiti di quindici chilometri. Tra gli effetti di questa migrazione, ha citato la perdita di pascoli e di accesso all'acqua, a scapito di contadini e pescatori. "Non possiamo avere una situazione in cui i keniani vengono sfollati e diventano rifugiati all'interno del loro stesso Paese".

La risposta della comunità internazionale alla siccità in Africa orientale è stata quella di inviare alimenti come il mais, che però non possono essere consumati crudi e richiedono grandi quantità di acqua per essere cucinati. Inoltre, non si è considerata adeguatamente la situazione a lungo termine di dipendenza dagli aiuti, la mancanza di infrastrutture, ecc. Jan Egeland ha definito la risposta umanitaria alla siccità "salvare la vita della gente oggi in modo che possano morire domani."

L'incapacità di affrontare i problemi dell'uso non sostenibile dell'acqua attraverso l'irrigazione e la costruzione di dighe a monte è un altro fattore che ha portato all'aumento del numero di conflitti causati dalla scarsità d'acqua. La sfida è quella di creare e attuare politiche sensibili atte a favorire e incentivare l'uso sostenibile delle acque del fiume Omo e del lago Turkana. Purtroppo però, le soluzioni non sono per niente semplici. L'interazione tra i conflitti tribali e le esigenze mutevoli delle tribù pastorali nel contesto della desertificazione dell'Africa orientale aggiungono un ulteriore livello di complessità alla situazione.


(Post originale: Water Scarcity and Conflict at the Ethiopia-Kenya Border, di Arrianna Marie Coleman. Ripreso dal Sojourner Project e da Futurechallenges.org )

lunedì 20 giugno 2011

Arte del XXI secolo, mensile di arte e cultura




E' disponibile il nuovo numero della rivista "Arte del XXI secolo" contenente fra l'altro saggi e servizi su la Parigi di fine Ottocento, la storia dell'Islam, il Duomo di Monreale, la storia della Pop Art, Picasso, Van Gogh, la musica nel risorgimento.


La rivista, che viene distribuita gratuitamente, può essere richiesta al seguente indirizzo:



Perfomedia: 24-26 giugno Ponte Nossa (BG)

domenica 19 giugno 2011

Nostalghia: Andrej Tarkovskij e la Russia sognata in Italia





SAPIENZA UNIVERSITA’ DI ROMA
FACOLTA’ DI FILOSOFIA,LETTERE,SCIENZE UMANISTICHE, STUDI ORIENTALI


BIBLIOTECA DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE MODERNE


Nostalghia: Andrej Tarkovskij e la Russia sognata in Italia



20 giugno 2011 ore 18.00 - 20.00



SALA CONSULTAZIONE – VILLA MIRAFIORI

Progetto a cura di: Luigi D’Angelo e Draga Rocchi

In occasione dell’anno di gemellaggio culturale tra Italia e Russia, la Biblioteca di Lingue e Letterature straniere moderne, in collaborazione con la Cattedra di Estetica del Professor Edoardo Ferrario, organizza un incontro dedicato al regista russo Andrej Tarkovskij.
Argomento d’analisi sarà il rapporto del regista con la sua patria d’origine – la Russia – sentita come madre e come luogo dell’anima, tra ricordo e sogno. Per valorizzare il legame speciale che Tarkovskij ha avuto con l’Italia si è scelto di concentrare l’attenzione sul suo film del 1983 Nostalghia, realizzato nella campagna senese, nel periodo di esilio dalla Russia, causato dalla censura imposta al regista dal regime sovietico.
È prevista la proiezione di alcune scene del film di Andrej Tarkovskij, Nostalghia (1983) e la lettura di alcuni brani del suo libro Scolpire il tempo.

Partecipano:


- Edoardo Ferrario (docente di Estetica, Sapienza Università di Roma)

- Rita Giuliani (docente di Lingua e Letteratura russa, Sapienza Università di Roma)

- Rosetta Messori (artista/fotografa)


Modera l’incontro Draga Rocchi Seguirà un dibattito

sabato 18 giugno 2011

Vancouver: un bacio in mezzo alla guerriglia




Non aggiungiamo commenti a quelli che già girano sul web e sulla stampa. E' una bella foto e questo per noi è sufficiente.

venerdì 17 giugno 2011

Le mille radici del vento


Dove soffia il vento della "primavera" araba?

