TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 novembre 2011

Addio a Saverio Tutino


Ieri Lucio Magri, oggi Saverio Tutino. Se ne va via un altro pezzo della nostra storia. Eravamo ragazzi quando leggemmo "L'Ottobre cubano" e ci si aperse un mondo davanti. Ciao, Saverio e grazie per essere stato un buon maestro. Ci hai insegnato a stare dalla parte giusta, ma senza rinunciare a pensare criticamente.

Stefano Malatesta

Addio a Saverio Tutino, tra Vittorini e Fidel


E’ morto ieri a Roma Saverio Tutino. Aveva 88 anni ed era stato ricoverato alla clinica San Raffaele per un ictus. Tutino era stato a Repubblica dalla fondazione nel 1976 fino alla metà degli anni 80 quando aveva cominciato ad occuparsi dell´impresa che lo ha impegnato fino alla fine: l´Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove sono raccolti quasi diecimila scritti autobiografici di persone che raccontano le loro storie comuni e straordinarie. Nato a Milano, era stato partigiano, aveva lavorato al Politecnico di Vittorini e poi all´Unità, dove aveva seguito con grande partecipazione la rivoluzione cubana.

Saverio aveva un curriculum da eroe nazional-popolare: commissario della brigata Garibaldi durante la Resistenza nelle montagne che conosceva benissimo, perché le aveva scalate da ragazzo. Vivo per miracolo, dopo una retata dei tedeschi, si era salvato perché quella notte aveva dormito nella parte bassa del paese, riuscendo a fuggire mentre quasi tutti i suoi uomini venivano presi e uccisi. Esotico giornalista in una Cuba che aveva ancora ideali rivoluzionari: molti anni più tardi raccontava di quando Allende era suo ospite e delle sue partite di pesca subacquea con il “Che”, prima che Castro lo mandasse a perdersi nella giungla sudamericana. Giornalista dell´Unità aveva sempre mantenuto una sana indipendenza dal partito, che non significava troppa fronda. Aveva molta pena per la sofferenza vera e in questo senso era un uomo religioso, perché che cos´è la religione se non interessarsi amorevolmente degli altri? Manteneva naturalmente alti livelli di probità, una indifferenza alla ricchezza e agli agi insieme con uno straordinaria propensione a tirarla lunga nei caffè e nei salotti lombardi subito dopo la guerra. E così, immortalato con il fazzoletto rosso al collo, è apparso sul libro I peggiori anni della nostra vita di Oreste del Buono che era suo cognato. Lo sfottevamo molto nel suo periodo di forsennato “dietrista”, quando vedeva per ogni dove un complotto o una messinscena di imperialismi assassini e trilaterali e gladii assortiti, perché diceva che nulla nella politica internazionale era come appariva. A quel tempo le tesi di Tutino ci sembravano delle ossessioni banali, esagerate dalla passione che metteva in tutte le cose. E lui mi rispondeva che quando una cosa complicata ti sembrava semplice voleva dire che non avevi capito. Poi si è visto che aveva ragione lui e non aveva esagerato affatto.

Di tanto in tanto, quasi di colpo, spariva rintanandosi nella casetta ex scuola in Toscana o nelle due camere e cucina a Trastevere con le librerie tagliate a mano, così essenziali e linde che avevano più dignità di saloni principeschi. E si metteva a scrivere delicati ricordi in una prosa sostenuta e come mossa da un´ansia intellettuale così fine a volte, così angosciata che non presentava mai certezze, sospettate di volgarità, ma dubbi. I suoi problemi esistenziali erano più inventati che reali e facevano da contrasto con amori bollenti che davano al suo impegno politico tutto il fuego che gli ardeva dentro. Insomma se fosse stato in vita Togliatti nelle vesti di Roderigo Di Castiglia, Saverio sarebbe stato bollato come decadente, che a quei tempi nel mondo comunista equivaleva a una lapidazione nella Bibbia. Ma per lui essere di sinistra aveva lo stesso significato che essere cattolici nei romanzi di Graham Greene, e andava a cogliere la politica non nei palazzi, ma nelle piazze, nei caffè, nelle librerie. Una politica che si confondeva con gli amori e che andava condivisa con una donna. Una volta Eugenio Scalfari gli aveva proposto di andare nel Medio Oriente. E lui aveva risposto meravigliato: «Ma che ci vado a fare? Le donne sono velate e il vino è proibito!». Mentre nelle Americhe la politica andava al passo di tango e si confondeva con i balli di piazza e la rivoluzione era a portata di mano. Bastava suonare “La cucaracha”.

Negli ultimi anni a Pieve Santo Stefano aveva inventato e diretto uno dei pochi premi letterari che mantenevano quello che c´era nel titolo. Andavo spesso da lui trovandomi immerso in quei fantastici diari che raccontavano la storia vera non ufficiale dell´Italia. Saverio era dolcisissimo con gli amici che conosceva da tanto tempo e che stimava per le loro qualità, Ed era bello sentire come parlava di Gloria Argeles, la scultrice argentina, una donna così intelligente e umana che Saverio adorava. Diceva delle cose su di lei come uno che ha letto il Cyrano de Bergerac e vorrebbe imitarlo ma sente i suoi limiti. Adios compañero Saverio. Hasta la victoria che stiamo aspettando da sempre e che non arriverà mai.

(Da: La Repubblica del 29 novembre 2011)

martedì 29 novembre 2011

Lucio Magri se ne è andato con dignità, come aveva vissuto


In un'altra epoca e in un altro mondo abbiamo conosciuto Lucio Magri. ma non ci avevano convinto le sue idee che, da giovani militanti ingenuamente ingessati in una visione neo-bolscevica, ci parevano allora viziate di un intellettualismo piccolo-borghese che non ci sentivamo di perdonare. Oggi, con una vita alle spalle, riflettendo sul perché di una sconfitta epocale, ne rivalutiamo a pieno la valenza utopica. Di un'utopia concreta di cui forse oggi non siamo più capaci, ma di cui ci sarebbe un grande bisogno.

Simonetta Fiori

Il suicidio assistito di Lucio Magri, l'addio ai compagni: "Ho deciso di morire"


E alla fine la telefonata è arrivata. Sì, tutto finito. Ora si rientra in Italia. Alle pompe funebri aveva provveduto lo stesso Lucio Magri, poco prima di partire per la Svizzera. Era il suo ultimo viaggio, così voleva che fosse. Non ce la faceva a morire da solo, così il suo amico medico l'avrebbe aiutato. Là il suicidio assistito è una pratica lecita, anche se poi bisogna vedere nei dettagli, se ci sono proprio le condizioni. Ma ora che importa? Che volete sapere? Non fate troppi pettegolezzi, l'aveva già detto qualcun altro ma in questi casi non conta l'originalità.

S'era raccomandato con i suoi amici più cari, quelli d'una vita, i compagni del Manifesto. Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito. Sì, ora è finito. La notizia può essere resa pubblica. Lucio Magri, fondatore del Manifesto, protagonista della sinistra eretica 2, è morto in Svizzera all'età di 79 anni. Morto per sua volontà, perché vivere gli era diventato intollerabile.

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.

Da questa casa Magri s'è mosso venerdì sera diretto in Svizzera, dal suo amico medico. Non è la prima volta, l'aveva già fatto una volta, forse due. Però era sempre tornato, non convinto fino in fondo. Ora però è diverso. Domenica mattina rassicura gli amici: "Ma no, non preoccupatevi, torno domani". La sera il tono cambia, si fa più affannato, indecifrabile, chissà. Il lunedì mattina appare sereno, lucido, determinato. Ha scelto, e dunque il più è fatto. Bisogna solo decidere, e poi basta chiudere gli occhi. L'ultima telefonata nel pomeriggio, verso le sedici. Poi il silenzio.

Una depressione vera, incurabile. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s'era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. "Lucio non sapeva usare il bancomat né il cellulare", racconta una giovane amica. Mara che oggi sorride dalle tante fotografie sugli scaffali, vestita color ciclamino nel giorno delle nozze. Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un'ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei. Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un'insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé, ma evitando agli amici lo spettacolo del sangue sul selciato.

Aspettando l'ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera peruviana, va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione? E' affettuosa, Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi per il pranzo, ci sono ancora quelli vecchi che lui le ha lasciato. È stata lei ad assistere Mara nei tre anni di agonia per il brutto tumore, e poi ha visto spegnersi lui, sempre più malinconico, quasi blindato in casa. Ogni tanto qualche amico, compagno della prima ora. Ma dai, reagisci, che fai, ti lasci andare proprio ora? Ora che esce l'edizione inglese del tuo libro? E poi quella argentina, e quella spagnola? Dai, ripensaci, c'è ancora da fare. Ma lui non era convinto. Non poteva fare più nulla. Lucido e razionale, fino alla fine. E poi s'era spenta la sua stella, così scrive anche nell'ultima lettera ai compagni.

