TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 aprile 2012

Marco Rizzi, La terza ipotesi su Gesù






















Nell'assoluta scarsità di dati storici certi è possibile una ricostruzione storicamente attendibile della figura e dell'opera di Gesù? 

Marco Rizzi


La terza ipotesi su Gesù


Nel 1983 Rinaldo Fabris, sacerdote e biblista, pubblicava Gesù di Nazareth. Storia e interpretazione, per illustrare i risultati sin lì raggiunti dalla ricerca accademica sulla figura di Gesù, dopo che nel 1976 lo straordinario successo del libro di Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, aveva mostrato al grande pubblico italiano un approccio a Cristo e al cristianesimo delle origini più complesso e storicamente avvertito. A trent'anni di distanza, Fabris ha profondamente rivisto e aggiornato quel volume, modificandone il titolo in Gesù il «Nazareno»; ancora una volta, il tentativo di proporre una sintesi in equilibrio tra ricerca storica e tradizione cattolica fa seguito al caso editoriale (e polemico) del volume-intervista di Corrado Augias a Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù. Chi era l'uomo che ha cambiato il mondo, apparso nel 2006, che aveva sottoposto ai lettori italiani gli esiti della «Third Quest», la cosiddetta «terza ricerca» sul Gesù storico.

Il tentativo di ricostruire l'effettivo profilo storico di Gesù, al di là di quanto insegnato dalle varie Chiese, ha inizio nel 1774, quando il filosofo e drammaturgo illuminista Gotthold Ephraim Lessing pubblica un'opera dal titolo Frammenti dell'Anonimo di Wolfenbüttel, in realtà scritta da Hermann Reimarus, un teologo radicalmente razionalista. Dall'analisi dei testi evangelici, questi ricavava che Gesù era un rivoluzionario; la sua morte, ordinata dai romani, aveva spiazzato i seguaci che, per mantenerne viva la memoria, avevano diffuso la leggenda della resurrezione. La sfida alle Chiese era ormai lanciata. La raccolsero gli esponenti della teologia accademica tedesca, o «teologia liberale», così detta perché praticata nell'istituzione erede delle facoltà di «arti liberali» dell'università medievale. Nel clima dello storicismo e positivismo ottocentesco, i teologi liberali si impegnarono nella ricostruzione di un profilo della personalità individuale di Gesù e del suo messaggio a partire dall'analisi filologica dei testi del cristianesimo primitivo, soprattutto, ma non solo, i Vangeli canonici; il loro ottimismo sulla possibilità di una tale ricerca venne però messo radicalmente in discussione all'inizio del Novecento da Albert Schweitzer: analizzando quanto scritto da Reimarus in poi, mise in luce come la presunta oggettività dell'analisi storica in realtà venisse piegata agli interessi e alle precomprensioni, teologiche e non, di ciascun ricercatore. Da qui la sua decisione di abbandonare l'attività accademica, per dedicarsi alla cura del lebbrosi in Africa, in nome di quel principio di amore e di solidarietà universale che in qualche modo costituiva il lascito effettivo di Cristo, che, sulle orme della teologia liberale, anch'egli considerava l'esempio dell'uomo morale. Nel contesto cattolico, l'analogo tentativo di legittimare l'indagine storica su Gesù e le origini cristiane venne travolto dalla condanna del più generale movimento di riconciliazione tra cattolicesimo e progresso culturale e scientifico, noto come modernismo.

La definitiva conclusione della prima fase della ricerca sul Gesù storico venne sancita dal maggiore esegeta del XX secolo, Rudolf Bultmann. A suo parere, ciò che i Vangeli e le altre fonti antiche raccontano, non è il Gesù della storia, bensì il Gesù della fede, cioè l'immagine, teologica ed esistenziale, che di lui si sono costruiti i suoi seguaci a partire dalla convinzione che fosse il Messia risorto. Da qui la necessità di ricostruire il contesto vitale (Sitz im Leben) in cui le comunità fissarono ogni singola affermazione confluita nei Vangeli: la preghiera, l'esortazione morale, la speculazione teologica e così via. In questo modo si approntarono raffinati strumenti analitici e filologici che permettono di scomporre il testo di ogni versetto evangelico in unità minori e di individuare le intenzioni e le modalità espressive di ciascuna di esse. Parallelamente, nei medesimi anni tra le due guerre, Karl Barth e la teologia dialettica che da lui prese avvio ribadivano, in polemica con la teologia liberale, l'assoluta inconciliabilità tra Dio e la storia, sottolineando la discontinuità rispetto all'orizzonte umano che la fede comporta.

Paradossalmente, furono proprio gli allievi di Bultmann a smentire il maestro e a dare l'avvio alla seconda fase della ricerca. In forza degli strumenti analitici sin lì elaborati, si individuarono degli elementi che, non rientrando nell'orizzonte proprio del giudaismo contemporaneo a Gesù, né in quello successivo delle prime comunità, non potevano che essere ricondotti a lui; se così non fosse stato, non si sarebbero conservati parole o gesti che non hanno avuto seguito nella tradizione cristiana o che potevano addirittura risultare fonte di imbarazzo per i primi cristiani (ad esempio i rimproveri ai discepoli o alcune espressioni enigmatiche, considerati ipsissima verba Iesu, «proprio le parole di Gesù»). Anche in questo caso, ne sono emersi strumenti analitici e storico-critici che hanno permesso di affinare molto le metodologie di indagine, portandole a livelli che non hanno nulla da invidiare alle altre discipline, che anzi spesso se ne appropriano.

Con la «Third Quest» si è assistito ad un profondo cambio di orizzonti. Sviluppatasi negli Stati Uniti e solo di riflesso in Europa, lontana da precipui interessi confessionali e dalle rigidità accademiche delle tradizioni di scuola, l'indagine sul Gesù storico ha allargato lo spettro delle fonti utilizzate, considerando del tutto equivalenti a questo fine gli scritti del Nuovo Testamento e ogni altra fonte cristiana o giudaica a ridosso del periodo in cui visse Gesù. Soprattutto, questo nuovo dossier viene indagato non solo con i tradizionali strumenti storico-filologici, bensì anche con strumenti derivati dall'antropologia, dalla sociologia storica e dalla psicologia sociale; e viene indagato da studiosi, spesso non cristiani, per lo più liberi da precomprensioni teologiche. In questo modo, il personaggio Gesù e i suoi primi seguaci vengono collocati in un contesto storico ben più ampio, fatto non solo di avvenimenti, bensì anche di pratiche sociali, di orizzonti valoriali, di dinamiche di gruppo. Il risultato è apparentemente paradossale, ma del tutto in linea con le tendenze più recenti del progresso scientifico, in cui all'approfondirsi dello specialismo si affianca la ricerca — spesso disperata — di una teoria unificante. Assistiamo al moltiplicarsi delle immagini di Gesù proposte dalla terza ricerca: da quelle più tradizionali del predicatore escatologico itinerante o del riformatore religioso, a quelle del maestro filosofico ellenistico o del mago e taumaturgo, sino al Gesù queer («marginale», «spostato»), quando non esplicitamente gay, tutte ben argomentate e dotate di poderosi apparati documentari.

Il più grande pensatore dell'antichità cristiana, Origene, diceva che gli apostoli vedevano in Cristo l'umanità con gli occhi del corpo, la divinità con quelli della fede. Così, se solo la fede può ancora permettere di vedere in Gesù il Figlio di Dio, la ricerca sul Gesù storico è oggi uno specchio in frantumi in cui si riflettono, senza comporsi, i diversi volti di un'umanità altrettanto differenziata e dispersa, ma proprio per questo ancora affascinata da lui, perché capace di accoglierli tutti.


(Da: Il Corriere della sera del 29 aprile 2012)



Guido Araldo, Sete di giustizia





    Guido Araldo

    Sete di giustizia
    (XVIII puntata de "Il serpente corallo")

    E’ una bella giornata di sole, ma ancora troppo calda e umida: il sole dardeggia implacabile, addirittura feroce, e i temporali notturni hanno ottenuto l’unico risultato d’accentuare l’umidità, elevatissima.
    Gli agenti Somenzi e Dadone tornano in commissariato con un trofeo imprevisto, chiuso in un’asettica busta di plastica: la balestra medioevale con una corta freccia dalla punta di ferro in grado di forare, a distanza ravvicinata com’è successo con la segretaria, anche una cotta d’arme.
    L’arma del delitto è stata rinvenuta in un deposito di auto in demolizione, nascosta nel cofano di un’auto senza più ruote né portiere. Pare che l’arma e la freccia siano state accuratamente pulite con l’alcool, prima d’essere abbandonate.
    Il proprietario del deposito è solito visionare le carcasse, prima che finiscano nell’enorme pressa. Casualmente ha sollevato il cofano e grande è stata la meraviglia: c’era la balestra con la freccia.
    Il deposito non è lontano dal luogo dov’è stata uccisa la segretaria, sulla soglia di casa.
    Bene – esclama il commissario non senza entusiasmo.
    Che la notizia sia data al più presto ai giornalisti, con enfasi: per oggi avranno il loro bell'osso da rosicchiare e il questore sarà contento!
    Subito dopo parte per un paesino all’imbocco di una valle alpina, dove ha cercato rifugio dall’angoscia opprimente la segretaria Ottavia.

