TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 29 giugno 2012

Notturni diversi: Piccolo Festival della poesia e delle arti notturne




PROGRAMMA

Sabato 23 giugno
Portogruaro (VE) - Vivai Bejaflor - Viale Udine, 34
Ore 21.00 «Acque di Acqua»

Sabato 30 giugno
Teglio Veneto - Villa Dell’Anna-Brezzi - Via Parz, 4
Ore 21.00 Premio Teglio Poesia – serata di premiazione

Mercoledì 4 luglio
Portogruaro - Libreria LAB - Corso Martiri della Libertà, 19
Ore 21.00 Presentazione libro «Perciò veniamo bene nelle fotografie» di Francesco Targhetta

Venerdì 6 luglio
Fossalta di Portogruaro – Cortino del Castello di Fratta
Ore 21.00 Presentazione dell’antologia «La generazione entrante» a cura di Matteo Fantuzzi
Ore 21.30 «Magari» spettacolo della Compagnia Teatrale La Luna al Guinzaglio

Sabato 7 luglio
Portogruaro – Galleria d’Arte Contemporanea Ai Molini e Piazzetta della Pescheria
Ore 21.00 Inaugurazione «Libri di_versi 4» poeti e artisti espongono libri oggetto
a seguire Reading sull’acqua dei poeti partecipanti a «Libri di_versi 4»

Mercoledì 11 luglio
Portogruaro - Libreria LAB - Corso Martiri della Libertà, 19
Ore 21.00 Presentazione libro «Il paese dei buoni e dei cattivi» di Federica Sgaggio

Venerdì 13 luglio
Concordia Sagittaria - Alchemica Officina delle Arti - Via Casona, 7
Ore 21.00 Inaugurazione mostra «Poetico Patchwork»

Sabato 14 luglio
Portogruaro - Studio Arkema - Borgo San Giovanni, 10
Ore 21.00 Inaugurazione mostra personale di Ennio Malisan
a seguire Presentazione libro «Il riparo che non ho» di Giovanni Fierro

Mercoledì 18 luglio
Portogruaro - Libreria LAB - Corso Martiri della Libertà, 19
Ore 21.00 Presentazione libro «10 Italiani che hanno conquistato il mondo» di Simone Marcuzzi

Giovedì 19 luglio
Concordia Sagittaria - Libreria LAB - Corso Martiri della Libertà, 19
Ore 21.00 Reading-Concerto «La voce del desiderio» con Patrizia Laquidara

Venerdì 20 luglio
Portogruaro - Piazza della Pescheria
Ore 21.00 Anna Maria Carpi e la sua poesia
Ore 22.00 Reading – Concerto «Lampioni» di Elettropercutrombra & Domenico Cipriano

Sabato 21 luglio
Portogruaro - Piazza della Pescheria
Ore 21.00 POPS - POrto Poetry Slam – sfida tra 8 poeti
Ore 22.30 Beniamino Noia in concerto


Dieci pericolosissime anarchiche





CONVERSAZIONI IN LIBRERIA

venerdì 29 giugno ore 18:30

Libreria Popolare di via Tadino - Via A.Tadino,18 - 20124 Milano

Dieci anarchiche italiane vissute tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, ritenute pericolosissime da ogni polizia e perciò costantemente controllate, in pubblico e in privato, in Italia come all’estero. I loro nomi sono ormai dimenticati, ma ricorrono nei documenti conservati presso il Casellario Politico dell’Archivio Centrale dello Stato. Si chiamavano Ersilia Cavedagni, Ernestina Cravello, Nella Giacomelli, Clotilde Peani, Virgilia D’Andrea, Leda Ratanelli. Fosca Corsinovi, Elena Melli, Maria Rygier e Maria Bibbi, e sono state per cinquant’anni, ognuna a modo suo, protagoniste dell’anarchismo.

Le loro travagliate esistenze, qualcuna spezzata, raccontano - fra rivolte e prigioni, giornali, spie e cospiratori, amori e rancori, attentati veri o presunti - le storie non prive di contraddizioni dell’antimilitarismo, del sindacalismo rivoluzionario, degli esuli politici in giro per il mondo, della guerra civile di Spagna e dell’opposizione al fascismo. Con loro e intorno a loro altre donne e molti uomini. Un affresco umano e politico di chi ha attraversato la vita controcorrente.


giovedì 28 giugno 2012

Elsa Fornero, ovvero lo spettacolo della miseria che diventa miseria dello spettacolo




Perchè stupirsi? La Fornero dice quello che pensa e il livello intellettuale e culturale della persona è questo. Davvero dallo spettacolo della miseria indotta dalla crisi siamo passati alla miseria dello spettacolo rappresentato ogni giorno da questi personaggi.

Massimo Luciani

Un ministro incostituzionale

NON È STATA MOLTO FELICE L’INTERVISTA RILASCIATA IERI AL WALL STREET JOURNAL DAL MINISTRO DEL LAVORO e pubblicata con il massimo rilievo nell’edizione europea online di quella testata. Certo, il ministro ha poi cercato di puntualizzare, ma il concetto resta: le abitudini della gente devono cambiare e il lavoro non è un diritto, ma qualcosa che si deve guadagnare, anche con il sacrificio («People’s attitudes have to change. Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice»).

Una successiva nota del ministero ha precisato che «il diritto al lavoro non è mai stato messo in discussione come non potrebbe essere mai visto quanto affermato dalla nostra Costituzione»; che il ministro ha fatto riferimento «alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro, come sempre sottolineato in ogni circostanza»; che il governo italiano sta cercando «di proteggere le persone, e non il loro posto di lavoro». Tutto risolto, dunque? Non del tutto. È uno sport nazionale quello della polemica su singole frasi, magari estrapolate dal loro contesto, ma è uno sport poco divertente, sicché non è affatto il caso, qui, di parteciparvi. Quel che conta, dunque, è proprio il contesto, sono proprio le precisazioni. E convincono fino a un certo punto.

Il ministro distingue fra la tutela delle persone e la tutela del posto di lavoro. Ed è proprio qui che sta il problema, perché il quadro che di questo rapporto dà la Costituzione è assai complesso. È una cosa davvero stupefacente, a pensarci bene, che la Costituzione, nel suo primo articolo, abbia fondato la Repubblica democratica proprio sul lavoro. Come è possibile che una Repubblica che si autoqualifica democratica, e che quindi vuole esaltare la libertà di tutti e di ciascuno, immettendola nello stesso territorio, prima inaccessibile, del governo dello Stato, affermi di fondarsi sulla dimensione del bisogno e della necessità, che è quella del lavoro? Di poggiare su quel lavoro al quale l’essere umano è stato biblicamente condannato, con la cacciata dall’Eden? La risposta è che i Costituenti, una volta di più, avevano guardato sia a fondo che lontano nella nostra società e avevano colto alcuni dati che oggi sfuggono a molti.

