TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 29 febbraio 2012

Giorgio Amico, Gli scioperi del marzo 1944 a Savona


Il primo marzo 1944 gli operai savonesi entravano massicciamente in lotta. Nonostante la durissima repressione lo sciopero riusciva. Centinaia di lavoratori verranno arrestati e deportati in Germania, solo pochi sopravviveranno.

Giorgio Amico

Gli scioperi di marzo e le deportazioni in Germania

Continua, intanto, e si intensifica l'agitazione nelle fabbriche. Nella seconda metà di febbraio in seguito ad uno sciopero vengono arrestati quattro operai della Scarpa & Magnano: Ernesto Miniati, Edoardo Wuillermin, Angelo Canepa e Aldo Manitto. I lavoratori dello stabilimento di Villapiana protestano contro i ritardi della Direzione che non ha ancora pagato gli aumenti salariali strappati con lo sciopero di dicembre.

A dimostrazione dell'importanza che il Partito Comunista attribuisce a Savona che, non va dimenticato, rappresenta uno dei principali centri del triangolo industriale, il 28 febbraio giunge a Savona Giancarlo Pajetta che, assieme a Andrea Gilardi, segretario della Federazione, da una abitazione sita in via Poggi, svolge un instancabile opera di organizzazione e coordinamento dell'ormai prossimo sciopero generale. Uno sciopero, si legge in un notiziario della GNR, «a carattere apparentemente economico ma in effetti politico, di concerto con il movimento partigiano».

Le indicazioni del partito agli operai sono chiare: organizzare la lotta, sabotare la produzione, bloccare le ferrovie, disarticolare la rete di controllo tedesca delle industrie italiane. Nelle fabbriche del Savonese viene capillarmente diffuso il seguente manifesto:

"Lavoratori,
da novembre ci battiamo per assicurare il pane a noi e alle nostre famiglie. Con la nostra combattività e la nostra unità abbiamo strappato agli occupanti tedeschi e fascisti e ai padroni loro alleati, qualche misera concessione e molte promesse. Ma quello che ci è stato formalmente promesso lo si vuole ora negare e le promesse fatte sono già state dimenticate...
Tutto continua peggio di prima. I fascisti e i tedeschi ci vogliono terrorizzare per affamarci. Nelle officine arrestano i nostri migliori compagni, arrestano ovunque i familiari di patrioti. Nelle carceri torturano bestialmente i prigionieri; dei pretesi tribunali ordinano delle fucilazioni in serie e i militi fascisti e le SS tedesche si abbandonano nelle nostre città e nei nostri villaggi a dei massacri di inermi e di innocenti cittadini...
Lavoratori!, Italiani!, dobbiamo avere fiducia nelle nostre forze. Il nemico non è forte: è feroce perchè ha paura e sente arrivare la sua fine. Già vacilla sotto i colpi che riceve su tutti i fronti. Che anche dal fronte interno, che anche da noi, riceva il colpo che lo atterrerà!"

Preparato con estrema attenzione, lo sciopero riesce compattamente anche a Savona. Gia il giorno 2 marzo in un messaggio alla Direzione del PCI Gian Carlo Pajetta segnala il grande successo ottenuto a Savona, tanto più importante considerato che a Genova lo sciopero è fallito, ma anche l’elevato numero degli arresti:

"Da Savona non ci sono notizie dirette. Riuscita totalitaria come si prevedeva. Solo lo stabilimento che aveva scioperato nei giorni scorsi è mancato. I negozi non si sono chiusi e sembra che il CLN all’ultimo momento non abbia marciato. All’Ilva sono entrati i tedeschi, ma lo sciopero è continuato. Anche a Vado sciopero, 40 arresti a Vado e 100 a Savona, secondo le prime notizie."

In effetti il prezzo pagato è alto. Incapaci di impedire lo svolgersi dell’agitazione, tedeschi e fascisti hanno risposto con la repressione più brutale. Alla Brown Boveri di Vado Ligure alcuni operai, considerati promotori dell'agitazione, vengono arrestati. Altri 27 operai vengono arrestati nello stabilimento SAMR, ad essi si aggiungono trenta lavoratori catturati alla Piaggio di Finale, mentre oltre un centinaio saranno i rastrellati all'ILVA di Savona.

Gli arrestati verranno prima trasferiti alla Colonia "Merello" di Spotorno, adibita a campo di concentramento e poi, dopo una sosta a Genova, deportati in Germania. 67 lavoratori, considerati inadatti al rigido regime dei campi di lavoro germanici, verranno direttamente avviati al tristemente noto campo di sterminio di Mauthausen da cui, a guerra finita, solo in otto faranno ritorno a Savona.

Nonostante la brutalità della repressione, lo sciopero generale è un successo. Lo stesso Ministero degli Interni della RSI deve riconoscere in un comunicato che nel savonese gli scioperanti si contano a migliaia. In un lungo articolo su La Nostra Lotta, Luigi Longo esalta il sereno eroismo degli operai savonesi che non si sono piegati alla repressione. Lo riportiamo integralmente:

"A Savona le autorità, a conoscenza della preparazione dello sciopero, avevano fatto affluire in città 300 bersaglieri che, insieme con un forte contingente di tedeschie di fascisti del luogo, iniziarono subito violente rappresaglie contro gli operai, specialmente i giovani.
Alto era lo spirito combattivo delle masse, dimostrato dal fatto che gli operai dell’Ilva, in questi ultimi mesi, dopo lo sciopero di dicembre, per ben tre volte erano riusciti a far sospendere dalla direzione il licenziamento di 1500 operai da inviare in Germania.
Il 1° marzo, gli operai dell’Ilva sono in prima linea ad incrociare le braccia. Nella mattinata, subito dopo l’attuazione dello sciopero, irrompono nello stabilimento due plotoni di tedeschi e molti bersaglieri che, armati di fucile mitragliatore, prelevano a caso dai diversi reparti circa un centinaio di operai e, fattili salire in camion, li portano prima in caserma, poi in questura e infine al campo di concentramento di Spotorno. Il mattino seguente la massa riprendeva il lavoro. Anche alla Servettaz lo sciopero riuscì in pieno il primo giorno, nonostante che anche qui molti operai fossero già stati arrestati e gli altri minacciati con le armi se non riprendevano il lavoro. Tutte le piccole officine di Savona si comportarono benissimo; scioperarono tutto il giorno e non ripresero il lavoro che dopo i grandi stabilimenti.
L’unico grande stabilimento di Savona che non ha partecipato allo sciopero è stato la Scarpa e Magnano. Le maestranze di quest’officina, poco tempo prima, avevano condotto un’agitazione per avere l’indennità di 500 lire in più delle 192 ore promesse dagli industriali. Tale agitazione portò all’arresto di alcuni operai e alla chiusura dello stabilimento per tre giorni. Il giorno 2, a Savona, alla partenza degli arrestati, ha avuto luogo una manifestazione di donne.
A Vado ligure, la mattinata del 1° marzo, alle 8, quasi tutti gli stabilimenti del settore entrano in isciopero, mentre gli altri sospendono il lavoro alle 10. La reazione della polizia fascista ottiene che la Brown-Boveri riprenda il lavoro, ma le altre maestranze restano in isciopero, parte fino a mezzogiorno, parte fino a sera. Si è particolarmente distinto lo stabilimento Materiali Refrattari che, protraendo lo sciopero anche il 2 marzo, veniva chiuso a tempo indeterminato dalle autorità. Alla Siap gli operai preferiscono abbandonare lo stabilimento, piuttosto che cedere alla pressione tedesca. Nell’Ilva Ferro-Rotaie vengono operati 23 arresti di operai, presi a caso. Nella notte fra il 3 e 4 marzo, vari autocarri di cosiddetti bersaglieri fascisti, guidati e informati da elementi traditori del luogo, si recano a Zinola con l’intento di effettuare numerosi arresti. I compagni ricercati tentano di fuggire; alcuni non vi riescono, essendo pressochè bloccate le strade. Nel tentativo di fuga un compagno viene ripetutamente colpito da colpi di moschetto. La sera del 4, egli decedeva all’ospedale: era un ex confinato politico, lascia la moglie e quattro figli.
A Finale Ligure, alle ore 10 del 1° marzo, entra in isciopero compatto lo stabilimento Piaggio. All’irrompere dei carabinieri nello stabilimento, questi sono affrontati con energia e risolutezza da alcuni operai, che rivendicano il diritto allo sciopero per non morire di fame. Dopo varie minacce, i carabinieri procedono ad incolonnare 150 tra operai ed operaie, per portarli fuori dello stabilimento con l’intenzione di incarcerarli; ma l’intervento degli altri operai impedisce questa azione. Lo sciopero continua compatto per tutta la giornata. La sera un manifesto dell’autorità tedesca anticipa il coprifuoco alle ore 19."

