TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 settembre 2011

Adonis: "Nel mondo arabo non basta cambiare i regimi"


Parla il grande poeta siriano, tra i favoriti per il Nobel "Bisogna cambiare i loro fondamenti, religiosi e culturali"

Mario Baudino

Adonis: "Nel mondo arabo non basta cambiare i regimi"

Ali Ahmad Sai id Esber guarda alle primavere arabe con grande interesse ma senza dimenticare i problemi. «Cambiare il potere non è sufficiente, bisogna cambiare i fondamenti di questi regimi, che sono religiosi e culturali». E la strada è ancora lunga, aggiunge. È un grande poeta, rispettato come una bandiera culturale in tutto il mondo arabo, anche se inviso agli ultrareligiosi. Il suo nome anagrafico non dice molto; anzi, non dice nulla, tanto che a volte si fa fatica a rintracciarlo negli alberghi. Per tutti è Adonis, ciò che ha scelto di essere quando ha deciso di rivolgersi alla mitologia greca per firmare i suoi scritti. 81 anni, nato in un villaggio siriano, è cresciuto a Damasco, ha lavorato in Libano e da tempo vive a Parigi. Dopo un lungo esilio ora può tornare non solo nel suo Paese ma in tutto il mondo arabo, cui non ha mai lesinato critiche anche piuttosto aspre. A un passo dal Nobel (è di questi giorni la notizia che ancora una volta la sua candidatura viene considerata la più forte, almeno dai bookmaker inglesi), in Italia è stato scoperto da un altro poeta, Giuseppe Conte, e pubblicato da Guanda ( Memoria del vento , La preghiera e la spada , Cento poesie d’amore ), ma anche, soprattutto per la saggistica, da moltissimi altri editori. Oggi e domani è a Bari, nel quadro del festival «Frontiere».

Adonis, la sua poesia affonda le radici nel Mediterraneo pre-monoteista. Lei una volta mi ha detto che è necessaria una critica radicale al monoteismo perché è da lì che nascono le dittature. Come giudica un poeta l’ansia di libertà che sembra pervadere il mondo arabo?
«Gli arabi, come è noto, sono legati alla poesia più di quanto non lo sia il pubblico occidentale. Rappresenta la nostra tradizione per eccellenza, anche perché la nostra cultura è soprattutto orale, proprio come lo è nel suo fondo e nelle sue origini la poesia. Detto questo, non mi considero un poeta “impegnato” ideologicamente. Lo sono nel campo della responsabilità umana, e cioè per quanto riguarda l’uomo, la sua libertà, la sua apertura al mondo. Ho il massimo rispetto della religiosità: non sono certo contro la fede degli uomini. La mia critica non è sul piano della fede, ma su quello filosofico».

Che cosa vede negli accadimenti del 2011, da Tunisi a Damasco?
«Ci sono, al di là dei risultati, aspetti davvero interessanti. La gente non ha più paura, e le nostre società, il nostro mondo hanno esattamente bisogno di questo. Sta succedendo qualcosa di nuovo e atipico, anche se permane il timore di un certo ritorno del fondamentalismo. Lei sa che io sono radicalmente contro, sotto questo aspetto».

Una primavera ambigua?
«Diciamo che restano preoccupazioni. Per esempio: non si parla di libertà delle donne. Non si parla di politica culturale, e tantomeno di laicità. Ma in tutto questo la poesia non ha un ruolo diretto. Può spingere la gente a capire meglio. Non cambia le cose, ma interviene sul rapporto tra le parole e le cose, ne istituisce ogni volta uno nuovo. E il lettore può trovare in essa lo stimolo per cambiare anche lui».

Lei una volta ha definito la poesia «un fiume che scava il proprio letto». Il suo traduttore tedesco l’ha accusata di «scetticismo accomodante» quando, a fine agosto, le è stato conferito in Germania il prestigioso Goethe Preis.
«Il mio traduttore tedesco non ha capito nulla. Ho scritto moltissimi articoli contro il regime siriano, anche se trascorro in Libano parte dell’anno. E non mi sono certo pronunciato da solo: in Libano, nonostante tutto, sono in tanti a criticare apertamente la Siria».

C’è chi ha invocato un intervento «umanitario» in Siria, sul modello di quello in Libia.
«Sarebbe un errore spaventoso. L’Occidente difende i suoi interessi, come ha fatto in Iraq e ora in Libia. Se vogliamo parlare di diritti dell’uomo, allora, perché non cominciamo a difendere i palestinesi? L’intervento armato è un’ipocrisia occidentale. Il mondo arabo deve cambiare, e deve farlo senza aiuti interessati».

(Da: La Stampa del 29 settembre 2011)

giovedì 29 settembre 2011

La fine dell'illusione: il cinema di Guy Debord



Ancora un intervento sul cinema di Debord, tratto da un sito molto interessante.

Claudia Basteri

La fine dell'illusione
Ai limiti della rappresentazione cinematografica

La “teoria radicale” si avvale del cinema solo come uno strumento di lotta contro l’epoca stessa che l’ha generato, rifiutandone in toto il ruolo originario, che ne fa il riflesso verosimile delle dinamiche sociali. I film di Guy Debord sono una liberazione efferata dell’elemento sublime, proprio in virtù della negazione categorica di tutte le strategie stilistiche del cinema.

Il primo film di Guy Debord venne mostrato senza successo nel Cinéclub d’Avant-Garde a Parigi nel 1952. Questa prima proiezione del lungometraggio dal titolo Hurlements en faveur de Sade fu interrotta quasi da principio dalla brusca reazione del pubblico, anche se esso era composto principalmente dai membri delle avanguardie artistiche dell’epoca e in primo luogo dai lettristi. Si tratta di una pellicola di ’64 minuti che consiste integralmente nell’alternanza tra schermo nero muto e schermo bianco accompagnato dalla voce fuori campo.

Quest’opera fondamentalmente mancante del giovane Debord è, nel particolare contesto storico in cui vede la luce, un’accelerazione annichilente e distruttiva del percorso intrapreso dalle avanguardie artistiche già a partire dalla fine degli anni ’20. Con la presentazione di un film che consiste nel mostrare la propria stessa assenza, la sperimentazione ha toccato il suo culmine e quindi anche la sua fine. Utilizzando per l’ultima volta le stesse tecniche del cinema sperimentale e portandole alle estreme conseguenze, Debord ne indica il momento conclusivo nel processo di superamento dialettico in cui tutte le avanguardie dovrebbero riconoscersi coinvolte. Per impedire freddamente e lucidamente l’affossamento in un movimento artistico che si è trasformato ormai in una rappresentazione di se stesso, Debord dichiara, attraverso l’eclissi totale dell’immagine sul grande schermo, la sua presa di distanza dal lettrismo di Isidore Isou, per inaugurare il suo peculiare e irripetuto modo di fare cinema.

Questo non-film è soprattutto un taglio netto coi giochi illusionistici del cinema in generale che, conformista o meno, non ha mai smesso di distrarre lo spettatore nella contemplazione passiva di situazioni dinamiche che si determinano senza il suo intervento. Con Hurlements en faveur de Sade l’intervallo tra le immagini si dilata fino alla saturazione e l’immagine d’altro lato si restringe fino al suo annullamento, per implodere in un punto zero che è la morte del tempo e del linguaggio. Senza immagini, senza film, senza trucco alcuno, la passività dello spettatore emerge in tutta la sua nuda evidenza: il niente che accade esprime tragicamente la fine del dialogo e della storia nella società dello spettacolo. Un film sull’impossibilità di fare film, che deriva dall’impossibilità stessa di narrare qualcosa, dal momento in cui è la comunicazione reale ad essere andata perduta nel dominio incontrastato dell’economia sulle relazioni umane.


Il cinema di Debord è essenzialmente politico nei termini in cui non trova mai il compimento in se stesso, ma nell’inclinazione critica che esprime sempre la necessità di trasportare il contenuto del film nelle dinamiche sociali della vita reale. Esso sfugge alla propria definizione e impedisce ogni sua possibile collocazione in virtù del costante orientamento al superamento di se medesimo nella critica diretta, che suggerisce una prassi di comportamento. Se non c’è più niente da vivere in un mondo interamente mediato dalle immagini prodotte dallo spettacolo, non c’è nemmeno più niente da filmare. La sopravvivenza del cinema in un contesto storico che è da demolire nella sua integrità è solo un’accondiscendenza alle sue regole, per questo Debord sostiene che il cinema sia da distruggere insieme alla sua epoca, per restituire alla vita le emozioni e le passioni che vengono solitamente e separatamente rappresentate sullo schermo. Come giustificare allora l’apparente contraddizione per cui Debord continuerà a fare cinema fino al 1978?

La risposta si precisa semplicemente guardando i suoi film da Hurlements en faveur de Sade (escluso) in poi e, al di là dell’importante tecnica cinematografica utilizzata, valutarne il peculiare valore pratico. Completamente spogli di strategie cinematografiche convenzionali, i suoi film si avvalgono di uno strumento tanto geniale quanto irritante: il détournement, che consiste nell’accostamento di pezzi di film, documentari di attualità e vignette, a cui la nuova connessione e la sovrapposizione a essi della voce fuori campo attribuiscono una differente portata semantica. L’occultamento della citazione e la possibilità di cambiare un originale senza dichiararlo, non solo non sono considerati un crimine, ma si precisano come passaggi necessari per la produzione del nuovo, che manifesta impudico tutta la sua indifferenza nei confronti del valore dell’autenticità (1).

Con questo reimpiego di elementi preesistenti, Debord esprime la sua teoria critica attraverso la banalizzazione della carica emotiva legata al loro contesto originale: la riproposizione di un pezzo di film, dotato adesso di un nuovo significato, spoglia gli attori dei loro costumi e li rivela in quanto tali, ed è attraverso l’imbarazzo di una finzione smascherata che la povertà del cinema si manifesta nella sua forma di merce consumabile. Nel rifiuto categorico di qualsiasi forma di storia e di narrazione, il cinema di Guy Debord è una critica diretta, crudele e quanto mai integrale di una vita calata nelle condizioni di produzione esistenti.

