TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 gennaio 2012

Libro e fumetto, fascista imperfetto



Il sogno, si sa, rappresenta l'ultimo avamposto della libertà. Per questo ai regimi totalitari i sogni non piacciono. E il fascismo non fa certo eccezione.

Luca Raffaelli

Da Topolino a Mandrake le censure del regime


Nella rubrica dedicata ai disegni dei lettori, il 27 aprile del 1939 il giornale Topolino pubblicò un disegno intitolato "casa di campagna", eseguito da Anna Maria Mussolini di anni 9, Via Nomentana n. 70 Villa Torlonia. Era accompagnato da un commento: «Siamo fieri di presentare in questa pagina il disegno qui riprodotto inviatoci dalla piccola Anna Maria Mussolini, figliuola del nostro Duce». Questo si sapeva: i figli di Mussolini amavano i fumetti e i film di Disney. Ed è storia che la famiglia Mussolini incontrò due volte il creatore di Topolino a Villa Torlonia, accogliendolo calorosamente. Ma fino all' uscita di questo saggio fondamentale, scritto in alcune pagine come si trattasse di un' avventurosa caccia al tesoro, non si conoscevano i retroscena di un capitolo fondamentale della storia del fumetto italiano: quello che ha portato il MinCulPop del fascismo a vietare nella seconda metà degli anni Trenta tutti i fumetti statunitensi. Tutti: Flash Gordon, Cino e Franco, Mandrake, L' Uomo Mascherato, eccetera eccetera, con una sola deroga: il fumetto targato Disney.

Eccetto Topolino, scritto da Fabio Gadducci, Leonardo Gori e Sergio Lama (430 pagine riccamente illustrate, 35 euro, Nicola Pesce editore) basa molte delle sue pagine sullo studio delle lettere trovate negli archivi di Guglielmo Emanuel, antifascista che si era dimesso da inviato speciale del Corriere della Sera a metà degli anni Venti, quando l' allontanamento del direttore Albertini rese chiaro il cambio di rotta del quotidiano. Si ritrovò così ad essere l' agente italiano del KFS, ovvero il King Features Syndicate, l' agenzia (tuttora esistente) che vendeva in tutto il mondo articoli, rubriche e soprattutto fumetti usciti sui giornali del magnate William Randolph Hearst. Tra questi ultimi tutti i più famosi usciti in Italia negli anni Trenta su L' avventuroso dell' editore Nerbini, sul Topolino di Mondadori su L' audace di Lotario Vecchi, e su decine di altre testate. Le fotografie delle edicole italiane di quei tempi proposte nel saggio sono impressionanti: i fumetti sono i protagonisti assoluti, con i loro sogni d' avventura, il loro fascino colorato e immediato. E come sempre, quando un nuovo fenomeno stravolge i gusti adolescenziali, ecco la pronta reazione del mondo adulto. Eccetto Topolino spiega scrupolosamente come l' intervento del MinCulPop sia stato anticipato da convegni e articoli in grande stile. I giornaletti sono diseducativi, si diceva e scriveva, perché danno spazio all' immagine, perché non parlano della realtà, perché sono americani e quindi razzisti, con eroi biondi e traditori bruni, perché non fanno vibrare «i piccoli lettori al soffio di questa atmosfera nuova palpitante di grandezza e di gloria». Gugliemo Emanuel (che verrà poi descritto da Indro Montanelli come «un signore di vecchio stampo: amabile, sorridente, conversatore brillante e perfetto uomo di mondo») aveva partecipato al sogno del fumetto statunitense in Italia con competenza e lungimiranza, comprendendo i motivi del successo di quelle strisce colorate. Quando quel sogno si spezzò fu per lui un disastro anche economico: dai 12000 dollari l' anno le vendite passarono nel 1938a 54 dollaria settimana (per tre serie disneyane).

Il volume riporta (anche fotograficamente) i vari ordini del MinCulPop e i tentativi delle case editrici di trovare escamotage per mantenere l' interesse dei lettori e riuscire a pubblicare le strisce italianizzate, censurate e corrette. Mandrake divenne Mandrache, Phantom L' uomo Mascherato, Brick Bradford Guido Ventura. Ma tra successi e fallimenti, responsabili costretti all' esilio e protagonisti del fumetto scomparsi nelle tragedie della guerra, si vivono in queste pagine alcuni momenti esilaranti, come quando Emanuel nel 1940, stremato dalla censura fascista che chiede anche la soppressione di fumetti con donne procaci, propone all' editore Nerbini di sostituire Dale e Lita, le fanciulle che appaiono in Flash Gordon, con due bambini (ritoccando il disegno, ovviamente): «Le proporzioni delle due ragazze sono più ridotte di quelle degli uomini e questo faciliterebbe la trasformazione, limitandola al vestito e ai capelli. In tal modo sarebbe evitato qualsiasi appiglio di critica e viceversa rimarrebbe in vita l' avventura e la lotta di Gordon col suo terribile avversario Ming».

(Da: La Repubblica del 10 gennaio 2012)





Fabio Gadducci - Leonardo Gori - Sergio Lama
Eccetto Topolino
Lo scontro culturale tra Fascismo e Fumetti
Nicola Pesce editore, 2011
35 euro

lunedì 30 gennaio 2012

Il pittore e lo sciamano: Jackson Pollock



Cento anni fa nasceva il padre dell'Action Painting. La sua pittura fu influenzata dai rituali navajo, in cui la rappresentazione simbolica del cosmo è una via per ricongiungersi agli antenati mitici, i custodi del sacro.

Renato Barilli

Pollock che andò a scuola dai Navajos



I centenari sono pretesti alquanto drogati e artificiosi, ma vale la pena accoglierli quando ne sia oggetto un artista di straordinaria potenza come Jackson Pollock (Wyoming, 1912, Long Island, 1956), colui che rappresenta l’emergenza assoluta degli Usa nel secondo dopoguerra, capace di fondere in sé un’eredità profonda dalle radici della propria terra con una fecondazione di fermenti provenienti dal Vecchio Continente.

Il padre di Jackson era amministratore delle riserve indiane in cui l’artista da giovane lo seguiva, e incontrava con stupefazione i riti tribali, come per esempio il tracciare serpeggianti ghirigori colando dell’argento fuso sulla sabbia. Era già un invito a uscire fuori dal «quadro» caro alla tradizionale occidentale, ispirandosi invece ad enigmatiche figure totemiche. Su questo tronco fecondo Pollock seppe anche innestare una vivace tradizione nordamericana, prendendo lezione da un pittore di provincia, Thomas Benton, che era un figurativo ad oltranza, pronto a riempire le sue tele di una folla di personaggi, che però già si cancellavano per troppa pienezza.


Poi Jackson, nel 1929, si porta a New York, ed è un disoccupato assieme a tanti altri giovani, travolti dalla grande crisi di quegli anni, cui però reca sollievo l’illuminato progetto del New deal roosveltiano, capace perfino di dare lavoro agli artisti, commissionando loro l’esecuzione di grandi murali. Se ne dovrebbero ricordare, gli amministratori di oggi, seguendo questo fecondo incitamento e dando davvero corpo alla cosiddetta arte pubblica, destinata altrimenti a restare una vana chimera.
Dire muralismo, significava collegarsi al fenomeno più forte e vistoso partorito allora dal continente americano, ma non nella versione yankee, bensì in quella latino-americana dei grandi messicani, non tanto il troppo colto Diego Rivera, quanto i più cupi e tragici Orozco e Siqueiros, meglio intonati ai drammi di quei tempi.

Però, pur nutrendosi di queste valide soluzioni di ordine figurativo, Pollock non intende affatto rimanerne prigioniero, in fondo la sua generazione intuisce che si sta ormai marciando verso la deflagrazione nucleare, e dunque i contorni, i perimetri di cose e persone non «tengono» più, bisogna darsi a una feroce opera di de-semanticizzazione. Ebbene, su questa strada, ecco giungere un provvidenziale influsso dai nostri «vecchi parapetti», grazie al movimento che anche da noi aveva provveduto a liquefare le icone descrittive, il Surrealismo, almeno in una sua faccia, attraverso le varianti firmate da Mirò, Masson, Tanguy. Qualche collega del Nostro aveva provveduto di persona a traghettare quei germi per impiantarli sul tronco sano e fecondo d’oltre Atlantico, si pensi all’olandese Willem De Kooning e all’armeno Arshile Gorky, che sono in prima linea con Jackson nel compiere una simile fusione dei corpi. È come dire che la ricezione delle figure subisce un ritmo accelerato, ovvero si passa a una sorta di stenografia, spariscono le sembianze di senso compiuto, tradotte in una serie di tratti grafici impazziti.

C’è comunque una fase, nei primi anni ’40, in cui il tormentato lavoro del nostro artista si presenta proprio come un combattimento tra immagini che tentano di resistere, magari abbarbicandosi all’andamento sintetico e riduttivo di un totem, e un processo di fusione che le sta sgretolando. Dipinto tipico di questa fase, La lupa, 1943, in cui la figura totemica tenta di resistere alle forze che la aggrediscono ai fianchi.



Arte sacra navajo

Ma finalmente, dal 1947 in poi, quella sorta di fusione, o forse più, di fissione delle ultime sopravvivenze iconiche, ha partita vinta, l’artista si ricorda degli insegnamenti ricevuti dai Navajos e come loro passa a sgocciolare direttamente il colore dal barattolo camminando sulla tela per essere sicuro di saturarne ogni tratto.

Nasce così la fase del «dripping», che è anche una piena intuizione di come il nostro universo sia solcato da un’infinita ridda di onde elettromagnetiche, da una ragnatela gigantesca, invisibile ad occhio nudo, ma compito di ogni artista è proprio di visualizzare quanto sarebbe invisibile ai sensi. Si pensi a certe rapine raffinate in cui il ladro si vale di un apparecchio che gli fa apparire appunto il reticolo dei raggi laser da cui scatterebbe l’allarme. Pollock visualizza per noi la fitta trama che ormai ci avvolge, e che del resto invita anche a risalire verso un universo di «nutrimenti terrestri», cioè verso una giungla vera e propria, stringente con le sue liane. Tutto questo viene redatto dall’artista in decine di esemplari, fino a una vetta suprema, i Pali azzurri del 1952.

Ci sono ancora dei limiti, in quel passeggiare sopra la tela e farvi colare in diretta il colore, non per nulla nell’etichetta che lo connota, «action painting», sussiste qualche contraddizione tra i due termini. L’azione di per sé non conoscerebbe confini e vorrebbe sottrarsi ai vincoli della pittura, condannata a stare entro una superficie. Questo fu allora il limite storico di Pollock, e con lui dei vari comprimari dell’«action painting», al pari dei colleghi europei, addetti a quanto venne anche detto Informale «caldo», cioè ribollente qui e ora, e dunque ingolfato in una residua sopravvivenza nel «quadro».