Sembra tutto surreale, qui in piazza del Grillo, tra squilli di telefono e porte che si aprono. Arriva Valentino, invecchiato improvvisamente di dieci anni. Lo accolgono con calore. No, non sappiamo ancora niente. Aspettiamo. Ricordi privati e ricordi pubblici, lui grande giocatore di scacchi, lui grande sciatore, lui politico generoso che preparava i documenti e nascondeva la sua firma. Ma attenzione a come ne scrivete, non era un vanesio, non era un mondano. Dalle fotografie sui ripiani occhieggia lui, bellissimo e ancora giovane, un'espressione tra il malinconico e il maledetto. Dietro la foto più seducente, una dedica asciutta. "A Emma, il suo nonno". Neppure Emma, la bambina di sua figlia Jessica, è riuscito a fermarlo.

Poi la telefonata, quella che nessuno avrebbe voluto mai ricevere. Ora davvero è finita. Le pompe funebri andranno a prelevarlo in Svizzera, tutto era stato deciso nel dettaglio. L'ultimo viaggio, questo sì davvero l'ultimo, è verso Recanati, dove sarà seppellito vicino alla sua Mara, nella tomba che lui con cura aveva predisposto dopo la morte della moglie. Luciana Castellina s'appoggia allo stipite della porta, tramortita: "Non avrei mai immaginato che finisse così". Il tempo dell'attesa è concluso, comincia quello del dolore

(Da: La Repubblica del 29 novembre 2011)

lunedì 28 novembre 2011

Libertà per Adama


Quando ha chiamato i carabinieri per denunciare di essere stata derubata, stuprata e ferita alla gola dal suo ex compagno le hanno controllato i documenti. E poiché non aveva le carte in regola, l'hanno rinchiusa al Cie, il centro di identificazione ed espulsione, di Bologna. È la storia di Adama, donna migrante arrivata in Italia nel 2006. La storia che nella Giornata contro la violenza alle donne le associazioni Migranda e Trame di Terra denunciano a gran voce: "Una doppia violenza come donna e come migrante". Vento largo aderisce e invita ad aderire scrivendo a: migranda2011@gmail.com



"Pubblichiamo questo appello in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno.

Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.

Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l'ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest'uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l'ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.

Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell'ordine, l'unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L'avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l'ingresso dei medici e dell'interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.

Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l'espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.

Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita".

Migranda
Associazione Trama di Terre

domenica 27 novembre 2011

Quando i romani crearono il vino: Roma caput vini


Molti sanno che nella seconda guerra mondiale al seguito delle armate americane operavano impianti mobili di imbottigliamento della Coca Cola. I soldati dovevano sentirsi come a casa e questa bevanda faceva parte delle loro abitudini alimentari che andavano il più possibile mantenute. Al termine della guerra questi impianti restarono in Europa e la Coca Cola diventò parte della nostra quotidianità. Un libro appena pubblicato ci spiega che lo stesso processo sta all'origine dei grandi vitigni europei. Tutto iniziò quando Marco Aurelio Probo incaricò i legionari di piantare viti nei territori conquistati.

Marino Niola

Quando i romani crearono il vino


C´è una cosa che gli Italiani non sanno e che i Francesi non vogliono sapere. Che a fare la gloria dei grandi vini d´Oltralpe sono stati i Romani. Con buona pace dei Galli e di Asterix. Lo dicono Giovanni Negri e Elisabetta Petrini, autori di Roma caput vini. La sorprendente scoperta che cambia il mondo del vino, (Mondadori, pagg. 216, euro 18). Gli autori, sulla scorta di uno screening genetico di tutta la viticultura europea, riscrivono la storia del vecchio mondo in chiave enologica. Dando a Cesare quel che è di Cesare. Se è vero, infatti, che i Greci sono stati i primi esportatori di grandi crus, come il leggendario rosso di Chios, è solo con l´avanzata delle legioni capitoline che la vite è arrivata ai quattro angoli del globo. E il vino è diventato un consumo di massa, una bevanda per tutti.

Grazie a una pensata geniale di Marco Aurelio Probo, imperatore tra il 276 e il 282 dopo Cristo, che in soli sei anni ha ridisegnato la geografia enogastronomica del mondo antico e posto le basi di quella moderna. Trasformando i suoi legionari in vignaioli con il compito di piantare viti in tutti i territori conquistati. Per produrre in loco il vino per le truppe tagliando drasticamente i costi del trasporto. In questo modo la Pannonia, l´Illiria, la Dalmazia, la Gallia, l´Iberia diventano altrettanti chateaux, tutti al servizio dell´imperatore. Che si può considerare il primo esempio di grande propriétaire récoltant.

E che tutte le grandi bottiglie del vecchio continente, dalla Borgogna alla Mosella, dal Bordolese al Reno discendano dai gloriosi tralci quiriti lo confermano i loro nomi. Che gli autori ripassano in rassegna facendo apparire dietro denominazioni apparentemente autoctone una discendenza che più latina non si può. A cominciare dall´etichetta più prestigiosa del mondo, quella Romanée Conti che prende l´appellativo dal fazzoletto di terra che i Borgognoni chiamarono romana per mostrarsi grati all´imperatore Probo. E l´aristocraticissimo Mersault non è altro che il muris saltus, letteralmente salto del topo. Mentre lo Champagne deriva dalla parola campus, la stessa da cui viene Campania. Che fu la terra del Falerno, del Cecubo e del Surrentinum, le più esclusive appellations dell´antichità. Insieme alla falanghina che era il vino di pronta beva per le falangi. Una sorta di razione kappa per tenere alto l´umore della truppa.

Tanti doc per una sola origine. L´infinita fantasmagoria di colori, odori, sapori della tavolozza enologica contemporanea insomma discende quasi esclusivamente da uno stesso ceppo.. Che i Romani chiamano semplicemente nostrum, come dire nostrano. E che nel medioevo, diventerà Heunisch che in tedesco vuol dire la stessa cosa. Una specie di Adamo dei grappoli che troverà la sua Eva nel Frankisch, che significa semplicemente Altro, forestiero. Dal matrimonio nascerà il 75 per cento dei vitigni europei, dallo Chardonnay al Pinot, dal Traminer al Sauvignon, dalla Schiava al Nebbiolo di Dronero. Figli ma anche figliastri. Che spesso hanno altrettanta fortuna degli eredi legittimi. Un esempio per tutti, il Chianti così detto dal gentilizio etrusco Clanti, letteralmente figliastro.

Mettendo insieme storia e genetica, gli autori ricostruiscono l´intero albero genealogico del nettare di Bacco. Ma anche le ragioni sociali della sua irresistibile ascesa. Che ne fa la bevanda simbolo dell´imperialismo romano. Esattamente come la Coca Cola lo è di quello americano. E proprio nella distanza tra il succo della vite e la bibita alla cola Negri e Petrini misurano la distanza tra l´impero di ieri e quello di oggi. Fra Roma e New York. Fra Manhattan e i fori. Fra i lupanari di Pompei e le slots di Las Vegas. Fra Dioniso e Babbo Natale. Fra fornicatio e Californication. Insomma tra una civiltà dove le bollicine sono l´effetto di un fermento divino e un´altra dove è tutta questione di bicarbonato.

(Da: La Repubblica del 9 novembre 2011)

Giovanni Negri-Elisabetta Petrini
Roma caput vini
Mondadori, 2011
18 euro

sabato 26 novembre 2011

Il teatro occitano ha perso il suo maestro



Il teatro in lingua occitana ha perso il suo maestro



Il Partito della Nazione Occitana annuncia con tristezza la scomparsa di Maurice Andrieu, animatore di "Viure al País" dal 1981 al 1998, il magazine in occitano di France 3.

Grande personalità dell'Occitania, egli aveva scelto a 39 anni di abbandonare la medicina per coltivare la sua passione per il teatro e creare così la Comedia Occitana Tolzana,una compagnia interamente occitana.

La sua conoscenza approfondita dell'occitano gli veniva dalla nonna originaria del Rouergue. Era eccezionalmente colto e disinteressato e voleva far posto ai giovani. Era una figura attraente e simpatica del mondo culturale occitano che ci mancherà molto.

Il Partito della Nazione Occitana s'associa al cordoglio della sua famiglia e dei suoi amici. Arrivederci, caro amico. Tu hai fatto un meraviglioso lavoro per la nostra lingua e per la nostra cultura. Il modo migliore per non dimenticarti è di proseguire nel percorso che tu hai intrapreso.

venerdì 25 novembre 2011

Da leggere: Alberto Asor Rosa, Le armi della critica


E' da poco disponibile in libreria il volume "Le armi della critica"che raccoglie saggi, articoli, recensioni, di Alberto Asor Rosa. I testi, tutti compresi fra l'inizio e la fine degli anni Sessanta, rappresentano la testimonianza di un periodo storico e di un'esperienza politica e culturale (l'operaismo), di cui l'autore è stato allora un protagonista. Una testimonianza cioè di una fase della nostra vita nazionale, in cui il conflitto come base della critica e la critica come base del conflitto non erano considerati, come accade oggi, da evitare e combattere ma il vero sale della terra, il condimento di ogni posizione seriamente innovativa. Di particolare interesse la "prefazione storica" che ricostruisce, con distacco non scevro da ironia, l'evoluzione personale dell'autore e di quegli anni intensissimi.

