TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 ottobre 2011

Partito della Nazione Occitana: Per un Paese Basco libero



Riceviamo dai nostri amici del Partito della Nazione Occitana (PNO) questo comunicato che volentieri pubblichiamo.

Per un Paese Basco libero

Il Partito della Nazione Occitana si rallegra della saggia decisione dell'organizzazione indipendentista clandestina basca, ETA « Euskadi Ta Askatasuna, Paese Basco e libertà», di rinunciare definitivamente all'uso della violenza.
D'ora in avanti la lotta per l’indipendenza della nazione basca verrà condotta con mezzi democratici come accade da molto tempo per la Catalogna.
La via democratica, quando ciò è possibile, non permette certo di giungere rapidamente all’indipendenza ma è preferibile alle sofferenze e ai lutti causati da una lotta armata.
Noi speriamo che la Spagna saprà rapidamente cogliere questa occasione di concludere la pace e di aprire senza spirito di rivincita negoziati con il Paese Basco riguardo alle sue rivendicazioni nazionali.

Guardare avanti



Il disastro di Monterosso rimanda alle rovine ben maggiori di un'Italia sull'orlo del collasso, segnata da un degrado economico, politico e civile che pare inarrestabile. Ma i volti puliti e sorridenti dei ragazzi e delle ragazze accorsi per spalare il fango ci ricordano che dopo l'inverno arriva la primavera e ci invitano a guardare avanti con la certezza che les mauvais jours finiront.

Niccolò Zancan

La meglio gioventù con le mani nel fango di Monterosso


La vita vince sempre. Per quanto sia retorico, succede ogni volta. Ti sorprende quando tutto sembra perduto, e in particolare in Italia, specialità della casa: emergenze, rinascite. Prima lacrime, poi sudore e generosità. Succede quando Giulia, Eliana, Federico e Lorenzo escono di casa alle nove del mattino. Hanno diciotto anni. E invece di godersi le scuole chiuse sulla spiaggia di Levanto - c’è ancora un sole caldo, turisti tedeschi, bambini e cani - aspettano un piccolo traghetto al molo. Hanno preso tutto quello che serve: focaccia, stivali, una maglietta di ricambio. Oggi vanno a Monterosso, perché Monterosso ha bisogno d’aiuto. Arrivano in tanti. Hanno facce stupende. Voci ancora acerbe, ma sogni concreti.

«Fare il cuoco». «Vorrei diventare capitano di lungo corso sulle navi». «Io vorrei fare la traduttrice». «A me piacerebbe diventare insegnante d’asilo, se si può...». Loro non lo sanno, ma questa colazione in mezzo al mare ha un gusto che non dimenticheranno più. Si mischierà per sempre anche l’odore schifoso del fango, ma non importa. Sono la meglio gioventù. Monterosso vuole rinascere. Prova a farlo anche grazie alle braccia esili di Giulia, pallida e senza esitazioni: «Non mi piace restare a guardare un disastro simile alla televisione». Tiziano, 17 anni: «Sarò un geometra. Magari un architetto». Francesco: «La mia aspirazione è iscrivermi a Ingegneria». Greta: «Io voglio aiutare i disabili». Damiano: «Studio all’alberghiero, poi non so». Intanto sono insieme, e per tutti si tratta di spalare.

Il fango è ovunque, non sai dove metterlo. Ti si attacca ai vestiti, impasta i capelli. Manca l’acqua. Non si riesce a pulire. Si può solo togliere il grosso. Ma il centro del paese di Monterosso è un autentico spettacolo. Tutto è in movimento. Uno sforzo umano perpetuo fra le casette rosse.

Andrea spazza la chiesa. Maria aiuta a sgomberare il bar. Svuotano i negozi. Francesco porta la carriola gialla fino alla montagna di fango. Avanti e indietro. E in mezzo ai ragazzi, le ruspe in manovra, gli alpini di Fossano, i volontari della protezione civile, carabinieri e residenti. Uno scambio continuo di urla e cenni d’intesa, per non finire triturati nella macchina dei soccorsi.
C’è il dottor Francesco Tani, direttore sanitario del distretto 17, con sulle spalle una bombola di ossigeno. C’è Matteo, 19 anni, da Quiliano: «Sono qui per aiutare. Da grande vorrei fare l’idraulico». Nella piazzetta hanno allestito una cucina da campo. In genere serve per una sagra di mezza estate: oggi sfama il paese intero. Il pomodoro condito è buonissimo, dopo giorni di pasta e panini. I cuochi si chiamano Carlo e Saverio. Stanno facendo il sugo con i gamberi di un ristorante costretto a scongelare tutte le scorte. Rumore di cingoli. Sugo di pesce.

Marco che fa avanti e indietro da casa sua portando caffettiere bollenti. I ragazzi con gli stivali mangiano in piedi, a piccoli gruppi. Qualcuno si abbraccia. Poi tornano a spalare. Ogni minuto succede qualcosa, anche se non è facile vederlo. Forse sul cumulo di detriti davanti alla chiesa, per esempio, sta nascendo un amore. I due spalatori volontari si sono appena dati la mano per presentarsi, molto eleganti nel disastro generale, ora sorridono e svangano. Tutti i ragazzi si assomigliano. Per i vestiti senza marchi. Per i capelli spettinati. Però alcuni hanno uno sguardo diverso. Sono quelli che non si fermano nemmeno per una fotografia. Sono i giovani di Monterosso.
«Grazie davvero - dice Giammarco Giuntini, 23 anni, barista nella zona è bello vedere tanta solidarietà. Non lo dimenticheremo». Milleduecento residenti più altri mille, fra volontari e soccorritori. Il paese brulica sotto al sole. «E qualcuno osa ancora criticare i giovani d’oggi...» dice il vicesindaco Marisa Cebrelli. Dai discorsi è quasi scomparso il racconto dell’accaduto. Non c’è tempo. Si parla di come risolvere i singoli problemi. Tutti in preda a una specie di febbre. Cosa fare, per esempio, dei banchi della chiesa? Li portano fuori, cercano di pulirli, poi li mettono al sicuro, mentre altri combattono con il pavimento.

All’improvviso arriva una notizia. «Hanno trovato Sandro!» «Sì, hanno avvistato Sandro al largo di Rio Maggiore». «Davvero?». Un anziano scuote la testa: «Le correnti...». Ma non è vero. Non l’hanno ancora trovato. Hanno scambiato un tronco in mezzo al mare - scaricato giù dall’alluvione - per il corpo di Sandro Usai, 38 anni, ristoratore e volontario del Comune di Monterosso. Martedì era andato ad aprire i tombini, quando l’onda di piena si è presa le strade. Subito si ricomincia a spalare. Al molo sta attraccando un’altra barca. Scaricano bottiglie d’acqua, pane, caffè e altri ragazzi con gli stivali di gomma. Che il dio delle belle speranze abbia cura dei loro sogni.

(Da: La Stampa del 29 ottobre 2011)

giovedì 27 ottobre 2011

Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo



Dopo decenni di studi gramsciani "politicamente corretti", finalmente un lavoro esaustivo sugli anni di formazione del giovane Gramsci. Un Gramsci fieramente avverso alla democrazia borghese, affascinato da Mussolini e dalla rivoluzione. A quando una ricerca simile su Amadeo Bordiga?

Paolo Mieli

Il giovane Gramsci contro la democrazia



Alla fine di giugno del 1911, Antonio Gramsci prende la licenza liceale a Cagliari. A ottobre si trasferisce a Torino, dove si iscrive all' università. I suoi studi (aveva dato meno della metà degli esami previsti) si interromperanno nella primavera del 1915, al momento in cui decide di dedicarsi a tempo pieno alla politica. Ma la decisione di iscriversi al Partito socialista italiano l' aveva maturata già alla fine del 1913. Il suo più grande amico all' epoca è Angelo Tasca, a fianco del quale vivrà l' intera stagione iniziale della sua vita, dall' esperienza socialista a quella comunista. La sua prima uscita pubblica, sul settimanale «Il Grido del popolo», è però di critica a Tasca per aver, quest' ultimo, condannato con toni eccessivamente radicali la svolta interventista di Benito Mussolini (ottobre 1914). A suo avviso Mussolini non ha torto, dal momento che la politica di preparazione rivoluzionaria del proletariato può trarre vantaggio dall' intervento italiano nella guerra contro gli Imperi centrali. Successivamente sarà tentato di collaborare al «Popolo d' Italia», il nuovo giornale di Mussolini, ciò che gli verrà rinfacciato - dal sindacalista Mario Guarnieri - nel 1921, al momento della fondazione del Partito comunista. Un curioso debutto, su cui si sofferma Leonardo Rapone nel capitolo iniziale di Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919) , un grande studio sulla formazione del leader comunista che Carocci manderà a giorni in libreria. Rapone sostiene che considerare quella presa di posizione filomussoliniana di Gramsci come un «mero incidente di percorso» o «un' acerba esercitazione giovanile» è un modo di far torto alla sua già complessa personalità degli inizi.

Quel Gramsci ai primordi è un ragazzo colto, che interviene in tutti i dibattiti dell' epoca. Condanna come «intorbidante» l' anticlericalismo dell' «Asino» di Guido Podrecca, saluta con entusiasmo la beatificazione di Giuseppe Benedetto Cottolengo. Combatte alcune sue piccole e grandi battaglie contro i gesuiti, contro la massoneria (ma nel ' 24, con l' unico discorso che tenne a Montecitorio da deputato comunista, si pronuncerà contro il decreto mussoliniano di messa fuori legge della stessa), contro la bestemmia, contro il commercio al minuto («medievalismo economico»). Si pronuncia contro l' adozione dell' esperanto come lingua unica che, secondo i suoi compagni di partito, dovrebbe giovare alla comprensione tra i popoli. Si schiera contro il gioco del lotto. A favore del calcio («Un modello della società individualistica, vi si esercita l' iniziativa ma essa è definita dalla legge»). A favore dello scoutismo «officina del carattere», ma solo nella versione inglese di sir Robert Baden-Powell. Più in generale è affascinato da tutto ciò che riguarda l' Inghilterra. Nello stesso tempo disprezza la borghesia italiana «arruffona, senza una cultura, senza una idealità» così come da una celebre lettera di Engels a Turati del 1894.