    La donna lo accoglie in soggiorno, premurosa.

    Signor commissario, non doveva scomodarsi! Sarebbe bastata una telefonata e sai accorsa da lei, immediatamente!
    Non si preoccupi: nessun disagio! Questa visita improvvisa è motivo di una salutare scampagnata!
    Gradisce qualcosa? Un caffè? Un liquorino? Un limoncello?
    Il commissario solleva prontamente la mano sinistra.
    Nulla, per carità, sono in servizio!
    Ma un caffè lo può prendere!
    L’ho sorseggiato prima di partire, in un bar in città.
    Allora prenda almeno dei cioccolatini.
    La prego, non insista: non abbisogno di nulla!
    A che devo l’onore di questa sua visita?
    Oh, è soltanto una visita di cortesia: ho saputo che non si sente in forma in questi ultimi giorni.
    Ah, signor commissario, che brutta storia! La morte dell’ingegnere, per me un vero amico e non soltanto un datore di lavoro, mi ha gettato in uno stato di profonda depressione. Dopo anni di onorato  servizio in quell’ufficio tutto finito e in che modo! E poi, come se tanto lutto non bastasse, c’è stata anche la morte di Ornella, orribile come quella dell’ingegnere!
    Improvvisamente Ottavia afferra per le mani il commissario, che si è seduto di fronte a lei, su una poltroncina, ed esclama:
    A questo punto anch’io mi sento in pericolo!
    E’ una donna ancora molto piacente nonostante il fluire devastante delle stagioni; forse un po’ troppo in carne.
    Desidera che invii dei poliziotti a vigilare la sua abitazione?
    No! No! Assolutamente no! Preferisco di no. Accentuerebbero i miei incubi! Però le chiedo un enorme favore, signor commissario, mi renda giustizia! La supplico, assicuri alla giustizia il criminale o  i criminali che hanno osato tanto, al punto di privarci di due stupende vite umane.
    Sto facendo tutto ciò che è in mio potere: le assicuro!
    Deve farmi un altro piacere.
    Mi dica, signorina!
    Non presti orecchio a voci malevoli, cattive, maliziose, tendenziose. Un tempo, per un breve periodo, io e l’ingegnere instaurammo un rapporto che esulava da quello tipico tra datore di lavoro e una sua dipendente. Credo che lei conosca questa storia tristissima: la nostra relazione adulterina fu purtroppo scoperta dalla moglie, per puro caso, e fu causa della fine del loro matrimonio. Ma fu un peccato che non si rinnovò più! Da tempo l’ingegnere aveva altre amanti e il nostro rapporto era tornato correttamente sul piano della professionalità.
    Mi scusi la domanda: si è fatta un’idea di chi potesse odiare l’ingegnere al punto da ucciderlo? E poi, come se non bastasse, questo misterioso individuo, si è spinto a colpire anche la segretaria Ornella.
    Oh, signor commissario, sapesse! Non dormo più di notte, con questo pensiero in testa, martellante! Chi? Chi ha potuto commettere simili crimini orrendi?
    Ottavia torna stringe forte le mani del commissario.
    Credo di aver fatto bene a lasciare l’alloggio in città e rifugiarmi in questo tranquillo paesino, tra le mura della vecchia casa di famiglia ancora occupata da mia madre, che abita al pianterreno e abbisogna dell’assistenza costante di una badante.
    E’ sicura, signorina, che non gradirebbe un po’ d’attenzione da parte delle forze dell’ordine? Un’attenzione discreta, come il controllo saltuario di una pattuglia per verificare che tutto sia in ordine?
    Assolutamente no! Piuttosto, potrei assentarmi? L’unico modo per riprendermi sarebbe una bella e lunga crociera, lontano, che mi porti via da questi luoghi per me ormai orribili!
    La prego di pazientare ancora un poco. Finché l’indagine non sarà conclusa, difficilmente il giudice le rilascerebbe una simile autorizzazione.Ma ne va della mia salute!
    Il commissario s’interroga in cuor suo. “Ma che ci sono venuto a fare qui?”
    Ho sempre desiderato concedermi una bella crociera, e questa sarebbe l’occasione propizia!
    Sta bene, ne parlerò al giudice – mente il commissario.
    Oh grazie, signor commissario! Lei è veramente un galantuomo!
    Mi sento in obbligo con lei – continua a mentire il commissario – per come mi è stata utile nel consegnarmi la perizia dell’ingegnere sulla vecchia segheria.
    Ma è stato un atto dovuto, di una cittadina che desidera collaborare con la giustizia e desidera conseguire giustizia!Poi domanda: A che punto sono le indagini?
    L’immobiliarista resta l’unico indiziato, grazie alle prove da lei fornite. In quanto alla morte orribile della sua collega Ornella, un suo complice o una sua complice potrebbero esserne i responsabili: avrebbero agito allo scopo di alleggerire la sua posizione, di stornare dal lui i sospetti. Infatti, non a caso, è stato scarcerato.
    Ha ragione, signor commissario! Ma com’è bravo, lei! Non ci avevo pensato. Ma certo, è così! Sicuramente così! Non ci sono alternative, diverse soluzioni!
    Il commissario annuisce e si accinge ad accomiatarsi.Ottavia torna a prendergli le mani
    Signor commissario, mi faccia un grande regalo e soddisfi il mio desiderio di giustizia!

    continua




    Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

sabato 28 aprile 2012

Il lato criminale dell'Occidente e del capitale: "Vite bruciate" di Dominique Manotti





















Se volete davvero capire cosa sia la lotta di classe in Francia, leggete Balzac e non i romanzetti edificanti sulla classe operaia. Marx non si stancava mai di raccomandarlo ai militanti socialisti del suo tempo. Oggi è il romanzo poliziesco nelle sue voci più interessanti a raccontarci il lato oscuro e criminale dell'Occidente e del capitale e l'ultimo romanzo di Dominique Manotti lo conferma. Una storia cupa e realistica dove incidenti sul lavoro, sfruttamento degli immigrati e lotta operaia si intrecciano ai giochi dell'alta finanza e della politica. Ne presentiamo l'incipit e uno stralcio dell'intervista all'autrice apparso sul sito WUZ cultura & spettacolo.


Dominique Manotti

Vite bruciate


Un vano stretto tra quattro pareti di lamiera grigia, diviso in due da un nastro trasportatore su cui giacciono due file di schermi televisivi e relativi tubi catodici, sotto la luce bianca di grappoli di neon da cui penzolano qua e là fili elettrici. Ai lati del nastro, due file di quattro ragazze, una di fronte all'altra. Fa piuttosto freddo, si va verso l'autunno, e quando sono arrivate qui, questa mattina, era ancora notte. Cosi, anche se le ragazze si conoscono, e nonostante l'intimità creata dallo spazio angusto, dove si lavora quasi in gruppo, con ritmi e premi collettivi, nessuna ha voglia di parlare, perché la prospettiva di notti lunghe e giorni corti rende piuttosto depressi.

Le ragazze, altrettanto grigie nei corti grembiuli, sedute col busto piegato in avanti, le braccia tese, puntano gli occhi ora sulla forma oblunga e aggressiva dei culi dei tubi catodici che sfilano davanti a loro, ora sugli specchi di acciaio lucido, inclinati sopra la catena, che rimandano incessantemente le stesse immagini degli stessi tubi, ma secondo una diversa angolazione e come ingrandite, opprimenti. Un sottile saldatore in mano per gli ultimi interventi, poi, al termine della catena, i tubi catodici completati vengono convogliati verso il reparto successivo, oltre la parete di lamiera, dove verranno imballati, prima di essere immagazzinati e poi spediti altrove, in Polonia soprattutto, dove riceveranno una carrozzeria di plastica e diventeranno televisori.