Marco Revelli

Quando la classe era operaia

Le armi della critica di Alberto Asor Rosa è una raccolta di saggi di critica letteraria di grande potenza analitica. Ma è anche una fonte storica: un´autobiografia culturale in cui l´autore si fa testimone del tempo, aiutandoci a capire l´Italia com´è stata e com´è diventata con molta maggior efficacia di tanta storiografia e sociologia professionali. Per la statura del suo autore, intellettuale che non si è rassegnato al silenzio. E per il carattere dei contributi qui riproposti.

Intanto per il periodo su cui i testi sono focalizzati: sono stati pubblicati tutti tra il 1960 e il 1970. Ci portano cioè in un punto seminale del nostro tempo, gli "anni Sessanta", quando l´Italia diventò quello che sarà, con uno strappo colossale e lacerante rispetto alla sua "tradizione", compiendo "la più ciclopica trasformazione… dai tempi della caduta dell´Impero romano in poi". Sono gli anni del passaggio, spaventosamente repentino, dall´arretratezza semi-agraria al neo-capitalismo della grande industria. Gli anni della migrazione biblica dalle estreme periferie del sud e della crescita impetuosa della classe operaia, giunta per la prima volta a una presa di parola autonoma. Sono dunque gli anni in cui conflittualità e sviluppo marciano insieme. Un concetto oggi inimmaginabile, in tempi in cui la rimozione del conflitto sociale dall´orizzonte mentale si accompagna al ristagno dell´economia.

Sono d´altra parte gli anni della grande crisi della sinistra comunista, quelli che seguono il XX Congresso del Pcus, l´invasione dell´Ungheria, la sconfitta della Fiom alla Fiat, l´estenuazione dell´egemonia togliattiana. Per questo Asor Rosa, allora venticinquenne (come buona parte dei giovani che parteciperanno del suo stesso percorso "operaista"), può scrivere oggi che "agli anni ´60 mi presentai, ci presentammo nudi e crudi, con un mondo immenso davanti ma senza granché alle spalle". Con la sensazione, cioè, della necessità di un taglio netto se si voleva stare dentro le cose, senza esser risucchiati nelle spire della modernizzazione integratrice cui il centro sinistra alludeva.

Ma gli anni Sessanta non sono solo questo. Sono anche gli anni della grande metamorfosi del lavoro intellettuale: della minaccia più radicale alla sua residua (e in parte illusoria) autonomia, con la riduzione della produzione culturale a lavoro "integrato", o comunque a funzione incasellata nel complesso sistema di ruoli predeterminati e formalizzati. Sono cioè gli anni in cui si estingue, definitivamente, la posizione autonoma della critica letteraria. O, meglio, il ruolo critico della letteratura, travolto dall´onnipotenza dell´industria culturale e da un più forte e sistematico "controllo borghese" del proprio mondo. E in questo sta il secondo elemento di interesse di questi scritti. Essi rappresentano infatti il resoconto fedele, perché generatosi in medias res, della riflessione di un gruppo di intellettuali sulla natura del proprio lavoro e sul destino di esso nel pieno di una cesura storica e sociale che ne decretava un cambiamento di stato tanto radicale da prospettarne la fine.

Si spiega così il tratto dominante – il vero fil rouge – che attraversa tutti i testi, con un´invadenza in qualche misura prepotente: il bisogno ossessivo di smarcarsi. L´ansia della secessione morale e culturale, della fuoriuscita da ogni condizione di continuità e di contiguità con un esistente considerato già perduto, spinta fino alla teorizzazione del "negativo" e all´abiura di ogni parentela anche con i più prossimi, con i Calvino e i Fortini, con la neo-avanguardia e la cultura antifascista e resistenziale, in una furia di distanziamento che assomiglia a un "si salvi chi può" perché tutto ormai, di quella cultura, rischia di transitare nell´ordine di un discorso che è ordine produttivo, razionalità di sistema, integrazione e alienazione.

Lungo questa traiettoria c´è l´incontro con la "classe operaia", intesa nella sua materialità selvaggia. Non la rappresentazione iconica della tradizione riformista, non il soggetto togliattianamente destinato a "raccogliere le bandiere lasciate cadere dalla borghesia", portatore di un universalismo umanistico, ma la "rude razza pagana". O meglio il suo "punto di vista" separato, "particolaristico", proprio di un´alterità assoluta, non integrabile, in forza della sua negazione del lavoro, e per questa ragione possibile riferimento per chi intendesse porsi fuori e contro: vale a dire per quell´intellettualità disponibile a tagliare i ponti con l´universalismo della propria cultura. E disponibile a pagarne per intero il prezzo: a farsi a sua volta "particolarità", nel rogo di tutti i suoi valori culturali.

Nasce di qui, da questo incontro nell´esodo, l´idea, del tutto originale, della necessità di una rivoluzione operaia pur in assenza di una rivoluzione democratica. Anzi, possibile proprio per quell´assenza. Un´idea capace di fare molta strada, assorbendo nel proprio percorso forme di pensiero eterogenee (dal Marx dei Grundrisse al Leopardi e al Nietzsche dell´illuminismo negativo, tutti allineati sulla linea dell´irriducibilità al dispotismo delle "cose"), per giungere infine a un duro contrasto con l´intera cultura democratica e progressista della generazione immediatamente precedente (strano destino per chi, sulle orme di Saba, auspicava per il proprio Paese l´abbandono della cattiva pratica "fratricida" in favore del più maturo "parricidio" dei popoli realmente rivoluzionari).

Su quell´idea si è strutturato uno dei pochi "paradigmi culturali" degni di questo nome nel secondo dopoguerra. Una "cultura" in grado di tenere il campo nel deserto culturale del tardo novecento, perché radicata davvero nella forza della vita. E tuttavia, nel contempo, testimone di un fallimento. Destinata – col suo soggetto sociale di riferimento - alla caduta esattamente come le eroiche personalità borghesi descritte nel magistrale saggio su Thomas Mann: uccise dalla stessa forza vitale che le animava. Dalla ferocia del proprio sguardo libero sull´esistente.

(Da: La Repubblica del 19 novembre 2011)


Alberto Asor Rosa
Le armi della critica
Scritti e saggi degli anni ruggenti (1960-1970)
Einaudi, 2011
€ 23,00

giovedì 24 novembre 2011

Terra d'Oc: Main



Un paio di pagine tratte da un libro bellissimo, di cui abbiamo già parlato e di cui parleremo ancora. Un atto d'amore verso la terra d'Oc e la sua gente.

Marco Aime

Main

Quando io l'ho conosciuta, o inizio a ricordarla, aveva già più di ottant'anni. Dolce, con quegli occhi azzurri sempre sorridenti. Sorridenti di quella forza e quella semplicità di chi sa ancora sorridere dopo una vita dura come la sua. Di chi ha messo al mondo undici figli, anche se il mondo cinque non li ha voluti. Era così allora. Lei parlava spesso di Cirillo, morto a cinque anni di tosse asinina.

Era del 1878 Main, l'anno del re, diceva lei, perchè in quell'anno era salito al trono Umberto I. Nata in tempo per vedere finire un secolo e attraversare gran parte di quello successivo. Due guerre mondiali, vissute entrambe lassù, nella sua valle incastonata tra le pietre. Non sapeva nemmeno il valore dei soldi, lei. Viveva così, lavorando e mangiando poco, di quel poco che c'era.

Adorava suo figlio Lencin. Erano sempre in giro in tre: lei, suo figlio e il cane. Dove mette il piede uno, lo mette l'altro, diceva la gente del paese. Sempre insieme, lei così minuta e così forte, su per quei sentieri rapidi e scontrosi.

Non sapeva nemmeno cosa fossero il mal testa o il mal di denti, racconta Matilde, sua nipote. Era senza denti, eppure mangiava delle croste di pane dure così! Ha lavorato tutta la vita e non l'ho mai sentita lamentarsi una volta. Lei non si lavava quasi mai, a quel tempo era così. Allora, quando era già anziana, noi le lavavamo la testa e lei si lamentava. Adesso i capelli mi scapperanno tutti! diceva. E quando le lavavamo i piedi era la stessa cosa: Ecco, adesso avrò freddo ai piedi tutto il tempo!

Negli ultimi anni l'avevano portata a Savona, dalle figlie. A quelli che andavano a trovarla raccontava della televisione. Era la prima volta che la vedeva. Diceva che aveva visto tale e tal altro, il figlio di questo e di quella... tutta gente di Roaschia. Nello schermo lei riconosceva la sua gente, riportava ogni cosa al suo mondo di sempre, Roaschia. Alla domenica si vedevano solo e sempre bambini con i pantaloni corti, che giocavano al pallone. Poi spiegava stupita di quella gabbia, che c'era a casa di sua figlia, che ci entravi dentro e ti portava su, fino all'ultimo piano. Lo raccontava calma, sempre con il sorriso. Serena, di quella serenità che solo chi ha attraversato guerre e fame può avere. Di chi sa come va il mondo e che bisogna prenderlo per quello che è, come quella valle stretta e piena d'ombra.

