TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 31 agosto 2011

Baumann: Internet innesca meccanismi, ma non può sostituire la politica.


Che rapporti intercorrono tra la comunità virtuale di Facebook e il bisogno di comunità? E tra Web e società dei consumi? E ancora, Internet può sostituire la politica?

Andrea Malaguti

Intervista a Baumann


Nel piccolo giardino della sua casa di Leeds, una villetta a tre piani dipinta di bianco non troppo lontana dall’Università, il professor Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo della società liquida, cammina fumando la pipa in mezzo alle piante che crescono selvaggiamente. «Solo questa quercia è arrivata prima di me. Ha 200 anni. Il resto l’abbiamo piantato io e mia moglie. Mi manca molto Janina, 63 anni di vita comune hanno dato senso a quello che sono». Un vestito scuro, il girocollo grigio, il viso scavato incorniciato dai capelli bianchi, gli occhi inquieti che la luce faticosa di questa mattina di agosto inglese rende ancora più profondi e mobili. E’ un uomo lungo, con mani sottili e pensieri rapidi. E’ invecchiato dolcemente, gestendo i suoi dolori. «Lascio che le piante si muovano come credono. Il mio giardiniere è Darwin. L’evoluzione è inarrestabile». Lui si occupa dell’evoluzione dell’uomo. Di come si organizza. Dalle rivoluzioni con la lancia a quelle con il computer. E’ stato un lungo viaggio.

Professore, ci sarebbe stata la primavera araba senza facebook?
«No, ma mi pare che questa domanda ne pretenda un’altra».

Quale?
«Che ne è dell’estate araba? Qualcuno ne sa qualcosa?».

No, ma che cosa significa?
«Significa che ciò che si può fare attraverso i social network è spettacolare, impressionante, ma “so what?” Che cosa succede poi? Egiziani e tunisini hanno forse idea del loro futuro?».

Internet innesca meccanismi fuori controllo?
«Internet innesca meccanismi. Ma qual è la connessione tra quello che è successo e la forma che avranno i regimi di questi Paesi? Sospetto che sia parecchio debole. La rete lavora molto sugli effetti in termini brevi, ma in nessun modo sulla possibilità di costruire una nuova società in termini reali».

Ormai ci sono due mondi, uno «on line» e uno «off line».
«Esatto. Ma qualunque cosa tu faccia off line ha delle conseguenze, mentre le rivoluzioni via internet hanno un inizio rapido e una fine altrettanto rapida».

Perché in Siria non ha funzionato?
«Perché la vita vera si muove in modo diverso. E per arrivare da qualche parte ha bisogno della politica. Ha bisogno di un progetto. La politica è decisiva. Ma la globalizzazione l’ha tagliata fuori. E’ urgente riconsegnarle un ruolo centrale».Anders Breivik, il macellaio di Oslo e Utoya aveva anticipato il suo piano delirante su internet. Perché nessuno l’ha fermato?«Perché nessuno si è accorto di lui. Internet è solo uno strumento, non è né buono né cattivo. Come un rasoio. Lo puoi usare per tagliarti la barba, ma anche per tagliare le gole. Come ha osservato Josh Rose, dell’agenzia pubblicitaria Deutsche LA, internet non sottrae la nostra umanità, la rispecchia».

Come ci cambia la rete?
«Ci mette in contatto più velocemente, ma ci rende più deboli. C’è un’espressione inglese che trovo molto efficace: nessun pranzo è gratis. Guadagni qualcosa, perdi qualcosa».

Che differenza c’è tra rete e comunità reale?
«La prima è il luogo della libertà. La seconda della sicurezza. Sulla comunità si può contare come su un vero amico. E’ più affidabile. Ma anche più vincolante. Ti controlla. La rete è libera, ma serve soprattutto per i momenti di svago. E per uscire dalle relazioni in fondo basta spingere il tasto delete. Però mi pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra abbracciare qualcuno e “pokarlo” ci sia differenza».

In rete però si possono trovare anche 300 amici al giorno.
«Decisamente molti di più di quelli che io ho avuto nei miei 86 anni di vita. Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, dice che la nostra mente non è predisposta per avere più di 150 rapporti significativi».

Come è cambiata la definizione di rapporto «significativo»?
«Secondo lo psichiatra e psicanalista Serge Tisseron i rapporti significativi sono passati dall’”intimità” a quella che lui chiama “estimità”. Volendo fissare un punto si può pensare a metà degli Anni Ottanta, quando a un talk show francese tale Vivianne dichiarò di non avere mai avuto un orgasmo perché suo marito era affetto da eiaculazione precoce. Non si trattava solo di rendere pubblici atti privati. Ma anche di farlo in un’arena aperta».

Su internet puoi dire le stesse cose celando la tua identità.
«E’ vero. C’è una grande sensazione di impunità. Sono sicuro che ci sono migliaia di messaggi crudeli come quelli di Breivik in rete. Intervenire è impossibile, non possiamo leggere tutto. Ma se sei timido e cerchi una ragazza la rete è un dono di Dio».

Qual è il segreto di Zuckerberg?
«Immagino che molti dei suoi utenti non riuscissero a sfuggire alla propria solitudine. In più dovevano sentirsi penosamente trascurati. Zuckerberg li ha liberati».

Perché abbiamo bisogno di un confessionale virtuale?
«Siamo fatti così, ci serve la società per essere felici. Vogliamo essere individui speciali, diversi, con sogni unici. Ma quando abbiamo lavorato così duramente per creare la nostra identità dobbiamo andare in piazza e vederla confermata».

Mancanza di autostima?
«Natura. L’identità è un segreto e una contraddizione in termini. L’arena pubblica è l’equivalente dell’Agorà. Solo che adesso è popolata dal racconto di problemi privati. Il talk show è la piazza. E il nostro modello non sono i politici, ma le celebrità. E chi sono le celebrità? Persone conosciute per essere molto conosciute. Su Facebook c’è una rubrica specifica. Si chiama: “I like it”. Sono gli altri che esprimono il loro apprezzamento per quello che facciamo. E il numero delle persone che ci visitano definiscono il nostro successo. E’ la società dei consumi. Se non ti vendi sei destinato a una vita miserabile».

(Da: Tuttolibri, La Stampa 27 agosto 2011)


Zygmunt Bauman, nato a Poznan nel 1925, vive in Inghilterra dal 1971, dopo aver lasciato la Polonia comunista in seguito alle epurazioni antisemite. Studioso della civiltà postmoderna, ha insegnato sociologia all’Università di Leeds fino al 1990

martedì 30 agosto 2011

Natalia Ginzburg, Cesare Pavese. Ritratto di un amico


Nel 1957 sul"Radiocorriere" Natalia Ginzburg scrisse un toccante ritratto di Cesare Pavese. E' un testo dimenticato che crediamo valga la pena riprendere.


Natalia Ginzburg

Ritratto d'un amico

La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c'è qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.
Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d'una volta: nomi che ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l'infanzia. Noi, ora, abitiamo altrove, in un'altra città tutta diversa, e più grande: e se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza rammarico d'averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l'atrio della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle mattine d'inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco, che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle piante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata e radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l'orologio del galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un quarto. Di là dal fiume s'alza la collina, anch'essa bianca di neve ma chiazzata qua e là d'una sterpaglia rossastra; e in vetta alla collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare, che fu un tempo l'Opera Nazionale Balilla. Se c'è un po’ di sole, e risplende la cupola di vetro del Salone dell'Automobile, e il fiume scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è un'impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all'amico che abbiamo perduto e che l'aveva cara; è, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.
L'amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svetto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all'improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei suoi versi, la città:

Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo...

I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l'immagine della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia, pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all'ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell'incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d'ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsenti a sedere a un tavolo d'ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio margine d'ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l'aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d'altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.
Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d'appuntamenti e progetti.
Gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l'abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo così' brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era, lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel separarsene: ma appena se n'era separato, subito se ne infischiava.
Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti: perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand'erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte, nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l'attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell'ora del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare e respirabile: ma non ci riuscì mai d'insegnargli nulla, perché quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all'ultimo, nella figura, la gentilezza d'un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive né la modestia della sua attitudine, né l'umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d'ogni giorno.
Quando gli chiedevamo se gli piaceva d'essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l'era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell'esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti, non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati d'annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell'esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.
Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.
E’ morto d'estate. La nostra città, d'estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S'alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l'asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All'aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D'un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C'erano osterie sulla strada, con pergolati d'uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette; c'erano cascinali con grappoli di pannocchie, l'erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al margine della città e sul limitare dell'autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l'uno con l'altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.


"...Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti,né come lui generosi e disinteressati."


lunedì 29 agosto 2011

Andrea Camilleri, Pirandello contro il Gattopardo



Vento largo si è preso una breve vacanza. Riprendiamo oggi, con ancora negli occhi (e nelle gambe) i ghiacciai del Gran Paradiso, con questo scritto di Andrea Camilleri apparso qualche giorno fa su "La Stampa". Lo dedichiamo a Enzo Motta, caro amico di Vento largo e presidente del Circolo culturale "Pirandello".


Andrea Camilleri

Pirandello contro il Gattopardo


Il brano che pubblichiamo in questa pagina è tratto dall’introduzione scritta da Andrea Camilleri per una nuova edizione di I vecchi e i giovani , il romanzo meno conosciuto del suo concittadino Luigi Pirandello, che esce oggi per Rizzoli (pp. 454, 8,90). Il libro, a cui il drammaturgo lavorò dopo lo scandalo della Banca Romana e la repressione nel sangue dei Fasci siciliani, racconta la fine delle speranze risorgimentali, con una implacabile denuncia della corruzione e del trasformismo della classe politica italiana. È un doloroso omaggio alla «sicilianitudine», ma soprattutto un congedo dall’epopea del Risorgimento e dai sogni coltivati dall’autore nella sua giovinezza. Un romanzo vasto (l’opera più lunga e complessa di Pirandello) che intreccia una molteplicità di personaggi e di situazioni. Tra i personaggi principali spicca don Ippolito Laurentano, un principe rimasto fedele al Regno delle Due Sicilie anche dopo l’Unità, che vive ritirato nel suo feudo di Colimbètra, circondato da un piccolo esercito privato che indossa la divisa borbonica.