Lo sciopero generale, a cui partecipa quasi un milione di lavoratori in tutta l’Italia del Nord, costituisce tra l’altro la risposta degli operai alla legge sulla socializzazione delle imprese del 12 febbraio con cui Mussolini aveva tentato di recuperare consenso fra i lavoratori. La riuscita straordinaria dello sciopero, il fatto che, pur preavvertite, le autorità non siano state in grado di impedirlo, dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che le maestranze delle fabbriche del Nord non credono più alle promesse dei fascisti e che la propaganda del regime non ha più la minima presa su di loro. Anche a Salò c’è chi lo ammette senza reticenze. È il caso di uno dei capi del sindacalismo repubblichino che in una lucida (e coraggiosa) lettera a Mussolini descrive con estremo realismo lo stato d’animo delle masse e al contempo delinea i tratti contradditori di quella che sarà la politica comunista del dopo-liberazione:

"Le masse ripudiano di ricevere alcunchè da noi. […]La massa ragiona, anzi sragiona in un modo assai strano. Addossa al fascismo ed a noi il tracollo sul campo di battaglia, l’alleanza con la Germania che reputa funesta, l’invasione del territorio nazionale, la perdita dei possedimenti coloniali (dimenticando che l’Impero era stato creato da Voi); la distruzione delle città, i lutti sparsi dovunque copiosamente. Insomma, la massa dice che tutto il male che abbiamo fatto al popolo italiano dal 1940 ad oggi supera il gran bene elargitole nei precedenti venti anni, ed attende dal compagno Togliatti, che oggi pontifica da Roma in nome di Stalin, la creazione di un nuovo paese di Bengodi, nel quale, accanto ad un comunismo annacquato, cioè mediterraneo, direi quasi solare, dovrebbe soppravvivere una democrazia di marca anglo-sassone, pronta ad agire ed a frenare il prevalere delle ideologie che vengono da Oriente."

Come già a dicembre, anche in questa occasione la vendetta dell'occupante non si farà attendere. Il 15 aprile, in risposta al ferimento di un soldato tedesco avvenuto qualche giorno prima, tredici antifascisti prigionieri vengono condotti sul promontorio di Valloria e lì falciati a raffiche di mitra. Cadono così Attilio Sanvenero, Matteo De Salvo, Paolo Attilio Antonini, Edoardo Gatti, Francesco Falco, Pietro Salvo, Lorenzo Baldo, Nello Bovani, Mario Gaggero, Giuseppe Rambaldi, Aldo Tambuscio, Giuseppe Casalini, Angelo Galli. Per terrorizzare la popolazione per 22 giorni le salme restano insepolte, nonostante le accorate richieste delle famiglie e gli appelli del Vescovo di Savona. L’eccidio di Valloria avrà un seguito giudiziario nel primo dopoguerra. Il 3 ottobre 1946 un avvocato indirizza al Sindaco di Savona un dettagliato promemoria sull’accaduto chiedendo l’apertura di un’inchiesta e l’individuazione dei responsabili. Ma, come per le altre stragi compiute dai tedeschi, tutto verrà insabbiato. Due mesi più tardi il comandante dei carabinieri di Savona risponde con una nota di poche righe che «nessun elemento utile è stato raccolto» e l’inchiesta viene chiusa. In quel momento le sinistre sono ancora al governo e il comunista Fausto Gullo è ministro della giustizia.

(Da: Giorgio Amico, Operai e comunisti, La Giovane Talpa, Milano 2005)

68° Anniversario dello sciopero e delle deportazioni del 1° marzo 1944



L’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei lager nazisti, le Organizzazioni Sindacali CGIL-CISL-UIL e l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Savona

1° MARZO 1944 IL CLN ALTA ITALIA PROCLAMA LO SCIOPERO CONTRO IL NAZISMO E LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA.
ADERISCONO 5200 LAVORATORI DELLA PROVINCIA DI SAVONA.
LA RAPPRESAGLIA NAZIFASCISTA IN RISPOSTA ALLO SCIOPERO EBBE COME CONSEGUENZE IL CARCERE, LA DEPORTAZIONE E LA MORTE DI MOLTI LAVORATORI.

68° ANNIVERSARIO DELLO SCIOPERO E DELLE DEPORTAZIONI DEL 1° MARZO 1944

“1° marzo 1944: una pagina di storia che diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana”
Solo la conoscenza del passato consentirà ai giovani di scrivere il futuro.

martedì 28 febbraio 2012

Marco Revelli, Come se niente fosse


"Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che gli altri posti erano occupati". Ci siamo ricordati di questi versi di Brecht ascoltando i commenti di chi, partiti, giornali, istituzioni, a proposito di ciò che sta accadendo in Valle Susa contrappone una concezione formale e astratta di democrazia e legalità all'azione diretta di un popolo che non vuole essere espropriato dei suoi diritti. Come nel caso della crisi finanziaria fatta pagare a lavoratori e pensionati, anche per la Valle Susa se le ragioni sono queste, allora noi vogliamo stare dalla parte del torto.

Marco Revelli

Come se niente fosse

La verità su quanto sta accadendo in Val di Susa, e sul suo significato generale, sta tutta in una quarantina di ore. Nel breve spazio che va dal sabato pomeriggio al lunedì mattina. Sabato, una valle intera - un popolo - molte decine di migliaia di persone, anziani, giovani, donne, bambini, contadini, operai, piccoli imprenditori, commercianti, "popolazione", riempiono le strade, i campi circostanti, le rotatorie e i borghi, per dire no al Tav. Pacificamente, con volti sorridenti e idee chiare in testa. Lunedì mattina - come se niente fosse - una colonna di uomini armati marcia, secondo programma, sull'area-simbolo di Clarea, sui terreni di proprietà comune risparmiati dal primo blitz del 27 giugno 2011 e diventati il simbolo della resistenza, per occuparli. Indifferenti a tutto, muovono per spianare la Baita che ha ospitato in questi mesi l'anima della valle, come se con le ruspe potessero cancellare le ragioni di tutti. In mezzo, un uomo che cade da un traliccio, folgorato, e solo per miracolo non perde la vita.

Non servono molti discorsi per cogliere l'intreccio di arroganza, di stupidità, di sordità burocratica e di sostanziale disinteresse per i fondamenti della democrazia che muove un potere insensibile a qualunque argomentazione razionale e a ogni criterio di prudenza. Persino a ogni calcolo di costi e benefici. Incapace di leggere i numeri (anche se composto da fior di professori di economia) come di ascoltare le voci dei territori (anche se sensibilissimo ai sussurri dei mercati globali). Chiuso in un'assolutistica fedeltà ai soli interessi dei forti e ai progetti (insensati) degli apparati tecnocratici, a tal punto da non soprassedere neppure una settimana, neppure un giorno, nell'esecuzione di una decisione con tutta evidenza improvvida.

Ho sempre cercato di resistere alla seduzione delle teorie "catastrofiche" che annunciano l' "azzeramento della democrazia" di fronte all'onnipotenza delle tecnocrazie trans-nazionali e all'impersonalità dei mercati. Mi sembravano una diagnosi paralizzante. E tuttavia è difficile non cogliere l'evidenza empirica della forbice sempre più larga - un abisso - che si va creando tra le pratiche autoreferenziali e burocraticamente formali delle istituzioni nazionali e continentali (di quella che con drammatica ironia si chiama "politica") e le domande sempre più esasperate di partecipazione (o anche solo di ascolto) che salgono dai territori. Tra la "democrazia dell'indifferenza" che domina in alto, e la "democrazia della partecipazione" che abita in basso.

Non si tratta solo della pressione repressiva, che d'altra parte in Val di Susa si è fatta soffocante, ai limiti della tollerabilità costituzionale e anche oltre. Si tratta di una cosa più complessa che riguarda il delicato rapporto tra rappresentanti e rappresentati, giunto davvero - per lo meno sul piano nazionale - al punto di rottura, forse irreversibile. Si tratta di quell'organo essenziale in ogni democrazia (e che manca in ogni dittatura) che è l'udito: la capacità di ascoltare le voci della società, dei suoi diversi "pezzi", e di dar loro il giusto peso, come condizione per mantenere "coeso" un Paese, ed evitare l'esodo delle sue parti vitali.