Non per nulla quelle enormi tele istoriate col «dripping» erano fatte per essere in seguito issate sulle pareti, attaccate al muro. Ma è bene che le cose siano andate così, la storia ha i suoi tempi e ritmi, doveva rimanere aperto lo spazio per generazioni future che dall’Informale «caldo» sarebbero passate a una versione «fredda», ovvero svincolata dalla superficie. Da noi, Fontana stava intuendo che occorreva squarciare la tela e andare oltre. Un limite di Pollock, invece, fu di rimanerne prigioniero, ma di agitarvisi dentro come furioso animale in gabbia, consumandone in breve ogni potenzialità. Forse, raggiunto l’acme, egli cominciò a decelerare, e non sapremmo che cosa sarebbe successo se un malaugurato incidente d’auto, nel 1956, non ne avesse interrotto il percorso comunque fondamentale e decisivo.

(Da: l’Unità del 29 gennaio 2012)

domenica 29 gennaio 2012

Guido Araldo, Amanti in erba


Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.

Guido Araldo

Amanti in erba

(Sesta puntata de "Il serpente corallo")

Il commissario si accinge a raggiungere l’ufficio del giudice, per riferirgli che non c’è nessun pazzo in libera uscita intento a disseminare in città serpenti velenosissimi, quando lo aggiunge l’ispettrice Mariangela e lo informa:
C’è una signora con la figlia che vorrebbe parlarti. L’ho fatta accomodare nel tuo ufficio.
La signora è bassa e tarchiata, nera d’abito, scura in volto, nelle pupille, in tutto. I capelli neri con venature grigie sono raccolti in un “puciu” sulla nuca. Si trascina appresso una giovane slavata, biondina, probabilmente ossigenata, paffutella, pesantemente imbellettata con troppi orecchini alle orecchie e un piercing vistoso nel labbro inferiore.
La signora non perde tempo. Dopo sommarie presentazioni e dopo essersi seduta davanti alla scrivania del commissario, esorta la figlia rimasta in piedi:
Avanti, racconta ciò che hai visto!
Ma un minimo di spiegazione è necessaria:
Questa stupida oca si apparta con i ragazzini e so io per cosa fare! Sozzona! Zoccola di una zoccola!
Immediata la protesta:
Non è vero, mamma!
Stai zitta puttana! Sei una cagnetta in calore. Lo so ben io!
Il commissario si sente in dovere d’intervenire:
La prego, signora, lasci parlare sua figlia. Che cosa hai visto Samantha?
Quindici giorni fa circa, non ricordo bene il giorno, ero in riva al fiume in compagnia di Osvaldo, un mio compagno di classe. C’eravamo andati in motorino
La mamma ha una gran voglia di picchiarla e, infatti, alza la mano che ovviamente trattiene.
Te l’ho detto mille volte che non voglio che tu salga sui motorini degli altri. Ma tu no! Sei testona! Tutto quello che ti dico, ti entra da un orecchio e ti esce dall’altro! E dimmi, che ci sei andata a fare in un posto appartato come le rive del fiume con Osvaldo. Ah, che troietta!
Mamma, sono vergine, e tu lo sai!
La mamma s’inalbera:
Ah, questo proprio io non lo so! Lo dici tu, mai io non lo so! Ma sappi che se vieni a casa con la pancia, papà ti ammazza, quant’è vero Iddio! Hai quindici anni e certe cose non puoi e non le devi fare!
Signora, adesso basta! Si calmi! – più che un ordine, è un urlo del commissario.
Poi, con calma, si rivolge alla ragazza:
Che cosa è successo in riva al fiume? Raccontami!
Niente! C’era un signore con una valigetta: zappettava, prendeva qualcosa.
E tu conoscevi questo signore?
No! Non lo conoscevo, non l’avevo mai visto prima!
E allora?
Ho visto la sua foto sui giornali, c’era scritto che lo hanno ammazzato con il morso di un serpente velenosissimo, e l’ho detto alla mia mamma.
Il commissario trasale, sobbalza e trattiene a stento un’espressione colma di stupore.
Samantha ribadisce:
Ne ho parlato alla mia mamma.
La mamma precisa:
Ho preteso voluto che venissi a riferirglielo.
Complimenti signora! – la elogia il commissario
La mamma si affretta a spiegare:
Eh, sapesse! Non ne ho parlato a mio marito. Lui non avrebbe gradito che venissimo qui, assolutamente! Ma io, con questa storia in testa, non ci dormivo più di notte e anche di giorno. Insomma, non stavo tranquilla! Alla televisione ho sentito storie di ragazzine scomparse nel nulla o ammazzate per aver visto, senza volerlo, cose che non dovevano.
La signora è visibilmente preoccupata:
Mi raccomando, signor commissario, non dica niente a mio marito: quello è capace di ammazzarmi di botte!
Stia tranquilla, signora, suo marito non saprà nulla di questo incontro!
Il sospiro di sollievo è palese.
Ho pregato tanto la Madonna di Mediugorije, che appare a delle pastorelle! E lei mi ha fatto incontrare un commissario comprensivo!
Mi sapresti indicare – domanda il commissario rivolto alla figlia – il luogo dove quell’uomo zappettava?
La figlia scuote il capo con determinazione:
No! Non conosco quel posto! Mi ci porta Osvaldo, con il motorino.
E, pertanto, non sapresti trovarlo!
No! Proprio non saprei trovarlo!
I ragazzi stanno sfaccendati davanti alla sala giochi: sono una mezza dozzina, un piccolo branco di bestioline sperdute nella città, con i loro motorini dai motori sicuramente truccati.
Al commissario non è stato difficile trovarli e non è un’impresa da cacciatore d’orsi polari, in base alla descrizione di Samantha, individuare Osvaldo. E’ pieno di piercing, dappertutto: sul naso, sul mento, nelle orecchie, sulle arcate sopraciliari, fors’anche nel buco del culo. C’è il rischio, se passasse accanto a un potente magnete, d’essere attratto come un ammasso di ferraglia. Nel vedere quei cani sciolti, autentici “can da pajé”, il commissario s’interroga: “Ma che razza di famiglia hanno simili ragazzi? E i genitori, che tipi sono?”
Gli si avvicina con passo veloce e s’informa:
Sei tu Osvaldo?
Che cazzo voi?
Ti andrebbe di fare quattro chiacchiere, con me davanti ad una fresca bibita?
Immediata la reazione: Osvaldo, giovane allampanato e pustoloso, sale sullo scooter e parte a razzo. Non va lontano! A chiudergli la strada provvede una “volante della Polizia”, con a bordo gli agenti Somenzi e Dadone.
Preclusa la fuga, il giovane abbassa la cresta e quasi piange nel domandare:
Ma che cosa volete da me?
Il commissario si affretta a spiegare accomodante:
Soltanto parlarti! Hai due possibilità: venire con me al bar qui vicino e berti una bibita; oppure seguirmi in commissariato, dove sarà necessaria la presenza di tuo padre, e sarebbe opportuna anche la presenza di un avvocato.
Ma io non ho fatto niente!
E allora ci rivediamo in commissariato!
No, no, per carità!
Al bar il giovane s’informa:
Potrei bere una birra?
Quanti anni hai?
Diciotto!
Cominciamo male, mio caro Osvaldo! Niente bugie! Una Coca-Cola va bene?
Ok!
E adesso raccontami chi hai visto lungo il fiume a zappettare e, soprattutto, dove lo hai visto!
Io non ho visto un bel niente!
Diamine, Osvaldo, allora non hai proprio capito!
E’ la pura verità, signor commissario! Io non ho visto proprio niente! Samantha era andata a pisciare dietro ad un cespuglio e ed è stata lei a vedere quel signore che hanno ammazzato facendogli assaporare i denti di un serpente.
Che ci facevate lungo il fiume?
E me lo chiede, signor commissario?
Osvaldo ride palesando una dentatura devastata dalle carie, poi esclama:
E’ un uomo anche lei!
Il commissario prova a stuzzicarlo:
Samantha assicura che è vergine!
Il giovane sembra scacciare un’invisibile mosca, per come sventola la mano.
Oh sì, vergine lo sarà pure, ma è la più gran pompinara che conosco. Lo sa che cosa ha fatto il giorno del suo compleanno, sotto il naso di quell’arpia di sua madre?
Che cosa ha fatto?
Non riesce a immaginarlo?
No!
Ci ha fatto un bel “succhiotto” a tutti quanti, ed eravamo in cinque! L’avesse vista quella vacchetta come si dava da fare!
Ah, però!
Osvaldo non è uno stupido:
Adesso vorrà sapere dove eravamo lungo il fiume!
Certo proprio di sì!
All’ansa del Nibbio, dove il fiume si allarga a formare una specie di laghetto.
So dov’è, grazie Osvaldo!
Un’esortazione, probabilmente inutile:
Non bere birra e non fumare spinelli!

continua


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 28 gennaio 2012

La Cina è vicina



"La Cina è vicina", così si poteva leggere sui muri delle nostre città negli anni Sessanta. Oggi quell'ingenua speranza è diventata realtà. La Cina ci è veramente vicina. Anzi, in molti casi, ci ha pure superato. Incidenti mortali, suicidi, inquinamento ambientale, sfruttamento bestiale dei lavoratori: queste le caratteristiche del miracolo economico made in Pekino.


Paolo Salom

Apple, la Cina e i costi umani per iPad e iPhone


PECHINO - Semplici eppure geniali. Oggetti di cui non si può più fare a meno: iPad, iPod, iPhone, per citare soltanto i più noti, i più apprezzati, i più rincorsi. Oggetti dalle linee pulite entrati nell’immaginario collettivo. Tecnologia cult che contribuisce a modificare il nostro stile di vita. Ma anche, come un moderno, perverso contrappasso, lo stile di vita chi li produce in conto terzi, ovvero milioni di lavoratori cinesi costretti a rispettare turni estenuanti in condizioni che nessuno, in Occidente, potrebbe nemmeno figurarsi, tanto meno accettare. È il New York Times a far cadere un velo che, per la verità, appare davvero sottile, su una realtà al limite dell’incredibile con una lunga e dettagliata inchiesta cui, finora, la Apple, principale committente di prodotti che ne hanno decretato l’inarrivabile successo degli ultimi dieci anni (utili a 13 miliardi di dollari), non ha voluto replicare ufficialmente.