Marina Forti

Le mille radici del vento


La mappa disegnata nell'XI secolo dal geografo arabo Muhammad al Idrisi rappresentava il mondo allora conosciuto attorno al mare Mediterraneo in modo capovolto: sopra i paesi dell'Africa e Vicino Oriente, sotto quelli europei. Sponda nord, sponda sud: dipende dal punto di vista. La mappa di Al Idrisi è una di quelle che Margherita Paolini (giornalista e coordinatrice scientifica di LiMes) ha presentato ieri in conclusione del convegno organizzato dal manifesto e dalla rivista Oil per riflettere sulle «primavere arabe». Dove relatori venuti da tutte le sponde, protagoniste delle rivolte, blogger, attivisti, documentaristi, registi hanno raccontato le rivolte dall'interno cercando di riflettere sul protagonismo delle donne, sul ruolo dei nuovi media, sulle domande fondamentali poste dalle rivolte arabe: il contenuto della democrazia, lo scontro tra laicità e fondamentalismo, la cittadinanza in un mondo globalizzato.
Bisogna però guardare anche alle ragioni strutturali delle rivolte arabe: sono un momento di modernizzazione capitalista? Il punto di vista capovolto di Al Idrisi è una buona introduzione: oggi nelle carte geografiche la convenzione mette sopra il nord e sotto il sud, ma «nel Mediterraneo si vanno disegnando circuiti di investimenti sud-sud», dice Paolini, mostrando un'altra mappa, attualissima: gli investimenti dei paesi del Golfo in porti, infrastrutture commerciali e petrolifere dal canale di Suez all'Algeria e il Marocco, in una corsa all'egemonia sul Mediterraneo visto come via di passaggio est-ovest. Poi quella della struttura demografica («molti analisti oggi mettono la percentuale di popolazione tra i 18 e 30 anni tra i fattori di «rischio paese»).
Guarda alle rivolte arabe nel contesto geo-politico Gian Paolo Calchi Novati (esperto di colonialismo e decolonizzazione, professore di storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici all'università di Urbino). Alla fine della Guerra fredda, la posta in gioco del «nuovo ordine mondiale» sono le risorse, gli asset strategici, dice, parla di rivolte dagli esiti ancora incerti. Descrive l'intervento occidentale in Libia come «la Suez del '2000», attraverso cui l'Europa (anzi, l'asse franco-britannico) vuole tornare in gioco nel potere mondiale. Lucia Annunziata (giornalista, ex direttrice del Tg3, coordinatrice del comitato scientifico della rivista Oil) parla di «grande confusione» nella politica estera degli Stati uniti: e sottolinea come le rivolte arabe, con la loro richiesta di democrazia, il protagonismo delle donne e dei giovani, di internet hanno spiazzato un'amministrazione Obama che stava cercando di rimettere insieme i cocci ereditati dalla «guerra permanente» del suo predecessore.