Il lavoro era inteso come la condizione antropologica per eccellenza, come un tratto specificamente umano, e in questo erano in sintonia sia la tradizione cattolica (basterà ricordare l’Enciclica Laborem exercens) che la cultura del movimento operaio.

Porre il lavoro alla base della Costituzione significava valorizzarne la dimensione egalitaria: nella prospettiva del lavoro siamo tutti eguali. Ma non basta. La Costituzione ha inteso sganciare il concetto del lavoro dalla sua matrice negativa, ha voluto sottolineare le sue capacità creative, lo ha collocato tra gli strumenti essenziali sia della realizzazione della personalità umana (voluta dall’art. 3, secondo comma) che del progresso della società (voluto dall’art. 4). Il lavoro, insomma, non più come condanna, ma come fattore di liberazione e di promozione individuale e collettiva.

Ora, il punto è proprio questo. È vero che la Corte costituzionale ha sempre detto che l’attuazione del diritto al lavoro spetta largamente alla discrezionalità del legislatore e che quel diritto non comporta una tutela diretta e incondizionata del posto di lavoro (di ottenerlo e di conservarlo). Tuttavia, sganciare la tutela della persona del lavoratore da quella del suo «posto» non è così semplice. La persona che grazie al lavoro si realizza è la stessa persona che attraverso il lavoro determina la trasformazione del mondo che gli è consentito realizzare. E la determina perché si trova in “quel” posto, da solo o con altri lavoratori che operano nel medesimo «posto». Il «posto» del nostro lavoro è anche un pezzo della nostra identità e quando ancora non lo abbiamo è una parte di noi che manca e quando lo perdiamo è una parte di noi che va smarrita.

L’immagine dei lavoratori lieti di stare sul mercato in libera competizione fra di loro è fallace: non tutti hanno voglia di competere senza respiro e la competizione fra le persone non è un valore fondato eticamente e men che meno è un valore costituzionale. Il fatto che spetti al potere politico realizzare le condizioni del diritto al lavoro, dunque, non fa sì che questo non sia un diritto e la discrezionalità con la quale la politica può agire si deve sempre misurare con l’esigenza di attuare sino in fondo il disegno costituzionale.

(Da: L'Unità del 28 giugno 2012)

mercoledì 27 giugno 2012

Mauro Faroldi, Dopo gli Europei di calcio la Grecia si risveglia ferita




Finito il sogno calcistico, la Grecia si ritrova a confrontarsi con i suoi problemi. Lo stesso succederà da noi, ma non crediamo che le piazze si riempiranno come per i gol della nazionale.

Mauro Faroldi

Dopo gli Europei di calcio la Grecia si risveglia ferita

Ad Atene il clima non è certo quello dei campionati europei del 2004, quando la nazionale greca fece il colpaccio e conquistò il primo posto mentre l'economia tirava, pompata dalla preparazione dei Giochi Olimpici, ma se la squadra supererà la Germania, tutti qui impazziranno, scordandosi per un istante la crisi economica. La vittoria sarebbe "politica", un riscatto dei diseredati. In ogni kafenío, a Pedíon tou Áreos, il grande parco dove i pensionati all'ombra degli alberi giocano interminabili partite a távli, il backgammon greco, al mercato centrale in Odòs Athinàs, le discussioni non sono più solo sui prezzi che aumentano e sulla disoccupazione, ma anche sulla punizione da dare alla Germania, che ha imposto alla Grecia una durissima politica d'austerità. 

Se sali su un taxi, puoi sentire il conducente lamentarsi contro la nuova occupazione tedesca, quella fatta attraverso la "troika", gli inviati dall'UE dalla BCE e dal FMI, che hanno commissariato la politica economica del paese. Certo, un'occupazione molto più gentile di quella militare, ma non per questo meno umiliante. Questa sensazione di vivere sotto occupazione accomuna la maggior parte dei greci, anche chi ha votato per il nuovo primo ministro Antónis Samaràs, allineatissimo alle direttive dirette della BCE e ai consigli della signora Merkel. Il capitano della squadra Karagoúnis, ha segnato il gol contro la Russia ma stasera non giocherà per somma di ammonizioni, ha dichiarato che la sofferenza del popolo greco sarà la forza motrice della squadra nazionale.

La partita la guardo in Platía Victoría, una zona popolare non molto lontano da Omónia. I bar si affiancano uno con l'altro, tavoli e sedie arrivano quasi al centro della piazza e al centro della piazza è stato montato anche un grande schermo. Orde di ragazzini, anche figli di immigrati, girano per la piazza sventolando la bandiera nazionale già da ore. Fa molto caldo e i locali sono pieni, fenomeno raro in quest'epoca. Mi siedo fra un gruppo giovani accanto ci sono anche alcuni pensionati. L'entusiasmo è alle stelle, quando viene suonato l'inno nazionale tedesco e vediamo la signora Merkel con la mano sul cuore, parte una bordata di fischi e di epiteti dar far arrossire un camallo. Proprio accanto a me un pensionato, dice di chiamarsi Spíros, mi dice che lo sport è una invenzione loro e che gli "europei" anche questo debbono alla Grecia. Quando scopre che sono italiano, quasi mi abbraccia cercandomi di coinvolgermi in una specie di alleanza antitedesca. La gente segue gemendo e soffrendo quando la squadra tedesca si fa pericolosa. L'incontro sembra aver fatto risorgere un clima di unità nazionale che sembrava impossibile in una paese dove la litigiosità politica è una costante. Arriva il goal del pareggio la piazza trema, un boato attraversa la città, Spíros a questo punto mi dice, se vinciamo dovranno rimborsarci i costi dell'occupazione che non hanno mai pagato. Al secondo goal della Germania la piazza si fa muta.

Al telegiornale statale NET, era stato detto che per 90 minuti in Grecia non esisteranno più né ricchi, né poveri. È vero, ma domani mattina Atene si risveglierà ferita, con i suoi ricchi e i suoi poveri.

