TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 luglio 2011

Da leggere: Erri De Luca, Il peso della farfalla



Volete sapere come si fa ad assaggiare il sale delle stelle? Leggete "Il peso della farfalla" di Erri De Luca.Un libro di grande intensità poetica sulla vita, la morte, la solitudine.Ne pubblichiamo l'incipit e una bella recensione tratta dal sito www.mescalina.it.


Erri De Luca

Il peso della farfalla

Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie. Sua sorella fu presa dall’aquila un giorno d’inverno e di nuvole. Lei si accorse che stava sospesa su di loro, isolati su un pascolo a sud, dove resisteva un po’ di erba ingiallita. La sorella si accorgeva dell’aquila pure senza la sua ombra in terra, a cielo chiuso.
Per uno di loro due non c’era scampo. Sua sorella si lanciò di corsa a favore dell’aquila, e fu presa. Rimasto solo, crebbe senza freno e compagnia. Quando fu pronto andò all’incontro con il primo branco, sfidò il maschio dominante e vinse. Divenne re in un giorno e in duello.
I camosci non vanno a fondo nello scontro, stabiliscono il vincitore ai primi colpi. Non cozzano come gli stambecchi e le capre. Abbassano la testa al suolo e cercano di infilare le corna, appena curve, nel sottopancia dell’altro. Se la resa non è immediata, agganciano il ventre e lo squarciano tirando indietro il collo. Di rado arrivano a questo finale.
Con lui fu diverso, era cresciuto senza regole e le impose. Il giorno del duello c’era sopra di loro il magnifico cielo di novembre e in terra zolle di neve fresca, ancora minoranza. Le femmine vanno in estro prima dell’inverno e mettono al mondo i figli in piena primavera. A novembre si sfidano i camosci.
Entrò nel campo del branco all’improvviso, sbucando dall’alto giù da un salto di roccia. Le femmine fuggirono coi piccoli dell’anno, restò il maschio che scalciò sull’erba con gli zoccoli anteriori.
In alto si ammucchiarono ali nere di cornacchie e gracchi. Sospese sulle correnti ascensionali guardarono il duello aperto a libro sotto di loro. Il giovane maschio solitario avanzò, batté zoccolo a terra e soffiò secco. Lo scontro fu violento e breve. Le corna dello sfidante si aprirono una breccia nella difesa e il corno sinistro agganciò il ventre dell’avversario. Lo squarciò con un chiasso di strappo e in alto strepitò il frastuono di ali. Gli uccelli proclamavano il vinto a loro destinato. Il camoscio sventrato fuggì perdendo viscere, inseguito. Le ali si tolsero dal cielo e scesero in terra a divorarle. La fuga del vinto si spezzò di netto, s’impuntò e cadde sopra il fianco.
Sul corno insanguinato del vincitore si posarono le farfalle bianche. Una di loro ci restò per sempre, per generazioni di farfalle, petalo a sbattere nel vento sopra il re dei camosci nelle stagioni da aprile a novembre.




Roberto Curatolo

Il confronto di due solitudini

Erri De Luca è un maestro della distanza breve. Il suo “Il peso della farfalla” non supera le 60 pagine. Il primo racconto, quello che dà il titolo al libro, è lungo 52 pagine, il secondo, brevissimo, quasi un’appendice al primo, è di sole 8 pagine.
Sembrerebbe, a tutta prima, un libro che puoi leggere in un paio d’ore, forse meno. Caratteri grandi, non più di trenta righe per pagina. E invece è un testo che richiede qualche giorno di lettura; e qualcuno di rilettura. Per la sua densità. Per la sua densità di significato concentrata in poche parole.
Erri De Luca si conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, un maestro della parola. Della ricerca attenta, accurata, della parola. Un maestro del togliere, del levare, dell’asciugare. Del rendere la scrittura essenziale e del restituire ad ogni aggettivo la sua funzione di aggiungere significato.
Siamo obbiettivamente stanchi di quei tomi da settecento pagine, tutte un logorroico sbrodolamento di parole, tutte un noioso affabulare di particolari inutili all’economia della storia. De Luca è asciutto nello scrivere come nel fisico. E’ ascetico nello scrivere come nel suo arrampicare in montagna. E’ essenziale nella sua prosa come lo sono i grandi nella poesia.
Il peso della farfalla narra della vita parallela di due grandi solitari: il re dei camosci e il re dei bracconieri. Entrambi sono raccontati nel tramonto della loro esistenza. I loro muscoli sono ancora vigorosi, la loro conoscenza del territorio strepitosa e intatta, la loro esperienza sconfinata, il loro orgoglio inalterato e incorrotto, ma entrambi hanno il sentore dell’avvicinarsi del traguardo finale, della necessità di cedere dignitosamente il passo.
“Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo.” Così inizia Il peso della farfalla e già in quelle prime parole si avverte che la tematica del testo sarà incentrata sullo scontro tra quel cucciolo che diverrà adulto, che vincerà il duello per diventare il maschio dominante del branco, che trasmetterà il suo corredo genetico a diverse generazioni di camosci, e quel cacciatore.
“L’uomo era in là negli anni, gran parte della vita salita a cacciare di frodo le bestie in montagna. Si era ritirato a fare quel mestiere dopo la gioventù passata nella città tra i rivoluzionari, fino allo sbando.” Così viene presentato il bracconiere, di cui si intuisce, per alcuni cenni successivi, un passato cittadino turbolento e un successivo desiderio di pacificante solitudine nei silenzi della montagna.
Difficile, in questo testo, non intravedere spunti autobiografici conoscendo il passato giovanile di De Luca e la sua grande amorosa passione per la montagna. E degli animali abitatori della montagna, De Luca dà segno di preferire di gran lunga i camosci, “le bestie più perfezionate alla corsa sopra i precipizi”. L’autore raggiunge vette di efficacia descrittiva quando definisce il salto dei precipizi da parte dei camosci come “un rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto”.
Il re dei camosci vive in solitudine, per scelta e per imprinting dopo la precoce perdita della madre che lo obbligò a crescere solo. Si avvicina al branco solo nella stagione in cui deve trasmettere alle femmine il suo corredo genetico. E’ possente, di taglia superiore a quella di ogni altro camoscio, è la preda più ambita, eppure la più inafferrabile. Spesso una farfalla bianca si posa sul suo corno sinistro e questa presenza risulterà decisiva nell’economia del racconto.
Da circa vent’anni i due “re” si cercano o si evitano. Si confrontano a distanza, consapevoli che sarebbe arrivato il momento dell’incontro ravvicinato. Il duello infinito dei due solitari della montagna.
Al futuro lettore non vogliamo togliere nemmeno un briciolo della suspense finale e non diremo dunque nulla dell’epilogo.
Nel consigliare caldamente la lettura di quest’opera, sottolineiamo ancora una volta l’intensità poetica della scrittura di De Luca, ben esemplificata da questo passaggio: “A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l’aquila, l’orsa, lo scorpione, il toro. Lui ci vedeva i frantumi staccati dai fulmini e i fiocchi di neve sopra il pelo nero di sua madre, il giorno che era fuggito da lei, lontano dal suo corpo abbattuto. D’estate le stelle cadevano a briciole, ardevano in volo spegnendosi sui prati. Allora andava da quelle cadute vicino, a leccarle. Il re assaggiava il sale delle stelle.”

(Da: www.mescalina.it)



Erri De Luca
Il peso della farfalla
Feltrinelli, 2009
€ 7,50

sabato 30 luglio 2011

Francesco Biamonti, Mentre si scrive



Si scrive per qualcuno o solo per sè? Si scrive pensando a un potenziale ambito di lettori o per tutti? Forse, più semplicemente, si scrive e basta, perchè scrivere è una condanna a cui non si riesce a sottrarsi.



Francesco Biamonti

Penso a chi si regola sul battito del sole

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l'anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso, è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d'essere semplice e cristallino. E' dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi.

Ma a volte penso a lettori che conoscano «l'àge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull'amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.

Si scrive dal fondo di una prigione ideale, a cui s'affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.


(Da: Tuttolibri/La Stampa del 17 settembre 1994- Ora in F. Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi 2008, p. 30)



venerdì 29 luglio 2011

"Scritture di Ponente" a Bordighera



Nell’ambito degli appuntamenti culturali della Festa democratica di Bordighera (IM), domenica 31 luglio alle ore 18.00 ai Giardini Lowe di via Vittorio Veneto sarà presentato il dossier sulle “Scritture di Ponente” incluso nel nuovo fascicolo di “Atti impuri”, antologia periodica di letteratura italiana.

Il dossier, curato da Marino Magliani,contiene prose inedite di tre autori cresciuti e formatisi nel Ponente ligure: il torinese ma ligure d’adozione Guido Seborga (1909-1990), internazionalmente noto; due racconti fiabeschi del nativo di Dolceacqua ma imperiese per gran parte della vita Elio Lanteri (1929-2010) e un fiammeggiante incipit di romanzo del ventimigliese Lorenzo Muratore (1941-). I testi sono accompagnati dai ritratti dell’artista bordigotto Sergio Biancheri e presentati da un ricordo/racconto appassionato di Marino Magliani, dal titolo “Il mio Far West”.

All’incontro parteciperanno anche Adriana Lanteri e Laura Hess Seborga.

giovedì 28 luglio 2011

Guido Seborga, Non l'economia o la tecnica, ma l'uomo è il cuore del mondo



Nell'estate del '79 si diffuse la notizia della presenza di uranio nelle Alpi Marittime e che i francesi ne avrebbero iniziato lo sfruttamento a partire proprio da quella Valle delle Meraviglie da sempre santuario archetipico dei Liguri. Guido Seborga, nonostante gli anni e la salute malferma, fu tra i primi a mobilitarsi e ad alzare la sua voce in difesa di quel territorio minacciato. Una battaglia di civiltà che il vecchio antifascista e partigiano combattè esclusivamente con le armi, straordinarie e terribili, della poesia e della pittura. Ci è ritornato in mente, leggendo della Val Susa e dei No TAV. Di seguito la lettera a Stampa Sera con cui lo scrittore iniziò la sua campagna.