Ha in grande antipatia i socialisti riformisti: Claudio Treves, Filippo Turati. È, invece, un grande ammiratore di Gaetano Salvemini, lettore della sua rivista «L' Unità», e fa parte del gruppo di giovani socialisti che nel ' 14 gli propongono di candidarsi come indipendente nel Psi, partito che aveva lasciato polemicamente qualche anno prima. Lo è ancor più di Giovanni Amendola, del quale apprezza i toni di deprecazione («L' Italia come oggi è, non ci piace», aveva scritto Amendola su «La Voce» nel dicembre del 1910). Stima Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini. Ma apprezza anche Giovanni Gentile, al quale, quando l' Università di Torino nel 1914 gli negherà la cattedra di Storia della filosofia, lui e Tasca faranno giungere, tramite il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, un' affettuosa lettera di solidarietà. E, in modi ancor più espliciti, mostra interesse nei confronti di Benedetto Croce. Approva Francesco De Sanctis per aver denunciato alcuni aspetti negativi del carattere italiano: «l' insincerità», «il fare e non fare, il permettere e non permettere», «l' ipocrisia nei rapporti tra singolo e collettività... tra singolo e singolo», «quello stare in sull' ambiguo e tenersi nel mezzo e lasciarsi dietro l' uscita». Sulla scia di Bertrando Spaventa, si dichiara antipatizzante di Giuseppe Mazzini, al quale imputa l' astrattismo delle idee democratiche.



Benito Mussolini

Un segno particolare della subalternità di Gramsci alla cultura del suo tempo - messa in evidenza per primo da Eugenio Garin - è riscontrabile nell' adesione del giovane socialista sardo alla campagna (di Salvemini, Prezzolini, Papini, Amendola e del «Corriere della Sera») contro Giovanni Giolitti. Il rigetto di Gramsci nei confronti della politica di Giolitti, fa notare Rapone, «non è semplicemente il frutto della critica del decennio giolittiano da parte di un socialista profondamente calato, come è Gramsci, nel nuovo spirito intransigente del socialismo italiano affermatosi al congresso di Reggio Emilia del 1912, in rotta con il riformismo filogiolittiano del periodo precedente». Per lui Giolitti è il simbolo di tutto ciò che testimonia della corruzione dell' organismo nazionale e che fa diversa l' Italia da un vero Stato liberale. «Il giolittismo», afferma, «è la marca politica del decimo sommerso italiano: l' insincerità, l' affarismo, il liberalismo clericale, il liberalismo protezionistico, il liberalismo burocratico e regionalista».

Le modalità della sua invettiva contro Giolitti diventeranno uno schema che si ripresenterà più volte, anche dopo la sua morte e quando di Giolitti si sarà quasi persa memoria, per tutto il Novecento: ottimo era il «liberalismo autentico» di Cavour; pessimo quello dei «tempi in cui viviamo», in un' Italia nella quale i liberali «hanno preferito mandare Cavour in soffitta» e «i partiti politici non perseguono programmi di politica generale, ma seguono singoli individui, i "cacicchi", come li chiamano in Ispagna». Anche lui, sulla scia del direttore del «Corriere della Sera» Luigi Albertini, prenderà l' abitudine di qualificare il metodo di governo di Giolitti come una «dittatura». E ancora nel 1917, quando tra i socialisti si fa largo la tentazione di accogliere le avances di Giolitti per dar vita ad un governo «migliore» che prepari «le condizioni più favorevoli di vita e di sviluppo della classe operaia», Gramsci indica quello statista come «il pericolo maggiore da combattere per i socialisti» e lo definisce «un avversario, forse, in questo momento, il più temibile degli avversari».

Nell' urto assai forte con il giolittismo, fa notare Rapone, «resta, malgrado le analogie verbali, una fondamentale diversità di ispirazione, e non solo per l' ovvia ragione che si trattava di antigiolittismi che muovevano da fronti politici opposti, ma per il diverso rapporto che dalle due parti si istituiva tra Giolitti e il liberalismo: se per la frizzante intellettualità borghese Giolitti era il simbolo dello scivolamento del liberalismo verso la democrazia, qui stava l' origine della sua funzione corruttrice e da qui veniva ammonimento a stringere piuttosto che ad allargare le maglie della concezione liberale, per Gramsci Giolitti, semplicemente, nulla aveva a che vedere con il vero liberalismo e ne faceva rimpiangere l' assenza in Italia». «I liberali in Italia sono soltanto uno scherzo di cattivo genere. Essi non si distinguono in nulla dalle altre correnti sociali; politicamente valgono zero», scrive. Quanto a Giolitti, «in concreto ha sempre voluto dire: protezione doganale, accentramento statale con la tirannia burocratica, corruzione del Parlamento, favori al clero e alle caste privilegiate, schioppettate sulle strade contro gli scioperanti, mazzieri elettorali». Nessuna indulgenza per le aperture di Giolitti al riformismo socialista. Anzi: il suo è «un programma di trasformismo, di confusionismo delle forze politiche italiane». L' uomo di Dronero «ha dato sempre all' Italia i peggiori dei governi, i più truffaldini dei governi». Ma il vero bersaglio polemico di Gramsci è la democrazia contrapposta al liberalismo, in particolare quello dell' esperienza storica inglese.

Filippo Turati

Pagine molto interessanti sono quelle dedicate dal libro di Rapone all' atteggiamento assai critico di Gramsci nei confronti della democrazia. Pagine che echeggiano quelle molto lucide scritte all' inizio degli anni Novanta da Luciano Cafagna in C' era una volta... Riflessioni sul comunismo italiano (Marsilio). E, in parte, anche quelle di Massimo Salvadori in Gramsci e il problema storico della democrazia (Einaudi). «La democrazia è la nostra peggiore nemica, è quella con la quale dobbiamo sempre essere pronti a fare a pugni, perché intorbida il limpido distacco delle classi, e vorrebbe quasi diventare le molle della carrozza che servono a far pesar meno sulle ruote il carico dei passeggeri e ad evitare gli scossoni che possono far ribaltare», sentenzia Gramsci sull' «Avanti!» nel febbraio del 1916.

È un Gramsci che appare in sintonia con Georges Sorel, il quale nella democrazia aveva visto «all' opera lo spirito corruttore della pacificazione sociale» e l' aveva condannata per la sua «pretesa di attenuare la contrapposizione tra le classi e di temperare il conflitto con sdolcinatezze umanitarie e logiche di compromesso». Meglio, molto meglio il liberalismo. La diversità di trattamento riservata da Gramsci al liberalismo e alla democrazia riflette, secondo Rapone, la convinzione che mentre il liberalismo è dottrina francamente borghese e capitalistica, e come tale ben saldamente collocata sulla direttrice dello sviluppo storico, la democrazia, con la sua pretesa di porre la sovranità del popolo a fondamento dello Stato, è una maschera, un travisamento della realtà, perché i «fini essenziali» dello Stato sono «determinati dalla struttura economica della società»; la democrazia è perciò un' illusione e una fonte di illusioni, una capitolazione dell' intelligenza e dell' analisi storica davanti al sentimentalismo irriflessivo e passionale.

La democrazia, scriverà ancora Gramsci su «Il Grido del popolo» nell' ottobre del 1918, «esplica una funzione morbosa di confusionismo, di scrocco, di predicazione dell' incoerenza. È impaludamento, più che effettivo progresso». Parole che rimandano a Sorel, il quale per primo aveva usato l' espressione «pantano democratico». Ma richiami, diretti o indiretti, coinvolgono anche Benedetto Croce. L' imputazione alla democrazia del vizio dell' astrattismo politico, ad esempio, rimanda alla polemica crociana contro l' «assai sommaria cultura» dei democratici francesi e italiani. Rilievi che - sia per Croce che per Gramsci - vanno estesi alla massoneria. E al giacobinismo. Gramsci si mostra più che infastidito dai richiami ai «sacri principi dell' 89», dal «feticismo sentimentale per il "popolo"», per le «gonfiezze» e le «prediche sociali» di Victor Hugo, per la raffigurazione della Grande rivoluzione nell' opera di Michelet. È sprezzante verso i politici repubblicani «ideologhi astratti, senza concretezza di pensiero politico». E, guardandosi indietro, giudica una tappa fondamentale dello sviluppo del socialismo in Italia l' emancipazione da quei blocchi «demo-massonici» nei quali, «durante l' età giolittiana, in occasione di elezioni amministrative, i socialisti si erano mescolati con gruppi e personalità della democrazia radicale e repubblicana, il più delle volte sotto l' egida di un accentuato anticlericalismo (altra manifestazione, quest' ultima, del confusionismo ideologico imperante tra i democratici)».

Per Gramsci la pienezza dello sviluppo borghese e capitalistico richiede una borghesia pienamente consapevole della sua funzione storica e determinata ad assolverla senza esitazioni; ma ha in più un contrassegno politico ideologico inequivocabile: «Quello di un compiuto e integrale liberalismo che, come mostra l' esempio del mondo anglosassone, crea l' ambiente più favorevole allo sviluppo della produzione e soprattutto lascia libero spazio al gioco delle classi».

Nell' individuazione del giacobinismo come sorgente inquinata del pensiero democratico si deve sottolineare, secondo Rapone, la sua insistenza sulle inclinazioni autoritarie connaturate a una concezione della storia e della politica come lotta per l' affermazione di valori assoluti e trascendenti. Sono temi su cui si è soffermato Vittore Collina nel saggio Giacobinismo e antigiacobinismo , pubblicato nel monumentale Gramsci. I Quaderni del carcere. Una riflessione politica incompiuta (Utet), a cura di Salvo Mastellone.