I rumori dello stanzone della fabbrica arrivano alle ragazze molto attutiti, mentre quelli del nastro trasportatore schioccano tra le lamiere, e danno il ritmo alla loro vita. Ciac, il nastro parte, cigolio, due secondi, i tubi avanzano, ciac, arresto, tutte le ragazze si chinano, crepitio di strumenti, uno, due, tre, quattro punti di saldatura, dieci secondi, i loro busti si rialzano, Rolande alla fine della catena verifica, a colpo d'occhio, la correttezza delle saldature. Ciac, sciuuu, il nastro avanza, testa vuota, mani e occhi lavorano per conto loro, ciac, uno, due, tre quattro, colpo d'occhio, ciac, sciuuu, il viso di Aicha tra due tubi, magrolina, vent'anni, potrebbe andarle meglio, ciac, uno, a te t'andava meglio a vent'anni, due, incinta, piantata, tre, madre alcolizzata, violenta, quattro, che viveva già alle tue spalle, colpo d'occhio, ciac, sciuuu, Aicha, occhi vuoti, padre violento, ciac, uno, mio figlio, mani tra i capelli, due, sul viso, tenero, tre, mai la fabbrica, mai, quattro, studia, studia, colpo d'occhio, ciac, sciuuu, Aicha, il lavoro, non lo regge più, ciac, uno, dopo l'incidente, due, l'incidente, il sangue, tre, sangue ovunque, quattro, il collo tranciato, colpo d'occhio, ciac, sciuuu. Arena coperta di sangue, ciac, uno, lei ha paura, due, anch'io, tre, tutte, paura, quattro, la paura vibra nelle lamiere, ciac, sciuuu, Aicha, suo padre che urla, ciac, uno, lampo accecante, fino ai neon, dall'altra parte della catena una barra va arrosto, un urlo, molto breve, spezzato al suo livello più acuto, da bucare i tinipani, Émilienne si rovescia rigida all'indietro, la mano di Rolande parte d'istinto a pigiare l'interruttore di sicurezza, la catena si ferma, un filo brucia fino al grappolo dei neon, fiammelle gìalloarancio, e odore forte di gomma bruciata, di gomma o di.qualcos'altro, da vomitare. Silenzio.

Dominique Manotti
Vite bruciate
Tropea 2011
12 euro






















Capitale criminale. Intervista a Dominique Manotti

(...) Vite bruciate si aggancia fortemente alla realtà e, da un certo punto di vista, sembra un reportage: è questo ora il cammino che intende percorrere, come scrittrice?

Non direi che è veramente un reportage; più, forse, una ricerca storica. Prima di tutto: ha ragione, questi ultimi due romanzi seguono lo stesso filone; poi, tornando alle mie ricerche: mi documento molto, prima di scrivere. Per questo libro ho preso come punto di partenza delle inchieste sociologiche sulla siderurgia in Lorena: Bourdieu e i suoi allievi hanno fatto delle inchieste molto belle sulla siderurgia in Lorena. Ho iniziato da lì, poi sono andata sul posto e ho intervistato tutti quelli che hanno vissuto le vicende della fabbrica Daewoo. Per me un’intervista è come la storia orale, è diversa dal giornalismo e dal reportage. Quando si parla con qualcuno, quando si fanno delle domande, la memoria dei fatti è spesso lacunosa e nebbiosa: ci si ricorda male dei fatti, mentre ci si ricorda bene dei sentimenti e degli affetti. La storia orale non cerca di ricostruire i fatti ma i modi di essere e di vivere, quindi è lontana dal reportage. La mia ultima fonte è stata fornita dalle ricerche sullo scandalo finanziario della Thomson nel 1996. Dopo, una volta che ho il materiale, immagino; dopo, non sono più una storica, scrivo un romanzo. Dunque non è un reportage nel senso che non ho problemi di esattezza, sono del tutto libera e i personaggi sono inventati.

(...)

Inoltre ogni suo nuovo libro mi pare più ‘nero’, più senza speranza del precedente. È una visione del tutto realista? O, con il passare degli anni, è anche il suo carattere che la porta ad una visione così buia?

Entrambe le cose, ma è certamente una visione realista. Questo è un libro scritto prima della crisi e affonda in pieno nel meccanismo problematico per cui lo scopo di chi dirige le imprese è fare soldi e NON produrre ricchezza. Tutti conoscono questo meccanismo di produzione dei soldi e nessuno è stato sorpreso dalla crisi: è un processo che va avanti da anni. E io da anni cerco di scrivere di questa crisi. La fabbrica che è al centro del romanzo è stata messa in Lorena unicamente per avere delle sovvenzioni e non per produrre. Produce soltanto una classe operaia persa, perché sa benissimo che non produrrà niente.

Quando ho incominciato a leggere
Vite bruciate, pensavo che si incentrasse sugli incidenti sul lavoro - una percentuale altissima in Italia. Invece poi il romanzo vira in un’altra direzione e un poco mi è spiaciuto: perché lasciar cadere il filone delle morti bianche?

Perché volevo mostrare come le due sfere - degli operai e dei finanziatori - che sembrano indipendenti l’una dall’altra, in realtà interagiscano. Le decisioni prese dal mondo della finanza sembrano astratte e invece hanno ripercussioni sulla vita degli operai. Gli operai ignorano tutto dell’ambiente finanziario e viceversa: era l’articolazione dei due che mi interessava. Tutto il mondo della finanza, i guadagni altissimi, le cifre di denaro bruciato - tutto questo che in apparenza non ha niente a che fare con nessun altro, invece è strettamente collegato con gli operai che muoiono per delle decisioni prese a Londra, o a Parigi o a New York.. Perché i soldi che non vengono investiti nei macchinari sono stati messi in quelli che noi chiamiamo ‘i paracadute d’oro’, cioè le indennità per i dirigenti.

Colpisce, nel romanzo, la distanza che separa le abitudini di vita della classe operaia, e quelle dei dirigenti, piccoli borghesi corrotti e immorali dietro la facciata di perbenismo. Mi spiego: Etienne tradisce la moglie con la giovane Aicha; Robin, cattolico con moglie e sei figli, se la fa con un travestito… Si vuole sottolineare qualcosa, con questo?

Penso che sia un quadro molto realista… Attenzione: non vedo l’operaio come rappresentante delle virtù, sano e morale e dall’altra parte la borghesia corrotta e immorale. Penso che tra gli operai ci siano piccoli trafficanti…diciamo che: piccoli mezzi, piccoli trafficanti, grandi mezzi, grandi trafficanti…

La vita di provincia che lei descrive ha qualcosa dei romanzi di Simenon. Di nuovo colpisce la frattura fra una provincia immutabile e sonnolenta e le nuove spinte commerciali che non coinvolgono tutti…

La città che rappresento nel libro, Pondange, è, in realtà, la città di Longwy. Cinquant’anni fa Longwy era tutta un’altra cosa, era la città più industriale della Francia, la valle della Chiers era una grande vallata siderurgica: c’era una fabbrica dopo l’altra, lo spettacolo degli altiforni era impressionante e magnifico - io sono una storica dell’industrializzazione, ho incominciato da lì ad interessarmi delle fabbriche. Gli altiforni che lavoravano 24 ore su 24, con le colate di fuoco che facevano rivivere il mito di Prometeo… era straordinario. Ebbene, sono tornata a Longwy nel 2003, sono arrivata sul pianoro che domina dall’alto la città, ho guardato in basso e… non c’era più nulla. Longwy ora è un paese di 2000 abitanti, le case sporche per il fumo delle fabbriche sono state ridipinte in colori pastello, molto italiane - ci sono tantissimi immigrati italiani nella zona, sono stati la prima ondata di operai siderurgici. Questo paesaggio di Simenon è tragico perché è un paesaggio di morti: è la morte dell’industria. Più in basso c’è Mont St. Martin dove una volta c’era la stazione di scambio merci più importante di tutta la Francia: non c’è più. Questa non è l’eterna provincia immutabile…

(...)

(da: http://www.wuz.it/intervista-libro/3016/dominique-manotti-vite-bruciate.html)

venerdì 27 aprile 2012

Francesco Guccini, Canzone dei dodici mesi



Francesco Guccini
Canzone dei dodici mesi



Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato
fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato...
Sono distese lungo la pianura bianche file di campi,
son come amanti dopo l'avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi...

Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza...
L'inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..

Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il velo,
porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgelo...
Riempi il bicchiere, e con l'inverno butta la penitenza vana,
l'ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana...

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare.

Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele...
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l'amore,
come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole...

Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera,
il nuovo amore getti via l'antico nell' ombra della sera, nell' ombra della sera...
Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore,
mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore...

Giugno, che sei maturità dell'anno, di te ringrazio Dio:
in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io...
E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro,
con le tue spighe doni all' uomo il pane, alle femmine l' oro, alle femmine l' oro...

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...

Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione...
Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore
mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore...

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull' età,
dopo l' estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità...
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità...

Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza...
Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse...

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...

Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti,
lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti...
Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada
te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada...

E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte...
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre...

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...

giovedì 26 aprile 2012

1° Maggio autogestito e solidale




Da leggere: Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci


E' appena apparsa in libreria la prima storia della vita e del pensiero di Gramsci prigioniero del fascismo fondata su documenti finora ignorati o del tutto inediti. Un'opera che si annuncia come fondamentale per la ricostruzione dell'evoluzione dell'elaborazione gramsciana negli anni del carcere. Un libro da leggere.