Ottimi gli interventi {Stampa Sera del 25 giugno) contro estrazione uranio in alta Val del Roya. Da un punto di vista tecnico desidero dire: esperti hanno affermato che ne esisterebbe poco e verrebbe a prezzo alto, così la speculazione sarebbe sovvenzione. Chiaro? E ribadisco in pericolo la salute pubblica, il turismo, e si distruggerebbe la storia della preistoria, 50 mila graffiti meravigliosi in pericolo. Posso testimoniare che tutta la popolazione è contro, E molti anche a Torino e Piemonte, infatti alla biblioteca civica Lelio Basso (Trofarello), autorità e giovani hanno voluto la mia mostra (Valle delle Meraviglie), e assicuro che nei mesi estivi (17 luglio a Montecarlo) e Bordighera insisterò sull'argomento con la mia poesia-arte. Comunque la tecnica deve sempre essere guidata dalle scienze e dalla scienza e arte dell'uomo.

Guido Seborga, Torino

(Da: Stampa Sera del 28 giugno 1979)

mercoledì 27 luglio 2011

Gilbert d'Hérail, cavaliere d'Aragona




Guido Araldo

Gilbert d’Hérail, cavaliere d’Aragona, sovrano Maestro dal febbraio del 1193 al 20 dicembre 1200

E’ dubbio se Gilbert d’Hérail fosse “Gran Commendatore del Tempio in Aragona” o “Gran Precettore di Francia”, quando fu scelto a guidare il Tempio. Di certo conosceva molto bene le Terre d’Oltremare poiché era stato a Gerusalemme con il prestigioso incarico di “gran Commendatore del Tempio”. L’anno stesso della sua nomina, Gilbert d’Hérail ottenne da papa Celestino III la riconferma di tutti i privilegi di cui godevano i Templari.

Fallita la Terza Crociata, che aveva generato enormi speranze, Gilbert d’Herail fu campione in una politica di equilibro, con un basso profilo di conflittualità dopo la pace stipulata da Riccardo Cuor di Leone con il Saldino. Una politica che però irritò il nuovo papa Innocento III: la guida spirituale della cristianità, tesa ad imporre una teocrazia su tutta l’Europa, pretendeva molto di più dai suoi cavalieri, soprattutto dopo la morte del Saladino avvenuta nel 1193. Ora la Siria e l’Egitto erano di nuovo divisi! Gilbert d’Hérail sembrò davvero un cavaliere sospeso ad una trave issata dal papa! Mentre riaffioravano gli antichi screzi tra Ospedalieri e i Templari; tanto più che i primi erano accondiscendenti verso il papa, con indubbi vantaggi e molti privilegi, a scapito dei Templari assai recalcitranti ad infiammare nuovamente le Terre d’Oltremare”.

Da buon aragonese Gilbet d’Herail decise inviare dei cavalieri in Spagna, a sostenere la reconquista di quella terra ancora da liberare. E tali furono i suoi meriti che nel 1196 ottenne da Alfonso II d’Aragona la fortezza di Alfambra: ben presto il caposaldo dell’Ordine del Tempio in Spagna. Il 5 marzo 1198 il sovrano maestro templare partecipò al Concilio di Acri, nel quale i Teutonici, giunti in Terrasanta al seguito di Federico Barbarossa, vennero riconosciuti come ordine cavalleresco. Il 1° luglio era presente alla firma del trattato di pace con il sultano di Damasco Malik al-Adil, in base al quale fu confermato ai Crociati il possesso di Beirut, con le città di Ramleh e Lydda. L’8 dicembre Gilbert d’Hérail stipulava un faticoso accordo con gli Ospedalieri e i Teutonici, in merito alle rispettive proprietà nella Contea di Tripoli. Davvero un uomo della mediazione!



La tregua con i Saraceni, com’era prevedibile, non resse a lungo. Durante i funerali del nuovo re di Gerusalemme Enrico di Champagne, volato misteriosamente fuori da una finestra del suo palazzo ad Acri, il sultano di Damasco colse l’occasione per assalire Giaffa, dove sterminò la popolazione facendo più di 20.000 vittime. L’esercito dei “Latini” accorse prontamente: rintuzzò la sortita dei Siriani, allontanandoli dalla città devastata, e riprese il controllo di tutta la regione. Fu allora che i comandanti cristiani litigarono ancora una volta sull’opportunità di spingersi a conquistare Gerusalemme. I Templari, che reputavano indifendibile la città senza aver prima conquistato Damasco, furono accusati di codardia e tradimento. Il Vescovo di Sidone si spinse addirittura a minacciarli di scomunica. Fu allora che un’accusa nuova e inedita rimbalzò nei loro confronti: ricevevano oro dai Saraceni! A parole avrebbero preteso di conquistare la città di Damasco ma, “sottobanco”, stipulavano accordi segreti con il suo sultano. Ora Gilbert d’Hérail sembrava davvero l’appeso dei Tarocchi!

Fu in questo clima d’insulti, anatemi, condanne frettolose e maldicenze che l’astio tra Templari e Ospedalieri raggiunse vertici mai sperimentati in precedenza. La competizione era così esasperata che rischiarono in più occasioni di scontrarsi in guerra aperta. Lo stesso Innocenzo III, informato della situazione, invitò a Roma i due “sovrani maestri”, che però restarono in Terrasanta motivando la mancata obbedienza a un ordine del papa con la necessità della loro presenza in Oriente. Al loro posto inviarono alti ufficiali e in quell’occasione fu palese la simpatia del papa per gli Ospedalieri. Con molta probabilità l’astio di Innocenzo III verso i Templari derivava da un’altra accusa, che non riguardava la Crociata “d’Oltremare”: la supposta accondiscendenza, se non la complicità, con i Catari in Linguadoca.

E fu in questo difficile contesto che morì il paciere Gilbert d’Herail. Il “Necrologio di Reims” ne indica la morte il 20 dicembre 1200, probabilmente nell’isola di Cipro.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

martedì 26 luglio 2011

Giovanni Boine: un autore da riscoprire



Un grande dimenticato della letteratura del Novecento, un autore da riscoprire.

Claudio Magris

Perchè dobbiamo riscoprire Boine

«Mi fermò per via chiamandomi a nome, col mio nome di ieri. Ora cos' è questo spettro che torna (l' ieri nell' oggi) e questa immobile tomba del nome?» Questa fulminea epifania è il terzo dei Frantumi di Giovanni Boine, pubblicati nel 1915 sulla rivista La Riviera ligure, e sembra rivelare l' assurdità dell' io e della sua continuità nel tempo, irrigidita e convenzionale come un nome inciso su una lapide.

Ma Boine - genio precoce e precocemente scomparso, nel 1917, a trent' anni - non cede affatto, come tanti suoi contemporanei, all' angosciosa e fascinosa dissoluzione dell' io in frammenti discontinui. Un altro dei Frantumi dice: «Difendo il dovere che l' ieri m' assegna, come l' assalito la casa un fisso dovere nel mareggiar dell' arbitrio! Ragiono ogni mio atto timoniere alla ruota».

La statura di Boine - uno dei veri, pochi grandi del nostro Novecento, oggi poco conosciuto forse perché così poco consumabile - deriva dall' asciutta forza, morale e poetica, con la quale egli ha affrontato la contraddizione fra la Vita - selvaggiamente anarchica e assetata di passione individuale e insieme universale, in entrambi i casi travolgente le piccole frontiere dell' individualità - e la legge (il Codice, come egli dice) il limitato ma protettivo e anch' esso sacro ordine quotidiano, con i valori trasmessi da chi ci ha preceduto e da chi condivide il nostro destino.

Vicino a La Voce e amico di Papini, Prezzolini e Soffici ma non perciò meno duramente critico nei loro confronti e nei confronti della rivista stessa, Boine partecipa al fervore morale di quegli anni di rinnovamento - per parafrasare il titolo di un' altra rivista fondamentale cui collaborò - e di quella generazione e ne condivide alcune tendenze stilistiche al poema in prosa. Ma egli si distingue da quel gruppo per una maturità - forse dovuta al suo cattolicesimo sofferto ma classico - che lo preserva dalle puerili, facili e talora becere intemperanze di Papini o di Soffici e anche dall' acerbo del Mio Carso che Slataper supera soltanto con quel capolavoro postumo che è il saggio su Ibsen.

Boine è morto giovane, di tisi, ma la sua opera ha una saldezza - e una sostanziale compiutezza, nonostante molti testi inconclusi - che ha poco in comune col facile e suggestivo alone di immaturità che spesso avvolge l' artista morto giovane e caro agli dei. Boine è un vero poeta; c' è in lui - direbbe Saba - il bambino che si stupisce delle cose e ne piange, ma c' è anche l' adulto che domina lo smarrimento e il pianto e dà loro dura forma.

La sua creatività pervade pure quegli straordinari, spesso brevissismi studi critici raccolti sotto il titolo Plausi e botte, in cui l' inequivocabile giudizio personale si unisce a una classica, equanime oggettività e ad una potenza espressiva che fa di quel libro anche e soprattutto un libro di letteratura e non solo sulla letteratura. Boine penetra nelle pieghe essenziali e più nascoste dei testi, smascherando la falsità celata negli atteggiamenti anche apparentemente più sinceri e immediati. Quando Soffici pur da lui anche ammirato, si abbandona alle sue sferzate sugli italiani, convinto come i suoi lettori di dar voce a schietti e originali sentimenti morali, Boine ne svela subito il carattere artefatto e programmato: « questi giudizi scommetto che pensava degli italiani così anche prima col che poi non dico che la pensasse male. C' è gente che ha il solo torto d' aver sempre ragione a priori; e c' è gente che nasce per inquisire, prima di saper se da inquisire c' è. Ma c' è da inquisire, c' è ».




Tra le sue varie prose narrative spicca quel vero, piccolo capolavoro che è il romanzo Il peccato, storia di un amore fra il narratore-protagonista (geniale ed ambiguo punto di vista narrativo, messo in evidenza da Davide Puccini in un eccellente studio) e una suora; un breve romanzo che per l' originalità della prospettiva e l' asciutta, ardente delicatezza interiore della vicenda può osare il confronto con i sommi precedenti di Manzoni o di Diderot. L' anarchia e insieme l' ordine del Cattolicesimo - sostanza del pensiero e della visione del mondo di Boine, i cui interessi religiosi vanno dai mistici al rapporto contraddittorio col Modernismo al senso profondo della tradizione - pervadono il romanzo e ne diventano la sostanza poetica, l' acume psicologico e la tensione drammatica. Non a caso il romanzo è più debole - forse per mancanza di rifinitura - nella parte finale, nella rappresentazione dello sbocco felice della vicenda, incerta e poco convincente perché troppo facilmente conciliata.

