TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 maggio 2012

Da vedere e da leggere: ACAB
























Un film, duro e scostante, da vedere insieme a "Diaz", per capire cosa è accaduto e cosa accadrà ancora attorno agli stadi e nelle piazze. Non a caso il film inizia con l'attacco durissimo dei celerini a un corteo di operai in lotta per la difesa del posto di lavoro. Un film che è anche un romanzo, di cui diamo l'incipit.


Gabriella Greison

ACAB non è un film

Ieri ho visto il film ACAB, ed ero allo stadio per Roma-Bologna. Le due cose andavano fatte insieme, e in ordine inverso, per capire meglio le reazioni sull’uscita di questo film (nelle sale da venerdì scorso). Reazioni che ho cercato di captare soprattutto la sera al cinema, fuori, in strada.

Zona Prati, prima serata, sala piena. E piena solo di ragazzi, quasi tutti curvaioli, romani, diverse donne che li accompagnavano. Dunque, prima l’antefatto. Allo stadio, in curva sud, a metà partita (partita di una noia mostruosa, con interviste post-gara ancora più noiose, uno di quei pomeriggi che ti chiedi perché stai facendo quel lavoro, e metti in discussione tutta la tua vita), dicevo: inizio secondo tempo, appare uno striscione, contro il film Acab. Ricordava le morti, in circostanze controverse, dei tre ragazzi: Aldrovandi, Cucchi e Sandri. Faceva così: “Federico, Stefano, Gabriele… Acab non è un film”. Guardo il film, e inizio a farmi delle domande.

Intanto, è necessario fare una distinzione tra film e libro. Perché il tutto nasce dal romanzo di Carlo Bonini, edito per Einaudi, in cui il giornalista racconta la sua esperienza passata con i celerini, ed entra nei dettagli dei loro racconti, facendo vivere al lettore in prima persona ogni traccia di violenza, o di vendetta, che usciva dalle loro parole. Però, beh, ecco, il libro non ha la potenza delle immagini, e quindi fa venire la stessa rabbia, la stessa insicurezza, la stessa insofferenza che scatta guardando il film.

Lo stesso Bonini, racconta: “Quando ho incontrato di persona i tre protagonisti del mio libro, mi ricordo di aver dovuto compiere sulla mia pelle un’operazione difficilissima, perché c’erano degli aspetti dei loro racconti che a me davano profondamente fastidio anche solo ad ascoltarli. Ma, sono cosciente che si tratta di un passaggio obbligato, per fare vedere che esiste questa realtà. Sicuramente ci sarà qualcuno, com’è già successo all’uscita del testo, convito che Acab voglia togliere la museruola al rottweiler che è in noi”.

No, quest’ultimo passaggio non è scattato. In nessuno dei ragazzi presenti in sala ieri, e che ho ascoltato parlare fuori dal cinema Adriano. Quello che è successo, invece, è che molti si sono sentiti insicuri, di fronte ad alcune scene di violenza. E si riconoscevano, una volta nel ragazzo di strada, figlio del celerino-capo, una volta nel ragazzo di strada che diventa celerino-pischello. Insomma, nelle due figure più deboli, più fragili, presenti sullo schermo.

Nessuno ha inneggiato al film, e nessuno lo ha accusato di eccessiva violenza. Questo dovrebbe far pensare. Perché, in realtà, alcune scene sono di una forza, di un eccesso, di una prepotenza, che nessuno dovrebbe essere in grado di sostenere. E tutti, celerini e gente di strada, avevano solo una cosa in comune: quel sentimento irrefrenabile di rancore, di odio, di intolleranza nei confronti delle istituzioni. Politici, Parlamento, Stato, tutti vengono presi di mira, come il nemico numero uno, perché – dal film si evince – i casi della vita portano a concludere questo. Ora, così, si spiega anche perché ieri, durante il minuto di silenzio sul campo dell’Olimpico, prima della partita, per la morte di Oscar Luigi Scalfaro, la curva abbia fischiato tutto il tempo.

Ma le domande sono queste: perché il limite entro il quale questi poliziotti usano la violenza è così poco decifrabile? Perché tutti si ricostruiscono un senso dello Stato del tutto personale? Chi guarderà il film? Da dove nasce, allo stadio, questo rancore antico nei confronti delle forze dell’ordine: voglio dire, prima dei casi sopracitati, anni Sessanta e Settanta, era lo stesso così?

(Da: Il Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2012)























Carlo Bonini


ACAB

Prologo

Cinghie
Autostrada del Sole, settembre 2007

– ’A Cipolla, ma ’sto cesso non lo riesci a fa’ cammina’?
O pensi che aspettano noi all’Olimpico?
Forse aveva ragione, er Cicoria. Ma con tutto che andava a tavoletta e il rumore nell’abitacolo era quello di un biplano, la Multipla di più non poteva dare. La lancetta del tachimetro era inchiodata sui centodieci. Come se le avessero dato del mastice. E, comunque, non erano neanche le 10 del mattino. A Roma-Juve mancavano ancora cinque ore. I cartelli dell’A1 avevano appena indicato l’uscita per Frosinone.
Novanta chilometri, un’ora o giù di lì, e l’Olimpico li avrebbe accolti come ogni domenica.
Con un occhio allo specchietto, Cipolla controllò compiaciuto il retro dell’abitacolo. La bandiera giallorossa, a mo’ di drappo, era distesa sulla cappelliera, le sciarpe piegate sui sedili. La stecca di sigarette aperta da poco era incastrata tra il freno a mano e il sedile anteriore. La puzza di nicotina era già pungente. La trasferta aveva i suoi riti e nel rispetto dei dettagli si misurava quello per la scaramanzia.
Cicoria si era messo a smanettare con lo stereo senza riuscire a cavarne un solo segno di vita. – Cazzo, manco la radio funziona su ’sto biroccio.
– A che serve? Che vòi senti’, Onda verde? Hai paura del traffico? Nun c’è ’n’anima pe’ strada.
– No. Vorrei sape’ ’ndo’ giocheno quelle merde dei napoletani.
– A Empoli, perché?