(Questo articolo è apparso in forma leggermente modificata su Il Secolo XIX del 23 giugno)

Identità perduta, la Savona di Guido Seborga


Nizza: Combats pour la Paix





Exposition: COMBATS POUR LA PAIX

L’exposition de l’été du journal Le Patriote s’intéresse à ses Combats pour la paix depuis 1944 à aujourd’hui. Participations d’artistes renommés et Unes historiques.


Depuis 2 ans, le Patriote crée chaque année l'évènement avec son exposition estivale visible à Nice en juin/juillet puis en septembre à la fête de l'Huma. En 2010, 41 artistes locaux avaient participé à l'exposition consacrée aux « 150 ans du rattachement de Nice à la France ». En 2011, le journal mettait à l'honneur ses liens qu'il tisse depuis 60 ans avec l'avant-garde artistique dans la grande exposition d’envergure nationale : « L’art contemporain et la Côte d’Azur, un territoire pour l’expérimentation 1951-2011 ». 

En 2012, Le Patriote a de nouveau demandé à des artistes azuréens de collaborer à cette exposition. Unes historiques du journal, œuvres faites pour la paix à l’occasion des précédents conflits mais aussi d’œuvres originales réalisées pour l’occasion, dessins, photographies plasticiennes, sculptures, peintures contemporaines… 
L’exposition sera éclectique dans les genres et dans les styles, représentative de la transversalité de ces combats pour la paix et de l’avant-garde artistique dont le Patriote se fait l’écho depuis 68 ans !

Avec notamment Pablo Picasso, Ladislas Kijno, Max Charvolen, Florent Mattei, Alain Hayat, Marcel Alloco, Martin Miguel, Valérie Sierra, Olga Parra, Catherine Delserre, Gilbert Pedinielli, Nivèse, Olivier Roche, Noël Dolla, Jean-Pierre Giovanelli, Véronique Champollion, Edmond Baudoin, Isabelle Boizard, André Marzuk...

Du 18 juin au 12 juillet 2012

martedì 26 giugno 2012

Giorgio Amico, Un processo per stregoneria nella Val Bormida del Seicento



Solitamente si associa la caccia alle streghe al periodo più cupo del Medioevo, in realtà si trattò di una intossicazione collettiva delle coscienze in un periodo di fortissima crescita intellettuale, quello del Rinascimento, della Riforma e della rivoluzione scientifica. Quasi che la fine di un mondo e la nascita di un'epoca nuova scatenasse fantasmi che andavano esorcizzati con l'eliminazione di ogni manifestazione di diversità. 

Giorgio Amico

Un processo per stregoneria nella Val Bormida del Seicento

I primi decenni del XVII secolo furono anni di ferro, segnati da guerre, carestie, pestilenze. Infuriava in Europa la guerra detta dei trent'anni che vedeva le grandi potenze di allora, Francia e Spagna, contendersi il dominio del continente. L'Italia, debole e divisa, era diventata terra di conquista e campo di battaglia e la Valle Bormida non era certo un'oasi felice. Anzi, il fatto che il Marchesato del Finale rappresentasse la principale base mattima spagnola al Nord faceva della Valle la via principale per raggiungere Milano e la Germania dalla Spagna e dunque l''itinerario preferito dagli eserciti imperiali con tutto quello che ciò comportava. Per anni la Valle Bormida e il Monferrato furono oggetto di saccheggi e violenze continue da parte degli eserciti regolari in transito, delle truppe mercenarie al soldo dei vari signori e di bande di fuorilegge e di disperati che approfittavano della mancanza di un'autorità stabile che facesse rispettare la legge. Lo stato di devastazione delle campagne che ne conseguì provocò il crollo della produzione agricola, in gran parte rivolta all'autoconsumo, e dunque l'insorgere di frequenti carestie che indebolirono la popolazione. Si crearono così le premesse per il rapido e terribile diffondersi della peste portata in Italia dai soldati. Lo scenario e gli anni in cui Alessandro Manzoni ambienta il suo capolavoro "I promessi sposi".

Particolarmente grave risultava all'inizio degli anni Trenta del Milleseicento la situazione del tratto di Valle fra Dego e Spigno, governato dal Marchese di Garessio Francesco Spinola per i feudi di Dego, Piana e Giusvalla e dal Marchese Marco Antonio degli Asinari Del Carretto di Asti per la parte di Spigno, Rocchetta e Turpino. Nell'aprile del 1631 truppe tedesche di passaggio dopo aver devastato alcune frazioni isolate avevano imposto ai cittadini di Cairo Montenotte il pagamento di una ingente somma per evitare l'occupazione e il saccheggio del borgo. Con gli "Alemanni", come venivano chiamati quei soldati, era arrivata la peste che in particolare aveva colpito la zona di Piana, quasi spopolandola.

"In Piana - si legge in una cronaca del tempo - del continuo morono del morbo contagioso, et quello [il Marchese di Garessio Antonio Spinola] procede in non voler far nettare le case infette; il signor Marchese ha abbandonato detto locho, e, per quello si va dicendo, credo vi sijno più poche persone".

Il malcontento popolare causato dalla guerra e dalla fame e il terrore per il dilagare inarrestabile del morbo trovarono presto uno sfogo nella caccia alle streghe. In Valle si diffusero voci, portate da viaggiatori provenienti dal Milanese dove si era aperta la caccia agli "untori" accusati di diffondere la pestilenza, che i mali sofferti fossero il frutto dell'operare di streghe e stregoni agenti agli ordini del Demonio. In una società piccola e chiusa come quella valligiana i sospetti caddero su chi veniva considerato marginale, estraneo (e dunque ostile) alla comunità, quasi sempre donne di umilissima condizione il cui modo di vivere aveva per le più varie ragioni determinato sospetti e risentimenti da parte dei maggiorenti (sempre maschi) dei borghi.

Accadde così che due donne di Cairo Montenotte, Lucia e Maria Langherio fossero accusate di aver ballato col Diavolo in una località detta Pianazzo e aver ricevuto l'ordine di andare a spargere la peste nella città di Savona. Ma arrivate a San Bernardo nei pressi del luogo dove nel 1536 la Madonna era apparsa a Antonio Botta, il Demonio stesso le aveva fermate dicendo a Lucia: "Fermati, non andare più avanti, perchè Maria Vergine Madre di Dio non vuole, essendo la città di Savona sua divota, ed essa l'ha in protezione".