Lenin

«Giacobinismo?», si domanda Gramsci nel momento per lui più drammatico, quello in cui con un colpo di mano Lenin fa sciogliere l' Assemblea Costituente (gennaio 1918). E così risponde: «Il giacobinismo è un fenomeno tutto borghese di minoranze tali anche potenzialmente. Una minoranza che è sicura di diventare maggioranza assoluta, se non addirittura la totalità dei cittadini, non può essere giacobina, non può avere come programma la dittatura perpetua. Essa esercita provvisoriamente la dittatura per permettere alla maggioranza effettiva di organizzarsi, di rendersi cosciente delle intrinseche sue necessità e di instaurare il suo ordine all' infuori di ogni apriorismo, secondo le leggi spontanee di questa necessità». Dunque «lo scioglimento della Costituente è per noi un episodio di libertà nonostante le forme esteriori che fatalmente ha dovuto assumere». Tesi azzardata, ma che, per Gramsci, serviva a tenere in piedi l' impianto ideologico ostile al giacobinismo.

Ai giacobini e ai democratici, a detta del fondatore dell' «Ordine Nuovo», manca il senso della storicità del reale: «Di qui la tendenza ad agire di autorità per superare le resistenze che incontrano i loro propositi politici, nel tentativo di piegare con la forza la materialità delle condizioni storico-sociali». Se gli avvenimenti non si svolgono secondo lo schema prestabilito, scrive Gramsci, «si grida al tradimento, alla defezione, si suppone che perverse volontà ne abbiano attraversato il "naturale" decorso... E il giacobinismo trae dal suo spirito messianico, dalla sua fede nella verità rivelata, la pretesa politica di sopprimere violentemente ogni opposizione, ogni volontà che rifiuti di aderire al contratto sociale; e si cade nelle contraddizioni, così comuni nei regimi democratici, tra le professioni di fede inneggianti alla libertà più sconfinata e la pratica di tirannia e di intolleranza brutale». Sostiene che giacobinismo e intolleranza vanno di pari passo, «perché l' habitus giacobino non ha cognizione del fondamento storico delle opinioni in contrasto e non sa farsi una ragione dell' esistenza di avversari»; invece, i socialisti, in virtù dell' ispirazione storicistica della loro dottrina, sanno «che nella storia che gli altri attuano vi è un elemento di necessità».

Scrive su «Il Grido del popolo» nel giugno del 1918: «Il "pensiero libero" dei socialisti porta con sé una grande tolleranza nelle discussioni e nelle polemiche, mentre il "libero pensiero" dei massoni e dei libertari è intollerante e giacobino. I socialisti, in quanto pensano liberamente, storicisticamente, comprendono la possibilità della contraddizione, e perciò più facilmente la vincono, e allargano così la sfera ideale e umana delle proprie idee. I libertari, in quanto sono dogmatici intolleranti, schiavi delle particolari loro opinioni, si insteriliscono in vane diatribe, rimpiccioliscono tutto. Non potendo immaginare che gli altri la pensino diversamente da loro (e questa mancanza di fantasia logica e storica è appunto la schiavitù del loro pensiero), nella contraddizione, nella critica non sanno vedere che motivi volgari, bassamente interessati». Di qui la necessità del «riconoscimento dell' avversario»: «Primo canone di realismo è riconoscere la realtà degli altri». E ancora: «Non rimproveriamo agli avversari del socialismo di essere avversari del socialismo; avendo una coscienza esatta della nostra personalità, del compito che ci siamo proposti, del metodo attraverso il quale cerchiamo di raggiungere i nostri fini, comprendiamo perfettamente che possano e anzi debbano esistere i nostri avversari».

Nel corso della Prima guerra mondiale, allorché - in seguito ai moti torinesi dell' agosto 1917 - fu varato il «decreto Sacchi» che introduceva limiti alla libertà di espressione e di stampa, Gramsci accentuò questo genere di polemica. Ettore Sacchi, ministro della Giustizia, era un esponente del Partito radicale che in passato aveva cercato collegamenti con i socialisti: adesso, nel nome della lotta al disfattismo, proprio lui introduceva per decreto un limite alla libertà di pensiero. Ciò che per Gramsci suonava conferma della vocazione autoritaria del giacobinismo democratico: «La tradizione giuridica italiana», denunciò su «Il Grido del popolo», «è stata sovvertita da un ministro democratico che... ci fa tornare ai tempi barbarici». Ma, ripetiamo, la critica gramsciana della democrazia è molto diversa da quella degli intellettuali antidemocratici che nell' Italia del primo Novecento si erano distinti per il loro crescente antiparlamentarismo e antiegualitarismo. Sulla scia di queste concezioni politiche è abbastanza sorprendente quel che Gramsci scrive al cospetto della rivoluzione russa dell' ottobre 1917. Merito della rivoluzione sarebbe stato quello di aver «ignorato il giacobinismo». Secondo Gramsci, la rivoluzione leninista «non tende all' instaurazione di un potere che abbia bisogno di sostenersi con la violenza e il dispotismo; il movimento non è sospinto da una fazione, ma esprime i bisogni della maggioranza della popolazione, e questa maggioranza, appena sarà messa in condizione di pronunciarsi, dimostrerà di volersi riconoscere nell' opera della rivoluzione».
Nulla di tutto ciò si verificherà. Ma è interessante sottolineare quanto colui che nel 1921 avrà un ruolo importante nella fondazione del Partito comunista d' Italia respinga in più occasioni il parallelo tra la rivoluzione francese e quella russa. A proposito della Francia di Robespierre, scrive che «la borghesia, quando ha fatto la rivoluzione non aveva un programma universale: essa serviva degli interessi particolaristici, gli interessi della sua classe, e li serviva con la mentalità chiusa e gretta di tutti quelli che tendono a dei fini particolaristici... La rivoluzione russa, invece, ha distrutto l' autoritarismo e gli ha sostituito il suffragio universale, estendendolo anche alle donne... i rivoluzionari russi non sono giacobini, non hanno cioè sostituito alla dittatura di uno solo la dittatura di una minoranza audace e decisa a tutto pur di far funzionare il suo programma ... perché essi perseguono un ideale che non può essere solo di pochi, perché essi sono sicuri che quando tutto il proletariato russo sarà da loro interrogato, la risposta non può essere dubbia».

E a riprova del fatto che questa volontà sia già allora più che evidente, Gramsci cita un episodio che lo ha molto colpito: alcuni detenuti per reati comuni che, all' annuncio della libertà loro concessa dal governo rivoluzionario, in un caso «risposero di non sentirsi in diritto di accettare la libertà perché dovevano espiare le loro colpe», in un altro «si radunarono nel cortile della prigione e volontariamente giurarono di diventare onesti e di far proposito di vivere del loro lavoro». «Questa notizia», afferma Gramsci, «ha importanza ai fini della rivoluzione socialista, quanto e più di quella della cacciata dello zar e dei granduchi». Dal momento che i detenuti erano diventati, con la rivoluzione, «così liberi da essere in grado di poter preferire la segregazione alla libertà, da imporsi essi, volontariamente, una espiazione». Il comune malfattore «è diventato, nella rivoluzione russa, l' uomo quale Emanuele Kant, il teorizzatore della morale assoluta, aveva predicato... l' uomo che dice: l' immensità del cielo fuori di me, l' imperativo della mia coscienza dentro di me». Poi verrà, come si è detto, l' amara sorpresa dello scioglimento della Costituente. Alla quale ne seguiranno di peggiori. E, drammaticamente, Gramsci dovrà rivedere molte delle idee che avevano caratterizzato, tra il 1914 e il 1919, la sua formazione. Quasi tutte.

(Da: Il Corriere della sera del 18 ottobre 2011)




Leonardo Rapone
Cinque anni che paiono secoli
Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo
Carocci, Roma 2011
28 euro

mercoledì 26 ottobre 2011

29 Ottobre - Fermiamo il carbone






Sabato 29 Ottobre 2011
Dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Giornata di Mobilitazione Nazionale Contro il Carbone

Contro l’uso del carbone, per un lavoro degno,
Per contrastare i cambiamenti climatici e tutelare la Salute dando speranza al nostro futuro

PRESIDIO A VADO LIGURE - QUILIANO
davanti centrale Tirreno Power in via A. Diaz vicino rotatoria-stele

La CENTRALE a CARBONE di Vado - Quiliano e l'Italiana Coke di Cairo Montenotte, producono troppe sostanze tossiche (polveri ultra fini – metalli pesanti – Idrocarburi policiclici aromatici-PCB). Secondo l’ORDINE dei MEDICI, in provincia di Savona la mortalità e morbilità sono molto superiori alla media regionale, specie per tumori – infarti – ictus.

I cittadini esigono scelte di rispetto della SALUTE e del lavoro, in tutta la provincia di Savona nel settore agro-alimentare e turistico.

Per migliorare la situazione sanitaria ed economica, garantendo l'occupazione dei lavoratori, è indispensabile:

➪ sostituire gli attuali gruppi a carbone, non a norma per mancanza dell'autorizzazione AIA, con gruppi a metano o con fonti rinnovabili

➪ evitare il potenziamento a carbone

➪ l'ambientalizzazione della Italiana Coke.

martedì 25 ottobre 2011

Un libro sulla non guerra di Libia




"Occhio alla mira ferma, o cristiani.
Solo chi sbaglia il colpo è peccatore.
Vi sovvenga! Non uomini ma cani."

Così nel 1911 Gabriele D'Annunzio cantava i massacri italiani in Libia documentati anche dalle foto che illustrano questo articolo.