Nerio Naldi


Il codice di Gramsci prigioniero




La vita e i pensieri di Antonio Gramsci di Beppe Vacca poggia su un lungo percorso di ricerca e in quanto tale riprende lavori già pubblicati e presenta nuovi sviluppi; in entrambi i casi la trattazione sistematica di quelli che possiamo considerare i temi e i nodi cruciali della biografia personale, intellettuale e politica di Antonio Gramsci nell’ultimo decennio della sua vita, cioè negli anni del carcere, offre un grande contributo alla ricostruzione della sua vicenda e del suo pensiero e alla conservazione e alla trasmissione del suo patrimonio. Il titolo del libro è preciso: la vita e i pensieri (al plurale) di Antonio Gramsci si intrecciano. La parola carcere nel titolo non compare, ed effettivamente possiamo pensare che la grandezza di Gramsci abbia travalicato il carcere, ma è anche vero che egli non trascorse in carcere tutti gli anni fra il 1926 e il 1937: fu prima confinato, poi recluso, quindi detenuto costretto in un letto di ospedale; ma sappiamo che carcere fu.

La lettura è giustamente centrata sulla corrispondenza, perché, al di là di pochi colloqui, soltanto attraverso questa poteva passare la comunicazione, ma in alcuni casi l’analisi usa altre fonti e si estende ai Quaderni (come nell’esame del dissenso di Gramsci rispetto alla svolta del 1928-29 e del significato della sua proposta della Costituente, che, secondo Vacca, che le dedica uno spazio molto più ampio di quanto non avessero fatto precedenti studiosi, rappresenta il punto di confluenza di una serie di elaborazioni cruciali sviluppate nei Quaderni: l’idea che la democrazia e non la rivoluzione fosse il terreno su cui combattere la battaglia per la conquista dell’egemonia). Ma lo studio e la comprensione della vicenda di Gramsci negli anni fra il suo arresto e la sua morte richiedono la considerazione di un numero notevolissimo di piani diversi: il piano del rapporto di amore e di condivisione politica con sua moglie Giulia, le loro condizioni di salute, le sue riflessioni sul movimento comunista e sulle relazioni fra politica nazionale e sviluppo economico mondiale, la preparazione delle istanze relative alla riduzione della pena in seguito alla concessione di amnistie e indulti, l’accesso alla liberazione condizionale, i tentativi di ottenere la libertà attraverso una trattativa fra governo sovietico e governo italiano... fino al destino dei Quaderni dopo la sua morte.

Un merito del libro è nella capacità di renderne l’unitarietà senza cadere nella piattezza espositiva e dando specifico rilievo ai singoli elementi. Questo avviene essenzialmente individuando una chiave di lettura principale secondo cui la dimensione politica è sempre presente nei pensieri di Gramsci e, di conseguenza, nelle informazioni che trasmetteva ai suoi interlocutori diretti e indiretti. L’insistenza e la coerenza con cui, nel corso degli anni, Gramsci ha riaffermato la propria determinazione a non compiere gesti che potessero apparire come cedimenti al regime fascista è un elemento al tempo stesso cruciale e rivelatore di tale centralità. Ovviamente tali contenuti politici non potevano che essere nascosti e convogliati attraverso codici, perché dovevano raggiungere i destinatari superando la censura carceraria ed eventuali letture da parte di soggetti diversi dai destinatari desiderati. E lo stesso valeva per le lettere dei suoi interlocutori, che erano scritte sotto gli stessi vincoli.

Tutto ciò moltiplica le difficoltà di interpretazione e di ricostruzione. E fra queste difficoltà si deve anche considerare il fatto che ognuno dei soggetti coinvolti Antonio Gramsci e Giulia in primo luogo potevano essere condizionati anche emotivamente dalle circostanze restrittive in cui la loro comunicazione era costretta. D’altra parte questa chiave di lettura non può essere generale, perché la comunicazione non affrontava solo temi politici, anche se nel caso di Gramsci ed egli ne è consapevole quasi ogni gesto poteva assumere un significato politico e molte questioni dovevano comunque essere comunicate con la massima cautela. Di qui l’esigenza indicata da Vacca di ricercare i codici dietro cui il vero contenuto delle comunicazioni poteva essere nascosto e di interpretare allusioni, riferimenti e oscurità con questa consapevolezza, ma anche attraverso una valutazione circonstanziata caso per caso.

Dato questo contesto, l’autore riesce ad illuminare una molteplicità di episodi e di frasi che altrimenti potrebbero restare avvolti in una nebbia di incomprensione e stabilisce dei parametri di lettura che si potranno porre alla base di ulteriori ricerche e da cui, anche non condividendoli, non si potrà prescindere. Così, ad esempio, viene interpretato il significato della prima lettera (19 marzo 1927) in cui Gramsci presenta un programma di studio per il periodo che si preparava a vivere in carcere. Secondo Vacca, quel programma, in quel momento, non poteva essere un vero piano di lavoro, e, anche se lo era, poteva essere utilizzato per influenzare l’atteggiamento dei giudici e come prova della disponibilità di Gramsci, se liberato attraverso una trattativa fra il governo sovietico e il governo italiano a non svolgere attività politica. Inoltre, interpretato come un codice, comunicava a Togliatti l’intenzione di continuare a sviluppare in termini più generali, attraverso un’analisi teorica rigorosa e radicale che soltanto ironicamente si poteva dire disinteressata (così vanno intese le espressioni con cui Gramsci descriveva il tipo di studio a cui si proponeva di attendere e in effetti, se consideriamo il testo della poesia di Giovanni Pascoli Per sempre a cui Gramsci sembra fare riferimento, non possiamo pensare che egli volesse svincolare la sua analisi dalla concretezza dei processi storici), le posizioni politiche che era venuto elaborando nel corso del 1926 e su cui con Togliatti si era scontrato e che lo avevano portato ad esporre alla dirigenza sovietica la propria eterodossia. Il fatto poi che su quel piano di lavoro egli chiedesse a Tatiana Schucht di esprimere un parere, viene inteso da Vacca come una ulteriore indicazione di come il messaggio fosse rivolto al suo partito e a Togliatti in particolare, chiedendo alla cognata di assolvere ad un difficile e delicato compito di comunicazione politica.

La possibilità di essere liberato attraverso un intervento del governo sovietico e una trattativa diretta fra stati viene indicata da Vacca come una preoccupazione costante di Gramsci fin dall’inizio della sua detenzione: molte delle sue comunicazioni vengono lette in questa chiave e la famigerata lettera inviatagli da Ruggero Grieco nel febbraio del ’28 viene interpretata come un grave ostacolo frapposto al concretizzarsi del primo tentativo in tal senso. A questa lettura si collega poi la reinterpretazione compiuta, come in altri casi, alla luce di documenti fino a pochi anni fa non conosciuti e di un’acuta rilettura di documenti già noti del ruolo svolto dal giudice istruttore Enrico Macis nell’inchiesta che avrebbe portato al processo davanti al Tribunale speciale. Solitamente Macis era stato rappresentato come capace di carpire la fiducia di Gramsci e di ingannarlo sulle sue vere intenzioni; secondo Vacca, al contrario, l’operare di Macis non ebbe tali caratteristiche, seguì diverse fasi scandite da ordini provenienti dalla segreteria di Mussolini e rappresentò un tramite attraverso cui Mussolini volle mantenere aperto, almeno fino ad una certa fase, uno speciale canale di comunicazione (o piuttosto di interrogazione) con Gramsci, probabilmente perché interessato a valutare la possibilità di scambiarlo per ottenere vantaggi sia in termini di rapporti di forza interni sia in termini di posizione internazionale e di rapporti con l’Unione Sovietica.

In questo gioco di rapporti fra stati la posizione di Gramsci non poteva essere altro che quella di una pedina, ma ciò non gli impediva di valutare lucidamente la sua situazione e di cercare di sfruttare le opportunità che anche in tale contesto si potevano presentare, pur mantenendo sempre ferma, dall’arresto alla morte, la determinazione a non compiere alcun atto che potesse essere interpretato o contrabbandato come un cedimento al regime e in tal senso si possono leggere le affermazioni esplicite contenute in lettere di Gramsci o nelle comunicazioni dei familiari che furono in contatto con lui: la cognata Tatiana e i fratelli Gennaro e Carlo. A questo proposito si può aggiungere che la disponibilità a non impegnarsi nell’attività politica a fronte della liberazione, se fu davvero espressa, in codice, in una lettera del 1927, in realtà, nel momento in cui gli si aprì la possibilità di chiedere la liberazione condizionale, cioè nel 1934, Gramsci non la confermò anzi, appare molto probabile che, se richiesto di sottoscriverla, l’avrebbe rifiutata. Infatti, la dichiarazione che Gramsci effettivamente sottoscrisse riguardò solo l’impegno a non fare un utilizzo politico del provvedimento di liberazione condizionale che gli veniva concesso.