In assenza di quel canale uditivo, un Paese si "slega". Se ignorata troppo a lungo nelle sue ragioni vitali, una popolazione esce dal patto civile che determina il grado e la forma della legittimazione. L'immagine della Grecia è esemplare: un popolo, una nazione, una società condannata alla morte civile in nome di dogmi fideistici coltivati e celebrati nel cuore istituzionale d'Europa, sulla base di ricette rivelatesi mortali agli occhi di tutti, tranne che a quelli dei decisori istituzionali. Come esemplare è l'immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.

Se non riempiremo quell'abisso di senso e di silenzio, se non sapremo riportare a terra il luogo della decisione sul destino dei beni di tutti ora evaporata nell'alto dei cieli finanziari e tecnocratici - ricominciando in primo luogo ad "ascoltare" - quelle di Atene e di Chiomonte non saranno le sole tragedie a cui assisteremo.

(Da: Il Manifesto del 28 febbraio 2012)

lunedì 27 febbraio 2012

Migrations culinaires: la cuisine francophone de chez nous




MIGRATIONS CULINAIRES
LA CUISINE FRANCOPHONE DE CHEZ NOUS

Trois soirées pour découvrir la richesse de la cuisine francophone dans notre territoire

Il mercoledì sera dalle 20.30 alle 22.00
presso i locali del CIAO a Torre Pellice, via volta 5

Nell’ambito dei progetti per la tutela e la promozione delle lingue minoritarie 2011/2012 saranno proposte tre serate dedicate alla cultura culinaria francofona, nel mese di marzo 2012.

Gli incontri serali con cadenza settimanale della durata di 1h30 (20.30-22) vedranno protagoniste tre donne provenienti da regioni francofone (Maghreb, Svizzera e Madagascar) che illustreranno in lingua francese le tradizioni gastronomiche dei loro paesi e racconteranno le loro esperienze di donne immigrate, “ideatrici forzate” di nuovi piatti che mescolano sapori e ingredienti di mondi diversi. Si prevede la dimostrazione
pratica della realizzazione di un piatto tipico.

Mercoledì 7 marzo 2012 - La cuisine marocaine à l’honneur
SAADIA EL-KAMLADI

Mercoledì 14 marzo 2012 - La cuisine suisse de chez nous
ROLANDE MOINAT

Mercoledì 21 marzo 2012 - Saveurs et parfum de Madagascar
MARIE-LOUISE RASDAMAHAFALY

Info: segreteria@fondazionevaldese.org - tel. 0121.932179
www.fondazionevaldese.org

domenica 26 febbraio 2012

Guido Araldo, Come un imperatore


Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.

Guido Araldo

Come un imperatore

(Decima parte de "Il serpente corallo)

Il questore, seduto dietro all’imponente scrivania ottocentesca in noce, per quanto minuto e calvo, sembra davvero un piccolo imperatore!
Signor commissario, a questo punto deve agire!
Di fronte al silenzio del commissario, il questore s’inquieta. Ma che aspetta ancora? Ha le prove! Prove concrete! Il movente!
La voce del commissario è insicura: Ho timore di sbattere in prigione degli innocenti!
Ma che sono questi scrupoli? Ormai tutto è chiaro! Ci sono di mezzo interessi enormi, che hanno motivato l’omicidio dell’ingegnere!
Mi scusi, signor questore, ma cerchi di rispondere a questa domanda, una domanda che mi ha reso insonne la notte: per quale motivo uccidere l’ingegnere, se poi non gli si sottrae in qualche modo la perizia? Perché non si è fatto sparire questo pesante atto di accusa?
La risposta è semplice: probabilmente all’assassino è mancato il tempo! A ogni modo questo è un dettaglio secondario. Consideri che l’immobiliarista e le sue complici amanti avevano facile accesso al capannone dov’erano custoditi i serpenti. Un caso fin troppo facile ed evidente! E ancora: chi, se non una delle amanti, sapeva che il guinzaglio era stato dimenticato nel cestello della bicicletta dov’è finito il serpente, in attesa che l’ingegnere c’infilasse la mano. Signor commissario, cosa sono questi ripensamenti improvvisi ed inopportuni?

L’indice del questore sale nella sua direzione, quasi minaccioso: E’ palese che l’immobiliarista non abbia agito da solo! Aveva sicuramente per complici le due amanti, che peraltro si spartiva con la vittima! Che gran puttane: l’una, Regina, gli ha fornito l’alibi; l’altra, Pamela, aveva sotto gli occhi ogni movimento dell’ingegnere, trovandosi in casa sua. E’ stato un gioco fin troppo facile, da ragazzi!
Il pugno di questore si abbatte sulla mastodontica scrivania coperta da una pesante lastra di vetro. Non perda tempo, signor commissario: il caso è risolto!
Un ordine preciso, addirittura perentorio!
Al commissario non resta che uscire pensieroso, dopo un ossequioso saluto; mentre la voce del questore lo rincorre: La smetta di scervellarsi ancora, ormai tutto è chiarito!

Un’ora dopo il “Diablo” entra in manette in commissariato, sembra inciampare e quasi cadere in ginocchio di fronte al commissario. Mi creda, non sono stato io! Sono un truffatore, ma non un assassino! L’ingegnere era un mio amico: il migliore tra i miei amici! Non gli avrei mai fatto uno scherzo del genere! E poi, ignoravo la perizia che stava elaborando. Ne ero totalmente all’oscuro. Non me ne aveva parlato! E’ la verità!
Mentre gli agenti Dadone e Somenzi lo trascinano via di forza, si volta verso il commissario e urla con affanno, disperato: Non sono un assassino! E poi, crede che avrei fatto davvero della galera per un po’ di arsenico sparso qua e là su un terreno incolto? Ben altra cosa un efferato omicidio, intenzionale! L’accusa che mi è precipitata addosso è mostruosa e assurda!
Composta, invece, invece è Pamela; pure lei in manette. Abbozza addirittura un lieve sorriso, quando passa davanti al commissario taciturno, con il capo chino: nessun commento, nessuna sceneggiata.
Al commissario pare d’intuire i suoi pensieri “Me lo aspettavo, anche se sono innocente!”. “Per pietà, cerchi da un’altra parte: non interrompa le indagini!”
Composta, ma meno sobria Regina, che la segue poco dopo: Signor commissario, io sono innocente! La mia testimonianza è veritiera. Non le ho mentito, mi deve credere! Quella maledetta domenica era con il “Diablo” e lui non si è mai allontanato da casa, non è venuto in città.
Il commissario si morsica la lingua, vorrebbe infatti consigliarla: “Lo vada a dire al questore”.

Il giudice per le indagini preliminari si rivolge al commissario, dopo averlo convocato nel suo ufficio: Come ha potuto constatare, il suo desiderio è stato esaudito: gli inquisiti sono stati prelevati dalle loro case con la massima discrezione. Ma non si faccia illusioni: è soltanto questione di tempo! La bomba informatica esploderà ben presto.
Il giudice scruta il commissario: Ancora perplesso su questi arresti?
Abbastanza! Si tratta di persone adulte, smaliziate: se sono stati loro a commettere l’efferato delitto, si sono rivelati degli sprovveduti, e tali non sono!
Deve ammettere, però, che le prove sono tutte contro di loro. E di moventi ce ne sono addirittura due: l’affare dell’ipermercato che, se evidenziato dall’ingegnere nella sua perizia, avrebbe comportato un grave danno economico per l’immobiliarista; e questioni sentimentali. E’ lecito supporre che le due signore siano state complici dell’immobiliarista poiché stanche di questo intreccio amoroso pentacolare, bizzarro e, a lungo andare, insostenibile.
Il giudice si alza e con le mani incrociate sul fondoschiena si dirige verso la finestra affacciata sulla principale piazza cittadina; scruta distrattamente l’ampia piazza più asburgica che sabauda e pone una domanda imprevista: Signor commissario, lei gioca a scopa?
Un tempo giocavo, ora non più!
Bene, conosce il gioco. Diciamo che in questa storia di amori “a cinque” le carte erano sparigliate da troppo tempo: due donne, due fanti e un re! Ora sono state parigliate: due donne e due fanti!
Suppone che l’ingegnere fosse di troppo?
E’ probabile! Un gioco a cinque è complesso e, di per sé, instabile: passioni, affetti, simpatie s’intrecciano, s’aggrovigliano, si accentuano e finiscono per esplodere.
Suppone un coinvolgimento del farmacista?
La sua posizione è ancora tutta da vagliare! Di certo era il proprietario del serpente, la cui scomparsa non ha provveduto tempestivamente a denunciare, com’era suo preciso dovere. Una mancanza che non gioca a suo favore! In quanto alle donne, l’accusa è di complicità; ma, forse, come sovente succede in simili situazioni, sono state le ispiratrici del crimine.
A ogni modo – continua il giudice tornando alla scrivania – l’autorizzo a proseguire le indagini, nonostante il signor questore le consideri espletate. Non si preoccupi: parlerò io con il questore. E’ ovvio che sarà suo dovere tenermi costantemente informato!