Il peccato è una grande opera perché cala in una storia concreta di vita e di amore quella contraddizione fra legge del cuore (peccato?) e legge oggettiva che percorre come un filo rosso tutta l' opera di Boine - anche grandi saggi dedicati a questioni filosofiche e a problemi politici - e ne costituisce, oggi più che mai, la sorprendente attualità. La risposta di Boine a questa contraddizione è una risposta dura. Il «peccato» che infrange la continuità della concreta tradizione vissuta - sia esso una trasgressione passionale o una visione universale, entrambe rivoluzionarie e negatrici dell' ordine limitato in cui vivono le società e i loro valori - non viene represso ma tanto meno giustificato in nome delle facili e retoriche ragioni del cuore, passionali o umanitarie esse siano. Il «peccato» si inserisce a sua volta in quel codice che esso viola; è uno dei tanti elementi - ribelli o conservatori - il cui incrociarsi, scontrarsi e fondersi contribuisce a costruire, anche modificandoli, gli argini di quell' ordine e di quel codice. È difficile dire se per Boine - e per noi - ciò sia un conforto o uno sgomento. Certamente è un tema oggi più che mai essenziale, nella vertigine di ordini e disordini in cui viviamo; un tema che un grande frammentario scrittore di cent' anni fa sa far diventare non solo pensiero e idea, ma anche e soprattutto carne e sangue.

(Da: Il Corriere della Sera del 14 luglio 2008)



domenica 24 luglio 2011

Canavesio oltre il dogma. Gli affreschi di Nostra Signora delle Fontane


Quello di “Nostra Signora delle Fontane” a Briga è il ciclo di affreschi più importante della Liguria di Ponente o , se si vuole, visto che dal 1945 si trova in territorio francese, delle Alpi Marittime. Un luogo da visitare. Ce ne parla Nico Orengo, l'indimenticato scrittore ligure-piemontese, a cui recentemente è stata dedicata una piazza a Isolabona.

Nico Orengo

Canavesio oltre il dogma

Durante l'ultima guerra i tedeschi avevano fatto della cappella di Notre Dame des Fontaines, a Briga, una cucina militare. I fumi neri e grassi si erano inerpicati sulle pareti e sul soffitto coprendo, a poco a poco, «Il Giudizio Universale», dipinto da Giovanni Canavesio e terminato il 12 ottobre del 1492, un ciclo d'affreschi sulla Passione e il Giudizio Finale che si sviluppa su 34 metri quadri. Nelle Alpi Marittime Sotto la coltre di sugna spariva quella che i francesi chiamavano la «Cappella Sistina» delle Alpi Marittime. Ma quel grasso, anni dopo, si rivelò provvidenziale. Aveva protetto, contro le intemperie, e salvato, uno dei documenti più emozionanti e preziosi della pittura ligurepiemontese. (...)



Pittore di edicole il Canavesio nasce nei primi trent'anni del Quattrocento, i dati sulla sua vita sono scarni. Non lavora molto in Piemonte, le strade dei Savoia portano al mare e il Canavesio, come molti altri pittori, si spinge verso la costa, tra Albenga e Nizza. I polittici per la cappella Reghezza a Taggia, gli affreschi per il San Bernardo di Pigna e i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti e il Polittico di San Michele, sempre a Pigna, testimoniano, con il grande ciclo di Briga, della sua permanenza fra Liguria e Provenza. Con alle spalle la pittura di Beltramino e Jaquerio, le «innovazioni moderne vaneyekiane e pierfrancescane» (...).



Canavesio vive la fine della figurazione tardo-gotica. Le sue figure, le sue Madonne, i Cristi, Giuda, perdono la carica soprannaturale e simbolica per acquisire una dimensione realistica, granguignolesca a volte (è il caso del Giuda impiccato a cui un demone squarcia il costato, che si vede nella Cappella di Briga).



E' una pittura che sente le luci del Mediterraneo, gli azzurri e i grigi della Provenza, ma che continua ad appoggiarsi alla rigorosa ricostruzione geometrica, secondo i canoni di Galeno, Vitruvio, Boezio.

E' la regola di Sant'Agostino: «Che cos'è la bellezza del corpo? E' la proporzione delle parti accompagnate da una certa dolcezza di colorito». Una storia terrena Ma nei volti dei personaggi di Canavesio, dai soldati a Gesù, dai contadini ai mercanti, si incomincia a leggere una storia più terrena, di fatiche e dolori, di soprusi e destini, che il dogma non riesce più a nascondere. E' il «teatro» della vita che mescola rappresentazione sacra e profana, una «passione di Cristo» riportata nella strada.

(Da: Tuttolibri/La Stampa del 22.12.1990)



Mirò, la leggerezza del colore



Joan Miró, Poème è il titolo della mostra allestita dal 18 maggio al 1° novembre 2011 negli spazi espositivi del Forte di Bard, imponente piazzaforte della prima metà del XIX secolo, situata all’imbocco della Valle d’Aosta e ora polo culturale d’eccellenza. La mostra è una panoramica a 360° sull’opera di Mirò: scultura, ceramica, pittura, litografia. Un insieme di 188 opere che ricostruiscono l'iter creativo del grande artista spagnolo.


Francesco Poli
Mirò, la leggerezza del colore

L’omaggio a Miró, ospitato nello scenografico Forte di Bard nasce da una stretta collaborazione con la Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence e in particolare con Isabelle Maeght, che ha curato la mostra insieme a Sylvie Forestier e Gabriele Acornero. Le centonovanta opere esposte documentano, in tutti i suoi aspetti, la multiforme produzione dell’artista attraverso un ben studiato percorso espositivo diviso in sezioni: pittura, scultura, ceramica, disegno, grafica e raffinate edizioni illustrate di opere di poeti amici. Salvo un capolavoro al limite dell’astrazione del 1925, che segna l’inizio dell’avventura surrealista, tutti i lavori presentati sono degli ultimi due decenni della vita di Miró (morto a novant’anni nel 1984) e sono soprattutto la testimonianza del lungo rapporto fra l’artista e la Galérie Maeght. Aimé Maeght e Miró si incontrano per la prima volta nel 1946, quando la galleria parigina organizza una grande esposizione internazionale del surrealismo. Iniziano così una grande amicizia e una collaborazione molto fruttuosa. Miró, insieme a Léger e Braque, è tra più attivi sostenitori della nascita della Fondazione a SaintPaul negli anni ‘60. Per lei l’artista realizza Le Labyrinthe , un luogo all’aperto popolato da un gruppo di sculture straordinarie. A Bard si possono vedere molti bozzetti di queste sculture, donati dall’artista alla Fondazione insieme a un consistente numero di altre opere. I due trittici di grandi tele del 1964, intitolati Naissance du jour eFemme et oiseau , sono i dipinti più importanti e affascinanti.



Tutta l’aerea e fluttuante levità poetica del linguaggio segnico e cromatico di Miró (caratterizzato da assoluta libertà creativa e peculiare capacità di sintesi espressiva) appare qui ai suoi livelli più alti, cosa che non sempre risulta nella produzione più tarda, dove spesso si avverte un calo di energia e un’eccessiva ripetizione di soluzioni compositive. I lavori forse più interessanti sono da un lato una serie eccezionale di litografie di grandissimo formato del 1975 (che solo i torchi della stamperia Maeght erano in grado di realizzare) e dall’altro un sorprendente gruppo di sculture in bronzo anche vivacemente colorato, fatte a partire da fantasiosi assemblage di oggetti quotidiani che sono il trionfo senile dell’inimitabile spirito ludico dell’artista.

FORTE DI BARD FINO AL 1 NOVEMBRE

(Da: La Stampa 18 luglio 2011)

sabato 23 luglio 2011

"E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale", ricordo di Giovanni Boine


Cento anni fa, nel luglio 1911, appariva su La Voce "La crisi degli olivi in Liguria" di Giovanni Boine, il testo più bello mai scritto su questa terra avara e bellissima, celebrazione appassionata della storia millennaria di un popolo intero e della sua fatica quotidiana. Per noi le pagine più significative di uno scrittore che ha aperto la grande stagione della letteratura ligure del Novecento. Ne pubblichiamo un estratto.


Giovanni Boine

E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale



Terreno avaro, terreno insufficente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l'uomo tien su con grand'opera di muraglie e terrazze. Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra, hanno con le loro mani costruito. Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna! Non ci han lasciati palazzi i nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci han lasciata la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin in su alla montagna! Muri e terrazze e sulle terrazze gli olivi contorti a testimoniar che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che hanno vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli oliveti contorti a mostrarci la generosità e l'opulenza delle anime loro

Anime piene, anime pingui, anime vive nella loro tenace forma conchiusa, vive di tutti noi che non eravamo ancora e di tutti i padri che già eran vissuti. Perchè gli ulivi, lentissimi a crescere, tardissimi a dare, solo i popoli ricchi li han coltivati: solo le generazioni a cui altre generazioni han tramandato una ricchezza sicura; solo le razze sicure della sopravvivenza loro,piene della sopravvivenza loro, piene e sicure della perpetuità della loro vita.

E qui i padri han faticato per i figli e nipoti,qui ogni generazione visse degli sforzi della generazione passata e lavorò per la generazione veniente; qui ogni generazione fece il sacrificio di sé stessa alla generazione veniente. E' ciò che passa fu sdegnato, ciò che godi nell'anno, ciò che ogni anno rimuti, ciò che semini in autunno e raccogli sicuro in estate fu qui alteramente sdegnato ed il figlio volle emulare il padre in opere che restassero. Ulivi, uliveti che pianti e che durano millanni:ulivi, uliveti dappertutto!Il prato diventò uliveto, il campo uliveto,la vigna uliveto, il bosco alto faticosamente,dolorosamente, tenacissimamente uliveto.

E l'opera trionfale della razza, di tutta la razza fu compiuta. Come il popolo di una città medioevale, la cattedrale sua, così noi nei secoli. Secoli di stenti, secoli di fede chiusa. Colpi di bidente, pietra l'una sull'altra a fatica: pareva avidità di possesso ed era nell'oscuro, nelle torbide volontà del volere, la coscienza d'una razza, la forza di una razza, la sicura religione di una razza. La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d'argento per tutto! avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino. E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni nostra speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.