(Da: l’Unità del 22 aprile 2012)

Giuseppe Vacca
Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)

Einaudi 2012
euro 33,00 

mercoledì 25 aprile 2012

Guido Seborga, Nuova Resistenza











Umberto Mastroianni, Cuneo Monumento alla Resistenza

Per noi il 25 Aprile è la festa della Libertà. Cosa allora può esserci più libero dei versi di un poeta che quei giorni visse da combattente per poi trasformarli in un'etica di vita che sostanziò la sua opera letteraria e il suo impegno civile. Ringraziamo Laura Hess Seborga per averci permesso la pubblicazione di questo inedito del 1962.

Guido Seborga

Nuova Resistenza


Non sempre mi riesce d'indugiare

Tra palma e palma
E il forte movimento delle foglie scarne

Piene di vento.

Non sempre la luce calda del mare
Mi avvolge per farmi tacere nel senso
Antico dell'ozio.

Come splende il sole nell'alba
Incantevole d'oriente

Illumina la mia forza vitale
Felicità della lotta.

Non sempre mi riesce d'indugiare calmo
Nei ricordi ma avanza il tempo

L'ora si frantuma ed i popoli d'Africa
Urlano alla vita il loro dolore

E soffre la grande Spagna e l'inquieto Portogallo.

Questi popoli me li porta la sabbia rossa
Che con lo scirocco giunge a granuli

Sino al giardino di casa e rivivo

Ore lontane che i giovani raccolgono
Nella nuova resistenza dei popoli.

Veglio sino al mattino coi giovani
Che mi fanno raccontare storie partigiane
Che avevo dimenticato e pensavo

Di non più narrare ma giovani fieri
Dal loro corpo agile e tenere fanciulle

Dagli occhi neri che abbagliano.

Li guardo stupito di essere amato

Da loro ogni mio vecchio sacrificio
Acquista un senso che credevo perduto.
..

Penso ai compagni morti a Renato

A Beppe a Franco e racconto la storia
Dei loro amori e mentre il vento caldo

Passa attraversa le foglie lacerate delle palme
Devo ancora narrare dell'ora triste della morte.

Risposta della Libreria Ubik agli attacchi della Destra savonese



Riceviamo e volentieri pubblichiamo la risposta della Libreria Ubik agli attacchi ricevuti dalla Destra savonese. A Stefano Milano e alla Ubik tutta la nostra solidarietà.


E' sconfortante la mistificazione della realtà che viene fatta in questi giorni sul 25 aprile da alcuni esponenti della Destra savonese. I vetusti concetti riportati dalla Destra hanno vivacizzato gli ambienti della       paleontologia e del modernariato, e hanno avuto vasta eco anche eBay, su Secondamano, fra i rigattieri e nei mercati delle pulci, dove ancora si può trovare qualche busto flaccido del Duce. 

Solo perché noi della Ubik ci siamo ‘permessi’ di riportare le frasi ingiuriose e inquietanti (‘porci dell’Anpi’,‘infami’…ecc) di alcuni simpatizzanti della destra (minuscolo), la Destra savonese (maiuscolo,       cioè il partito) ci ha attaccati diverse volte, anche nella pagina personale di Facebook, minacciandoci di querele, dimenticandosi però (a volte, la distrazione…) di stigmatizzare le stesse frasi, cosa che per       esempio ha subito fatto un esponente del centrodestra come Gian Genta, che le ha definite “ignobili”. A loro diciamo: querelateci pure, la querela è un utile strumento giuridico nato proprio in seno al diritto       antifascista.

Ci hanno più volte accusato anche di non organizzare in libreria incontri con i loro esponenti. La Ubik ha scelto di invitare solo esponenti che condividano i valori della nostra Repubblica antifascista. Se ne facciano       una ragione, non siamo un ente pubblico che deve dare uguale accesso a tutti, siamo un’attività privata, invitiamo chi ci pare.       

Sui  temi della Resistenza, ancora una volta bisogna però tornare alla memoria storica per dare ordine e giusto peso ai fatti, e la memoria e il sentire di quei tempi oscuri possono riprendere vita e dignità usando in prestito le parole e i libri (già, i libri...) scritti da grandi del pensiero del Novecento che hanno vissuto sulla pelle quei tempi. Con le parole di Quasimodo: “...con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti       abbandonati nelle piazze, sull’erba dura di ghiaccio, al lamento, d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al       figlio, crocifisso sul palo del telegrafo...”; con le parole di  Brecht: “...voi che sarete emersi dai gorghi, dove fummo travolti, pensate, quando parlate delle nostre debolezze, anche ai tempi bui, cui voi siete scampati, andammo noi più spesso cambiando paese che scarpe, attraverso le guerre di classe disperati, quando solo ingiustizia c'era e nessuna rivolta, eppure lo sappiamo, anche l'odio contro la bassezza,  stravolge il viso. Anche l'ira per l'ingiustizia, fa roca la voce. Oh noi, che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili, ma voi quando sarà venuta l'ora, che all'uomo un aiuto sia  l'uomo, pensate a noi con indulgenza..”

E  in questo clima di 70 anni fa, nell’apice di vent’anni di soprusi, omicidi di massa, deportazioni che in Italia e in Europa hanno portato alla morte  55 milioni di persone, qualcuno 'con il viso stravolto', non potè 'essere       gentile'. Atti ovviamente da condannare, come quello della Ghersi, ma mai,  ripetiamo mai, fuori dal contesto storico, fatto che rischierebbe di appiattire le responsabilità e i diversi valori delle parti. Mai       dimenticando che da una parte si combatteva per la libertà, e dall'altra per la dittatura. Mai dimenticando che per ogni caso Ghersi ci sono stati migliaia di soprusi e fucilazioni sommarie di giovani democratici.

Il fatto invece più eclatante che spesso si dimentica è che alla fine della  guerra la stragrande maggioranza dei fascisti non pagò il conto con la giustizia. Solo a Genova, dei 313 imputati, 266 furono condannati ma       con l'amnistia Togliatti uscirono di galera. Come si evince dal libro "La beffa dei vinti"  (già, di  nuovo i libri, che insidioso ostacolo al revisionismo...) "…a Genova brigatisti neri responsabili di retate e spedizioni punitive, picchiatori della Guardia nazionale repubblicana, spie, cacciatori di ebrei, torturatori di partigiani, civili al soldo della Gestapo, nomi di spicco della polizia, della politica e dell'amministrazione pubblica durante la Repubblica di Salò, furono tutti liberati. Una beffa per chi aveva lottato per la libertà soffrendo persecuzioni, deportazioni e piangendo parenti e amici uccisi..." 

Ma l’ANPI e l’antifascismo democratico savonese vuole anche quest’anno celebrare il 25 Aprile senza rancore, ma tenendo ferme le diverse ragioni dei vincitori e dei vinti. Una grande festa per tutti quelli che si       riconoscono nei valori della democrazia, una giornata al Priamar con concerti, spettacoli, dibattiti, esposizioni e proiezioni.

Per  ricordarci che tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà non sono morti invano.

Stefano  Milano – UBIK


martedì 24 aprile 2012

Claudio Pavone, Sulla moralità nella Resistenza


Nel 1991 usciva "Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza" di Claudio Pavone, il libro che attendevamo da sempre, un'opera fondamentale per capire il senso profondo della guerra partigiana. Una lettura necessaria per capire soprattutto ciò che è accaduto dopo nei decenni tormentati della storia repubblicana. Sempre nel 1991 l'ISREC di Alessandria pubblicava una lunga intervista a Claudio Pavone in cui lo storico sviluppava una serie di riflessioni sul suo lavoro. Ne riprendiamo la parte relativa alla "ambiguità" della Resistenza che fu al contempo guerra di liberazione, guerra civile e guerra di classe

Sulla moralità nella Resistenza
Conversazione con Claudio Pavone condotta da Daniele Borioli e Roberto Botta



Il titolo che tu hai scelto evoca immediatamente note polemiche a proposito dell' interpretazione politica e storiografica di quel periodo della storia d'Italia. Conosciamo, in questo senso, le autorevoli posizioni di Guido Quazza, che preferisce parlare di guerra di civiltà piuttosto che di guerra civile, e sappiamo anche come il tentativo di applicare alla Resistenza il concetto di guerra civile abbia incontrato forti opposizioni proprio nel mondo dei protagonisti, e non solo per una ovvia reazione all'uso strumentale che ne è stato fatto da parte fascista. Come era immaginabile, il tuo Una guerra civile ha dato luogo a opposizioni di questo genere, nonostante sia chiaro che tu non interpreti la Resistenza solo come guerra civile ma anche come guerra civile. Lo stesso Nuto Revelli, che ha avuto parole di grande apprezzamento per il tuo lavoro, utilizzando anche immagini molto belle - lo ha definito "un colpo di vento che ha liberato dalla nebbia un paesaggio antico e familiare, restituendolo in tutta la sua grandiosità e bellezza" -, in una intervista concessa a "La Repubblica" afferma di non condividere sino infondo il concetto di guerra civile applicato alla Resistenza: "Non fu una guerra civile nel senso pieno del termine – dice Revelli - perché i fascisti per noi erano degli stranieri come e forse più dei tedeschi".
Perché permangono queste preoccupazioni e perché tu, al contrario, ritieni si debba ricorrere al concetto di guerra civile per studiare e capire quei mesi? E, prendendo ancora spunto dalla frase di Revelli, non pensi sia necessaria anche una precisazione del concetto di collaborazionismo, che può altrimenti prestarsi a interpretazioni troppo semplicistiche della realtà del biennio '43-45?