L'INCHIESTA- Questa realtà parla di incidenti, spesso mortali, nelle differenti aziende che lavorano per il gigante americano dell’elettronica stilosa. Con un’attenzione particolare alla Foxconn, se non altro perché è la più grande fabbrica della Repubblica Popolare (un milione e 200 mila tra operai e addetti) che, oltre a quelli della Apple, assembla i prodotti di industrie come Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Nintendo, Nokia e Samsung. La Foxconn, entrata nelle cronache per una «epidemia» di suicidi tra i suoi dipendenti, ha il suo centro nevralgico a Chengdu, metropoli di 12 milioni di abitanti nella provincia del Sichuan, ma ha fabbriche ovunque in Cina e, scrive il New York Times, dai suoi capannoni esce il 40% di tutti i prodotti di elettronica venduti nel mondo con svariati marchi.

TURNI MASSACRANTI- Ma i «gioielli» restano ovviamente i colorati oggetti partoriti dal genio del compianto Steve Jobs. Che probabilmente ignorava le condizioni in cui venivano realizzati se è vero che, in passato, aveva lodato la struttura produttiva cinese: «Le loro fabbriche hanno mense, cinema, piscine», aveva detto durante un convegno. Vero, verissimo. Soltanto che il prezzo pagato dai lavoratori è al di là di ogni immaginazione (occidentale). Basta leggere il cartello che mette in guardia gli operai, come una riedizione del dantesco «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Dice: «Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani». Poi il New York Times elenca con precisione come lavorano i dipendenti: turni sulle 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno, senza potersi mai sedere, punizioni per i ritardatari, costretti a scrivere umilianti lettere di scuse, dormitori affollati all’inverosimile.

LA DIFESA- La Foxconn si difende negando di «maltrattare gli operai» e anzi affermando di «rispettare le leggi della Repubblica Popolare». D’altro canto, la Apple ha varato un codice di condotta aziendale che vieta di servirsi di fornitori che impongano condizioni disumane ai dipendenti. Evidentemente, fa capire il New York Times, non sempre queste condizioni vengono verificate puntualmente. Altrimenti la Foxconn non sarebbe tra i fornitori della Casa di Cupertino. Quando il britannico Mail on Sunday ha pubblicato un'inchiesta sui metodi impiegati in un impianto della Foxconn a Shenzhen (turni infiniti e persino punizioni fisiche, come l’obbligo di fare flessioni in stile caserma), alcuni dirigenti della Apple si sono detti «scioccati: non sapevamo che cosa succedesse davvero in Cina, tutto questo deve essere cambiato».

«APPLE NON SI PREOCCUPA» - Nella realtà, poco può essere modificato seguendo la logica del profitto imposta dall’industria fondata da Jobs. Perché i margini per il fornitore sono esigui e possono aumentare soltanto riducendo i costi di produzione. In Cina questo viene fatto a spese dei lavoratori, costretti a turni inaccettabili, a utilizzare prodotti chimici pericolosi, a subire soprusi per lavorare di più e meglio. «Una volta che la Apple ha scelto un fornitore - spiega al New York Times un anonimo (ex) manager - difficilmente si preoccupa se il codice di condotta è rispettato come garantito prima di firmare il contratto». Essenziale, prima di tutto, è che iPod e iPad siano a regola d’arte. O che gli iPhone piacciano al pubblico. Che nulla sa del sudore e della sofferenza nascosti nei circuiti interni.

(Da: Il Corriere della sera del 26 gennaio 2012)







Philippe Grangereau

Apple, la mela avvelenata

Tongxin, una piccola borgata situata nella zona industriale di Kunshan, ad una sessantina di chilometri da Shanghai, ha la sfortuna di trovarsi a due passi dalle fabbriche di due subappaltatori di Apple, Unimicron Electronics e Kaedar Electronics. Queste grandi aziende, con parecchie migliaia di operai ciascuna, producono gli involucri per i computer Apple, usando dei prodotti tossici che sono in parte rigettati nell'acqua e nell'aria. Un immondo ruscello nero come l'inchiostro separa Tongxin dai muri immacolati degli edifici ultramoderni di Kaedar.

" Possiamo utilizzare l'acqua del pozzo per lavare i panni, ma è troppo inquinata per la consumazione", ci dice la signora Zhang, un'abitante, appoggiando un secchio che ha appena tirato sul puteale. Col mento, ci indica un lavandino nel cortile di casa sua: " Usiamo l'acqua di questo rubinetto per cucinare, ma non sono sicura che sia più pulita. " Sua nuora, che regge un bimbo per la mano, opina sottolineando che la notte, Kaedar ed Unimicron rilasciano dei gas che irritano la gola e provocano giramenti di testa. "I bambini tossiscono, è per ciò che chiudiamo le finestre", conferma un vicino che assicura che può riconoscere, dall'odore, quale fabbrica è all'origine delle emanazioni che respira .

Questa parte di Kunshan, una volta, era una risaia. Nel giro di dieci anni, è diventata una zona industriale senza fine in cui s'incrociano le autostrade. I villaggi sono interamente scomparsi, eccetto alcuni, come Tongxin, che sopravvivono in buchi che sembrano talvolta delle discariche. I contadini di una volta hanno trasformato le loro case di campagna in dormitori che affittano alle moltitudini di operai migranti di questa fabbrica del mondo al servizio di tutte le principali marche internazionali. Sulla porta di una capanna affittata ad un gruppo di lavoratori che si danno il cambio per dormire su un unico letto, uno di questi nuovi proletari ha scritto il carattere "ren" che significa "sopportare la sofferenza."

Il tasso di mortalità tra questi paesani è notevolmente superiore alla media nazionale. Dal 2007, nove dei 60 abitanti di Tongxin sono deceduti di cancro. Questa statistica è stata rivelata a settembre, da una piccola ONG di Pechino, l'Istituto degli Affari Pubblici e dell'Ambiente (IPE), in un rapporto intitolato "L'altra faccia di Apple". Esempi all'appoggio, questo documento accusa il gigante americano di sapere per certo che la fabbricazione dei suoi iPad, iPhone ed altri prodotti emblematici della marca genera un "enorme volume" di rifiuti tossici, ma di non agire di conseguenza.

Apple, che ha la particolarità di non essere proprietario dei propri stabilimenti, fa fabbricare la maggior parte dei suoi prodotti da una ventina di subappaltatori cinesi, di cui la multinazionale americana tace l'identità invocando il segreto commerciale. L'IPE ha tuttavia stabilito che Kaedar ed Unimicron forniscono Apple, ed assicura che queste fabbriche rappresentano un rischio per la salute dei residenti. "È sempre molto complicato stabilire un legame diretto tra un tipo di inquinamento e la o le malattie che genera, riconosce Ma Jun, il direttore dell'IPE. Ma ciò che è certo, è che gli abitanti di Tongxin sono effettivamente esposti ai rigetti di Kaedar ed Unimicron. »

La loro nocività è stata dimostrata da quando sono state adottate, a più riprese dal 2006, delle sanzioni contro Kaedar , e di nuovo, all'inizio di novembre, da parte dell'Ufficio di Protezione dell'Ambiente del governo locale di Kunshan. Tuttavia, le sanzioni sono clementi. Nel 2006, gli inquirenti ufficiali hanno scoperto che Kaedar "scaricava dei rifiuti liquidi non trattati in quantità eccessive". Ma la multa non ha superato l'equivalente di 10 000 euro. A novembre, l'Ufficio di Protezione dell'Ambiente, che ha rilevato delle emanazioni tossiche, ha fatto chiudere momentaneamente parecchie catene di montaggio, ma senza darne la ragione esatta, e senza divulgare l'informazione avuta sulla natura e le quantità di prodotti pericolosi scaricati nell'acqua o nell'atmosfera.
La trasparenza non è neanche il forte di Apple. Alan Hely, uno dei suoi portavoce, rifiuta di rispondere a domande specifiche rivolte da Liberation riguardo ai subappaltatori della società, ma assicura che loro aderiscono "per contratto" ad un "codice di condotta" imposto da Apple. Secondo questo contratto, i "procedimenti di fabbricazione" hanno il dovere di essere "rispettosi dell'ambiente ". La multinazionale afferma avere effettuato questo anno 127 ispezioni dai suoi subappaltatori "nel mondo", ma non fornisce cifre che riguardano la Cina.



Apple riconosce tuttavia, nelle sue statistiche globali, che nel 31% dei casi, le fabbriche dei suoi fornitori emettono nell'aria dei prodotti sopra le norme, e nel 11% dei casi per quanto riguarda i rigetti liquidi.

Durante l'inchiesta indipendente condotta dall'IPE all'inizio dell'anno, una dozzina di abitanti di Tongxin si era inginocchiata davanti a Ma Jun, supplicando il direttore dell'ONG di aiutarli a fermare l'inquinamento che, secondo essi, è responsabile del numero molto elevato di cancri nella loro comunità. Oggi, la popolazione non è più cosi espansiva. "Subito dopo la pubblicazione del nostro rapporto, confida Ma Jun, gli abitanti di Tongxin hanno ricevuto la consegna di non parlare ai giornalisti. " In effetti, ci vuole pazienza per convincere i residenti ad esprimersi. c'è una motivo a tutto ciò: "Siamo stati minacciati, confessa una sessantenne, attirandoci a casa sua. Alcuni hooligans vanno a trovare quelli che parlano, li insultano e talvolta li colpiscono . " Su ordine di chi? "I padroni di Kaedar, molto probabilmente…"

L'omerta regna anche nella zona semi-residenziale di Wuxi, dove la fabbrica Catcher, un altro subappaltatore di Apple, rilascia nell'aria, da più di due anni, delle sostanze che infastidiscono centinaia di residenti. L'odore, che è simile a quello dell'etere, provoca una forma inquietante di ebbrezza passeggera. "Catcher rilascia generalmente queste emanazioni di notte. Ci si sveglia con un mal di testa, la gola e le vie respiratorie irritate", racconta un architetta che preferisce non rilasciare il suo nome. Guardando suo figlio di 5 anni suonare il piano, dice: "Da quando abbiamo traslocato qui, tossisce senza tregua, ed io sono certa che sono le emanazioni del subappaltatore di Apple che ne sono responsabili. " Un'affermazione non verificabile. Uno dei suoi vicini, un informatico, si dice tanto inquieto per sua figlia di 6 anni che soffre di infiammazioni delle vie respiratorie. "Queste emanazioni ci fanno tutti diventare matti. Abbiamo acquistato una bella casa, ma non ci sentiamo in sicurezza. Quando le emanazioni sono molto forti, ci telefoniamo, c'incontriamo, una volta abbiamo perfino tentato di bloccare la porta della fabbrica Catcher con le nostre automobili, ma la polizia è intervenuta. »

L'Ufficio locale di protezione dell'ambiente, che non divulga né la natura di questo inquinamento, né le quantità misurate, ha costretto, all'inizio di novembre, questa fabbrica a risanare la sua catena di produzione d'involucri in magnesio ed alluminio. I laminatoi utilizzerebbero tra l'altro del xilene.
"Ci hanno detto che avevano speso 3 milioni di euro per cambiare le macchine. Ma le emissioni sono sempre cosi forti, e non sappiamo più cosa fare", si dispera l'architetta. Appena tentiamo di abbordare gli operai di Catcher all'uscita della fabbrica—devono anche loro essere colpiti da questi prodotti chimici—, delle guardie in agguato, su degli scooter elettrici, si precipitano per dissuaderli di esprimersi gridando: "Non dite niente ai giornalisti! Non dimenticate che siete legati da un contratto di confidenzialità. »

Nel gennaio 2010, 2 000 operai di Wintek, un altro subappaltatore di Apple con sede a Suzhou, avevano attaccato i locali della società per denunciare i danni provocati alla loro salute dall'uso di N-hexane, un prodotto chimico destinato a pulire gli schermi degli iPads ed iPhones. Ben137 di loro erano stati ricoverati.