– Così.
Cicoria si era fatto serio.
– Se pò sape’ che te frega?
– Così.
Il volante si era messo a vibrare come un martello pneumatico e Cipolla continuava a fissare il tachimetro. Il piede sinistro era anchilosato sull’acceleratore. Finché l’Opel Zafira grigio fucile non gli fu addosso come una frustata.
– Ma che cazzo è? Che fa ’sto stronzo?
Gli era arrivata alle spalle come una saetta. Lo aveva sorpassato scartando sulla corsia di sinistra e quindi era rientrata a destra, costringendolo a un brusco colpo di freno. Ora ce l’aveva davanti. Attaccata al muso.
Cicoria si era messo a gridare.
– Guarda la targa, Cristo! Guarda la cazzo di targa!
– Che ha ’sta targa?
– Napoli. Ecco che ha ’sta targa.
– Embe’? Conosci qualche napoletano che rispetta er codice?
– Cipolla, ma che te sei rincojonito? Nun hai capito?
L’Opel era così vicina che le si poteva guardare dentro. Sui sedili di dietro viaggiavano almeno in tre. La sciarpa bianca e azzurra annodata al collo. Le teste completamente rasate. Erano rivolti verso il lunotto posteriore e ce l’avevano con loro. Uno si era messo a mulinellare la lingua. Un altro mimava ad ampi gesti l’invito a un pompino. Il terzo stringeva nel pugno un’orribile cinghia borchiata dalla fibbia enorme.
– Tranquillo, Cicoria. Ora se li levamo de mezzo.
– Ah, sì? E come? Che fai, li superi?
– Ce provo.
Cipolla non aveva dato neppure un quarto di giro allo sterzo che lo spostamento d’aria aveva fatto rimbalzare la Multipla di nuovo a destra. Una Bmw verdina lo chiudeva a sinistra. Ma non era lì per superare.
– O porca la puttana. Cipolla, semo fatti.
Cipolla non aveva la forza di guardare. Il collo era di marmo. Teneva lo sguardo fisso sulla linea di mezzeria. Sul metro scarso che divideva il muso della Multipla dalla Opel che la precedeva. Sulla maledetta lancetta congelata sui centodieci.
– Chi ce sta nel Bmw, Cicoria? Chi ce sta?
– E chi ce deve esse’? Napoletani. Napoletani.
– Che stanno a fa’?
– Guarda tu.
– Nun posso, Cico’. Nun me posso volta’.
– Sì che pòi, invece. Guarda anche tu.
Il passeggero sul lato guida della Bmw aveva abbassato il finestrino, sporgendo il viso e offrendolo alla velocità. Aveva una bocca enorme spalancata in una smorfia da Joker. Resa ancora più turpe dalle guance strizzate dal vento. Gridava come un ossesso. E il suono delle sue parole arrivava come un latrato.

(...)

Carlo Bonini
ACAB
Einaudi, 2009
16.50 euro


La Riviera Ligure - Ettore Cozzani




















E' disponibile il n.67/68 de La Riviera Ligure, il quadrimestrale della Fondazione Mario Novaro, voce unica per storia e profondità di contenuti nel panorama culturale della nostra regione. Il quaderno è interamente dedicato alla figura e all'opera di Ettore Cozzani. Ne presentiamo l'indice e due brevi estratti. 

La Riviera Ligure
Quaderni della Fondazione Mario Novaro
anno XXIII - n. 1 (67/68) - gennaio/agosto 2012

Vincenzo Caputo
Cozzani letterato e uomo

Gabriele Chioma
"L'Eroica": presupposti culturali ed eziogenesi

Germano Beringheli
"L'Eroica" e la xilografia

Rosa Elisa Grangoia
Scrittori liguri negli anni liguri de "l'Eroica"

Isabella Tedesco Vergano
Letture da "Il poema del mare"

Eda Belsito
Poeta cum Poeta

Anita Ginella
La "Sagra dei Mille"

Franca Guelfi
78 lettere a Mimmo Guelfi

Ettore Cozzani
L'anima nascosta di Genova

Per informazioni e richiesta di copie scrivere a: info@fondazionenovaro.it

L'Eroica, copertina luglio 1911



















Maria Novaro

Presentazione

All'inizio del '900 in Italia si ebbe un rinnovato interesse per la xilografia, grazie soprattutto alla Mostra Internazionale di Grafica allestita nella Riviera ligure, a Levanto (agosto-settembre 1912), ideata e voluta da Ettore Cozzani. L'anno precedente (30 luglio 1911) aveva dato vita alla Spezia al primo numero de "L'Eroica", rivista fra le più longeve nel panorama letterario e artistico italiano della prima metà del secolo.

Singolare figura, quella dello spezzino Cozzani, lontano da ogni "corrente" o cenacolo, e forse proprio per questo rimasto un pò ai margini della storia culturale della nostra regione, dalla quale per altro si allontana già nel 1917 per proseguire a Milano la propria attività di editore.

Questo quaderno, ricco dei contributi di studiosi, che ne approfondiscono la poliedrica attività, è stato ideato con l'intento di dare appunto risalto al periodo "ligure" di Cozzani e ai suoi rapporti - anche in tempi successivi - con la sua terra d'origine, i suoi artisti, i suoi poeti.

(...)


Ettore Cozzani

L'anima nascosta di Genova


Incredibile città, Genova! Domandatene a chi la conosce e a chi non la conosce: sentirete: il porto (gremito! selve d'alberi, di antenne, di pennoni - elevatori e gru sempre in moto come ragni - barche, pontoni, chiatte che scivolano senza tregua fra le pareti a picco dei piroscafi - profumi, odori, e fetori, grida, fischi, scrosci di catene, ruggiti e mugghi di sirene...); Piazza De Ferrari e Via Venti Settembre (che movimento! tram e automobili da non saper come attraversare, la Posta, la Borsa, i negozi, gente che va e viene, ricostruendo nel cervello frizzante i telegrammi, i listini, moltiplicando, dividendo, tanto di percentuale, tanto di spesa viva, tanto d'utile...); e dovunque e sempre, il danaro: diné! diné! "Quantu u l'à? Quanto u ghe dà?"

(...)


Ettore Cozzani



















Ettore Cozzani

La rivista “L’Eroica” è, con la casa editrice omonima, l’immagine fedele del percorso morale e intellettuale di Ettore Cozzani alla ricerca della Poesia, intesa soprattutto come ragione di vita e di ogni forma artistica, ricerca condotta fuori dai circuiti canonici e dai vari salotti culturali, al di là di ogni scuola e movimento letterario; ricerca che lo ha relegato in un posto solitario nella storia delle nostre lettere, quasi ai margini dell’ufficialità..

Nato il 3 gennaio 1884 a La Spezia da famiglia di modeste condizioni, grazie a una borsa di studio frequenta la Scuola Normale di Pisa dove si laurea con una tesi sulla poesia sanscrita. Studia con Gioacchino Volpe e Vittorio Cian, ma subisce soprattutto l’influenza della figura di Giovanni Pascoli, di cui è allievo devoto e a cui dedica, nel tempo, numerose pagine di approfondimento.

Ben presto comincia a insegnare nella Scuola complementare pareggiata a La Spezia.

Nel 1911 assieme all’architetto Franco Oliva fonda la rivista “L’Eroica”, una rivista che si propone “di annunciare, propagare, esaltare la poesia, comunque e dovunque essa si manifesti: in ciascuna arte e nella vita”.

Nel 1912 organizza a Levanto la prima esposizione italiana di xilografia, evento di grande importanza di cui si festeggia il centenario appunto quest’anno con una mostra itinerante dal titolo “I cento anni della xilografia italiana”.

Tra i miti e modelli di poesia e di vita, oltre Pascoli, è d’Annunzio, che peraltro non collaborerà mai con “L’Eroica”. Cozzani, dopo molte peripezie, riesce però a coinvolger e il “vare” nell’inaugura­zione del monumento per l’impresa dei Mille, a Genova, il 5 maggio 1915.

Nel 1917 si trasferisce a Milano, dove continua la sua attività di scrittore ed editore. All’indomani della Seconda guerra mondiale, viene internato a Bresso ma presto rilasciato in quanto riconosciuto innocente. Prosegue la sua attività di editore e divulgatore fino alla morte, avvenuta il 22 giugno 1971.