L’impiego materialistico del cinema, considerato come mero strumento politico, non esclude in Debord la presenza dell’elemento sublime che, in quanto tale, rifugge ogni traducibilità in un linguaggio teorico e discorsivo. Questo aspetto fondamentale dei suoi film spiega perché Debord abbia deciso di utilizzare il cinema e non altre forme espressive per divulgare la sua teoria e rivolgersi a un pubblico, o anche perché non si sia accontentato di esporla soltanto nel suo libro più famoso. La vita reale, che si contrappone alla non-vita spettacolare inserita nelle dinamiche sociali, è esprimibile solo sotto una forma poetica che nel caso dei film di Debord consiste nella sinestesia armonica di fermo immagine, voce fuori campo e colonna sonora. La teoria critica che si scaglia contro la reificazione invasiva dell’economia nella totalità del visibile e del vivibile, vede nello scarto invisibile che intercorre tacitamente tra gli atti quotidiani, tutto il desiderio di rivolta intima che merita essere il soggetto speciale del cinema e che si manifesta attraverso il volto umano in primo piano.

Il ritratto in Debord è l’esternazione di un inconscio, che nelle espressioni sfuggenti di un volto esprime una sete di libertà accuratamente tenuta sotto costante controllo nello svolgersi della vita quotidiana. Non a caso infatti l’uso frequente del primo piano, spesso studiato nello stile del film d’arte, si contrappone alla ripresa altrettanto frequente della massa, in cui ogni individualità rimane indeterminata e indeterminabile. Le immagini deturnate, che hanno il preciso scopo di demistificare le perversioni della società e del cinema attraverso l’impiego diretto della teoria critica, sono interrotte da fermo immagini di volti in primo piano accompagnati da banda sonora. Essi esprimono la controparte dello spettacolo, sono il desiderio da stimolare e incoraggiare per riappropriarsi di una vita sottratta ai corpi per divenire immagine.




Il film a mio avviso più rappresentativo di questo aspetto del cinema di Debord è Critique de la séparation, in cui il volto giovane della ragazza bionda dai tratti infantili è evocazione di una malinconia per un amore e per una vita che non sono mai esistiti, ma di cui si avverte la presenza insistente negli occhi persi di un volto in una fotografia rubata. Il sentimento straziante suscitato dall’irreversibilità di un passato indefinito e perduto a evitare sé stessi nell’accondiscendenza alle regole dello spettacolo è offerta dall’irrompere crudele di ritratti che sono il segno di una vita destinata a rimanere sempre in potenza e prerogativa del ricordo del suo mancato compimento. Questa particella bizzarra che sfugge a una definizione razionale e che è destinata al paradosso di un labirinto senza uscita è lo scarto che il cinema ha il dovere di rendere visibile, non attraverso la linearità chiara di una storia dotata di senso compiuto, ma attraverso la profondità cieca di uno sguardo perduto.

Tutto il cinema di Debord si gioca a mio avviso proprio tra la freddezza del détournement, che insieme alla voce fuori campo realizza la teoria critica sullo schermo, e la malinconica poesia delle sue interruzioni, che costituiscono la sospensione della teoria in un linguaggio senza parole che ne determina il limite. Il politico e l’estetico quindi non si contraddicono reciprocamente, ma si compenetrano in una relazione per cui ogni fatto privato induce alla puntualizzazione della propria dimensione pubblica. In senso deleuziano l’unica rappresentazione possibile del popolo nel cinema contemporaneo consiste nella resa visibile della sua assenza, attraverso la registrazione fedele delle strade, dei bassifondi e delle bidonville. Il mendicante e il reietto sono l’immagine del potenziale rivoluzionario, che rimanendo imploso nella rassegnazione, rimane afferrabile soltanto nel suo lato estetico. Ma in Debord questo impiego sublime dell’immagine non è sufficiente ad appagare lo spettatore nella comoda contemplazione della sua indeterminatezza, perché la malinconia è immediatamente spezzata dal sopraggiungere della teoria critica e delle immagini che ritraggono uomini in lotta contro un ordine sociale da rifiutare. Il fatto privato dunque implica immediatamente il suo necessario riversamento nel movimento collettivo.

Nel film Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps del 1959, la dimensione collettiva, praticamente assente in Critique de la séparation, risulterà già in parte consolidata. I ritratti di individui isolati saranno sostituiti dalle scene di vita quotidiana dei membri della nascente Internazionale situazionista: che essi vengano presentati singolarmente o in gruppo, la cosa rilevante è la consapevolezza dell’esistenza di un’organizzazione che li riunisce in una forma di lotta concreta. Essi sono ancora una minoranza concretamente inefficiente, ma che si propone come il soggetto speciale di una rivoluzione da conquistare.

Lo scopo pratico del cinema di Debord è adesso evidente nella presentazione sullo schermo di un movimento realmente esistente di cui bisogna chiarire gli obiettivi e le strategie per conseguirli, non sarà un caso infatti che questi gruppi frammentati registrati nei suoi film si realizzeranno effettivamente qualche anno più avanti nella lotta di strada del Maggio ’68. Tutto il senso del cinema di Guy Debord si chiarisce proprio sotto questo profilo: niente di ciò che viene fatto vedere nei suoi film rimane fine a sé stesso, ma contribuisce al perfezionamento di un disegno più ampio, orientato al sovvertimento di uno stato di cose contro cui bisogna combattere incessantemente. La più grande opera di Debord, che poi è anche l’unica che abbia un valore reale da lui riconosciuto, è la sua stessa vita che, al di là di ogni separazione, è in ogni suo aspetto rivolta alla lotta contro una società di cui non ha mai accettato compromessi.


(1) Si veda il concetto di “valore dell’autenticità” in Walter Benjamin, contrapposto e soppiantato dal “valore dell’esponibilità” nell’epoca della società di massa. Cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1966.

(Da: www.jgcinema.com)

mercoledì 28 settembre 2011

Il Belgio riporta a casa Simenon


Bruxelles celebra con una mostra e poi con un museo il creatore del commissario Maigret

Marco Zatterin

Il Belgio riporta a casa Simenon, il figlio perduto

Una busta gialla, come era successo casualmente la prima volta e come poi divenne un rito per ogni avventura del suo commissario. Maigret s’amuse ha scritto la mano, Maigret si diverte . La calligrafia è chiara, appena un poco sghemba. L’inchiostro blu proclama il titolo del cinquantesimo romanzo col robusto poliziotto francese, che di nome fa Jules. Sotto sfilano i personaggi della delittuosa vicenda, il dottor Jave, medico che abita in Boulevard Haussmann, e la consorte Éveline, uccisa e nascosta in un armadio dell’ufficio del marito. La data dice che è stata scritta a Cannes, il 13 settembre 1956. Non c’è firma, non serve. L’autore è chiaramente George Simenon.La sottile reliquia è conservata sotto vetro, preziosa testimonianza del talento di uno degli scrittori più prolifici e geniali del ventesimo secolo, l’uomo dai grandi numeri, che le biografie dicono autore di 192 romanzi (75 i casi di Maigret, più 28 racconti) firmati e 176 pubblicati con 27 pseudonimi, nonché amante confesso di «diecimila donne».

Nella stanza, altri manoscritti, lettere, foto, autografi, un calendario scarabocchiato che fissa in nove giorni il tempo per chiudere un romanzo e una scheda biografica di Maigret battuta a macchina, da cui si apprende che il nostro eroe è alto un metro e ottanta, fuma la pipa, non sa guidare e ama ripetere «Io non credo a nulla». E’ una carrellata solenne. Niente di meno per il figlio perduto che si vorrebbe tornasse a casa, almeno con lo spirito, dopo troppo tempo passato lontano.

Da anni il Belgio rivuole Simenon, rivendica il diritto di terra natia che gli odiati francesi gli hanno strappato. Ora lo invoca con una mostra ricca di meraviglie, ospitata nei locali del Museo delle lettere e dei Manoscritti (Mlm, in breve) che da ieri allunga l’elenco dei luoghi bruxellesi da visitare. Strano luogo, strano concetto, nell’era di Internet, delle email e degli sms. Occupa la Galerie du Roi, non distante dalla Grand Place, ospitando una raccolta di 80 mila pezzi autografi, da Flaubert a Van Gogh, passando per Dickens e Saint-Exupéry. La scrittura degli scrittori, qualcosa di più un semplice voyeurismo letterario. Lo si sente davanti alla penna del famigerato De Sade che invita un suo editore «ad accettare un grande bacio». O a quello di Albert Einstein che racconta la teoria della relatività a un amico.La collezione permanente è al primo piano. Al livello dell’ingresso c’è lo spazio per le mostre temporanee, la prima delle quali è dedicata a Simenon. Non a caso. Da anni il Belgio si strugge per la fiamma smarrita, per un autore che i più credono parigino e il cui posto fra gli allori nazionali è stato paradossalmente colmato da Poirot, dell’inglese Agatha Christie.

Aperto sino al 24 febbraio, lo show dedicato al papà di Maigret vuole essere l’antipasto per un progetto più grande, il museo a cui la città di Liegi lavora da anni e che, con tutti i condizionali del caso, dovrebbe essere inaugurato nel 2015, con 18 milioni già stanziati e la consulenza di John Simenon. Questi è il figlio dello scrittore venuto al mondo proprio nella capitale industriale della Vallonia il 12 febbraio 1902, data ufficiosa perché pare la madre abbia anticipato il giorno per timore che il 13 portasse male.