Una storia confusa, di cui non si sa altro e che non ha lasciato tracce storiche. Non si conservano documenti relativi ad un processo e tantomeno ad una esecuzione, nonostante la tradizione popolare parli di roghi, ma questo avvenimento, sia o no realmente accaduto, rende bene il clima esistente sul territorio e in qualche modo fa da introduzione al dramma, questo vero e documentato, che stava per svolgersi più a valle, nel paese di Spigno.
Il 9 luglio 1631 il procuratore fiscale della curia vicaria di Spigno denuncia a Giovanni Verruta, parroco di Spigno e vicario foraneo, come “alla villa di Rocchetta di Spigno siano cristiani e cristiane puoco timorati di Dio Benedetto che commettono molti disordini come inobbedienti a Santa Chiesa, massime di streghe, commettendo molti affascinamenti et stregherie contro gli ordini di Santa Madre Chiesa...”

Il parroco inizia l'indagine, si reca a Rocchetta, raccoglie testimonianze e denunce da parte di alcuni abitanti, tutti uomini, economicamente benestanti, definiti "dabbene" e dunque considerati affidabili. Queste testimonianze sono concordi nel segnalare alcune donne considerate potenzialmente sospette. Immediatamente iniziano gli arresti. Complessivamente vengono inquisite quattordici donne, abitanti in varie località della vicaria (comprendente le parrocchie di Piana, Giusvalla, Spigno, Merana, Turpino e Rocchetta e alle dipendenze della diocesi di Savona) . Sono donne di varia età e tutte hanno in comune una cosa: appartengono allo strato più povero della popolazione e si comportano in un modo giudicato strano, non consono alle regole comunitarie e ai precetti della Chiesa.

Le poverette, accusate di non partecipare con assiduità ai riti religiosi, di avere avuto commerci con il Diavolo e di "mascare", cioè di spargere il malocchio provocando con le loro arti la morte di bambini in fasce e animali e la distruzione dei raccolti, si proclamano innocenti. A questo punto, il parroco, che vuole ottenere al più presto delle confessioni, scrive a Savona al suo vescovo richiedendo il permesso di usare la tortura negli interrogatori.

“Si sono interrogate una volta - scrive in una lettera del 21 luglio - le donne incarcerate et il Dottore [l'incaricato della giustizia civile] dice che converrà torquerle.”

Il vescovo prende tempo, evidentemente qualcosa nella relazione del parroco non lo convince. Decide dunque di coprirsi le spalle, rivolgendosi ad una autorità superiore, quella del Padre Inquisitore di Genova e ordina pertanto al Verruta di non procedere ulteriormente, ma di trasmettergli gli atti dettagliati dell'inchiesta.

La posizione della Chiesa è cauta, non si vuole ripetere il caso di Triora dove qualche anno prima decine di donne erano state arrestate, torturate e (alcune) uccise, senza che l'indagine fosse poi approdata a qualcosa di concreto. Monsignor Spinola investe dunque della questione i domenicani genovesi e il Padre Inquisitore gli risponde consigliando prudenza e comunicando la necessità di trasmettere gli atti a Roma per avere lumi “come stimerei bene facesse anco VS ill.ma, avvisando intanto con sue lettere quel Signor Marchese che s'astenghi di tentar cosa alcuna contro di dette streghe, dovendo prima esser conosciuta la loro causa dal Sant'Offizio”

Agendo di conseguenza, il vescovo Spinola informa Roma, dichiarando di non aver acconsentito a dare “autorità assoluta” al vicario foraneo che con l'assistenza del giudice secolare intendeva procedere immediatamente e l'intenzione di non fare nulla “che prima non ricevi dalle SS.VV. Eminentissime espresso ordine di quello dovrò fare in causa si grave”.

Nella bozza della missiva al Santo Uffizio lo Spinola aveva scritto di trasmettere "il sommario della causa contro alcune streghe", ma la parola "streghe" risulta poi cancellata e sostituita con il più neutro termine "persone". Una correzione che la dice lunga su quanto la Curia di Savona prendesse sul serio la denuncia del parroco di Spigno.

Una cautela non gradita dal vicario, sostenuto dal Marchese Asinari, che, nonostante gli inviti ad astenersi da ogni ulteriore azione, continuò a premere su Savona per ottenere il permesso di procedere nell'inchiesta. Il fatto era che il potere politico, allarmato dal montare del malcontento popolare e della richiesta di misure drastiche e immediate contro le donne incarcerate, non intendeva andare tanto per il sottile, nè temporeggiare. Per cui, nonostante la mancata autorizzazione vescovile, a Spigno l'inchiesta andò avanti e con i mezzi spicci considerati necessari, tanto che presto iniziarono le confessioni.

In una lettera del 29 settembre 1631 don Verruta relaziona sul processo in corso nonostante l'ordine vescovile di non procedere, e comunica che dopo "hore di corda et altri tormenti" le accusate avevano confessato, "fuor d'una convinta da complici nè delitti che per opera del diavolo nega tuttavia". Dalle dichiarazioni estorte con la tortura risultava che le quattordici donne si erano date al diavolo, descritto come un bel giovane vestito di verde, che “puoi si fece adorar con farsi baciar il cullo e conobbe sodomitice carnalmente”.

Le imputate dichiaravano di aver stretto un patto con il Maligno in cui si impegnavano a non dire mai la verità in confessione, a non inghiottire l'ostia, ma tenerla per poterla poi calpestare. Le poverette avevano confessato anche di aver volato a cavallo di un bastone fino al luogo del Sabba dove “dopo aver ballato con il diavolo da esso furono tutte conosciute carnalmente sodomitice”, di aver fatto morire bambini e bestiame, di aver causato tempeste. E questo nel seguente modo: “fatto un fosseto, ivi tutte orinarono, com'anco il diavolo, indi mescolando quell'orina il diavolo vi mise un poco di polvere et, levandosi in alto fumo, si fanno nuvole da dove dicono al diavolo metti giù metti giù”. Per delitti così gravi la pena non poteva essere che la morte e questa il parroco chiedeva per tutte.