Samir Amin

Samir Amin torna a restringere il campo per mettere meglio a fuoco la rivolta egiziana - e i problemi che solleva. Economista egiziano, conosciuto internazionalmente come teorico dello sviluppo ineguale, oggi dirige il Forum du Tiers Monde a Dakar in Senegal, da cui è intervenuto in videoconferenza. In Egitto, dice, «protagonisti della rivolta sono stati in primo luogo giovani che si sono ripoliticizzati», piccola borghesia urbana, la classe operaia protagonista di frequenti scioperi a partire dal 2007, i piccoli contadini che si sono visti espropriare le terre (la «contro-riforma agraria»). Vogliono «la democratizzazione della società, che non si esaurisce solo in elezioni un po' più trasparenti; una politica economica e sociale più equa, e infine una politica nazionale non asservita all'alleato americano, soprattutto sulla questione dell'espansionismo di Israele». Parla di una lotta politica aperta, e del «blocco reazionario» che lavora contro la democratizzazione: in cui include, insieme all'alta borghesia reazionaria legata al vecchio partito quasi-unico di Mubarak, o agli agrari, anche i Fratelli musulmani «partito a torto considerato di opposizione: è reazionario sotto il profilo economico e sociale, è stato tollerato e sostenuto dal vecchio regime». Attenzione alle trappole, conclude: «Bollare di islamofobia ogni critica all'islam politico è come accusare di antisemitismo ogni critica alla politica di Israele».
I giovani «ripoliticizzati» di Samir Amin inducono qualche ottimismo in Zvi Schuldiner, docente al Sapir College in Israele, militante pacifista e della sinistra israeliana ed editorialista del manifesto. Dagli anni '90 «siamo stati dominati dalla politica della paura: paura degli arabi che ci attaccano, che invadono l'Europa. In nome della lotta al terrore, cioè della paura, è stato giustificato il terrorismo di stato ed è stata cancellata la questione sociale».





(Da. Il Manifesto del 12 giugno 2011)

giovedì 16 giugno 2011

Bertrand de Blanquefort, templari e bizantini


Sesta puntata della storia dei Gran Maestri templari

Guido Araldo

Bertrand de Blanquefort



Bertrand de Blanquefort, cavaliere originario della Guyenna, fu il settimo sovrano Maestro del Tempio, dal 1156 al 2 gennaio 1169
La sua consacrazione a “sovrano maestro” fu rapida, con il pieno sostegno di tutto il Capitolo templare.
Immediatamente Bertrand de Blanquefort si adoperò nel promuovere un’immagine nuova dei Templari: non soltanto rudi monaci combattenti, ma raffinati guardiani dei luoghi santi.
Più che un guerriero, nonostante avesse partecipato a molte battaglie, Bertrand de Blanquefort fu un abile riformatore.
Per prima cosa chiese al papa di poter essere definito “Gran Maestro del Tempio per grazia di Dio”: dicitura che restò ai suoi successori.
Bertrand de Blanquefort entrò ufficialmente nella Storia delle Crociate il 2 novembre 1156 come mediatore degli accordi tra Baldovino IV, re di Gerusalemme, e l’ammiraglio della flotta pisana, la più attivava a quei tempi nel Mar di Levante.