Giornalista, editore e oratore (notabili alcune sue Lecturae Dantis), Cozzani è anche scrittore (suoi i romanzi La siepe di smeraldo, 1920; I racconti delle Cinque Terre, 1921; Le strade nascoste, 1921; Il Regno Perduto, 1927; Poema del mare, 1928).

mercoledì 30 maggio 2012

A Brigà, Artemisia.Le Alpi del mare




E' da poco disponibile l'ultimo cd di A Brigà, dedicato alla musica tradizionale e alle culture dei popoli delle Alpi Marittime. Un omaggio a una realtà ancora viva sui due versanti delle Alpi, perchè, come ci racconta il testo di introduzione al cd, le montagne non dividono, ma uniscono gli uomini.

A Brigà

Artemisia, le Alpi del mare

Appennino e Alpi Liguri sono il luogo d’incontro tra le alte vette e il Mediterraneo. Gli  appennini sfumano così dolcemente nelle Alpi, che la principale catena montuosa europea non sa dove iniziare. Allora comincia tre volte. Una prima volta all’estremo levante della provincia di Savona: per i geologi le Alpi iniziano con i calcari dolomitici del monte Gazzo sopra Sestri Ponente. Per i botanici le Alpi partono all’altro capo della provincia, dal Monte Carmo, i cui fiori rari raccontano la stessa storia di ghiaccio e neve dei fiori alpini. Per i geografi, invece, chissà perché, le Alpi iniziano proprio nel cuore della provincia di Savona, al Colle di Cadibona, da cui inizia la tiritera per ricordarsi i settori dell’arco teso fra Liguria e Slovenia: “Ma con gran pena le recano giù” (detto ampiamente usato in passato per insegnare la partizione delle Alpi italiane ai bambini.

Letteralmente, il MA designa le Alpi Marittime, il CO le Alpi Cozie, il GRA le Alpi Graie, PE per le Alpi Pennine, LE significa Alpi Lepontine, RE Alpi Retiche, CA Alpi Carniche e GIU Alpi Giulie). E le Liguri? Ultime arrivate dell’arco alpino, nate da una divisione interna delle Marittime, sono guardate con sospetto dai piemontesi, che non si fanno una ragione del fatto che montagne quasi per intero in Piemonte si chiamino “liguri” e coccolate dai liguri, gente strana, cresciuta tra l’orizzontale delle onde e la verticale delle alture a picco. Ma per ora hanno vinto i geografi: dal Colle di Cadibona al Colle di Tenda stanno stese al sole le Alpi Liguri, una splendida anomalia toponomastica, fatta di paesi, pascoli e pallido calcare.

L’euroregione delle Alpi del Mare nasce nel cuore dell´Europa meridionale, tra l’arco alpino e il Mar Mediterraneo; il territorio raggruppa aree vicine da un punto di vista geografico, culturale, storico e economico. Nel libro “I popoli della lingua D’oc”, Pier Domenico Brizio esprime con grande sintesi e sensibilità il concetto d’incontro tra queste realtà: “Il superamento della catena alpina è stato necessario fin dai tempi più antichi perché le montagne, nonostante contrastanti opinioni, uniscono i popoli anziché dividerli”.

Pastori, mercanti, pellegrini hanno cercato di cucire, con mulattiere e sentieri, le terre ai piedi delle Alpi; nei secoli trascorsi fu dato il nome di “strade del sale” o “strade delle acciughe” a questi percorsi obbligati lungo i quali il sale marino, prodotto nelle saline di Hyères e della Camargue valicava le montagne partendo dalla Liguria e dalla Costa Azzurra per arrivare attraverso le valli alla pianura cuneese e oltre, su su fino alla Svizzera dove ancora oggi si trovano indizi toponomastici della presenza Ligure.

A Brigà ripercorre nel progetto “Artemisia, le alpi del mare” queste strade e le loro tradizioni alla ricerca di ritmi antichi e perduti, rivisitando e arricchendo con composizioni strumentali originali il repertorio composto da canti narrativi, numerativi, rituali e ninnananne. Percorriamo la Val Bormida alla ricerca del canto delle uova, risaliamo la Val Roya a cavalcioni fra Italia e Francia, poi lungo l’antica Strada Marenca alla scoperta della terra brigasca e del suo dialetto che profuma di mare e di alpeggio, di Provenza, Piemonte e Liguria: una terra mitenca, dove persone, parole, idee e accenti si incontrano da secoli. Ci incamminiamo per la ripida Val Nervia con Baiardo, Apricale o il vicino paese di Ceriana, per incantarci ascoltando cori ancora oggi testimoni di una tradizione secolare.

A Brigà rispetta le tradizioni, per questo le interpreta, perché, come dicono gli antropologi Clemente e Mugnaini «la tradizione non è un prodotto del passato, ma una riappropriazione selettiva di una porzione di esso, una filiazione inversa». Così ciascuno dei brani raccolti nel CD, A Brigà lo ha rivestito con il suo inconfondibile sound, contaminato dalle esperienze musicali dei singoli componenti (jazz, swing, irish, gipsy). Per la scelta dei brani ci siamo avvalsi delle ricerche di alcuni etnomusicologi e, in misura minore, di interviste svolte da noi, che ci hanno permesso in molti casi di stabilire un legame con gli abitanti delle valli che abbiamo percorso.

Fondamentali sono state le registrazioni di Giorgio Nataletti e Paul Collaer (1962, 1965,1966), le registrazioni di Edward Neill gentilmente concesse dalla Fondazione De Ferrari, le raccolte di canti narrativi e canti da strada liguri di Mauro Balma e le registrazioni effettuate tra il 1953 e il 1954 da Alan Lomax a Bajardo e a Imperia, unite alle testimonianze lasciate nel suo libro “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia”. Alcuni libri sono poi stati fondamentali, come “I canti popolari del Piemonte” raccolti alla fine dell’800 da Costantino Nigra e “I canti popolari italiani” di Roberto Leydi.




A Brigà

Nel 2009 esce “Sul tempo (on the beat)” il primo Cd, che raccoglie alcune fra le più note canzoni popolari italiane rivisitate, riarrangiate e arricchite da composizioni originali, sempre nel rispetto degli stilemi tipici della danza e del repertorio del “Bal-Folk”. Il cd vanta la collaborazione di alcuni fra i più importanti musicisti del panorama folk-jazz-pop italiano e non solo: Marco Fadda, Fernando Oyaguez (Felpeyu), Edmondo Romano, Dino Cerruti, Matteo Dolla, Zibba. Il cd riceve ottime recensioni da parte della stampa musicale europea FolkBullettin (Italia), Les Canard Folk (Belgio), Froots, TradMagazine (Francia), FolkEnLaRed (Spagna), etc.

La rivista TradMagazine francese assegna il Bravò (grammy della musica folk) a “Sul tempo (onthe beat)” come migliore disco del bimestre luglio-agosto 2009. Nel 2010 A Brigà viene scelta, come unico gruppo rappresentante l’Italia, dal produttore e regista televisivo francese Paul Rognoni (Mareterraniu production) per una puntata dell’edizione 2010 del programma “Mezzo Voce”: programma di FC3 dedicato ai gruppi più interessanti del Mediterraneo. Inoltre 2 tournée in Francia e la presenza ad importanti festival nazionali.


Niente parate militari, ma aiuti ai terremotati dell'Emilia



Non ci ha mai molto convinto il sistema delle petizioni che ci pare rafforzare la passività politica e una visione spettacolare delle cose. Ma questa volta ci sentiamo di fare un'eccezione e riprendiamo un'iniziativa in corso sulla rete.