(Da: Rubare l'erba, pp. 63-65)





Marco Aime, nato a Torino nel 1956, insegna Antropologia culturale presso l'Università di Genova.

Marco Aime
Rubare l'erba
Ponte alle Grazie, Firenze 2011
12 Euro

mercoledì 23 novembre 2011

Manuela Cibellis, Figlia di un operaio


“Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti” (Gc 5,4)
Chissà se, quando parla di "equità", il presidente Monti (cattolicissimo come il suo governo) ha in mente questo passo della Lettera di Giacomo?
Francamente ne dubitiamo.

Manuela Cibellis

Figlia di un operaio

Per anni ho visto mio papà soltanto nei fine settimana. Per anni, la domenica pomeriggio ho visto mia mamma preparargli con cura e amore la valigia per una settimana. Per anni, la domenica sera si accompagnava il papà a prendere l’autobus. E lo si vedeva rientrare il venerdì sera. Distrutto da ore di lavoro e alienato dal lavoro sempre uguale.
Per anni non ho capito perché il mio papà era costretto a partire tutte le domeniche per poter lavorare. E farsi centinaia di chilometri ogni domenica ed ogni venerdì.
“Qui non c’è lavoro” – mi spiegava mia mamma quando mi vedeva appiccicata al finestrino della macchina mentre guardavo l’autobus che portava via mio papà insieme ad altri tanti operai - “Il papà deve andar via per forza, lavorare è importante per mangiare, vestirsi, andare a scuola” – spiegava mia mamma a me e al mio piccolo fratellino.
Ma il venerdì, a casa mia era una festa, e quando il papà rientrava la mamma preparava sempre delle cene buonissime e si passava la serata davanti al camino, tutti insieme.

Per anni, mio papà, dedito al lavoro ha sacrificato la possibilità di stare tutte le sere con noi, a casa. E l’ha fatto – mi ha spiegato più tardi – perché ha sempre creduto nel valore del lavoro. Valore così poco rispettato in Meridione. E non è mai voluto scendere a compromessi. Per questo motivo piuttosto che accettare condizioni di lavoro pessime e piuttosto che vedere i propri diritti calpestati, ha sempre rinunciato al tempo da condividere con noi. Per anni. Per 25 anni. Per un salario minimo, ma garantito. Quando la crisi lavorativa riguardava più il Sud che il Nord dell’Italia.
L’ho visto soffrire, quando si è trovato nelle condizioni di dirmi che il suo stipendio non gli permetteva di concedermi le vacanze, d’estate.
L’ho visto soffrire quando ci doveva spiegare che il suo stipendio non ci permetteva di andare a mangiare fuori il sabato sera ma che forse la pizza era meglio prenderla e mangiarla a casa.
L’ho visto soffrire quando ha dovuto dirmi qualche anno fa: “La laurea specialistica magari si può rimandare di qualche anno, eh? Tuo fratello è ancora al liceo e il mio stipendio non basta per tutto”.
L’ho visto soffrire quando ho comprato la macchina e ho dovuto fare un finanziamento con la mia prima busta paga perché i risparmi dei miei genitori erano stati utilizzati per i miei tre anni di università.

L’ho visto preoccupato quando la crisi stava diffondendosi anche al Nord. E i primi a pagarne le spese erano gli operai, tra cui lui. Mio padre.
L’ho visto amareggiato, quando è arrivata la cassa integrazione. E l’ho visto ancora più afflitto quando è arrivata la mobilità perché a differenza della cassa integrazione che illude gli operai del fatto che potrebbero essere re-integrati a lavoro, la mobilità non è alternativa al licenziamento, lo presuppone.
L’ho visto sentirsi sconfitto quando un giorno mi ha detto: “Nemmeno il sindacato in cantiere ci difende, è d’accordo con i padroni”.
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni è rimasto senza lavoro. L’ho visto sentirsi umiliato quando, cercando lavoro, imprenditori e padroni gli hanno detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

E mi sento male tutte le volte che sento politici e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, tutte le volte che sento politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, tutte le volte che vedo sindacati firmare accordi a scapito degli operai. Mi sento male tutte le volte che sento dire che la soluzione alla crisi è la flessibilità lavorativa.
Il mio sangue ribolle nelle vene quando leggo editoriali di noti economisti “esperti” risolutori di questa crisi che dicono che la “difesa del posto di lavoro” deve essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, e i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”. E ancora: il lavoratore, i cui salari sono ormai ridotti al minimo, non necessita più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma deve solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte. Traduzione: il tempo libero di un operaio non ha alcun valore, perché non è correlato al denaro.
Provo vergogna per alcuni sindacati, per alcuni partiti di sinistra, per gente che non comprende il reale significato di questa crisi che si protrae da 20 anni.
Io oggi ho quasi 30 anni e provo imbarazzo nei confronti di mio padre che ha sempre riposto fiducia nelle possibilità reali di cambiamento, che mi ha trasmesso il valore reale delle lotte per i diritti, che mi ha insegnato a non abbassare la testa, che mi ha educata secondo una logica NON borghese, che mi ha insegnato che cosa è la dignità.
Provo imbarazzo quando partiti cosiddetti di *sinistra* appoggiano proposte come il libero licenziamento e quindi l’abolizione dell’art. 18.
Provo rabbia di fronte ad un governo terrorista: un governo tecnico, un governo unico delle banche. Un governo nelle mani di uno che ha contribuito alla crisi dell’Italia. Provo rabbia di fronte a quelle complici opposizioni che danno a banchieri e padroni gli strumenti per licenziare, derubare e affamare la povera gente.
Provo rabbia e tristezza nello stesso tempo. Ed è per questo che ora più che mai mi tornano in mente le parole di Marx:
“Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”

Ieri sera mio padre al telefono mi ha detto: “Ed ora cosa cambierà dopo il capolinea di Berlusconi?”
Io un po’ imbarazzata gli ho detto: “Beh, bisogna che ci mobilitiamo tutti. C’è da ribellarsi di fronte a qualsiasi forma di governo che procede sulla stessa linea del precedente!”
“Hai ragione” – mi ha risposto – “ne va della nostra dignità!”
Eh già. La dignità. Non ci avevo pensato. Mio padre lo sa bene che cosa è la dignità. E’ un operaio.


(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)

martedì 22 novembre 2011

Nel segno della donna




Nel segno della donna
Mostra di arte contemporanea


Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, via Jacopo Ruffini 3, Genova
dal 18 novembre al 18 dicembre 2011


ART Commission, nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al Femminile, presenta la mostra di arte contemporanea “ Nel segno della donna”, curata da Virginia Monteverde e Liliana Leone, con la partecipazione di otto artiste provenienti da diverse città europee.
Interverranno Francesca Serrati, responsabile del Museo di Villa Croce, e il critico d’arte Sandro Ricaldone.

Artiste: Ellen Boerner, Adriana Desana, Georgia Fambris, Maria Rosanna Fossati, Lory Ginedumont, Margherita Levo Rosenberg, Federica Marangoni, Nina Staehli.

La mostra, fin dal suo titolo, si propone di esprimere sia il segno grafico che le artiste rappresentano attraverso video, installazioni, pittura, fotografia, sia una sensibile capacità di lettura della complessità contemporanea, in grado di lasciare, con sguardi possibili sul futuro, segni forti del loro pensiero.

Le opere d’arte, mediante il raffinato impiego di tecniche e tecnologie artistiche sofisticate e sottili, rendono narrabile l’universale molteplicità delle relazioni umane e le loro infinite rappresentazioni.

La mostra si rende così testimone di un passaggio non più eludibile della crescita integrale ormai in atto dell’arte con la vita, del corpo con la mente, attraverso il riconoscimento di una produzione artistica al femminile, fondamentale per la trasmissione della nostra cultura e delle nostre conoscenze.

Ernesto Treccani, Le parole e la pittura

lunedì 21 novembre 2011

Women's Glance




Magmart, in collaborazione con il collettivo Urto!, presenta

WOMEN'S GLANCE
a cura di Enrico Tomaselli

screening di videoart al femminile
12 artiste, dall'Italia e dal mondo, in mostra con 12 video

PAN Palazzo delle Arti Napoli - via Dei Mille
25-28 Novembre 2011
vernissage venerdì 25 h 18:00

CESTA - Marta Daeuble
CYANIDE - Barbara Agreste
CRY ME - Francesca Fini
EVA / EVE - Loredana Raciti
DEVOTIAMO - Silvana Sferza
O SNU - Lucija Mrzljak
PASSING BY - Maria Korporal
QUEST'ESTATE LE ZANZARE SARANNO PIÚ CATTIVE - Silvia De Gennaro
TASTE - Maarit Murka
THEM ME - Nisrine Boukhari
TU-Bi - Lidia Meriggi

Attraverso i QRCode presenti in sala, sarà possibile vedere sul proprio smartphone 6 interviste alle artiste italiane.
Le interviste sono a cura di Giuseppina Di Pasqua e Lorenzo Mantile, del Progetto Ar.C.A.Na. | Archivio Corrente degli Artisti Napoli.