Il 19 giugno dell’anno successivo il sovrano maestro dell’Ordine del Tempio fu fatto prigioniero sulle rive del Giordano con 87 suoi cavalieri, durante uno scontro con le soverchianti truppe di Noradino, sultano di Damasco.
Bertrand de Blanquefort riacquistò la libertà due anni dopo e guidò la toccante processione di 6.000 prigionieri cristiani, liberati con lui, che si riversarono piangenti verso Gerusalemme.
Si dice che a pagare il cospicuo riscatto per la sua liberazione contribuì anche l'imperatore di Costantinopoli.
Quando nel 1163 il nuovo re di Gerusalemme Amalrico tentò la conquista dell’Egitto, Bertrand de Blanquefort non seguì il re a meridione verso la valle del Nilo, ma accorse a settentrione, nella valle dell’Oronte, per contrastare Noradino (Nour-ed-Din), sultano di Damasco, che cercava di approfittare della situazione per espandersi verso il Principato di Antiochia e la Contea di Tripoli. Beomondo III d’Antiochia e Raimondo III di Tripoli, accorsi a difendere i loro domini, erano stati sconfitti e catturati nel corso di una terribile battaglia.
Fu proprio grazie ai Templari, sostenuti da rinforzi francesi giunti provvidenzialmente sul campo di battaglia, a respingere cotanta minaccia. Tra quei nuovi cavalieri c’era anche Guido da Lusingano, futuro re di Gerusalemme.
L’offensiva dei Crociati s’interruppe però ad Harenc, dove caddero 60 Templari in una carica memorabile.
Fu proprio in occasione di questi eventi che insorsero gravi contrasti tra il re di Gerusalemme e i Bertrand de Blanquefort. Appena rientrato dall’Egitto, il re lo accusò per non averlo sostenuto nella spedizione in Egitto e lo pose sotto processo con l’accusa di codardia e disubbidienza ai suoi ordini.
In quell'importante campagna Amalrico aveva vinto due battaglie, ma era stato costretto alla ritirata allorché Dirgham, sultano fatimide dell’Egitto, aveva ordinato di rompere le dighe del Nilo, allagando la regione.
Tale era la collera del re nei confronti dell’Ordine del Tempio che, appena giunto a Gerusalemme, fece impiccare dodici cavalieri accusati di aver abbandonato una fortezza in balia delle forze siriane, invece di difenderla fino alla morte.
Ma Bertrand de Blanquefort non era il tipo da chinare il capo davanti a qualcuno, fosse anche il re. E così, ancora una volta, si rifiutò di seguire Amalrico quando intraprese una nuova campagna verso l’Egitto nell’anno 1167.
Proprio in questa occasione risale la prima grave divisione tra Templari e Ospedalieri, che da allora divennero famosi come “i fratelli nemici”. Gli Ospedalieri si schierarono senza riserve al fianco del re, mentre i Templari gli voltarono le spalle fieri della loro indipendenza.
Ancora una volta la spedizione fu inconcludente, nonostante Amalrico fosse riuscito a conquistare la città di Alessandria con l’aiuto di Pisani e Genovesi e avesse imposto pesanti tributi in tutta la regione del delta.
L’anno successivo, il 1168, Amalrico e l’imperatore di Costantinopoli, ora parenti poiché il re di Gerusalemme aveva sposato la nipote dell’imperatore Maria Comnena, tentarono congiuntamente l’impresa.



Anche in questo frangente gli Ospedalieri scesero in campo con entusiasmo a fianco del re (pare, anzi, che furono proprio loro a convincerlo nel tentare una terza invasione), mentre i Templari si ritirarono sdegnosi nei loro alloggiamenti.
Fatale fu la fretta dei Crociati, che si misero in marcia nel mese di ottobre, senza attendere i rinforzi che dovevano giungere da Costantinopoli. Venne occupata la città di Bilbeis, dove gli abitanti furono massacrati o venduti come schiavi, ma l’esercito con le croci al vento non riuscì a raggiungere il Cairo.
Dapprima il sultano, spaventato, offrì un tributo di due milioni di pezzi d'oro per convincere gli invasori a tornarsene in Terrasanta. Ma la proposta fu respinta con sdegno. E accadde allora ciò che il re di Gerusalemme non aveva previsto: alle sue spalle giunse l’esercito di Noradino, partito da Damasco! I nuovi venuti erano riusciti ad eludere la sorveglianza dei Templari nella valle del Giordano, marciando nei deserti della Perea e del Sinai. E così, ancora una volta, il re di Gerusalemme fu costretto a una precipitosa ritirata.
L’avventura si concluse con lo scambio di feroci accuse reciproche, tra Crociati e Bizantini, tra Ospedalieri e Templari.
I Crociati accusavano i Bizantini di eccessiva lentezza: quando già erano in vista dei minareti del Cairo si aspettavano di veder apparire le insegne amiche di Costantinopoli e non quelle ostili di Damasco! I Bizantini rinfacciavano ai Latini di essere stati troppo precipitosi e di non aver atteso nemmeno che i rispettivi ambasciatori, firmatari dell’alleanza, rientrassero in patria, com’era stato stabilito.
Il Gran Maestro degli Ospedalieri fu travolto dalle critiche, soprattutto per non essersi opposto alla carneficina di Bilbeis, e fu costretto a dimettersi e a lasciare l’Oriente.
Per quanto riguardava Bertrand de Blanquefort, al re di Gerusalemme mancò il tempo di muovergli roventi accuse: morì mentre l’esercito crociato rientrava in Terrasanta con le insegne abbassate.
In Europa, intanto, i Templari avevano ottenuto ulteriori privilegi da papa Alessandro III. La loro fama era alle stelle! Erano noti come “i salvatori della Terrasanta”, per aver impedito a Noradino la conquista di Gerusalemme e del Santo Sepolcro, mentre lo sprovveduto Amalrico tentava invano di raggiungere il Cairo. Sul loro conto proliferavano molte leggende, tutte positive: il vento volubile della fama e della gloria, in quei giorni, spirava a loro favore.
Per quanto scarsa la documentazione, Bertrand de Blanquefort è citato in un atto di re Baldovino III il 27 maggio 1155.



