
La regina Cristina di Svezia e la sua corte
Nel XVI e XVII secolo in barba a tutte inquisizioni (cattoliche e protestanti) un fantasma si aggirava per l'Europa preparando in qualche modo la nascita dell'illuminismo radicale. Non era il solo libro maledetto, ma sicuramente fu il più temuto. In un'altra occasione parleremo del Testamento dell'abate Meslier.
Mario Baudino
Il misterioso Trattato dei tre impostori si riteneva capace di minare la cristianità
Per cinque secoli tutta la cristianità ha cercato avidamente un libro maledetto, che sembrava doverla minacciare dalle fondamenta; un libro che non poteva essere letto ma proprio per questo non poteva essere ignorato. Un libro dal fascino maligno e blasfemo, che personaggi anche insigni sostenevano di aver visto, o almeno intuito, e che si sottraeva continuamente. È il Trattato dei tre impostori , che forse non è mai esistito se non nella fantasia di dotti, prelati e naturalmente liberi pensatori, e che a furia di essere desiderato, come accade ai miti, si è materializzato molto tardi, nel Settecento, quando ormai i tempi erano maturi.
Venne stampato in due versioni molto differenti tra loro, una in francese (1719) e una in latino (nel 1753, ma con una falsa data che lo riportava al cuore della leggenda: 1598), e da allora cominciò a circolare clandestinamente, con grande successo; le polizie di mezza Europa facevano irruzione nelle librerie, gli intellettuali e i collezionisti se lo disputavano: salvo scoprire che si trattava di un testo di critica radicale alla religione come ce n’erano stati molti altri. Il Tractatus de tribus impostoribus sostiene che Mosè, Gesù e Maometto ingannarono il popolo sostenendo per fini politici di aver ricevuto le loro rivelazioni. Il vecchio Marx non la pensò altrimenti.
Il tema è antico, affonda le sue radici nel paganesimo e, per esempio, negli scritti distrutti dei campioni greco-romani della propaganda anticristiana; ma anche nella tradizione eterodossa islamica. E tuttavia, per una cultura basata sul libro, anzi su «un libro» sacro, la vera minaccia, quella mortale, non può arrivare che da un altro libro. Uno solo. Un’intera biblioteca non basta: il vero pericolo è il libro unico, quello che ha la capacità di colpire al cuore, mitico, segreto, irraggiungibile. Se poi non esiste, tanto vale inventarlo, come dimostra il successo di Dan Brown e del suo Codice Da Vinci , tanto per ricordarci che anche in questo campo le novità sono poche.
La caccia al fantasma del Tractatus comincia nel 1239, quando il papa Gregorio IX scrive un’enciclica contro Federico II imperatore, lo «stupor mundi» in fiera lotta contro Roma. Il tono non è particolarmente gentile. Lo accusa per esempio di essere «uno scorpione che sputa veleno dal pungiglione della sua coda». Ma è ancora il meno. Questo «flagello di re» secondo cui «non si dovrebbe credere nulla che non sia dimostrabile con la forza e la ragione umana», incalza il Papa, «ha affermato apertamente che il mondo intero è stato ingannato da tre impostori, Gesù Cristo, Mosè e Maometto».
Si tratterebbe dunque solo di un’affermazione: da quel momento però si diffonde la leggenda che queste parole siano state scritte e argomentate in un libro, probabilmente per mano di Pier delle Vigne, consigliere del sovrano finito male e posto dall’Alighieri nel girone infernale dei suicidi. Molti dicono di averlo visto, e magari sfogliato. Viene usato come clava per screditare gli avversari, attribuendone loro il possesso o addirittura denunciandoli come autori (accade per Machiavelli e per l’Aretino): e tuttavia non se ne trova una copia. Nel Cinquecento, tra Riforma e Controriforma, sembra sia dappertutto: lo si cerca in Italia, in Germania, in Inghilterra; lo si segnala in mano a celebri riformatori finiti quasi tutti sul rogo.
Dagli atti del processo per omicidio contro Christopher Marlowe, il drammaturgo dell’età elisabettiana secondo solo a Shakespeare, emergono testimonianze che gli attribuiscono convinzioni atee del tutto in linea con quel che si sapeva - o si supponeva del Tractatus . Nel Seicento un filosofo come Tommaso Campanella sostiene di possederne una copia appartenuta a un celebre eretico fiorentino, e Cristina di Svezia, la battagliera regina che abdica nel 1654 per dedicarsi ai viaggi e alla ricerca di opere d’arte e manoscritti, offre lautissime ricompense a chi glielo farà avere. Attiva la corte che l’ha seguita a Roma e riesce a trovarne traccia. Sembra anzi che un suo fedele diplomatico, Johan Adeler Salvius, ne sia addirittura venuto in possesso. Colto da rimorsi in punto di morte ordina che venga bruciato davanti ai suoi occhi; e la regina, che si era precipitata al suo capezzale, resta a bocca asciutta.
Eugenio di Savoia, grande condottiero e grande bibliofilo, ha maggior fortuna: attraverso il suo aiutante di campo attiva il filosofo Gottfried Leibniz, che nella biblioteca di un erudito da poco scomparso riesce a vedere, sotto la sorveglianza del figlio, il libro maledetto. Il principe lo acquista - ora è alla Biblioteca Nazionale di Vienna - ma è un manoscritto di poche pagine, una mezza delusione. Lo storico francese Georges Minois ha messo ordine, in un bel volume pubblicato da Rizzoli ( Il libro maledetto ) nella sterminata molte di testimonianze e riferimenti spesso contraddittori . E’ una storia molto studiata dagli specialisti, e non da ieri (Voltaire, per esempio, ne scrive in toni vagamenti scettici): è abbastanza tortuosa da essere difficilmente riassumibile, e talmente visionaria da rappresentare un grande mito - anche se clandestino - del nostro Occidente.
Alla fine, il Tractatus venne attribuito al filosofo Baruch Spinoza; era un’accusa strampalata, anche se è vero che dalla sua cerchia uscì il testo che venne poi stampato come tale e dunque materializzò un’antica chimera. Leggendolo oggi, ma l’effetto deve essere stato immediato, si scopre che non c’è nulla di diverso dagli argomenti critici che storicamente, in un’Europa molto meno monolitica di quanto si ami pensare, sono stati di volta in volta formulati contro le religioni in genere e il cristianesimo in particolare. E non solo in Europa: c’è un Tractatus , rivela Minois, ben più vecchio dell’enciclica di papa Gregorio.
E’ un testo arabo di un certo Abu Tahir, capo di una setta dissidente, redatto intorno al 1070, che dice: «In questo mondo tre individui hanno corrotto gli uomini: un pastore, un medico e un cammelliere». Sono sempre loro, i tre protagonisti di questa storia segreta e di innumerevoli scritti proibiti. Fra tanti, però, un solo libro è riuscito a essere quello davvero «maledetto», in grado di evocare tutta la potenza del demonio: la sua forza, irresistibile e unica, era quella del fantasma.
(Da: La Stampa del 2 agosto 2011)