(Da: La Voce, Anno III, n.27, 6 luglio 1911)

Il Nord Africa brucia all'ombra dell'Europa

venerdì 22 luglio 2011

Marino Magliani; Il mio Far West


Riprendiamo dal sito http://utilizerapagain.blogspot.com/ un testo molto bello di Marino Magliani. Siamo ponentini, non potevamo lasciarcelo sfuggire.



Marino Magliani

Il mio Far West

Il ricordo più antico che ho dell’estremo ponente ligure appartiene a una specie di far west. Vedo il lungo corridoio della stazione di Ventimiglia, quello al fondo del quale si “passa” in Francia, attraverso una porta custodita dai frontalieri. Sono lì, in braccio a mia madre, sulle panche, in attesa di un treno proveniente dalla Francia, perché mio padre lavora in uno stabilimento balneare di Sainte-Maxim o Saint-Raphaël. Sono gli anni Sessanta. Non ci ho mai pensato, non che non abbia mai pensato a questo ricordo, ma a un’altra cosa, quella per cui ho deciso di scrivere queste pagine.

Dov’erano in quel tempo Guido Seborga, Elio Lanteri e Lorenzo Muratore? Esattamente quel giorno di autunno (immagino fosse autunno quando mio padre terminava la stagione balneare e se non c’erano olive noi lo raggiungevamo a Ventimiglia, perché da lì si andava assieme in un paesino della Provenza dove il suo padrone e lontano parente possedeva una villa circondata da terreni con muretti da rialzare e siepi da curare), dov’erano allora Guido e Elio e Lorenzo? Poco distanti, o forse in viaggio, Elio a Salamanca, Guido a Torino o Parigi, Lorenzo a Roma? Avevano già combattuto, scritto libri, e viaggiato parecchio, amato, quando per me era ancora tutto spavento.

Cerco solo di capire la prima volta in cui le nostre vite, almeno geograficamente, si sono incrociate. Per me è importante. Mi piacerebbe pensare che anche per loro lo sia. È dunque possibile che loro fossero stati in Val Prino in quegli anni, magari tutti assieme, in due o tre macchine, l’intera compagnia che si radunava a Bordighera o Ventimiglia, per una gita sulla spalliera ossuta di Villatalla come fanno ora certi intellettuali della terra di frontiera che si fermano sotto il pino di Villatalla a fare colazione. Chissà, magari ero seduto sui gradoni di San Giacinto, fermo come un ponte, come mi ordinavano di stare i vecchi seduti al mio fianco quando ogni tanto scendeva o saliva una macchina, e loro, Guido, Elio e Lorenzo sono passati in macchina. E i nostri sguardi per un istante, in curva, si sono incrociati. Negli anni passavo spesso da Bordighera, ma distratto, distante, o troppo veloce, sulla moto di qualche amico diretti verso l’altro mio far west, le sabbie della Costa Brava. Ci sfioravamo appena, Bordighera ed io. Fin quando un giorno – mi ero fermato o mi avevano fermato, non saprei dire – non lessi di voli di farfalle dalle ali polverose e di voragini di luci. E presto anche Guido, Elio, e Lorenzo, attraverso le pagine di Biamonti, hanno penetrato quella che è la mia meridiana oscura nella Torre dei Venti. Dopo Biamonti conobbi Seborga: L’uomo di Camporosso (1), e poi Il figlio di Caino (2). Un giorno a una lettura delle mie cose si presentò Elio Lanteri. Mi disse come si diceva Gregorio in dialetto. Una parola che assomigliava al grixùu dei tordi, il verso del chiarore, dopo la notte, quando la bestia, mi insegnavano i vecchi del carruggio, è ancora incantata dalla rugiada. Diventammo subito amici fraterni con Elio.

Un giorno andai a casa sua nel paesino di Costa d’Oneglia, a bordo del mio ronzino azzurro, un Sì del ’92. Adriana, sua moglie, ci aveva preparato dei gamberetti buonissimi e al ritorno a casa mi colse un temporale. Temevo per i libri, Elio mi aveva dato un’edizione molto vecchia di Occhio folle, occhio lucido (3), di Guido, e un suo manoscritto che diventò poi La ballata della piccola piazza (4). Me li portai entrambi in Olanda e li lessi alla spiaggia, in un settembre calmo e mediterraneo. L’anno dopo, grazie al grande lavoro di Laura Hess e Massimo Novelli, riuscii a leggere molte più cose di Guido.


Chi è invece il terzo, un Lorenzo Muratore di cui sentivo parlare quando si toccava la letteratura di quell’ansa di terra e pietre di spiaggia, cactus e rocce porose e chiese? Sapevo che in gioventù era stato amico di Moravia e Seborga e che coi ragazzi della costa, coi Giorgio Loreti, i Matteo Lanteri, Elio Lanteri, Sergio Ciacio Biancheri, aveva sognato e nuotato, viaggiato. Un giorno – le mie cose letterarie spostate dal caso con la lentezza di un orologio solare a ore babilonesi, erano pur giunte intatte a quel far west ligure – uno di quei pomeriggi trascorsi a discutere di narrazioni con Francesco Improta o Paolo Veziano o Corrado Ramella al solito bar del lungomare bordigotto, mi dissero che Lorenzo Muratore voleva conoscermi. Parlammo a lungo, dei miei libri e di quelli di Guido e di Elio, e mi disse che mi avrebbe mandato per posta una sua lettura di Quella notte a Dolcedo (5). La ricevetti e poi tornai in Olanda, tornai o partii, non so mai bene cosa significhi venire quassù, ma durante l’inverno soggiornai nuovamente in Liguria, e una sera tardi, non avevo ancora acceso la stufa e forse neanche ancora raccolto in legnaia la cassetta di canne e pezzi di radice di ulivo, mi telefonò Lorenzo. Si sentiva il vento. Non era distante. Ci trovammo all’ingresso di un paese e bevemmo una tisana in un bar che ora mi dicono chiuso, poi uscimmo nel gelore di un ponte in salita, con l’aria dei colli e del torrente, e tremanti restammo a guardare la notte. A casa lessi le pagine che mi aveva lasciato, poi scesi in legnaia a riempire la cassetta e risalii ad accendere la stufa. Mi rimisi alla lettura. Erano le letture dei miei romanzi e un editore per cui curai un’antologia volle farne un volumetto intitolandolo Pitture nere e altre immagini (6).

Incontrai ancora molte volte Elio (e qualcuna anche Lorenzo), al solito bar sul porto di Oneglia la mattina, a volte arrivava prima lui e lo trovavo seduto con gli amici. Altre ero io a vederlo arrivare da via Belgrano e attraversare la strada nel sole, davanti alla nuova biblioteca, e raggiungermi.

La memoria, mi ha scritto qualche giorno fa un amico con cui si parlava di voci, si è andata facendo più uditiva che visiva, ricordo meglio una persona che non c’è più se chiudo gli occhi, il suono della sua voce arriva prima all’orecchio, e poi l’immagine arriva dopo, e a volte non arriva, ma la voce sì. Si parlava di un mio libro, Il collezionista di tempo (7), che credo fosse piaciuto anche a Elio, a Lorenzo sicuramente. È la storia di un bambino, Gregorio, che sente le voci di altri suoi io che popolano altri mondi, lontani nel tempo, e anche le voci di un certo Lukas, attraverso una serie di mail dal futuro, che gli chiede di salvarlo. L’amico mi chiedeva se quel carteggio tra Gregorio e Lukas fosse una scrittura minerale o le parole che riceveva scritte avessero anche un suono. Gli ho risposto che non sapevo se la scrittura del futuro possa essere qualcosa di diverso dal filo spinato di parole che si dipana sullo schermo. Mi venne in mente che una volta Biamonti aveva chiesto a Rigoni Stern se sentiva ancora i tordi. Io, dissi all’amico, per qualche anno avevo sofferto di otite e perso del tutto lo zirlo del tordo. Da anziani, o da affetti di otite, si perdono queste cose, sono sibili nell’aria che sembrano arrivare da altre galassie e invece sono solo i voli dei tordi bottacci che passano a mezz’aria. Spiegai questo all’amico. I tordi zirlano di spavento (grixuano all’alba, sapevo) quando ti vedono, ma zirlano anche per chiamarsi. I cacciatori infilano una di quelle viti di metallo lunghe come il pollice in un pezzo di legno stagionato, poi danno uno scatto, brevissimo, con le dita, e lo sfregarsi dei corpi produce il verso del tordo. Forse la voce che sentiva Gregorio, dissi all’amico, o alla quale Gregorio collegava involontariamente il filo spinato della scrittura di Lukas, aveva un timbro del genere, animale o siderale.



Ora che il volto di Elio non lo vedo più, non mi resta che la sua voce, molto più forte, come sosteneva l’amico.E poi quest’anno, di Elio ho ricevuto, attraverso Luigi Berio, le due fiabe della terra e del mare che i valorosi Sparajurij hanno curato per voi. Ne avevamo già parlato sulla collina delle Cascine di Oneglia, con Adriana e Paola. Ma quando Luigi me le ha date eravamo alla Foce di Imperia, un mezzogiorno molto tiepido e azzurro, seduti a un tavolino del bar Sognatori. Luigi attese che leggessi, prima una e poi l’altra fiaba – lessi prima la storia di Licia, e poi, alzato un istante lo sguardo a quel mare che potrebbe essere infinito, ma che secondo Darwin e Borges avrebbe poca importanza perché l’occhio umano inventa comunque un orizzonte a poche miglia, passai ai gemelli che hanno trascorso la vita a potare la vigna. E siamo rimasti a lungo in silenzio, come credo piaccia stare anche a Luigi e piaceva a Elio. Era come se dopo la lettura ci fossimo seduti al fondo dei filari, nella vigna dei gemelli, in silenzio. Elio mi aveva parlato di queste prose un giorno sul treno, dove entrambi diretti a Ventimiglia c’eravamo incontrati per puro caso. Ora erano le voci. Lo sono. Lo saranno. Spero per molti. Cerca una poesia di Kavafis, mi disse l’amico, intitolata Voci (Fonès). Kavafis le chiama in originale “Kerebra”, cioè sentite proprio dal cervello.Non sono ancora riuscito a trovarle, qui dove mi trovo in questa soffitta dell’Europa.

Poi quest’inverno, durante un mio soggiorno a Prelà, il paese umido lungo il Prino, ho rivisto Lorenzo. E in un bar, com’era successo l’anno prima, davanti a una tisana fumante, egli mi consegnò una cartellina di plastica azzurra ondulata. Conteneva 123 fogli battuti a macchina, che lui aveva rocambolescamente salvato da una situazione che, se vorrà, un giorno vi racconterà.
Lessi: Avvenne per una congiuntura un giorno che, ostentatamente coperta di gioielli come un idolo delle Indie, Esterina si avvicinò alla vasca da bagno.