Da vedere: "Cose dell'altro mondo" di Francesco Patierno


"Vogliono dipingerci come zulù", ha dichiarato il presidente leghista del Veneto Luca Zaia, commentando Cose dell'altro mondo, un film dalla comicità amara e dai dialoghi terribilmente simili a quelli che sentiamo ogni giorno per strada, nei negozi, in televisione. Un Veneto di piccole fabbriche e di una borghesia beotamente orgogliosa della propria assoluta mancanza di cultura. Uno spaccato dell'Italia di oggi, con i suoi deliri e i suoi fantasmi. Un film da vedere.

Marina Sanna

Cose dell'altro mondo

Un toro scappa da un furgone e corre impazzito tra la folla. Un uomo impugna un fucile e spara, incurante della gente. Non siamo nel Far West ma nel profondo Nord italiano, tra Treviso e Bassano del Grappa, dove vive l’industrialotto Mariso Golfetto (Diego Abatantuono), proprietario di una rete televisiva, su cui fa propaganda quotidiana contro gli immigrati di ogni colore, invocando uno tsunami purificatore “che affondi i barconi e li rispedisca ai loro paesi”.

Cose dell'altro mondo, recita il titolo più che azzeccato del terzo film di Francesco Patierno, in concorso a Controcampo al festival di Venezia e in uscita oggi nelle sale per Medusa. Invece no, molti dei dialoghi sono stati riportati fedelmente dallo stesso Patierno, che per il personaggio di Golfetto ha tratto spunto e ispirazione da un politico lombardo, indagato e arrestato per corruzione e recentemente accusato di traffico d’armi con l’Eritrea (!), e dal co-sceneggiatore Diego de Silva, vedi la scena aberrante del taxi con Vitaliano Trevisan. Ma non è solo satira o riproduzione grottesca della realtà, c’è una provocazione iniziale: che cosa accadrebbe se un giorno gli extracomunitari sparissero dall’Italia? Lo auspica il becero Golfetto, armato di sciabole e pistole, e avviene realmente. Dalla mattina alla sera scompaiono tutti, dal primo all’ultimo. Patierno non dà spiegazioni superflue, indaga il sentire comune della popolazione, che all’improvviso scopre di avere bisogno di quei derelitti, un esercito di manovalanza, badanti e prostitute.

Persino Golfetto si pente e fa mea culpa, va in chiesa a cercarne qualcuno che forse si è nascosto, non c’è più nessuno. Hai avuto quello che chiedevi, gli dice con tristezza il prete. In mezzo ci sono le storie parallele di Valerio Mastandrea, poliziotto romano con madre trevigiana e di Valentina Lodovini, maestra elementare incinta di un nero, volatilizzato anche lui. Dove siano finiti nessuno lo sa, neppure se mai torneranno. Patierno usa (e osa) il tono della commedia per raccontare in chiave surreale e amara uno dei più grandi deliri dei nostri tempi. Abatantuono è straordinario nella sua megalomania, Mastandrea malinconico ed efficace più del solito.

(Da: cinematografo.it)





"Cose dell'altro mondo" ci diffama. Dal Veneto l'invito al boicottaggio

"Conviviamo con i fondamentalisti islamici, gli zingari, i fancazzisti albanesi: prendete il cammello e andate a casa", urla Abatantuono dallo studio della sua tv, teatro delle sue predicazioni sull'opportunità di un mondo privo di extracomunitari. E quando quel giorno paradossalmente arriva, chiudono i bar, le aziende non vanno avanti, non c'è più nessuno che faccia le pulizie nelle case e sembra ci sia una guerra in corso. La situazione si fa così pesante che Abatantuono non può che pregare: "Falli tornare indietro tutti".

E alcuni cittadini veneti si scatenano sul web. "Boicottate questo film diffamatorio e razzista" scrive un utente; e poi frasi come "voi italiani non siete stato in grado di integrarvi con i veneti perché non riuscite a comprenderli, perché troppo diversi culturalmente da voi" oppure "Abatantuono attore da quattro soldi" o "film finanziato con 1,3 milioni di euro dallo Stato e hanno anche il coraggio di deridere i veneti che li finanziano (involontariamente)". E su YouTube il trailer del film raccoglie più "non mi piace" che "mi piace". Mentre da giorni la stampa locale dedica attenzione al film.

Già prima delle riprese c'erano stati problemi. "All'ultimo momento il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo della Lega Nord aveva negato i permessi per girare lì, fortunatamente concessi dal sindaco di Bassano del Grappa Stefano Cimatti - ricorda il regista Patierno - ironia e cinismo sono le caratteristiche di questa commedia 'cattiva' ma se prima ancora di vedere il film c'è tutto questo rumore, evidentemente ci sono dei nervi scoperti e non è certo colpa mia".

Al centro della storia, sceneggiata dallo stesso Patierno con Diego De Silva e Giovanna Koch, liberamente ispirata al film A day without a mexican di Sergio Arau e Yareli Arizmendi, "c'è una riflessione, a volte più che ironica, sul concetto di integrazione. Che io l'abbia ambientata in Veneto si spiega: è la regione con più alta percentuale di immigrati con permesso di soggiorno". Per Patierno, che rivendica di essere per metà veneto, "queste polemiche preventive sono strumentali. A monte c'è che in questo Paese c'è sempre troppa ideologia e vorrei che una volta visto il film si potesse cambiare idea. Cose dell'altro mondo è molto trasversale e non è classificabile politicamente, parla di una storia di fantasia ma che non guarda in faccia a nessuno su un argomento serio, come l'integrazione, raccontato in modo non serioso. Non a caso - conclude Patierno - la coppia protagonista, Abatantuono e Mastandrea, è di quelle che fanno ridere ma capaci anche di passare in un secondo dalla commedia al dramma".

Prodotto da Marco Poccioni e Marco Valsania per Rodeo Drive (in collaborazione con Medusa e Sky Cinema), Cose dell'altro mondo ha ottenuto anche il riconoscimento di film di interesse culturale nazionale dal ministero per i Beni culturali

(Da: La Repubblica del 4 agosto 2011)

domenica 20 novembre 2011

Il manifesto futurista del cappello italiano



Riprendiamo a parlare del movimento futurista con questo intervento di Anastasia Guarinoni.

Anastasia Guarinoni

Il manifesto futurista del cappello italiano

Nel marzo 1933 nasce il concorso per un cappello futurista, lanciato a nome del Movimento il 5 marzo su «Futurismo», il settimanale romano animato da Mino Somenzi, ove appare anche Il manifesto futurista del cappello italiano, firmato da Marinetti, Francesco Monarchi, Prampolini e lo stesso Somenzi. Il concorso si rivolge a tutti gli artisti italiani, esortando i produttori ad assumersi la fabbricazione dei nuovi modelli. Nella giuria, presieduta da Marinetti, figurano, con un tecnico, i poeti Paolo Buzzi e Corrado Govoni e Umberto Notari, Dottori, Benedetta [Marinetti], Monarchie lo stesso Somenzi. E' prevista l'esposizione dei modelli nella mostra di Torino.

«Il cappello futurista precisa», dice in una nota Somenzi sempre in quel fascicolo di «Futurismo», «la Società futurista». Mentre il manifesto, richiamandosi alla «desiderata e indispensabile rivoluzione dell'abbigliamento maschile italiano» iniziata dal manifesto di Balla del 1914, postula la necessità di un cappello nuovo, antipassatista, e contrario ai neutri e al nero nordici, e invece colorato, funzionale nel senso che, l'uomo, «dovrà illuminarlo, segnalarlo, curarlo, difenderlo, velocizzarlo, rallegrarlo, , ecc.» . Cappelli policromi dunque, e nelle materie più diverse, anche sintetiche e industriali (metalli e tubi neon, compresi).

E il manifesto propone esattamente molteplici «tipi di cappello»: «1. Cappello veloce. (Per l'uso quotidiano); 2. Cappello notturno (Per serata); 3. Cappello sfarzoso (Per parata); 4. Cappello aero-sportivo; 5. Cappello solare; 6. Cappello piovo; 7. Cappello alpestre; 8. Cappello marino; 9. Cappello difensivo; 10. Cappello poetico; 11. Cappello pubblicitario; 12. Cappello simultaneo; 13. Cappello plastico; 14. Cappello tattile; 15. Cappello luminoso-segnalatore; 16. Fonocappello; 17. Cappello radiotelefonico; 18. Cappello terapeutico (resina, canfora, mentolo, cerchio moderatore di onde cosmiche); 19. Cappello autosalutante (mediante sistema dei raggi infrarossi); 20. Cappello genializzante per i fessi che criticheranno questo manifesto» [1]

Il tutto dunque con allegra ironia, e gli allora non facilmente evitabili inni al regime. L'iniziativa per il nuovo cappello italiano , connessa al manifesto, è spinta con molto impegno dal settimanale; e sui numeri seguenti appaiono continuamente notizie relative a consensi. Fra l'altro si segnala l'approvazione di Balla, che promette il «cappello antigas» [2]. Un'adesione di rilievo è naturalmente quella della Ditta alessandrina Borsalino, specializzata, com'è noto, nella produzione di cappelli, alla quale fa seguito quella di un concorrente, il biellese Barbisio [3].