Devolvere i soldi della parata militare del 2 giugno ai terremotati dell’Emilia

Gentile Presidente Napolitano,


confidiamo che in un momento così tragico per il paese tutto, si adoperi per annullare la parata militare del 2 giugno e si destinino i soldi (circa tre milioni di euro) alle vittime del terremoto del’Emilia e per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma.

Franco Astengo, Terremoto



Il terremoto svela le debolezze di un modello di sviluppo, quello padano, incentrato sulla elusione generalizzata delle norme per poter massimizzare i profitti e continuare a competere sul mercato globale. Un modello arretrato che non può portare che a catastrofi.

Franco Astengo

Terremoto

In un Paese, l’Italia, dove si sta toccando davvero il fondo della moralità e della qualità nella convivenza civile e politica anche l’abbattersi di una calamità naturale come il terremoto rappresenta la spia di un disagio profondo e di una scarsa, se non inesistente, attenzione alla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini.

Pur con il massimo rispetto per tutte le persone che hanno subito danni e per la vera e propria tragedia che ha colpito intere comunità, non può che essere rimarcato il fatto che la maggior parte delle vittime siano lavoratori uccisi durante lo svolgimento delle loro mansioni, all’interno di capannoni industriali miseramente crollati.

Si pone un problema di fondo relativo alla qualità di queste edificazioni (tutte risalenti a tempi piuttosto recenti) e agli evidenti problemi di speculazione edilizia che emergono: speculazione portata avanti nella fretta di accumulazione del profitto che ha contraddistinto il modello del Nord-Est del Paese a partire dagli anni’80, quelli in cui si è avviata la liberazione dai “lacci e lacciuoli” ed è venuta avanti l’idea vincente della “fabbrichetta” luogo d’intensivo profitto e altrettanto intensivo sfruttamento.

Una fretta che probabilmente ha accompagnato l’urgenza del dichiarare i capannoni agibili, allo scopo di riprendere il più rapidamente possibile il ciclo produttivo.

Nell’ambito della gravissima crisi economica che stiamo attraversando vengono al pettine i nodi di un modello economico profondamente sbagliato, per il quale eviteremmo di usare la consueta allocuzione “ di sviluppo”.

Un’occasione di profondo ripensamento per molti, pagata però un prezzo del tutto inaccettabile.

martedì 29 maggio 2012

Scuola malata, è ora di tornare a Barbiana




Abbiamo un debito con don Milani. Nel 1968 "Lettera a una professoressa" ci fece pensare alla scuola come a un luogo di riscatto sociale, una scuola di tutti e per tutti. Così diventammo dei "cattivi maestri", caparbiamente convinti che la peggiore ingiustizia fosse fare parti uguali fra diseguali e che la scuola prima di tutto dovesse essere luogo di relazione, dove i giovani potessero scoprire se stessi nell'incontro con gli altri. 

Manlio Rossi Doria

Scuola malata, è ora di tornare a Barbiana

Eravamo nel pieno del boom economico e tutto sembrava finalmente andare per il meglio. Quando, nel 1967, uscì Lettera a una professoressa e arrivò in ogni angolo d’Italia il monito, severo e profetico, di don Milani: «la scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde».

In quel libro c’erano i dati che mostravano che la classe sociale dei genitori determinava il successo o l’insuccesso scolastico, in larghissima misura. Quel monito ci sta ancora addosso. Perché è ancora oggi così. Sono i figli dei poveri a fallire a scuola. E sono tanti: il 20% del totale. Che tende a diventare il 30% e più nel Sud come nelle periferie del Centro e del Nord. Lo dicono i dati del ministero dell’Istruzione, quelli Istat, la Banca d’Italia, la relazione della Commissione indagine sulla povertà. Lo mostra, pezzo per pezzo, il bellissimo Atlante dell’infanzia a rischio , curato da Save the children ricordandoci che mentre nella maggior parte d’Europa il figlio di un genitore di medio reddito e istruito ha 2 o 3 volte più probabilità di completare l’intero ciclo di studi, da noi ha 7,7 più probabilità! Il più grande scandalo d’Italia.

Così, è passato quasi mezzo secolo. Ma resta questo il principale problema non solo della scuola ma dell’intera società italiana. Dobbiamo riuscire a dare di più a chi parte con meno nella vita e la scuola va ancora ben sostenuta perché non vi è altro luogo che possa essere leva precoce di emancipazione e riequilibrio sociale.

Per questo l’Unione Europea dal 2000 - la famosa agenda di Lisbona ci chiede di scendere sotto il 10% di fallimento formativo. E la questione è che noi non ci siamo ancora riusciti. Benché siamo ben consapevoli che il non riuscirci, oltre a essere una minaccia alla coesione sociale, ci priva di enormi risorse umane capaci di azioni positive, un fatto che condiziona la stessa crescita economica. Perciò: l’agenda politica, le scelte nella revisione delle spese e degli investimenti pubblici deve tenere conto innanzitutto di questa questione.

Ma più che i dati, come spesso accade, le vie da imboccare per riparare alle ingiustizie generali le descrivono bene i libri che parlano di gesti, di giorni, di vicende umane.

Nelle bellissime pagine di Insegnare al principe di Danimarca (Sellerio) la molto compianta Carla Melazzini racconta del lungo nostro lavoro con i ragazzi che avevano abbandonato la scuola a S. Giovanni a Teduccio, Barra, Quartieri Spagnoli, Soccavo, Ponticelli. È una scrittura sorvegliata, severa - come Carla era - che mostra, con fatica e poesia, il lavoro della scuola che sa andare verso chi ne è stato escluso. Lavoro di grande complessità artigianale, fatto a Napoli eppure simile a quello svolto da altri insegnanti e educatori a Torino, a Verona, a Palermo, a Reggio Emilia, a Milano. Il creare un luogo salvo, una zona franca, una chance. Dove curare - nel bel mezzo delle devastazioni - le ferite sociali ed emotive. Per restituire la guida adulta, la via dell’apprendimento, della motivazione, della cura di sé. Per ridare «la capacità di aspirare», come viene definita in un importante saggio di Arjun Appadurai ( Le aspirazioni nutrono la democrazia , Et al. Edizioni).

Sono pagine difficili quelle di Carla Melazzini. Perché chiedono di ritornare a pensare alle persone che crescono. Perché chiamano l’intero sistema d’istruzione e formazione a rimettere insieme i pezzi, a coniugare meglio il sapere e il saper fare. E a misurarsi molto di più con l’essere quotidiano di ciascun ragazzo. Com’era a Barbiana, dove nell’aula di sopra c’erano i libri, le figure geometriche e le mappe, nell’aula di sotto gli arnesi per costruire e manutenere oggetti e il laboratorio di esplorazione scientifica e in ogni momento la possibilità di fermarsi e «parlare di noi», di quel che sta succedendo e di come va, senza mai dimenticare che si sta lì per imparare.