Ma c’è un passaggio noto a pochi!Fu probabilmente Bertrand de Blanquefort ad istituire nell’Occidente Cristiano la congregazione segreta dei “Fedeli d’Amore”, quinta colonna in Europa dei Cavalieri Templari. Congregazione della quale sarebbe stato partecipe lo stesso Dante Alighieri.
Non è da escludere che, in origine, ad ideare i “Fedeli d’Amore” sia stato il solito abate di Chiaravalle; tre erano i pilastri che avrebbero dovuto sostenere la Cristianità e l’ideale di una “nuova Europa”: il braccio armato dei Templari, l’afflato mistico religioso dei Cistercensi e le conoscenze esoteriche dei “Fedeli d’Amore”!
Ai “Fedeli d’Amore” erano partecipi “Figli di Salomone” o “Maestri di Hiram”: scalpellini, carpentieri e architetti (i tre gradi della Massoneria: apprendisti, compagni d’arte e maestri) artefici delle grandi cattedrali gotiche che proprio in quegli anni cominciarono a salire verso il cielo al centro delle più importanti cattedrali gotiche.
Corporazioni che presero il nome di Francs-Maçons (liberi muratori) quando il re di Francia decise di concedere loro importanti franchigie, come l’esenzione dal pagamento di dazi e gabelle, e che “andarono in sonno” ma non scomparvero, quando l’Ordine dei Templari fu soppresso nel sangue.
Il “Necrologio di Reims” indica come data della morte di Bertrand de Blanquefort il 2 gennaio 1169.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

mercoledì 15 giugno 2011

Presentazione di "Ricomporre Ipazia". Carcare, 16 giugno 2011



Atene: gli "Aganaktismenoi" (gli indignati)



E' con grande piacere che pubblichiamo questa corrispondenza da Atene di Mauro Faroldi, caro amico e vecchio compagno di tante battaglie.

Mauro Faroldi

Atene: gli "Aganaktismenoi" (Gli indignati)




La situazione economica in Grecia si aggrava di giorno in giorno, davanti a questo fallimento totale il governo e la borghesia greca stanno cercando la “salvezza della patria e dei greci” accelerando e intensificando il giro di vite sui lavoratori.