Il giovanissimo Pirandello, prima di partire per Bonn e lì laurearsi, aveva manifestato forti simpatie verso il radicalismo, verso un socialismo più letterario che politico, ferma restando comunque la sua inattaccabile fede patriottica. Rientrato in Italia, ed essendo nel frattempo diventato legale il partito socialista, fino a quel momento fuori legge, Pirandello aveva ripreso i contatti coi suoi amici di tendenza radicale, ora diventati in gran parte socialisti a pieno titolo.

Alle elezioni del 1892 non esita a far parte del comitato elettorale di Giuseppe Salvioli, docente universitario a Palermo e candidato dei Fasci, al quale inviò da Roma, dov’era andato a vivere, un telegramma così concepito: «Se voti animo andassero urna, i miei soli assicurerebbero trionfo professor Salvioli». Il quale, però, non venne eletto.

«Pirandello» scrive Gaspare Giudice nella sua esaustiva biografia «odiò la repressione antisiciliana del governo, ma stranamente, almeno in un secondo tempo, quando scrisse I vecchi e i giovani , prosciolse il Crispi dalla responsabilità degli eccidi e delle violenze. Nel romanzo, cioè intorno al 1908, sembra partecipe del riflusso delle simpatie nazionalistiche nei riguardi del Crispi, e gli eleva lodi incondizionate».

Pirandello in politica fu sempre ondivago, anche rispetto al fascismo finì col comportarsi in maniera contraddittoria.

In realtà egli, di fronte alla politica, aveva reazioni non tanto razionali quanto piuttosto emotive, superficiali, addirittura viscerali, perché non era in grado di penetrare in profondità nei problemi, né tutto sommato gliene importava molto, completamente immerso com’era in se stesso e interessato solo alle vicende dei suoi personaggi.

Fu proprio lo scandalo della Banca Romana a fargli nascere la convinzione dell’esistenza delle due generazioni contrapposte. «Schema» nota sempre Giudice «criticamente superficiale, ma suggestivo e custodito a lungo nel cuore».

«E certamente la più autobiografica (a livelli coscienti e subcoscienti)» scriverà ancora Sciascia a proposito di quest’opera. Tra il 1947 e il 1952 il professor Calogero Ravenna si dedica a un’attenta opera di identificazione dei personaggi de I vecchi e i giovani con persone realmente esistite. In altre parole, si tratta di sostituire con veri nomi anagrafici quelli di fantasia che Pirandello, certamente per ragioni d’opportunità, aveva assegnato ai personaggi. Questa ricerca, apparsa su periodici locali agrigentini, non sfugge a Leonardo Sciascia che, dopo averla sottoposta ad attento controllo, ne conferma la validità. [...]

Queste identificazioni concorrono a far sbiadire l’etichetta del romanzo storico che, pure per Sciascia, è una semplice scorza dentro la quale «ribolle a fonderla il magma autobiografico».

Ma a ribollire, nel magma, a far da indispensabile elemento legante è il sentimento di una bruciante e difficilmente attenuabile disillusione.

Si era voluta e pagata «a prezzo di lunghi martirii e di sangue» l’Unità, la si era amata di un amore appassionato e quindi la disillusione successiva era stata pari a quella di un tradimento amoroso. Si era ardentemente sperato che l’Unità realmente avesse significato la liberazione della Sicilia dalla miseria dei contadini, la prosperità dei commerci, il sorgere di piccole attività industriali. Nulla di tutto questo accadde, anzi una serie di leggi improvvide stroncò quel poco che ancora restava, si chiusero i telai, non furono presi provvedimenti governativi a favore delle miniere o della pesca o dell’agricoltura.

Ma la disillusione di Pirandello si estende anche ai riformatori socialisti, che portano alla sconfitta dei Fasci per un eccesso di leggerezza, mancando di una strategia adeguata e di un reale controllo sulle masse.

Perciò «amarissimo» definisce Pirandello, e a ragione, il suo romanzo.

In conclusione, inevitabile è un raffronto tra due principi siciliani, don Ippolito Laurentano de I vecchi e i giovani e il principe di Salina de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Com’è stato già detto, don Ippolito fa del suo feudo di Colimbètra uno scampolo del Regno delle Due Sicilie, un’oasi borbonica, guardata da un manipolo di venticinque uomini in divisa borbonica comandato da un caporale, Sciaralla, che si dà arie di capitano. E certamente il principe non è disposto ad avere contatti coi rappresentanti del governo italiano.

Il principe di Salina, invece, accoglie benevolmente il cavaliere Chevalley, inviato da Torino per proporgli d’accettare la nomina a senatore, ma rifiuta cortesemente, adducendo quelle ragioni che sono diventate un passo classico del romanzo.

Tutti e due, insomma, si sottraggono alla partecipazione alla vita politica. Ma è assai diversa, anzi opposta, la posizione dei due autori nei riguardi di questo rifiuto dei loro personaggi.

Mentre Tomasi di Lampedusa sembra sostanzialmente convenire con le ragioni del principe di Salina, e non poteva essere diversamente dato il comune lignaggio, Pirandello è fortemente critico, e non poteva essere diversamente date le sue profonde convinzioni unitarie.

Infatti, nel romanzo di Pirandello, c’è un episodio estremamente indicativo. Quando Sciaralla, a cavallo della mula Titina, esce da Colimbètra per andare a fare la spesa o per recarsi a Valsanìa, immancabilmente s’imbatte in Marco Prèola, figlio scapestrato del segretario del principe, il quale gli canta una canzoncina da lui composta che comincia così: «Sciarallino, Sciarallino, dove vai con tanta boria, sul ventoso tuo ronzino? Sei scappato dalla storia, Sciarallino, Sciarallino?».

Ma a scappare dalla storia, su quel ventoso ronzino, sembra dire Pirandello, non c’è solo Sciaralla, ma anche il principe Laurentano e il principe di Salina e con loro quasi tutta la nobiltà siciliana, che o non capì la grande occasione che veniva loro offerta o non la volle capire.

Forse se la borghesia illuminata e la nobiltà si fossero venute a trovare dalla stessa parte della barricata...

Ma la Storia, è risaputo, non si fa con i se.

(Da: La Stampa del 26 agosto 2011)

sabato 20 agosto 2011

Ricordando la rivista "La balena bianca"


La crisi attuale (economica, politica, sociale) ci ricorda ogni giorno che gli anni novanta furono un'occasione mancata un pò da tutti (a sinistra come a destra) di fare una volta per tutte i conti con il passato e di tentare un bilancio critico da cui ripartire. "La balena bianca" fu una delle poche realtà che in quegli anni cercarono di andare in questo senso, a partire da una ridefinizione radicale degli ambiti e dei linguaggi.

Attilio Mangano

Ricordando la rivista LA BALENA BIANCA



Nel luglio 1993 usciva il settimo e ultimo numero della rivista LA BALENA BIANCA ( Antonio Pellicani editore) da me fondata e diretta. Sette numeri ma in realtà sei perchè il secondo fu un numero doppio. Sono passati dunque 18 anni e l'evento simbolico della data può essere un valido pretesto per tornare a parlarne con un bilancio critico.

Sottotitolo della rivista era infatti " I fantasmi della società contemporanea". Anche questo può aiutare a capire meglio come la Balena Bianca di cui si parlava NON FOSSE LA DC ma la famosa balena melvilliana di MOBY DICK. La storia di questa rivista in altri termini delinea una scelta di messa a fuoco di ciò che personalmente continuo a definire come il campo del cosiddetto IMMAGINARIO SOCIALE. Il primo numero della rivista esce d'altra parte nel settembre 1990, a poca distanza dalla pubblicazione del mio volume IL SENSO DELLA POSSIBILITA' ( LA SINISTRA E L' IMMAGINARIO) sempre con le edizioni di Antonio Pellicani, un vero editore controcorrente ( lo conobbi grazie ai buoni auspici di PINO A.QUARTANA ed egli accettò di inaugurare una nuova collana della casa editrice a partire dal mio libro, con prefazione di GIORGIO GALLI, cui presto seguirono ristampe e nuove pubblicazioni di libri del filosofo della storia LUCIANO PARINETTO, un eterodosso studioso libertario che si occupava da sempre di temi come la magia e il pensiero esoterico.

(Ci fu allora chi accomunò i tre nomi, il mio, Galli e Parinetto, come espressione di una corrente di neomarxismo magico ed esoterico...). Ricordare cronologicamente questa catena di eventi e pubblicazioni può ancora oggi aiutare a inquadrare in un certo modo una linea di ricerca che riguarda più che altro il sottoscritto, ma dentro quella scelta di occuparsi dei FANTASMI DELLA SOCIETA' entrava in campo una area più vasta di collaboratori e studiosi, in parte affini alle ricerche sull'immaginario, in parte disponibili comunque ad avventurarsi nell'impresa per il gusto di scavare nuovi terreni. Del resto la composizione iniziale della redazione della rivista subì nel giro di un solo numero o due un rimescolamento ulteriore con alcuni allontanamenti ( Giuseppe Magni, Carlo Carotti) e nuovi contributi ( Luciano Parinetto stesso in primis, ma anche Pino Tripodi,Domenico Potenzoni, con apporti di Tiziana Villani, Adelino Zanini, Adriana Perrotta, Gioacchino Lavanco, Primo Moroni, Annamaria Rivera, Marco Gervasoni). Il gruppo di lavoro stabile e significativo poteva contare su un progetto grafico e la sua realizzazione ( Carlo Amore, Francesco Garbelli) e sull'apporto continuo di una serie di collaboratori : Alberto Battaglia,Nicola Fanizza,Aldo Marchetti, Bruno Milone,Paolo Rabissi,Franco Toscani , promuovendo due seminari pubblici. Come si vede gran parte di questi nomi si ritrovano ancora oggi fra i collaboratori del sito INTELLETTUALI STORIA ( da aggiungere anche Federico La Sala, che prese parte a uno dei seminari, e Nicoletta Poidimani), anche esso ormai chiuso ( e rimpiazzato da un omonimo blog)