Gianluca Paciucci

UN LIBRO SULLA NON GUERRA DI LIBIA

Appunti sul volume di Paolo Sensini, Libia 2011, Milano, Jaca Book, 2011


Ho finito di scrivere questo articolo-recensione il giorno prima dell'uccisione di Gheddafi, fatto che non cambia nulla ma solo aggiunge un'ennesima indecente brutalità al già feroce quadro. Consiglio la lettura de Il corpo del duce (Torino, Einaudi, 1998, pp. X-246) di Sergio Luzzatto, per capire l'attuale fase. Pure indecente è stato il coro dei commenti, in cui ancora una volta i politici italiani, Berlusconi, Frattini e Bossi in prima fila, hanno messo in mostra pochezza e viltà. I grandi organi di stampa, inoltre, ci hanno regalato un amaro fiume di menzogne di cui non c'era bisogno: dopo il silenzio e la censura di mesi e mesi sulla “non guerra di Libia”, con sporadiche emergenze, ecco la valanga di editoriali, foto e video (nelle versioni on-line). Squallore militante. Rivoltante. L'appuntamento è al prossimo popolo da abbattere, mentre molti/e, anche in Europa, finiscono nella morsa di banche, governi e polizie bipartisan, e mentre a mucchi annegano nelle acque del Mediterraneo o finiscono a marcire in un Centro di Identificazione e di Espulsione.

La guerra in Libia in questo 2011 in realtà non sta avvenendo, non è mai iniziata, né mai terminerà. O meglio, la guerra in Libia accade, ma noi non lo sappiamo, né sapremo se e come andrà a finire, anche dopo la sua fine ufficiale. Un implacabile spirito guerrafondaio ha animato le (non) discussioni, il (non) dibattito attorno all'ennesimo crimine gestito dalla autoproclamatasi “comunità internazionale” ovvero, per l'occasione, dalla sedicente “coalizione dei volonterosi”: spirito che si è impadronito di molte anime della sinistra italiana, moderata e anche radicale, la prima ormai convinta della ragione occidentale da imporre a ogni costo a tutti i “cani pazzi”, a tutti gli Stati-canaglia; e la seconda a interrogarsi sulla necessità di deporre il tiranno Gheddafi sulla scia delle varie “primavere arabe” che hanno messo sottosopra il Nordafrica. In particolare Napolitano e Bersani, senza alcune esitazione, si sono mostrati i più fedeli amici di Sarkozy e Cameron, persino più dei vari Berlusconi-Frattini-Maroni, complici del regime libico. Ennesima catastrofe del mentale e del politico: l'indiscutibile Napolitano si veste da profeta e dà la linea che tutti, ammansiti e chini, devono seguire, pena l'accusa di antiitalianità, prossima al tradimento, in politica estera come in economia.



CHI NASCONDE LA VERITA'?

Ha fatto benissimo Paolo Sensini, in epigrafe al suo libro Libia 2011, a ricordare due “perle” del Presidente della Repubblica: “Sta per tramontare l'era dei regimi che nascondono la verità, non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate” (discorso all'ONU, 28 marzo 2011); e “Il contributo alle missioni dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea ha posto in luce l'alta sensibilità e la qualità operativa dei nostri militari, insieme con il loro spirito di sacrificio a cui rinnovo il mio omaggio” (discorso presso l'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, 26 aprile 2011). Nel primo caso parlando di regimi che occultano la verità, forse Napolitano si riferiva proprio all'Italia, capace di far sparire una guerra per mesi e mesi da sotto gli occhi dei sudditi: la guerra in Libia, i bombardamenti non sempre chirurgici e in ogni caso sempre devastanti, e non solo di obiettivi militari, le immani sofferenze dei civili, l'uso di armi all'uranio impoverito, la protezione di bande di tagliagole jihadisti (quel Belahj o Belhadj ormai padrone della piazza e del palazzo a Tripoli, su cui Sensini scrive pagine che dovrebbero far preoccupare), ecc. Ebbene, di tutto questo niente è trapelato, qualche notiziola sull'avanzata dei “nostri”, qualche bugia diffusa ad arte per aumentare l'indignazione dei virtuosi italiani, voto di rifinanziamento delle missioni accuratamente nascosto, ecc. Certo, ha ragione Napolitano: questo “regime che nasconde la verità”, cioè il nostro -credo volesse dire-, va spazzato via, senza se e senza ma. Risento qui il ruggito del vecchio comunista indomito, e mi schiero con lui... E poi l'omaggio ai “nostri” soldati, impegnati in conflitti armati senza fine, dove uccidono e vengono uccisi, dove sono a guardia di un sistema mondiale criminale/criminogeno e basato sulla guerra come unico mezzo per risolvere le controversie internazionali... Guerre anticostituzionali, sottratte a qualsiasi possibilità di critica, ma funzionali al dominio, che scoppiano proprio là dove qualche Stato, tra mille ambiguità e orrori, aveva cominciato un percorso di uscita dalla fame e dal colonialismo: Iraq, Libia. Responsabilità di despoti locali, protervi e assurdi, senza dubbio, ma alleati dei despoti democratici. L'indimenticabile frase di Madeleine Albright, “Vi faremo tornare all'età della pietra”, era indirizzata agli iracheni e alle irachene, più che a Saddam, e possiamo oggi indirizzarla ai libici e alle libiche, più che a Gheddafi. Regressioni di interi Paesi, sistema sanitario e educativo a pezzi, città sventrate (Berlusconi e i suoi potrebbero proporre la costruzione di una Sirte 2, perché no?), perdita dell'indipendenza politica ed economica, miseria spettrale.



1911-2011...

Un'altra impresa è stata invece fatta riapparire dinanzi ai nostri occhi, dai prestigiatori al potere: la conquista sanguinosa della Libia, iniziata esattamente cento anni fa, in una delle tante guerre di aggressione portate dall'Italia ad altri Paesi in tutto il Novecento e inizio di nuovo millennio (mai le nostre armi ci hanno “difeso”, esse hanno sempre “offeso” altri Stati e altri popoli). Ne parla sinteticamente Sensini nei primi nove capitoli del suo libro (è ovvio che l'immensa opera di Angelo Del Boca sorregge ogni possibile sguardo che voglia posarsi sulle imprese coloniali italiane) da cui emerge la continuità vergognosa tra Italia “liberale”, fascista e “repubblicana” nell'affrontare l'Altro, il Selvaggio, l'Inferiore da uccidere/sorvegliare/educare/punire, ma da cui estrarre ricchezza: terre per coloni (anzi, per “contadini-soldati”, come nella Roma avanti Cristo di Caio Mario), e poi petrolio e gas naturali, appena i giacimenti sono stati scoperti. Il ruolo dell'ENI, soprattutto dopo il golpe di Gheddafi del 1969 favorito dall'Italia (Sensini, pp. 46-7, in base a quanto sostiene il magistrato Rosario Priore), sarà sempre più centrale. Ed ecco il ministro La Russa a Tripoli, con il presidente del CNT Mustafa Abdel Jalil, a gloriarsi del passato coloniale dell'Italia che avrebbe consentito un “grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell'agricoltura” e in cui “la legge permetteva processi giusti”... Lo dicano agli ammazzati e ai deportati per mano italiana! Ma è proprio l'oblio dei crimini italiani in Libia e altrove (Grecia, Albania, Russia, Jugoslavia) a permettere i crimini di oggi: è la sparizione della memoria della fase coloniale in tutto il periodo repubblicano che ne ha consentito la riapparizione oggi sotto forma di autocelebrazione. Gli italiani mai aggressori, in Jugoslavia, in Libia, ma sempre vittime, degli slavo-comunisti (foibe e trattato di pace del 10 febbraio 1947) o del “cane pazzo” libico (cacciata degli italiani da Tripoli nel 1969, circa 20.000, poi in parte rientrati o sostituiti da altri nostri connazionali se, nel 1978, gli italiani in Libia erano più di 16.000 -Sensini, pag. 51) (1).



BUGIE...

Grosse bugie hanno alimentato l'intervento in Libia, in un clima politico globale che ha in fretta dimenticato le menzogne statunitensi e britanniche all'origine della Seconda Guerra del Golfo. “...La madre di tutte le bugie, da cui sono derivate per partenogenesi tutte le altre, va situata pochi giorni dopo l'inizio della rivolta, quando la TV satellitare Al Arabiya denuncia il 17 febbraio via Twitter un massacro di 'diecimila morti e almeno cinquantamila feriti in Libia' con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e 'fosse comuni'...” (Sensini, p. 113). Massacri, fosse comuni, e la leggerezza colpevole dei nostri organi di stampa, cupi e servili, a riproporre “verità” non verificate, mai! E poi le smentite, che non servono a niente, dato che i bombardieri sono già partiti dalle basi italiane... Ecco Il Sole-24ore del 18 settembre: “...Il 22 febbraio, pochi giorni dopo la rivolta, la tv Al Arabiya annunciava che c'erano stati già 10mila morti mentre le testimonianze a Bengasi parlavano di 2mila vittime: il bilancio più tardi si rivelò di 75 morti (...). Per non parlare della bufala delle fosse comuni che dovevano evocare le nefandezze di Saddam e gli orrori dei Balcani...” (Alberto Negri, “I martiri sono più dei morti. Scetticismo sulla stima dei ribelli di 30-50mila vittime. Più attendibile il calcolo di mille decessi fatto dalla Croce Rossa. I lealisti: 2mila uccisi dalla NATO”- questo titolo-occhiello-catenaccio meriterebbe un'attenta decostruzione/falsificazione). E poi la brava Marinella Correggia sul Manifesto a smentire, a metà ottobre, le voci acriticamente riportate dalla stampa italiana del ritrovamento di una “fossa comune con 1700 cadaveri di detenuti giustiziati nel 1996”: navigando in rete si scopre che la CNN e lo stesso CNT libico, messo alle strette, parlano di “ossa troppo grosse per essere umane”... Ma l'indignazione è già partita, e gli aerei. In base a bugie, e all'arbitrio più totale delle diplomazie occidentali, interi Paesi possono essere gettati nello sgomento di guerre senza fine e subire punizioni devastanti, senza appello.