Il 20 maggio scorso, tre operai di Foxconn, altro fornitore di Apple, sono stati uccisi da un'esplosione su una catena dell'iPad 2. Da Foxconn, le condizioni di lavoro sono tali che, da gennaio 2010, 18 operai hanno tentato di suicidarsi gettandosi dal tetto dei dormitori . Almeno 14 di essi sono riusciti a mettere fine ai loro giorni. L'ultimo suicidio risale al 20 maggio scorso, a Chengdu. In un documento chiamato " Progress report 2011", Apple si congratula con Foxconn di avere, da allora, preso delle misure come "l'installazione di grandi reti" nelle fabbriche "per impedire i suicidi impulsivi", così come la creazione di "cellule di psicologi."

Il segreto quasi totale imposto da Apple sulle sue procedure di fabbricazione gli conferisce una comoda ambiguità. Tutte le grandi marche dell'elettronica utilizzano dei subappaltatori in Cina ed approfittano dell'abbondanza di mano d'opera a buon mercato, dell'assenza di sindacati liberi e di controlli incompleti in materia di ambiente e di sicurezza del lavoro. Nokia, Philips, Samsung, Siemens ed Alcatel… L'IPE ne ha censito 29. Tutti sono stati sensibilizzati ai problemi di inquinamento dei loro subappaltatori denunciati dall'ONG, e hanno risposto, eccetto Apple.

È solamente a metà novembre che, per la prima volta, la celebre marca ha consentito di dibattere con l'IPE del rapporto opprimente pubblicato in settembre da questa ONG. La mania del segreto di Apple non è stata presa in difetto. "Ciò che era strano in questa riunione, è che i rappresentanti di Apple, che erano i nostri interlocutori, hanno rifiutato di dare i loro nomi, racconta Ma Jun. Ci hanno riaffermato che Apple effettua da molto tempo, e molto rigorosamente, dei controlli presso tutti i suoi subappaltatori. Ho ribattuto chiedendo loro come è possibile che non si siano resi conto dei problemi di inquinamento evocati nel nostro rapporto. E' la dimostrazione che questi controlli non sono seri! Si sono accontentati di ripetere che Apple esige l'applicazione di procedimenti di fabbricazione responsabile", riporta Ma Jun che stima tuttavia che l'incontro è "un progresso": un inizio di dialogo.

In Cina, Steve Jobs, il defunto cofondatore di Apple, ha un'eccellente reputazione. La sua biografia in cinese, che si è già venduta a milioni di esemplari, lo presenta come un "genio".
"Personalmente, dice l'architetta di Wuxi, faccio fatica ad avere del rispetto per Qiao Busi ["Jobs", in cinese], perché un uomo che ha fatto tanto aveva il dovere di riflettere alle conseguenze generate dalla fabbricazione dei suoi prodotti, e di avere della compassione. Come ha potuto pensare di sfuggire a questa responsabilità utilizzando dei subappaltatori? I prodotti di Apple sono seducenti, ma indegni."


Fonte:http://www.ecrans.fr/Apple-la-pomme-empoisonnee,13693.html
Traduzione: Fabienne Melmi

venerdì 27 gennaio 2012

Shalom aleichem



Shalom aleichem malachei hashareit malachei elyon,
mi-melech malchei ha-melachim HaQadosh Baruch Hu.
Bo'achem le-shalom malachei hashalom malachei elyon,
mi-melech malchei ha-melachim HaQadosh Baruch Hu.
Barchuni le-shalom malachei hashalom malachei elyon,
mi-melech malchei ha-melachim HaQadosh Baruch Hu.
Tzeit'chem le-shalom malachei hashalom malachei elyon,
mi-melech malchei ha-melachim HaQadosh Baruch Hu.


Pace a voi, angeli ministratori, angeli dell'Altissimo,
del Supremo Re dei re, il Santo, Benedetto Egli sia.
Venite in pace, angeli di pace, angeli dell’Altissimo,
del Supremo Re dei re, il Santo, Benedetto Egli sia.
Beneditemi con la pace, angeli di pace, angeli dell’Altissimo,
del Supremo Re dei re, il Santo, Benedetto Egli sia.
Andate in pace, angeli di pace, angeli dell’Altissimo,
del Supremo Re dei re, il Santo, Benedetto Egli sia.


Benedizioni della sera

Benedetto tu, o Signore Dio nostro re del mondo, la cui parola fa imbrunire le notti; con sapienza apri le porte dell'aurora e del tramonto e con intelligenza alterni le stagioni e cambi i tempi.
Tu con propria volontà fissasti le leggi celesti per gli astri, cosicché sei il creatore del giorno e della notte. Tu fai seguire la luce all'oscurità e l'oscurità alla luce, fai passare il giorno e venire la notte, hai messo separazione fra il giorno e la notte.
Il tuo nome è Signore degli eserciti, il tuo nome è immortale ed eterno, tu regnerai sopra di noi in eterno. Benedetto tu, o Signore che fai imbrunire le notti.
Facci riposare, Signore Dio nostro, in pace e fa, o nostro re, che ci rialziamo per la vita e per la pace. Stendi sopra di noi la protezione della tua pace e difendici, dirigici con un consiglio buono che provenga da te e salvaci in grazia del tuo Nome.
Sii protezione intorno a noi e allontana da noi il nemico, la peste, la spada, la fame, l'angoscia, l'afflizione; allontana satana davanti a noi e dietro a noi. All'ombra delle tue ali nascondici, perché tu sei un Dio che custodisce e salva, un Dio che è re, che usa grazia e misericordia.
Custodisci il nostro uscire e il nostro entrare, per la vita e la pace, da ora e in eterno.
Benedetto colui che fa cadere i lacci del sonno sui miei occhi e la sonnolenza sulle mie palpebre. Sia la tua volontà, signore Dio mio, che tu mi faccia coricare in pace. Non mi turbino né sogni, né pensieri cattivi e sia il mio letto incontaminato davanti a te. Illumina i miei occhi per timore che io non mi addormenti nella morte.
Benedetto colui che illumina tutto il mondo con il suo splendore




Preghiera della compassione e della giustizia


«Il nostro Dio che è nei cieli, il Signore della pace avrà compassione e misericordia di noi e di tutti i figli della terra, che implorano la sua misericordia, la sua pietà domandando la pace, perseguendo la pace. Il nostro Dio che è nel cielo, dia a noi la forza di agire, di operare e di vivere fino a che si manifesti su di noi lo spirito dall'alto; e il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà la pace e frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri.
E così, o Signore nostro Dio e Dio dei nostri padri, porta a compimento per noi e per tutto il mondo la promessa che ci facesti attraverso il profeta Michea:
"Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli; verranno molte genti e diranno: "Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri" poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro tra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro spade forgeranno vomeri; dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più l'arte della guerra. Ma sederanno ognuno tranquillo sotto la propria vite e sotto il proprio fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato".
O Signore che sei nei cieli, dona pace alla terra, dona benessere al mondo, dona tranquillità nelle nostre case.
E diciamo Amen!».

Quando da Genova i nazisti scappavano in Argentina: Operazione Odessa


Ricordare la Shoah significa anche fare chiarezza sulla rete di protezioni che permise ai criminali di guerra nazisti di abbandonare indisturbati l'Europa e di rifugiarsi in America Latina. Una rete in gran parte riconducibile alle alte gerarchie vaticane. Ricordiamo anche che sull'argomento, oltre al romanzo di Forsyth, è oggi disponibile il documentatissimo saggio di Uki Goni che ricostruisce minuziosamente la struttura della rete che ebbe proprio in Genova (porto di imbarco per l'Argentina) e nella sua curia il principale snodo.


Sandro Pasternostro

"Ratline", il patto con il demonio


Questa è una storia sporca con un'altrettanto sporca morale. Una storia in cui le vittime sono state uccise due volte, perdendo ancora. Mentre molti carnefici hanno vinto ancora, ottenendo la possibilità di una nuova vita. Con la scusa di combattere il comunismo molti criminali sono stati "perdonati", passando da nemici di ieri ad amici di oggi.

Un romanzo di Frederick Forsyth, Dossier Odessa, racconta di un gruppo di membri delle SS che, in previsione della sconfitta, si erano raccolti in un'organizzazione segreta chiamata O.D.E.SS.A., acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen ("Organizzazione degli ex-membri delle SS").

Questo organismo aveva il triplice scopo di salvare i camerati dalle forche degli Alleati, esportare gli ingenti capitali che molti ufficiali tedeschi avevano accumulato negli anni del nazismo (soprattutto quelli proveniente dalla confisca di beni, preziosi e quant'altro ai deportati nei campi di sterminio) e creare un Quarto Reich che completasse l'opera di Hitler. Per quanto romanzesca sia la trama inventata da Forsyth, il suo racconto però si avvicina in modo inquietante alla realtà. Infatti, già a due mesi dalla fine della guerra, furono approntati i primi piani di fuga per i dirigenti nazisti: il ministro dell'Interno del Reich e Aloise Hudal comandante delle Schutzstaffel (le famigerate SS) Heinrich Luitpold Himmler, quando vide che tutto era perduto, diede vita all'operazione Außenweg, affidandone la direzione al giovane capitano delle SS Carlos Fuldner.