La partecipazione dei cappelli futuristi alla mostra torinese della moda salta per ragioni di tempo, e si progetta allora una mostra specifica, che, immaginata dapprima come circolante fra Roma, Milano e Torino, si realizza in effetti soltanto a Milano nel giugno 1933, alla Galleria Pesaro [4]. Renato Di Bosso, e Ugo Pozzo sono fra i premiati, mentre si segnalano le presenze delle ditte Barbisio, Cervo, Magnani, e del produttore romano Fabrizi [5]. Fra gli espositori si segnala in particolare anche il pittore torinese Aldo De Sanctis, pure premiato e che poi tiene una mostra di suoi cappelli a Viareggio, durante l'estate dello stesso 1933 [6].

[1] Il manifesto è apparso inizialmente, firmato dal solo Marinetti, in «Gazzetta del Popolo», Torino, 26 febbraio 1933.
[2] Giacomo Balla approva il nostro manifesto e promette il modello futurista del cappello antigas, in «Futurismo», a. II, n. 27, Roma, 12 marzo 1933. [3] L'adesione di Borsalino alla campagna futurista per il cappello italiano, in «Futurismo», a. II, n. 28, Roma, 19 marzo 1933; La grande industria biellese del cm. Basilio Barbisio aderisce alla nostra campagna per il cappello italiano e in gara con la ditta Borsalino preannuncia le prime realizzazioni futuriste, ivi, n. 33, 23 aprile 1933; e cfr. anche n. 34, 30 aprile 1933. Motivazioni e notizie relative all'iniziativa sono ivi, n. 29, 26 maggio; n. 30, 2 aprile; n. 32, 16 aprile; n. 38, 28 maggio; n. 39, 4 giugno 1933.
[4] Cfr. S.E. Marinetti inaugura la prima Mostra del cappello futurista, in «Futurismo», a. II, n. 41, Roma, 18 giugno 1933. Notizie e rassegne stampa, ivi, n. 42, 25 giugno; n. 43-44, 9 luglio 1933.
[5] Cfr. Un'altra iniziativa futurista. La mostra del cappello italiano, in «Gazzetta del Popolo», Torino, 17 giugno 1933.
[6] Cfr. Aldo De Sanctis, Cappelli futuristi in funzione, in «Futurismo», a. II, n. 55, Roma, 1 ottobre 1933



IL MANIFESTO FUTURISTA DEL CAPPELLO ITALIANO


La desiderata e indispensabile rivoluzione dell'abbigliamento maschile italiano fu iniziata l' 11 settembre 1914 col celebre manifesto firmato dal grande pittore futurista Giacomo Balla: «Il vestito antineutrale».

Questo vestito sintetico, dinamico, agilizzante con parti bianche parti rosse e parti verdi fu indossato dal parolibero futurista Francesco Cangiullo nelle dimostrazioni patriottiche seguite da violente battaglie di piazza e relativi arresti, che i futuristi romani, guidati da Marinetti, scatenarono contro i professori neutralistinell'università di Roma (11-12 dicembre 1914). Riprendiamo la testa della rivoluzione dell'abbigliamento noi futuristi, sicuri di questa nostra vittoria garantita dall'ormai provata potenza creatrice della nostra razza. Mentre prepariamo il manifesto integrale che sarà firmato da futuristi specialmente incaricati, lanciamo oggi quello particolare del cappello italiano.

Il primato mondiale del cappello italiano è stato per molto tempo assoluto. Recentemente, per esterofilia e per mal intesa igiene, molti giovani italiani adottarono l'uso americano e teutonico della testa nuda. La decadenza del cappello, che ne impoverì il mercato e il vario perfezionamento, danneggiò l'estetica maschile amputando le sagome, sostituendo alla parte avulsa la cretinissima selvaggeria delle zazzere più o meno aggressive, più o meno virili e più o meno dotte.

I combattenti che superarono in eroismo i romani a Vittorio Veneto, nelle piazze squadriste d'Italia e nella Marcia su Roma, non debbono plagiarne la foggia culturale a distanza di secoli e in un clima certamente mutato. I giovani sportivi italiani vincitori a Los Angels debbono ancora vincere anche questo vezzo barbaro che deriva da un sentimentalismo storico balordo.
Affermando quindi la necessità estetica del cappello:

1. Condanniamo l'uso nordico del nero e delle tinte neutre che dànno alle strade delle città di pioggia neve nebbia la fangosa melanconia ferma o precipitante di enormi tronchi pietroni e tartarughe travolti da un torrente marrone.

2. Condanniamo i vari copricapo passatisti che stonano con l'estetica la praticità e la velocità della nostra grande civiltà meccanica, come ad esempio il presuntuoso cilindro che vieta il passo di corsa e calamita i funerali.D'agosto, nelle piazze italiane allagate di abbagliante luce e torrido silenzio, il cappello nero o grigio del passante galleggiano tristi come sterchi. Colore! Occorre colore per gareggiare con il sole d'Italia.

3. Proponiamo la funzionalità futurista del cappello che fino ad oggi servì poco o niente all'uomo e che d'ora innanzi dovrà illuminarlo, segnarlo, curarlo, difenderlo, velocizzarlo, rallegrarlo, ecc.
Creeremo i seguenti tipi di cappello che mediante perfezionamenti estetici igienici e funzionali servano, completino o correggano la linea ideale maschile italiana con accentuazione di varietà, fierezza, slancio dinamico, liricità dovuti alla nuova atmosfera mussoliniana:

1. Cappello veloce. (Per l'uso quotidiano); 2. Cappello notturno (Per serata); 3. Cappello sfarzoso (Per parata); 4. Cappello aero-sportivo; 5. Cappello solare; 6. Cappello piovo; 7. Cappello alpestre; 8. Cappello marino; 9. Cappello difensivo; 10. Cappello poetico; 11. Cappello pubblicitario; 12. Cappello simultaneo; 13. Cappello plastico; 14. Cappello tattile; 15. Cappello luminoso-segnalatore; 16. Fonocappello; 17. Cappello radiotelefonico; 18. Cappello terapeutico (resina, canfora, mentolo, cerchio moderatore di onde cosmiche); 19. Cappello autosalutante (mediante sistema dei raggi infrarossi); 20. Cappello genializzante per i fessi che criticheranno questo manifesto.
Saranno confezionati in feltro, velluto, paglia, sughero, metalli leggeri, vetro, celluloide, agglomerati, pelle, spugna, fibra, tubi neon, ecc., separati o combinati.

La policromia di questi cappelli darà alle piazze solari il sapore di immense fruttiere e il lusso di immense gioiellerie. Le strade notturne saranno profumate e melodiose luminarie correnti tali da uccidere definitivamente la vetusta nostalgia del chiaro di luna.
Sboccerà così l'ideale cappello opera d'arte italiana, insieme rallegrante e polipratico, che intensificando e moltiplicando la bellezza della razza imporrà di nuovo nel mondo una delle più importanti industrie nazionali.

Dato che la nostra bella penisola è la mèta dei turisti d'ogni paese, ci vengono pure a visitare a capo scoperto se loro piace, noi li riceveremo con l'abituale gentilezza, ma calcandoci sulla testa il nuovo cappello italiano per dimostrare loro che nulla esiste più di comune fra la servilità dei ciceroni di cento anni fa e la fiera originalità inventiva dei fascisti futuristi d'oggi.

F.T. MARINETTI FRANCESCO MONARCHI ENRICO PRAMPOLINI MINO SOMENZI

venerdì 18 novembre 2011

Omaggio a Chagall


Riceviamo dal nostro amico Attilio Mangano e volentieri pubblichiamo questo omaggio a Chagall.

Omaggio a Chagall

Marc Chagall nasce a Liosno, presso Vitebsk nel 1887. Dal 1906 al 1909 studia prima a Vitebsk, quindi all'accademia di Pietroburgo, dove è allievo anche di Léon Bakst. Nel 1910 si trasferisce a Parigi. Qui conosce le nuove correnti del momento, particolarmente il Fauvismo e il Cubismo. Si inserisce negli ambienti artistici d'avanguardia. Frequenta tra gli altri Guillaume Apollinaire e Robert Delaunay.

Nel 1912 espone sia al Salon des Indépendants, che al Salon d'Automne. Delaunay lo fa conoscere al mercante berlinese Herwarth Walden, che nel 1914 gli allestisce una personale presso la sua galleria Der Sturm.Il sopraggiungere della guerra nel 1914 fa rientrare Marc Chagall a Vitebsk. Qui fonda l'Istituto d'Arte, di cui è direttore fino al 1920, quando gli subentra Malevich. Si trasferisce a Mosca. Inizia a realizzare le decorazioni per il teatro ebraico statale "Kamerny".