Ben più di un far west, le acque dove nuoto con Seborga, e la passeggiata accanto a Luigi Betocchi, e la conoscenza delle terrazze di Francesco Biamonti, dove mi porta Giancarlo, e la pace della piazza di Isolabona dove mi siedo con Paolo Veziano a raccontargli di come Gregorio Sanderi aveva pescato anguille con lui, e le passeggiate portorine con Giuseppe Conte, se di far west ligure si tratta, sono il mondo che comprende per me ogni luogo della letteratura, quest’estremo ponente ligure sono il mio Bastieto, la mia Sorba, i miei Avrigue e le mie Combray, i miei Macondo, le Langhe di Johnny e le strade e spiagge portoghesi di Pereira, sono anche questo mio Nord che attraverso a piedi o in bicicletta col mio amico Roland Fagel.


Concedetemi, per ultimo, come non si dovrebbe fare mai – ma siamo pur sempre in far west – la citazione da un saggio che Arnaldo Colasanti scrisse per i racconti di Vincenzo Pardini e miei.
Senza un rimpianto, senza piangere, senza voce. Non potevo che confessarvelo.

Note
(1) Guido Seborga, L’uomo di Camporosso, Mondadori, Milano 1948, (2a ed., Spoon River, Torino 2004).
(2) Id., Il figlio di Caino, Mondadori, Milano 1949, (2a ed., Spoon River, Torino 2006).
(3) Id., Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano 1968.
(4) Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza, Transeuropa, Massa 2009.
(5) Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, Milano 2008.
(6) Lorenzo Muratore, Pitture nere e altre immagini – Studio sui romanzi di Marino Magliani, Eumeswil Arti Grafiche, Broni 2010.
(7) Marino Magliani, Il collezionista di tempo, Sironi, Milano 2007.


http://utilizerapagain.blogspot.com/





Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

giovedì 21 luglio 2011

Intellettuali e Totalitarismo: Eliade, Cioran e la Legione del'Arcangelo Michele


L'esperienza dei totalitarismi novecenteschi, della Shoah e del Gulag, hanno definitivamente demolito l'illusione illuministica che fosse il sonno della ragione a generare mostri. L'entusiasmo con cui intellettuali raffinati accolsero e sostennero movimenti fondati sulla violenza, l'intolleranza e la fede fanatica nel leader (o nel partito) ci dice che anche la cultura può generare mostruosità indicibili (o comunque giustificarle). Il caso della Romania degli anni Trenta in cui l'elite intellettuale si schierò in gran parte a sostegno del movimento fascista e antisemita delle Guardie di Ferro ne è una prova evidente.




Angelo Bitti

Da Cioran a Eliade, tutti stregati dal credo parafascista di Codreanu

Perché un grande studioso delle religioni come Mircea Eliade divenne sostenitore della Guardia di ferro, il movimento parafascista romeno fondato da Corneliu Zelea Codreanu? E come mai Emil Cioran, un pensatore fondamentalmente scettico, condivise anche lui quelle simpatie, unendovi anzi una spiccata ammirazione per Adolf Hitler? È a interrogativi del genere che cerca di rispondere il libro che una giovane studiosa, Emanuela Costantini, ha dedicato alla cultura romena degli anni Venti e Trenta e dunque al nazionalismo antiliberale e antisemita che ne caratterizzò in larga parte gli orientamenti.

Al centro della sua ricostruzione si colloca una figura chiave (benché in Italia sostanzialmente sconosciuta) come il filosofo Nae Ionescu, che fu maestro di Eliade, di Cioran e di tanti giovani romeni che subirono la fascinazione totalitaria. Ed è proprio il tragitto intellettuale di Ionescu tra le due guerre a mostrare come l’abbandono delle istituzioni e dei valori democratici avvenisse per gradi. Inizialmente, infatti, Ionescu si era limitato ad auspicare una rinascita culturale e spirituale della Romania, basata su una riscoperta delle sue radici cristiane-ortodosse e contadine, in contrapposizione alla cultura razionalistico-cartesiana occidentale e al modello politico liberaldemocratico, ritenuti estranei alla storia e alla tradizione del Paese. L’avversione del filosofo nei confronti della democrazia liberale - considerata responsabile del mancato sviluppo (politico, economico, culturale) della Romania - si andò accentuando nel corso degli anni Trenta, parallelamente a un suo diretto impegno politico. Finché egli giunse a vedere nel movimento di Codreanu, del quale divenne una sorta di leader spirituale, il possibile artefice della agognata distruzione del regime democratico e di una conseguente rinascita spirituale del Paese.

Quanto a Cioran ed Eliade, il loro avvicinamento alla Guardia di ferro di Codreanu era già noto; ma Emanuela Costantini, rifacendosi direttamente a libri e articoli nella versione originale in romeno, può dimostrare il carattere per nulla superficiale di certi loro giudizi di simpatia o di adesione. Eliade e Cioran non condividevano alcuni punti importanti della visione di Ionescu, a cominciare dalla rivalutazione della tradizione contadina e dal richiamo alle radici ortodosse della Romania. Ma, come il loro maestro, ritenevano che il futuro del Paese fosse legato alla capacità di mettere in discussione il razionalismo occidentale e di riscoprire la dimensione mistica; nonché alla possibilità di valorizzare le personalità eccezionali alle quali la democrazia - sostenevano - impediva invece di emergere. Furono appunto la dimensione mistica della politica e la personalità eccezionale ciò che credettero di trovare in Codreanu, e non solo.

In particolare Cioran, rimasto affascinato dalla politica «totale» del nazionalsocialismo durante un soggiorno a Berlino nel 1933-34, celebrò l’idea hitleriana «di pienezza della razza, di assoluto della nazione» e il radicale antindividualismo che ad essa si accompagnava. Contemporaneamente affiancava Germania nazista e Russia comunista per la loro attitudine «etica», per la capacità cioè di superare quella dimensione materialistica e individualistica della vita che rappresentava ai suoi occhi, neanche a dirlo, il principale e irrimediabile difetto delle democrazie liberali.

Nel 1935 Eliade aveva mostrato di non condividere certe posizioni antisemite, così diffuse nella cultura romena del tempo. Ma solo due anni dopo denunciava invece il pericolo proveniente dalle «posizioni di potere» degli ebrei, mostrando di temere la loro «futura offensiva» contro la nazione romena. Si trattava di una svolta antisemita a prima vista sorprendente, che però aveva una sua logica: sembrava indicare infatti come, una volta che ci si ponesse sulla via di una critica virulenta della democrazia, si fosse poi spinti a percorrerla fino in fondo. Ancora nel 1942 Eliade, dopo un momentaneo, forse solo apparente, ripensamento successivo alla morte violenta di Codreanu (avvenuta nel 1938), pubblicava un libro per celebrare il regime portoghese di António de Oliveira Salazar. Così, dalle scelte politiche compiute allora da Eliade e Cioran, e più in generale da una cultura romena ampiamente affascinata dal nazionalismo radicale e antisemita, si ricava un’ulteriore e importante conferma di quello che analoghe vicende per altri Paesi hanno più volte indicato: il fatto che, nel secolo scorso, proprio gli intellettuali si rivelarono spesso come uno dei gruppi sociali più sensibili alle sirene dei totalitarismi. Quasi che la cultura - quando si trasformava in aspirazione a trascendere la «mediocre» e «borghese» tradizione liberale - finisse con l’essere non un fattore di protezione, ma - al contrario - un poderoso incentivo ad affidarsi a dittatori d’ogni colore.

Il libro di Emanuela Costantini, «Nae Ionescu, Mircea Eliade, Emil Cioran. Antiliberalismo nazionalista alla periferia d’Europa», è edito da Morlacchi. È in uscita inoltre, per la casa editrice Il notes magico, il volume di Emil M. Cioran, «Fascinazione della cenere. Scritti sparsi (1954-1991)», a cura di Mario Andrea Rigoni che raccoglie interventi dell’intellettuale romeno su vari argomenti letterari

(Da: Il Corriere della Sera del 29/08/2005)


mercoledì 20 luglio 2011

Tagliati i fondi per la cooperazione e il volontariato per mantenere i privilegi della casta



Il decreto legge per la proroga delle missioni all'estero ha nascosto un provvedimento che cancella le figure del volontario e del cooperante, lasciando in sospeso e inattuabili progetti e contratti di lavoro che riguardano persone che si dedicano agli aiuti umanitari e che hanno abbandonato le loro rispettive professioni. E' la più ignobile, tra le tante ingiustizie contenute nella finanziaria. Anziché tagliare spese militari, missioni di guerra e sprechi vergognosi, si tagliano i fondi a chi davvero va a portare la pace, a chi si ostina a credere nel cambiamento e in un mondo migliore e più giusto.

Carlo Ciavoni

Gli effetti dei tagli forsennati su cooperazione e volontariato




La furia disperata del governo nel trovare il modo di ridurre le spese, pur lasciando intatti i nodi veri che andrebbero sciolti per risanare davvero il bilancio dello Stato, ha portato alla cancellazione delle figure dei Volontari e dei Cooperanti, che erano previsti dalla legge sulla cooperazione internazionale allo sviluppo n.49 del 28 febbraio 1987. E' un provvedmento nascosto (come spesso è accaduto e continua ad accadere) nel decreto legge di proroga delle missioni all'estero 1, il numero107 del 12 luglio scorso, all'interno del quale - all'articolo 3 - sono stati introdotti con "la mano morta", due commi, il 14 e 15, che di fatto stravolgono la legge 49 che regola, appunto, la Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro paese.

Il colpo di mano. L'introduzione dei due commi elimina con un colpo di mano le figure dei volontari e dei cooperanti nei progetti di cooperazione delle Ong, sia quelli previsti in progetti promossi dalle ONG e co-finanziati dal Ministero degli esteri, sia in quelli affidati dallo stesso Ministero alle Ong e finanziati integralmente, sia il sostegno ai volontari e ai cooperanti che lavorano in progetti finanziati, o cofinanziati, da organismi internazionali e riconosciuti conformi alle finalità della cooperazione italiana. Conformità stabilite dalla legge 426 dell'8agosto 1996. I termini "volontario" e "cooperante" riguardano il livello di esperienza dei soggetti impegnati nei progetti di cooperazione, ma ad entrambi è richiesto un elevato livello di motivazione e impegno da volontari e, in entrambi i casi, ricevono un compenso per sostenersi durante il periodo dell'impegno in cooperazione.