Non solo Odessa è quindi esistita davvero, ma il cuore e il cervello dell'intera operazione era a Roma nel cuore del Vaticano. Attraverso la cosiddetta "Via dei Monasteri" (detta anche ratline o Rattenlinien ovvero la "via dei ratti"), la Chiesa cattolica non fu solo complice dell'operazione, ma protagonista indiscussa a vari livelli: i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (francese il primo e argentino il secondo), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, tra cui il futuro cardinale genovese Giuseppe Siri, il vescovo austriaco Alöis Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell'Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il vescovo argentino Augustín Barrère, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il francescano ungherese della parrocchia di Sant'Antonio di Pegli a Genova, Edoardo Dömoter, padre Carlo Petranovic, il sacerdote pallottino Antonio Weber e molti uomini che facevano parte dell' "Entità", il servizio segreto del Vaticano. Monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI) era a conoscenza della cosiddetta "Via dei Monasteri" (secondo alcuni storici il futuro Paolo VI fu, assieme a Tisserant e Caggiano, uno dei "progettisti" della via di fuga dei criminali nazisti).

La fuga verso "porti sicuri", non riguardò unicamente i criminali di guerra tedeschi, ma anche molti ustascia (termine che in croato significa "insorgere", "risvegliare" e che è utilizzato per designare gli appartenenti al movimento cattolico-nazionalista croato di estrema destra che si opponeva a un regno di Jugoslavia federativo) e gerarchi italiani. Questi ultimi, come Cesare Maria De Vecchi e Luigi Federzoni, espatriarono quando ancora erano ricercati dalla giustizia, grazie ai documenti falsi e alla protezione dei salesiani.

Più eclatanti sono invece le protezioni garantite agli ustascia. Si trattava di criminali che, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%, non avevano esitato a compiere fucilazioni di massa, decapitazioni, bastonature a morte, suscitando orrore perfino negli alleati nazisti.

Alla fine della guerra circa settecentomila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa, ma nell'elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari.
Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che predicava la "purificazione religiosa" e l'"igiene razziale" per fare della Croazia una "terra ripulita da elementi considerati estranei".

Molti ustascia, a iniziare dal dittatore fantoccio Ante Pavelic, beneficiarono dell'aiuto della Chiesa di Roma. Pavelic fu nascosto fino a maggio del 1946 nel Collegio Pio Pontificio, quindi trasferito in un edificio del complesso di Castelgandolfo, residenza estiva dei pontefici, dove quasi ogni settimana si riuniva con il cardinale Montini. Nel dicembre del 1946, il leader degli ustascia si rifugiò nel convento di San Girolamo, per poi trasferirsi a Genova. Qui, mentre si stava imbarcando per l'Argentina fu intercettato dai servizi segreti statunitensi e riuscì a nascondersi nel monastero di Santa Sabina. L'11 ottobre 1948 il criminale ustascia riuscì ad imbarcarsi per l'Argentina sulla nave Sestriere, in cabina di prima classe: aveva con se il passaporto della Croce Rossa numero 74369 a nome di Pal Aranyos, un ingegnere ungherese. Lo scortarono due agenti dell'Entità, restando con lui come guardie del corpo per ben due anni.


Tra i più noti criminali di guerra fuggiti in Sud America attraverso la Ratline, ricordiamo anche Adolf Eichmann (l'organizzatore della soluzione finale degli ebrei), Josef Mengele (medico autore di efferati esperimenti nel campo di Auschwitz), Heinrich Müller (capo della Gestapo), Richard Glücks (ispettore dei campi di concentramento), Klaus Barbie (comandante della Gestapo a Lione), Erich Priebke (coinvolto nell'eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma), Gerhard Bohne (responsabile del programma di eutanasia per lo sterminio degli handicappati fisici e mentali), Bilanovic Sakic (responsabile del campo di concentramento croato di Jasenovac), Franz Stangl (comandante del campo di concentramento di Treblinka), Walter Rauff (l'inventore dei camion-camera a gas), Edward Roschmann (l'ex comandante del ghetto di Riga), Josef Schwammberger (comandante altoatesino del ghetto di Przemsy), Herman von Alvensleben (responsabile in Polonia della morte di almeno ottantamila persone), Carl Vaernet (medico danese inventore, a suo dire, della "inversione della polarità ormonale", che poteva dare una soluzione al problema dell'omosessualità). A loro si aggiunsero anche criminali di guerra o collaborazionisti francesi del rango di Marcel Boucher, Fernand de Menou, Robert Pincemin ed Emile Dewoitine.

Molti beneficiarono dell'esilio in Sudamerica. Si trattò nella maggior parte di "manovali" dell'Olocausto e della guerra sporca di Hitler. Tutti iniziarono nella nuova patria una vita tranquilla, col beneplacito dei regimi di destra latinoamericani, soprattutto dell'esordiente regime peronista, ma anche col viatico di Washington.

Molti sono gli studi su questa vicenda, come molti sono i documenti che comprovano le solidarietà e le complicità nella fuga dei criminali di guerra. Come il rapporto finale della Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina (Ceana), costituita a suo tempo presso il Ministero degli Affari Esteri dal presidente argentino Menem e di cui è stato coordinatore scientifico lo storico Ignacio Klich dell'università di Westminster in Gran Bretagna.

L'organizzazione Odessa progettò minuziosi piani di fuga, tracciando tre itinerari principali: il primo partiva da Monaco di Baviera e si collegava a Salisburgo per approdare a Madrid; gli altri due percorsi partivano da Monaco e, via Strasburgo o attraverso il Tirolo, giungevano a Genova (il terminale ove operava l'arcivescovo Giuseppe Siri), dove i gerarchi potevano imbarcarsi verso l'Egitto, il Libano, la Siria, il Sudamerica.

Le vie di fuga convergevano sempre verso Memmingen, un'antica cittadina tra la Baviera e il Württemberg, per poi dirigere su Innsbruck ed entrare in Italia attraverso il valico del Brennero. Gli spostamenti tra Germania meridionale, Austria, Tirolo e Italia settentrionale si svolgevano in grande sicurezza a tappe di circa cinquanta chilometri, a ognuna delle quali corrispondeva una "stazione" gestita da tre-cinque persone che conoscevano solo la stazione precedente e quella successiva.

Il corridoio vaticano comprendeva due vie di fuga: Svizzera-Francia-Spagna-Gibilterra-Marocco-Sudamerica; Svizzera-San Girolamo-Genova-Sudamerica. Il primo fu praticato specialmente dai nazisti e da tutti i collaborazionisti del regime di Hitler, il secondo principalmente dagli ustascia che, prima di fuggire, trovarono sicuro alloggio presso il convento di San Girolamo, un monastero croato in via Tomacelli a Roma.

Come abbiamo visto, il capitano delle SS Carlos Fuldner fu scelto dal Reichsführer delle Schutzstaffel Himmler per coordinare la fuga dei nazisti dalla Germania. L'attività di Fuldner fu frenetica. Egli stabilì contatti a tutto campo per portare a conclusione gli ordini del suo superiore. Il primo contatto permise a Fuldner di ottenere il sostegno dell'allora ministro svizzero di giustizia, Eduard von Steiger, e del capo della polizia Heinrich Rothmund. In questo modo fu allestita alla Markgasse 49 di Berna la "filiale" svizzera di Odessa.

L'altro contatto Fuldner lo ebbe con il vescovo argentino Antonio Caggiano, che portò alla nascita della cosiddetta "Via dei Monasteri". Il capitano nazista incontrò per la prima volta l'alto prelato a Madrid, nel ristorante Horcher in via Alfonso XIII. Caggiano era accompagnato da due uomini dell'Entità (il servizio segreto vaticano), di cui solo di uno si conosce il nome, Stefan Guisan.
Nel 1946 il cardinale Caggiano si recò in Vaticano offrendo alla Segreteria di Stato, a nome del governo di Buenos Aires, la disponibilità del Paese sudamericano a ricevere ex nazisti "perseguitati" dagli Alleati.

Nel frattempo il capitano Carlos Fuldner, che aveva passaporto argentino, divenne direttore della Daie, la "Dirección Argentina de Immigración Europea", con sede a Genova in via Albaro. La Daie divenne il terminale europeo della "via dei topi".



L'ufficio genovese della Daie faceva pervenire a Buenos Aires l'elenco delle persone da ospitare. A Buenos Aires le pratiche erano sbrigate dalla "Sociedad Argentina de Recepción de Europeos" (Sare), fondata nel maggio del 1947 da Pierre Daye, un criminale di guerra belga in stretti rapporti con Peron e con l'arcivescovado argentino.

L'interessamento di Peron e della Chiesa argentina era così alto, che le primissime riunioni della Sociedad si tennero alla "Casa Rosada", mentre la prima sede della Sare si trovava in un vecchio palazzo di proprietà della curia di Buenos Aires, in via Canning.

Ottenuti da Fuldner gli elenchi dei nazisti da far fuggire, la Sare spediva a Genova i visti d'ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave per l'America Latina.

Il cardinale Giuseppe Siri (eletto vescovo ausiliare di Genova l'11 marzo 1944, e arcivescovo della stessa città il 14 maggio 1946) fu coinvolto direttamente in questi progetti di fuga. Fu tramite due associazioni, entrambe da lui fondate, che la Curia genovese possedeva per l'assistenza ai profughi, che l'arcivescovado di Genova diede assistenza alla rete di fuga.

Il diretto coinvolgimento di monsignor Siri trova conferma non solo nelle risultanze della "Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina", costituita dal presidente argentino Menem nel 1997, ma anche in una nota del "Counter Intelligence Corps" (servizio segreto militare statunitense), dove si afferma che Siri dirigeva "una organizzazione internazionale il cui scopo era favorire l'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica [.]. Questa classificazione di anticomunista deve estendersi a tutte le persone politicamente impegnati contro i comunisti, ovvero fascisti, ustascia, e altri gruppi simili".

Le due associazioni che facevano capo all'arcivescovado di Genova erano la "Auxilium", fondata nel 1931 come ente di assistenza e beneficenza, e il "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina", impiantato invece nel 1946. Anche la Pontificia Commissione di Assistenza aveva un ufficio nella stazione ferroviaria della città (Porta Principe).

Un importante centro di accoglienza della struttura gestita da Siri fu la chiesa genovese di San Teodoro, ove molti fuggiaschi sostarono e ricevettero cibo, assistenza, documenti per imbarcarsi sulle navi della salvezza. Il parroco di San Teodoro, Bruno Venturelli, fu ringraziato per il suo operato da William Guyedan, ex ministro francese del governo di Vichy condannato per collaborazionismo.