Nel 1923 ritorna a Berlino e successivamente a Parigi. Qui ristabilisce i contatti e conosce Ambroise Vollard, che gli commissiona l'illustrazione di vari libri. Nel 1924 ha luogo una importante retrospettiva di Chagall presso la Galerie Barbazanges-Hodeberg. In seguito, effettua viaggi in Europa e anche in Palestina.

Nel 1933 presso il Kunstmuseum Basel ha luogo una grande retrospettiva. Ma quasi contemporaneamente avviene l'ascesa del nazismo al potere in Germania. Tutte le opere di Chagall vengono confiscate ai musei tedeschi. Alcune figurano nell'asta tenuta alla Galerie Fischer di Lucerna nel 1939. A Chagall non rimane che rifugiarsi in America.

Nel 1947 fa ritorno a Parigi, e nel 1949 si stabilisce a Vence. Importanti mostre gli vengono dedicate dappertutto. Inizia la lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche. Nel 1962 disegna le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz. Nel 1964 realizza le pitture del soffitto dell'Opéra di Parigi. L'anno dopo è la volta delle grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York. Nel 1970 disegna le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo. Di poco successivo è il grande mosaico a Chicago.

Muore a Saint-Paul-de-Vence nel 1985.


mercoledì 16 novembre 2011

Silvio Accame storico e intellettuale

Bologna: Convegno su Francesco Biamonti


Libreria delle Moline, Via Delle Moline 3/A, Bologna

in collaborazione con Associazione Amici di Francesco Biamonti

"da noi il mare sale per rocce e per dirupi con il suo respiro"

Paesaggi, luce e silenzi sospesi sull'abisso: l'officina letteraria di Francesco Biamonti

venerdì 18 novembre 2011 - ore 18.00

sull'opera di Francesco Biamonti, a dieci anni dalla scomparsa

martedì 15 novembre 2011

Nascita di una religione: Steve Jobs o del carattere salvifico della merce


Non ci piace il culto dei santi, a maggior ragione se postmoderni (qualunque cosa significhi questo termine abusatissimo). Il culto nascente di Steve Jobs da parte dell'intelligentsia radicale è solo l'ultimo dei tanti mostri generati dallo stato ormai catatonico del pensiero critico.

Vittorio Giacopini

Merce e magia


Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.

Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).

Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.

Come si spiega quest’autentica epidemia di credulità beota e di devozione? Non so neppure se sia necessario complicare il quadro o semplificarlo. Certo, uno si domanda come diamine sia possibile che nei giorni della Grande Crisi Economica Globale, di Occupy Wall Street, della rivolta del 99% contro Ceo, banchieri, Vampiri del capitale, finanzieri, uno di questi (uno, appunto, dell’1%) poi sia diventato un Santo, anzi un’icona, e anche per i ribelli, gli “indignati”. Una prima risposta è quasi pietosa (nel senso della pietas e della pena). C’è stato un latente moto collettivo di sincera gratitudine mischiata a un larvale senso di colpa. Cosa ha dato (venduto) al mondo il “genio” di Steve Jobs se non una serie di gadget che hanno contribuito a infantilizzare il pubblico in modo quasi automatico e immediato? L’oscura consapevolezza di questa clamorosa dinamica di assuefazione, la non confessata vergogna per questo tornare bambini in versione 2.0, spiega qualcosa (non tutto certamente, ma qualcosa). Poi, sì, è anche un problema di comunicazione (sempre Veltroni ci spiega che Jobs ha “cambiato il mondo della comunicazione”). Ve li figurate i giornali che ormai puntano tutto sull’iPad o sull’iPhone a parlarne male?

Ma siamo ancora nel regno delle apparenze, in superficie (o, detta all’antica, alla sovrastruttura). L’aspetto più impressionante della vicenda sta in un vero sortilegio, strutturale. In morte di Steve Jobs, a farla breve, si è palesato un meccanismo (magico?) vertiginoso: l’annullamento di oltre un secolo e mezzo di pensiero critico. E come se avessimo rimosso i “fondamentali” e davanti al luccichio vezzoso di un iPod di un iPad o di un iPhone ci ritrovassimo a balbettare l’eterno ceci n’est pas une pipe di Magritte. Quando il guru dell’open source Richard Stallman rimprovera a Jobs di aver trasformato i computer in una “prigione cool” per incastrarci sfiora il problema vero ma resta al suo gioco (e poi è un regolamento di conti tra addetti ai lavori). Ceci n’est pas une pipe: l’incantesimo di Jobs (l’incantesimo che Jobs ha incarnato) sta in questa miracolosa scomparsa del carattere di merce dei gadget informatici che vengono percepiti e vissuti come protesi (persino intelligenti) di una soggettività mutante o già mutata.

È la rinuncia alla critica (minimale) dell’economia o a una teoria dei bisogni (elementare). Il web ne sembra come esentato, immunizzato. L’allucinazione o l’abbaglio nascono in questo arresto del giudizio. Nel punto di massimo avanzamento della modernità si retrocede al pensiero magico e il consumatore informatico torna a all’atteggiamento ingenuo di chi al posto della merce scorge il feticcio (e perde di vista rapporti di produzione, sfruttamento, alchimie della finanza, disuguaglianze). Così è naturale che si parli di maghi e di magie. Per capire questa svolta regressiva, oggi come ai tempi di Marx, a metà Ottocento, “dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso” e ricominciare a sfatare l’arcano delle merci, o l’impostura. È semplice e complicato, al tempo stesso. La mistica della rete ci ha fatto dimenticare la fantasmagoria del ‘feticismo delle merci’ e la retorica dell’immateriale è riuscita di fatto a ipnotizzarci. L’effetto non poco paradossale di questo altro tipo di ritorno all’infanzia (un’infanzia “pre-capitalistica”) poi è quello di vedere anche menti piuttosto affilate, sofisticate, inebetirsi dinnanzi a geroglifici improvvisamente vissuti, anzi subiti, come pure evidenze, irrefutabili (o per dirla con Marx come “cose naturali dotate di strane qualità sociali”). Ne viene fuori un’inversione di senso tradizionale quanto inavvertita tra “rapporti sociali” e “rapporti tra cose” e tutto si confonde e si ingarbuglia. Poi – ovvio – è anche questione di Brand, o stregoneria. L’enfasi paracula del marketing Apple sull’“I” (quando Christopher Lasch profetizzava l’avvento del “decennio dell’Io” non aveva davvero ancora visto niente) ha fatto in modo che la confusione tra la cosa e il soggetto si sia fatta definitiva, inestricabile (ed è il soggetto a diventare la protesi ottusa del gadget, una variante). Ceci n’est pas une pipe… La “critica della produzione digitale” (ne accenna Raffaeli nel suo pezzo) dovrebbe ripartire da una banalità di base – i gadget informatici sono “merce” – e dalla demisticazione di questo processo di trasfigurazione o rimozione che li fa cose-non-cose, non-prodotti (l’insistenza sulla “bellezza” di queste cianfrusaglie glamour è sintomatica: come a dire, sono quasi opere d’arte, mica merci…).

Poi resta l’ironia della cronaca, una beffa. Mentre scrivo, decine di migliaia di allucinati sono disciplinatamente in fila alle porte degli Apple-Store in attesa dell’ultimo modello di iPhone, il numero 4. Nello stesso paragrafo del Capitale in cui parla del ”carattere di feticcio della merce” Marx a un certo punto fa una battuta quasi sdrammatizzante. “Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore d’uso potrebbe interessare agli uomini”. Povero passatista, vecchio umanista. Se le merci potessero? Ma possono! L’iPhone 4 pare possa parlare; fa di tutto. È la transustanziazione della forma-merce. Il Feticcio si è fatto Golem, per magia. E ceci n’est pas une pipe, naturalmente.

(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it)


lunedì 14 novembre 2011

Stari most: i ponti uniscono le persone


Diciotto anni fa, la mattina del 9 novembre 1993, le forze dell'esercito croato HVO distruggevano il Ponte di Mostar. Oggi la mezza luna di pietra è risorta, ma in una città diversa.

Dario Terzic

La nuova vita del vecchio ponte

Dicono che i ponti uniscono le persone, le sponde. E noi vogliamo crederci. Spesso i ponti non sono che strade di collegamento, stazioni di passaggio. E sulla romantica e umanitaria dimensione dei ponti sono state scritte poesie, storie, sono stati girati film. Il ponte sul fiume Kwai, il Golden Gate, il Ponte di Avignone, il Ponte di Brooklin, sono tutti ponti con una loro storia.

Il Vecchio ponte di Mostar ha tante storie. Per il semplice fatto che lo Stari most ha più vite.

Si sapeva già molto di questo ponte ancor prima della guerra in Bosnia Erzegovina. Venivano turisti da tutto il mondo per ammirarne la bellezza. D’estate, quando il livello del fiume Neretva è più basso, la mezza luna di pietra, come lo chiamano alcuni, “sale” fino quasi a 30 metri. Un ponte così grande e con un solo arco. Per questo la gente si meravigliava e lo ammirava.