Progetti e contratti sospesi. La questione coinvolge e mette in difficoltà centinaia di volontari (quasi mille persone) in procinto di impegnarsi in decine e decine di progetti in almeno 90 paesi in situazioni di povertà o emergenza sanitaria, alimentare e bellica nei quali operano le Ong. La cancellazione per decreto di queste, al di fuori di ogni quadro generale di revisione delle normative di applicazione della gestione dei programmi da parte delle Ong, comporta uno stravolgimento della legge 49 e crea contraddizioni gravissime nella gestione dei progetti in corso, creando anche le basi di numerosi contenziosi giudiziari, sia da parte dei volontari e dei cooperanti a cui non potranno essere rinnovati contratti già previsti, sia da parte delle Ong, che non potranno portare a termine i programmi approvati e finanziati per mancanza di risorse per pagare i contributi e per mancanza di un quadro normativo utile a gestire la nuova situazione.

Ecco in dettaglio le conseguenze dei tagli.
- Oggi i volontari e i cooperanti impegnati nei progetti all'estero debbono fare una richiesta di aspettative all'amministrazione pubblica di provenienza (si tratta di molti medici, infermieri dalle ASL o tecnici distaccati di altre strutture pubbliche: agronomi dalle agenzia agricole delle regioni, ingegneri ecc.).

1) Il Comma 14 continua a prevedere la richiesta di aspettativa ma non viene specificata nessuna procedura formale per inoltrarla.

2) Non viene più garantita la copertura assistenziale e assicurativa, oggi a carico della Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo del Ministero degli Esteri DGCS 2. Gli oneri vengono accollati a carico delle ONG che dovrebbero versare (circa 500 euro al mese) all'INPDAP. Questa procedura risulta tecnicamente impraticabile, in assenza di un fondo specifico INPDAP che dovrebbe essere a sua volta previsto da una specifica legge oggi inesistente.

I contratti in via di stipula. Il comma 15 riconosce i diritti acquisti dai contratti "di cui è iniziata l'esecuzione prima della entrata in vigore del presente decreto", omettendo di stabilire una norma transitoria che regoli i contratti in via di stipula per progetti approvati e finanziati dalla DGCS con le norme precedentemente in vigore, e come le Ong potranno far fronte alla esecuzione dei progetti che non prevedono risorse e modalità contrattuali indicate con queste soppressioni.

Soppresso l'ufficio "registrazione contratti". L'ufficio "Registrazione contratti", presso l'ufficio Ong (Ufficio VII) è stato soppresso lo stesso giorno dell'approvazione del DL: i contratti in attesa di registrazione sono stati rimandati alle ONG che li avevano presentati, senza nessuna indicazione sul da farsi. Conseguenza di ciò sarà che le Ong si troveranno costrette a scegliere fra due danni: bloccare l'esecuzione dei progetti in attesa di chiarimenti, o proseguire facendo contratti non registrati che però non saranno conformi al progetto approvato e quindi potranno essere contestati dalla Ragioneria dello Stato in sede di rendiconto finanziario.

Un avanzo economico per il MAE. Tutti i progetti in corso prevedono le figure di volontari e cooperanti e al momento della loro approvazione il MAE (Ministero degli esteri) ha deliberato la spesa per farvi fronte secondo le norme e procedure vigenti. La soppressione per DL crea perciò anche un avanzo economico al MAE e un costo aggiuntivo per le Ong per tutti quei progetti i cui contratti ancora non erano stati registrati.

Tutto sulle spalle delle ONG. Il DL attribuisce così di costi aggiuntivi alle Ong, calcolabili in 400-500 Euro mese per volontario per far fronte agli oneri sociali e alle assicurazioni. Dove prenderanno i soldi le Ong per i progetti in corso, se al momento della loro approvazione era previsto che tali costi fossero a carico del MAE e non inclusi nei progetti?

Contestazioni all'orizzonte. Infine dobbiamo aspettarci in sede di rendiconto una sequela di contestazioni formali, in quanto la documentazione richiesta circa contratti registrati, assunte e cessate funzioni, fondi per la gestione dei volontari e cooperanti non sarà più conforme. Di altre conseguenze verremo a conoscenza nei prossimi giorni via via che le Ong si troveranno a battere contro questo nuovo muro.





(Da: La Repubblica del 19 luglio 2011)



martedì 19 luglio 2011

Robert de Sablé, il cavaliere dell'Anjou


Continuano le biografie dei Gran Maestri dell'Ordine del Tempio


Guido Araldo

Robert de Sablé




Robert de Sablé, cavaliere dell’Anjou, fu sovrano Maestro dal 1188 al 28 settembre 1193. Gli toccò il compito di gestire i giorni terribili, dopo la “grande morte” ai “Corni di Hattin”! Pare che Robert de Sablé fosse anche poeta: l’uomo nuovo, opposto a Gérard de Ridefort.
Mai come in questo momento era necessaria la forza del Tempio! E Jean de Terric sapeva che la forza non sta nella mano che impugna la spada, ma nella mente che la guida!
Fu l’uomo giusto, al posto giusto, nell’ora giusta! Appena assunse il comando del “Tempio” fu costretto ad impartire l’ordine dell’evacuazione generale da Gerusalemme. Da allora il Capitolo Generale del Tempio fu trasferito a Tortosa, in riva al mare, dove i Templari furono accolti da grida di giubilo dai Provenzali che ci vivevano, poiché quella contea apparteneva ai discendenti di Raimondo da Tolosa fin dai tempi della prima crociata.
Robert de Sablé si preoccupò di recuperare le fortezze dell’Ordine non travolte dall’ondata di panico successiva alla disfatta dei “Corni di Hattin”: le potenziò, soprattutto nelle contee di Tripoli e di Tortosa, e nel Principato di Antiochia.
Il primo tentativo di reazione da parte cristiana fu l’assedio di San Giovanni d’Acri, condotto personalmente da Guido di Lusingano, re spodestato, con il prezioso aiuto della flotta pisana. Ma neanche l’aiuto del re francese Filippo II bastò a espugnarla. L’assedio fu risolto dall’arrivo di Riccardo Cuor di Leone, l’8 di giugno del 1191: il suo contingente non solo permise la conquista della città, ma impedì a Saladino di portarvi soccorso.
Ma la conquista di Acri, invece d’essere di sprono, si rivelò motivo di gravi incomprensioni tra il re d’Inghilterra, il re di Francia e Leopoldo V d’Austria che comandava l’armata imperiale dopo la morte dell’imperatore Federico Barbarossa annegato in un fiume in Cilicia.
Tante teste coronate non facevano che litigare su tutto: a cominciare dalla spartizione del bottino a chi dovesse essere proclamato re a Gerusalemme, una volta liberata la città. Il re inglese parteggiava per Guido di Lusignano, mentre il re francese sosteneva il marchese Corrado di Monferrato.
Dopo molte discussioni, si convenne che Guido di Lusignano avrebbe regnato fino alla morte, poi gli sarebbe subentrato Corrado, assai più giovane.
In queste liti Robert de Sablé s’improvvisò sempre paciere e fu anche fu emissario di re Riccardo Cuor di Leone presso re Tancredi di Sicilia.




Ma non fu soltanto uomo di pace e di miti parole: seppe anche impugnare con vigore la spada!
Alla battaglia di Arzuf guidò la travolgente carica templare che costò ai musulmani più di 10.000 perdite, a fronte di 1.000 caduti tra i Crociati. In quella battaglia i Templari sostennero l'ala destra, verso sud; mentre gli Ospedalieri stavano all'ala sinistra, verso nord. Quando i Saraceni tentarono di aggirare gli Ospedalieri, questi reagirono e sostenuti dai Templari che effettuarono la più classica delle manovre: quella “a tenaglia”. A questo punto i Saraceni ruppero i ranghi e fuggirono. Il Saladino fu costretto a rifugiarsi nel suo accampamento trincerato e Giaffa fu liberata. Ma, contrariamente alle previsioni, questa vittoria non alla liberazione di Gerusalemme, nonostante il 3 gennaio del 1192 l'esercito crociato giungesse a poche miglia dalla città. Riccardo Cuor di Leone, l’unico monarca rimasto sul campo dopo che il re francese era tornato a casa, decise di ripiegare nonostante le disperate proteste dei maestri degli ordini cavallereschi. Il re inglese che si ripetesse l’accerchiamento del Saladino, come nella tragedia di Hattin: quell’incubo gli toglieva il sonno di notte. In seguito, a giugno, Riccardo Cuor di Leone giunse nuovamente in vista di Gerusalemme ma, ancora una volta, decise di ritirarsi.
La battaglia per la riconquista di Giaffa, il 27 luglio, con il sostegno di 2.000 marinai pisani e genovesi, fu l’ultima battaglia in terra “d’Oltremare” del re inglese, poiché notizie preoccupanti giungevano dalla lontana Inghilterra.
Il 2 settembre 1192 fu sottoscritta con il Saladino una pace frettolosa: la costa ai Crociati, da Giaffa ad Antiochia; la demolizione delle fortificazioni di Ascalona, troppe volte contesa, e il libero accesso, senza molestie, al Santo Sepolcro; ma la città di Gerusalemme restava saldamente in mani moresche.
Dopo una permanenza di 16 mesi, il 9 ottobre 1192, Riccardo Cuor di Leone lasciava frettolosamente la Terrasanta scortato dai cavalieri templari su di una nave del Tempio.
Il mese successivo, a novembre, la pace resisteva e il “sovrano maestro” templare presiedette la commissione che decideva sull’assegnazione dei beni di coloro che erano morti in quegli anni d’intensi combattimenti.
Robert de Sablé non soltanto era amico personale di Riccardo Cuor di Leone, ma discendeva da una famiglia di vassalli angioini dei re inglesi. E fu proprio una trattativa privata con Riccardo Cuor di Leone a permettere l’acquisto ai Templari dell’isola di Cipro, strappata al ribelle bizantino Isacco Comneno e non restituita a Costantinopoli, malgrado gli accordi sottoscritti con l’imperatore d’Oriente e le sue vibranti proteste.
Fu un vero e proprio atto di compravendita! L’isola pin cambio dell’enorme cifra di 100.000 bisanti d’oro; ma risulta che il Tesoriere del Tempio ne pagò soltanto 40.000. A ogni modo i Templari non riuscirono a mantenere il controllo dell'isola: il 5 aprile 1192 scoppiò una violenta rivolta e il re d’Inghilterra ne impose la vendita a Guido di Lusingano che, nel frattempo, aveva ceduto il titolo di re di Gerusalemme a Corrado del Monferrato. Quest’ultimo morì pochi giorni dopo, vittima di un attentato suicida da parte di due adepti della setta degli Assassini, camuffati da frati. In quest’occasione Guido di Lusingano si sentì un miracolato, tant'é che in seguito fece erigere molte chiese consacrate alla Madre di Dio che lo aveva protetto tante, troppe volte. All’Ordine del Tempio restò il controllo delle città di Famagosta e Limasol, e dei castelli Khirokithia e Yourmasoyia. Il tentativo di costituire uno stato templare sull’isola era fallito!
Robert de Sablé morì il 13 gennaio 1993, dopo che si era di molto inoltrato nelle stagioni della vita.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".