Importante pedina del canale genovese per la fuga degli ustascia fu padre Karl Petranovic: dai primi mesi del 1946 fino all'inizio del 1952 avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina". Petranovic, già cappellano ustascia, fuggì nel 1945 rifugiandosi a Milano. Da questa città passò a Genova, con tanto di "raccomandazione scritta" da parte del cardinale Shuster: "Eccellenza reverendissima - si legge nel biglietto rivelato il 2 agosto 2003 dal "Secolo XIX" - don Carlo ha conoscenza, in lingua e in cultura, della situazione dei rifugiati e dei profughi di guerra dell'Est e della Germania. Per questo è persona che può sostenere l'opera di carità dell'Auxilium". Petranovic si occupò di prelevare da Roma i passaporti per una nuova vita dei nazisti in fuga. Egli stesso, a sua volta, fuggì in Canada, a Niagara Falls, ospite di una comunità di suore. L'8 giugno 1988, padre Petranovic ottenne anche il titolo di monsignore.

A Genova operava anche un altro sacerdote: don Edoardo Dömöter, francescano di origine ungherese, divenuto, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, parroco della chiesa di Sant'Antonio di Pegli. Negli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra esiste una richiesta, la numero 100940, sottoscritta e inoltrata da padre Dömöter alla sede genovese della Croce Rossa per un passaporto intestato a tale Riccardo Klement, in realtà Adolf Eichmann.

A tenere i collegamenti tra nazisti e Vaticano furono Fuldner e padre Krunoslav Draganovic. Quest'ultimo, oltre ad essere segretario della Confraternita romana di San Girolamo, era anche "Visitator apostolico" per l'assistenza pontificia ai croati, cioè un funzionario della segreteria di Stato del Vaticano che dipendeva direttamente da monsignor Montini. Draganovic visitava ufficialmente i campi dei prigionieri di guerra e come Visitator apostolico era riconosciuto come rappresentante della Santa Sede dalle autorità alleate.

Fuldner e Draganovic, si servirono a loro volta di Reinhard Kops, da parte tedesca, e di Gino Monti di Valsassina (nobile italiano di origine croata), da parte vaticana. Reinhard Kops usava il nome fittizio di Hans Raschenbach e un passaporto falso fornito dall'Entità vaticana.



Fu proprio don Krunoslav Stjepan Draganovic ha firmare il passaporto, rilasciato il 16 marzo del 1951 dalla sede genovese della Croce Rossa, a Klaus Altmann, meccanico d'origine tedesca in procinto di imbarcarsi sul piroscafo Corrientes alla volta di Buenos Aires; dietro questa identità si nascondeva Klaus Barbie.

Tra le altre persone "difese" da Draganovic figurano gli ex-ministri del governo ustascia Dragutin Toth, Vjekoslav Vrancic, Mile Starcevic e Stjiepo Peric, così come l'ex-capo dell'aviazione Vladimir Kren. Alcuni di loro si nascondevano all'interno dell'Istituto di San Girolamo o in Vaticano.

Il terminale austriaco di Draganovic fu padre Vilim Cecelja, già collaboratore del regime di Ante Pavelic durante la guerra e schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103. Cecelja fu il sacerdote che officiò la cerimonia del giuramento di Pavelic, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti. Provvisto di documenti americani e della Croce Rossa, Cecelja potè svolgere il suo compito viaggiando liberamente nella zona di occupazione statunitense.

La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti faceva capo, a Roma, a monsignor Alois Hudal, rettore fino al 1952 del Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima.
Nella relazione conclusiva presentata dalla Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina nel 1999, le responsabilità di padre Hudal sono lampanti. In una lettera del 31 agosto 1948 il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma "per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica".
A Roma il vescovo Alois Hudal si servì di monsignor Heinemann e del sacerdote Karl Bayer: il primo era incaricato di esaudire le richieste dei nazisti rifugiati a Santa Maria dell'Anima, l'altro proteggeva e assisteva i criminali nazifascisti in fuga. Quest'ultimo era stato un paracadutista dell'esercito hitleriano, poi imprigionato nel campo di Ghedi, vicino Brescia, e fatto fuggire grazie all'aiuto di Draganovic. Divenuto membro del clero cattolico, fu inserito all'interno dell'organizzazione ecclesiastica che assisteva i criminali nazifascisti in fuga, procurando loro falsi documenti, denaro, cibo, lettere, alloggi.


Karl Bayer ammise (nel libro di Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 2005) che papa Pio XII forniva denaro per aiutare i nazisti in fuga, "a volte col contagocce, ma comunque arrivava".

Un altro piccolo pezzo dell'ingranaggio che permise la fuga dei nazisti fu la ricca ereditiera Margherite d'Andurain, che aveva stretti contatti in Vaticano attraverso il nunzio a Parigi e con il vescovo austriaco Alois Hudal. Proprietaria di uno yatch, il Djeilan, la d'Andurain attraversava regolarmente lo stretto di Gibilterra sino a Tangeri. Il 5 novembre 1948 il suo corpo senza vita fu ritrovato nella baia di Tangeri.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica (Parte Terza - Sezione Prima - Capitolo Primo - Articolo 8 - V. La proliferazione del peccato - 1868) si dichiara: "Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando 'vi cooperiamo': prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male". Aiutare criminali a sottrarsi alla giustizia è dunque per la Chiesa un crimine altrettanto grave, che prevede la colpa di chi vi è coinvolto in prima persona e la responsabilità morale di chi lo approva.

L'autodifesa della Chiesa cattolica è sempre consistita nel negare di conoscere l'identità di tali criminali e di voler in ogni caso assicurare assistenza a chiunque. Ma questo, come abbiamo visto, non è proprio vero. Infatti, se non mancarono nella Chiesa "complici" solo per malinteso spirito di carità cristiana (come traspare da diari e testimonianze di alcuni rettori di conventi che, pur conoscendo le "gesta" di alcuni criminali, diedero loro ugualmente rifugio), altri furono favoreggiatori veri e propri, diventando correi per i crimini contro l'umanità.

Anche se molti uomini della Chiesa di Roma, attraverso atteggiamenti ambigui, complicità e vere e proprie attività di copertura e aiuto si sono macchiati di complicità coi nazisti, questo non vuol dire che tutta la Chiesa è criminale. Certamente queste complicità sono responsabilità che, oltre ad essere meritevoli della punizione divina (e su questo non ho dubbi!), conseguirebbero anche quella degli uomini. Ma quest'ultima, purtroppo, non c'è stata!

(Da: http://www.storiain.net/)




Uki Goñi
Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Perón
Garzanti, 2003
€ 24,00


giovedì 26 gennaio 2012

Siamo tutti No TAV




SIAMO TUTTI NO TAV!

E ADESSO ARRESTATECI TUTTI!

Ricordando Benjamin


"C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera."

Scriveva così Walter Benjamin nelle sue tesi sul concetto di storia. Leggerlo ci aiutò a elaborare il lutto del fallimento politico, ad accettare il nostro essere parte di una generazione di sconfitti e ci rese di nuovo capaci di guardare avanti. Per questo lo amiamo. Benjamin, ebreo suicidatosi nel 1940 per non cadere nelle mani della Gestapo, è una delle vittime della Shoah.


Riccardo Venturi

Benjamin in punta di penna



“Was Ist Aura?”. Sono queste le uniche parole che riesco a decifrare. Si leggono in apertura di un documento non datato e manoscritto di Walter Benjamin. Tra i supporti più disparati utilizzati da Benjamin per prendere appunti mi colpisce quello che tenta di definire l’aura, uno dei concetti benjaminiani più indeterminati: una carta intestata “Acqua di S. Pellegrino. La migliore da tavola”. Il logo – una sorta di sponsor dell’Italian Style sul pensiero di Benjamin – non è cambiato: una stella rossa a cinque punte, con l’immagine della bottiglia disposta al centro oppure, come recitavano le pubblicità dei primi del secolo scorso, “la marca stella rossa” da esigere, l’acqua “battericamente pura” rispetto alle altre, che possono contenere “i germi del tifo, della dissenteria e di altre gravi infezioni”. “Was Ist Aura” è riportato giusto sotto l’insegna “S. Pellegrino”, quasi che Benjamin fosse indotto a interrogarsi sulla decadenza e la frantumazione dell’aura a partire non dall’opera d’arte e dalla fotografia contemporanea ma da un marchio pubblicitario. Siamo in piena fantasmagoria della merce: la stella rossa è una materializzazione dell’aura che irradia dal prodotto reclamizzato, un’aureola trasmigrata dal capo dei santi al collo della bottiglia, dall’icona e dalla mistica alla società dei consumi. Forse la sua iconicità funziona per Benjamin anche come un’immagine dell’infanzia, una delle tante che la sua scrittura ha recuperato dal cafarnao della storia.

“Was Ist Aura?” è uno dei documenti esposti nella bellissima mostra Walter Benjamin Archives al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme di Parigi (fino al 5 febbraio), una raccolta di quello che Benjamin avrebbe chiamato “kitsch onirico”. Di quale altro filosofo del XX secolo sarebbe pensabile una mostra del genere? L’aura dell’opera d’arte e della pubblicità ha infine coinvolto Walter Benjamin, oggi vera e propria figura allegorica. Lo dimostrano bene le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto, snocciolate nel percorso della mostra: Benjamin come mago, con cappello a punta e bacchetta magica (Theodor Adorno), con la fronte spaziosa (Scholem), la capigliatura folta (Adorno) e brizzolata prima dell’età (Jean Selz); Benjamin con i suoi occhiali rotondi come piccoli proiettori (Asja Lacis) e il suo inconfondibile modo di camminare, sbilanciato verso l’avanti (Scholem); Benjamin con il suo modo di parlare, di usare la voce come fosse scrittura, di avanzare lentamente nel discorso, “come scrutando le parole” (Adrienne Monnier); Benjamin intellettuale distinto ma imbranato e maldestro, con i pacchetti che gli cadono dalle mani (Asja Lacis).

Ma ancor più che nelle foto, l’aura benjaminiana irradia nei suoi documenti manoscritti, nelle didascalie riportate sul retro delle fotografie della sua collezione, nei carnets, ognuno diverso dall’altro per copertina, formato, carta e foliazione. Sono impregnati di una scrittura microscopica e appuntita di difficile decifrazione, come una lingua sconosciuta o un messaggio prodigioso indirizzato a un lettore ignoto e da non disvelare alla prima occhiata. In una pagina presa a caso, non la più fitta, conto 55 righe sottili come un filo. La scrittura di Benjamin crea sulla pagina un muro di parole che non lascia al bianco alcuno spazio di manovra. Il bianco non deve insinuarsi ai margini della pagina, nella maglia tra un paragrafo e l’altro, tra una parola e l’altra, tra una lettera e l’altra. Non bisogna lasciare al vuoto, all’insensato, la possibilità di aprire una crepa nel mondo costruito dall’uomo. E i margini non sono necessari perché il testo è già una glossa sul mondo, un tentativo di parafrasarlo, di renderlo leggibile.