E’ una domanda molto complessa. Bisogna innanzitutto dire che il mio libro ha dovuto subire come dire - uno stiracchiamento da destra. Nel senso che i fascisti, che hanno sempre utilizzato, ma a torto, questo concetto come strumento per fare passare una equiparazione tra le due parti, ora sembrano dire: ecco, lo dice uno di loro, e quindi vuol dire che noi avevamo ragione e le due parti erano uguali. Un esempio: sono stato intervistato con Giano Accame da "Il sabato", e lui tendeva a riportare tutto su questo terreno, unendo ad argomenti storico-politici altri, di per sé apprezzabili, quali: finalmente ci avete trattato come esseri umani.

Da sinistra invece c'è stato un malumore, che però va scemando. Lo stesso Vendramini, che nella prefazione agli atti del convegno di Belluno aveva assunto una posizione un po' difensiva a causa di tutte le obiezioni che aveva avuto in loco contro la sua lodevole iniziativa, poi mi ha detto: però tu sei riuscito a far passare questo concetto anche nella cultura di sinistra e, una volta tanto, ci sei riuscito prima che ce lo imponessero gli altri.

lo ho iniziato a proporre le mie riflessioni sulle tre guerre - patriottica, civile e di classe -proprio a Belluno e prima ancora a Brescia, nel convegno della Fondazione Micheletti sulla Rsi. Ricordo che in quell'occasione Pajetta insorse e si sentì in dovere di contestare il concetto di guerra civile. Del resto io non ho mai detto, come voi avete ricordato, che fu solo guerra civile; ho detto che la guerra civile fu uno degli aspetti di quanto accaduto nei venti mesi resistenziali.

Questa reazione di Revelli, al quale sono gratissimo per i suoi giudizi, che mi lusingano e mi onorano, data la sua personalità, è in verità contraddittoria, perché lui in questo modo non fa che ribadire la correttezza del concetto di guerra civile: se i fascisti non erano considerati nemmeno italiani questo conferma proprio quelle pagine in cui cerco di chiarire come una delle caratteristiche della guerra civile è quella di privare, in idea, l'avversario della nazionalità. Si tratta come di una contraddizione in tema: io ti odio e ti disprezzo al punto che ti tolgo la qualità di italiano, ma ti disprezzo e ti odio tanto proprio perché sei italiano. E qui si tocca proprio il nodo drammatico, perché non ci troviamo di fronte a una contraddizione logica, ma emotivo-esistenziale. Quindi Revelli praticamente finisce con il ribadire il concetto.

Poi avete accennato al collaborazionismo. In questi giorni si è svolto a Brescia un convegno, sempre su iniziativa della Fondazione Micheletti, sul collaborazionismo, che è stato molto interessante. Si è visto che questa categoria è molto ricca e complicata, ci sono stati interventi di storici di vari paesi che lo hanno dimostrato. Ma proprio in quella occasione, in un brevissimo intervento, ho ribadito che per la Repubblica sociale italiana la categoria di collaborazionismo non èdel tutto adatta, perché esistono collaborazionismi, diciamo così, a posteriori, cioè in paesi più o meno democratici invasi dai nazisti e, nel loro piccolo, dai fascisti italiani. Gli invasori creano in quei paesi governi a loro asserviti, fondati sui fascisti locali che, da soli, non avevano avuto la forza di conquistare il potere. In questi casi senz'altro la categoria di collaborazionismo funziona, ma per l'Italia purtroppo non è così, perché i fascisti sono nati proprio qui e il potere, nel 1922, se lo erano conquistato da soli.

L'anno scorso in Francia ci fu un convegno molto bello su Il regime di Vichy e i francesi, cui fui invitato per una relazione sulla Rsi. Quando arrivai vidi che avevano messo la Repubblica di Salò nella sezione dedicata ai collaborazionismi minori, insieme alla Slovacchia. Fui costretto a precisare - direi, paradossalmente, per orgoglio nazionale - che non era corretto considerare l'ultimo atto del fascismo italiano un collaborazionismo minore; forse non è nemmeno un collaborazionismo tout-court. Ma i francesi sono così gallocentrici che alla fine l'unico collaborazionismo "maggiore" sembrava essere il loro. Dovetti ricordare che il fascismo era nato proprio in Italia e che si era concluso con una resa dei conti drammatica, un tragico epilogo, mentre la loro era stata - così la definii, e la definizione ebbe un certo successo - una falsa partenza. Questo per dire che la categoria di collaborazionismo, che era stata usata da Marco Palla proprio a Belluno per polemizzare contro la mia definizione di guerra civile, mi sembra che stia stretta alla repubblica sociale, la quale è collaborazionismo ma non è soltanto collaborazionismo.

Poiché il concetto delle tre guerre e il problema del loro intrecciarsi è non solo il fulcro del tuo libro e più in generale della tua ricerca recente, ma anche l'aspetto su cui si sono addensate attenzioni e posizioni critiche, è forse utile provare a definire, con un riferimento significativo, le fondamenta su cui costruisci il tuo ragionamento.

Il riferimento forse più significativo è quello alla presenza di tre diverse figure di nemico; ma prima di dire alcune cose a questo proposito vorrei precisare perché io preferisco, anche per la prima delle tre guerre, la definizione di guerra patriottica a quella di guerra di liberazione nazionale. Il motivo è che nel dopoguerra in questo modo venivano definite proprio le guerre che univano la lotta di classe e la lotta patriottica, diventando quindi un'espressione forse ancora più intrisa di significato ideologico e politico rispetto a quella di guerra civile. Per di più nella formula "guerra di liberazione nazionale" resta qualcosa di imprecisato: da che cosa bisogna liberare la nazione?

Dunque, il nemico nella guerra patriottica è lo straniero invasore, e cioè il tedesco. Certo, c'è a monte il problema, cui nel libro accenno, che invasori erano anche gli inglesi e gli americani; ma allora bisognerebbe capire perché gli uni venivano percepiti come invasori e gli altri come liberatori, nonostante tutti gli sforzi in contrario della propaganda della Rsi; ma questo è un tema che qui non possiamo sviluppare. Il tedesco invasore però era anche nazista, non era un invasore privo di qualifiche politiche e ideologiche: e questo ci porta già sul terreno della guerra civile, come grande guerra civile europea.

Nella guerra civile il nemico era il fascista, proprio come figura politico-esistenziale, che era tale non solo per i garibaldini, ma anche per i GI, e per una parte almeno dei liberali, dei moderati, dei cattolici. Il fascismo era un fenomeno globale che andava combattuto anche se non se ne riconoscevano le radici o per lo meno le componenti di classe. Questo è un concetto importante da tenere presente, perché altrimenti si finirebbe con il riproporre l'ortodossia terzintenazionalista secondo la quale il fascismo è solo un fenomeno di classe, per cui essere "antifascisti conseguenti" ed essere proletari e, soprattutto, comunisti coincide. E invece non ha sempre coinciso, e sarebbe curioso che arrivassero a questa conclusione proprio gli antifascisti non comunisti, nella recente loro ansia di sbarazzarsi dell'antifascismo.

La guerra di classe si può considerare, da un punto di vista di rigorosa distinzione logica, come un fenomeno che rientra sotto la categoria di guerra civile: la guerra civile dopo l'Ottobre è anche guerra di classe. Esistono cioè guerre civili che coincidono pienamente con la guerra di classe, ma non sempre è così. Comunque la guerra di classe, quando ha per nemici persone della stessa nazionalità, è sicuramente riconducibile sotto la categoria generale di guerra civile. Conserva tuttavia, nel nostro caso, alcune specificità, che traggono origine dal fatto che, come ho detto, non tutti gli antifascisti erano socialmente proletari, né tutti erano ideologicamente disposti a far coincidere fascismo ed oppressione di classe. Qui si potrebbe riconoscere quanto c'era di giusto nella storiografia operaista, e cioè che per un operaio politicizzato il padrone era una figura che trascendeva lo stesso fascista: c'era cioè un'oppressione di classe nel corso della quale i padroni s'erano serviti del fascismo, e proprio per questo nel combattere i fascisti bisognava cogliere l'occasione storica per combattere anche i padroni, i quali, fascisti o non fascisti, andavano Comunque combattuti: cosa che un liberale sinceramente antifascista non avrebbe mai ammesso.