Quanto rimane oggi valido e stimolante di quei contributi e di quella stagione di ricerca? Erano gli anni 1990-93, della caduta del muro di Berlino e del nuovo interrogarsi della sinistra sulla crisi delle ideologie e sul rapporto con la modernità, gli anni di un rimescolamento tormentato e di nuove scoperte ( ad esempio si deve proprio alla prima intervista di ALDO MARCHETTI ad ALAIN CAILLE' la segnalazione dell'importanza di una sociologia e antropologia che si sottraessero al paradigma economicista), gli anni della discussione sulla biopolitica e Foucault, sul pensiero nomade, sul rapporto stesso fra politica e antropologia, sullo studio della simbolizzazione politica, gli anni della pubblicazione del " Collegio di Sociologia" di Georges Bataille e di una prima visitaizione di una possibile " sociologia del sacro". Di tutto questo LA BALENA BIANCA fu testimone e protagonista. Chi sfogliasse oggi i suoi sei numeri e volesse ad esempio curarne una antologia degli scritti più significativi credo si troverebbe davanti a molti testi che ancora oggi vanno riletti o riscoperti. L' approssimarsi del ventennale potrebbe in questo senso consentire non tanto e non solo quel mix di riscoperte e valorizzazioni che pure appartengono a una stagione datata ma non per questo non possono suggerire riprese interpretative e bilanci. Certo i venti anni che sono quasi passati da allora hanno costituito una tale SVOLTA di fondo nella storia del nostro paese che ancora ci si interroga quasi con stupore sui meccanismi di discontinuità e sulla crisi complessiva di quella " cultura della sinistra". Non si tratta in questo senso di dar luogo a una nuova e vecchia operazione-nostalgia, sappiamo tutti come spesso la nostalgia assuma un sapore per certi versi reazionario proprio per un confronto fra passato e presente che non sa occuparsi più del futuro possibile. Si tratta pur sempre di periodizzare, distinguere, criticare, riconoscere i limiti di quelle stesse battaglie, ma non di gettare a mare. Per questo, nella consapevolezza che i tempi sono altri e che richiedono soluzioni e problemi diversi, mi chiedo se comunque non sia pur sempre una occasione speciale di ripensamento e di bilancio critico.

E' davvero così o è più una ambizione della memoria, una ripresa autobiografica , un tentativo di autolegittimazione? Sono domande e obiezioni lecite, che io stesso evidenzio.Mi piacerebbe tornare a parlarne per discutere OGGI dei fantasmi della società contemporanea.

http://ciaomondoyeswecan.myblog.it

Attilio Mangano (1945) vive a Milano. Insegnante.E' stato direttore di "Classe", "La Balena bianca" e "Per il ‘68". Ha scritto numerosi libri tra cui: Le cause della questione meridionale (1975); L'Italia del dopoguerra (1977); Gli anni del centrismo (1977); Le riviste degli anni Sessanta (1979); Autocritica e politica di classe 1980; Le culture del ‘68 (1989; Il tempo e il suo scarto, culture e politiche del tempo (1984); Il senso della possibilità, la sinistra e l'immaginario (1988).

venerdì 19 agosto 2011

Gianluca Paciucci, Erose forze d'Eros



Nell'ambito della rassegna di incontri con gli autori Un libro per l’estate, organizzata dalla Libreria Cento Fiori con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Finale Ligure,

sabato 20 agosto ore 21.00
piazzale Buraggi, Finale Ligure (SV)


verrà presentata la raccolta di versi

EROSE FORZE D'EROS

di Gianluca Paciucci

Roma, Infinito editore, 2009


Sarà presente l'autore che leggerà alcuni dei testi, accompagnato da Adriana Giacchetti alle percussioni e al canto.


Erose forze d'eros è una raccolta di versi concepiti e nati a Sarajevo, in uno dei cuori della multiforme e ferita Europa: di questa ferita portano il segno della spossatezza (che è l'esatto contrario della rassegnazione).

In attesa del momento in cui la verità abbandonerà il campo dei vincitori (Simone Weil), questi versi si aprono alla forza di tutti coloro che “la vittoria contestano e cercano di sabotare”.


giovedì 18 agosto 2011

Hugo Pratt / Corto Maltese: la libertà come modo di vivere


Chi non ha letto almeno una delle storie di Corto Maltese, il marinaio romantico e solitario eternamente sospeso fra realtà e sogno, e non si è chiesto quanto di autobiografico ci fosse nel personaggio e nelle sue avventure. Ora un libro di Silvina Pratt ci permette di rispondere a questa domanda.


Michele Serra

Una vita con Corto Maltese

«La persona più libera che io abbia mai conosciuto». Così Milo Manara sul suo amico e maestro Hugo Pratt, nato a Rimini nel 1927, vissuto nel mondo (Etiopia, Venezia, Baires, Londra, New York, Parigi, più gli infiniti viaggi per ovunque), morto in Svizzera nel 1995. Quattro figli da due mogli, più altri incogniti frutti delle sue scorrerie d' amore lungo il pianeta Terra, almeno uno dei quali non è carnale e merita di essere citato perché rivela molto della sua sconquassante generosità: in Amazzonia riconobbe il bambino (non suo) di una ragazza india, a lui sconosciuta, solo per farle avere dei fondi governativi… dunque probabilmente esiste, nel sub-continente, un ragazzo indio di cognome Pratt (origine bretone), non figlio di Hugo eppure segnato, come un personaggio di Corto Maltese, dal fantastico meticciato tipico del pennino del Maestro…

Se ho voluto iniziare questa difficile ricognizione su Pratt con la frase - perfetta - di Manara, è perché la parola "libertà" esprime lo smisurato Hugo, e la sua opera, come nessun' altra. Libertà cercata costi quello che costi, libertà come miraggio e come ossessione, libertà imposta a se stesso e inflitta agli altri, libertà di artista tanto celebrato quanto dissoluto (ai figli non ha lasciato eredità, se non il suo monumentale ricordo), libertà politica che gli costò qualche ridicola accusa di "fascismo", lui innamorato della cultura ebraica, antirazzista fino al midollo, anarchico, odiatore di ogni pensiero massificato. Infine, libertà umana inflitta agli altri, e a se stesso, con una determinazione quasi disperata, dividendo con chi amava e lo ha amato l' intero prezzo della solitudine e degli abbandoni.

Questo Pratt privato, affascinante quanto ingombrante, sensibile quanto fuggiasco, emerge con intensità quasi straziante dal libro della figlia Silvina, pubblicato in Francia tre anni fa e ora tradotto in italiano. Libro dolcissimo, intenso, intimo, gremito di fotografie e disegni, spasmodico tentativo di una figlia di ridare "il posto giusto" a cotanto padre, e a se stessa, attraverso una collazione di ricordi, impliciti rimproveri, dichiarazioni d' amore, lucide confidenze sulla difficoltà estrema di mantenere intatto un rapporto intermittente, frantumato, difficilissimo.

Pratt non sopportava che lo si chiamasse papà, dal concetto di famiglia era terrorizzato quanto era attratto dalla necessità di un baricentro affettivo che lo confortasse al ritorno dalle sue infinite partenze, il classico marinaio che cerca il porto per rifuggirne subito, irrequieto, febbrile, imprendibile. Pratt spedisce moglie e figli in altre città, avamposto della sua smania di cambiare, sperimentarsi altrove, e il raggiunge solo mesi dopo. Pratt quando c' è monopolizza la scena, canta, suona, disegna, parla, mangia, beve, racconta, discute, ride, riceve amici, si fa massaggiare i piedi, quando non c' è apre un vuoto pari alla sua colossale presenza. Egoista, si direbbe banalmente, se il suo ego seduttore, coinvolgente anzi travolgente, il suo fascino di grande viaggiatore e di artista indiscusso, non soverchiasse perfino quella parola: il mondo pullula di egoisti silenti e sfuggenti, di egoismi che non lasciano traccia, che feriscono solo per viltà. Non così il padre di Jonas, Lucas, Marina e Silvina Pratt, che di tracce (e di cocci, di dolori, di gioie, di figli) ha disseminato il suo viaggio. Tanto che il libro, che avrebbe potuto intitolarsi Senza Hugo per quante sono le mancanze di Pratt nei confronti dei suoi, si chiama al contrario Con Hugo, rivendicando in ogni pagina, quasi in ogni riga, la potenza e la fertilità dell' uomo, la sua presenza magnetica anche quando scompariva senza dare notizia di sé. Il classico "neanche una cartolina".

«Per seguire la sua vocazione di vita, le sue chiamate - racconta ancora Milo Manara - non si peritava di mollare lì chiunque e qualunque cosa. Famiglie, persone, amici. Credo di essere stato uno di quelli che lui sopportava meglio, perché conoscevo a fondo il suo carattere, i suoi modi cangianti, e capivo di dovermene andare un istante prima che me lo dicesse lui. Aveva terrore di una cosa soltanto: la noia. Appena una situazione gli risultava deprimente, stagnante, poco espressiva, inutile alla sua ispirazione artistica, prendeva e se ne andava. Credo che solo un artista possa capire questa smania così monopolizzante, questa obbedienza esclusiva alla propria arte. Viveva solo per salvaguardare la sua opera, e dunque l' artista che la animava». «Era affascinante e insopportabile. Durissimo. Possedeva diplomazia in dose zero, era capace di essere il più socievole degli amici, il più travolgente degli showman, e appena dopo chiudersi del tutto, respingere chiunque. Era come il mare, il mare che lui ha tanto disegnato, lo stesso fascino e la stessa imprevedibilità, calmo e ospitale e un attimo dopo cupo e pericoloso».



Pratt era stato adolescente in Etiopia, figlio della colonizzazione fascista. Ma evidentemente si era lasciato segnare, in quel frangente, da volti, costumi, lingue e suoni che l' artista saprà trasformare, con miracoloso talento, in una sorta di cosmopolitismo umanitario modernissimo, quasi visionario nella capacità di intrecciare nelle sue storie tutte o quasi le razze, le religioni, le credenze politiche del pianeta. Tutte le sue storie sono incroci di culture, crocevia di razze, faccia a faccia tra i formidabili profili, gli sguardi taglienti che Pratt tracciava sulla pagina.