Tuttavia, come si procede verso la fine degli anni trenta, questi minuscoli segni grafici stipati sulla pagina assumono un altro senso: Benjamin scrive nel timore che ogni pagina possa essere l’ultima o che i suoi carnets siano composti da una sola pagina, come i giornali pubblicati in tempo di guerra. L’aria allarmata del tempo è restituita in Walter Benjamin Archives dalla selezione delle lettere degli ultimi anni, quelli dell’esilio francese e del tentativo di mettersi in salvo fuggendo in Spagna, Portogallo, Stati Uniti. È esposto anche l’affidavit di Horkheimer, necessario per ottenere il visto d’ingresso per gli Stati Uniti, per una New York in cui non metterà mai piede. Le lettere di Benjamin sono spesso redatte in francese anche quando i destinatari sono tedeschi come lui – il francese diventa così la lingua franca in cui comunicare per uno scrittore che, nel maggio 1939, si vede tolta la cittadinanza tedesca.

Mi viene in mente il destino di un altro intellettuale tedesco le cui vicende esistenziali sono state segnate da un’esperienza bellica che ha visto il mondo andare in rovina e che, per questa ragione, ha concepito la sua opera come un immenso archivio: Kurt Schwitters e il suo Merzbau. Guardiamo l’ultima foto che conosciamo di lui, presa in Inghilterra il 20 giugno 1947, in occasione del suo sessantesimo compleanno. Dalla tasca della giacca fuoriesce l’estremità stropicciata di una lettera. È datata 16 giugno e proviene dal Museum of Modern Art di New York. Il museo comunica a Schwitters il conferimento di una borsa di $1,000 ($ 2,000 verranno aggiunti in un secondo momento) per restaurare il Merzbau di Hannover o quello di Oslo o, ancora, per ricostruirne uno ex novo. Schwitters non ne usufruirà mai: morirà sei mesi dopo, e i fondi del MoMA saranno impiegati per coprire le spese del suo funerale.

Di ultime lettere di Benjamin, la mostra parigina è piena, da quella a Gretel Adorno (Lourdes, 19 luglio 1940) a quella ad Adorno del 2 agosto 1940 dove si legge dell’“assoluta incertezza su ciò che porterà il prossimo giorno, la prossima ora”. In un momento in cui l’esperienza quotidiana si fa carica di presagi e minacce incombenti, persino le emissioni radiofoniche sembrano annunciare a Benjamin “la voce del messaggio di sventura”. La situazione sembra precipitare nel giro di pochissimi mesi. Risale all’anno precedente, al 1939, una foto scattata a Pontigny da Gisèle Freund (su cui si tiene in contemporanea un’altra mostra parigina alla Fondation Pierre Bergé - Yves Saint Laurent). Benjamin cammina lungo un fiume, con il profilo di una chiesa sullo sfondo; la postura è raccolta, lo sguardo assorto e obliquo verso il basso, rivolto al passato, se non fosse che tiene tra le dita una margherita. Che si tratti del “fiore azzurro nella terra della tecnologia” di cui parlava Benjamin pensando al “blaue Blume” di Novalis, immagine romantica di un’età dell’oro in cui l’uomo era tutt’uno con la natura e che, nelle mani di Benjamin, si fa immagine di speranza, di redenzione messianica?

L’ultimissima lettera di Benjamin è scritta il 25 settembre 1940 da Port-Bou e indirizzata a Henny Gurland e Theodor Adorno – un documento sorprendente, assolutamente diverso dagli altri. È l’unico manoscritto, il più conciso in mostra con le sue cinque righe, che riesco a decifrare senza l’ausilio delle didascalie. È redatto su un foglio poco più piccolo di un A4, gigante in confronto agli altri documenti di Benjamin. Diversa anche la calligrafia: piana, rotonda e non più ispida, la stesura ferma. Non traspare alcuna inquietudine del filosofo a un passo dalla fine e in bilico tra Francia e Spagna, tra Europa e Stati Uniti, tra il tedesco e il francese. “La mia vita terminerà in un paesino dei Pirenei in cui nessuno mi conosce”, leggo, e resto interdetto nel non riuscire a mettere insieme il pensiero e la sua iscrizione grafica.

Chi conosce bene le vicende benjaminiane e le ipotesi più o meno fondate sorte attorno al suo decesso – emorragia cerebrale, suicidio con assunzione di morfina, persino assassinio per mano di guardie staliniste o della Gestapo – starà ora scuotendo la testa, consapevole che ho preso un grosso abbaglio. In realtà l’originale dell’ultima lettera di Benjamin fu distrutto da Henny Gurland dopo averla mandata a memoria. Fu lei stessa a ricostruirne il contenuto una volta al sicuro in Spagna, per comunicarne il contenuto ad Adorno. In fondo è quello che ci insegna Walter Benjamin Archives: il vincolo indissolubile tra esperienza e ricordo, che questo passi attraverso delle foto, degli oggetti collezionati, delle note, dei disegni o, come nel caso dell’ultimo pensiero di Benjamin, attraverso la penna di un testimone.

(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)

martedì 24 gennaio 2012

Presentazione a Genova di "La mano di Giove Sabazio" di Renato Breviglieri

Papi, principi e filosofi alla ricerca di un fantasma. Il Trattato dei tre impostori


La regina Cristina di Svezia e la sua corte

Nel XVI e XVII secolo in barba a tutte inquisizioni (cattoliche e protestanti) un fantasma si aggirava per l'Europa preparando in qualche modo la nascita dell'illuminismo radicale. Non era il solo libro maledetto, ma sicuramente fu il più temuto. In un'altra occasione parleremo del Testamento dell'abate Meslier.


Mario Baudino

Il misterioso Trattato dei tre impostori si riteneva capace di minare la cristianità

Per cinque secoli tutta la cristianità ha cercato avidamente un libro maledetto, che sembrava doverla minacciare dalle fondamenta; un libro che non poteva essere letto ma proprio per questo non poteva essere ignorato. Un libro dal fascino maligno e blasfemo, che personaggi anche insigni sostenevano di aver visto, o almeno intuito, e che si sottraeva continuamente. È il Trattato dei tre impostori , che forse non è mai esistito se non nella fantasia di dotti, prelati e naturalmente liberi pensatori, e che a furia di essere desiderato, come accade ai miti, si è materializzato molto tardi, nel Settecento, quando ormai i tempi erano maturi.

Venne stampato in due versioni molto differenti tra loro, una in francese (1719) e una in latino (nel 1753, ma con una falsa data che lo riportava al cuore della leggenda: 1598), e da allora cominciò a circolare clandestinamente, con grande successo; le polizie di mezza Europa facevano irruzione nelle librerie, gli intellettuali e i collezionisti se lo disputavano: salvo scoprire che si trattava di un testo di critica radicale alla religione come ce n’erano stati molti altri. Il Tractatus de tribus impostoribus sostiene che Mosè, Gesù e Maometto ingannarono il popolo sostenendo per fini politici di aver ricevuto le loro rivelazioni. Il vecchio Marx non la pensò altrimenti.

Il tema è antico, affonda le sue radici nel paganesimo e, per esempio, negli scritti distrutti dei campioni greco-romani della propaganda anticristiana; ma anche nella tradizione eterodossa islamica. E tuttavia, per una cultura basata sul libro, anzi su «un libro» sacro, la vera minaccia, quella mortale, non può arrivare che da un altro libro. Uno solo. Un’intera biblioteca non basta: il vero pericolo è il libro unico, quello che ha la capacità di colpire al cuore, mitico, segreto, irraggiungibile. Se poi non esiste, tanto vale inventarlo, come dimostra il successo di Dan Brown e del suo Codice Da Vinci , tanto per ricordarci che anche in questo campo le novità sono poche.

La caccia al fantasma del Tractatus comincia nel 1239, quando il papa Gregorio IX scrive un’enciclica contro Federico II imperatore, lo «stupor mundi» in fiera lotta contro Roma. Il tono non è particolarmente gentile. Lo accusa per esempio di essere «uno scorpione che sputa veleno dal pungiglione della sua coda». Ma è ancora il meno. Questo «flagello di re» secondo cui «non si dovrebbe credere nulla che non sia dimostrabile con la forza e la ragione umana», incalza il Papa, «ha affermato apertamente che il mondo intero è stato ingannato da tre impostori, Gesù Cristo, Mosè e Maometto».

Si tratterebbe dunque solo di un’affermazione: da quel momento però si diffonde la leggenda che queste parole siano state scritte e argomentate in un libro, probabilmente per mano di Pier delle Vigne, consigliere del sovrano finito male e posto dall’Alighieri nel girone infernale dei suicidi. Molti dicono di averlo visto, e magari sfogliato. Viene usato come clava per screditare gli avversari, attribuendone loro il possesso o addirittura denunciandoli come autori (accade per Machiavelli e per l’Aretino): e tuttavia non se ne trova una copia. Nel Cinquecento, tra Riforma e Controriforma, sembra sia dappertutto: lo si cerca in Italia, in Germania, in Inghilterra; lo si segnala in mano a celebri riformatori finiti quasi tutti sul rogo.

Dagli atti del processo per omicidio contro Christopher Marlowe, il drammaturgo dell’età elisabettiana secondo solo a Shakespeare, emergono testimonianze che gli attribuiscono convinzioni atee del tutto in linea con quel che si sapeva - o si supponeva del Tractatus . Nel Seicento un filosofo come Tommaso Campanella sostiene di possederne una copia appartenuta a un celebre eretico fiorentino, e Cristina di Svezia, la battagliera regina che abdica nel 1654 per dedicarsi ai viaggi e alla ricerca di opere d’arte e manoscritti, offre lautissime ricompense a chi glielo farà avere. Attiva la corte che l’ha seguita a Roma e riesce a trovarne traccia. Sembra anzi che un suo fedele diplomatico, Johan Adeler Salvius, ne sia addirittura venuto in possesso. Colto da rimorsi in punto di morte ordina che venga bruciato davanti ai suoi occhi; e la regina, che si era precipitata al suo capezzale, resta a bocca asciutta.

Eugenio di Savoia, grande condottiero e grande bibliofilo, ha maggior fortuna: attraverso il suo aiutante di campo attiva il filosofo Gottfried Leibniz, che nella biblioteca di un erudito da poco scomparso riesce a vedere, sotto la sorveglianza del figlio, il libro maledetto. Il principe lo acquista - ora è alla Biblioteca Nazionale di Vienna - ma è un manoscritto di poche pagine, una mezza delusione. Lo storico francese Georges Minois ha messo ordine, in un bel volume pubblicato da Rizzoli ( Il libro maledetto ) nella sterminata molte di testimonianze e riferimenti spesso contraddittori . E’ una storia molto studiata dagli specialisti, e non da ieri (Voltaire, per esempio, ne scrive in toni vagamenti scettici): è abbastanza tortuosa da essere difficilmente riassumibile, e talmente visionaria da rappresentare un grande mito - anche se clandestino - del nostro Occidente.