Quattro anni prima dell’uscita di Lettera a una professoressa, Adele Corradi salì a Barbiana. Ora finalmente lo racconta nel libro Non so se don Lorenzo (Feltrinelli). Era il 29 settembre 1963. Oggi decide di lasciare indietro la sua riservatezza e ci riporta proprio lì. Con un avvertimento: «Non si racconta in questo libro la storia di don Milani…. Si parla di lui, ma non se ne racconta la storia. Chi la volesse conoscere dovrà rivolgersi altrove…. Qui sono messi a fuoco frammenti di vita, frammenti sparsi, affiorati alla memoria col disordine dei ricordi». Adele ricorda il giorno dell’inizio, domenica, S. Michele. Ma non ricorda che lezione avesse tenuto. Rammenta, però, che don Lorenzo, in modo per lui inconsueto, le disse: «Ritorni». E lei si è da allora sempre chiesta perché: «.. o gliel’ha suggerito lo Spirito Santo o io con la telepatia». Così, dopo qualche giorno ritornò. E partecipò alla prima vera lezione, un esercizio di scrittura collettiva. E di lì si va avanti nel racconto, scena dopo scena, con i gesti e il parlato riportati entro un interrogarsi profondo e semplice. Perché questo libro rimette ogni lettore nel ritmo e nella parola di quel luogo, nel suo senso quotidiano. E così Adele ci fa un regalo immenso: toglie il peso del mito a Barbiana. E finalmente restituisce quella scena alla magica imperfezione delle persone al lavoro, che tentano, che riparano, che si chiedono, che litigano, che non sanno e che comunque riescono.

Ritrovare l’occasione e il modo di fare bene scuola provando a capire il proprio tempo e il mondo è sempre possibile. E rimettersi in gioco è la chiave dell’educare. Come ci dice ancora Adele, oggi quasi novantenne: «Sono stata insegnante di lettere alle medie fino alla pensione a 67 anni. Devo confessare che ero un’insegnante identica alla destinataria di Lettera a una professoressa … L’incontro con la scuola di Barbiana ha scavato un solco nella mia vita. Mi sono vista come non mi ero mai vista. E non solo come insegnante, ma come persona».

Dunque, la vicenda di Barbiana e delle buone scuole delle nostre troppe periferie non è solo un’azione a sostegno dell’equità e a vantaggio di una società democratica. Ma permette trasformazioni. E ci dice la direzione da prendere per tutta la scuola. Perché l’azione pedagogica diretta a chi ha più bisogno spesso muta gli approcci profondi e sa indicare vie innovative. La necessità fa virtù. Perciò don Milani diceva: «Verrà un giorno in cui coloro che vogliono guarire le scuole malate dovranno salire a Barbiana».

È ora di ripartire da una scuola a tutto tondo, che integri studio, esperienza, riflessione ben organizzata sul mondo e sul sé. E che consenta di riportare anche tutta la meraviglia del sapere diffuso dai nuovi media entro l’azione composita e costante di un luogo accogliente e rigoroso. Un luogo salvo e innovato.

(Da: La Stampa del 3 maggio 2012)







lunedì 28 maggio 2012

Stevenson o Kafka perché lo scrittore inventa il doppio




L’altro da sé è da sempre un tema cardine della letteratura Un volume lo attraversa raccogliendo classici e riscoperte


Leonetta Bentivoglio

Stevenson o Kafka perché lo scrittore inventa il doppio


Una serie di storie formidabili riunite sotto il titolo I romanzi del doppio, appena proposta dalla Bur di Rizzoli, illumina il nucleo dello sdoppiamento nella fiction "classica". Non è un discorso coniugabile solo al passato: lo stesso intramontabile motivo insiste nell´emergere con prepotenza oggi, trovando sbocchi nel cinema, in letteratura e persino nei serial televisivi (vedi la Toni Collette di United States of Tara, in grado di calarsi in identità parallele). Firma la scelta che compone la raccolta della Bur Guido Davico Bonino, a cui il tema deve stare a cuore, visto che ha già curato un precedente viaggio nel medesimo argomento (Io e l´altro. Racconti fantastici sul doppio, Einaudi 2006). L´attuale volume è sorprendente, pur non essendo valutabili come "scoperte" (e questo è ovvio) alcune invenzioni accolte dall´antologia, come La metamorfosi di Kafka, Il ritratto di Dorian Gray di Wilde e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson, parabola fiorita non a caso in epoca vittoriana, quando l´istintualità animale, radicata in ciascuno di noi, esigeva di prendere corpo in un perfetto campione di malefici come Hyde per poter essere opportunamente esorcizzata.

Queste trame sono così archetipiche e ben piantate nel nostro immaginario, che le conosce anche chi non le ha mai lette. Ma ciò che conta, nell´architettura del librone, è l´idea di accorparle sotto il segno della duplicità, lanciando un trait d´union con vicende meno note. Un esempio è Lui? di Guy de Maupassant, dove il narrante è ossessionato dall´allucinazione avuta un giorno, quando gli capitò di scorgere un riflesso del suo io, contiguo e ostile, accomodato nella sua poltrona davanti al fuoco acceso. E forse non è familiare a folle di lettori l´invischiante racconto di Joseph Conrad Il compagno segreto, che è ambientato, molto conradianamente, su una nave in mezzo al mare: avviene che una notte il protagonista peschi, dalle acque tenebrose dell´oceano, un omicida in fuga, per poi nasconderlo nella sua cabina e trasformarlo nell´incarnazione della parte più buia della propria anima.

La dinamica del doppio ha un potere inestinguibile: per questo, lungo i secoli, ha chiesto sempre d´essere riconosciuta. Dal Ka degli antichi egizi alle Metamorfosi di Ovidio, il rovello risale a età remote, e finisce per incanalarsi nel Doppelgänger ("colui che cammina al tuo fianco") coniato ed esaltato dal romanticismo tedesco. Adelbert von Chamisso (1781-1838), con la sua Storia meravigliosa di Peter Schlemihl o l´uomo che ha perduto la sua ombra (è la novella che apre il volume della Bur), nutre e solidifica tale ottica, fornendo una piattaforma per elaborazioni successive sempre più complesse. Dominato da passioni che confliggono tra loro coabitando con pari intensità nel medesimo individuo, l´essere umano vive nell´incubo assillante di quell´"altro da sé" che percepisce come intimamente affine, seppure antitetico. Che sia una questione incorporea, come lo è l´ombra, venduta e dispersa, creata da von Chamisso; o che sia il glissare nella dimensione "altra" della schizofrenia che annienta il soggetto de Il sosia di Dostoevskij; o che produca lo spettro di un omonimo, coincidente con un´identità rubata, così come accade in William Wilson di Edgar Allan Poe (divenuto un episodio memorabile, firmato da Louis Malle, del film Tre passi nel delirio, 1968), l´assimilazione tra il sé e l´oscura alterità che gli è connessa alimenta un intero patrimonio di spunti etici e fantastici. Sono così ricorrenti – nel mito, nelle arti sceniche, nel racconto declinato in ogni campo – da offrirci uno sguardo panoramico sull´esistenza tutta. Per comprenderlo basta limitarsi a osservare la pura narrazione, senza indagare nei territori – mastodontici rispetto a tale problematica – della filosofia e della psicoanalisi (vedi solo lo studio di Otto Rank Der Doppelgänger, 1914, che suggerisce un legame tra il doppio e la morte).