continua


Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 25 febbraio 2012

Tintoretto. Il maestro della luce



Alle Scuderie del Quirinale di Roma una grande esposizione ricostruisce temi e percorsi di uno dei giganti della pittura del Cinquecento. Forse il primo artista davvero moderno o più semplicemente il primo a capire che in Italia già allora "senza padrini" si andava poco lontano e soprattutto non si faceva fortuna.


Cesare De Seta

Tintoretto. L'arte veloce del maestro della luce

Pietro Aretino, insigne scrittore e amico di pittori, ebbe rapporti difficili con Tintoretto e scrisse della "tristizia e follia" di Jacopo Robusti (1518-1594): nato a Venezia aveva preso nome dal padre tintore, nella cui bottega imparò a maneggiare tessuti preziosi, a valutare i pigmenti dei velluti, carezzando sotto la luce la tessitura marezzata delle sete. E in quella bottega cominciò a disegnare sulle pareti col carboncino. Il padre lo mandò da Tiziano e per qualche tempo ci rimase. A soli diciotto anni fu ammesso nella Fraglia dei pittori.

Così la leggenda nasce e Tintoretto, passo dopo passo, diviene, alla morte di Tiziano nel 1567, il più celebre pittore di Venezia. Ne prese il posto con il piglio, il talento, l´anticonformismo plastico e illusionistico che ne segnarono l´opera: ebbe per committenti la chiesa, la Serenissima, il patriziato veneto, i Gonzaga, i Fugger, l´imperatore Rodolfo II e Filippo II di Spagna, ma fu anche devoto delle confraternite a cominciare da quella di San Rocco di cui fu membro, e per la quale dipinse uno spettacoloso ciclo di teleri.

La mostra Tintoretto alle Scuderie del Quirinale fino al 10 giugno, (a cura di Vittorio Sgarbi, commissario Giovanni Morello, coordinamento del catalogo Skira G. C. F. Villa, testi in mostra di Melania Mazzucco, autrice di una monumentale biografia dedicata al pittore e allestimento di M. De Lucchi), offre una rassegna in cui suonano tutti i tasti di un prodigioso talento: pittura di storia e mitologica, religiosa e profana, ritratti. Fanno corona tele di Tiziano, Schiavone, Parmigianino, Sustris, El Greco, i Veronese, i Bassano e lo scultore Vittoria.

«Il disegno di Michelangelo e il colorito di Tiziano», scrisse Carlo Ridolfi suo primo biografo, e, nella sua icasticità, l´immagine è felice: perché a Tintoretto riuscì di coniugare le scuola tosco-romana con quella veneziana. Il Miracolo dello schiavo (1547-8) che ci accoglie al primo piano, con le sue monumentali dimensioni, 4 metri per oltre 5, squaderna teatralità e drammaticità: il telero è il primo che dipinse per la Scuola Grande di San Marco. Il santo, circonfuso di luce, piomba dal cielo sullo schiavo destinato al martirio, circondato dai carnefici e da una folla di astanti in abiti sfarzosi o nudi. Le brusche torsioni dei corpi, gli avvitamenti e gli scorci sono come amalgamati nella scena in unità plastica, dove la luce gioca un ruolo essenziale nel modellare la scena, e in cui la "maniera" convive con un accentuato michelangiolismo ben evidente nel nudo in primo piano sulla destra. "La prestezza del fatto", cioè la velocità del suo pennello, stigmatizzata da Aretino, qui diventa qualità stilistica.

In Susanna e i vecchioni (1555 c.) l´eco tizianesco rintocca, l´artificio dello specchio dilata lo spazio, mentre la luce carezza le morbide forme della bionda fanciulla immersa in un paesaggio incantato: la storia, tratta dall´Antico Testamento, assume sapore profano per l´insistita sensualità della scena disseminata di mirabili dettagli in primo piano: altro che "prestezza del fatto". Un tono felicemente favolistico ha la Creazione degli animali (1550-3). Assai più numerose le storie della vita di Cristo: Jacopo, concluso il Concilio di Trento, riuscì a mediare nel suo programma iconografico tra Riforma e Controriforma, fu accorto e non incappò nell´Inquisizione, che non risparmiò invece colleghi come Paolo Veronese. In San Giorgio e il drago (1553-5) il paesaggio assume un rilievo particolare, così in Santa Maria egiziaca e Santa Maria leggente (1582-83), tele verticali.

Jacopo compone avvalendosi di maquette da scena teatrale, con le figure modellate in cera o creta. In studio si serve di modelli maschili e femminili e li mette in posa, poi li veste perché assumano le forme desiderate che gli consentano d´approdare al suo "realismo" plastico. A volte viene di pensare quanto Delacroix abbia attinto a lui e Jean-Paul Sartre, la cui monografia sul nostro è stata edita da Marinotti, l´aveva intuito.

L´influenza che Jacopo Sansovino scultore e architetto eserciterà sulle sue composizioni, è evidente nel Trafugamento del corpo di San Marco (1562-6) in cui la scena architettonica ha una valenza essenziale, e contiene il gruppo che regge il corpo inanimato del santo, ma vigoroso nelle membra michelangiolesche. A Sansovino rese omaggio nel ritratto (1565) che qui si vede. Altre volte attinge liberamente e senza inibizioni alle incisioni del trattato di Serlio, testo che faceva parte della sua biblioteca. L´Ultima cena proveniente dalla chiesa di San Polo (1574-5) restaurata, e la successiva di un decennio, di San Trovaso, sono un momento altamente significativo della mostra, per la straordinaria dinamicità delle composizioni e per il diretto confronto. È assente, hélas, quella di San Giorgio Maggiore: così come bello sarebbe stato avere accanto all´Annunciazione (1558) di Tiziano, così composta, quella di Tintoretto così drammatica, in cui l´angelo irrompe con una schiera di angeli su Maria ed essa ne è spaventata.

Tintoretto dipinse direttamente sulla tela, di qui molti pentimenti, e usa un´imprimitura scura che diviene parte della cromia della tele. Fu sommo ritrattista: malgrado il grande veggente Roberto Longhi lo sbeffeggi – anche Omero sonnecchia – i suoi autoritratti da giovane (1547) e da vecchio (1587), quello a figura intera del Venier, quelli di tre quarti di numerosi membri del patriziato veneto lo confermano. A chi gli chiedeva quali fossero i più bei colori disse: «Il bianco e il nero, perché l´uno dava forza alle figure profondando le ombre, l´altro il rilievo» (Ridolfi). Un risposta alla Malevic.

(da: La Repubblica del 25 febbraio 2012)





Melania Mazzocco

Pronto a tutto per dipingere un quadro in più


Non finì mai in prigione, come Cellini; né uccise un uomo in una rissa, come Caravaggio. Non morì in miseria né suicida. La sua vita non fu inquieta come la sua opera. Eppure Tintoretto si è meritato nella storia dell´arte una leggenda duratura di simpatica canaglia. Un aggressivo, incendiario grano di pepe. Un pazzo e un mascalzone – un "tristo", per usare le parole di Pietro Aretino (il quale doveva intendersene, essendo la massima canaglia del momento). Ma cosa aveva fatto Tintoretto per guadagnarsi questa fama? Qual´era il suo crimine? Non sapremo mai quanti quadri ha dipinto. Chi dice 468, chi 420, chi 260. Per ogni Tintoretto che viene espunto dal catalogo e declassato a prodotto di bottega, di copista o imitatore, ne spunta un altro, che riemerge con grande clamore mediatico da un castello inglese, dal mercato antiquario o da chissà dove.