La distinzione della terza guerra rispetto alla seconda dunque si ripropone. Nella guerra di classe la principale figura del nemico è allora quella del padrone, e io, forse con una battuta troppo facile, ho scritto che l'ideale di un operaio politicizzato sarebbe stato quello di trovarsi contro un padrone in camicia nera e sfacciatamente servo dei tedeschi, ma che il padrone non sempre lo accontentava. Anzi, i padroni erano abbastanza accorti per accontentarli in misura sempre decrescente. E qui verrebbero alla luce tutti i problemi relativi ai doppi giochi: finanziare i Chi e fare contemporaneamente buoni affari con i tedeschi eccetera, ma si tratta di problemi che non rientrano strettamente nell'ambito della guerra civile, la lambiscono ma sono questioni diverse.

Questa chiave di lettura della Resistenza in cui i tre livelli, della guerra patriottica, della guerra civile e della guerra di classe, si intrecciano e si sovrappongono, determinando all'interno della stessa vicenda aspettative, atteggiamenti e comportamenti differenti, la vai elaborando già da alcuni anni, a cominciare dalle occasioni che tu stesso hai ricordato. Nonostante questa precisa e rigorosa definizione dei tre livelli, a noi pare che nell'attenzione accordata al tuo libro dai mezzi di informazione sia possibile cogliere una tendenza alla semplificazione che porta a far coincidere il livello della guerra civile con quello della guerra di classe. Ed in sostanza a riproporre, certo con non poche forzature, una interpretazione esclusiva e fuorviante della guerra partigiana come confronto armato tra due ideologie totalitarie, quella fascista e quella comunista.

Soprattutto quest'ultimo punto è emerso non solo in certe "interpretazioni" del mio libro, ma ha attraversato tutte le polemiche degli ultimi due anni: totalitari gli uni e totalitari gli altri. 1 venti mesi come una commedy of errors, insomma. Ma questo mi sembra veramente del tutto insufficiente come tentativo di spiegazione, e poi è contraddittorio con l'interpretazione della Resistenza quale grande fatto unitario nazionale: se veramente la Resistenza, accettando e rovesciando il segno dello slogan "la Resistenza è rossa, non è democristiana", è stato questo scontro tra due totalitarismi, chi è caduto in un equivoco ancora maggiore, e direi grottesco, sono stati i cattolici, i moderati, e persino i GI, i quali, non essendo totalitari, si sono fatti risucchiare più o meno per dabbenaggine in uno scontro tra opposti che erano nella sostanza uguali. La cosa mi pare quindi priva di qualsiasi possibilità euristica. Il che non significante da altri punti di vista questo problema non possa e debba essere preso in considerazione: ad esempio, se e come il comunismo staliniano e il fascismo e il nazismo possano rientrare tutti, pur con le ovvie differenze, sotto la categoria generale di totalitarismo, ma questo è un altro discorso.

Interpretare la Resistenza nel modo sopraddetto significherebbe però considerare la storia come una deduzione dei fatti dalle ideologie. Sarebbe davvero una operazione ideologica, mentre invece, nei limiti delle mie capacità e delle mie forze, ho cercato di dimostrare per quali ragioni un partigiano poteva gridare "Viva Stalin e viva la Libertà" senza contraddizioni. Oggi qualcuno potrebbe dire: ma come! Stalin era contro la libertà e quindi bisogna cassare uno dei due termini. No. Teniamo anche presente che molti partigiani lo gridavano morendo, e quindi in quell'espressione unificavano delle cose che in quel momento alle loro coscienze si presentavano congiunte. Storicamente bisogna porre grande attenzione nel cercare di comprendere la concretezza dei singoli atti. Perciò ricondurre la Resistenza, o anche solo la sua componente classista, sotto il criterio di una lotta fra ideologie totalitarie non può portare molto lontano, anche se, lo ripeto, resta aperto il problema del totalitarismo come trista caratteristica del nostro secolo.

A proposito del concetto di guerra civile, tu prima parlavi di una certa refrattarietà della storiografia e del mondo politico di sinistra a usare questo termine. Un atteggiamento che in qualche modo contraddice un uso ampio del concetto che è possibile riscontrare non solo nella documentazione garibaldina e giellista, ma anche in diversi prodotti della storiografia resistenziale - dove il termine è però spesso utilizzato senza una precisa forza analitica - e nei discorsi politici post Liberazione di molti uomini della resistenza.

Le fonti coeve hanno senz'altro molto minori scrupoli ad usare questa espressione. dopo che nasce la rimozione.

Certo, ed hai anticipato in qualche modo la domanda: ci sembra infatti che questa impreparazione e refrattarietà postuma a confrontarsi con il concetto di guerra civile sia anche la spia di quanto la storiografia e la cultura resistenziale siano state sostanzialmente condizionate, sino a non molti anni fa, da esigenze e cautele politiche.

Non c'è dubbio. In un primo momento c'è stata una specie di continuazione dell'unità di vertice ciellenistica, grosso modo sino alla cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo; sino ad allora, bene o male, l'unità era il concetto accettato un po' da tutti o quasi, almeno a parole. Dopo quella cacciata c'è stato un fenomeno che ha portato a rivendicare per molti anni il concetto di unità da parte della sinistra, in specie dai comunisti, proprio per qualificarsi come forza nazionale: poiché i sovversivi e, di nuovo, soprattutto i comunisti, erano sempre stati qualificati come antinazionali, c'era ora l'esigenza politica di presentarsi come parte legittima del sistema repubblicano, anche se fuori dal governo, e di far ricadere la colpa della rottura solo sui democristiani, riaffermando di contro la vera propensione unitaria del proprio schieramento. In quel contesto parlare di guerra civile quadrava poco: la Storia della Resistenza di Battaglia rispecchia in qualche modo questa fase.

Però facendo queste riflessioni a volte si dimentica la controparte, nel senso che nell'esorcizzare gli aspetti di guerra civile c'è una responsabilità anche del centro-destra antifascista. Per questa parte politica glissare sul concetto di guerra civile rappresentava un'implicita polemica contro quel troppo di rosso che c'era stato nella Resistenza. Era quindi un modo per respingere tutto quel filone interpretativo (storiograficamente da considerare certamente con occhio critico) che si è basato sul tema della Resistenza tradita o di La Resistenza accusa, il libro di Pietro Secchia. Se invece, quando proprio non si poteva tacere, si diceva che la Resistenza era stata un embrasson nous generale questo edulcorava ed esorcizzava gli aspetti inquietanti, utopici, drammatici della lotta di Liberazione. Alla Resistenza tradita veniva contrapposta così una Resistenza beata e soddisfatta, al santino di sinistra si affiancava un santino di destra.

Poi c'è stata una fase in cui l'establishment di governo ha capito - e questa è naturalmente solo una mia schematizzazione - che lasciare il monopolio della Resistenza, sia pure con quella bandiera unitaria, dietro la quale si ostinava peraltro a far capolino la bandiera rossa, alla sinistra poteva non convenire: forse conveniva di più assorbirla per fame una tavola di fondazione un po' generica della democrazia repubblicana. t stata la fase in qualche modo connessa al cosiddetto disgelo costituzionale, in cui si comincia a non considerare più la Costituzione una trappola, come diceva Scelba, ma un ambito entro cui confrontarsi. Ciò comportò l'assorbimento della Resistenza in un canone nazionale che tranquillizzava tutti, e lo si può vedere, ad esempio, nella sostanziale identificazione che venne fatta delle forze partigiane con l'esercito del sud. Ovviamente è necessario il massimo rispetto per quelli che a fianco dell'esercito alleato hanno combattuto e sono morti. Però si tratta storicamente di due fenomeni diversi. Invece abbiamo potuto vedere, da un certo periodo in poi, che erano i ministri della difesa e i generali ad essere incaricati di celebrare il 25 aprile, un modo per far rientrare la Resistenza nella storia italiana in maniera molto asettica.