E’ sulle rive della Mosa che suo padre comincia a scrivere, come giornalista della Gazette, però a 19 anni è già a Parigi, città destinata a diventare il punto di riferimento di un’esistenza irrequieta che lo vedrà cambiare oltre 30 residenze. La città sua darà la fama planetaria al belga e al suo Maigret, poliziotto fantasista.La Ville Lumière lo esalta. Gli dà lavoro, soldi e donne, non necessariamente in questo ordine. Le cronache raccontano di una turbinosa storia d’amore con Josephine Baker che lo distrae dal mondo del giornalismo, nel quale non gode di una fama impeccabile. Ma lui è infaticabile. Scrive, scrive, scrive, è un forzato della penna per scelta. Dal 1923 lo affianca Régine Renchon, la bella e paziente «Tigy», sempre attenta a consigliarlo negli affari. Sei anni dopo arriva Maigret, un carattere magnetico costruito con uno stile sobrio, pratico, eppure denso. La vita della famiglia Simenon non sarà più la stessa.Il Belgio diventa sempre più lontano, anche se una sezione del Mlm rivela testimonianze di affetto per Liegi e le attenzione per la madre che regolarmente visitava. Sono piccole memorie di una grande vita in cui è Maigret a farla da padrone.

E’ la catena di lettere gialle con le tracce per le trame, metodo perfetto di una mente innamorata dei dettagli, celebrata da dattiloscritti con poche correzioni, segno evidente di un pensiero fluido. Le lettere invitano a un mettere il naso negli affari di Simenon e illustrano le parole con cui il figlio John invita nel catalogo a fare amicizia col padre. «Bisogna vivere e soffrire per capire cosa è successo e, soprattutto, se qualcosa succede». Fa capire che il vecchio George lo fece. Col fedele Maigret al fianco sino alla morte, a Losanna, nel 1989.

(Da: La Stampa del 24 settembre 2011)

martedì 27 settembre 2011

Storia dei templari: Guillaume de Beaujeu (1273-1291)



Guido Araldo

Guillaume de Beaujeu, cavaliere del Beaujolais, sovrano maestro dal13 maggio 1273 al 18 maggio 1291


Guillaume de Beaujeu era templare dall’età di vent’anni e fu l’ultimo “sovrano maestro” in Terrasanta. Al momento della sua nomina reggeva la precettoria templare della Puglia ed era noto per essere consigliere di papa Gregorio X. Prima di accorrere in Terrasanta, partecipò al Concilio di Lione, nel 1273, alla presenza di un migliaio di vescovi e arcivescovi, dove si discusse sull’unione tra le Chiese di Oriente e Occidente, e dove si proclamò vanamente una nuova crociata. Non erano più i tempi di “pellegrinaggi armati”, semplicemente!

A questo punto Guillaume de Beaujeu accorse ad Acri, dove arrivò nel mese di maggio del 1274. Il mese successivo, il 27 giugno, accettò l’offerta di Enrico di Lusingano di trasferire la sede dell’Ordine da Tortosa ad Acri: un altro ordine che non avrebbe mai voluto impartire. Fu l’unico gran maestro a caldeggiare l’unione tra Templari e Ospedalieri: a tal fine scrisse alcune lettere al papa.

Nel 1277 morì il sultano Baybars, gravemente ferito nella guerra condotta contro i Tartari, che miracolosamente avevano distolto l’attenzione dei Mammalucchi dagli ultimi possedimenti cristiani sul litorale dell’Oltremare. Nel 1278 insorsero gravi contrasti tra l’Ordine del Tempio e il re di Cipro e la lite raggiunse una tale asperità che il re procedette alla confisca di tutte le proprietà templari nell’isola, che erano considerevoli.

Intanto, favorito dalla morte di Baybars, Guillaume de Beaujeu cercò d’instaurare relazioni diplomatiche con i Mammalucchi, signori dell’Egitto; ma riuscì soltanto a concordare tregue caduche. Tra il tra il 1282 e il 1287 contingenti mammalucchi fecero il vuoto attorno ad Acri. In quella campagna, tesa a fare terra bruciata attorno a possedimenti cristiani, cadde anche Tripoli, gloriosa capitale della più importante e longeva contea “latina”, espugnata dopo un terribile assedio durato un mese. Similmente ad Antiochia per la popolazione non ci fu pietà: dopo il saccheggio, seguì la deportazione dei superstiti in schiavitù. Come Antiochia, la città sarebbe stata riempita di gente di fede islamica. Per la presenza cristiana in Oriente suonava la tromba dell’Apocalisse!

Nel 1288 l’aggressione di alcuni soldati lombardi ai danni di una carovana mussulmana nei pressi di Acri, irritò il sultano dell’Egitto Qalawun Malek Mansour, che colse l’occasione per presentarsi di fronte alla città con un impressionante esercito di 180.000 soldati. Per togliere l’assedio il sultano pretese non soltanto il pagamento di un esoso tributo, ma la consegna dei responsabili dell’aggressione. Pare che in quell’occasione Guillaume de Beaujeu propose di ricorrere a un sotterfugio: la consegna di tutti i condannati a morte, spacciandoli per gli aggressori della carovana. Le trattative erano in corso, quando il sultano morì, probabilmente avvelenato: quasi una tradizione per i sultani mammalucchi. Il nuovo sultano, Al Asraf Khalil, succeduto al padre dopo aver debellato la congiura di notabili che lo aveva ucciso, annullò tutte le trattative e pose l’assedio alla città: era il 5 aprile del 1291. La flotta cristiana, memore di quanto era successo ad Antiochia e a Tripoli, trasferì allora la popolazione civile sulle coste di Cipro, non molestate dai Mammalucchi che non disponevano di navi.

All’interno della città rimasero i tre ordini cavallereschi dei Templari, degli Ospedalieri e dei Teutonici, i cavalieri di Saint-Lazare, quelli della Spada, di Saint- Laurent e di Saint-Martins des Bretons, fiancheggiati da marinai italiani e da manipoli di agguerriti lombardi. Anche numerosi cavalieri ciprioti accorsero in loro soccorso, nonostante i precedenti contrasti con il re di Cipro.
Tutti si posero agli ordini di Guillaume de Beaujeu, poiché era ritenuto un abile e sagace comandante. Al decimo giorno di duri combattimenti il “sovrano maestro” dei Templari condusse trecento cavalieri fuori dalle mura, in un proditorio attacco notturno, allo scopo di distruggere le torri d’assedio dei Mammalucchi, e fu un’impresa memorabile. Il giorno successivo arrivarono altre navi da Cipro, con i rinforzi inviati dal re Enrico II: temeva che la caduta di Acri preludesse all’invasione della sua isola. Ma era soltanto questione di tempo!

All’inizio di maggio gli assedianti riuscirono ad aprire una breccia tra le mura che i Templari, a costo di molti sacrifici, richiusero. Tanto eroismo fu inutile! Il 18 maggio 1291 il sultano l’Egitto guidò personalmente l’assalto finale alla città stremata. Il fulcro della battaglia si concentrò al bastione di Saint-Antoine, dove Guillaume de Beaujou cadde combattendo con tutti i cavalieri che lo circondavano.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

domenica 25 settembre 2011

"Rivoluzioni in corso", numero doppio di Guerre & Pace


E' disponibile il n. 163/164 (doppio) di GUERRE & PACE ( dal 1993 rivista di informazione internazionale alternativa), dedicato alle rivoluzioni in Medio Oriente e Nord Africa. Ne pubblichiamo l'Editoriale e il Sommario.


Rivoluzioni in corso

Gli avvenimenti cominciati alla fine dello scorso anno in diversi paesi del nord Africa e del medioriente sono stati analizzati e considerati in diversi modi.

Qualcuno ha parlato di vere e proprie “rivoluzioni permanenti”, cominciate con una rottura degli equilibri politici in seguito ad una mobilitazione di massa che ha portato nelle strade – propriamente – soggetti sociali e cittadine/i che hanno ritenuto ormai insopportabile la situazione che stavano vivendo.
Altri hanno invece considerato il movimento in corso come un fuoco di paglia, un semplice ricambio della parte più indifendibile di una classe politica necessario perché tutto potesse rimanere come prima, sul piano economico e delle relazioni internazionali – tra questi alcuni hanno addirittura considerato le rivolte come eterodirette e funzionali ad una maggiore presenza degli Usa, analisi che richiama quanto successo nelle varie “rivoluzioni arancioni” dell’est europeo. Tra queste posizioni tante altre che possiamo definire “intermedie”.

A noi sembra che quanto è accaduto rappresenti una rottura storica estremamente interessante e importante, un movimento che avrà conseguenze per lungo tempo e che porterà a trasformazioni in tutta la regione.

Il primo elemento di interesse sta nel protagonismo politico di cui si sono ri-appropriate migliaia di donne e uomini, soprattutto giovani. Un protagonismo politico che nasce da spinte diverse – sociali, lavorative, di esclusione, morali ecc – e che trova un momento unificante nella pizza, nella protesta contro regimi autoritari che controllano tutti gli aspetti della loro vita. Nei racconti dalla Tunisia e dall’Egitto (ma anche da altri paesi come l’Algeria, il Marocco, la stessa Palestina...) riconosciamo questo protagonismo da parte di giovani studenti e/o precari, lavoratori, donne che affermano una soggettività mai domata – e riconosciamo i caratteri di analogia tra loro e persino con quanto si vede nelle mobilitazioni nella “vecchia” Europa.

L’altro elemento che ci sembra altrettanto importante di questo protagonismo è la messa in discussione delle regole delle relazioni internazionali e la possibilità di una rivolta generalizzata contro le politiche di gestione della crisi globale. Una possibilità che si è affacciata in alcune iniziative e in alcune rivendicazioni (sia di tipo salariale che di carattere più complessivo, come la richiesta di annullamento del debito...). In generale Stati uniti e governi europei, come Fmi e banca mondiale, hanno compreso le possibilità di questa rottura che li preoccupa molto e hanno cercato di reagire in diverse maniere – dal tardivo abbandono dei dittatori tunisino ed egiziano, all’intervento militare in Libia e Bahrein, alle contraddittorie mosse rispetto alla situazione in Yemen e in Siria – e con la solita concorrenza di potenze che cercano di affermare una propria presenza egemone in alcune aree della regione.