lunedì 18 luglio 2011

Balli occitani al Pitosforo Festival



Domenica 24 luglio

al Pitosforo
via Aurelia - Celle ligure (SV)

Un'occasione da non perdere per chi ama la musica occitana

Angelo Brofferio e l'unità incompiuta


Una nuova biografia rilancia la figura del più brillante oratore del Risorgimento

Lrenzo Mondo
Brofferio, l'ironico giacobino delle cause perse



I 150 anni dal compimento dell’unità nazionale offrono l’occasione per ripensare agli anni del Risorgimento anche negli aspetti più controversi, comprese le figure dissonanti ed eccentriche che valgono tuttavia ad animare uno scenario complesso e meritano di ottenere giustizia contro ogni ingenerosa dimenticanza. Va accolta dunque con simpatia la biografia di Laurana Lajolo, Angelo Brofferio e l’unità incompiuta (287 pagine, 24 euro) pubblicata dalle edizioni Viglongo che tengono desto, con inalterata passione, l’interesse per la cultura piemontese. La vita di Brofferio è compresa tra il 1802, l’anno della nascita nel paese astigiano di Castelnuovo Calcea, e il 1866 in cui morì: quando l’unità italiana era ancora incompiuta, e non soltanto in senso geografico, come lascia intendere il titolo del libro. Le date estreme della sua vita includono un significativo spazio storico e ideale, dove si producono, nell’eco ancora viva della Rivoluzione francese, i moti costituzionali e le guerre d’indipendenza, fino alla proclamazione del regno d’Italia.

Il giovane Angelo, animato da spiriti giacobini e repubblicani, partecipa solo marginalmente ai grandi eventi. Nel ‘21 si accoda agli studenti che manifestano per lo Statuto al teatro d’Angennes. Dieci anni dopo finisce in carcere per avere aderito alla velleitaria cospirazione dei Cavalieri della Libertà. Non regge alle pressioni degli inquisitori e svela progetti e nomi della setta. Avrebbe ottenuto in cambio una promessa di clemenza da parte del re Carlo Alberto nei confronti degli affiliati. Ma non riuscirà a cancellare del tutto quella macchia, riesumata strumentalmente dai suoi nemici. Mostrerà il suo coraggio battendosi con l’arma più congeniale della penna e dell’eloquenza. Laurana Lajolo segue passo passo, basandosi sulle memorie divertenti ma farraginose dei Miei tempi, lo spiccarsi di Brofferio dalle dolci colline native, inseguendo il sogno di dedicarsi interamente al teatro sulle orme di Alfieri. Deve rassegnarsi invece a intraprendere la professione forense, senza distogliersi dalla scrittura, che trova sfogo esuberante nel giornalismo e nella poesia. E in ogni espressione della sua versatile personalità, porta il piglio del militante.

Si batte per la libertà di stampa, per l’abolizione dei privilegi nobiliari ed ecclesiastici e della pena di morte. Come avvocato, diventa protagonista di famosi processi: assume la difesa del generale Ramorino, accusato di essere responsabile della disfatta di Novara, senza potergli evitare la fucilazione; così, le sue arringhe non evitano una dura condanna all’eretico don Grignaschi, proclamatosi nuovo Messia. Brofferio appare in realtà un avvocato delle cause perse, anche quando sarà eletto al Parlamento e siederà nei banchi della Sinistra. Fierissimo anticlericale, intransigente difensore dello Statuto contro l’invadenza del governo, coltiva per l’unità italiana il mito di una improponibile guerra di popolo. Detesta il moderatismo e il sapiente pragmatismo di Cavour, avversando la sua alleanza con la Francia e la spedizione di Crimea, salvo entusiasmarsi per i successi del Cinquantanove. Tra lui e Cavour, ovviamente, non c’è partita. La stessa Sinistra ne prende le distanze.

Ferdinando Petruccelli della Gattina, suo sodale, riconosce che è l’oratore più brillante della Camera, che sa incantare con la sferzante ironia e il gusto inventivo del paradosso, tanto da catturare l’attenzione dei più malevoli «soprattutto quando ha torto, ciò che gli avviene sovente». A tradirlo, è la compiaciuta foga tribunizia: «Sventuratamente egli è restato polemista e poeta anche in politica (...) Avendo tutte le qualità per essere il capo della sinistra, egli combatte da semplice granatiere». Nonostante la sua vivace azione di pungolo, finisce per rivelarsi innocuo: se Carlo Alberto perdonò il Brofferio nei panni di dubbio rivoluzionario, Vittorio Emanuele II non si adontò delle sue intemperanze fino a commissionargli una Storia del Parlamento Subalpino. A conti fatti, Brofferio dura nel tempo per aver sublimato i suoi sentimenti e risentimenti nelle forme dell’arte. Le Canzoni piemontesi (qui esaminate in appendice da Vittorio Croce) che affiancano i teneri e giocosi sensi amorosi alla mordace satira politica, compongono il più significativo monumento elevato nell’Ottocento alla lingua e alla poesia della sua terra.

(Da: La Stampa del 12 luglio 2011)




Laurana Lajolo
Angelo Brofferio e l'unità incompiuta. La biografia intellettuale di un democratico nel Risorgimento
Viglongo, 2011
€ 24,00

domenica 17 luglio 2011

Misure del timore, poesie di Antonio Spagnuolo


Venticinque anni di versi. Poesie legate indissolubilmente fra loro, tutte giocate su contrasti: il passato e il presente, gli spazi aperti e quelli chiusi, le fantasie e le rinunce. Testimonianza di un percorso lungo,di riflessioni e progetti, ora riletti dal pensiero

Stelvio di Spigo

Misure del timore, poesie di Antonio Spagnuolo



Misure del timore, edito dall’editore Kairós di Napoli, è una raccolta antologica, un percorso agile ma spazioso che riassume un quarto di secolo di produzione poetica di Antonio Spagnuolo, anch’esso meritoriamente napoletano. Significativamente, i brani antologizzati partono da una data precisa, il 1985, anno di pubblicazione di Candida, il libro che fa da spartiacque nella produzione poetica del nostro poeta. Certamente: perché la storia precedente dell’autore portava il marchio compromissorio e conformista della poesia di ricerca della quale Napoli è stata, più che capitale, portabandiera, dagli anni ’70 del Novecento fino all’esplosione del fenomeno del Gruppo ’93: in pratica per circa trent’anni. Spagnuolo non ha potuto sottrarsi a questo scotto territoriale, e lo ha pagato con una serie di libri, di ricerche, di sperimentazioni che nascondevano la sua autentica voce, personale e peculiare. In poesia, come in ogni altra arte, se a trent’anni bisogna essere talentuosi, qualche decennio dopo è vitale sapersi rinnovare, cambiare pelle, diventare autonomi rispetto al contesto culturale. È la grande sfida che viene lanciata a ogni poeta, letterato, artista: rinforzare la propria voce con gli anni o saper cambiare strada, se quella praticata non è più fruttuosa e non corrisponde più alle esigenze spirituali dello scrittore. Ed è proprio questa sfida che Antonio Spagnuolo ha saputo vincere, dimostrando di possedere una vocazione verso la vicenda del poetico molto più forte e viva di molti suoi compagni di strada che hanno continuato stancamente a produrre libri e libri sempre con gli stessi moduli stereotipati da velleità avanguardiste. Misure del timore ci fornisce una mappa di questo cambiamento. In venticinque anni, Spagnuolo ha pubblicato qualcosa di nuovo, meritandosi un consenso critico che non ha mai lesinato lodi e riconoscimenti.

La novità del suo dettato può riassumersi in due punti, o meglio snodi, fondamentali: l’adesione dello stile, ripianato e purificato dai trascorsi cerebralismi, al proprio mondo sentimentale. Affetti, tentazioni, timori, riserve e moti dell’animo hanno preso il posto delle istanze ideologiche dei libri precedenti. La versificazione si è fatta scorrevole eppure ricca di pause e forte di una trama contrappuntistica incalzante e costruttiva. Il piano esistenziale, corporeo e palpabile, ha trovato uno sbocco nell’onirico e nell’erotico, con soluzioni divinanti pregne di simboli e accertamenti veritativi. Il «disastro del senso» ha trovato una redenzione pervicace nella «abituale variazione di ogni testo», come recita il testo 12 di Rapinando alfabeti, senza rinunciare a un lessico specialistico e scientifico, frutto evidente della formazione di Spagnuolo, che di professione ha fatto il medico per quarant’anni. Le urgenze del corpo e delle sue deformazioni diventano così paradigma delle metamorfosi storiche, del fuggire del tempo – tema, questo, di gran momento e molto frequentato dall’autore – della lontananza dell’amore e della solitudine esistenziale che chiede, in ogni poesia, una possibilità di salvezza e una richiesta di aiuto a una figura sempre e solo adombrata, che si identifica con il femminile nella sua accezione più alta e meno corruttibile.