La Grecia è sull’orlo del fallimento

Ancora nel mese di febbraio, quindi poco più che tre mesi fa, il primo ministro greco Giorgio Papandreu, pur non negando le gravi difficoltà economiche, annunciava che ormai “la fine del tunnel era in vista”. È passato poco tempo e la Grecia è descritta, come probabilmente è, un paese sull’orlo del fallimento. Le parole del ministro che pochi mesi fa cercavano di rassicurare la popolazione si sono scontrate con la durezza granitica dei fatti.
La crisi si è aggravata e si aggrava. La disoccupazione, che da tempo ha le sue punte massime nella Macedonia Occidentale e le minime nelle isole dell’Egeo, è più che raddoppiata fra il 2008 e il 2010 passando dal 7,7% al 14, 5% . La sua crescita sembra non arrestarsi, i disoccupati hanno raggiunto il 15,1% della popolazione attiva nel gennaio 2011 e il 15,9 % nel febbraio, mentre la disoccupazione giovanile è intorno al 40%. Parliamo di dati ufficiali, in cui risulta occupato per le statistiche anche chi aveva un lavoro precario, magari di una settimana o meno, nel momento in cui vi è stata la rilevazione statistica. Con questi ritmi di crescita, con una media mensile di quasi lo 0,6%, è possibile che presto la Grecia raggiunga un tasso di disoccupazione superiore a un quinto della popolazione e possa superare la Spagna, la grande “malata” d’Europa su questo fronte.
Gli altri dati economici, non sono certo confortanti, come abbiamo già riportato su di un articolo precedente, la borsa ha chiuso l’anno scorso con una perdita generale del 40%. Continua a crollare la produzione industriale che è calata nel mese di marzo, dell’8% su base annua. I prezzi aumentano considerevolmente in tutti i settori dei trasporti (treno, autobus e metropolitana, autobus extraurbani, la benzina, i pedaggi autostradali), mentre l’aumento dell’IVA del 3%, in vigore da un anno, ha fatto lievitare i prezzi di moltissime merci. Ora sta andando avanti l’ipotesi di portare l’IVA al 23% anche nei generi alimentari, questo significa un aumento del 10% dei prezzi dei generi come pane, riso, verdura, carne, insomma sembra un ritorno alla famigerata tassa sul macinato i cui effetti sulla vita delle classi subalterne furono ben descritti nel romanzo “Il Mulino del Po” di Riccardo Bacchelli. Il capitalismo nel suo “inarrestabile progresso” sta tornando indietro, come un gambero, verso il XIX secolo.




A questa situazione non certo rosea, si sono sommate due valutazioni sullo stato della Grecia, quella della Moody’s del 7 marzo e quella dell’Agenzia Standar & Poor’s del 9 maggio, che hanno declassato l’economia del paese suscitando uno scossone economico (sentito anche dalle borse europee) e politico. Sono seguite una serie di dichiarazioni a livello europeo che sollecitavano la Grecia a fare di “di più”, ad accelerare le privatizzazioni, a vendere il patrimonio statale per garantire il pagamento della rata (12 miliardi di euro, in scadenza a giugno) del prestito contratto lo scorso anno per ripianare l’economia. Papandreu, dopo aver contestato la valutazione della Standar & Poor’s, ha fatto una dichiarazione che si riassume con queste parole “stiamo già tirando la cinghia, lasciateci in pace”. Una dichiarazione così, fra il depresso e il rassegnato, in un mondo guidato da capi di governo “brillanti”, “fiduciosi” e sempre con un sorriso a 32 denti, ci mostra meglio di tante analisi il clima che si respira in Grecia. Si chiedono privatizzazioni e nuovi sacrifici in cambio di “aiuti”. Il gioco è in mano agli eventuali acquirenti delle società da privatizzare, più che la Grecia affonda meno vale ciò che si vuole privatizzare. Per fare un esempio, la proposta di vendita, fatta dal governo, di una parte della OTE (la società telefonica di cui lo stato greco è ancora in parte proprietario) alla Deutsche Telecom, sembra momentaneamente arenata. La Deutsche Telecom, lamenta che il costo del lavoro pesa del 37% all’OTE, contro il 20% nella società telefonica tedesca. Il che vuol dire che per supplire questo handicap del 37%, un eventuale acquisto potrà essere fatto solo a un prezzo più basso di quello proposto dal governo greco, a meno che non si riesca a ridurre in brevissimo tempo il costo del lavoro in quest’azienda…. Si gioca al ribasso, e non si sa bene ancora cosa si potrà vendere per “raggranellare” i soldi e restituire i miliardi di euro di “aiuti” (un modo elegante per non dire strozzinaggio) ricevuti la scorsa primavera.
Una serie di dichiarazioni, fra cui quelle del premio nobel per l’economia Krugman, ci raccontano di una Grecia ormai per metà fuori dal sistema dell’euro. Non è possibile prevedere se questa uscita potrà avvenire. Ma sicuramente una scelta del genere è molto delicata perché metterebbe a rischio il sistema stesso creando un effetto domino sui paesi più deboli Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia.
Il commissario europeo alla pesca Maria Damanaki, sul suo sito internet, ha parlato, con una superficialità sconcertante, di un possibile ritorno alla dracma. La Damanaki nel 1973, giovanissima, è stata uno dei leader della lotta del Politecnico soffocata nel sangue dalla giunta militare, col ritorno alla democrazia, grazie al ruolo che aveva svolto al Politecnico si è costruita la sua carriera politica, una carriera politica che dallo stalinista Partito Comunista (KKE) attraverso una tappa intermedia nel Synaspismos (una coalizione di sinistra) l’ha vista approdare al PASOK, il partito socialista. Il suo ruolo in questo partito è stato sempre di secondo piano, c’è che dice che è stata mandata a Bruxelles solo per trovargli un posto.