Questo numero di Guerre&Pace non vuole e non potrebbe essere abbastanza esaustivo da affrontare tutti i nodi ancora da sciogliere delle “rivoluzioni in corso” e si limita a proporre alcune analisi, testimonianze, documentazioni che aiutino a comprendere cosa sta accadendo nei paesi arabi. Per meglio focalizzare i caratteri di questa primavera araba, e le sue contraddizioni, ci siamo limitati ad affrontare alcuni paesi, per diversi motivi sintomatici: Tunisia ed Egitto per la caduta dei dittatori e per la presenza di una mobilitazione che non sembra essersi fermata ad una ricambio al vertice ma pone la questione della partecipazione e della giustizia; la Libia, dove i primi fermenti di mobilitazione popolare sono stati ferocemente repressi e hanno poi portato ad una guerra civile e ad un intervento militare occidentale che hanno aperto un dibattito aspro anche nelle fila della sinistra e del movimento anti-guerra; la Siria, dove prosegue una mobilitazione anche qui ferocemente repressa, in un paese particolare e centrale per gli equilibri nella regione mediorientale; la Palestina, perché rimane una ferita aperta senza la soluzione della quale non è possibile alcuna alternativa generale nei paesi arabi.

Chiude il numero un articolo sulla realtà delle migrazioni dall’Africa, non solo del nord, legata alla nuova situazione conseguente alle rivolte arabe e alla volontà europea di chiudere al più presto le frontiere impedendo qualsiasi passaggio tra le due sponde del Mediterraneo. Un’ennesima conferma di quanto le rivoluzioni in corso riguardino anche tutte/i noi.


SOMMARIO


Presentazione
RIVOLUZIONI IN CORSO
Fine di un'era, Michael T. Klare
Neoliberisti all'attacco, Patrick Bond
Dignità dei popoli, Rashid Khalidi
Apriamo il dibattito, Daniel Tanuro
TUNISIA
Da popolo a cittadini, Nadia Marzouki
Una rivoluzione in divenire, intervista a J.B.B.Zoghlami
Un paese in fermento, Wassim Azreg
La rivolta di Gafsa, L.Chuikha e V.Geisser
EGITTO
L'Egitto fa la storia, Chedid Khairy
Prassi Rivoluzionaria, Mona El-Ghobashy
Il ruolo dei poveri, Lina El-Wardani
Organizzazioni politiche e movimenti sociali , Unione Sindacale Solidale
Per un'ampia alleanza, intervista a Tamer Wageeh
Lavorare per l'unità, Olga Rodriguez e Dina Samak
La nuova fase, Mustafa Omar
LIBIA
Libia: silenzi e imcompresioni, redazione
Scenari di Guerra, Nicolas Pelhman
Dei principi e dei pericoli, Merip
Dibattito sulla Libia, M.Albert e S.Shalom
Perchè no alla guerra, Kevin Ovenden
PALESTINA
Giovani palestinesi in movimento, Noura Erakat
Lo stato delle cose, Piero Maestri
ISRAELE
Israele e le masse arabe, intervista a Micheal Warshawski
SIRIA
Le occasioni perdute di Assad, Casten Wieland
Le radici della rivolta, Yacov Ben Efrat
Contro qualunque intervento straniero,
intervista a Wagdi Mustafa
Richieste interne, programmi esterni, Nassar Ibrahim
IMMIGRAZIONE
Sulla pelle dei migranti, G. Famà e G. Paciucci
Da un cane da guardia all'altro, Annamaria Rivera
CHIESA
Orfani del caimano, Walter Peruzzi
NUCLEARE
Liberiamoci dal nucleare, Angelo Baracca
RECENSIONI
a cura di Gianluca Paciucci


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sabato 24 settembre 2011

Da leggere: Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza


Una raccolta di racconti che permette di comprendere meglio la poesia di Caproni. Un libro da leggere.

Giovanni Tesio

Racconti scritti per forza


Scritti «per forza» significherebbe proprio cio' che il titolo dice. Ossia scritti su commissione, scritti per lucro, scritti «per occasioni», come precisava Giorgio Caproni in un'intervista a Mario Picchi. Scritti specialmente tra gli Anni Trenta e Quaranta e sparsamente pubblicati su quotidiani e periodici. Nella difficolta' e nei «momentacci» che hanno travagliato la vita di uno dei poeti piu' limpidi del nostro Novecento, un'attivita' collaterale, insomma, che poteva servire a integrare il piccolo stipendio di maestro o di umile correttore di bozze.

E tuttavia guai a prendere alla lettera i poeti che giocano al ribasso e che si mimetizzano dietro le loro nevrosi: «il povero caproncello versificatore» delle lettere a Betocchi. Perche' questi Racconti scritti per forza, appena pubblicati da Garzanti grazie alla cura di Adele Dei (con la collaborazione di Michela Baldini) mostrano poi di fatto una forza che resta difficile annettere ad una pura e semplice rubrica della mano sinistra. Il primo a farne oggetto di studio era stato Luigi Surdich, ma qui la Dei raccoglie tutti i «quarantacinque Racconti> > (quasi come i quarantanove di Hemingway) in prima e terza persona, e li dispone in sezioni, che magari tradiscono il criterio della semplice collocazione cronologica, ma consentono di identificare dei nuclei - anche temporali - di temi e motivi, se non sempre omogenei, sicuramente affini. Un buon aiuto, in definitiva, per un lettore comune che voglia accostarsi al mondo di Caproni per una via ben piu' importante di quanto le testimonianze e le dichiarazioni personali ce la facciano ad ammettere. Non solo perche' la prosa (almeno dalla consapevolezza di Leopardi in poi) ha sempre nutrito e innervato i versi dei poeti, ma anche perche' attraverso la prosa narrativa di Caproni (una sorta di porta di servizio) possiamo meglio entrare nel mondo poetico piu' suo. Senza per questo dimenticare il piacere del testo che si propone qui in tutta la sua (solida) autonomia.

Il nucleo piu' forte e' quello costituito dai capitoli del romanzo rimasto inedito, La dimissione, insieme con il nucleo dei Racconti partigiani, ambientati tutti e due in Alta Valle Trebbia, dove Caproni fece il maestro elementare e dove passera' poi sempre l'estate. Il romanzo e' una cupa storia di taglio realisticamente surreale, che tra realta' e simbolo disegna i contrasti e gli avvisi di un'umanita' prigioniera, chiusa dentro un paesaggio di forte evidenza emblematica: «Stava davanti a me un paesaggio di sasso, dove il mio disagio spaziava su un mare pietrificato di monti e di rocce rosse, a onde qua e la' rotte in una delle tante frane disseminate nel verde quasi minerale».

Per parte loro, i Racconti partigiani sono quanto di meglio possa darsi nel panorama di un «genere» che da Calvino a Fenoglio non e' stato proprio avaro di risultati. Storie di orrore e solitudine, di sangue e gelo, di freddo e fame, di digiuno e sgomento, di imboscate e crudelta', di colpe e tremori; la contraddittoria e spietata pieta' che prende - come nel racconto Un discorso infinito - di fronte alla morte finalmente comune di chi ha fatto scelte diverse di campo. Sempre agisce in Caproni, in ogni sezione del libro, e persino quando il racconto pare farsi piu' ilare come nel lungo scherzo della Maliarda, l'ambiguita' dei labirinti umani (s'intitola Il labirinto uno dei Racconti piu' convincenti) che si muovono tra disperazione e speranza, tra ira e pianto, tra pieta' e disprezzo, tra angoscia e rancore, tra bellezza e tristezza, tra cattiveria e colpa, alla ricerca continua del «filo giusto da infilar nella cruna della verita'». Sempre un'esattezza che e' la stessa della poesia, la ricerca di un ritmo che anche in questi Racconti e' voce di dentro: quali che siano le tante occasioni «per forza» che - nella piu' ardua conversione della cosa in parola - possono avere indotto un poeta come lui a farsene narratore.

(Da: Tuttolibri-La Stampa del 28 giugno 2008)


«Credo [...] che la forma narrativa sia l'ossatura di qualsiasi scrittura artistica, anche della poesia, anche della poesia più lirica. Mi dà fastidio che, per esempio, chiamino i miei versi liriche [...] perché mi piace raccontare, penso proprio che all'uomo piaccia stare a sentire un discorso, un racconto insomma.»

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni
Racconti scritti per forza
Garzanti, 2008
21 Euro


venerdì 23 settembre 2011

Grecia: è allarme suicidi per la crisi


Forse è ora di ricominciare a riflettere sul concetto di violenza. Non la violenza materiale, spesso disperata e solitaria, degli emarginati, ma la violenza impersonale e "legale" di un sistema economico e sociale che stritola gli individui e li riduce a meri fattori produttivi. I suicidi dei licenziati e dei cassintegrati (numerosi anche da noi) esprimono (al pari delle proposte sull'innalzamento dell'età pensionabile e l'eliminazione delle pensioni di anzianità) l'idea disumana di un mondo in cui la vita degli individui si esaurisce nella produzione di valore. L'idea, cioè, che si vive per lavorare e non invece che si lavora per vivere e dunque per dare senso e significato alla propria vita.