Altro punto fondamentale è il rafforzamento, avvenuto nelle raccolte più recenti (per intenderci, da Fugacità del tempo, del 2007, alla omonima Misure del timore, parzialmente inedita), del dato negativo, che registra una visione ancestrale del mondo e del vissuto sotto forma di frattura, o meglio, di fratture progressive, che scandiscono ossessivamente il progredire del testo. Il terrore, in queste ultime pagine, sconvolge l’abbandono amoroso e le possibilità di rinascita che formavano la cifra essenziale delle precedenti raccolte scritte dopo la suddetta “svolta del creaturale”. In questi ultimi lavori, Spagnuolo sembra dirci che arrivati a un certo punto della vita, non si può più rimandare l’appuntamento con la verità delle cose, non si può (e non si deve, se si vuole essere, più che onesti, veri) fingere che il senso del tutto sia un lieto fine, per quanto amaro e disarmante. Ecco: il percorso che si attua in Misure del timore (inteso, qui, come titolo dell’antologia) va dalla iniziazione del poeta a una fitta e responsabile educazione sentimentale al perturbamento finale, alla sconfitta del singolo nei confronti della realtà, delle leggi naturali, delle dissonanze dell’Essere. Questo è il punto, e qui bisogna stare.

Spagnuolo non ha mai smesso di maturare, ovvero di ascoltare il richiamo doloroso di ciò che vive accanto a ognuno, fino a farlo proprio, diventandone l’interprete sommesso e saggio che, a dispetto della saggezza conseguita, non fornisce scappatoie consolatorie, ma registra tutto lo scardinamento che sussiste in questo forsennato nastro di Krapp che è il mondo. Nessuno può scappare, ed è meglio allearsi, leopardianamente, a resistere sotto i colpi del tempo, della morte, della solitudine e della fine dei sogni, e in sostanza, della vita. Il grido di dolore che chiama alla condivisione e al soccorso, bilanciano, in questo percorso selettivo (come selettiva deve essere, per forza, ogni antologia), la persistenza di un mondo affettivo che, seppure carico di dubbi, nelle prime raccolte (Candida, del 1985; Dietro il restauro, del 1993; Attese, del 1994, per citare solo i titoli più significativi), sostenevano la mano dell’uomo nella sua età di passaggio, quello che dalla giovinezza porta all’età adulta. I sogni, che si trasfondono nei ricordi, quelli di un’età nella quale era ancora possibile sognare, non vengono rinnegati col passare degli anni e delle pubblicazioni, né posti su un piano di “minorità”. Quando era il loro tempo, era il tempo di scriverne. L’ultimo Spagnuolo, invece, sa che oggi è il tempo dell’allarme totale, del pericolo che grava sull’uomo, di Krónos che rema contro.

Questo percorso è la totale misura di questa antologia, che gli amici e gli estimatori di questo poeta prolifico ma concentrato aspettavano da anni. Il singolo, i suoi errori, la sua umanità, nella quale siamo chiamati a riconoscerci, sono la strada percorsa da un poeta rinnovato, mai consenziente perché lucidissimo, ma umano e nella sua parabola cosciente e perturbante, come lo sono le poesie che da sempre scavano nella terra e nell’animo un solco deciso a lasciare traccia di sé nelle più abissali profondità di quell’enorme dramma che è l’esistenza umana. Per questo si può attribuire a Misure del timore – Antologia poetica dei volumi 1985-2010 il valore di un lungo scandaglio conoscitivo, un’avventura nel sapere che si svela sempre di più, incitando il lettore a emularne il tracciato, a diventare sempre più se stessi, accettando la propria identità, contro ogni ipotesi di dispersione che fomenta i nostri tempi tanto tormentati quanto gravati dal «feticcio dell’inutilità», per dirla con Montale.

Questo libro intende orientarci, darci il conforto, l’unico possibile, che una direzione, nell’esistenza, sia ancora rintracciabile, seppure attraverso cadute e mancanze che non possono essere aggirate. Eppure, la voce che parla, non è quella di un poeta che, per età ed esperienza, potrebbe facilmente ergersi a maestro e costruire un monumento a se stesso. È la voce religiosa e rigogliosa di un uomo vigile, che sottomette la sua presenza alla sua arte, incontrando l’altro e sussurrandogli che vale pena provare tutto il dolore e tutto il benessere della poesia, perché, proprio grazie alla sua voce, siamo tutti un po’ meno soli.

Da: http://perbeno.myblog.it)

Antonio Spagnuolo
Misure del timore
Editore Kairos, 2011
euro 14,00

sabato 16 luglio 2011

8 milioni di poveri nel paese della casta


In un'Italia in declino e sull'orlo della bancarotta, la povertà sta raggiungendo livelli da Terzo mondo così come la corruzione del ceto politico. Ma per Brunetta la rovina d'Italia sono i precari e il ministro Tremonti, il cui braccio destro è indagato dalle procure di mezza Italia, non solo non si dimette, ma prepara una manovra iniqua che colpirà duramente pensionati, malati e lavoratori dipendenti.


Allarme Istat: la povertà aumenta
"Otto milioni di italiani in bilico"



Dati drammatici dall'istituto di statistica: il 13,6% della popolazione campa con 900 euro mensili (per due persone) e sale al 4,6% la percentuale delle famiglie che non hanno più i mezzi per assicurarsi beni e servizi essenziali per vivere dignitosamente. Il Sud più in difficoltà con Basilicata, Sicilia e Calabria.

Sono 8 milioni e 272mila le persone povere in Italia, il 13,8% dell'intera popolazione. E' quanto fa sapere l'Istat, aggiungendo che nel 2010 le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2 milioni e 734 mila, l'11% delle famiglie residenti. L'Istituto spiega che si tratta di quelle famiglie che sono cadute al di sotto della linea di povertà relativa, che per un nucleo di due componenti è pari ad una spesa mensile di 992,46 euro. Nel complesso, il 18,6% dei nuclei familiari italiani sono poveri (11%) o quasi poveri (7,6%).

Povertà assoluta - Il dato che più fa paura è quello che riguarda le famiglie che risultano in condizioni di povertà assoluta: sono un milione e 156mila, il 4,6% di quelle residenti nel paese, per un totale di 3 milioni e 129mila persone, il 5,2% della popolazione. L'Istat spiega che sono considerate assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a quella minima necessaria per acquisire l'insieme di beni e servizi considerati essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. Si tratta, quindi, spiega l'Istituto dei "più poveri tra i poveri".

I non poveri a rischio - Anche tra le famiglie non povere esistono poi gruppi a rischio di povertà; si tratta delle famiglie con spesa per consumi equivalente superiore, ma molto prossima, alla linea di povertà: il 3,8% delle famiglie residenti presenta valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre il 10%, ma questa quota che sale al 6,7% nel Mezzogiorno. Le famiglie "sicuramente" non povere, infine, sono l'81,4% del totale, con percentuali che passano dal 90,2% del Nord, all'87,9% del Centro e al 64,1% del Mezzogiorno.

Chi peggiora - L'Istat rileva una sostanziale stabilità del fenomeno, sia relativo che assoluto, a rispetto al 2010, ma anche un peggioramento per alcune fasce della popolazione. Al Sud, ad esempio, quasi una famiglia numerosa su due è povera. I dati indicano infatti che la povertà relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), specie se i figli sono piccoli; tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c'è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall'11,8% al 14,1%). E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà assoluta (dal 6,6% al 10,4%). In particolare, fa notare l'Istituto, nel Mezzogiorno l'incidenza di povertà relativa cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà di questi nuclei vive in povertà relativa.

Il divario Sud-Nord - Dal punto di vista geografico, le regioni più povere sono Basilicata (28,3%), Sicilia (27%) e Calabria (26%). Nel Mezzogiorno, il fenomeno ha un'intensità del 21,5% e la spesa media mensile equivalente delle famiglie povere scende a 779 euro. Nel Nord e nel Centro i valori sono più alti - 809,85 e 793,06 euro rispettivamente - nonostante l'aumento dell'intensità osservato tra il 2009 e il 2010 (dal 17,5% al 18,4% nel Nord e dal 17,4% al 20,1% nel Centro) a causa della recessione. La Lombardia e l'Emilia Romagna sono le regioni con i valori più bassi dell'incidenza di povertà, pari al 4,0% e al 4,5% rispettivamente. Si collocano su valori dell'incidenza di povertà inferiori al 6% l'Umbria, il Piemonte, il Veneto, la Toscana, il Friuli Venezia Giulia e la provincia di Trento.

Operai e autonomi - Lo studio conferma il legame della povertà con il basso livello di istruzione e con la presenza (e la qualità) dell'occupazione: la diffusione della povertà tra le famiglie con a capo un operaio o assimilato (15,1%) è decisamente superiore a quella osservata tra le famiglie di lavoratori autonomi (7,8%) e, in particolare, di imprenditori e liberi professionisti (3,7%).

(Da: La Repubblica del 15 luglio 2011)




venerdì 15 luglio 2011

Occitania: la cultura a cinque sensi




LE IDENTITÀ VISIBILI - LA CULTURA A CINQUE SENSI



Prosegue il programma “La Cultura a cinque sensi” promosso dalla Comunità Montana Valli Grana e Maira nell’ambito del progetto “Le identità visibili”.


Per la CULTURA DA ASCOLTARE sabato 23 luglio: “Mascarias- stregoneria di una masca” spettacolo musico-teatrale a cura del gruppo Ramà; il racconto si ispira ad una leggenda occitana della Valle Grana raccolta da Renato Lombardo che narra le vicende di una masca e di un sarvanot. Lo spettacolo si svolgerà nella splendida cornice di Montemale di Cuneo, in Piazza Cavalier Ferrero, alle ore 21. L’ingresso è libero.

Per la CULTURA DA VEDERE, domenica 24 luglio è l’ultima giornata di Mistà e musei delle valli Grana e Maira: occorre quindi approfittare di questo ultimo appuntamento per la visita all’arte dipinta nei ventuno beni romanico-gotici del circuito Mistà delle valli Grana e Maira, aperti gratuitamente dalle 14.30 alle 18.30 e alle collezioni di tredici tra musei ed esposizioni permanenti delle due valli i cui orari e prezzi sono reperibili presso l’ufficio IAT Valli Grana e Maira o consultabili sull’opuscolo pubblicato sul sito internet http://www.vallemaira.cn.it/.

Gli appuntamenti del programma “La cultura a cinque sensi” continuano fino al mese di settembre: i dettagli sono reperibili sul sito www.vallemaira.cn.it, presso l’ufficio Iat Valli Grana e Maira a Dronero tel 0171 917080, iatvallemaira@virgilio.it, presso l’ufficio turistico Beico nel Filatoio di Caraglio associazione@lacevitou.it e presso la sede di Espaci Occitan a Dronero tel 0171 904075, segreteria@espaci-occitan.org