...E INTELLETTUALI

Falsità generano guerre, come al solito, oggi come nel 1911. E oggi, come nel 1911, a queste imposture si aggiungono i balli meschini degli intellettuali, e qualche rara luce onesta. Del 1911 si è occupato, tra gli altri, Antonio Schiavulli in Alfabeta2 (n.10, giugno 2011) nell'articolo “Libia 1911: il romanzo coloniale. La grande piccolo-boghese s'è mossa” in cui alle banalità teppistico-imperialiste di Marinetti, Corradini e Pascoli viene opposta la lucidità di Paolo Valera, che scrive: “...E' la civiltà nazionalista che impera nel mondo. I decimatori di nemici sono eroi. E' legge marziale. A fianco delle cataste umane si accendono i fuochi di gioia. Celebrate. Noi non vogliamo amareggiarvi le vittorie. Godete. Il sangue è vostro. Ciò che noi vi contendiamo non è la fatalità storica. E' il massacro degli innocenti”. E' Sensini invece a sottolineare il ruolo oggi svolto dal “vecchio 'nuovo filosofo'” Bernard Henry-Lévy nel convincere Sarkozy a un intervento rapido in Libia (che poi agenti franco-britannici da diversi anni fossero già in Libia è altro discorso...). Riporto la nota a pagina 120, splendida: “Per i suoi indubbi servigi resi alla causa della guerra contro la Libia, il superegocentrico BHL fa carriera nell'Armée francese. Su proposta di Serge Dassault -potente miliardario proprietario dell'omonima industria degli armamenti nonché parlamentare dell'UMP, lo stesso partito del presidente Sarkozy- Lévy è stato insignito il 7 settembre 2011 del titolo di colonnello dell'areonautica francese...”. Il filosofo francese riassume in sé le figure del consigliere politico e del piazzista d'armi: questa è vera grandeur. (2)
Per concludere: Paolo Sensini sostiene che le “vere ragioni della guerra” sono i “duecento milioni di dollari della Libyan Investment Authority, i fondi sovrani libici” che circolano “nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi” (p.151) su cui le potenze occidentali vorrebbero mettere le mani, nell'attuale crisi di liquidità, impedendo inoltre, con l'occupazione di un Paese strategico, la penetrazione cinese verso l'approvvigionamento di materie prime. Come aveva intuito il subcomandante Marcos (3), la guerra mondiale già c'è, tra mostri tentennanti e perciò sempre più furiosi (gli U.S.A. del più tristo Nobel per la Pace d'ogni tempo, Obama, e la Cina del turbo-capitalismo di Stato). Il volume di Sensini è un ottimo mezzo per capire il presente, in Libia e qui da noi. Gli si può rimproverare qualche cedimento a una certa dietrologia non sempre giustificata (egli sembra accettare la versione alternativa a quella ufficiale sull'11 settembre 2001) e un ritratto di Gheddafi e del suo sistema di potere a tratti acritica e persino agiografica. Tolte queste cadute (non di second'ordine, ma circoscritte), il libro è efficace e solido. Per capire una guerra che non c'è mai stata e che pure morti ne ha fatti, spietata, come quelle realmente avvenute.





(1) A questo proposito segnalo il libro di Luca Marchi, Libia 1911-2011. Gli italiani da colonizzatori a profughi, Udine, Kappavu, 2011, pp.183, ottimamente documentato.
(2) Ricordiamo innanzitutto l'ampia sezione (pp. 50-68) del n° 163-164 di “Guerre&Pace” dedicata al dibattito a sinistra sull'intervento in Libia . Per avere un quadro di altre posizioni (Adriano Sofri, Gino Strada, Michael Walzer, Thomas L. Friedman, Farid Adly, etc.), vedi anche ciaomondoyeswecan.myblog.it/ A Sofri, cui riconosco forza d'analisi e dubbi spesso illuminanti, vorrei solo dire che l'analogia Bengasi-Srebrenica non è valida: già nel 2003 pacifisti sarajevesi innalzavano cartelli con scritto “A Bassora si replica Srebrenica”, con i carnefici occidentali (embargo più bombe più occupazione) a svolgere il ruolo di Mladić nella guerra di Bosnia. E poi la guerra in Libia dovrebbe averlo tranquillizzato: pressoché nessun corteo pacifista. Possiamo dormire sonni definitivi, affidati alla coalizione del Bene.
(3) Subcomandante Marcos, La quarta guerra mondiale è cominciata, ed. italiana Roma, Il Manifesto, 1997, pp. 94.




Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".


lunedì 24 ottobre 2011

Lettera a Fabrizio de Andrè


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa canzone del nostro amico Pino Bertelli, perchè davvero "siamo stati belli e nessuno dopo è stato bello così".

Pino Bertelli

Lettera a Fabrizio de Andrè


Lettera per un sognatore
di vascelli, di corsari e di macaia
che ha cantato la diversità dolce
e i ladri e le puttane di porto

lettera a chi ha dato dignità
ai diversi, agli esuli, ai pazzi
alle regine degli stracci
agli angeli estremi di ogni terra

lettera per la felicità "canaglia"
morta di Maggio oppure mai
di come siamo stati belli
e nessuno dopo è stato bello così

lettera per gli amanti
lasciata sulla strada di bocche di rosa
che fa piangere, ridere e ritorna
con le alghe in riva al mare, in riva a te

lettera a chi ha regalato la voce
a chi non l'ha mai avuta
a una libertà disobbediente
che coincide con la parola amore

lettera sulla solitudine dei libri buoni
della malinconia del bianco & nero
sull'infelicità di chi "si chiama fuori"
sull'intelligenza solitaria dei poeti

lettera che vola in ogni-dove
e riordina i canti delle stelle
e i pianti leggeri di infanzie amorose
rubati ai giardinieri di anime in fiore

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno nasce con gli stessi diritti

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno è re e nessuno è servo

lettera per te, cantore di angeli ribelli
legati a una stella, la più lontana
e vai alla deriva dei tuoi sogni
verrà l'amore e avrà i tuoi occhi...

lettera per Fabrizio De Andrè


(Parole di Pino Bertelli/musica di Massimo Panicucci)



Pino Bertelli è una delle figure centrali del neosituazionismo italiano. Attivo da anni nella critica cinematografica indipendente, è sicuramente il più originale dei fotografi di strada operanti in Italia. Tra le sue molte pubblicazioni ricordiamo: Cinema dell'eresia, Dell'utopia situazionista, Contro la fotografia

domenica 23 ottobre 2011

Da vedere: "Carnage" di Roman Polanski



Un gioco al massacro che svela quanto sia sottile il velo di ipocrisia e buone maniere che copre la miseria, l'infelicità e la solitudine della vita di coppia in un Occidente ormai senz'anima.


Natalia Aspesi

Miserie di famiglia con lo stile Polanski


Alla Mostra di Venezia Carnage ha provocato una specie di incantamento: è piaciuto a tutti, pubblico e critica, e si dava per scontato che il Leone d'oro fosse suo. Poi all'unanimità il premio è andato allo stupefacente Faust del russo Sokurov, che ha riportato al cinema il senso del capolavoro. Ma Carnage resta un film perfetto, 79 minuti di puro piacere: per la maestria assoluta del regista, Roman Polanski, la furibonda bravura dei quattro attori, la trascinante ironia della sceneggiatura quasi identica al testo teatrale "Il dio del massacro" di Yasmina Reza pubblicato da Adelphi.

Due coppie di genitori più o meno quarantenni si ritrovano in un appartamento di Brooklyn per trovare un accordo su quanto è accaduto tra i loro due figli undicenni: uno ha rotto due denti all'altro con un bastone. La casa è quella di Penelope e Michael, lei, Jodie Foster, è una donna colta, terzomondista che scrive libri sul Darfur; lui, John C. Reilly, commerciante di casalinghi, è un uomo gioviale, disponibile: hanno comprato i tulipani, in frigo ci sono gli avanzi di una torta per accogliere gli ospiti, Nancy ed Alan: lei, Kate Winslet, è una elegante consulente patrimoniale, lui, Christoph Waltz, è un importante avvocato. L'atmosfera è civile, tollerante, guai a lasciarsi sopraffare dall'emotività, o da quello che l'educazione e l'ipocrisia sanno nascondere. Si offre il caffè, si parla di bambini, di fiori, di torte, di professioni, con voci flautate che si inaspriscono, con sorrisi che si trasformano in ghigni.


Infatti a poco a poco nascono gli attriti, le provocazioni, lo sperdimento, il disprezzo, la rabbia, la violenza non solo verbale, in una specie di balletto frenetico in cui i ruoli e i bersagli cambiano continuamente. È la guerra di una coppia verso l'altra, di due modi di vivere e di pensare, del rancore delle donne verso gli uomini, del sessismo maschile contro le donne definite "impegnate": è una guerra all'interno della coppia in cui di colpo scoppiano i dissidi e i rancori da sempre taciuti, è un riconoscimento del proprio fallimento, del fallimento di un modo di vivere in cui non si è mai creduto. E' appunto un gioco al massacro, nato dal nulla, che denuda le persone delle loro maschere, che le obbliga a rivelare la propria infelicità e incapacità a liberarsene. I litigi, le riappacificazioni, la storia di un criceto, i libri d'arte rovinati dal vomito, i pianti, le crisi isteriche, le botte, il rum, l'ubriachezza, la borsetta buttata a terra, i tulipani fracassati, sono scanditi dall'uso continuo del cellulare di Alan alle prese con un cliente nei guai, dalle telefonate della madre di Michael, che, finto bonaccione, finalmente sbotta "La coppia è la prova più terribile che Dio possa infliggerci, la coppia e la vita di famiglia".

Non era quello il tema dell'incontro, un litigio tra bambini, tema che si è perso nel perdersi delle difese dell'eleganza borghese. Quel salotto diventato un campo di battaglia del vivere pacifico benestante e civile, ne ha svelato la miseria, infelicità e solitudine.

(Da: La Repubblica del 17 settembre 2011)

sabato 22 ottobre 2011

"Gli anni folli". La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì (1918-1933)



Ricordate "Festa mobile" di Hemingway o i romanzi di Henry Miller? Una mostra racconta quella Parigi, cuore delle avanguardie artistiche e letterarie, attraverso dipinti, sculture, costumi teatrali, fotografie e disegni.