È basato sul senso dell´alter-ego un film di culto come Fight Club, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk, e lo sdoppiarsi di un uomo si traduce nel sortilegio di uno scambio di personalità tra due maghi nel film The Prestige. In sostanza trattava dello stesso tema anche il film Sliding Doors, la cui eroina Helen percorreva il binario di due livelli di realtà. Naturalmente l´horror contemporaneo non poteva rinunciare a un motore di paure stimolante come il doppio: lo ha dimostrato Stephen King nel romanzo La metà oscura, divenuto anche un film di George A. Romero. E sempre a King, sovrano del proprio genere letterario, si deve la paternità di Finestra segreta, giardino segreto, dove il protagonista Mort si sdoppia in Shooter, che è una personificazione dei suoi sentimenti maledetti verso la moglie (da qui è nato il film Secret Window, con Johnny Depp).

«Ciascuno cerca l´altro», ha scritto Borges, aggiungendo: «Fosse almeno questo l´ultimo giorno dell´attesa». E Fernando Pessoa, ne Il libro dell´inquietudine, ci ha spiegato che «al termine di questa giornata resta ciò che è rimasto di ieri e che rimarrà di domani: l´ansia insaziabile dell´essere sempre la stessa persona e un´altra». Forse proprio all´urgenza di svanire nell´altro da sé, espressa da uno scrittore da lui tanto amato come Pessoa, s´è ispirato Antonio Tabucchi in Notturno indiano, dove il raccontatore traversa l´India in cerca dell´amico Xavier: e noi, leggendo, sospettiamo sempre di più che Xavier non sia che una sua proiezione. Nella narrativa gli esempi sono così frequenti che ciascuno potrebbe ricomporre un suo personale catalogo di doppi, ipoteticamente senza fine come il moltiplicarsi della vita.



(Da: La Repubblica del 27 maggio 2012)


domenica 27 maggio 2012

Guido Araldo, Come pazzo fantasioso tra troppe donne




Ultima puntata de "Il serpente corallo". finalmente sapremo chi ha messo un serpente velenosissimo nel cestello della bicicletta  di un ingegnere di Cuneo.

Guido Araldo

Come pazzo fantasioso tra troppe donne


Due giorni dopo nell’ufficio del commissario ci sono tutte le donne dell’ingegnere, ad eccezione di Mariuccia: non era il caso di disturbarla, sarebbe stato soltanto uno screzio! Con la morte dell’ingegnere e della sua segretaria non c’entra nulla.
C’è anche l’ispettrice Mariangela, con il giudice.
Il commissario cerca di giustificarsi:

Vi ho convocato qui, poiché sto cercando di dipanare una matassa che, fino a ieri, mi sembrava inestricabile. In seguito, però, mi è stata segnalata una “discrepanza” e ho effettuato alcune verifiche.
Si rivolge a Pamela

Fin dal primo momento i sospetti si focalizzarono su di lei: chi altri, infatti, era a conoscenza che il guinzaglio si trovava nel cestello della bicicletta?
Il commissario si guarda attorno lentamente, scrutando i volti muliebri che lo circondano; poi torna a incrociare lo sguardo di Pamela.

Ma era lei a dover morire! Non l’ingegnere! E ora ne ho la certezza!
Lo stupore inonda il volto della moglie dell’ingegnere e proprio verso di lei il commissario indirizza l’indice:

E lei, signora, pareva l’unica ad avere un movente per colpire il marito o l’amante di suo marito: la vendetta!
La signora già e pronta a scattare, ad aggredire per difendersi; ma il commissario la precede:

Ma non le si addice architettare una macchinazione tanto complessa: ormai, con il marito, aveva chiuso i conti! E, più ancora, come poteva sapere del guinzaglio, se proprio quel giorno, con i figli, si trovava fuori città?
E’ giunto il tempo delle spiegazioni!
Il commissario ha in serbo una sorpresa per la vedova:

Non ha mai sospettato, signora, che la telefonata improvvisa di nove anni fa, quando fu informata di un malessere di un suo famigliare, non fosse uno scherzo?
La signora scatta i piedi, come sospinta da molla invisibile.
Il giudice si affretta ad esortala:

Si accomodi signora: il commissario deve raccontarci una storia interessante!

A ordire quel complotto davvero diabolico fu Ottavia, la segretaria qui presente. Si trattò di un’autentica congiura ai danni del matrimonio dell’ingegnere: suo datore di lavoro.

Come si permette?
A questo punto ad alzarsi in piedi incollerita è la segretaria chiamata in causa.
Ancora una volta è il giudice a intervenire, con tono autoritario:

La prego, si accomodi, e stia ad ascoltare! Più ancora, non si agiti e stia tranquilla!

La segretaria Ottavia – prosegue il commissario - incaricò un amico, nonché suo corteggiatore, di telefonare alla moglie dell’ingegnere facendogli credere che si trattava di uno scherzo.
Nonostante l’esortazione del giudice, simile a un ordine, Ottavia torna a intromettersi:

E perché avrei ordito un’idiozia simile?
Il commissario le risponde volentieri:

A lei, segretaria fin troppo zelante, non bastava più il ruolo di amante nelle ore di lavoro straordinario serale: voleva qualcosa di più, molto di più! Per questo motivo si adoperò con indubbia abilità per far naufragare il matrimonio dell’ingegnere.
La reazione della segretaria è immediata:

Lei è un pazzo fantasioso, signor commissario!
Il giudice sembra spazientirsi:

La prego, si calmi e non interrompa più il commissario!

Io non mi calmo affatto! – reagisce Ottavia, avvezza a prendersi sempre l’ultima parola - Non ho nessuna voglia di stare qui e sentire stupide amenità. Me ne vado!
Il giudice reagisce d’autorità:

Lei non va da nessuna parte: si sieda e taccia!
Ma Ottavia non tace!

Le avevo chiesto di perseguire la giustizia, signor commissario, ma è una giustizia sghemba quelle che mi sta propinand!
Il giudice si accinge ad alzarsi, per chiedere l’intervento dei poliziotti fuori dalla porta, in corridoio; ma il commissario lo blocca con un gesto di mano e prosegue rivolto verso la segretaria:

Oh sì, lei si adoperò in maniera determinante per far naufragare il matrimonio del suo datore di lavoro! E fu così abile da farsi sorprendere dalla moglie in atteggiamenti molto compromettenti. Il piano le riuscì perfettamente: un autentico successo! Ma il risultato fu deludente! Nonostante gli sforzi profusi, non riuscì a soppiantare la moglie nella vita dell’ingegnere e in seguito altre donne, per l’esattezza due, s’intromisero impreviste.
Lo sguardo scivola sui volti di Pamela e Regina, colmi di sorpresa: hanno già capito!

Ma che va dicendo? – protesta Ottavia - Lei è davvero un pazzo fantasioso! Ma mi faccia il piacere! Come potevo sapere dell’esistenza del guinzaglio abbandonato nel cestello di quella stupida bicicletta?
Il commissario abbozza un sorriso, lievemente sadico, e mostra un piccolo binocolo, di quelli usati nei teatri.

Durante un controllo in un piccolo alloggio nel caseggiato di fronte al palazzo dove risiedeva l’ingegnere, è stato rinvenuto questo grazioso oggetto. Da quell’alloggio si gode un’ottima vista sul giardino interno, dov’era posteggiata la bicicletta con il guinzaglio dimenticato. E chi affitta da più di un anno l’alloggio in questione? Una certa Luigina De Consoli!
La segretaria Ottavia si accinge nuovamente a reagire rabbiosa, ma non riesce andare oltre ad una domanda impacciata:

E che centra, ora, questa fantomatica Luigina?
Il commissario la esorta risoluto:

Stia al suo posto, signorina! Non una parola in più! Mi lasci concludere! Sappia che ho eseguito i necessari controlli, prima di convocarla nel mio ufficio.
L’indice continua ad additare implacabile la segretaria, trasformata in una statua di cera.