Il Vecchio ponte eterno

La morte del Ponte vecchio nel 1993 è un avvenimento di cui hanno scritto molto i media internazionali. In piena guerra, a Mostar, durante i più pesanti scontri fra l’Armija BiH e l’HVO croato, il 9 novembre la mezza luna di pietra è crollata nella Neretva sotto i terribili colpi dell’artiglieria croata.

Per mesi hanno cercato di distruggerlo. Già durante il primo scontro, quello del 1992, quando l’Armija BiH e l’HVO erano alleati nella lotta contro i serbi di Mostar (i quali, a dire il vero, erano aiutati dall'ex esercito jugoslavo) in città erano stati minati quasi tutti i grandi ponti: Lučki, Carinski, Titov. Le mine erano state posizionate anche sul Ponte vecchio, ma gli ingegneri dell'Armija erano riusciti a toglierle. Così che solo lo Stari most era riuscito a sopravvivere alla prima guerra di Mostar.

Il Ponte era forte ed aveva resistito a tutte le sciagure, fino a quel fatale 9.11.1993. Noi di Mostar lo avevamo sempre considerato eterno, indistruttibile. E come non farlo? Mentre guardavamo attorno a noi come tutto fosse effimero, solo lui rimaneva sempre uguale. Stava lì dal 1566. Non è forse un’eternità?

Il Ponte è quella cosa attorno alla quale è sorta e si è sviluppata la città: generazioni di mostarini sono cresciute insieme al Ponte; ammiravano quel miracolo dell'architettura, i sogni che Neimar Hajrudin era riuscito a trasformare in realtà. I mostarini adoravano la loro città, e per loro le due cose sacre sono sempre state la Neretva e il Ponte che vi passa sopra.

Ma i tempi cambiano. Nel 1992 inizia la vera guerra di Mostar. I musulmani (oggi bosgnacchi) insieme ai croati sconfiggeranno militarmente i serbi che da aprile fino a giugno di quell'anno erano riusciti a tenere la sponda est della Neretva. I serbi lasciano la città e, contemporaneamente, a Mostar arrivano i musulmani scacciati dall'Erzegovina orientale (Gacko, Nevesinje...).

Già allora accade il primo grande cambiamento nella composizione della popolazione di Mostar. Il più drastico accadrà dopo il 9 maggio, cioè dopo l'inizio degli scontri fra croati e musulmani. Decine di migliaia di musulmani di Mostar lasceranno per sempre la loro città per trasferirsi nei Paesi scandinavi, in America, in Canada, in Australia. Nei loro appartamenti, nella parte della città che era sotto il controllo dell’HVO (Mostar ovest), entreranno i profughi croati della Bosnia centrale (Kakanj, Vitez), e di Konjic. Contemporaneamente, i musulmani di Stolac e i musulmani di Mostar che non sono riusciti ad andarsene via si troveranno (non per propria volontà) nella parte est della Neretva, quella sotto il controllo dell’Armija BiH.

La parte est, o Rive gauche di Mostar, come la chiamavano alcuni, era la zona dimenticata di una Mostar sofferente da oltre un anno. Si è vissuto senza cibo, senza elettricità e acqua, sotto continue e intensive piogge di granate.

Le granate portavano odio, e quell'odio era come se crescesse di giorno in giorno. Durante il mese di maggio del 1993 ero ancora sulla sponda destra (croata), e non potevo credere a quanto odio vi si fosse accumulato. In città erano sempre più le persone che non conoscevano Mostar. Niente li legava, né a quella città né a quel Vecchio ponte. Per loro era una semplice costruzione di pietra, anzi nemmeno semplice perché era la “loro”, turca, qualcosa che bisognava distruggere.

La seconda guerra di Mostar è stata particolarmente intensa. La parte bosgnacca (musulmana) era senza armi mentre all’HVO arrivavano i rifornimenti dalla Croazia. Mostar est veniva bombardata giorno e notte.

Tra i bersagli c’era anche il Ponte vecchio. Arrivavano granate dai vari punti occupati dall’HVO sulle colline di Mostar.

La città è stata bombardata dalla collina Hum (dal punto in cui oggi svetta una croce alta 33 metri) e per colpire il Ponte veniva usato un punto chiamato Stotina [centinaio].

La morte dello Stari most

I colpi più forti contro il ponte iniziano l'8 novembre. Di giorno non era possibile avvicinarsi al Ponte. Va detto che il Ponte era per i pedoni. Non era facile attraversarlo, anzi per alcuni era un'arte. Si scivola, si inciampa, si cade. Gradini particolari che impediscono il passaggio delle automobili. Più tardi i rappresentanti dell’HVO diranno di aver colpito il ponte per impedire il transito di armi e munizioni. Una missione impossibile...

Ero sul Ponte con un collega di Radio Mostar, proprio quell’8 novembre. Abbiamo cercato di fotografare il cratere che si era creato a causa dei colpi delle granate. Temevamo la pioggia e la possibilità che quella “Grande ferita“ diventasse fatale, che il Ponte durante la notte potesse crollare.

Hanno continuato con i bombardamenti anche la mattina del 9 novembre. Verso le 10 circa, un collega ansimando è entrato in redazione dicendo: “Non c'è più il Ponte, da torre a torre. L'hanno buttato giù”.

Corro subito verso il Ponte. Arrivo in meno di cinque minuti. Non posso crederci. Centinaia di volte abbiamo usato il detto “è crollato tutto il mio il mondo”. In quel momento pensi che tutta la tua città, la tua infanzia, il tuo passato siano crollati.

E qui inizia il grande silenzio, anche se dalla parte ovest della città si odono spari (i festeggiamenti per la distruzione del Ponte).

Noi che allora eravamo nella parte est di Mostar ricorderemo la notte del 9 novembre 1993 come la notte più dolorosa, la più difficile. La notte degli orrori. Regna un grande silenzio [in italiano nell’originale, ndt]. Solo di tanto in tanto si avverte un grave gemito.

Non ho mai vissuto una cosa del genere e spero di non viverla mai più. La gente passava incredula, guardava nel vuoto e continuava a ripetere: “Non c’è più il Ponte, non c’è più Mostar”.

Tutti erano convinti che questa fosse la fine di tutto… La fine di una città.

Dopo la guerra inizia la ricostruzione del Ponte. In molti erano interessati al progetto, ma alla fine la costruzione del ponte è stata affidata ai turchi. Ben inteso, si tratta di un prestito, non di una donazione.

Il Ponte passa di nuovo sopra il fiume. Il Nuovo-vecchio. È fatto di una pietra del tutto nuova. Quella originale estratta dal fiume non era sufficiente per portare a termine una buona ricostruzione.

I media internazionali hanno provato a creare una storia su come il nuovo Stari most unirà Mostar. Comunque, sia la riva sinistra che quella destra del Ponte si trovano nella cosiddetta parte est (bosgnacca) della città. Nella parte ovest crescono nuove generazioni che non hanno mai visto il Ponte. I turisti continuano ad arrivare da tutto il mondo per ammirarlo.

Tutto è uguale. O forse, è solo un’apparenza...



(Da: http://www.balcanicaucaso.org)

domenica 13 novembre 2011

Francesco Biamonti, Se il mondo risorge



Uno degli ultimi scritti di Francesco Biamonti, apparso su La Stampa nel dicembre 2000. Un messaggio di speranza, ancora più significativo se si pensa che l'autore era già gravemente ammalato.

Francesco Biamonti

Se il mondo risorge

Nel silenzio le cose si rigenerano, si mostrano stranite e foreste, rivelano il loro lato eterno. Silenzi dolcissimi degli uliveti, del cielo che tocca le rocce, silenzi metafisici del mare; del cielo stellato, dell’interiorità dell’amicizia e dell’amore, della speranza e della nostalgia. Sono cose che non finiranno mai e che anzi diverranno fondamentali. Sono state minacciate dall’eccesso di ideologie, oscurate e svilite, ma, con la caduta dello storicismo, torneranno a campeggiare.

Ci sarà un ritorno alle cose stesse? Sì, perché è destino umano abitare un mondo, anche se è destino umano sognarne un altro. Gli scrittori più affascinati dalla storia e dal fare (Malraux, Saint-Exupery) hanno instaurato nel cuore dell’azione l’istante della contemplazione per dare un senso, una forma al contenuto del loro vivere. Hanno in qualche modo sabotato la loro stessa azione.

Una ricerca di valori in un mondo degradato? Che cosa regge in questo secolo che muore? Secolo greve di tirannidi, di sterminii, di ricostituzioni di orde barbariche, di fanatismi, con poche voci sovrastoriche, e inascoltate.

Direi che non regge niente, e per questo si va al fondamentale: mare, cielo, antichità della pietà, antichità della grazia. Il resto sembra un mondo perduto, abbandonato a polverosi fantasmi macchiati di sangue.

Ma qualche sogno sprigiona uno spoglio oggetto di Morandi, un roccia di Cézanne che il cielo frange. Il mondo in qualche modo risorge. Può essere, sfrondate le ideologie, l’alba del millennio?