Laura Larcan

Modigliani, Mondrian, Dalì & co. Gli "anni folli" in mostra a Ferrara

Palazzo dei Diamanti ricorda la Parigi dei Venti e dei Trenta. Con i grandi artisti che fecero di Montparnasse un crocevia dell'arte internazionale

I caffè più alla moda che cominciano ad aprire a Montparnasse col suo parterre di artisti e intellettuali da André Breton a Fitzgerald e Hemingway. I cabaret e i music-hall che lanciano le loro regine, come l'incontrastata Josephine Baker. Il jazz e i Balletti russi di Diaghilev che spopolano, il cinema che seduce gli artisti come la pirotecnica collaborazione tra Salvador Dalí e il regista Luis Buñuel e l'Exposition Internationale des Arts Décoratifs che consacra l'Art déco nonostante le aspre critiche di Le Corbusier. Fino alla moda che diventa il palcoscenico assoluto di Coco Chanel. E' la Parigi degli "Anni Folli", la città delle avanguardie, dalla Grande guerra all'alba del Terzo Reich. A raccontarla è la bella mostra che si apre l'11 settembre a Palazzo dei Diamanti, Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933", che organizzata da Ferrara Arte e curata da Simonetta Fraquelli, Susan Davidson e Maria Luisa Pacelli, sfoggia un repertorio di dipinti, sculture, costumi teatrali, fotografie, ready made, disegni, dai prestigiosi musei e collezioni private del mondo.

Il percorso espositivo parte dai maestri impressionisti che nel primo dopoguerra portano avanti una ricerca personale. Monet che nella sua estrema ricerca dei dinamici effetti luministici arriva ad un linguaggio

astratto, come dimostra il suo "Ponte giapponese", e Renoir che con i suoi studi sul tema delle "Bagnanti" arriva ad una sofisticata versione della statuaria classica, testimoniata dalla "Fonte", opera ammirata da Picasso e Braque, che ne possedevano una riproduzione. Si entra quindi nel vivo della Parigi come crocevia internazionale di artisti stranieri che animano la cosiddetta Ecole de Paris, "una variegata costellazione di giovani talenti dallo spirito libero - dicono i curatori - giunti nella capitale da ogni angolo del mondo e accomunati da uno stile figurativo personale e marcatamente espressivo".

Così, ecco sfilare le fantastiche visioni de "Il gallo" di Chagall o le pennellate inquiete de "Il chierichetto" di Soutine, o ancora le figure languide e assorte di Modigliani negli ultimi anni della sua vita, come il celebre "Nudo" del 1917, fino alle atmosfere glamour della polacca Tamara de Lempicka. Se si affacciano, come sfoghi "esotici", le suggestioni solari del Mediterraneo raccolte da Matisse, Bonnard e Maillol, fanno capolino conturbanti le ultime ricerche della stagione cubista, tra sperimentazioni di linee morbide e cromie calde orchestrate per chitarre, calici, bottiglie e quotidiani tra Picasso, Braque, Gris e Léger.

Proprio a Parigi, l'olandese Mondrian elaborò le sue prime creazioni neoplastiche a griglie di colori primari, raccontati da lavori come "Composizione con giallo, nero, blu, rosso e grigio" e "Losanga con due linee e blu". E sempre a Parigi Calder, sedotto dal una visita alla studio di Mondrian nel '30, intraprese la svolta delle sculture aeree, raccontata qui da "Due sfere dentro una sfera". La magia dei balletti di Diaghilev e di De Maré è raccontata dai costumi disegnati da Matisse, De Chirico e Larionov per alcune importanti produzioni.

E se la Tour Eiffel diventa soggetto per i pionieri della fotografia, ecco che fa capolino la nuova generazione di italiens de Paris, tra Severini, De Pisis, De Chirico, Savinio. Epilogo, l'avvento del dadaismo, con opere clou come il ready made di Duchamp "Air de Paris", un'ampolla di vetro contenente semplicemente aria portata da Parigi a New York, o "Cadeau" l'oggetto perverso creato da Man Ray applicando dei chiodi ad un ferro da stiro.

"Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933", dall'11 settembre all'8 gennaio 2012, Ferrara, Palazzo dei Diamanti.
Orari: tutti i giorni, dalle 9.00 alle 19.00.
Informazioni: Call Center Ferrara Mostre e Musei, tel. 0532 244949, www. palazzodiamanti. it


(Da: La Repubblica del 9 settembre 2011)

venerdì 21 ottobre 2011

Non ti piace questa società, allora sei matto!


Sempre più comportamenti non "in linea", negli adulti ma in modo crescente anche nei bambini,vengono diagnosticati e curati come "disordini mentali". Una medicalizzazione del disagio che garantisce enormi profitti alle multinazionali farmaceutiche ed evidenzia il carattere sempre più repressivo di una società incapace di prendere atto delle proprie contraddizioni. Un fenomeno dilagante negli Stati Uniti, ma in crescita anche in Italia.

Alles Frances

"Vi dicono matti e non lo siete"


Intervista di Francesco Rigatelli

Tra gli ospiti d’onore della «Settimana della salute mentale» che s’inaugura venerdì a Modena, c’è senza dubbio Allen Frances. Classe 1942, professore emerito alla Duke University negli Stati Uniti, è uno degli psichiatri più importanti del mondo. La sua fama è legata alla direzione della quarta edizione del «Diagnostic and statistical manual of mental disorders» (Dsm IV), cioè la classificazione dei disturbi mentali usata dai medici di tutto il globo, nonché, secondo molti psichiatri europei, una delle più grandi operazioni di egemonia culturale statunitense. Nel 2013, a quasi 10 anni di distanza, è prevista la pubblicazione di una nuova versione. E prima che sia troppo tardi, proprio Allen Frances, il custode del lavoro precedente, ha iniziato una grande battaglia culturale che lunedì, su invito del direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Ausl locale Fabrizio Starace, porta anche a Modena con una lezione magistrale alle 9,30 nella chiesa di San Carlo dal titolo «Uso e abuso della diagnosi psichiatrica». In quest’intervista ne anticipa i contenuti e racconta le sfide professionali di uno psichiatra nel 2011.

Come probabilmente fa di solito lei, partiamo dall’origine. Perché ha scelto il suo mestiere?
«Ero interessato a Freud e a capire le ragioni del perché io e altri facciamo quel che facciamo».

Nel suo percorso ha capito se ci sono regole di vita per mantenere la salute mentale?
«Niente regole: certo, aiutano l’accettare se stessi, un po’ di senso dell’umorismo, il considerare le cose nel lungo periodo, lo stare lontano dalle droghe, l’amore e l’amicizia, il lavoro duro e l’esercizio fisico e mentale».

Quali sono i problemi contemporanei per chi svolge la sua professione?
«Quello più grande è l’inflazione diagnostica, che fa aumentare il numero dei disturbi da manuale, particolarmente per i bambini. La medicalizzazione della normalità e delle differenze individuali ha portato all’uso eccessivo di trattamenti psicofarmacologici e all’ulteriore discriminazione del paziente psichiatrico. Anche perché i medici sono sempre meno abituati alla diagnosi clinica, quella che oltre ai manuali guarda al rapporto individuale col paziente. Tra le ultime mode dei disturbi ci sono il deficit d’attenzione, il bipolarismo infantile, l’autismo. Le cure più abusate per queste sindromi sono antipsicotici atipici dai possibili effetti collaterali».

Quindi non ci sono nuovi disturbi mentali? In generale, pensa che le società americane ed europee siano più o meno sane del passato?
«L’aumentare dei disturbi viene dalla modifica delle etichette non da cambiamenti delle persone. Penso che la natura umana muti lentamente o per nulla nel corso del tempo e dubito che sindromi come quelle inerenti lo stress siano più presenti ora che in altre epoche. La vita non è mai stata facile! Le etichette e il modo in cui vengono usate invece può mutare velocemente. Il marketing aggressivo delle case farmaceutiche vende l’idea che le persone sono malate per incoraggiare l’uso di medicine. Intendiamoci, queste ultime possono essere cruciali per persone con disturbi definiti e compromettenti, ma controindicate per coloro per cui il tempo e la psicoterapia sono sufficienti e più sani. La psichiatria è meravigliosa quando si gode i suoi limiti».

Come va la sua battaglia per il nuovo Dsm?
«È troppo presto per dire se la mia opposizione avrà qualche impatto».

In cosa consiste esattamente?
«Il Dsm V introduce una serie di nuove diagnosi e riduce i limiti della discrezionalità per le diagnosi già esistenti nel manuale precedente. Considero, però, queste novità non supportate da evidenze scientifiche e insensibili degli abusi che provocherebbero. Nuove diagnosi, infatti, possono essere pericolose come nuove medicine e dovrebbero essere introdotte solo dopo accurate analisi dei possibili rischi. Negli Stati Uniti abbiamo un’agenzia governativa indipendente per approvare la sicurezza e l’efficacia delle medicine, ma non un processo altrettanto valido per controllare le nuove diagnosi e assicurare che siano affidabili e supportate da prove sufficienti».

Ci sono delle lobby che influenzano il lavoro sul Dsm?
«No: gli esperti che lavorano al Dsm V sono “smart” e ben intenzionati, ma assai ingenui su come il manuale possa essere usato poi nel mondo reale, in particolare sotto la pressione delle case farmaceutiche».

Ci sono altre ingiustizie nella storia recente delle malattie mentali?
«Sì, per esempio in alcuni Stati degli Usa le leggi incoraggiano la diagnosi errata dello stupro come un disturbo mentale per facilitare la detenzione preventiva dei criminali in ospedali psichiatrici».

In un’intervista a «Wired» lei ha detto che «non esiste una vera definizione delle malattie mentali» e per chiarire il concetto ha aggiunto: «It’s bullshit!». Insomma, stronzate... È così?
«Fu una scelta povera di parole da parte mia. L’idea era ed è che non esiste una chiara separazione tra disturbo mentale e normalità. Tanto che piccole variazioni nella definizione di una sindrome possono significare grandi cambiamenti per chi viene considerato malato. Così, finché all’eccesso di diagnosi da manuale seguiranno l’ultramedicalizzazione e la discriminazione sociale, è meglio essere cauti nelle modifiche e anteporvi accurate analisi dei rischi».