Grecia: è allarme suicidi per la crisi

La crisi economica in Grecia ha portato ad una drammatica crescita dei suicidi. Ad indagare sul fenomeno è il Wall Street Journal, che riporta dati ufficiali del ministero della Salute secondo i quali vi è stato un aumento del 40% dei suicidi nei primi cinque mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

IL SUICIDIO E' VISSUTO COME UNA VERGOGNA

In realtà le vittime potrebbero essere molte di più perchè in Grecia il suicidio è vissuto come una vergogna e molte famiglie cercano di far passare per incidenti la morte dei loro cari. Altri tentano invece di togliersi la vita in modo plateale, come l'uomo che si è dato fuoco venerdì davanti ad una banca a Salonicco. L'organizzazione Klimaka, che gestisce un telefono amico per la prevenzione dei suicidi, riceveva un tempo circa 10 telefonate al giorno. Ma ora vi sono giorni «in cui arriviamo a 100», racconta lo psicologo Aris Violatzis. A chiamare sono uomini finanziariamente rovinati fra i 35 e i 60 anni. «Hanno perso la loro identità di marito che porta il pane a casa e non si sentono più uomini secondo i nostri standard culturali», spiega Violatzis.

LA STORIA DI PETRAKIS

Al mercato di Heraklion, una città dell'isola di Creta, vi sono stati tre suicidi in poco tempo. Qui l'onore degli uomini è un concetto culturalmente molto radicato e un caso esemplare è quello di un verduraio, il signor Petrakis. Vecchie foto lo mostrano con lo sguardo spavaldo e i folti baffi neri, ma pochi giorni fa, all'età di 58 anni, si è sparato fra gli ulivi del campo comprato con mille sacrifici. Alberghi e ristoranti lo pagavano con assegni postdatati, che era costretto a rivendere a prezzo inferiore alle banche per far fronte ai debiti. Per sfuggire alla rovina, dopo che la banca aveva minacciato di prendergli la casa, Petrakis ha disperatamente tentato una piccola truffa portando in banca un assegno falso. Ma è stato subito scoperto e denunciato. Per la vergogna ha tentato una prima volta il suicidio bevendo benzina. La moglie lo ha salvato ma, quando è tornato al mercato, un fornitore di arance ha preteso di essere pagato e lo ha chiamato «truffatore». E per Petrakis è stato troppo.

(Fonte: Adnkronos Salute)

(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it)


giovedì 22 settembre 2011

Il Risorgimento dei protestanti

Venditore itinerante di materiale biblico per la Claudiana

Il Risorgimento non fu solo processo di liberazione nazionale, ma anche l'avvio di un percorso culturale e politico per un'Italia diversa, più tollerante e civile, purtroppo ancora oggi largamente incompiuto. In questo processo fondamentale fu il ruolo della piccola minoranza evangelica così come della comunità ebraica.

Giuseppe Platone

Il Risorgimento dei protestanti


Perchè il mondo evangelico italiano è così interessato alle tematiche risorgimentali? Semplice: rappresenta la cifra della sua apparizione sulla scena pubblica italiana. Estirpato per secoli dal rullo compressore della Controriforma nell'800 emerge con grande vitalità.

Le radici del protestantesimo vanno molto più in profondità, partono dal messaggio della Riforma protestante del XVI secolo. Ma il Risorgimento ha, per così dire, creato le condizioni che un nuovo vento di libertà e di rinascita spirituale percorresse il Paese, nel suo tumultuoso e cruento processo d'unificazione.

Sino al 1848 la chiesa valdese era l'unica realtà riformata italiana. Ben rinchiusa e sigillata nel ghetto alpino dei Savoia. Si tenevano prima di allora culti riformati presso ambasciate straniere, c'erano individui isolati, imprenditori o nobili illuminati come il conte Piero Guicciardini di Firenze che (1836) entrato in contatto con le idee riformate d'oltralpe le fece proprie ma dovette andare in esilio.

Con l'apertura del ghetto valdese, grazie allo Statuto albertino, voluto da Cavour, Gioberti, D'Azeglio e altri, nel 1848 il protestantesimo fa pubblicamente capolino nel nostro Paese. E così i valdesi, che sino ad allora parlavano in francese, grazie al Risorgimento, si italianizzarono. Quei quindicimila montanari con i loro tredici pastori guardarono all'Italia, che stava loro di fronte, con uno sguardo nuovo. Quello di una nuova cittadinanza. Una febbre evangelistica percorse la penisola. Poi giunsero altre missioni da paesi di tradizione protestante: Metodisti, Battisti. Per non dire della stessa chiesa dei Fratelli (di origine inglese) o la Chiesa libera animata dal focoso predicatore Alessandro Gavazzi, cappellano tra le truppe garibaldine.

Un mix di spinte diverse, nazionali ed internazionali, tenute insieme da una coraggiosa passione per il Libro, l'idea era quella di approdare ad una riforma religiosa e spirituale del Paese quindi politica.

Il Risorgimento ha reso visibile, con l'apertura dei ghetti e lo scorrere di nuove correnti evangeliche, una prima forma di pluralismo religioso. La religione di stato rimaneva quella cattolica romana; gli altri culti erano tollerati. Al tempo le minoranze storiche in Italia erano due: quella ebraica e quella valdese. La specificità ebraica è stata ed è una ricchezza per il tutto il paese. Giova ricordare il rabbino Lelio Cantoni che fu tra gli autori, con discrezione e acutezza, dello Statuto albertino del 1848 che aprì i ghetti.

Indietro non si poteva più tornare. Il pluralismo religioso (anche se solo tollerato) era ormai destinato a crescere. E in un secolo e mezzo (particolarmente in questi anni recenti) ha fatto notevoli balzi in avanti al punto che oggi presenta il conto. Basti solo pensare alle difficoltà che si riscontrano in molte città italiane nel costruire un luogo di preghiera per i musulmani. Considerato un problema di ordine pubblico.

Libertà religiosa: rimane uno degli aspetti incompiuti che il Risorgimento ci consegna. E poi la cultura.

Il tempio e la scuola, il binomio ottocentesco protestante. Non c’è l'uno senza l'altro. L'idea che ciascuno possa leggere direttamente la Bibbia e farsi una propria opinione, al di là di tutele magisteriali, è un fatto culturale che si lega alla fede. Una fede che non delega ad altri la conoscenza ma intende, in prima persona, capire e interrogarsi.

Sintomatico il fatto che nell'800 italico anafalbeta al 90 per cento nel piccolo mondo delle Valli Valdesi non si sapeva cosa fosse l'analfabetismo. Il "nocciolo" dell'epopea evangelica risorgimentale risiede in un incondizionato amore per la Parola biblica che invita al cambiamento. Il gusto, insomma, di lottare con un testo a colpi di domande e libere considerazioni costituisce un fatto culturale di grandissima importanza. Esprime, cioè, la libertà di coscienza da cui discendono tutte le altre libertà.

Quel po' di spazio che il protestantesimo si è guadagnato in Italia, in un secolo e mezzo di storia, ha dietro sè immensi sacrifici, certo anche errori e delusioni. Percorrendo la documentazione storica di quegli anni lontani - inquadra magistralmente tutta la questione, lo storico Giorgio Spini in "Risorgimento e protestanti"(Claudiana editrice) - restiamo sorpresi di come questi "colportori", evangelizzatori, pastori e le loro mogli, insegnanti siano riusciti a resistere e contrastare il despotismo e l'assolutismo.

Fu una lotta per liberarsi dalla tirannide del papa, dell'Austria, dei Borboni… ogni volta che il pensiero unico vuole centrifugare le coscienze il protestante insorge. È il suo faticoso destino quando sarebbe così agevole godere dei benefici della doppia morale così fruibile e diffusa. Non costa nulla, è un prodotto locale, e produce opportunismo in abbondanza. Uno dei prodotti ideologico-religiosi più diffusi nel nostro Paese che non ha realmente conosciuto la rivoluzione protestante.

(Da: www.evangelici.net)

mercoledì 21 settembre 2011

Il paese dei Gattopardi



Massimo Gramellini

I valori dell'Italia


L’alternativa sarebbe dunque Di Pietro che mette suo figlio in lista, come neanche Mastella. L’alternativa sarebbe De Magistris che si inchina davanti al cardinale per baciare la teca con il sangue liquefatto di San Gennaro. E se il demagogo molisano dice che suo figlio «non è il Trota», comportandosi come quel padre che giustifica i favori concessi al pargolo denigrando quello altrui, il demagogo napoletano discetta sulla «natura identitaria» della festa del santo patrono. Finge di non sapere che l’immagine del sindaco di Napoli che omaggia l’ampolla tesagli dal cardinale ha da secoli un significato ben preciso: la sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica. Bel risultato davvero, per uno che si presentava come il sovvertitore delle abitudini sclerotizzate della città.

Non pretendevamo che disertasse la cerimonia del finto miracolo che tutto il mondo ci spernacchia. Sarebbe bastato il silenzio. E un po’ di dignità. Ecco il miracolo che molti elettori si aspettavano da lui e dal partito suo e di Di Pietro. Quell’Italia dei Valori che attraverso le gesta dei suoi volti più noti ci ha appena ricordato quali siano i valori a cui l’Italia non è disposta a rinunciare: familismo e superstizione.

(Da: La stampa del 20 settembre 2011)


martedì 20 settembre 2011

Storia di Templari, Thomas Beraud (1252-1273)


Guido Araldo

Thomas Beraud, sovrano Maestro dal 1252 al 27 marzo 1273

Thomas Beraud o Bérard, memore dell’esperienza del suo predecessore, privilegiò i rapporti con il re d’Inghilterra Enrico III, al quale scrisse numerose lettere dove descriveva accoratamente la derelitta situazione in Terrasanta. Confidava in un suo intervento, che però non ci fu.

Nel primo periodo della sua reggenza tornarono i dissapori e gli screzi con gli Ospedalieri, che si estesero anche in Occidente, in Europa. Ma quando apparve la più grave delle minacce, Thomas Beraud si prodigò nel superare i rancori con gli ordini cavallereschi, soprattutto con i “fratelli nemici”, e in questa sua opera trovò la piena collaborazione di Hugues de Revel, gran maestro degli Ospedalieri, e di von Sangershausen, sovrano maestro dei Teutonici. Questa volta l’emergenza aveva un nome terribile: i Mammalucchi o Mamelucchi!