Ma anche senza addentrarsi nel ginepraio delle attribuzioni, Tintoretto dipinse più di tutti gli altri pittori del suo tempo, e più di quanto sembra umanamente possibile. "Certo che egli abbraccia troppo", lamentava un conoscente già nel 1556, quando la sua bulimia creativa non si era ancora scatenata. Giorgio Vasari deprecava i ghiribizzi dell´intelletto che lo spingevano a dipingere "fuori dall´uso degli altri pittori" e a non rifinire i quadri; Federico Zuccari lo accusava di avere fatto decadere la pittura con la sua frenesia e il suo furore.

Ma la tecnica pittorica di Tintoretto non li scandalizzava meno dei metodi coi quali si procurava il lavoro. Perché non rispettava precedenze né gerarchie. Era refrattario alle regole in un´epoca in cui parole e comportamenti erano rigidamente codificati. I suoi faticosi primi quindici anni di attività gli avevano insegnato che i concorsi non si vincono col progetto migliore. Ma con quello meglio appoggiato. Così Tintoretto s´ingegna. E´ disposto a manipolare il concorso, a farlo annullare. A lavorare gratis. A contraffare lo stile altrui, a essere se stesso e i suoi rivali, a dipingere in ogni maniera – a essere ognuno. La sua ubiqua inafferrabilità aizza il malumore dei colleghi e le ironie dei critici. Ma che cosa vuole veramente Tintoretto? Denaro? Riscatto sociale? Rispettabilità? Primato sugli altri pittori? Gloria? Forse. In sessant´anni di lavoro si costruisce una posizione, sposa una borghese, schianta la concorrenza, crea una fiorente bottega-azienda, si compra una casa con vista sul canale, diventa celebre. Ma in realtà non gli importa nulla di tutto questo. Ciò che solo vuole, e i suoi contemporanei non lo capiscono, è dipingere. E´ coi quadri che parla e pensa, la pittura l´unica lingua in cui si esprime e si rivela.

A quel tempo un pittore non dipingeva per sé. Era inconcepibile. Dipingeva solo su commissione. Dunque Tintoretto ha bisogno di commissioni. E se le procura, a qualunque costo e in qualunque modo. Alla fine, possiamo pensare che fosse dominato e posseduto da una magnifica ossessione: dipingere tutto. Far sì che in ogni contrada di Venezia, chiesa, cappella, palazzo, soffitto, facciata, sala di riunioni, altare, tribunale, restasse traccia di sé. Nascondersi nell´opera, e in essa essere in salvo. Era forse una temeraria, folle sfida alla morte. E Tintoretto l´ha vinta.

(Da: La repubblica del 25 febbraio 2012)

venerdì 24 febbraio 2012

Ferraris, La biblioteca di Borges


Per noi una biblioteca è come un bosco, nel cui intrico di sentieri ombrosi perdersi e ritrovarsi. Il luogo dei sogni e dei desideri.

Maurizio Ferraris

La biblioteca di Borges



La Biblioteca Nazionale di Buenos Aires non è più quella che aveva conosciuto Jorge-Luis Borges (1899-1986) a Calle México, nel quartiere di San Telmo. È un edificio moderno nel quartiere della Recoleta che ricorda vagamente il bunker antiaereo dello zoo di Berlino, e ha vicende poco meno militari, giacché il terreno su cui sorge era quello della residenza di Perón, distrutta insieme ad altre vestigia del regime dopo il 1955. Dopo varie vicissitudini, fu alla fine inaugurata nel 1992 da Carlos Menem, quello che gli argentini chiamavano El Turco, trasformandolo a tutti gli effetti nel personaggio di una novella di Borges. Così come borgesiana è non solo la grande biblioteca, prefigurazione della Biblioteca di Babele, ma anche la storia che ho appreso girando per la biblioteca. Borges ha diretto la Biblioteca dal 1955 al 1973, nominato alla caduta di Perón, di cui era un fermo antipatizzante, e dimissionato subito dopo il ritorno del generalissimo. Aveva scritto una poesia quando ricevette la nomina, in cui ironizzava sull´ironia di Dio che aveva pensato di dargli, insieme, una miriade di libri e la cecità. Non è la sola ironia, perché per cacciarlo si sostenne che ne aveva rubati. Perciò, prima di andarsene, convocò uno scrivano che constatò la proprietà e fece la lista delle opere che dovevano essere ritirate dall´ufficio, perché appartenevano a Borges che le aveva portate lì per controllare i riferimenti delle sue Opere complete, pubblicate durante la sua direzione, e per altri lavori del periodo (ad esempio il Manuale di zoologia fantastica, del 1957). Dei libri di sua proprietà ne lasciò un migliaio alla Biblioteca, perché Borges non rubava libri, ma compiva l´azione simmetrica, regalandoli. A casa non ne teneva più di millecinquecento, molti li dava ad amici per far spazio a nuove letture, e giunse sino ad abbandonare pacchi di libri nei caffè. Gli impiegati, peronisti, non si diedero molto da fare per timbrare come «fondo Borges» e classificare questi libri (che si riconoscono perché sul frontespizio c´è la firma di Borges e la data in cui li aveva comprati), che si dispersero come aghi in un pagliaio di novecentomila volumi.

Due giovani ricercatori, Laura Rosato e Germán Álvarez, impiegati nella Biblioteca, con un lavoro di dieci anni li hanno recuperati. Il risultato è un grande catalogo: Borges, libros y lecturas raccoglie cinquecento titoli, gli altri, per il momento non pubblicati, sono o doni di scrittori amici o libri che richiedevano lavori di restauro. Per ritrovarli nel pagliaio il trucco è stato, in un autore così iper-letterato come Borges, partire dalle sue opere, guardare le fonti che citava, e di lì appunto andare a frugare. Poi, da un libro si trovavano gli altri, visto che ogni libro rinviava ad altri libri, come Pollicino. Abbiamo così le letture (e soprattutto le riletture) di Borges come ce le darebbe la cronologia dei siti consultati dal nostro computer ma in modo molto più selettivo e sulla distanza cronologica di trent´anni e più. Come in un Web cartaceo Borges mette in dialogo autori disparati, con un sistema di rimandi: "Cf.", "vide" (dove si amplia il concetto segnato), ma anche il "sed contra", dove si crea l´opposizione. Questo leggere scrivendo, e scrivere leggendo, non ha niente di sistematico. Borges è per sua ammissione un lettore edonista. Si fa guidare dal principio di piacere, che però molto spesso lo porta più ai saggi che non alla letteratura.

Ci sono letture filosofiche: da Anselmo d´Aosta che lo attrae per la prova ontologica, al libro della Anscombe su Wittgenstein a quello di Augusto Guzzo su Giordano Bruno; Gentile sul pensiero del Rinascimento italiano, Nietzsche (le Considerazioni inattuali) e soprattutto l´amatissimo Schopenhauer. Il che non sorprende per un autore che considerava la filosofia un ramo della letteratura fantastica. Ma c´è anche il libro di Samuel Butler sui santuari del Piemonte e del Canton Ticino, quello di Houston Stewart Chamberlain (l´autore amatissimo da Wagner e da Hitler) su Goethe, quello di Max Brod su Kafka, e Jung e Hume, Plutarco e Poe, Strindberg e Tasso. Più una molteplicità di anonimi, di compilazioni, di minori. Molto Croce, ma soprattutto sulla letteratura (Ariosto, Carducci...), le saghe nordiche e quelle orientali e la letteratura secondaria sull´argomento, e, sopra tutti, l´amatissimo Dante, in molte edizioni e commenti.

Generalmente nella lingua originale dei libri (Borges leggeva oltre che in spagnolo in italiano, francese, tedesco, inglese e latino), le annotazioni non invadono mai il testo e consistono in un riuso giudizioso di quello che Gérard Genette ha chiamato «paratesto», giacché si trovano sul frontespizio o alla fine del libro, e raramente sulla copertina, come in una edizione tascabile dell´Amleto. Sono in gran parte nello stampatello minuscolo, le lettere "come formiche" che Borges elesse come la propria grafìa. E dopo il 1954 e la cecità la scrittura è quella della madre Leonor Acevedo de Borges, che vediamo fotografata sulla copertina del catalogo mentre scrive e postilla per il figlio nell´appartamento di calle Maipú 994. Le annotazioni sono in apparenza impersonali, e consistono molto spesso nella scelta di espressioni, proprio come nei taccuini che Erasmo raccomandava di tenere ai suoi discepoli. Ma proprio nella loro impersonalità catturano l´identità di Borges. Lui è quei libri e quelle citazioni ne definiscono l´originalità. Lui è quel compendio incarnato.