Qui tutti l’hanno smentita direttamente o indirettamente, anche la segretaria del KKE, Aleka Papariga, in un’intervista telefonica all’emittente Antenna ha dichiarato che “la soluzione fuori dall’euro per tornare alla dracma in queste condizioni sarebbe una catastrofe” e ha interpretato le dichiarazioni della Damanaki come “un ricatto verso il popolo greco”. In questa situazione anche la posizione del KKE sempre stata contro “l’euro dei grandi monopoli” (come se bastasse una moneta “nazionale” a tenere a bada il capitalismo) è cambiata.
Il 27 maggio il presidente della repubblica Karolos Papulias ha presieduto una riunione con i rappresentanti di tutti i partiti parlamentari, ogni partito ha esposto le sue posizioni, ma l’ipotesi ventilata da qualcuno di un governo di “unione sacra” per salvare la Grecia non ha avuto spazio, a pensare che in Europa c’è chi è favorevole a una strada di questo tipo, sarebbe il modo migliore e più efficiente per far ingoiare ai lavoratori i tanti, tantissimi rospi che si stanno preparando.
Rospi che settori sempre più consistenti di lavoratori, pensionati, giovani studenti senza prospettive davanti, non vogliono più ingoiare.
Dal 25 maggio, ormai è una settimana dal momento in cui scriviamo, una moltitudine “assedia” il parlamento in piazza Syntagma ad Atene. La manifestazione, “senza bandiere di partito”, degli “indignati” è stata convocata tramite il web e sta avendo una partecipazione senza precedenti. Domenica 29 maggio i partecipanti erano sicuramente di più (la polizia ha parlato di 80.000 persone) del primo giorno quando già la manifestazione aveva avuto un grande successo. Contemporaneamente a Salonicco, sotto la Torre Bianca che è il simbolo della città, come in molte altre località della Grecia, si stanno tenendo manifestazioni analoghe.
Andando Atene davanti al parlamento, si capisce subito che, di là dell’insofferenza per la crisi e per delle istituzioni che hanno perso credibilità, è poco chiaro, fra i partecipanti, lo sbocco che potrà avere questa protesta. La stragrande maggioranza dei partecipanti alla protesta pensa ancora che il problema sia “salvare la Grecia” e che governo e parlamento non stanno facendo il loro dovere in questo compito. Siamo molto lontani da un minimo di coscienza di classe, anzi fra gli stessi partecipanti vi sono soggetti come padroncini e grossi bottegai rovinati dalla crisi che vorrebbero ritornare semplicemente “al prima”, cioè a sfruttare, facendo “decenti” profitti, i loro dipendenti. Ma accanto a questi, molto più numerosi troviamo, lavoratori, pensionati e giovani, sarebbe tanto settario quanto stupido non tenerne di conto. Lasciare che questa disponibilità alla mobilitazione si esaurisca senza tentare di allargare e far crescere alla coscienza di classe fra queste “masse attive” sarebbe per i rivoluzionari, o per chi almeno si sforza di essere rivoluzionario, regalare altre energie alla borghesia, sarebbe un altro treno perso. Un treno che partiti riformisti e borghesi, interessati a “mettersi alla testa del movimento” non intendono perdere, non a caso il 31 maggio l’Arcivescovo di Salonnicco era sotto la Torre Bianca a manifestare con gli “indignati”.



Mauro Faroldi (La Spezia, 1956), giornalista. Vive e lavora ad Atene.