Ma la risposta della curia è di nuovo negativa. Il 3 ottobre il vescovo di Savona intima al parroco: “non innovi, né permetta che s'innovi cosa alcuna, in far essecutione contro dette incolpate, sino all'ordine e all'avviso della Sacra Congregatione”

Spinto dal Marchese, che gode dei favori del re di Spagna e che si sente dunque intoccabile, il Verruta protesta “nei luoghi circonvicini si è venuto all'essecutione contro simili bestie, il che fa stupir qui s'usi tanta difficultà...”, ma assicura comunque il rispetto degli ordini del vescovo

Passano alcuni mesi e il 31 gennaio 1632 arriva finalmente la risposta da Roma: l'inchiesta è giudicata molto difettosa, il processo contiene una moltitudine di nullità procedurali, non ci sono prove, c'è stato un uso eccessivo della tortura. Il vescovo viene invitato a far trasferire presso di sé le accusate per interrogarle personalmente senza usare alcuna forzatura:

“Di nuovo ex integro si sentano, senza suggerirle cosa alcuna, ma solo interrogarle se sappiano la causa della loro carceratione, e si devono lasciar dire da sé, perchè apparischino le contrarietà e variationi degli esami”.

A febbraio una lettera del Padre Inquisitore di Genova preme ulteriormente perchè la causa passi direttamente nelle mani della Curia savonese: “Juntanto sarà bene che VS Ill.ma avvisi quel Signor Marchese che non eseguisca cos'alcuna se prima il Sant'Officio non ha fatto la sua parte, acciò non incorresse nelle censure come già fece il Commissario di Triora...”

Richiesta che non ebbe seguito perchè il 29 febbraio Don Alfonso, figlio del Marchese Asinari, rispose con arroganza al vescovo che il problema si era risolto da solo: “Già che, per la longhezza e la dilatione, sono tutte morte, et con haver finito avanti hieri di passar la barca di Caronte, ci hanno levato a tutti questo impiccio...”.

Non c'era dunque più alcun motivo di contrasto tra potere religioso e potere civile. Diventate un problema, le donne erano state tolte di mezzo senza clamori o pubblicità inopportuna e inutili risultarono i tentativi di Monsignor Spinola di far luce su quanto era realmente accaduto nelle carceri di Spigno.

Il 10 maggio la Curia chiede al parroco di Spigno “ se dette streghe sono morte da se stesse naturalmente o vero di morte violenta e per ordine di chi e se son statte fatte morire inanti l'inhibitione che fu fatta sotto li 22 febbraio passato...”.

Il 20 giugno il parroco rispose prendendo tempo e dicendo che appena possibile “saria mandato un sommario amplissimo”.

Poi più nulla. Il "sommario amplissimo" non giungerà mai, nè verrà più richiesto o sollecitato. Quei devoti uomini di Chiesa (il vescovo di Savona, gli inquisitori di Genova, il Santo Uffizio di Roma) non insistettero: ritenevano di aver fatto comunque il loro dovere e tanto bastava. A nessuno interessava veramente di quattordici povere contadine che contavano meno di niente.

Guido Araldo, San Giovanni





Festa della luce, misteriosa e affascinante, carica di misteri, la Festa di San Giovanni testimonia della sopravvivenza di antichissimi riti della fertilità.

Guido Araldo

San Giovanni

La festa più importante del mese di giugno era ed è indubbiamente quella di San Giovanni, il 24 giugno, corrispondente alla festa del solstizio d’estate. Non a caso san Giovanni è noto in ambienti esoterici come san Giovanni d’estate, mentre san Giovanni d’inverno è equivalente al Natale.
Ma c’è di più! Anticamente i custodi dei solstizi (le porte del cielo) erano Giano per il solstizio d’inverno e Summanus (Sommano), suo compagno che a Roma si festeggiava il 21 giugno, per il solstizio d’estate.
La presenza di Summanus, dio etrusco, attesta inequivocabilmente come Giano fosse un’antichissima divinità etrusca, traslata poi a Roma.
Famosi, un tempo non lontano, i falò di San Giovanni che venivano accesi la sera della vigilia: il 23 giugno, e illuminavano le colline. Un grande falò viene acceso ancora oggi nel centro di Torino.
I falò di san Giovanni sono retaggi di riti antichissimi, propiziatori, inneggianti al solstizio d’estate, accesi come per trattenere la luce del giorno più lungo dell’anno (al 24 giugno le giornate cominciano inesorabilmente ad accorciarsi, come per contro, a Natale, le giornate riprendono ad allungarsi).
Anticamente questi “fuochi sacri, propiziatori, dedicati inequivocabilmente al sole”, erano alimentati con i rami di sette alberi sacri: la quercia, il frassino, il pino, il faggio, l’olmo, l’ontano e il maggiociondolo. Si riteneva che la loro fiamma fosse in grado di purificare ogni cosa che fosse nociva agli uomini e alla comunità. L’usanza di saltare sui tizzoni di questi falò, oggi ripetuta inconsapevolmente, si accompagnava con la richiesta di ricevere “la fiamma della forza”, “la luce della conoscenza” e “il calore dell’amore e della bellezza”. Quei salti, ripetuti tre volte come le invocazioni, avevano il significato simbolico di un “bagno” purificatore. E questi tizzoni venivano in seguito conservati, poiché considerati potenti amuleti contro i fulmini.
A Bellino, in Alta Val Varaita, dalle misteriose teste di pietra inserite in pareti esterne di case e chiese, con una colonna pagana nel cimitero utilizzata come basamento di una croce, i fuochi di San Giovanni erano chiamati soulestrei, dov’è palese il riferimento al sole: soul.
Ai fuochi di san Giovanni si accompagna la tradizione, anch’essa antichissima, di appendere il fiore del cardo alla porta di casa che richiama nella sua forma quella del sole! Il cardo, peraltro, possiede la caratteristica di aprirsi con il tempo secco e di chiudersi in situazioni di umidità, indicando il tempo atmosferico.

Alla rugiada dell’alba di San Giovanni venivano attribuiti straordinari poteri taumaturgici, se non miracolosi.
La verbena, pianta un tempo sacra con la quale si consacravano le are e le sacerdotesse di Artemide o Diana intrecciavano corone da porsi sul capo, acquisiva un peculiare potere a contatto con la rugiada di San Giovanni. Con frasche di verbena, impregnate di questa rugiada, le donne che ambivano a diventare puerpere si inumidivano il pube…
La raccolta dell’iperico, delle noci verdi per la produzione del “Nocino” e di molte erbe medicinali doveva avvenire dopo che avevano ricevuto la “rugiada di San Giovanni”.
Era inoltre buona usanza andare nei prati scalzi al levarsi del sole e lavarsi gli occhi con la rugiada ritenuta terapeutica.
Con i piedi nudi nella rugiada di san Giovanni le fanciulle in età di marito recitavano “preghiere segrete” insegnate dalle nonne: mormorii che gli uomini dovevano assolutamente ignorare, e lo scopo era quello d’individuare il futuro marito.
Gli alchimisti tendevano teli di lino sui prati all’imbrunire del 23 giugno, per catturare la magica rugiada di san Giovanni: teli che strizzavano accuratamente prima che il sole si affacciasse sull’orizzonte, allo scopo di raccogliere le preziosissima gocce di rugiada.
Come le donne che in un rito propiziatorio ricorrevano alla rugiada di San Giovanni allo scopo di essere feconde, allo stesso modo i giovani innamorato avrebbero dovuto sfiorare l’amata con un fascio di verbena, ovviamente impregnato della rugiada del solstizio, e il loro amore sarebbe stato ricambiato!
La Val Vermenagna, una delle valli Occitane nel Cuneese, la più meridionale, prenderebbe nome da quest’erba: più precisamente dall’aggettivo “vermenaea”: ricca di verbena.