In qualche caso, però, la pagina diventa lo spazio su cui elaborare progetti di libri a venire. Come per esempio quando nel frontespizio di un libro tedesco di occultismo troviamo il progetto di un saggio che avrebbe dovuto uscire dopo la Storia dell´eternità (1936), e che si troverà in parte in altre raccolte, soprattutto in Altre inquisizioni (1952). A volte invece nei frontespizi o in fondo ai libri Borges lascia tracce delle sue amicizie, per esempio The Principles of Mathematics di Russell, in cui scrive che è «regalo di Bioy Casares» (che sempre Borges considerò come il suo tutore logico), o degli amori, come quando annota la data di un appuntamento con Estela Canto al fondo di un´edizione dell´Inferno di Dante, oppure ancora della vita pubblica, quando nel frontespizio della Vita di Schopenhauer di Wilhelm Gwinner troviamo la lista delle sue conferenze tra il 1949 e il 1952.

In un caso, poi, il libro diviene il supporto per una poesia rimasta inedita sino a oggi. Si tratta dell´ultima pagina del quarto volume del libro del teologo Christian Walch sulle eresie e le lotte religiose dopo la Riforma (1773, undici volumi) comprata durante il soggiorno europeo. La poesia data 11 dicembre 1923, poco prima della partenza dall´Europa, e sembra contenere ironicamente il giovane Borges, che si lascia andare ai sentimenti, il Borges maturo, poco incline a esprimerli, ma appassionato di eretici, catari e guerre di religione, e soprattutto il Borges che ci ha raccontato come i libri nascano da altri libri, e l´immediatezza sia il frutto della mediazione:

la speranza/ come un corpo di ragazza/ ancora misterioso e tacito./ ancora non amato di amore/ e una chitarra che appassionatamente muore e con sollievo/ dolorosa risorge/ e il cielo sta vivendo un plenilunio/ con il rimorso e la vergogna della/ insoddisfatta speranza e di non essere felici


(Da: la Repubblica del 15 Gennaio 2012 )

giovedì 23 febbraio 2012

Ettore Cozzani tra letteratura e giornalismo




Ettore Cozzani tra letteratura e giornalismo


Nel foyer del Teatro della Corte di Genova prosegue, con il quarto appuntamento, il ciclo di incontri, organizzato dalla Fondazione Novaro in collaborazione con il Teatro Stabile, volto a rivisitare l’attività di alcuni autori liguri della prima metà del ‘900 che hanno avuto un ruolo di risalto nel panorama della cultura nazionale.


Giovedì 23 febbraio, alle ore 17, Elda Belsito e Marco Vimercati indagano la figura dello scrittore-editore-giornalista Ettore Cozzani

Nel corso dell’incontro, accompagnate da proiezioni, Maria Comerci darà voce ad alcune pagine dell’Autore



La rivista “L’Eroica” è, con la casa editrice omonima, l’immagine fedele del percorso morale e intellettuale di Ettore Cozzani alla ricerca della Poesia, intesa soprattutto come ragione di vita e di ogni forma artistica, ricerca condotta fuori dai circuiti canonici e dai vari salotti culturali, al di là di ogni scuola e movimento letterario; ricerca che lo ha relegato in un posto solitario nella storia delle nostre lettere, quasi ai margini dell’ufficialità..

Nato il 3 gennaio 1884 a La Spezia da famiglia di modeste condizioni, grazie a una borsa di studio frequenta la Scuola Normale di Pisa dove si laurea con una tesi sulla poesia sanscrita. Studia con Gioacchino Volpe e Vittorio Cian, ma subisce soprattutto l’influenza della figura di Giovanni Pascoli, di cui è allievo devoto e a cui dedica, nel tempo, numerose pagine di approfondimento.

Ben presto comincia a insegnare nella Scuola complementare pareggiata a La Spezia.

Nel 1911 assieme all’architetto Franco Oliva fonda la rivista “L’Eroica”, una rivista che si propone “di annunciare, propagare, esaltare la poesia, comunque e dovunque essa si manifesti: in ciascuna arte e nella vita”.

Nel 1912 organizza a Levanto la prima esposizione italiana di xilografia, evento di grande importanza di cui si festeggia il centenario appunto quest’anno con una mostra itinerante dal titolo “I cento anni della xilografia italiana”.

Tra i miti e modelli di poesia e di vita, oltre Pascoli, è d’Annunzio, che peraltro non collaborerà mai con “L’Eroica”. Cozzani, dopo molte peripezie, riesce però a coinvolger e il “vare” nell’inaugura­zione del monumento per l’impresa dei Mille, a Genova, il 5 maggio 1915.

Nel 1917 si trasferisce a Milano, dove continua la sua attività di scrittore ed editore. All’indomani della Seconda guerra mondiale, viene internato a Bresso ma presto rilasciato in quanto riconosciuto innocente. Prosegue la sua attività di editore e divulgatore fino alla morte, avvenuta il 22 giugno 1971.

Giornalista, editore e oratore (notabili alcune sue Lecturae Dantis), Cozzani è anche scrittore (suoi i romanzi La siepe di smeraldo, 1920; I racconti delle Cinque Terre, 1921; Le strade nascoste, 1921; Il Regno Perduto, 1927; Poema del mare, 1928).

Alessandro Barbero, Non tutti i barbari vengono per nuocere



L’iconografia dell’invasore nasce nell’800. In realtà fuori dall’impero si desiderava condividere il benessere di Roma, non distruggerlo. Una riflessione valida per l'oggi.


Alessandro Barbero

Non tutti i barbari vengono per nuocere

Le invasioni barbariche sono fra i temi preferiti della pittura pompier dell’Ottocento. L’iconografia prevede poche varianti fondamentali: torme di barbari urlanti, coperti di ferine pellicce, galoppano fra i templi e i monumenti, impugnando le fiaccole con cui tra poco ridurranno in cenere la civiltà. In alternativa il capo barbaro, un ghigno soddisfatto che spunta tra i baffoni incolti, spalanca la porta dell’harem del palazzo imperiale, dove lo attendono schiave e concubine tremanti. I barbari, era una certezza, avevano distrutto Roma perché odiavano la civiltà, e quindi l’avevano fatto apposta: nel 1890 Joseph-Noël Sylvestre rappresentò il sacco di Roma da parte dei Goti, nel 410, immaginando barbari nudi intenti ad annodare una corda intorno al collo d’una statua, per poi trascinarla rovinosamente a terra. Si possono immaginare i brividi del colto pubblico della Belle Époque, che non temeva più invasioni di barbari, giacché in ogni angolo del mondo gli indigeni eran comandati a bacchetta dall’uomo bianco, ma i barbari cominciava a temere di averli in casa: scioperanti, anarchici, comunisti, tutti nemici, comunque, del benessere e della civiltà.

Oggi, in verità, sappiamo che i barbari non volevano affatto distruggere la civiltà antica. Perché mai, altrimenti, avrebbero avuto così tanta voglia di venire a vivere nell’impero romano? Anche loro volevano abitare nei palazzi, assistere ai giochi del circo, aver l’acqua in casa grazie agli acquedotti, trovare al mercato tutte le merci del mondo. I loro antenati c’erano riusciti attraverso duri sacrifici, venendo a lavorare nell’impero da umili immigrati; molti avevano avuto successo, erano diventati ufficiali dell’esercito, e i loro figli erano saliti in quella società aperta e multietnica fino a diventare generali e ministri. Dalla fine del IV secolo, però, il meccanismo s’incrinò. Certi errori del governo imperiale nel gestire i flussi di immigrazione fecero sì che il problema sfuggisse di mano, e che i barbari, sempre più numerosi, venissero a stabilirsi nell’impero senza obbedire alle regole, anzi pretendendo di comandare: è questo l’inizio delle invasioni barbariche.