Da quel piccolo alloggio si gode anche un’ottima vista sul terrazzo dove l’ingegnere e la signora Pamela erano soliti pranzare e cenare durante la bella stazione. Ed ora la domanda più importante: chi è, in realtà, Luigina De Consoli, affittuaria dell’alloggio?
Il commissario si risponde da solo, rivolto alla piccola platea che gli sta di fronte:

Luigina De Consoli è un nome di fantasia, dietro al quale si nasconde la qui presente segretaria Ottavia, che affittò l’alloggio con la precisa intenzione di spiare l’ingegnere poiché non voleva perdere, per nessun motivo! La prova di tutto questo? Il proprietario dell’alloggio ha reso una preziosa testimonianza identificando, senz’ombra di dubbio, la signorina Luigina De Consoli nella segretaria Ottavia.
Il commissario torna a rivolgersi all’inquisita.

Il fatto che lei sia ricorsa a falsi dati anagrafici attesta inequivocabilmente come meditasse qualcosa di losco ai danni dell’ingegnere o della signora Pamela. Fin dal primo momento in cui ha affittato l’alloggio era evidente l’intenzione d’intervenire nei confronti dell’ingegnere e, soprattutto, ai danni della sua compagna, com’era già successo con la moglie, alla quale era riuscita a distruggere il matrimonio. Doveva dividerli, anche a costo di uccidere la signora Pamela!

Ma mi faccia il piacere! – ribatte Ottavia coriacea.
Ancora una volta interviene il giudice.

Il piacere me lo faccia lei, signorina, tacendo!

Nella pigra domenica estiva in cui fu commesso il primo delitto - continua implacabile il commissario – la segretaria Ottavia spiava l’ingegnere e Pamela. Probabilmente scrutò anche nella stanza da letto, dove l’ingegnere e la sua ospite si appartarono a riposare, dopo pranzo. Poi, nel tardo pomeriggio, li vide partire in bicicletta e qualche ora dopo li vide tornare, sempre in bicicletta. Doveva avere la bile sulle labbra! E fu allora che al suo occhio attento e indagatore non sfuggì il dettaglio del guinzaglio dimenticato. Era l’occasione che aspettava! In un attimo, sconvolta dalla gelosia, decise di agire! Già si era premunita una copia delle chiavi per accedere al capannone pieno di serpenti velenosi, di proprietà del farmacista, amico d’infanzia e complice amoroso dell’ingegnere. Sicuramente sapeva quale serpente prelevare!
Il commissario alza la mano, per zittire ancora una volta Ottavia, che ribatte:

Lei è un pazzo fantasioso e visionario!
Il commissario la ignora.

Preziosa, a riguardo, è stata la testimonianza di Tommaso, il guardiano del capannone con i serpenti. Ha confermato che in più di un’occasione la segretaria Ottavia si è fatta accompagnare dall’ingegnere a vedere i terribili serpenti. So pure che l’ingegnere, il quale era terrorizzato da quei rettili, chiese in prestito la chiave all’amico farmacista e se ne fece una copia proprio allo scopo di assecondare l’interessata curiosità della segretaria. In seguito dev’essere stato un gioco da ragazzi per la signorina Ottavia sottrarre quella chiave, in ufficio, e riprodurla!

Se sapeva già tutto, perché non mi ha fato arrestare?

Perché soltanto l’altra notte mi si sono aperti gli occhi, riflettendo su una discrepanza. Sì, una banale discrepanza! Soltanto in seguito ho cominciato ad indagare a fondo sul suo conto.
Un respiro profondo, per prendere fiato.

Procediamo con ordine! In quella pigra domenica la segretaria gelosa guidò come una matta fino al capannone dove prelevò, con i dovuti accorgimenti, il serpente più pacioso e al tempo stesso più pericoloso. Subito dopo, di fretta, tornò in città e raggiunse il palazzo, dove l’ingegnere e Pamela stavano cenando ignari del pericolo incombente. Anche in questo caso la segretaria Ottavia aveva una copia delle chiavi del palazzo! Ancora una volta, con la pignoleria che la contraddistingue, aveva provveduto ad ogni cosa! Constatato che il guinzaglio era ancora nel cestello della bicicletta, con indubbia abilità vi fece scivolare il serpente velenosissimo; e se ne andò senza essere notata dagli inquilini, a quell’ora a tavola o di fronte al televisore. A questo punto non restava che aspettare: presto la compagna dell’ingegnere sarebbe scesa a prendere il guinzaglio dimenticato. Ma accadde l’imponderabile: a scendere fu l’ingegnere!
Il commissario incalza implacabile:

Soltanto ieri ho appurato, interpellando gli agenti in servizio su quel tratto di strada, inclusi i vigili urbani, che proprio un civich (vigile) la fermò per la velocità troppo sostenuta, ma si lasciò intenerire dagli occhi femminili pronti a colmarsi di lacrime e non le rilevò la contravvenzione che avrebbe comportato una decurtazione dei punti sulla patente. Un’ammissione che ho ottenuto con difficoltà, poiché c’era stato, da parte di quel vigile, un mancato espletamento del suo dovere. In seguito, per Ottavia fu un gioco da ragazzi dirottare i sospetti sull’immobiliarista, consegnandomi la perizia sulla vecchia segheria che l’ingegnere aveva preparato, ma che non avrebbe consegnato poiché pleonastica!
La segretaria sembrava avere fretta:

E così, secondo lei, avrei ucciso anche la mia collega Ornella!

La uccise per un semplice motivo: Ornella sospettava che la cassaforte dell’ingegnere contenesse più denaro dei 20.000 Euro rinvenuti. Prima di telefonare al mio ufficio, accennando a una vaga discordanza, chiamò la sua collega, segnalandole i sospetti che le avevano generato quei 20.000 Euro. Troppo pochi! Allora, di colpo, lei si sentì in pericolo e di fretta intervenne nel modo più frastico e brutale: non trovò altra soluzione che sopprimere la collega. Non neghi la telefonata che le fece Ornella: ho già verificato i tabulati telefonici!
Il commissario sentenzia implacabile, rivolto alla segretaria:

E’ stata l’avidità a perderla! Quando lei apprese che al posto dell’odiata Pamela il serpente aveva morsicato l’ingegnere, nonostante lo sconcerto non ha resistito alla tentazione. Tra le copie di chiavi in suo possesso, c’era anche quella della cassaforte! Probabilmente le fu affidata dallo stesso ingegnere, poiché impossibile da duplicare. E allora, seppure sconvolta dal fatto che nella trappola mortale era caduto l’amato datore di lavoro, raggiunse nottetempo l’ufficio, prima che fosse messo sotto sequestro, e aprì la cassaforte per allungare avida le mani verso una notevole quantità di denaro.
Inevitabile la domanda:

E secondo lei, sapientone, quanto denaro ha sottratto?
Immediata la replica del commissario:

Il giorno successivo un suo deposito bancario lievitò da 12.000 Euro a 67.000 Euro!
La segretaria Ottavia si è definitivamente ammutolita.
Il commissario punta nuovamente l’indice nella sua direzione:

Dopo la telefonata dell’ignara Ornella, lei si sentì disperata e perduta, e decise che doveva agire, fermarla! Infatti, se Ornella mi avesse esternato cosa intendeva per discrepanza, immediatamente avrei cominciato a sospettare di lei. E ancora una volta fu una questione di chiavi riprodotte! Lei, signorina Ottavia, era anche in possesso delle chiavi dell’armadietto dell’altra segretaria, Angelica!
Angelica sobbalza incredula. Il suo volto è deformato dallo stupore, gli occhi sgranati. non può trattenersi dall’esclamare inorridita, rivolta alla collega:

Cosa? Hai osato fare questo? Ma, ma… ma sei davvero una strega!
Intanto il commissario continua imperterrito:

Sicuramente non fu un’impresa difficile la riproduzione delle chiavi di quell’armadietto; tanto più se si considera la presenza di un negozio di ferramenta al pianterreno del palazzo di fronte all’ufficio dell’ingegnere. Un negozio che deve aver utilizzato ripetutamente! E ancora una volta una corsa affannata, in auto: questa volta in direzione del country club “le Stelle” dove, peraltro, lei era conosciuta per aver partecipato a tornei di bocce. Come nel caso dell’immobiliarista sperava di dirottare le indagini lontano da lei, indicando un’altra colpevole: era convita che le indagini avrebbero avviluppato in una specie di tela di ragno la collega, poiché proprietaria della balestra omicida!

Strega maledetta! – ribadisce con risentimento la collega.

Non nego – prosegue il commissario rivolto implacabilmente verso Ottavia - che lei sia molto abile nel deviare le indagini! Ma in questo caso, per sua sventura, la signorina Angelica non fu nemmeno sospettata! Le riconosco indubbiamente una buona dose di sangue freddo: sia quando introdusse le mani nella vasca che conteneva il velenosissimo serpente, e sia quando freddamente puntò la balestra contro la sua collega che rincasava ignara. Per la verità temo che sogghignasse in quel momento fatale: troppa acredine si era accumulata nei vostri rapporti, in un ufficio dove quotidianamente vi confrontavate per primeggiare, in una lotta senza esclusione di colpi.
Il commissario è stanco.

A questo punto si riduce a pura formalità il tentativo di stabilire come, quando e perché nascose la balestra, con la freccia non utilizzata, nel cofano di un’auto in demolizione, su un piazzale deserto. Un modo come un altro per occultarla, nella speranza che sparisse per sempre in un’enorme pressa: speranza che non si è realizzata. Ma tutto questo, ormai, è ininfluente per le indagini.
Un ultimo sguardo verso l’inquisita:

Pretendeva giustizia? Ecco, l’ha avuta!




Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".



Sotto la buona stella. Rosa Leonardi 40 anni di ricerche dall'astrattismo alla video arte




SOTTO LA BUONA STELLA UNDER THE LUCKY STAR
Rosa Leonardi: 40 anni di ricerche, dall’astrattismo alla video arte
Museo d’arte contemporanea di Villa Croce
 30 maggio -30 giugno 2012

Nel decennale della scomparsa il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce ricorda Rosa Leonardi, gallerista e operatrice culturale nel senso ampio del termine, con la mostra “Sotto la buona stella” che riunisce oltre cento lavori (di artisti “storici” e di giovani, con una presenza importante di video) raccolti nel corso dei suoi quarant’anni di attività, dal marzo del 1963, quando con Edoardo Manzoni inaugura nel centro storico di Genova, in Vico Morchi, la galleria La Polena, sino al giugno 2002.

Dopo un periodo di orientamento, la linea della Polena si indirizza verso l’astrattismo con mostre dei maestri italiani d’anteguerra (Magnelli, Radice, Rho, Veronesi, Soldati e, soprattutto, Reggiani) ed europei (Sonia Delaunay, Vasarely, Glattfelder, Bill, Lohse), aprendo alle ricerche di Fontana (che nel 1966 allestisce in galleria uno dei suoi celebri “ambienti spaziali”) e alle esperienze dei tedeschi del Gruppo Zero (Mack, Piene, Uecker), come dei genovesi Rocco Borella e del Gruppo Tempo 3 (Bargoni, Carreri, Esposto, Stirone, accompagnati dal fiorentino Guarneri). Cruciali in quegli anni gli incontri, oltre che con Fontana, con Castellani, Dadamaino e Calderara, che rimarranno in seguito punti di riferimento irrinunciabili. Attraverso le mostre allestite in galleria ha inoltre modo di seguire da vicino la vicenda dell’arte cinetica (con la rassegna “Proposte strutturali plastiche e sonore” del ’64-’65, curata da Umbro Apollonio e ordinata da un giovanissimo Germano Celant e personali di Alviani, Gruppo Enne, Morellet, Soto, Cruz-Diez, Le Parc ecc.), fondamentale nel radicare il suo interesse per il rapporto fra arte e tecnologia.

Lasciata la Polena dopo un quindicennio, Rosa Leonardi collabora per breve tempo con alcune gallerie genovesi (Galleriaforma, Samangallery, Locus Solus) prima di aprire nel 1985 un nuovo spazio, lo Studio Leonardi, con una mostra dei Giovanotti Mondani Meccanici (“Nel vuoto del ritorno”). Senza dimenticare il cammino già percorso (ritornerà, fra l’altro, su Tempo 3, Günther Uecker, Rabinowitch, Calderara, Guarneri), inaugura così una nuova stagione nella quale la video arte e le video installazioni (citiamo per tutte la rassegna “La lingua ibridata” con Camerani, Hammann, Plessi e vom Bruch) acquisiscono una tempestiva centralità, affiancate al lavoro con artisti Fluxus (in particolare con Giuseppe Chiari e Takako Saito), alla riproposta delle esperienze del Bauhaus Immaginista (mostre di Pinot Gallizio e di Piero Simondo) ed a puntate verso il concettuale storico (Agnetti) e nuovo (Costantino, Formento-Sossella).

Altri tratti caratteristici sono l’apertura verso gli artisti più giovani (fra i quali spicca il nome di Maurizio Cattelan); la collaborazione con istituzioni culturali italiane (in specie con il LAB, Laboratorio di Arte Contemporanea della Lunigiana) ed estere (Goethe Institut, Pro Helvetia); l’organizzazione di mostre in sedi pubbliche (fra cui, nel 1995 “Tra il fisico e l’ottico”, a cura di Viana Conti, a Palazzo Ducale; “Antonio Calderara: opere dalla Fondazione Calderara di Vacciago d'Orta” al Museo di Villa Croce).

Recentemente la sua raccolta di opere video è stata digitalizzata ad opera di Alessandra Visentin nell’ambito di una tesi di dottorato ed acquisita dall’ADAC, l’Archivio di Arte Contemporanea dell’Università di Genova.

La mostra, curata da Sandro Ricaldone in collaborazione con Giorgia Barzetti, Gianfranco Pangrazio e Alessandra Visentin è stata realizzata dal Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce con il supporto dell’associazione Leonardi V-idea, che ha proseguito l’attività di Rosa Leonardi dopo la sua scomparsa, e del MUCAS (Museo del caos).

Nel corso della mostra verranno presentati, in data che verrà precisata con apposito comunicato, due video inediti incentrati sulla figura e l’attività di Rosa Leonardi.

Inaugurazione: mercoledì 30 maggio 2012, ore 18,00.