Sotto questo aspetto il Sessantotto fu salutare, per distinguere e spezzare, dopo una primissima fase quasi di rigetto, la unità oleografica della Resistenza, anche se con prese di posizione magari schematiche, come ad esempio il già ricordato slogan "la Resistenza è rossa, non è democristiana". L'operaismo e il movimentismo furono atteggiamenti che richiamavano l'attenzione su problemi reali ma li semplificavano oltre il lecito. Ma allora, nella storiografia successiva al Sessantotto, si sono poste le basi di quella nuova stagione che forse può apparire ovvia: se la Resistenza va vista nella sua complessità, nelle sue contraddizioni e anche nelle sue lotte intestine, si prepara il terreno per riconoscere che il concetto di guerra civile non può più essere esorcizzato. E tengo a precisare che senza questo movimento post-sessantottesco nemmeno a me sarebbe probabilmente venuto in mente il mio schema interpretativo. Non lo dico certo come fatto personale, maper sottolineare come molte volte le cose mutano per fattori complessi e per fortuna anche extrastoriografici. Del resto la storiografia è una disciplina che cerca di dare del passato una spiegazione rispetto alle domande che pone il presente, e siccome il presente muta per mille motivi bisogna risalire anche a questi motivi.

Queste tue riflessioni ci sollecitano un'altra domanda: non pensi sia ormai giunto il momento di una rivisitazione critica della storia della storiografia resistenziale, considerandola, per questi suoi stretti legami con le vicende politiche e sociali, come un'angolazione utile e privilegiata per capire come si sono evolute, in questi quarant'anni, la società italiana e le forze politiche che all'esperienza del movimento di Liberazione si richiamano - o si richiamavano?

Indubbiamente, sarebbe uno spiraglio interessante, paragonabile, anche se l'avvenimento è ben più consistente, oltre che più distante nel tempo, alla storia della storiografia sulla Rivoluzione francese. Chi studi oggi la Rivoluzione francese non può non tenere conto dell'evoluzione della Francia e, direi, un po' di tutto l'Occidente; così, nel suo piccolo, e lo dico non per sminuire l'evento ma perché, non foss'altro, è passato meno tempo, anche rifare una storia delle interpretazioni della Resistenza non solo in Italia sarebbe senz'altro un'ottima spia per capire molte cose di una situazione in movimento. E questo credo valga anche per il mio libro: se qualcuno lo ricorderà ancora fra qualche anno sarà perché esso è riuscito a connettersi con il momento attuale, non certo nello specifico della polemica alimentata dal "triangolo della morte", ma nel senso appunto che ognuno è figlio del suo tempo.


(Da: ISREC Alessandria, "Quaderno di Storia Contemporanea numero", n. 10, 1991, pagine 19-42)


Dino Erba, La resistenza comunista tedesca contro il nazismo (1933-1945)

Cremona, aprile 1945: partigiani e disertori tedeschi

Quale occasione migliore che l'avvicinarsi del 25 Aprile per parlare della resistenza dei comunisti tedeschi contro il nazismo. Una lotta durata 12 anni, culminata nella partecipazione alla guerra partigiana di militanti tedeschi, sia esiliati politici che disertori della Wermacht, oggi finalmente ricostruita in un libro.

Dino Erba

La resistenza comunista tedesca contro il nazismo (1933-1945)



La lotta dei comunisti tedeschi contro il regime nazista è un argomento che è stato sistematicamente ignorato. I motivi sono chiari. Durante e dopo la Seconda guerra mondiale, l’ideologia dominante ha voluto criminalizzare i tedeschi, come popolo, per eludere le responsabilità che la borghesia nel suo insieme – o meglio il modo di produzione capitalistico – ebbe nella creazione dell’orrore nazista. Contestualmente, ha cercato poi di negare che i proletari tedeschi, in generale, e i comunisti tedeschi, in particolare, avessero lottato contro il nazismo. Questa vera e propria censura, che ha visto collusi i democratici e, obtorto collo, i comunisti filo sovietici, ha connotato la storiografia «ufficiale», con poche eccezioni, almeno fino al crollo del muro.

Ben venga quindi il libro di Derbent, basato sugli archivi e sugli studi dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove la campagna anti-tedesca ebbe, per ovvi motivi, un’eco più limitata. Certo, il libro appare con un notevole ritardo, che denuncia una comprensibile ritrosia ad affrontare l’argomento. Sappiamo infatti che i comunisti filo sovietici del Partito comunista di Germania (KPD) ebbero pesanti responsabilità nella sconfitta del proletariato tedesco, anche se la causa vera fu la subordinazione alla «ragion di Stato russa». Fatta questa premessa, possiamo vedere le luci e le ombre del libro.

Luci

Derbent documenta le pesantissime persecuzioni che, prima e dopo l’avvento di Hitler, colpirono la KPD, in misura incomparabilmente maggiore rispetto alle altre organizzazioni politiche. Evidenzia, inoltre, il ruolo reazionario della socialdemocrazia (SPD), che spesso favorì la repressione statale e nazista contro i comunisti, quando non ne fu connivente.

Nonostante le persecuzioni e nonostante, aggiungo io, l’incerto orientamento politico, all’avvento del nazismo la KPD poteva contare su una forte e radicata struttura (vedi: Ossip K. Fleichtheim, Il partito comunista tedesco (KPD) nel periodo della repubblica di Weimar, Jaca Book, Milano, 1970). Struttura che, per forza di cosa, non si sarebbe sciolta come neve al sole, anzi riuscì a sopravvivere, prendendo iniziative fino alla fine della guerra, contrariamente a quanto lascia sottintendere la storiografia ufficiale, ignorandola.

Quasi del tutto inedite sono poi le notizie sulla presenza di soldati tedeschi, o meglio disertori, in alcune formazioni partigiane dei Paesi occupati dal Reich, tra cui l’Italia (vedi: Dino Erba, Nascita e morte di un partito rivoluzionario. Il Partito Comunista Internazionalista (1943-1952), All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2012, pp. 74 e ss.). Furono episodi forse piccoli ma assai però significativi, di cui poco si è detto; e sono tanto più apprezzabili, considerando le campagne antitedesche, dai toni razzisti, che prevalevano nella Resistenza, soprattutto per impulso dei comunisti filo sovietici. In Francia, per esempio, il Partito comunista lanciò la parola d’ordine À chacun son boche (a ciascuno il suo tedesco, ovviamente da ammazzare …). Da Radio Mosca, il leader del PCI Palmiro Togliatti ebbe espressioni altrettanto crude.

Disertori tedeschi furono presenti in alcune formazioni partigiane italiane. Tuttavia, anche in Italia, questo argomento è stato appena sfiorato e solo in epoca recente si sono avute pubblicazioni in merito, per esempio: MARCO MINARDI, Disertori alla macchia. Militari dell'esercito tedesco nella Resistenza parmense, Clueb, Parma, 2007. In Francia, il Revolutionären Kommunisten Deutchlands (Comunisti Rivoluzionari di Germania), un gruppo di comunisti di sinistra composto da esuli austro-tedeschi, svolse attività tra le truppe d’occupazione, vedi: GEORG SCHEUER, Seuls les fous n’ont pas peur. Scènes de la guerre de Trente ans (1915-1945), Èditions Syllepse, Paris, 2002.



Ombre

Debrent sorvola sui rapporti che la KPD ebbe con l’Internazionale comunista, o meglio con il governo sovietico, che condizionò fortemente la lotta al fascismo tedesco in nome della ragion di Stato russa. E dove inevitabilmente ne deve parlare, finisce per giustificare decisioni insensate, che videro la KPD partecipare, con i nazisti, ad azioni contro la SPD. E a poco servono le giustificazioni che, seppur denunciando le inequivocabili iniziative anticomuniste della SPD, non spiegano la rottura del fronte proletario nella lotta al nazismo.

E ancor meno serve recuperare surrettiziamente il fronte unico dal basso, proposto nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia contro il fronte unico politico con i socialisti; quando, invece, in quegli anni il Komintern, in nome della lotta al «socialfascismo» (la socialdemocrazia), organizzava le scissioni sindacali, precludendosi così quel terreno fondamentale per poter costituire il fronte unico dal basso, attribuendo invece la responsabilità del fallimento alla SPD o, o peggio, ai dirigenti del partito, accusati di essere incapaci di applicare le «giuste» direttive (cfr. JANE DEGRAS (a cura di), Storia dell’Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, Feltrinelli, Milano, 1975, vol. III, pp. 273-287).

Facendo di necessità virtù, Debrent ricorda le azioni, a dir poco eroiche, dei militanti della KPD che, dovendo affrontare i nazisti, spesso senza l’appoggio del partito e soprattutto senza un chiaro orientamento politico, finivano per cadere nel velleitarismo, con conseguenze tragiche.

Infine, privilegiando la KPD, il libro cade in una logica autoreferenziale, ignorando le numerose organizzazioni di sinistra che, al di fuori e ai margini dei due grandi partiti operai, lottavano fattivamente contro il nazismo. Come gli anarchici, i socialisti di sinistra, i comunisti dissidenti, ma anche gruppi giovanili spontanei. E con le quali sarebbe stato possibile dar vita al fronte unico dal basso.

T. DERBENT,
Resistenza comunista in Germania 1933-1945,
Zambon Editore, Francoforte, 2011.
€ 8,90.