L’ironia della storia sta nel fatto che quando i barbari si furono trasferiti in massa, e da padroni, sul suolo romano, tutte le meravigliose infrastrutture che li avevano attirati cominciarono a funzionare sempre peggio, e alla lunga andarono fuori uso. Ci volle molto più tempo di quello che c’immaginiamo, perché, ripetiamolo, non lo fecero apposta: per secoli i re barbari continuarono a organizzare i giochi del circo, a pagare gli ingegneri che facevano funzionare gli acquedotti, a spendere per la manutenzione delle strade, mentre capi e capetti s’installavano nelle lussuose ville di campagna, dotate di terme e mosaici. Ma di soldi ce n’erano sempre meno, adesso che l’onnipotente governo centrale dell’impero era stato sostituito da tanti piccoli re; i mercanti dell’Oriente non si spingevano più volentieri in luoghi diventati pericolosi; il knowhow si perdeva, la qualità dei tecnici peggiorava, le riparazioni non riuscivano, il denaro circolava di meno e la gente preferiva seppellirlo sotto terra, i mercati si svuotavano, le scuole chiudevano, e benché nessuno l’avesse voluto la prosperità antica divenne solo un ricordo.

Bisognerà dunque rinunciare ai barbari urlanti e alle loro fiaccole, o meglio limitare l’immagine a casi specifici ed enormi, come la distruzione di Aquileia da parte degli Unni di Attila. E dovremmo esserne contenti, perché quegli Unni si sono poi perduti nelle pieghe della storia e di loro non si è più saputo niente, mentre da quei Goti, Franchi, Longobardi che invasero l’impero discendiamo, almeno un po', noi Europei dell’Occidente. Sarà per questo che il dipinto di Jean-Noël Sylvestre, a vederlo oggi, fa un’impressione così curiosa? I barbari intenti alla loro impresa iconoclasta non ci suscitano più quella ripugnanza che dovevano suscitare un secolo fa; anzi, ci sembrano curiosamente familiari. Pare quasi di averla già vista, quella scena; di averla vista coi nostri occhi, e non in un museo, ma dal vero o quasi, su uno schermo televisivo; e di essere stati addirittura d’accordo. Ed è proprio così: basta riandare con la memoria all’entrata delle truppe americane a Baghdad, nell’aprile 2003, quando i soldati si arrampicarono sulla statua colossale di Saddam Hussein in piazza Firdaus, la legarono con una corda e poi la tirarono giù.

La scena è la stessa, salvo il fatto che i barbari di Sylvestre sono nudi, mentre nella realtà sarebbero stati coperti da robuste armature, proprio come gli americani a Baghdad. L’altra differenza è che nel quadro pompier i barbari sono soli in una Roma spettrale, da cui gli abitanti sono scomparsi; mentre nelle riprese televisive una folla di iracheni assiste all’impresa, quasi a garantirne la legittimità democratica. Ma è poi davvero una folla? In certe scene sembra che sia proprio così; ma gli esperti, che le hanno studiate, garantiscono che c’era al massimo un centinaio di persone, abilmente riprese in modo da farle sembrare molte di più: «La messa in scena fotografica più plateale dopo Iwo-Jima». La differenza fra civiltà e barbarie, a quanto pare, è soprattutto questione di uffici-stampa.

(Da: La Stampa del 4 dicembre 2011)

mercoledì 22 febbraio 2012

Ricordo di Emilio Madrid Expósito

Miliziana a Barcellona (1936)


Riceviamo ora la notizia che il 3 agosto 2011 è morto all’ospedale di Reus (Tarragona) Emilio Madrid Expósito. Aveva settant’anni. Era originario di Granada. Ben presto, per lavorare, dovette emigrare; visse soprattutto in Francia, dove ebbe contatti con gli ambienti rivoluzionari e si avvicinò alla Sinistra comunista internazionalista.

Via via sviluppò una critica sempre più profonda dell’esperienza dell’Ottobre russo, vedendo le origini della sua involuzione nella pace di Brest-Litovsk (1918). Il suo orientamento politico ebbe affinità con quello di G. Munis e del suo gruppo (Fomento Obrero Revolucionario).

Ritornato in Spagna, si stabilì a Barcellona e dette vita alla casa editrice Espartaco gemella delle edizioni Spartacus di Parigi che ha fatto conoscere in Spagna le posizioni della Sinistra comunista italiana (Bordiga), tedesca (la KAPD), olandese (Pannekoek e Gorter), russa (Miasnikov).

Collaborò con la rivista «Controverses» (Foro para la Izquierda Comunista Internacionalista) di cui pubblicò l’edizione in castigliano (Controversias).


Hommage de ses camarades de Barcelone

Emilio, en toute modestie et avec très peu de moyens économiques, a mené à bien un travail d’édition impressionnant, en mettant à la disposition des lecteurs de langue espagnole des textes indispensables pour l’histoire du mouvement ouvrier révolutionnaire : Herman Gorter, Anton Panneloek, Karl Korsch, Guy Sabatier, Gilles Dauvé, Ida Mett et d’autres encore. Il a traduit et publié les textes fondamentaux de la gauche communiste germano-hollandaise et de l’histoire des conseils ouvriers d’Allemagne, totalement inconnus en langue espagnole.

Sa connaissance des classiques marxistes, qu’il citait à bon escient, était connue et proverbiale et lui permettait d’analyser et de critiquer, en connaissance de cause, des phénomènes comme le nationalisme et le stalinisme. Lorsque Emilio parlait, tout le monde écoutait et réfléchissait. Émilio luttait aussi dans la rue, car il savait que sans le combat dans les entreprises et dans la rue il serait impossible d’en finir avec le vieux monde. Nous gardons en mémoire l’image d’Emilio, le 1er mai 2007, manifestant avec nous dans les rues de Barcelone pour rendre hommage aux prolétaires assassinés par le stalinisme en mai 1937.

Il laisse un héritage combatif aux jeunes générations qui pourront beaucoup apprendre en lisant tout ce qu’il a publié. Le mercredi 3 août 2011, à l’aube, à l’Hôpital San Juan de Reus, c’est un compagnon, un camarade, un ami qui nous a quittés. Le travail qu’il a réalisé nous encourage, son exemple nous stimule, et, surtout, nous continuerons à partager avec lui sa passion : changer le monde.

Da vedere: "Jane Eyre" di Cary Fukunaga




Una donna corre disperata nella brughiera, il volto rigato di pioggia e di lacrime: inizia così Jane Eyre di Cary Fukunaga. Un inizio drammatico che poi si trasforma in una storia di volti, di occhiate, di sorrisi appena accennati. Una versione struggente e appassionata del romanzo di Charlotte Bronte e una grande interpretazione di Mia Wasikowska . Un film da vedere e un libro da (ri)leggere.

Marzia Gandolfi

Jane Eyre

Jane Eyre è un’orfana affidata alle poche amorevoli cure di Mrs. Reed, una zia crudele che le negherà l’amore e rimetterà la sua (buona) educazione al collegio di Lowood. Dieci anni e troppe umiliazioni dopo ne uscirà temprata e desiderosa di cominciare una nuova vita a Thornfield, una tenuta immersa nella campagna dello Yorkshire, dove viene assunta come istitutrice. Tra una lezione di aritmetica e una di musica scontra e incontra l’inquieto Edward Rochester, signore della casa e presto del suo giovane cuore. Decisi a resistere al sentimento che li tormenta, vanno e tornano da Thornfield per non cedere alla tentazione di amarsi. Ma l’amore li vincerà e li condurrà all’altare, dove Jane scoprirà la natura dell’instabilità di Rochester. Incapace di gestire rivelazione e dolore si allontanerà dall’amato, scegliendo per sé una vita di silenzio e rassegnazione. Ma gli anni e la solitudine porteranno consiglio al suo cuore e alla sua intransigenza.

Non è facile ridurre il lungo e complesso romanzo di Charlotte Brontë senza il rischio di snaturarne o peggio epurarne pagine e anima. Ciò nondimeno riescono nell’impresa Moira Buffini, sceneggiatrice inglese, e Cary Joji Fukunaga, regista californiano, sceneggiando una versione struggente e ‘integrale’ di “Jane Eyre”. Popolare storia d’amore vittoriana di cui propongono una soluzione non lineare, che coglie la protagonista in media res e recupera nei flashback gli avvenimenti passati. Nella brughiera battuta con indistinguibile disperazione dalla Cathy di Emily Brontë, avanza a fatica e inciampa fiaccata la Jane di Mia Wasikowska, sospesa tra passato e futuro per dimenticare il presente e l’uomo che incontenibilmente lo abita.