Corto Maltese, il suo eroe marinaio pubblicato e tradotto in quasi tutte le terre del mondo da lui raggiunte via mare, è «figlio di una gitana andalusa e di un marinaio bretone, nato a Malta e trascinato in Laguna». Pure se entro i confini epici (e dunque non retorici) del romanzo d' avventura, Corto non ha altra chiave se non questa: il mondo è uno e gli uomini si rassomigliano anche quando si odiano e si combattono. L' afflato che li unisce è l' insaziabile bisogno di scoprire e di scoprirsi. Di partire e tornare. Di vivere.

Quando Pratt, negli anni Settanta, avverte il pregiudizio politico contro il vitalismo di Corto (e suo), e si rende conto che il fumetto avventuroso è considerato un genere "d' evasione", l' esatto opposto dell' "impegno", non fa una piega. Non partecipa al dibattito su se stesso. Si limita a fare osservare agli intimi che gli basta e gli avanza l' Ulisse di Dante, «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza», per considerare il viaggio e l' avventura come un genere «rivoluzionario, addirittura eversivo». E quanto all' "evasione", faceva notare beffardo che la parola era ottima perché gli suggeriva piuttosto la fuga dal carcere, e la sete di libertà.

Manara ricorda qualche breve discussione, subito troncata da Pratt, con giovani estremisti che gli contestavano il presunto disimpegno politico: per lui l' avventura era in sé una dichiarazione politica, presupposto di una condizione umana libera e aperta al nuovo, agli orizzonti sconosciuti, alle persone ignote. Sempre Manara annota in margine (e condivido senz' altro) che molti dei critici di allora di Pratt, all' epoca ferrei tutori dell' ideologia comunista, sono poi tranquillamente approdati alla destra e al potere. Un lungo viaggio anche quello, chissà se Pratt lo avrebbe voluto e saputo disegnare…

Le fotografie (tante) del libro di Silvina ci mostrano un uomo di notevole bellezza, appesantito dalle infinite mangiate e bevute (al ristorante - ricorda la figlia - dopo avere finito la cena sosteneva che bisognava cominciare daccapo). Nonostante la pesantezza e i bagordi, il volto riesce ancora a rammentare i tratti giovanili, virili e regolari, da attore cinematografico, che Pratt in qualche modo provò a riportare sulla carta attribuendoli a Corto, che lui riteneva essere «un incrocio tra me e Burt Lancaster, il solo che potrebbe interpretarlo al cinema». Il suo alter ego disegnato, per dire il vero, accentuava, di Pratt, l' aria latina. Molti volti dei suoi personaggi erano «presi dalla vita», a cominciare da Anna della Giungla (uno dei suoi primi eroi) che era visibilmente ispirata alla seconda moglie (la madre di Silvina) Anne Frognier, una adolescente belga che Hugo, già sposato, conobbe a Buenos Aires, innamorandosene per la vita anche se con l' intermittenza nevrotica del suo andirivieni per il mondo.

Rimarrebbe da spiegare qualcosa del talento artistico di uno dei più grandi disegnatori del secolo scorso, che ha influenzato fortemente decine di disegnatori (in Italia, oltre a Manara, certamente l' Andrea Pazienza meno satirico e più pensoso). Manara lo definisce «un sottrazionista». Nel senso che la sua pagina, anno dopo anno, periodo dopo periodo, si libera lentamente dei chiaroscuri e degli ornamenti delle tavole giovanili, fino ad assumere una misteriosa, ineffabile purezza. Il Pacifico, l' ultimo Pacifico di Corto, è appena una linea, un orizzonte, eppure contiene il mare, il sole e il cielo per intero. I suoi volti - soprattutto i suoi profili - sono una specie di miracolo di semplicità, una linea appena che scorre dai capelli al mento eppure indica perfettamente un prototipo razziale, un carattere, uno sguardo sulla Terra. Molto del suo meglio nacque nella casa di Malamocco, estremità del Lido, racchiusa tra il mare aperto e la laguna, quasi appoggiata sugli scogli, una prua, un invito al viaggio. Silvina Pratt ricorda quell' appartamento con pagine tra le più intense, il senso di mare e di sconfinatezza, il senso di casa e di raccoglimento. I due sensi che diedero movimento e anima a Hugo Pratt e alla sua opera, quello della partenza e quello del ritorno, l' eterna odissea, il mare che accoglie e respinge, l' amore che aspetta, la miracolosa, dolorosa pazienza femminile. I cassetti con le fotografie che tanto tempo dopo una donna (una moglie, una figlia) raccoglie e vivifica. Infinite Penelopi sorreggono il viaggio di Ulisse, cercando anche senza l' illusione di trovarlo un bandolo, uno scopo, una direzione in quella linea sottile, infinita, che chiamiamo orizzonte.

(Da: La Repubblica — 06 luglio 2008)




Silvina Pratt
Con Hugo
Marsilio, 2008
16 Euro



mercoledì 17 agosto 2011

Laura Macchia, Dipinti e pensieri ceramici


martedì 16 agosto 2011

Storia dei Templari: Pierre de Montaigu




Guido Araldo

Pierre de Montaigu, cavaliere originario dell’Alvernia, fu sovrano Maestro dal 1219 al 1232


Intanto, sotto le mura di Damietta la situazione diventava sempre più difficile. Fu allora che giunse un umile fraticello, un po’ squinternato di nome Francesco, originario da Assisi: asseriva seriamente, con grande convinzione, d’essere stato inviato dal papa per incontrare il sultano d’Egitto, allo scopo di perorare la pace. Lo lasciarono andare, verso le linee nemiche. I Templari ridevano, convinti di vederlo tornare a pezzi, in una cesta; invece quel fraticello temerario fu ricevuto dal sultano e riapparve addirittura con una scorta d’onore. Per la verità, nel campo cristiano aleggiò il sospetto che quel furbacchione fosse rimasto nascosto da qualche parte, per poi apparire con alcuni egiziani assoldati nel ruolo di una scorta d’onore. Sospetto pienamente confermato in seguito dal fatto che Francesco s’inventò le stimmate, giacché Gesù era stato appeso e non inchiodato alla croce, come avveniva all’epoca per i condannati a quel supplizio. Dettaglio noto ai papi e soprattutto ai cavalieri templari, ma ignoto a quel fraticello che era vertigine di fanatismo e abisso d’ignoranza. Ma fu proprio quest’impostura a renderlo famosissimo, a salvarlo da un possibile rogo e ad elevarlo agli onori degli altari.

Ad ogni modo non successe nulla di nuovo: nessuno si convertì, dall’una o dall’altra parte dello schieramento, e la guerra continuò come prima, almeno fino al 5 novembre quando Damietta finalmente capitolò, senza lottare, dopo che i Crociati sferrarono un assalto notturno. Aperte le porte, trovarono la città colma di cadaveri: degli 80.000 abitanti, ne restavano 3.000, falcidiati dalla pestilenza in numero di gran lunga maggiore degli assedianti. Gran parte dei superstiti erano bambini. Jacques de Vitry, storico dell’epoca, riferì che molti di loro morirono nei giorni seguenti, dato lo stato di denutrizione che palesavano.

Le incomprensioni si accentuavano nel campo cristiano, al punto che Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, lasciò l’Egitto voltando le spalle all’arrogante Pelagio, vescovo di Albano, che a questo punto meditava seriamente la conquista di tutto l’Egitto. Altre due proposte del sultano di scambiare Damietta con Gerusalemme furono respinte; nonostante gli Ospedalieri minacciassero di lasciare il campo poiché reputavano che fosse giunto il tempo di trattare. Lo stesso Giovanni di Brienne, informato di quelle proposte, rientrò precipitosamente a Damietta, nella prospettiva di concludere una pace vantaggiosa. Ma il rappresentante del papa era determinato: voleva conquistare il Cairo! Condivideva la strategia dei Templari! Soltanto con l’assoggettamento dell’Egitto, la conquista di Gerusalemme sarebbe stata definitiva!

L’esercito crociato si mise in cammino nel torrido mese di luglio del 1221. L’armata con i vessilli al vento era ormai in vista di al-Mansurah quando il sultano ordinò di aprire le chiuse del Nilo, com’era già successo nelle precedenti invasioni dei “Latini”, e i cavalieri si trovarono impantanati. Si trovarono circondati, respinsero un pericolosissimo assalto formando un “muro di bronzo” con i loro scudi; poi scesero a trattative. Nonostante la posizione vantaggiosa, impressionato da quegli imponenti cavalieri, il sultano accettò la proposta di Giovanni di Brienne: rifornì di cibo i Crociati stremati e non li molestò durante la ritirata. In cambio della restituzione di Damietta, dello sgombro dell’Egitto e di una tregua di otto anni, accettò di liberare tutti i cavalieri cristiani tenuti prigionieri nei suoi territori. Poi, al cocciuto cardinale Pelagio, sconfitto, non restò altra scelta che imbarcarsi ad Acri e far ritorno a Roma.

Nonostante i molti errori strategici e tattici, in quegli anni la fama dei Templari era all’apice! Mitiche le loro cariche: i primi a lanciarsi, gli ultimi a ritirarsi. E prima di ogni carica cantavano cupi e terribili il salmo di Davide “Non nobis Domine…”

Pierre de Montaigu proveniva da una famiglia importante: un suo cugino, di nome Guerin, era gran maestro degli Ospedalieri e un altro suo cugino, forse suo fratello, di nome Eustorgio, era arcivescovo a Nicosia. Nel 1212, in Spagna, Pierre de Montaigu aveva preso parte alla determinante battaglia di Las Navas de Tolosa, che aveva dischiuso la via della riconquista cristiana verso Cordoba e Siviglia.