Grazie, professore.
«Spero di essere stato utile. E mi chiami Al!».

(Da: La Stampa del 18/10/2011)

giovedì 20 ottobre 2011

La passione civile di un poeta: addio ad Andrea Zanzotto



Si è spenta una delle grandi voci della poesia italiana. Andrea Zanzotto considerava la sua poesia come una battaglia contro l'imbarbarimento della società, un fatto di identità e civiltà. Per questo, pur avendo sempre considerato la campagna veneta come il suo principale fattore di ispirazione, non piaceva ai leghisti.

Valeria Gandus

Addio ad Andrea Zanzotto
La passione civile di un poeta


Che sarà della neve/che sarà di noi?/Una curva sul ghiaccio/e poi e poi… Inizia così «Sì, ancora la neve”, una delle più ispirate poesie di Andrea Zanzotto, il grande poeta morto oggi, a novant’anni, all’ospedale di Conegliano Veneto.

…che sarà del libero arbitrio e del destino/e di chi ha perso nella neve il cammino… continua il testo. E già da questi pochi versi si intuiscono le tematiche care al poeta che sempre nella sua lunga vita è stato in prima fila nelle battaglie per la giustizia sociale e per la difesa dell’ambiente.

La passione civile Zanzotto, nato e cresciuto a Pieve di Soligo il 10 ottobre 1921, l’ereditò dal padre, insegnante di disegno antifascista. “Già nella lontana infanzia, mi fu duro avvertire la situazione anomala della mia famiglia, in lotta con la precarietà. Si era reso difficilissimo il lavoro a mio padre per la sua opposizione al regime. Poteva mancare da un giorno all’altro il sostentamento”, raccontò in un’intervista anni fa. “Nel nostro paese pochi avevano votato contro il fascio nel plebiscito del 1929, e fra questi c’era mio padre, cosa che tutti sapevano. Ricordo che la maestra a scuola ci aveva presentato sulla lavagna la scheda elettorale col “sì” e tutti i bambini dovevano ricopiarla. Io invece, memore degli insegnamenti familiari, ho scritto “no”».

Fu dunque naturale, per lui, partecipare alla Resistenza, dove militò in Giustizia e libertà. Intanto, si era laureato in Lettere all’Università di Padova dove aveva avuto come maestri come Diego Valeri e Concetto Marchesi. Dopo una breve permanenza all’estero, in Svizzera e in Francia, nel 1947 rientrò in Italia e si dedicò all’insegnamento.

I primi a riconoscere le sue doti furono i grandi poeti che componevano la giuria del premio San Babila (Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli, Vittorio Sereni) che gli attribuirono il primo premio per un gruppo di poesie, composte tra il 1940 e il 1948, che sarà poi pubblicato nel 1951 con il titolo Dietro il paesaggio.

Poeta molto prolifico, non abbandonò mai la professione di insegnante, alla quale affiancò quella di critico letterario: scrisse per L’Approdo letterario, Nuovi argomenti, Il Giorno, L’Avanti!, Il Corriere della sera. Fra i suoi più importanti volumi in versi va senz’altro ricordato il volume La beltà (1968), tuttora considerato la raccolta fondamentale della sua opera.

Sempre attento all’attualità, non solo politica, nel 1969 pubblicò Gli sguardi, i fatti e Senhal, scritto subito dopo lo sbarco sulla luna. Un incontro fondamentale fu quello, nel 1976, con Federico Fellini, con il quale collaborò per il Casanova. Nel 1970 scrisse poi alcuni dialoghi e stralci della sceneggiatura de La città delle donne.

Poeta sperimentale (“L’idea dello sperimentalismo l’ho sempre implicitamente accettata perché non ho mai creduto a una poesia “immobile”, pur avendo sempre davanti modelli classici, irrinunciabile luce ed enigma) Zanzotto non ha fatto parte di gruppi e correnti letterarie: “Io credevo alle amicizie, alle sintonie parziali, non ai gruppi. Il gruppo rappresentava per me la gestione di qualcosa di extraletterario, mentre io pensavo che ognuno dovesse seguire la sua strada e poi confrontarsi con gli altri”.

Tutta la sua poetica ha ruotato attorno all’uomo e ai suoi misteri: “L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di “consolazione”, nei quali appare ancora il miraggio dell’autofondazione e dell’autogiustificazione dell’essere. In essa c’è dunque un qualche valore, almeno provvisorio. Ma il quadro che abbiamo di fronte è quello di una catastrofe “ecologica” della mente».

(Da: Il fatto quotidiano del 18 ottobre 2011)


Marco Alfieri

L'ultima intervista

Andrea Zanzotto: "Che imbroglio la Padania"

Il più padano dei poeti italiani compie oggi novant'anni e non rinuncia all'indignazione: "I leghisti fabbricano spettri"

Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono. Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto. In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…» dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dall’industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano, coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato cronico.

È vero che segue da vicino la crisi finanziaria mondiale?
«Questa modernità cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come un vento».

«In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato o se ingoio…», scrisse qualche tempo fa. Aveva forse previsto tutto?
«La mia cultura è soprattutto letteraria. Per questo mi trovo a inseguire delle realtà con il dubbio di non raggiungere nessuna e benché minima formulazione di un quadro attendibile. C’è qualcosa di azzardato e di friabile in questo nostro presente che sento di non poter controllare».

Se per questo anche gli economisti non hanno previsto nulla. Zanzotto lei è in buona compagnia…
«Questo è vero. In alcuni momenti credo di poter formulare qualcosa di abbastanza stabile. Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo costretto a vivere, anzi a sopravvivere. Ma poi mi accorgo che anche questa è un’illusione. Tutto è pressappoco e ci si trova con il fumo nelle mani…».

Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie contro la cementificazione selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a difesa del prato di via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto, lei è riuscito a fermare le ruspe…
«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare».

Un’altra battaglia che combatte da anni è quella contro l’imbroglio della cultura leghista…
«Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l’unità d’Italia e liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà».

Eppure nei comuni qui attorno, in questi luoghi del quartiere del Piave sacro alla patria – Moriago e Nervesa della Battaglia, il Montello degli ossari dove correva la linea del fronte della Grande Guerra, l’isola dei morti dove il 26 ottobre 1918 gli arditi sfondarono le linee austriache - la Lega e la sua retorica anti italiana fanno il pieno di voti da anni, com’è possibile?
«Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo dualismo lasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».

Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo anniversario l’unità d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.
«Il viaggio in Italia di Napolitano in occasione del 150˚ anniversario dell’unità ha come riscoperto un patriottismo sopito. In precedenza si era sottostimato quel che era il bisogno di proclamazione unitaria».

In effetti anche l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, al dunque si rimette in testa il cappello da alpino e sventola il tricolore. Il sindaco di Verona Flavio Tosi pure. Continua però l’abuso del dialetto, strumentalizzato a fini politici dai dirigenti leghisti…
«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco identitario. Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana , per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita».

In che senso?
«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani...». Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria.

(Da: La stampa del 10 ottobre 2011)

mercoledì 19 ottobre 2011

I Templari nella Liguria di Ponente


Ronchi di Osiglia - Chiesetta templare

Ancora un contributo di Guido Araldo sulla storia dei Templari. Ricordiamo che sabato 22 ottobre - alle ore 16.30 presso la sede CRI in via S. Rocchetto 16 a Mondovì - Guido Araldo terrà una conferenza sulla presenza templare nel Monregalese.


Guido Araldo

I Templari nella Liguria di Ponente

Osiglia

Che il controllo delle strade fosse un interesse prioritario dei Templari si evince nella località di Osiglia. Questo piccolo paese deriva il suo nome da “auxilia”, per la protezione offerta a mercanti, viandanti e pellegrini in procinto di superare il Colle del Melogno o il Pian dei Corsi, per poi scendere al mare nel Finalese. Un’altra dipendenza templare è stata individuata anche al Colle di San Giacomo, che unisce Mallare al Finalese e che tradisce nel nome una stazione di sosta iacopea.

Bianca Capone, ricercatrice e storica, autrice del libro “i Templari in Italia”, scrive testualmente : “Ad Osiglia, sulla strada in curva, si affaccia una lunga e massiccia costruzione che, malgrado i restauri e gli ammodernamenti, non ha perso le antiche caratteristiche di complesso fortificato. In analoga posizione si trova Masone, sotto il passo del Turchino, alle spalle di Genova, il cui nome lo identifica come antica mansione…”

Sulla presenza templare a Osiglia è stato recentemente pubblicato un libro che non riguarda l’antico centro abitato, ma la sottostante frazione Ronchi dove sorgeva una chiesa consacrata a San Giacomo (la magione di San Giacomo dei Ronchi). In questo luogo recenti ricerche hanno messo in luce una mansione templare con annessa foresteria.Ne consegue che l’esatta posizione del ricetto di proprietà dei Cavalieri del Tempio resta oggetto di dibattito: se in località Ronchi o nel centro dell’abitato di Osiglia. A mio parere si tratta palesemente della “Rosa” e della “Spina”: secondo il più classico dualismo templare. La casa fortificata in un centro abitato o nelle sue immediate vicinanze e la commenda, solitamente vasta proprietà agricola, “la Spina” per l’appunto, a una certa distanza, in questo caso corrispondente a una vasta proprietà boschiva, dove si potevano pascolare grossi branchi di maiali. E’ indubbio, ad ogni modo, che ad Auxilia fosse presente un’importante commenda templare.