Jane Eyre, biograficamente prossima alla sua creatrice, è un’(anti)eroina in bilico tra diurno e notturno, tra un happy end mancato e un incipit riparatore, tra un romanzo gotico e uno di formazione, tra convenzioni borghesi ed evasioni fantastiche prodotte fin da bambina dalla sua mente visionaria ed eccitabile, che il film visualizza nei disegni, nella stanza rossa, nei presagi notturni, nelle allucinazioni dietro la porta e sotto la neve, nelle bizze del cavallo montato da Rochester.

La trasposizione di Fukunaga coglie il cuore di “Jane Eyre” e si insinua nei suoi movimenti, nei paesaggi mossi e negli ambienti scuri, rivelando un libro diviso in due, indeciso tra tradizione e rivoluzione. Dalle moorland britanniche muove allora una versione tutt’altro che moralista (e zeffirelliana), che radicalizza il conflitto tra Jane e il suo ambiente ritualizzato e attribuisce al Rochester volubile ed erotizzante di Michael Fassbender una funzione meno marginale. La prepotente volontà di sposare Jane del suo Rochester fa impallidire la prova di William Hurt nell’omonimo e impersonale dramma di Zeffirelli, che sopprime la proposta di bigamia e il sacrificio coniugale sopportato dal protagonista per sostenere il prestigio di famiglia con le ricchezze della moglie pazza e rimossa in soffitta.

Fedele al testo ma sopra a ogni cosa alle diverse capacità di produzione del cinema, il regista si avvale di tutte le unità formali del mezzo e di due attori capaci di ‘riscaldare’ il freddo che affligge le case vittoriane, di accendere i personaggi letterari, di illuminarli e di chiuderli, di cogliere le possibilità implicite nel romanzo, di riprenderle e rimodellarne nei duetti dialogati che urlano intimi travagli e ‘brillano’ il mondo claustrofobico che Jane ed Edward si sono costruiti. Come Jane sul punto di cedere all’insistente offerta di St. John Rivers intende il richiamo di Rochester, così Mia Wasikowska e Michael Fassbender comprendono quello di Charlotte Brontë e avanzano alla ricerca di una vita mancata. Da rileggere e da (re)interpretare.

(Da: www.mymovies.it)





Ed ecco come inizia il romanzo

Charlotte Bronte

Jane Eyre


Non si poteva proprio andare a passeggio, quel giorno. Il mattino, vero, eravamo andati vagando per un'ora nella brughiera spoglia; ma dopo pranzo (la signora Reed, quando non c'erano invitati, mangiava presto) il freddo vento invernale aveva portato con se nubi così cupe e una pioggia così penetrante che non si poteva parlare di uscire ancora.

Io ne ero felice: non ho mai amato le lunghe passeggiate, specialmente nei pomeriggi freddi: mi faceva paura tornare a casa nel gelo del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intorpidite, il cuore oppresso dai rimproveri di Bessie, la bambinaia, e avvilita dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.

Eliza, John e Georgiana erano adesso riuniti intorno alla loro mammina nel salotto: lei si abbandonava sul divano presso il focolare e, vicino ai suoi adorati figli (che per il momento non litigavano nè gridavano), sembrava perfettamente felice.

Quanto a me, mi aveva dispensata dall'unirmi al gruppo dicendo che le dispiaceva di dovermi tenere a distanza, ma, fino a quando non avesse saputo da Bessie, e avesse potuto notare lei stessa, che io mi ero impegnata sul serio a divenire più socievole e come si conviene a una ragazzina, ad assumere un contegno più cordiale e vivace - più aperto, più franco, più naturale, insomma - lei avrebbe dovuto assolutamente escludermi dai privilegi destinati solo ai bambini felici e contenti.

martedì 21 febbraio 2012

Da leggere: Dino Erba, Nascita e morte di un partito rivoluzionario


La storia, si sa, la scrivono i vincitori. E questo fa si che fatti, che pure furono significativi e rilevanti, ma che hanno il difetto di male accordarsi con la vulgata dominante, siano stati sepolti dalla storiografia ufficiale sotto una densa cortina di silenzio, condannati ad essere dimenticati, come se non fossero mai accaduti.

E' il caso della storia del piccolo, ma combattivo, Partito Comunista Internazionalista, nato nell’Italia del Nord verso la fine del 1942 per iniziativa di alcuni militanti della Sinistra comunista che si richiamavano all’indirizzo originario del 1921 del Partito Comunista d’Italia. Un partito "colpevole" durante la Resistenza e dopo di avere apertamente contrastato la politica di unità nazionale di Palmiro Togliatti e del PCI e una "ricostruzione" interamente pagata dalla classe operaia del Nord e dalle masse contadine del Sud. Un partito non "politicamente corretto", di cui non si doveva parlare e di cui, infatti, nessuno ha parlato, neppure nell'ambito di quel generale ripensamento dell'esperienza del PCI che negli ultimi anni ha riempito gli scaffali delle librerie di opere di tutti i tipi.

Una esperienza, quella degli Internazionalisti - non priva certo di contraddizioni e limiti tanto da concludersi nel 1952 con la rottura fra le due principali anime del partito che si riflettevano nelle posizioni inconciliabili di Onorato Damen e Amadeo Bordiga - che Dino Erba ora ricostruisce nella complessità e ricchezza dei suoi snodi in un volume di grande spessore storico che è anche attenta e critica riflessione metodologica sull'oggi.

Giorgio Amico


Dino Erba

Perchè questa storia

Quando, nel luglio 1943, gli Alleati iniziarono la lentissima occupazione dell’Italia – che richiese quasi due anni –, il Paese si presentò ai loro occhi come un possibile «laboratorio» politico, per sperimentare soluzioni, che poi avrebbero potuto essere applicate in altri Paesi. Da parte sua, la classe dirigente americana, che già guardava al dopoguerra, cercò soluzioni che favorissero il decollo dell’Italia verso una piena maturità capitalistica, con caratteristiche che fossero complementari a quelle degli Usa.

Ed è in questo contesto socialmente mutante che si inserì l’azione del Partito Comunista Internazionalista. Un partito che aveva ancora un forte legame con gli anni rossi 1919-1920, grazie al rapporto con un proletariato che, nel suo insieme, non aveva mai abbandonato la prospettiva della rivoluzione socialista. Durante il Ventennio, la carota della legislazione sociale fascista non aveva lenito il bastone del dispotismo padronale che, con l’appoggio del Regime, regnava nelle fabbriche e, ancor più, nelle campagne. Lo scempio della guerra fece poi il resto.

La storia del Partito Comunista Internazionalista rappresenta un filo conduttore per ripercorre le varie fasi di una feroce normalizzazione capitalista, in cui la presenza di proletari sovversivi costituiva una variabile più che prevedibile per la borghesia, e come tale fu affrontata: prima fu inibita dalla politica nazionalpopolare del Pci di Togliatti, poi fu repressa dallo Stato, quindi fu disgregata dal grande flusso migratorio e infine fu assorbita nel boom economico, indotto dal Piano Marshall. Ma questi passaggi furono tutt’altro che lineari e pacifici; essi dettero adito a momenti di resistenza e di lotta, che spesso trovarono un punto di riferimento nel Partito Comunista Internazionalista.

Certamente il Partito Comunista Internazionalista era "piccola cosa", e fu sconfitto e dissolto. Tuttavia la sua sconfitta e la sua dissoluzione avvennero attraverso esperienze che univano un passato in cui il modo di produzione capitalistico sembrava sul punto di essere superato e un presente, in cui, invece, esso stava risorgendo a nuova vita. Seppur in modo discontinuo tali esperienze hanno stimolato riflessioni teoriche, il cui significato ha preso forma e sostanza via via che il modo di produzione capitalistico rivelava in modo traumatico tutti i suoi limiti.

Al tempo stesso, la storia del Partito Comunista Internazionalista mostra come il filo rosso della sovversione non possa essere spezzato: ancor oggi esso continua a dipanarsi, sottotraccia, tra i pori di una società che, malgrado i suoi splendori, corre verso il baratro.


Dino Erba
Nascita e morte di un partito rivoluzionario
Il Partito Comunista Internazionalista (1943-1952)
All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2012.
€ 20, comprese le spese di spedizione.

Richiedere a: dinoerba@libero.it