Quando arrivò nelle Terre d’Oltremare si parlava sempre più insistentemente di un’altra crociata! Questa volta si confidava su un personaggio importante: Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia e, anche, di Gerusalemme. Aveva infatti sposato la figlia di Giovanni di Brienne e, appena celebrato il matrimonio, aveva rivendicato per sé quel regno lontano, in possesso ai Saraceni, esautorando il suocero. Ma quando finalmente giunse ad Acri il 7 settembre del 1228, sette anni dopo Damietta, insorse un problema insormontabile: Pierre de Montaigu rifiutò di ubbidirgli, per una volta tanto imitato dal “sovrano maestro” degli Ospedalieri.

Perché? Per quale motivo? L’imperatore era stato scomunicato e, pertanto, per lui era il diavolo!Gregorio IX, papa risoluto, non aveva esitato ad escludere Federico II dalla collettività dei cristiani per gli indugi palesati a prendere la croce e liberare il Santo Sepolcro. Per la realtà, il rancore dei Templari e degli Ospedalieri verso l’imperatore aveva altre origini: quando era stato scomunicato, l’imperatore aveva ordinato il saccheggio di tutte le proprietà dei cavalieri in Sicilia e in Italia Meridionale.

Di fronte a tanto rifiuto, Federico II stipulò furente un accordo con il sultano d’Egitto: senza sfoderare la spada, ottenne Betlemme e Gerusalemme, con l’eccezione della “spianata del Tempio”, e un corridoio per raggiungere il Santo Sepolcro da San Giovanni d’Acri. Un patto che non piacque a nessuno, soprattutto ai Templari, giacché molte fortezze che un tempo appartenevano a loro: il Kraac di Moab, Montréal, Gaza, Safed e Toron furono escluse dalle trattative e rimasero in possesso ai Saraceni. Anzi, era loro impedito di potenziare fortezze importantissime come il Chastel Blanc e le fortificazioni di Tripoli e Tortosa. L’Oriente non fu mai tanto diviso! Da una parte stava Federico, sostenuto dai cavalieri teutonici (come poteva essere diversamente, trattandosi di cavalieri tedeschi?), i quali addirittura si atteggiavano a guardia pretoriana dell’imperatore, dai Pisani e dagli Amalfitani desiderosi soltanto di commerciare. Dall’altra, a fianco del legato pontificio, erano schierati i Templari, gli Ospedalieri, i baroni locali, i Genovesi e i Veneziani, invidiosi dei privilegi commerciali accordati ai loro rivali.


Le tensioni sfociarono nell’occupazione della fortezza templare di Chateau-Pélerin da parte dei cavalieri di Federico; ma l’immediata la reazione di Pierre de Montaigu costrinse gli intrusi alla ritirata. L’astio dell’imperatore verso i Templari si manifestò appena tornò a casa: sbarcò a Brindisi il 10 giugno 1229 e non tardò a decretare la confisca di tutte le proprietà dei Templari e degli Ospedalieri nel suo regno, peraltro già saccheggiate. Soltanto l’anno successivo, quando il papa e l’imperatore si conciliarono con il trattato di San Germano, si convenne che i beni sequestrati tornassero a legittimi proprietari. Ma gli accordi non vennero rispettati. L’imperatore, forse irritato dalla coalizione guelfa che andava consolidandosi a suo danno, prese a tergiversare, facendo orecchie da mercante alle sollecitudini che gli giungevano da Roma e dall’Oriente.

Le ultime scintille tra Federico II e i Templari si consumarono in Oriente, quando ad Acri sbarcò un esercito imperiale, il cui scopo non era la conquista del Santo Sepolcro, ma vigilare affinché nessuno infrangesse la fragile tregua stipulata con il sultano d’Egitto. Il compito del maresciallo imperiale, Riccardo Filangeri, comandante di quell’armata, consisteva nel tenere a freno i Templari, gli Ospedalieri e baroni locali. In un simile conteso i Saraceni divennero degli alleati. Ad Acri il confronto fu durissimo e rischiò di degenerare in un aperto conflitto armato; finché il maresciallo imperiale sgombrò il campo e ripiegò su Tiro. Intanto notizie entusiasmati giungevano dalla Spagna: la flotta templare aveva conquistato le Baleari! Fu allora che morì Pierre de Montaigu: nocchiero della nave del Tempio in acque tempestose, ma gloriose.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".



lunedì 15 agosto 2011

Tra i pini e il vento di Caprera


L'isola di Garibaldi ha la forma di un geco e tutte le sfumature del verde

Antonella Anedda

Tra i pini e il vento di Caprera


Chi cammina in un’isola può solo illudersi di andare verso qualcosa. Le parole Est e Ovest su cui Thoreau ha costruito il suo capolavoro sono solo desideri dello sguardo, struggimento per la distanza. I venti - e a questo proposito non c’è testo più bello di The Mirror of the sea di Conrad - contano più delle strade. Il maestrale che ghiaccia, il libeccio che strema, il ponente che da occidente soffia senza freni. L’avviso ai naviganti parla nella radio lentamente e annuncia la forza del mare. La parola bufera non ha nulla di letterario ma è reale. La Torre di Guardia issa una bandiera, la sirena suona a lungo lottando con le raffiche e il vento che ulula davvero incanalandosi tra le vie.

Chi cammina in un’isola non progredisce ma sale o sprofonda. Scende fino all’acqua o si arrampica su una roccia. Per dimenticare la sua prigionia, la beffa del non andare, bisogna trasformare i verbi e sostituire camminare con nuotare. Anche nuotando in fondo i piedi si muovono, ma - abbastanza in fretta - non toccano più se non l’acqua. Ci si immerge, la terra sfugge, il corpo avanza orizzontale, servito dalle braccia, ritmato dalla testa che si muove.

Quando riaffiora dal mare, il camminatore dell’isola resta, come dicono qui a La Maddalena, «con il piede marino». Vacilla leggermente e risale in superficie. La stessa natura dell’arcipelago, le isole sparse apparentemente vicine che diventano difficili da raggiungere se si alza il vento, aumenta la sensazione di precarietà. Di fronte alla mia finestra l’isolotto di santo Stefano appartenuto un tempo ai miei bisnonni che provarono a trasformare la poca terra in una fattoria moderna, ha tenuto per anni la precarietà esplosiva di una base Usa. Secondo una indagine francese, anzi corsa, il mare avrebbe inghiottito il materiale radioattivo di un sottomarino americano, e oggi il giornale riporta la notizia di un vero e proprio arsenale tra razzi e mitra capace di armare un esercito, in parte nascosto nelle gallerie di Santo Stefano, in parte, sembra, trasportato clandestinamente, nei traghetti di linea.

L’instabilità dell’acqua, il dondolio delle onde modifica il passo anche a me, oggi a Caprera, l’isola più orientale dell’arcipelago, a forma di geco, disabitata, coperta di pini, solo recentemente asfaltata. Si raggiunge attraverso un ponte che scavalca acqua basse quasi lacustri e basta a sigillare il passaggio dal mondo alla quiete. In questa isola di capre, ultimo rifugio di Garibaldi, primo rifugio di fuoriusciti corsi, c’è sempre la possibilità di trovare uno spazio silenzioso dove guardare licheni che avrebbero fatto la gioia del poeta Camillo Sbarbaro. I colori dal grigio all’arancio variano a seconda dei ciuffi di piante che si piegano su di loro. Tutte le tonalità del verde sembrano radunarsi in quello spazio scosceso, dal verde polvere degli olivastri, al verde setola delle tamerici, dal verde-giada dei pini giovani al verde-legno delle pigne. Proprio poco prima di arrivare dove è seppellita Marsala, la cavalla di Garibaldi, non distante dalla Casa Bianca dove è morto guardando dal suo letto la Corsica e oltre l’isola, Nizza, c’è una radura che conoscono in pochi, miracolosamente risparmiata dagli umani. È un anfiteatro di rocce, alcune scavate dal vento, i tafoni che prendono spesso forme di bestie fantastiche a metà tra orsi e draghi, altre piatte circondate da mirto e lentisco. In terra tra gli aghi di pino gli escrementi degli animali si mischiano alle loro ossa, a qualche dente, a ciuffi di spine, a pelli appiattite e consumate che solo dopo capiamo non erano foglie.

Mi fermo solo per prendere fiato e arrampicarmi fino alle pietre più alte del Telaione, un monte, come viene chiamato nonostante sia solo di 212 metri dove non c’è nulla tranne il rosso del granito e l’aria e dove si può stare in piedi nel vento e vedere il porto brulicare in lontananza con i traghetti carichi di passeggeri-formiche e le barche della scuola di Caprera ferme in qualche rada. Più vicino, se si è fortunati, si vedono gruppi di cinghiali, brutti, pelosi e liberi. Insieme al tonfo di qualche pigna che cade, i loro grugniti insieme al grido dei gabbiani corsi, sono gli unici rumori. Quando finalmente scendo, fischiando al cagnetto che mi accompagna e al quale do da mangiare, più che camminare scivolo sulle pietre più lisce dove bisogna andare scalzi perché il piede abbia più presa. Il vento diminuisce, è quasi mezzogiorno e il caldo di colpo tanto duro che bisogna scrutare la luce azzurra tra i cespugli e dirigersi verso quel bagliore di acque. È la spiaggia del Relitto dove tra la sabbia e gli scogli resta la carcassa di legno e ferro di una barca naufragata. Là, immergendo la testa nell’acqua fredda, come raccomandava Darwin, almeno per un attimo, scopriamo di non esistere

(Da: La Stampa, 8 agosto 2011)

domenica 14 agosto 2011

J.F. Kennedy: fu Johnson a farlo uccidere?


Dopo le rivelazione dei rapporti fra i Kennedy (John e Robert) e la criminalità organizzata, i diari della vedova confermano che l'asssassinio del presidente USA fu deciso e attuato all'interno dello scontro fra le lobby politico-criminali americane in un clima da basso impero dove non mancavano sesso e droghe. Eppure anche in Italia c'è chi si ostina a tenere in piedi il mito kennediano.