La situazione in Oriente mutò di colpo, in peggio per i “Latini”, allorché una casta di soldati e funzionari turchi, di origine servile (in arabo mamluk significa infatti schiavo), s’impossessò del sultanato d’Egitto nel 1252. Un colpo di stato involontariamente generato dall’inconcludente invasione della valle del Nilo da parte dell’armata franca di re Luigi IX, che i Mammalucchi contribuirono attivamente a fermare, acquisendo un enorme potere al Cairo. Quei servi dall’eterogenea origine, che costituivano il nerbo dell’esercito egiziano, abbatterono la dinastia degli Ayyubiti, s’impossessarono del potere e, fanatici dell’Islam, miravano al definitivo annientamento degli stati cristiani in Oriente.

Il secondo dei loro sovrani, Qutuz, che regnò soltanto due anni dal 1259 al 1260, consumò tutte le sue energie per fermare l’invasione mongola verso Siria, dopo che nell’anno 1258 Baghdad era caduta in mano alle orde di Hulegu. Un evento che aveva impressionato il mondo intero.
Nella grande battaglia di Ain Gialut:,“la fonte di Golia”, Qutuz riuscì nell’impresa che sembrava impossibile: fermare e disperdere le orde dei Mongoli, considerati l’avanguardia dell’Anticristo, preludio della fine del mondo.
Ma il glorioso Qutuz non poté godere dei frutti di quel clamoroso successo: sulla strada del ritorno in Egitto fu ucciso nella sua tenda, probabilmente su mandato del suo generale più importante, Baybars, che prontamente lo sostituì nel rango di sultano. E ora Baybars, che aveva giurato eterno odio ai Crociati, si accingeva ad annichilire la presenza cristiana nel Levante!

L’offensiva iniziò nel 1266 con l’assedio della fortezza di Safed, espugnata dopo un duro assedio, in seguito al tradimento di un turcopolo siriano. Tutti i cavalieri che la difendevano furono spietatamente decapitati, allorché si rifiutarono di convertirsi all’Islam. La caduta di Safed comportò un inevitabile effetto domino: altri castelli furono conquistati, tra questi il possente Beaufort.

Nel 1268, dopo aver conquistato Giaffa il 7 marzo, il sultano Baybars, che amava definirsi “la colonna portante dell’Islam”, investì la grande città di Antiochia, la città di Dio per i cristiani, generando un’enorme impressone in tutta l’Europa. La città, evacuata in tutta fretta dai cavalieri, poiché ritenuta indifendibile nonostante le poderose mura, aprì le porte all’invasore, nuovo padrone dell’Oriente. La popolazione gli andò incontro terrorizzata, fingendo gioia, gettando petali di rose. Tanta accondiscendenza non bastò a salvarla! Più di 100.000 suoi abitanti furono i deportati come schiavi e 17.000 i morti durante il terribile saccheggio! Una tragedia di dimensioni bibliche. La più grande città della Siria, ricca di una storia impareggiabile, cancellata per sempre. Sarebbe risorta, ovviamente, ma sarebbe stata una pallida idea del suo passato! A questo punto, perduta per sempre Antiochia, la situazione continuò a degenerarsi.

Il maresciallo “del Tempio”, Stefano Sissey, cercò di alleggerire la drammatica pressione e affrontò coraggiosamente il nemico in campo aperto. Una carica tanto audace quanto suicida! Sopraffatto, Stefano Sissey fu fatto prigioniero con i pochi cavalieri superstiti. Nessun luogo, sulla costa, era più sicuro! Il sole si era fatto nero nelle Terre d’Oltremare: oscurato per sempre da cupi nembi! A questo punto Thomas Beraud fu costretto ad impartire un ordine che non avrebbe mai voluto emanare: lo sgombero della fortezza del Chastel-Blanc e il ripiegamento di tutti i Templari su Tortosa, assurta al rango di “capitale dell’Ordine” dopo la caduta di Gerusalemme ottant’anni prima. Una città che fino a quel momento non era mai minacciata. Soltanto il castello Montfort resisteva nell’entroterra; ma era soltanto questione di tempo!

I Mammalucchi non somigliavano in nulla ai signori arabi e turchi che li avevano preceduti, incluso il terribile Saladino: fanatici e crudeli ambivano semplicemente spazzare via, definitivamente, gli stati cristiani dalla regione. A loro non interessavano i proficui rapporti commerciali con i Veneziani, i Pisani, i Genovesi, i Marsigliesi, i Catalani, i Fiamminghi… A questo punto, di fronte a una simile minaccia, soltanto urgenti aiuti dall’Europa avrebbero potuto salvare gli ultimi insediamenti nelle Terre d’Oltremare! E ancora una volta la voce del papa si levò possente e accorata; ma questa volta in pochi riposero. Il re d’Inghilterra, deludendo le speranze di Thomas Beraud, non si mosse. Il re d’Aragona inviò una flotta, che però fu dispersa da una tempesta. I re di Francia avevano già dato! Il Sacro Romano Impero, con la casata svela devastata, cancellata dai papi preoccupati dell’accerchiamento nei loro domini italiani, non aveva più orecchie per sentire. Deus non voluit, ancora una volta!

I pochi soldati catalani che arrivarono ad Acri, rimpatriarono l’anno successivo, senza essere stati impegnati in combattimento poiché in quel momento sussisteva una relativa calma. Alla fine si mosse il solito Luigi IX, poiché la Francia non poteva stare a guardare: ma, forse, sbagliò rotta o, più semplicemente, partì da lontano per portare l’attacco ai Mammalucchi in Egitto. Nel 1270 approdò sulle coste dell’Africa e pose l’assedio a Tunisi: una scelta che non gli portò fortuna! Morì di colera, forse per dissenteria o, forse, di peste.

Tre anni dopo morì anni Thomas Beraud, dopo ventun’anni di reggenza “del tempio”, forse i peggiori della sua storia. Esalò l’ultimo respiro il 27 marzo 1273: data confermata in una lettera inviata da Hugues de Revel, gran maestro dell’Ospedale, a Guy de Dampierre, conte delle Fiandre.


(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

lunedì 19 settembre 2011

Da leggere: Beppe Fenoglio, Una questione privata



Un libro "assurdo e misterioso" come la vita. Una storia di una bellezza dolorosa. La guerra partigiana come mai era stata descritta prima. Una Terra di Langa fangosa e terribile. Tutto questo è "Una questione privata", uno dei pochi grandi romanzi della letteratura italiana del Novecento.

Letteratura e Resistenza 2

Beppe Fenoglio, Una questione privata

«Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d'un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto piú forti quanto piú impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché».

Italo Calvino


Michele Lupo

L’antiretorica di Beppe Fenoglio

In alcuni brevi saggi raccolti in italiano nel volume minimum fax Nel territorio del diavolo, una pubblicazione di qualche anno fa, la grande autrice di racconti Flannery O’Connor centrava alcune questioni decisive dell’arte dello scrivere, tenute con forza e concentrazione estrema dentro il luogo che davvero le compete: quello della verità. La narrativa secondo la O’Connor ha da fare con i sensi e la materia giacché essa “è un’arte basata sull’incarnazione”: personaggi in situazione, dall’azione drammatica dei quali lo scrittore tenta di approssimare il nucleo d’irripetibile individuale verità. Non spiegando e interpretando dall’esterno, ma “guardando fisso le cose”.

E’ ciò che fece Beppe Fenoglio nello splendido Una questione privata, racconto di ambiente resistenziale ma svolto al netto di qualsiasi faciloneria, il caso di dire, partigiana. Fenoglio fu combattente, ufficiale di collegamento con gli Alleati, e aveva chiaro l’altissimo senso morale e il valore politico di ciò che stava facendo (non abbiamo l’equivalente nella nostra storia precedente – e successiva meglio tacere – quanto a dignità di un popolo e partecipazione dal basso), ma sapeva altrettanto bene che la letteratura non si riduce a slogan né a esercizio di articolazione delle proprie ragioni.

Una questione privata è un racconto nel quale, nonostante l’amarezza di fondo – il partigiano Milton, badogliano che ha l’incauta idea di tornare nei luoghi in cui nacque il suo amore per la giovane torinese Fulvia, viene a conoscenza della probabile relazione fra la ragazza ed il suo amico Giorgio, anch’egli partigiano, e nel mezzo della guerra si mette alla sua ricerca per conoscere la verità sino in fondo –, attraverso un’arte ineguagliata della descrizione palpita una fisica plasticità che ha pochi paragoni nella letteratura italiana. Milton, immerso in un fango «giallo come zolfo, tenace come mastice», si muove in un paesaggio invaso continuamente da una nebbia spessa, che “intasava i valloni e si stendeva in lenzuola oscillanti sui fianchi marci delle colline”, poi “formava spessori concreti, una vera e propria muratura di vapori” o anche “un mare di latte, rimescolato in fondo da pale gigantesco e lentissime” – e via di questo passo, attraverso decine di pagine di straordinaria densità espressiva.

In questi casi si dice che il paesaggio è un personaggio. Io direi che queste Langhe in cui “Milton ha sempre la sensazione del cozzo e della contusione” sono la storia – quella del libro, s’intende. La dimostrazione che per chi ha occhi per vedere la natura può farsi essa stessa racconto. Ché è da un dentro fisico, da uno spazio materiale e sensoriale che noi viviamo queste nostre vite in transito. Occorre saper vedere sì, avere il senso del ritmo che aveva Fenoglio, sulla pagina, e la lucidità (è più la lucidità che il sentimentalismo terreno buono per la poesia) di riconoscere che le buone e ottime e fondamentali ragioni storiche non impediscono a un uomo di trovare in un altrove, un amore definitivo e infelice il cuore della propria esistenza, di innescare un meccanismo di fuga che non è irresponsabilità ma adesione alla verità delle cose – in letteratura, oltre le poetiche, anche quella di programma che si chiamava neorealismo. Tanto che la morte Milton va a rischiarla non per uccidere un fascista o un tedesco ma per ritrovare l’amico che chiudeva il beffardo triangolo amoroso. Del resto è questo il grande libro di Fenoglio, non Il partigiano Johnny, troppo programmatico nella sua ostinata e un po’ fredda ricerca stilistica. Laddove la scrittura di questo romanzo breve è a tratti straordinaria eppure emotivamente intensa, capace di restituire tragica evidenza alle cose, di saggiarne il sapore e di ascoltarne i rumori – corpi che pesano, sensibili. Vivi nell’inevitabile sfida a un destino tutt’altro che scontato. Uno dei libri migliori del secondo Novecento italiano.