In un documento del 1267 il precettore della mansione (praeceptor domus Templi de Oxilia), frate Manfredo da Villanova, lamentava le inadempienze del vescovo Lanfranco di Albenga, dal momento che non corrispondeva i fitti e i censi dovuti all’utilizzo di beni di proprietà templare situati nella fertile pianura ingauna. In questa disputa intervenne addirittura il templare Bianco, luogotenente generale dei Templari in Lombardia e precettore a Piacenza. Alcuni labili indizi lasciano supporre che la “magione di Auxilia” sia stata abbandonata dai Templari prima della distruzione dell’Ordine, poiché nel 1283 fra Giacomo da Montaldo, precettore degli Ospedalieri di Savona, concedeva in fitto alcuni beni posseduti dai Templari di Osiglia. Molti anni dopo, nel 1573, la magione templare di San Giacomo di Osiglia, passata definitivamente in proprietà agli Ospedalieri, risultava costituita da “Una chiesa campestre, mezza coperta di coppe e mezza di paglia, priva di calice e di ogni altro oggetto atto a celebrazioni liturgiche. Accanto alla chiesa vi sono due case con le stalle per il bestiame…”


Varigotti - Il porto medievale


Finale

Al di là del Colle di San Giacomo, in direzione di Finale, lungo la strada “Berretta”, riadattamento di un’antica via romana, si trova il toponimo “casa della Magione”, che lascia supporre una presenza templare a protezione di quell’importante via di comunicazione tra il Finalese e la Val Bormida. A Finalpia è documentata (Archivio Diocesi di Savona) la presenza di una chiesa ospedale di probabile origine templare che in seguito divenne monastero degli Olivetani nell’anno 1447. Questo ospedale era di proprietà dei cavalieri Templari per un motivo peculiare: Varigotti, Finale, Noli e Savona erano gli sbocchi tradizionali delle vie marenche, prima fra tutte la Magistra Langarum, che univano le Langhe e il Monferrato alla Riviera, utilizzati durante le crociate come porti d’imbarco.

Il porto di Varigotti, considerato tra i più sicuri di tutto il Ponente Ligure, fu abbandonato dopo che i Genovesi lo interrarono al termine della “prima guerra con il Finale” (anno 1341). Nel XVIII secolo, quando i Finalesi si diedero alla Spagna per non finire sotto le grinfie dei Genovesi, millenari avversari, il re di Spagna progettò personalmente di ripristinarlo. Non a caso l’approdo di Varigotti fu a lungo considerato il porto più sicuro verso le Fiandre, dopo che il Canale della Manica e il Mare del Nord erano diventati inaccessibili alla flotta spagnola in seguito alla sconfitta dell’Invincibile Armata. Qui sbarcavano le truppe del re di Spagna inviate a reprimere la ribellione nelle Fiandre e in Olanda; percorrevano la “via della Regina” che attraversava i feudi imperiali della Val Bormida di Spigno, evitando i possedimenti sabaudi quanto quelli della Repubblica di Genova. Ad Alessandria entravano nel Ducato di Milano, possedimento spagnolo. Da qui due vie puntavano verso settentrione: quella della Valtellina, che proseguiva per la Valle del Reno; e quella del Vallese, che si collegava ai possedimenti imperiali spagnoli della Franca Contea e della Lorena…

Albenga

La ricercatrice Bianca Capone annota che tra le più importanti precettorie liguri spicca quella di Albenga, dedicata a San Calogero: tribuno romano decollato in prossimità della città nel luogo detto Calende. In questa località, di non facile identificazione, sorgeva un’antica chiesetta consacrata a San Calozero de Pratis o de Campora, che divenne sede di una mansione templare. Sulla presenza templare in Albenga l’avvocato Paolo Accame pubblicò 17 documenti inediti di cui, il più antico, risale al 1143. In quell’atto una certa Lombarda, figlia di Oddone da Legeno, dichiara di ricevere dal templare Oberto 14 Lire Genovesi per la vendita della metà di un manso situato nella piana di Albenga, prossimo “ab pontilo prope ecclesiam beati Calozeri de Campora” (il ponticello vicino alla chiesa del beato Calozero de Campora). Da questo manoscritto si desume che la mansione templare di Albenga, collocata in prossimità del mare, apparteneva ai Templari già nel 1143 e, quindi, figura indubbiamente tra le più antiche in Italia.

Un manoscritto del 1167 riporta l’atto di donazione dei coniugi Giusta e Ribaldo Marabutti a frater Bonifacius, templare responsabile della mansione di San Calozero. Quest’atto riveste un peculiare interesse, giacché risulta che messer Ribaldo aveva fatto voto di entrare nell’Ordine del Tempio qualora fosse rimasto vedovo. Cosa che effettivamente accadde, alla morte della moglie Giusta. Un altro documento, di poco successivo, documenta la donazione di un prato al cavaliere Robaldo de Templo da parte di una certa Caita.

Gli atti pubblicati dall’avvocato Paolo Accame documentano un lungo contenzioso tra il clero ordinario, con in testa il vescovo, e i Templari. Riguarda la lite tra il precettore templare della Lombardia e il vescovo Oberto di Albenga: una contesa che si protrasse trent’anni. Riguardava la vendita alla diocesi di Albenga di alcuni beni situati nel Ponente Ligure, incluso un immobile in località Zerbulio, “ultra Vigintimilium civitatem” (al di là della città di Ventimiglia), e un campo in prossimità del Castello di Teico (Pieve di Teco). Nella controversia, poiché il vescovo si rifiutava di pagare quanto concordato con il De Gannand, precettore templare della Lombardia, fu coinvolto papa Onorio III che, a sua volta, demandò la sentenza a un collegio arbitrale formato dai vescovi di Tortona e Savona, e all’abate di Santo Stefano a Genova. A questo punto il collegio arbitrale condannò il vescovo Oberto a corrispondere ai Templari 100 Lire Genovesi, così ripartite: metà alle calende di Gennaio e metà all’ottava di Pasqua, più 16 soldi di censo annuo da corrispondersi all’ottava di San Martino.


Albenga - San Calocero

Imperia

La presenza dei Templari a Imperia è invece documentata da un evento drammatico allorché la città fu devastata da un violento terremoto e la popolazione fu soccorsa dai cavalieri del Tempio che avevano una “domus” in loco.

Nizza

L’antica Nicea, all’epoca capitale di un’importante contea, fu tra le prime città che ospitarono mansioni templari. Nell’anno 1135 il vescovo Pietro si prodigò in diverse donazioni ai Templari, sette anni dopo che il concilio di Troyes, voluto da san Bernardo di Chiaravalle, aveva istituito l’Ordine della “Militia Templi”. Il secolo successivo, il “Duecento”, fu caratterizzato in tutta Europa da una diffusa conflittualità tra le autorità ecclesiastiche, vescovi, canonici e pievani, e gli ordini cavallereschi, soprattutto i Templari che vantavano notevole autonomia, poiché dipendevano direttamente dal papa. Un documento del 1274 accenna a divergenze tra i Templari presenti in città e il vescovo di Nizza, per le immunità ecclesiastiche che vantavano i “monaci guerrieri”. In quell’occasione Bonifacio, vescovo di Digne e difensore dei Templari per conto della Santa Sede, scrisse all’abate di San Ponzio, monastero in prossimità di Nizza, affinché invitasse il vescovo a comparire di fronte a lui per giustificarsi. Le immunità dei Templari andavano rispettate! Un altro documento di poco successivo, datato 1284, accenna a un certo Giordano de Cereys, che all’epoca era precettore del Tempio nella Contea di Nizza, dettaglio che lascia trasparire un’indubbia presenza templare in quella contea.

Il Colle delle Finestre

Anche il Colle delle Finestre, un valico assai faticoso per la quota di 2.471 m., ma alquanto frequentato in epoche remote poiché alternativo al Colle della Cornia (Tenda), era sotto controllo dei Templari giacché immetteva in Val Vesubya, salendo da Borgo San Dalmazzo e dalla borgata di San Giacomo (nome non casuale). Quel colle era, infatti, frequentato nel periodo estivo, poiché la Val Vesubya è più agevole della Val Roya e immette a Nizza. Fu reso inutilizzabile dai genieri sabaudi nel XVII secolo, quando a Nizza Marittima (l’attuale Nice), si manifestarono i primi casi della peste di manzoniana memoria. E poiché in tutto il Piemonte si temeva il contagio, anche il Passo del Duca in Alta Val Pesio fu minato. A Torino si era deciso di privilegiare esclusivamente il Colle di Tenda. Già in epoca romana in prossimità del Colle delle Finestre, a metri 1905 di quota, sorgeva un tempio dedicato a Giove, protettore dei passi montani (il Colle dei Giovi alle spalle di Genova e il Colle dei Giovetti sopra Massimino attestano la tradizione pagana). Un tempio simile a un rifugio montano, che serviva da provvidenziale riparo per mercanti e viandanti. Ricerche recenti hanno evidenziato fondamenta romane, se non più antiche, confermando inequivocabilmente la presenza di una strada che percorreva il Colle in epoche antichissime. Pare che il primo santuario mariano, al posto del tempio pagano, sia stato edificato dai monaci benedettini di San Dalmazzo al Borgo: lo avevano dotato di una preziosa foresteria per tutti coloro che si avventuravano sulle Alpi Marittime. Una tradizione vuole che all’inizio del X secolo il santuario e la foresteria fossero distrutti dai Saraceni. Vi potevano mancare i Templari?

Tra i loro compiti, infatti, primeggiava l’assistenza ai pellegrini. Non a caso i Cavalieri del Tempio assicuravano il controllo di passi montani, porti, ponti e punti nevralgici lungo le strade dei pellegrinaggi. La studiosa Bianca Capone riferisce che nel tardo autunno dell’anno 1307, dopo l’arresto del Gran Maestro a Parigi, nel santuario - rifugio del Colle delle Finestre furono sorpresi i Cavalieri del Tempio che vi avevano cercato un precario rifugio in fuga da Nizza e vi furono massacrati senza pietà. Dopo l’eccidio, quel prezioso santuario montano passò sotto la gestione di un dignitario del capitolo della Cattedrale di Nizza.

(Tratto dal Libro “I Templari e il filo segreto di Hiram”)



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di 44 opere fra romanzi e saggi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".