Vittorio Zucconi

JFK. Jackie: "Johnson uccise mio marito"

La moglie del presidente americano assassinato a Dallas credeva che dietro il delitto ci fosse il braccio destro di JFK. Lo rivelò in un´intervista che doveva restare segreta per 50 anni. Ma adesso quei nastri sono finiti in un documentario. La vedova rivelò i suoi sospetti allo storico Schlesinger dopo l´attentato del 22 novembre ‘63. Parlò anche di amori e tradimenti e confessò la sua relazione con Gianni Agnelli

È la voce della Prima Vedova d´America a parlare dall´oltretomba e a formulare un´accusa tremenda, per ora senza prove: Jacqueline Kennedy era convinta che "l´infame", che l´assassino, fosse quell´uomo di fronte a lei sull´aereo funebre, quel Lyndon Johnson che aveva preso il posto di suo marito.

Questo, nella propria rabbia e nella propria disperazione di vedova e di donna tradita due volte, prima dal marito in vita e poi dal suo vice presidente in morte, Jacqueline Bouvier Kennedy disse allo storico Arthur Schlesinger pochi giorni dopo quel funerale che tutto il mondo guardò piangendo con lei e con i bambini. Fu una confessione segreta che sarebbe dovuta restare segreta per mezzo secolo. Ma che la figlia Caroline ha cominciato a svelare a pezzi e brandelli, scatenando un altro capitolo sensazionale del libro infinito dei misteri kennedyani, se le sue rivelazioni sono autentiche e se davvero questo dice la voce dal passato.

Dalla fine del 1963, dunque qualche settimana dopo avere dovuto lasciare la Casa Bianca insieme con i due orfani, John John e Caroline, a oggi, i nastri della lunga confessione di Jackie a Schlesinger, allo storico che più di ogni altro aveva contribuito a creare il mito di "Camelot", della corte kennediyana, sono rimasti chiusi nella cassaforte della Biblioteca ufficiale di JFK a Boston. Jackie aveva ordinato che restassero sottochiave per mezzo secolo, rendendosi conto dell´enormità delle accuse. Ma ora che uno dopo l´altro i Kennedy "veri" se ne sono andati e restano soltanto gli avanzi di una dinastia tramontata, che John John il principe ereditario è sprofondato con il proprio Piper nelle acque davanti a Hyannis Port, che Ted l´ultimo grande vecchio è stato sepolto e lei è rimasta sola, Caroline ha rotto il sigillo del silenzio.

Sono cominciate a sgocciolare accuse terribili, come quella diretta al vice presidente Lyndon B. Johnson di essere stato il ragno che aveva tessuto la tela con altri "pezzi da 90" texani per attirare Kennedy a Dallas, dove l´odio dei "JR", dei miliardari, dei bovari e petrolieri per il presidente troppo liberal, troppo di sinistra, troppo yankee, troppo nordista, era implacabile, e tramare per eliminarlo. Filtra come un vento acre la collera di una donna che dietro il sorriso diafano ed enigmatico, sotto gli abiti di "haute couture" che indossava per il pubblico da magnifica mannequin del mito, sapeva tutto delle porcherie del marito, raccontando a Schlesinger di avere trovato slip da donna ovviamente non suoi sparsi per la casa. E di avergli reso pan per focaccia, racconta in quei nastri ascoltati dalla figlia Caroline, tradendolo con uomini come Giovanni Agnelli, il presidente della Fiat durante vacanze italiane e con il suo attore preferito, il bellissimo William Holden.

Più che il Castello di Re Artù, che la propaganda degli Schlesinger, il narratore dei "mille giorni", o le parole alate di Ted Sorensen, il trovatore che diede le ali all´oratoria kennedyana dal discorso inaugurale in poi, la Casa Bianca di quegli anni sembra essere stata una corte dei Borgia, un nido di avvelenatori e ballerine, di pugnalatori e di favorite. Sono soltanto frammenti, questi che la figlia sta facendo cadere dalla tavola dei misteri, e non necessariamente verità, perché non é affatto dimostrabile che Jackie sapesse davvero chi avesse mandato Lee Harvey Oswald con un fucile a cannocchiale al sesto piano del deposito di libri a Dallas. Ma sono gocce di piombo fuso.

Alcune delle cose che Caroline sta facendo uscire, secondo i media come il Daily Mail inglese che hanno raccolto queste anticipazioni, per preparare il mercato al libro che sta scrivendo e per i documentari che la network Abc diffonderà in autunno, collimano con ciò che sappiamo e che è stato da tempo scoperto. La candida villa della famiglia modello, ostentatamente cattolica nella opportunistica devozione, assisteva a orgette e inseguimenti di segretarie attorno alle scrivanie, all´assunzione di impiegate disponibili, come le due ragazze che il Servizio Segreto aveva soprannominato "Fiddle" e "Faddle", agli incontri brutali e rapidi in piedi nei guardaroba con la "bambola" mandata dal padrino mafioso Sam Giancana, Judith Campbell, all´andirivieni notturno di Bob, il fratello, attraverso il tunnel sotterraneo che collega la Casa Bianca all´adiacente ministero del Tesoro, che Bob usava per entrare e uscire non visto dai reporter. Un clima da dormitorio universitario, da "Animal house", che gli apologeti più tardi tenteranno di giustificare con gli «squilibri ormonali» di un presidente costretto a continue cure di steroidi per il morbo di Addison, un´afflizione grave delle ghiandole surrenali.

Anche i sospetti sul vice Lyndon Johnson, il gigante texano e boss ferreo del Senato che John e Bob Kennedy avevano indicato come candidato alla vice presidenza pur sapendo che Johnson detestava quei due turd, quegli stronzetti di Boston come ripeteva a tutti, scattarono subito dopo le esplosioni dei colpi. Johnson era stata una nomina di ripiego, un´astuzia tattica, fatta dopo il rifiuto di tre "prime scelte", indicato dai fratelli Kennedy soltanto per fare un gesto verso il Texas e l´elettorato del Sud che minacciava di far perdere le elezioni. Entrambi, John ("Jack" come era chiamato dagli amici) e Bob restarono di stucco quando LBJ accettò, intrappolandoli nel loro gioco e costringendoli a portarselo alla Casa Bianca.

Da questo intenso disprezzo fra due uomini, e due clan, fra i Kennedy e i Johnson, fra gli irlandesi bostoniani e i texani, a immaginare che il vice sia stato l´ideatore e il promotore dell´assassinio con la complicità della sua "gang", occorre compiere un salto che gli storici e i ricercatori non si sentono di fare e che la furia di una donna offesa e sfrattata dal nuovo inquilino della propria casa, può invece giustificare. Ma spiegherebbe la frettolosa rapidità con la quale il nuovo presidente, colui che aveva giurato sul Boeing 707 che trasportava la bara di JFK, davanti a Jackie in tailleur ancora imbrattato dal sangue e dagli schizzi di cervello del marito, chiuse l´inchiesta ufficiale condotta dal giudice Warren. Riguardiamo quella foto ufficiale, la sola scattata sull´Air Force One in volo di ritorno verso Washington nella notte di venerdì 22 novembre 1963: una vedova insanguinata, la bara del morto e l´uomo che lei, dentro di sè, credeva essere l´assassino. Un triangolo di odio shakespeariano che neppure quarant´anni hanno potuto estinguere e che continua ad ardere.

(Da: La Repubblica del 9 Agosto 2011)

sabato 13 agosto 2011

Da leggere: L'uomo con la faccia da assassino



Dimenticate per un attimo Mankell, Larsson, Holt e gli altri maestri del romanzo poliziesco scandinavo. Qui è tutta un'altra storia. Un mix di hard boiled americano e di polar francese. Una storia struggente, romantica e crudele. Da leggere.

L'uomo con la faccia da assassino


Kornostajev, hai la faccia da assassino", gli dicevano ai tempi dell’Armata Sovietica. Oggi il suo nome è Viktor Kärppä, ma la faccia è sempre quella. Vive al confine della legge e di due mondi, non fa domande, non ruba, sbriga solo piccole faccende per la mafia russa di Helsinki, oltre a comuni indagini private. Come quella per ritrovare Sirje, la moglie scomparsa di Aarne Larsson. Niente di nuovo, finché Sirje si rivela la sorella del trafficante estone Jaak Lillepuu, il terrore del Baltico. E la sua indagine comincia a interessare a troppa gente.


Tra i ricordi dolceamari del paese natale, le minacce del poliziotto di cui è informatore, e gli incarichi sporchi di Ryškov, gangster frontaliero di poche parole e tanti segreti, il passato sovietico torna a presentargli il conto: un ricatto che porta la firma dell’ex KGB e che rischia di coinvolgere anche Marja, la studentessa anticonformista di cui si sta innamorando. L’intrigo perfetto in un romantico noir d’atmosfera, con una lingua plastica che non ha bisogno di manierismi, perché ispirata dalla leggerezza del vero talento narrativo.

Matti Ronka
L'uomo con la faccia da assassino
Iperborea, 2011
16,50 euro

venerdì 12 agosto 2011

Arnaut Daniel, poeta occitano



Giorgio Amico

Arnaut Daniel, poeta occitano



Ci sono poche notizie su Arnaut Daniel. Probabilmente nato verso il 1150 -1160 a Riberac , in Dordogna, proveniva da una famiglia della piccola nobiltà. "Fo gentils hom", si legge nella cronaca che parla di lui, e come molti dei figli cadetti destinato alla carriera ecclesiastica. Studiò dunque il latino e le lettere, ma in seguito a vicende che non conosciamo si dedicò interamente alla poesia, girando per le corti provenzali come trovatore, autore di versi elegantissimi e complessi (" e pres una maniera de trobar en caras rimas, per que soas chansons no son leus ad entendre ni ad aprendre").

Nonostante la fama, fu tra l'altro ospite alla corte di Riccardo Cuor di Leone, ebbe una vita difficile. E' lui stesso a dirlo in quella che è considerata una delle sue più belle composizioni

« Ieu sui Arnautz qu’amas l'aura
e chatz la lebre ab lo bou
e nadi contra suberna. »

(Io sono Arnaldo che raccolgo il vento /E col bue vado a caccia della lepre/E nuoto contro la marea montante)

Da un testo attribuito a un contemporaneo sappiamo che si ridusse in povertà a causa del gioco dei dadi. Da un altro che egli «amet una auta domna de Gascoingna, muiller d’En Guillem de Buovilla» (Amò una nobildonna della Guascogna, moglie di Guillem de Bouville), di cui non si sa nulla.