(Da: www.liberolibro.it)


Beppe Fenoglio
Una questione privata
Einaudi 2006
€ 11


domenica 18 settembre 2011

Mario Novaro, Murmuri ed echi





A Firenze, il 19 settembre , si terrà la presentazione dell'edizione critica di Murmuri ed Echi di Mario Novaro. Un evento importante per la cultura italiana.


Mario Novaro - Murmuri ed echi

L'edizione critica delle poesie di Mario Novaro (pubblicata dall’editore genovese San Marco dei Giustiniani nel 2011, con una prefazione di Giorgio Ficara) è inscritta in un più ampio progetto dì ricerca, promosso dalla Fondazione Mario Novaro e dall'Università degli Studi di Genova, con il sostegno della Provincia di Imperia. L'edizione, a cura di Veronica Pesce, è il risultato di un lavoro condotto sul doppio binario dell'analisi critica della poesia e della poetica di Mario Novaro e della ricerca d'archivio.

Murmuri ed Echi è l'unico volume di poesie di Novaro, la cui prima edizione risale al 1912 (editore Ricciardi); il libro, che durante gli anni ha subìto molte modifiche ed aggiunte, ha avuto altre quattro edizioni vivente l’Autore (1914, 1919, 1938 e 1941), mentre la definitiva, curata da Giuseppe Cassinelli, è stata pubblicata postuma nel 1975 da Scheiwiller.

Questa edizione, alla quale la curatrice ha dedicato un paziente, approfondito e appassionato lavoro di ricerca, intende privilegiare le redazioni storiche della raccolta, mettendo in luce la genesi e le principali trasformazioni della poesia novariana: la sua nascita in forma di prosa, esito del peculiare percorso di formazione filosofica compiuto dall'autore e la successiva trasformazione lirica, in versi.

Delle cinque edizioni curate dall'autore viene infatti offerta a testo la prima redazione (in prosa) del 1912 e la terza redazione (in poesia) del 1919. Il volume è completato da un apparato che offre tutte le varianti intercorse fra le cinque edizioni a stampa della raccolta. La curatrice ha cercato inoltre di ricostruire, ove possibile, le circostanze e le occasioni che hanno originato i componimenti, i singoli giudizi critici o i semplici commenti ricevuti dagli amici e collaboratori, al fine di restituire i testi alla loro originale dimensione, nella forma e nel contesto in cui sono nati.

Mario Novaro (Diano Marina 1868 – Ponti di Nava 1944), completato il Liceo Classico a Firenze, compie studi universitari a Vienna e Berlino, laureandosi in filosofia nel 1893 nell’Università tedesca con una tesi su Malebranche. Due anni dopo consegue la laurea anche all’Università di Torino e pubblica i suoi primi scritti: Lettera a Simirenko (1890), La teoria della causalità in Malebranche (1893), Il Partito Socialista in Germania (1894), Il concetto di infinito e il problema cosmologico (1895). La formazione tedesca, le lezioni di economia politica di Wagner, il legame con Gustavo Sacerdote, ebreo piemontese trapiantato a Berlino e corrispondente di giornali socialisti italiani, nonché i rapporti con l’ambiente torinese formano un significativo quadro dei contatti culturali e politici di Novaro.

Stabilitosi a Oneglia (oggi Imperia), diventa assessore comunale per il giovane partito socialista e, dopo un breve periodo di insegnamento nel locale liceo, si inserisce con i fratelli nell’industria olearia di famiglia intestata alla madre Paolina Sasso. Questa attività non gli impedisce di continuare a coltivare interessi letterari e culturali attraverso la direzione di “La Riviera Ligure”, rivista nata come foglio pubblicitario dei prodotti Sasso nel 1895 e divenuta sotto la direzione di Novaro (1899-1919) importante ed apprezzato strumento culturale. Fra le pubblicazioni si ricordano: Pensieri metafisici di Malebranche (1910), la raccolta di poesie Murmuri ed echi (1912 e successive edizioni), Acque d’autunno, una scelta e introduzione agli scritti del taoista cinese Ciuangzé (alla prima edizione del 1922 ne sono seguite altre, sia in vita che dopo la morte di Novaro). Successivamente cura la pubblicazione delle opere dell’amico e collaboratore Giovanni Boine (1921 e 1938/39) e Alcune lettere inedite di Giovanni Pascoli (1934) a lui indirizzate durante il periodo di “Riviera”.

La Fondazione Mario Novaro, riconosciuta dal Ministero per i Beni Culturali e dalla Regione Liguria, è stata costituita a Genova nel 1983. Svolge attività di ricerca, conservazione e divulgazione nei settori della scrittura e dell’immagine, valorizzando in particolare la cultura ligure del Novecento. Edita un Quaderno quadrimestrale monografico, testi e volumi a carattere scientifico, organizza convegni, seminari, mostre. Possiede un importante archivio e una biblioteca che riunisce circa trentamila volumi riguardanti i diversi settori della creatività e della comunicazione.

Mario Novaro
Murmuri ed echi
Edizione critica a cura di Veronica Pesce
Edizioni San Marco dei Giustiniani
Partecipano
Franco Contorbia e Marco Marchi
IntroduceMaria Novaro
Sarà presente la curatrice
Lunedì 19 settembre 2011, ore 17
Firenze, Palazzo Strozzi, Sala Ferri



Nasce la rete della musica occitana



Riceviamo e volentieri pubblichiamo

NASCE LA RETE DELLA MUSICA OCCITANA - CORSI DI STRUMENTI TRADIZIONALI NELLE NOSTRE VALLI

Nasce dall’idea dell’Associazione Lou Dalfin la “Rete della musica occitana” che propone per l’anno 2011/2012 corsi di strumenti tradizionali nelle valli di lingua d’òc. Quale promotrice in questi anni di un’attività didattica che ha formato la stragrande maggioranza dei suonatori militanti nelle formazioni d’òc e gran parte degli insegnanti che operano sul nostro territorio, l’Associazione Lou Dalfin, in considerazione della conformazione geografica delle nostre valli, ha ritenuto importante la realizzazione di una rete volta a collegare le differenti esperienze didattiche presenti nelle diverse vallate e zone limitrofe. Con la collaborazione di Espaci Occitan e altre importanti realtà del territorio, l’Associazione Culturale Lou Dalfin presenta pertanto i differenti corsi che avranno inizio nel mese di ottobre 2011 per concludersi con i concerti finali di inizio giugno.

Gli insegnanti che partecipano alla rete sono: Sergio Berardo e Manuel Ghibaudo (ghironda, cornamuse e flauti d’òc, organetto) per le valli Grana, Maira e Verzuolo; Simonetta Baudino (organetto e ghironda) per le valli Stura, Monregalesi e Manta; Chiara Cesano (violino) per la valle Varaita e Cuneo; Silvio Peron (organetto e semiton) per le valli Vermenagna e Gesso; Dino Tron (organetto, fisarmonica cromatica, cornamuse d’òc e musette) per le valli Pellice, Chisone e Pinerolese. L’attività dei corsi prevede inoltre iniziative d’incontro con laboratori e momenti di musica d’assieme. Rientrano nella proposta di corsi anche alcuni strumenti non considerati “tradizionali” che si sono ben inseriti nel nuovo “sòn occitan” apportando il loro contributo: batteria e tamburo rullante con Riccardo Serra per Cuneo e Valle Maira; basso con Carlo Revello per Cuneo; chitarra e plettri con Mario Poletti per Torino.

Fondamentale per il corretto funzionamento di alcuni strumenti è la periodica manutenzione dei medesimi effettuata dai liutai che li hanno costruiti. Saranno pertanto organizzati i laboratori periodici con i maestri artigiani: Jean Claude e Claude Boudet (ghironde); Bruno Salençon (bodega, oboi del lengadoc, chabreta); Pierre Rouch (oboi pirenaici, bodega); Robert Matta (boha, bohassa, bodega, chabreta, oboi); Bernard Blanc (cabreta, chabreta, musettes).

In tutte le valli e altri territori si organizzano corsi di danza con Daniela Mandrile. Su richiesta è inoltre prevista la possibilità di tenere lezioni concerto sugli strumenti occitani.

Per informazioni: Associazione Culturale Lou Dalfin tel. 0171 619195 – 329 0097484 – www.loudalfin.it –info@loudalfin.it ; Espaci Occitan tel. 0171 904075 – segreteria@espaci-occitan.org

sabato 17 settembre 2011

La via dei conventi. Ante Pavelic, fascismo e chiesa cattolica



Non un libro sul turismo religioso ma un approfondimento storico sul movimento ustascia in Croazia, prima e durante la Seconda guerra mondiale e sui suoi influssi e riflussi nella Jugoslavia titina. Una ricostruzione fatta sulla base di documenti doplomatici e d'archivio di numerosi Paesi.

Vittorio Filippi

La via dei conventi


Talvolta i titoli portano altrove. In questo caso non si parla di percorsi spirituali per i pellegrini del turismo religioso, ma – come recita il sottotitolo di questa pubblicazione - del movimento croato degli ustascia e dell’indiscusso capo Ante Pavelić. E delle vie di fuga che utilizzarono spesso, appunto, conventi ed istituti religiosi conniventi, specie francescani.