Alla fine, il Tractatus venne attribuito al filosofo Baruch Spinoza; era un’accusa strampalata, anche se è vero che dalla sua cerchia uscì il testo che venne poi stampato come tale e dunque materializzò un’antica chimera. Leggendolo oggi, ma l’effetto deve essere stato immediato, si scopre che non c’è nulla di diverso dagli argomenti critici che storicamente, in un’Europa molto meno monolitica di quanto si ami pensare, sono stati di volta in volta formulati contro le religioni in genere e il cristianesimo in particolare. E non solo in Europa: c’è un Tractatus , rivela Minois, ben più vecchio dell’enciclica di papa Gregorio.

E’ un testo arabo di un certo Abu Tahir, capo di una setta dissidente, redatto intorno al 1070, che dice: «In questo mondo tre individui hanno corrotto gli uomini: un pastore, un medico e un cammelliere». Sono sempre loro, i tre protagonisti di questa storia segreta e di innumerevoli scritti proibiti. Fra tanti, però, un solo libro è riuscito a essere quello davvero «maledetto», in grado di evocare tutta la potenza del demonio: la sua forza, irresistibile e unica, era quella del fantasma.

(Da: La Stampa del 2 agosto 2011)

lunedì 23 gennaio 2012

Omaggio a Francesco Leonetti



Dal bel blog (che invitiamo tutti a visitare) del nostro amico Attilio Mangano riprendiamo questo omaggio alla poesia di Francesco Leonetti a cui aggiungiamo un commento critico.

Francesco Leonetti

Tre delle "Poesie scelte 1942-2001"



Riassunti mondiali (1994)

1.
I corpi in trincea a buchi / bombardati da velivoli.
E quindi si solleva in su / la crosta terrena stessa.
È lava rossa, espansa; / è movimento come in noi, si esulta.
Ma per bloccare l'impeto / caldo umano sono scaricati
addosso i massi giù / dai mostri meccanici in cielo.
Oh non c'è un bel essere / diabolico fra noi capace
di rispondere ribelle e / battere l' irragione al dominio.

2.
Qui c'è solo la cosa del lavoro e la foia.
Ma stiamo per ore allo schermo mirando.
Le giostre, le sfide, con camere addosso.
Da vedenti. Il caracollante occidentale
attacca coi suoi fendenti a spada corta.
L'altro d'oriente col sandalo pesta fango:
per levare gli schizzi fulminei nella cura
di percezione del dettaglio trasversale
durante i sobbalzi dei passaggi continui.
La stilla infine all'occhio acceca quello ...
Ma non era che un' ombra, una sagoma esposta:
si ripresenta, duplicata presenza, il cavaliere
dell' occidente e un musulmano è in campo.
Qui si combatte a pezzi per le lunghe notti.
Solo il guardare i grandi ci è concesso.
Ahi mai nessuno muore fra i campioni presto.

3.
Vengono i mali giù dai mostri meccanici in cielo.
Un bell' essere diabolico non c'è più in noi indigeni.

La vecchiezza (2001)

Un nome in mente non torna più bene ... È scarsa la
compattezza del pene.
Di rado l'escremento mostra valore. Il cuore palpita come
in amore ...
Più volte l'udito non sente ... Eppure il tutto è ancora
di adolescente.
Come di chi non ha vissuto quasi niente. Anche se insorge il
disincanto:
non si scorge più nulla di grande ... Né ci conviene affaticarci
avanti .
Si sa che la vita è un composto di spinte e di parole che sono dita .
e un dì si torna alla resa, molecole nel vento, materia estesa .
Oggi il sussulto di male che induce il pensiero mortale
presenta il poi come un umus, con l'antica saggezza: il fiume
oscuro (nulla è detto), il sogno di un fiore, lo smarrimento puro ...
Ma non si tocca la rinuncia che è radicale: l'illusione dura.
lo non sono, non c'è il mondo, tutto è un'onda ...
Ma mi piace quest' ombra.
Non si alzerà più il sole, se così succede un giorno, se si vuole ...
Ma mi piace ancora una donna. Mi curo. E corro;
poi mi appoggio al muro.
E resta che il padrone, che il potere, che l'irragione, vincendo,
mostra che il fme non è affatto il nostro ... Noi peschiamo dentro
il tutto errante, in un insieme - e è questo il solo senso.

Il piede

Questo il mio
bellissimo potente piede;
rotto piagato appoggiato esposto.
Oh che puzzo!
Sono un perdente,
un ribelle infame al dio del denaro.
Amen.
Vengo dal campo dei villani fottuti,
degli insolenti operai, degli intellettuali di merda.
lo con questo,
con questo calciavo all'inferno
i signori e i padroni e i ministri del dio.
E ora, dove è andato il mio piede invitto? Oh meschino!
Non è più grande, non ha un fine,
non ha neppure un seggio.
C'erano una volta i Saraceni, Attila, i Gialli;
ci risaremo noi, ritornati un dì
nel millennio terziario di bancate globali.


* Le poesie sono tratte da Francesco Leonetti, Sopra una perduta estate, a cura di Aldo Nove, NO REPLY Editore 2008



Francesco Leonetti è nato a Cosenza nel 1924. Nel 1955 ha fondato insieme a Roberto Roversi e a Pier Paolo Pasolini la rivista Officina. E' stato vicino alle posizioni del Gruppo 63. Nel 1964 fu eletto segretario del gruppo italiano (Vittorini, Moravia, Pasolini, Calvino) per un giornale internazionale di scrittori che non ebbe sviluppo. Professore di filosofia, ha lavorato in biblioteche emiliane e in case editrici; è stato anche attore. E' poi stato condirettore della rivista Alfabeta. Ha pubblicato libri di poesia: La cantica (1959), In uno scacco (1979).
Tra le opere di narrativa e saggistica: Fumo, fuoco e dispetto (1956), Conoscenza per errore (1961), L'incompleto (1964), Tappeto volante (1967), Irati e sereni (1974), Campo di battaglia (1981). Nei suoi testi ha dato stimolanti analisi del complesso rapporto letteratura/politica, mentre a livello espressivo ha cercato di restituire lo scindersi e l'automatizzarsi della coscienza nella società contemporanea.

(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)


Leonetti e Pasolini

Marco Rustioni

Francesco Leonetti - "Sopra una perduta estate. Poesie scelte (1942-2001)"

[a cura di Aldo Nove, No Reply, Milano 2008]

Sopra una perduta estate è il titolo della scarna plaquette (appena dodici componimenti) stampata nel 1942 dall’allora poco più che diciottenne Francesco Leonetti (1924) presso la libreria antiquaria Landi di Bologna, che tra l’altro ebbe il merito e l’intuizione di pubblicare, nello stesso anno, gli esordi lirici di Roberto Roversi (Poesie) e di Pier Paolo Pasolini (Poesie a Casarsa) sodali del futuro gruppo di «Officina». Oggi il volume viene ristampato dalla casa editrice No Reply e il curatore, Aldo Nove, accompagna all’esiguo corpus lirico una serie di documenti e di contributi, quasi a voler suggerire le coordinate contestuali entro cui leggere la raccolta.

Ed è questo che lascia intendere, ad esempio, la presenza nel libro della lettera inviata da Pasolini a Leonetti per discutere assieme, già nel 1941, del valore raggiunto da questi componimenti, allora in fieri e non ancora destinati alla pubblicazione. Ma, a margine, viene opportunamente inserito anche un altro testo pasoliniano, Il bolognese Leonetti (1953) ampia recensione dedicata alle sue opere giovanili poi confluita in Passione e ideologia (1960). Inoltre, viene proposto un cospicuo numero di interventi, in parte già apparsi in altra sede (mi riferisco a quelli di Clelia Martignoni, Renato Barilli, Guido Guglielmi, Maria Corti, Romano Luperini), in parte inediti ed elaborati da giovani critici (Gian Paolo Renello, Andrea Cortellessa, Gilda Policastro).

Ma soprattutto, ai versi segue una scelta di poesie appartenenti alla successiva produzione (dai poco conosciuti Poemi, editi presso la libreria Palmaverde nel 1952, sino a La freccia, raccolta del 2001) restituita però in modo certo non impeccabile, con alcuni testi inspiegabilmente mutili, o diversi nel titolo, o privi di datazione. Ora, al di là di questi aspetti, a dire il vero affatto secondari, il felice ritrovamento è comunque l’occasione per intraprendere un confronto dialogico più ampio con Leonetti, da troppo tempo scomparso dall’orizzonte interpretativo e su cui permane un incomprensibile ostracismo.

Si tratta di un pretesto senz’altro virtuoso, anche perché Sopra una perduta estate non può non essere catalogata tra le puerili dell’autore e suscitare, al di là del valore documentario, un interesse tutt’al più storico-biografico. Se da un lato, infatti, si rivela assai curioso il ductus classicheggiante di questi versi adolescenziali, così dissimili dalla vibrante petrosità stilistica che connota La cantica (1959), dall’altro gli esercizi retorici qui proposti, sorta di parnaso minimo intriso di malinconica e limpida inquietudine, non pervengono certo ad esiti ragguardevoli. Non a caso, il motivo principale del libro restano i contributi saggistici inediti.

A tal proposito, merita attenzione l’analisi della Voce del corvo (2001) compiuta da Cortellessa, acuto nello scandagliare le modalità mitobiografiche esperite da Leonetti nel racconto della propria esperienza bellica; ma puntuali sono pure le note elaborate da Gilda Policastro, che a partire da Leopardi, saggio officinesco del 1955, mira a ricostruire un convincente ed esaustivo quadro di allusioni e di suggestioni presenti, soprattutto, nel corpus narrativo e poetico edito tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, da Fumo, fuoco e dispetto (1956) fino a Conoscenza per errore (1961).

In ultimo, dunque, dalla ristampa di Sopra una perduta estate sembra trapelare una mutata predisposizione critica verso Leonetti, da sempre disponibile, come suggerito da Renello, «al confronto con gli eventi, con le cose e con la storia», ed è anche per questo motivo che la sua scomparsa dai meccanismi di selezione della memoria collettiva appare oramai poco tollerabile. L’auspicio, insomma, è che il volume possa farsi portavoce di questo invito, ad oggi (purtroppo) inascoltato.

(Da: http://www.allegoriaonline.it/)