Inventore della sestina, esercitò una influenza fortissima sulla poesia del Duecento, dai poeti catalani Jordi de Sant Jordi, Andreu Febrer e Cerverí de Girona, a quelli italiani. A partire da Francesco Petrarca e Dante Alighieri.

Per Francesco Petrarca fu il più bravo di tutti, tanto da scrivere:

« Fra tutti il primo Arnaldo Daniello
gran maestro d'amor; ch’alla sua terra
Ancor fa onor col suo dir novo e bello. »

Giudizio ripreso nel secolo scorso da Ezra Pound che lo considerò il vero fondatore della poesia occidentale e tradusse in inglese i suoi versi.

Dante lo ammirò immensamente, tanto da citarlo più volte nel De Vulgari Eloquentia dove si fa spesso riferimento alla sua tecnica compositiva; e da dedicargli una pagina della Divina Commedia, collocandolo nella settima cornice del Purgatorio, quella dei lussuriosi, e per la sua vita e per i suoi versi che hanno cantato l'amore terreno e non quello del Cielo.

E' un altro poeta, Guido Guinizzelli a indicarlo a Dante riferendosi a lui come il migliore dei poeti che hanno scritto in volgare:

« O frate, - disse, - questi ch'io ti cerno
col dito, - e additò un spirto innanzi, -
fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d'amore e prose di romanzi
soverchiò tutti: e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch'avanzi. »

(Purg. XXVI, 115-120)

E, quando Dante gli chiede il suo nome, Arnaut gli risponde in occitano:

« Io mi feci al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazioso loco.
El cominciò liberamente a dire:
“Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!”.
Poi s'ascose nel foco che li affina. »

(Purg., XXVI, 136-148)

(“Tanto mi piace la vostra cortese domanda/ che io non mi posso né voglio a voi celare./ Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando;/ afflitto vedo la passata follia,/ e lieto vedo, davanti (a me) la gioia che spero./ Ora vi prego, in nome di quel valore che vi guida alla sommità della scala,/ al tempo opportuno vi sovvenga del mio dolore”).

Morì intorno al 1220, forse fattosi monaco. A noi restano 18 composizioni, due delle quali provviste di notazione musicale; tutte, tranne una, di argomento amoroso.




Pagina di un "chansonnier" del XIII secolo riportante una raffigurazione di Arnaut Daniel


Arnaut Daniel

Arietta


Su quest'arietta leggiadra
Compongo versi e li digrosso e piallo,
E saran giusti ed esatti
Quando ci avrò passata su la lima;
Ché Amore istesso leviga ed indora
Il mio canto, ispirato da colei
Che pregio mantiene e governa.

Io bene avanzo ogni giorno e m'affino
Perché servo ed onoro la più bella
Del mondo, ve lo dico apertamente.
Tutto appartengo a lei , dal capo al piede,
E per quanto una gelida aura spiri,
L'amore ch'entro nel cuore mi raggia
Mi tien caldo nel colmo dell'inverno.

Mille messe per questo ascolto ed offro,
Per questo accendo lumi a cera e ad olio:
Perché Dio mi conceda felice esito
Di quella contro cui schermirsi è vano;
E quando miro la sua chioma bionda
E la persona gaia, agile e fresca
Più l'amo che d'aver Luserna in dono.

Tanto l'amo di cuore e la desidero,
Che per troppo desío temo di perderla,
Se perdere si può per molto amare.
Il suo cuore sommerge interamente
Tutto il mio, né s'evapora.
Tanto ha oprato d'usura
Che ora possiede officina e bottega.

Di Roma non vorrei tener l'impero,
Né bramerei esserne fatto papa,
Se non potessi tornare a colei
Per cui il cuore m'arde e mi si spezza
E se non mi ristora dell'affanno
Pur con un bacio, pria dell'anno nuovo,
Me fa morire a sé l'anima danna.

Ma per l'affanno ch'io soffro
Dall'amarla non mi distolgo,
Bench'ella mi costringa a solitudine,
Sì che ne faccio parole per rima.
Più peno, amando, di chi zappa i campi,
Ché punto più di me non amò
Quel di Monclin donna Odierna.

Io sono Arnaldo che raccolgo il vento
E col bue vado a caccia della lepre
E nuoto contro la marea montante.


giovedì 11 agosto 2011

Avanguardia, Deriva, Debord


Girellando sulla rete abbiamo trovato questo articolo su Guy Debord che offre una interpretazione dei rapporti fra avanguardismo artistico e politica ricca di spunti di riflessione.



Barthélémy Schwartz

Avanguardia, Deriva, Debord

Se è vero che il comportamento sociale è legato all'ambiente circostante, bisogna modificare quest'ultimo per intervenire sull'affettività degli individui. Così si costruisce in maniera deliberata una situazione sociale. Ma nel maggio '68 sarà il movimento sociale a creare la situazione, non certo l'avanguardia.

Il surrealismo ha dato una propria configurazione iniziale all’avanguardia artistico-radicale, durante il periodo fra le due guerre: un gruppo radicale, che agisce essenzialmente nel campo della cultura e della vita quotidiana, presentandosi come laboratorio di esperienze radicali nell’ambito del sensibile, a partire dal quale vengono discussi i progetti utopici che, in parte, determineranno la futura società non capitalista.

In questa concezione, secondo cui l’avvenire della società è presumibilmente quello di rispecchiarsi nelle sperimentazioni dell’avanguardia artistico-radicale, la rivoluzione è considerata come un’alleanza di avanguardie: all’avanguardia artistica il campo della cultura e della vita quotidiana; all’avanguardia politica quello della riorganizzazione economica, politica e sociale della società futura. In questa divisione avanguardista dei compiti, l’uguaglianza dei diritti in realtà è già un imbroglio, l’avanguardia artistica è già dipendente dal partito dell’avanguardia politica. Nel 1938, nel manifesto Per un’arte rivoluzionaria indipendente redatto con Leon Trotsky, André Breton rivendica a nome dei surrealisti un regime anarchico per la cultura all’interno di un regime centralizzato di produzione: «Se per lo sviluppo delle forze produttive materiali la rivoluzione è tenuta a erigere un regime socialista di pianificazione centralizzata, per la creazione intellettuale essa deve sin dall’inizio stabilire e assicurare un regime anarchico di libertà individuale. Nessuna autorità, nessuna costrizione, neppure la minima traccia di comando! Le diverse associazioni di scienziati e di gruppi collettivi di artisti che lavoreranno per risolvere compiti che non saranno mai stati così grandiosi, possono sorgere e sviluppare un lavoro fecondo unicamente sulla base di una libera amicizia creatrice, senza la minima costrizione dall’esterno» (André Breton, Leon Trotsky, Per un’arte rivoluzionaria indipendente, in Arturo Schwarz, Breton e Trotsky. Storia di un’amicizia, Erre emme, 1997. Per ragioni tattiche, la firma di Trotsky venne sostituita con quella di Diego Rivera).

Ma pensare che la dittatura di un partito preserverà un territorio d’anarchia all’ambito della creazione è un’illusione avanguardista, e il surrealismo in ultima analisi non può rimettersi, su questo punto, che alla buona volontà del partito. Inoltre, questa distinzione tra regime anarchico per gli uni (la libertà senza freni e i compiti grandiosi per scienziati e artisti) e regime centralizzato per gli altri, porta già in nuce tutta una concezione della società futura, e della sua futura divisione del lavoro, che allora i surrealisti non hanno forse percepito come tale, ma che i progetti dell’avanguardia politica già promettevano.

L’avanguardismo artistico-radicale, vissuto sotto una forma caricaturale e grottesca dai lettristi, è presente fin dai primi giorni dell’internazionale situazionista e dà un proprio tono alle attività del collettivo fino ai primi anni ‘60. Durante questo periodo, i situazionisti esplorano i limiti di una posizione avanguardista nella cultura (sistematizzata da Constant e dall’urbanismo unitario), in un’epoca in cui il capitalismo ha ritrovato una crescita economica ed è cambiato nella forma (capitalismo ad economia mista); ma esplorano anche il superamento di questa posizione avanguardista scoprendo le correnti non autoritarie della critica sociale, come Socialisme ou Barbarie (itinerario di Debord, Vaneigem, eccetera). È questo il periodo che viene qui affrontato.

L’urbanismo unitario come progetto avanguardista



«L’arte integrale, di cui si è tanto parlato, non potrebbe realizzarsi che al livello dell’urbanismo».
Guy Debord, Rapporto sulla costruzione delle situazioni, 1957. (Trad. italiana El Paso autoproduzioni, 1990)

I situazionisti partono da una critica dell’arte moderna, ma fatta da un punto di vista avanguardista: è a partire dalle conclusioni dell’arte moderna che essi elaborano il proprio progetto. Considerare, come fanno, l’arte moderna come l’esperienza storica del linguaggio poetico che si autodistrugge in quanto mezzo d’espressione e di comunicazione non è vero che dal punto di vista dell’arte moderna. Questa non ha affrontato la questione dell’espressione poetica che nei limiti della forma artistica, in quanto mezzo di espressione all’interno della società capitalista e della sua divisione del lavoro. L’arte moderna non ha in nessun modo esaurito tale questione, le soluzioni che ha potuto sperimentare sono valide solo nella — e per la — società che l’ha prodotta. Da questo punto di vista, la questione dell’espressione è sempre aperta. I momenti migliori dell’arte moderna non sono che surrogati dell’espressione poetica, tutt’al più indicano per difetto ciò che essa avrebbe potuto essere, se non fosse stata parlata da uno ma da tutti, in rapporti sociali diversi da quelli determinati dallo sfruttamento capitalista. In questa prospettiva utopica, sono i surrealisti ad aver tentato, certo con tutti i limiti che comportavano, le esperienze più ricche. Pretendere che l’arte moderna abbia esaurito la questione dell’espressione e che occorra ormai passare ad altro è una scorciatoia da avanguardia.