Le due Jugoslavie e gli ustascia

Ma andiamo con ordine: in questo ricco e documentato lavoro – 600 pagine di cui circa cento di note e di bibliografia – gli autori Adriano e Cingolani ripercorrono il faticoso percorso delle due Jugoslavie che si sono succedute nel Novecento – quella monarchica dei Karađorđević e quella socialista di Tito – vedendolo però dal lato di quel movimento ultranazionalista croato detto degli Ustascia o insorti, in ricordo delle lontane ribellioni antiturche.

L’ustascismo, nelle intenzioni di Pavelić e dei suoi, avrebbe dovuto restituire alla Croazia quell’antica grandezza che avrebbe avuto - a suo avviso - nel leggendario regno fondato nel decimo secolo sul lato occidentale dei Balcani. Curiosamente la stessa Croazia produsse, nell’Ottocento, due ideologie completamente diverse. La prima, quella illirista, tendeva allo jugoslavismo (ne era leader il vescovo zagabrese Josip Strossmayer), cioè all’unione – in chiave antiasburgica ed antiottomana - degli Slavi meridionali, cattolici ed ortodossi che fossero. L’altra invece, mescolando nazionalismo, clericalismo e razzismo, puntava non solo ad una grande Croazia statualmente autonoma (e quindi di fatto irriducibilmente antiserba) ma anche etnicamente pura.

Protezione italiana

Pavelić parte ovviamente da quest’ultimo pensiero e lo organizza con il terrorismo negli anni Trenta con l’obiettivo di smantellare la prima Jugoslavia, cioè il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (SHS) in cui la Croazia era “prigioniera”. Non solo il re Alessandro venne ucciso a Marsiglia nel 1934 da mano ustascia, ma per tutti gli anni seguenti proseguì l’opera di destabilizzazione del Regno jugoslavo. Opera francamente facilitata da un lato dall’oggettiva fragilità e rissosità del giovane Stato, dall’altro da chi, come l’Italia fascista, aveva mire egemoniche sul vicino Regno.

Non meraviglia dunque che Pavelić ed i suoi ustascia vengano generosamente accolti e protetti in Italia in attesa del momento propizio. Momento che arriverà presto con l’invasione italotedesca della Jugoslavia, la sua frantumazione e la nascita, nell’aprile 1941, dello Stato indipendente croato (NDH) guidato dal poglavnik (duce, capo) Pavelić.

Uno Stato che si presentava non solo filofascista ed ultracattolico, ma anche violentemente razzista. Obiettivo: spazzar via i serbi, gli ebrei ed i rom; i massacri e la pulizia etnica ebbero la scientificità massima nel famigerato campo di Jasenovac, un vero e proprio lager (con tanto di forno crematorio) guidato anche da un frate, detto efficacemente frà Satana.

Dopoguerra

Con la sconfitta tedesca e la vittoria partigiana, gli ustascia in fuga dimostrarono una grande abilità nel nascondersi approfittando di una rete vasta di appoggi e di coperture fornite soprattutto da influenti sacerdoti e frati croati nonché da chi vedeva negli ustascia una forza anticomunista comunque utile nel momento in cui il mondo si spaccava nella guerra fredda. Dopo l’Austria e l’Italia fu l’Argentina peronista la meta “naturale” di tanti dignitari ustascia, Pavelić compreso.

Il poglavnik morì nel 1959, quando ormai la Jugoslavia, avendo rotto con l’URSS, era ritenuta geostrategicamente “utile” all’Occidente. L’ustascismo si era ormai ridotto alle azioni terroristiche, che ebbero il picco in quella “Primavera croata” del 1970-71 che fece esplodere ampie rivendicazioni nazionalistiche poi represse dallo stesso Tito.

Il libro finisce qui. Ma sappiamo che, come vampiri, gli ustascia (insieme con i cetnici serbi) riapparvero lugubremente negli anni delle violente convulsioni che smembrarono la Jugoslavia federale. Lo stesso presidente Franjo Tuđman ed il suo partito HDZ ebbero il sostegno di una robusta diaspora anticomunista dalla tinta decisamente filoustascia. E bisognerà aspettare nel 2002 il centrosinistra di Ivica Račan (ex Lega dei comunisti) perché si cominci a pensare di vietare in Croazia il proliferare della simbologia ustascia, cui si erano aggiunte le foto di Ante Gotovina. Ma, come un fiume carsico, non è detto che l’ustascismo non possa trovare nuovo consensi dalla destra radical-populista, magari rifiutando quell’Europa che tra due anni dovrebbe accogliere la Croazia.

Perché quel che è certo – ed il lavoro di Adriano e Cingolani ben lo dimostra – è che l’ustascismo si innerva incontestabilmente sulla storia croata, o perlomeno di una certa Croazia, e quindi anche sulle dinamiche sempre piuttosto aggrovigliate dei Balcani.





Pino Adriano, Giorgio Cingolani
La via dei conventi. Ante Pavelić e il terrorismo ustascia dal Fascismo alla Guerra Fredda
Mursia, Milano 2011
€ 20

(Da: http://www.balcanicaucaso.org)

venerdì 16 settembre 2011

Una lumaca che viene da lontano: Serge Van De Put a Savona



Da alcuni giorni una grande lumaca fatta di copertoni ci guarda perplessa da un angolo di Piazza Saffi. Uno sguardo inquietante per noi adulti, protagonisti e vittime di un mondo che sfugge ormai ad ogni classificazione. Una visione gioiosa per i bambini per i quali non c'è frattura tra inconscio e quotidianità e il sogno è parte integrante della realtà.


Serge Van De Put
Gomma come arte
via Brignoni 26r - 17100 Savona
Tel 019 828695 - conarte@galleriaconarte.it
www.galleriaconarte.it
In galleria Conarte
17 settembre - 19 ottobre 2011
da martedì a sabato
9,30 - 12,30 / 15,30 - 19,30
chiuso il lunedì e la domenica


Vecchie gomme e copertoni di auto, camion, trattori sono trasformati in figure dal genio dell’artista. Un mondo di personaggi e animali fantastici che rinasce da gomme e copertoni usati, sono uno specchio della società contemporanea, attraverso un geniale interprete che ha avuto tra i suoi compagni di viaggio altri grandi dell’arte quali Jan Fabre, Wim Delvoye, James Ensor.Savona entra così in un circuito internazionale di eventi culturali di assoluto valore.

In piazza, un bambino africano, e fantasiosi animali, una lumaca, un asino, e un maiale, che fanno da corona ad una meravigliosa piazza delle palme, (così la chiamano i savonesi). In galleria più di quaranta opere proporranno il mondo tormentato degli umani e le forme espressive del mondo animale.



giovedì 15 settembre 2011

La scuola dell'asina


L'onorevole (si fa per dire) ministra Gelmini sostiene di avere con la sua riforma migliorata la qualità della scuola pubblica e cita dati OCSE. Ma, come ci hanno insegnato da bambini, le bugie hanno le gambe corte.

Flavia Amabile

L'Ocse boccia la scuola italiana


La bocciatura arriva dall’Ocse ed è pesante. Secondo l’organizzazione internazionale l’Italia investe troppo poco per l’istruzione. E per gli insegnanti la vita è davvero dura: avevano già stipendi più bassi di quelli dei colleghi, devono subire ulteriori riduzioni mentre all’estero la paga dei prof aumenta. I giovani diplomati - che pure in passato non hanno mai raggiunto un numero così elevato - non arrivano ancora alla media Ocse.

Secondo il ministero dell’Istruzione gran parte dei dati pubblicati dall’Ocse confermano la necessità di proseguire nella direzione adottata dal governo. In realtà nel rapporto viene fotografata una realtà ben diversa.

A scuola e università l’Italia riserva il 4,8% del Pil contro una media Ocse del 6,1%. Terzultimo posto: peggio di noi solo Slovacchia (4%) e Repubblica Ceca (4.5%). Tra il 2000 e il 2008 la spesa sostenuta dagli istituti d`istruzione per studente nei cicli di livello primario, secondario e post-secondario non universitario è aumentata solo del 6% (rispetto alla media Ocse del 34%). Si tratta del secondo incremento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili.

L`Italia è al terzultimo posto anche per il numero di diplomati nell’istruzione terziaria: il 20,2% dei giovani tra i 25 e i 34 anni raggiunge un livello d`istruzione del genere, rispetto alla media Ocse del 37,1% relativa alla stessa fascia d`età (34mo posto su 37 Paesi).

Gli stipendi degli insegnanti sono bassi, è così da molti anni. Ma ora la situazione sta anche peggiorando aumentando ancora di più il divario tra reteribuzioni degli insegnanti italiani e quelli del resto dei Paesi Ocse. Mentre gli stipendi dei prof italiani dal 2000 al 2009 sono diminuiti dell’1%, nel resto dei paesi dell’Ocse sono aumentati in media del 7%. Non solo. Un insegnante di scuola media in Italia deve attendere 35 anni di servizio per ottenere il massimo salariale, in media nei Paesi Ocse ne bastano 24.

A conti fatti, i docenti italiani guadagnano il 40% in meno rispetto ad altri connazionali con il loro stesso grado di istruzione. E lavorano molto di più dei colleghi dell’Ocse visto che in Italia gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse di 6.732 ore.

La spesa annua per studente si avvicina invece a quella complessiva dei paesi Ocse. L'Italia spende per uno studente circa 9.200 dollari all'anno, nel complesso i paesi Ocs spendono 9.860 dollari. Ma c'e' una differenza. L'Italia investe soprattutto sugli studenti delle scuole di primo e secondo livello. Molto più della media Ocse. Ma poi la spesa pro capite per gli universitari è molto al di sotto della media Ocse: 9.553 dollari contro 13.717.

(Da: La stampa del 14 settembre 2011)