Quattro erano le erbe di san Giovanni che un tempo, per proteggersi dalle masche (streghe), era usanza portare sotto la camicia o nelle braghe: l’iperico, l’aglio, l’artemisia e la ruta.
L’iperico era considerato caro a San Giovanni per i suoi petali gialli a volte puntinati di rosso e, pertanto, ritenuti impregnati del sangue del santo.
L’aglio era considerato una sicura protezione da tutte le creature malefiche: non a caso il suo nome in sanscrito significa “uccisore di mostri” e le streghe, nel sentirne l’odore, fuggono via inorridite. E San Giovanni era citato nei rituali degli esorcismi…
L’artemisia, che prende questo nome poiché sacra ad Artemide o Diana, donava il potere d’impartire ordini alle streghe; almeno uno: uno soltanto!
La ruta, infine, nota come “l’erba allegra”, faceva il solletico al diavolo e alle masche, sue degne compagne; non soltanto a contatto, ma anche a grande distanza, inducendoli alla fuga.

A san Giovanni si era soliti dire: ra cäd ‘d San Zuän a-bäscta per tüt l’än = il caldo di San Giovanni “24 giugno” basta per tutto l’anno. E’ la calura che fa maturare il grano!

Quandi ‘r Corpus Domini u-ciäpa san Zuàn, caresctija per tüt l’än = quando il Corpus Domini “in seguito a una Pasqua tarda” raggiunge san Giovanni, carestia per tutto l’anno! La “luna tarda” è sempre stata sinonimo di carestia, per il protrarsi del freddo nella stagione della mietitura e poi per il protrarsi della siccità in autunno, nel periodo della raccolta di frutti come l’oliva e la castagna.

A sab Zuàn ra féra ciû baela dr’än = a san Giovanni la fiera più bella dell’anno! Il 24 giugno, periodo di mietitura, si tenevano tradizionalmente grandi fiere. A Saliceto tale fiera fu spostata a San lorenzo, il 10 agosto, santo patrono, alla conclusione del ciclo del grano, dopo la trebbiatura. Sulle Alte Langhe erano occasione di grandi grandi fiere: san Zuan “san Giovanni il 24 giugno”, sant’Äna “sant’Anna il 26 luglio”, san Marten “san Martino l’11 novembre”, sant’Andreja “sant’Andrea il 30 novembre”; poi le grandi fiere “locali” dra Madòna ‘d Vj “della Madonna di Vicoforte Mondovì l’8 settembre”; ‘d Cravanzana “di Cravanzana, il 1° settembre” e ‘d Santa Lizìa a Zeva “fiera di Santa Lucia di Ceva il 13 dicembre” …

San Poldu e San Zuanen feme avej ‘n bòn-maten = san Leopoldo e san Giovannino fatemi avere un buon mattino: tipica esclamazione del Capitano Valla quando già di mattino smazzava le carte.


lunedì 25 giugno 2012

Rossana Rossanda: Antonio Gramsci, sorvegliato speciale





Rossana Rossanda interviene sull'ultimo libro di Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci

Rossana Rossanda

Sorvegliato speciale

I difficili rapporti e comunicazioni con il partito comunista dopo l'arresto, il ruolo di collegamento di Piero Sraffa e Tatiana Schucht, il regime di carcere duro, la rigida censura imposta dal fascismo. E la scelta, con i «Quaderni», di avviare un lavoro teorico per sottrarre il marxismo dalla vulgata in cui era caduto. «Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937» di Giuseppe Vacca per la casa editrice torinese Einaudi

Con Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937 (Einaudi, pp. 267, euro 33. Sul volume è uscito un pezzo su «Alias libri» del 17 giugno) Giuseppe Vacca mette il punto, a venti anni di ricerche sue e di altri studiosi, su una biografia attraversata dalle vicende del Pcd'I, del partito comunista russo (Vkp) e dell'Internazionale Comunista dalla metà degli anni Venti alla seconda guerra mondiale. Biografia emersa lentamente e le cui zone di oscurità corrispondono a silenzi e sofferenze di un detenuto tormentato dal dubbio di essere condannato/abbandonato sia dal suo partito sia da chi gli era più caro. Alcune di queste oscurità perdurano in archivi russi non ancora accessibili, ma Vacca ne delinea perimetro e spessore con una cura che, quando arriveranno i documenti mancanti, ne uscirà confermato, penso, il percorso che egli propone.

È un volume denso, fitto di riferimenti ai molti che hanno lavorato sui frammenti d'una storia ai quali Vacca rende merito, a costo di una lettura meno agevole per chi non è sempre in grado di rintracciarne le fonti. È costruito appunto attorno alle zone oscure, oltre a due interpretazioni dei Quaderni, attorno alla «revisione» gramsciana sui limiti della teoria e pratica della rivoluzione del '17, lavoro che Gramsci s'era proposto fuer ewig, e aveva reso meno insopportabile la solitudine in cui si trovava. Non a caso la biografia non parte dalla giovinezza né da Torino, ma dal novembre del 1926 quando viene fermato e poi arrestato, nonostante l'immunità parlamentare, mentre si stava recando in una località della Valpolcevera, dove avrebbe dovuto discutere con gli altri membri del Comitato Centrale del Pcd'I e con Jules Humbert Droz, in rappresentanza dell'Internazionale, della lettera che aveva mandato due settimane prima a Togliatti, appunto per l'Esecutivo della Ic. Essa esprimeva un giudizio severo sull'esclusione di Trotskij; non che Gramsci ne condividesse le posizioni, anzi, ma per il danno al movimento comunista internazionale che avrebbe rappresentato la brutale rottura del gruppo leninista. Già si era scontrato, in una breve corrispondenza, con Togliatti. La riunione in Valpolcevera si fece e concluse senza di lui con il rientro nei ranghi del Pcd'I. Non ci furono biasimi per Gramsci; se e come l'Esecutivo della Ic ne abbia discusso a Mosca, è ancora precluso negli archivi. Che Gramsci restasse sospetto, se non di trotzkismo, di una troppo tiepida lotta al medesimo, è certo.