Il progetto d’arte integrale situazionista, l’urbanismo unitario, è però elaborato a partire da questa critica avanguardista dell’arte moderna. Per i situazionisti, non si tratta più di produrre, a partire da espressioni poetiche individuali di cui l’arte moderna ha mostrato, secondo loro, il fallimento, degli spettacoli passivi — quadri, disegni, sculture...—; ma, al contrario, di costruire aree ambientali in cui gli individui che le attraverseranno possano essere dei «viveurs» (non più spettatori passivi): «Non esiste, per dei rivoluzionari, un possibile ritorno all’indietro. Il mondo dell’espressione, quale che ne sia il contenuto, è già superato» (Il senso di deperimento dell’arte, in "I.S." n.3). Si tratta di riorganizzare lo spazio urbano, a cominciare dall’uso collettivo di tutti i mezzi artistici tradizionali fino a quel momento al servizio del singolo artista, nella prospettiva di un libero intervento delle persone sul proprio ambiente naturale modificato. Ma, nella concezione dell’urbanismo unitario, l’utopia del progetto annuncia già il vizio avanguardista che vi si nasconde, e che ne modificherà l’applicazione: «l’urbanismo unitario è realizzabile soltanto con i mezzi situazionisti» (Alberts, Armando, Constant, Oudejans, Primo proclama della sezione olandese dell’IS, ibid., sottolineatura mia).

Perché spetta all’avanguardia artistica radicale elaborare l’urbanismo unitario, nei suoi abbozzi preparatori ma anche nelle sue ulteriori applicazioni alla società futura. L’idea principale dell’urbanismo unitario è che il comportamento sociale sia legato all’ambiente e allo scenario circostanti, i quali devono essere modificati in senso passionale, in modo da intervenire direttamente sulla affettività degli individui: «La direzione realmente sperimentale dell’attività situazionista è la costituzione, a partire da desideri più o meno nettamente riconosciuti, di un campo di attività temporaneo favorevole per tali desideri. La sua costituzione può portarsi dietro solo la chiarificazione dei desideri primitivi e l’apparizione confusa di nuovi desideri la cui radice materiale sarà proprio la nuova realtà costituita dalle costruzioni situazioniste» (Problemi preliminari alla costruzione di una situazione, in "I.S." n.1, sottolineatura mia). In questa riorganizzazione situazionista dell’ambiente, certamente progettata in una prospettiva utopica, si tratta, in definitiva, di «costruire» in maniera «deliberata» una situazione sociale. Questo aspetto volontarista della teoria dell’urbanismo unitario è già presente nel primo manifesto situazionista, Rapporto sulla costruzione delle situazioni... di Guy Debord: «Lo sviluppo spaziale deve tener conto delle realtà affettive che la città sperimentale va determinando»; [...] «Dobbiamo costruire nuovi ambienti che siano insieme il prodotto e lo strumento di nuovi comportamenti»; [...] «Dobbiamo mettere a punto un intervento ordinato sui fattori complessi di due grandi componenti in perpetua azione reciproca: lo scenario materiale della vita; i comportamenti che esso produce e che lo sconvolgono» (Guy Debord, Rapporto sulla costruzione delle situazioni, op. cit.). Il comportamento sociale non viene ancora visto come il prodotto di un rapporto sociale. Nel maggio ‘68, sarà il movimento sociale a creare la situazione, non l’avanguardia.



Come determinare i nuovi comportamenti affettivi che saranno indotti dall’urbanismo unitario?

«La nostra concezione di “situazione costruita” non si limita ad un uso unitario dei mezzi artistici che concorrono a formare un ambiente, per quanto grandi possano essere l’estensione spazio-temporale e la forza di questo ambiente. La situazione è nello stesso tempo un’unità di comportamento nel tempo. È fatta di gesti contenuti nello scenario di un momento. Questi gesti sono il frutto dello scenario e di loro stessi. Producono altre forme di scenario e altri gesti. Come si possono orientare queste forze?» (Problemi preliminari alla costruzione di una situazione, op. cit., sottolineatura mia). I situazionisti si interessano da vicino alle tecniche moderne di condizionamento sociale. Leggono Lo stupro delle folle da parte della propaganda politica di Serghj Ciacotin, «a proposito dei metodi di condizionamento utilizzati su collettività da rivoluzionari e fascisti» (La lotta per il controllo delle nuove tecniche di condizionamento, in "I.S." n.1), e considerano le tecniche di persuasione collettiva come esempi dell’uso repressivo della costruzione d’ambienti. L’arte libera, in avvenire, è per loro un’arte «capace di dominare e impiegare tutte le nuove tecniche di condizionamento» (Constant, Sui nostri mezzi e sulle nostre prospettive, in "I.S." n.2, sottolineatura mia). Il legame che intravedono tra un uso repressivo ed uno utopico di queste tecniche è concorrenziale: «bisogna capire che stiamo per assistere, per partecipare, ad una gara di velocità tra gli artisti liberi e la polizia per sperimentare e sviluppare l’impiego di nuove tecniche di condizionamento» (La lotta per il controllo delle nuove tecniche di condizionamento, in "I.S." n.1). Se i situazionisti immaginano che le proprie sperimentazioni possano in caso di insuccesso contribuire ad un rinnovamento del condizionamento sociale capitalista, essi non vedono ancora che le proiezioni utopiche d’un urbanismo unitario, concepite da un punto di vista avanguardista, possono allo stesso modo preludere a nuove forme di condizionamento sociale adattate, questa volta, alla società futura non capitalista.

Questa preoccupazione di appropriarsi dei mezzi tecnici dell’epoca è costante nei situazionisti. Ma se si tratta di acquisire le tecniche moderne in corso, non si tratta ancora per loro di rimettere in discussione l’esistenza stessa di questi strumenti capitalisti. Anche qui, la critica presenta in nuce la propria concezione della società futura: «Parliamo di artisti liberi, ma non esiste libertà artistica possibile se prima non ci impadroniamo dei mezzi accumulati dal XX secolo, che per noi sono i veri mezzi della produzione artistica e che condannano coloro che ne sono privati a non essere degli artisti di questa epoca» (Ibid., sottolineatura mia). Senza scorgere che tali mezzi non sono altro che quelli prodotti dal capitalismo nel quadro della sua divisione del lavoro, per una finalità sociale da esso determinata. Questa concezione avanguardista dell’urbanismo unitario («campo di esperienza per lo spazio sociale delle città future» (L’urbanismo unitario alla fine degli anni ‘50, "I.S." n.3), percepibile fin dalla costituzione dell’IS, è sistematizzata da Constant, con la specializzazione e l’autoritarismo impliciti che comporta. La teoria dell’urbanismo unitario prevede il libero intervento delle persone sul proprio ambiente come finalità, ma per i situazionisti — «esploratori specializzati del gioco e del tempo libero» (Constant, Il grande gioco futuro in "Potlatch" n.1) — è già stato deciso che l’urbanismo unitario sia «contro la fissazione delle persone in dati punti di una città»; o anche «si contrappone alla fissazione delle città nel tempo» (L’urbanismo unitario alla fine degli anni ‘50, in "I.S." n.3, sottolineature mie). Nella società futura, l’avanguardia si riserva in modo unilaterale l’applicazione del proprio progetto: gli «ambienti saranno modificati regolarmente e deliberatamente, con l’aiuto di tutti i mezzi tecnici da gruppi di creatori specializzati, che saranno dunque situazionisti di professione» (Constant, Un’altra città per un’altra vita, in "I.S." n.3, sottolineatura mia).



È il movimento sociale a far la situazione, non l’avanguardia

Il primo contatto dei situazionisti con Socialisme ou Barbarie avviene, dal punto di vista situazionista, sotto la forma classica dell’avanguardia artistico-radicale. Daniel Blanchard (membro di S ou B col nome di Canjuers) ricorda il suo primo incontro con Guy Debord: «In un ristorante della rue Mouffetard, il 20 luglio 1960, abbiamo messo l’ultima mano a ciò che avremmo voluto vedere come un protocollo d’accordo tra l’avanguardia della cultura e l’avanguardia della rivoluzione proletaria» ( Daniel Blanchard (Canjuers), Debord, nel rumore della cateratta del tempo, in "Rivista storica dell’anarchismo", 1999, sottolineatura mia). Ma, molto presto, gli apporti delle correnti non autoritarie della critica sociale, che hanno fatto scoprire loro i consigli operai apparsi in Ungheria nel 1956, vanno a rimettere in discussione, presso i situazionisti, la concezione avanguardista artistico-radicale. Come insiste giustamente Daniel Blanchard: «Non è a furia di leggere Hegel, il giovane Marx o Lukács che Debord è riuscito a sottrarsi alla maledizione che lo stalinismo e la burocratizzazione delle organizzazioni operaie facevano pesare sul movimento rivoluzionario. Sono gli operai ungheresi insorti e formatisi in Consiglio ad aver levato questa maledizione, almeno per coloro che erano pronti ad intenderli» (Ib). Mentre l’avanguardismo artistico-radicale è legato alle concezioni autoritarie della rivoluzione, ed è ricco soprattutto di futuri progetti di condizionamento sociale e di divisioni in classi, è a partire da una critica fatta da un punto di vista non autoritario che i situazionisti hanno abbandonato i propri sogni di costruttori specializzati d’ambiente. Ormai, per loro, non è più l’avanguardia che preparerà la situazione, ma il movimento sociale, cosa che il maggio ‘68 confermerà. Sul maggio ‘68, più tardi i situazionisti scriveranno giustamente: «Questo movimento era la riscoperta della storia, contemporaneamente collettiva e individuale, il senso dell’intervento possibile sulla storia e il senso dell’avvenimento irreversibile, con la sensazione che “niente sarebbe più stato come prima”; e superata la propria sopravvivenza la gente ripensava con divertimento all’esistenza strana che aveva condotto otto giorni prima» (L’inizio di un’epoca, in "I.S." n.12).




[Da "Diavolo in corpo - Rivista di critica sociale", n. 3, novembre 2000]