Inizialmente confinato a Ustica per cinque anni, dal 20 gennaio 1927 è trasferito a Milano, perché in quei giorni Mussolini toglie di mezzo ogni garanzia e istituisce il Tribunale speciale, con imputazioni pesanti e che si aggraveranno, a istruttoria già chiusa, per l'attentato dell'aprile alla Fiera di Milano. Tutto un susseguirsi di illegalità procedurali. Il rinvio a giudizio gli sarà consegnato nel carcere di San Vittore di Milano nel marzo del 1928 e nel giugno viene condannato, assieme a Terracini, Scoccimarro, Roveda e altri, a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Viene assegnato al carcere di Turi. Ma è ancora in attesa del processo, quando riceve una lettera a firma di Ruggero Grieco, scritta da Basilea ma inoltrata via Mosca, che dà e chiede notizie, lo assicura che il partito gli è stato sempre vicino, «anche quando aveva meno ragione di sperarlo», lo informa dell'esclusione di Trotskij e finisce con un improbabile arrivederci. Gliela consegna il giudice istruttore Macis con una osservazione maliziosa: evidentemente al suo partito non dispiace che lei resti a lungo in galera. 

L'originale della «strana» lettera non è accluso agli atti del processo. Alla morte di Antonio la prende Tatiana Schucht fra le carte di Nino - come lo chiama sempre - e la porta con sé a Mosca nel 1938. Paolo Spriano pensa di averne trovato la copia fotografica negli archivi dell'Ovra, ed è questa che è stata oggetto di grandi discussioni. A prima vista non è chiaro perché possa aggravare la posizione dell'imputato, ma Gramsci ne è certo. Per l'insinuazione del giudice Macis? Così pensa Peppino Fiori, e penserà Piero Sraffa. Ma Antonio, che con Macis ha lunghe conversazioni, lo ritiene persona corretta e amichevole. Vacca, che vi ha fatto un'indagine, conferma questo giudizio.

Perché dunque la lettera sarebbe grave, Gramsci la definirà addirittura scellerata? Essa non rivela nulla alla Corte sull'importanza dell'imputato. Perché finisce con un arrivederci? Perché contiene, scrive più tardi Antonio, un trionfante «gliela abbiamo fatta»? Chi l'avrebbe fatta e a chi? Vacca ritiene che le prime parole di Grieco alludano a un tentativo di liberazione attraverso uno scambio di detenuti, che secondo Gramsci avrebbe irritato Mussolini per non essere stato negoziato esclusivamente tra stati e quindi andato a monte. Ad un inesperto vien da pensare che invece quel sottinteso «gliela abbiamo fatta» che fa infuriare Gramsci si riferisca a Trotskij e quindi a Gramsci in quanto contrario alla sua esclusione, ma è una pura elucubrazione.

Sta di fatto che Gramsci non cesserà di arrovellarsi. Tanto più che non la crede iniziativa del solo Grieco, ma suggerita dall'alto. Da Togliatti? Non può verificare, perché nei nove anni che seguiranno, non potrà scrivere né ricevere lettere senza che siano censurate, né ricevere alcuno che non sia «parente» - cioè la cognata Tatiana Schucht, più raramente i fratelli Carlo e Nannaro, e un solo amico, Piero Sraffa, l'economista cattedratico a Cambridge, nipote d'un senatore fascista che è anche Primo presidente della Corte di Cassazione, Mariano d'Amelio. Può scrivere una lettera ogni quindici giorni, più tardi ogni settimana, quindi una volta ai suoi a Ghilarza e un'altra a Tatiana, incaricata di provvedere alle sue (poche) necessità e a smistarne le notizie alla moglie Giulia a Mosca e a Piero Sraffa. Il quale, passando da Parigi, ne informa il Centro estero del Partito comunista d'Italia. 

È in una rete a maglie assai strette. Se a questa incomunicazione obbligata si aggiungono le speranze messe nei tentativi di essere liberato attraverso uno scambio di prigionieri fra Urss e Vaticano, Urss e governo italiano, che a Gramsci sembrano delinearsi ma non si realizzano mai per qualche imprudenza o omissione che attribuisce ai compagni italiani, la frustrazione e la collera sono grandi. E traspaiono dalle lettere, spesso ingenerose, a Tatiana.

Di più, nel 1929, la Ic svolta su una linea che Togliatti sposa «con zelo»: il fascismo sarebbe prossimo al crollo, la socialdemocrazia ne è uno strumento, la rivoluzione torna imminente, classe contro classe. Antonio spiega ai «politici» che sono a Turi con lui che invece il fascismo si stabilizza e non si possa che lavorare a un fronte antifascista sulla parola d'ordine della «assemblea costituente». Ma quasi tutti i compagni si allineano con il partito. Gramsci non è d'accordo neanche sull'espulsione di Leonetti, Tresso, Ravazzoli. Ne viene una divisione acerba, della quale riferisce Athos Lisa (Rinascita, 1964). Isolamento e amarezza.

Siamo ai primissimi Anni Trenta. Antonio, che all'inizio della carcerazione si sentiva in buona forma, ha avuto nel 1927 l'attacco d'un antico male e sta sempre peggio, le lettere da casa si fanno rade, gli è nascosta la morte della madre e non capisce perché gli scriva così poco da Mosca l'amata Giulia, che non sa quanto e di che sia malata. A forza di proteggere il carcerato, Tatiana sbaglia. Lei stessa ha una salute fragile a volte non lo può visitare. Gramsci si sente in mano di altri che decidono per lui, senza capire che cosa questo diventi per un detenuto e teme di venir inaridito lui stesso dall'altrui indifferenza. Allude per la prima volta, scrivendo a Giulia, al «doppio carcere» cui si sente condannato, dal fascismo e da una parte dei suoi - lei stessa, lo spirito «ginevrino» degli Schucht? Forse il suo stesso partito? Non può spiegarsi, è appena più esplicito scrivendo poco dopo a Tatiana. La lucidità, il dolore assieme alla nettezza della scrittura colpiscono l'opinione fin dalla prima edizione delle «Lettere», assai censurata, del 1947. Si sforza di leggere, di imparare altre lingue, tradurre, e scrive. Saranno di quegli anni i trenta grandi quaderni in grafia minuta, in un linguaggio in parte criptico per eludere la censura in parte innovativo rispetto alla vulgata marxista. Del primo saggio su Croce, con il quale propone di fare i conti come Marx con Hegel, offre qualche elemento di codice per Togliatti.

Il trasferimento, sempre più malato, a una clinica di Formia (deve pagare le sbarre da mettere alla sua camera) dove Tatiana può venire più facilmente a trovarlo, interrompe la loro corrispondenza. Né Tatiana né Piero Sraffa lasceranno però che cosa egli abbia pensato degli anni che vanno da allora alla sua morte. Nel 1933 Hitler ha preso il potere in Germania, nel 1934 Stalin prende a pretesto l'uccisione di Kirov per schiaccare le opposizioni, nel 1935 il VII congresso rovescia la linea del '29, ma lontano dalle implicazioni della critica che al '29 muoveva Gramsci, nel 1936 Franco aggredisce la repubblica spagnola, il Giappone ha moltiplicato gli attacchi alla Cina - la seconda guerra mondiale è alle porte. Con Tatiana, anche senza testimoni, Gramsci può non averne parlato, ma con Sraffa? 

Restano alcune lettere per Giulia, strazianti. Le chiede di raggiungerlo, Giulia non può, non ce la fa, la famiglia glielo impedisce, o l'Nkvd (Ministero per gli affari interni). Gramsci pensa di lasciare la clinica e riparare in solitudine a Santu Lussurgiu, in attesa che venga il permesso di espatriare in Urss, se può venire. Ma è colpito da un'emorragia cerebrale il giorno stesso in cui la sua pena si estingue e muore poche ore dopo. È il 27 aprile del 1937.

Che sarebbe stato di lui se fosse rimasto in vita? Con il precipitare della situazione internazionale, altro che espatrio, e in quella solitudine affettiva? E così ammalato? Vacca esclude che, da alcune righe a Giulia, si possa dedurre che considerasse chiusa per sé la politica. Ma in quali condizioni e dove? Su questo non possiamo che riflettere, non abbiamo elementi e forse non è nemmeno utile.

Vacca lavora sul destino del suo lascito scritto, specie i Quaderni. Tania li ha portati all'ambasciata sovietica che li deve inoltrare a Giulia. Appena incontra Sraffa, poco dopo la morte di Antonio, gli mostra la «strana» lettera e gli dice che Nino avrebbe voluto un'inchiesta. Sraffa legge, non ne è impressionato, le consiglia di andare a Parigi e parlarne con Grieco. Con il firmatario sospetto? Tania è indignata; per poco non cessano i loro rapporti Non andrà affatto a Parigi, tornando a Mosca nel 1938 se ne occuperà lei stessa assieme alle sorelle. Neanche i Quaderni devono finire nelle mani di Togliatti, che in quel momento è in Spagna: li trascriveranno da sole loro tre, le Schucht. Ma Togliatti, che ne conosce qualche frammento in fotocopia speditogli a Barcellona, sa da Sraffa come Antonio li voleva pubblicati, li reclama per il Pcd'I. 

Comincia allora una lotta non sotterranea con le Schucht, nessun accordo con loro è realmente raggiunto, le tre si rivolgono a Ezov, capo della Nkvd, con la quale sia Genia sia Giulia hanno un rapporto di dipendenti/sorvegliate. Ma Ezov è destituito, si rivolgono a Stalin che le rinvia a Dimitrov, il quale manda il tutto in corner. Togliatti è già sotto inchiesta, per altri motivi, su denuncia del partito spagnolo. L'Ic, in via di scioglimento, affida le carte di Gramsci a una commissione di cui fa parte Togliatti. La guerra arriverà alle porte di Mosca, altri sono i problemi, non penso che sia da scervellarsi tanto sul perché il proposito delle sorelle fallisca. Tania morirà durante la guerra. Da parte degli Schucht, un lavoro sulle carte di famiglia sarà intrapreso soltanto da un Antonio, nipote di Antonio, come nella famiglia sarda da Mimma Paulesu.

Vacca dà alcune sobrie notizie sull'ambiente degli Schucht, piccola nobiltà decaduta, un patriarca bolscevico, una madre intellettuale ebrea. E dei rapporti delle tre sorelle con Gramsci: Genia, la più militante, è quella che ha conosciuto e forse amato prima di conoscere Julca, che è il suo grande amore vero. Genia non glielo perdonerà mai, lo definirà «talpa malvagia». Tania gli ha dedicato dieci anni, ma non si scopre nei sentimenti. Nessuno degli Schucht è abituato a parlare con verità di se stesso e con la famiglia. La più libera, Tania, ne era fuggita. Gli Schucht sono un esempio vivente dell'intreccio che Gramsci scorge fra grande e piccola storia, politica e cultura, individuo. 

Non credo che su questo ci sia da discutere. Ma dal lavoro di Vacca vengono molti interrogativi. Non soltanto sulla «strana» lettera, ma sul rapporto fra Gramsci e Togliatti e viceversa. Se Antonio ne diffidava tanto da sospettarne un atto «scellerato», perché è a lui che gli preme di far pervenire il codice delle pagine su Croce? E attraverso Sraffa, che sa in contatto con Togliatti, dà indicazioni di lavoro sui Quaderni? Togliatti non lo ha, più che perseguito, protetto? Nel modo come ha protetto se stesso, come si è protetto Dimitrov, il cui curioso Diario non fa parola di Gramsci? Non opponendosi mai a Stalin per salvarsi o per salvare un domani il loro partito? Gramsci l'intransigente, Togliatti il politico disposto a tutto?

Anche su Stalin viene da farsi più di una domanda, e non solo per il punto che oggi ci riguarda. Nel '40 un suo agente, Mercader, uccide Trotzki, che è lontano, in Messico, ma dell'eresia italiana non gli interessa. Togliatti ne è investito non poco; perché Stalin lo chiama al Cominform - un fantasma - e perché la direzione del Pci glielo spedirebbe volentieri? E perché Gramsci, ha ragione Vacca, resta fedele al Vkp, cioè a Stalin, pur essendo il più severo critico del suo «marxismo leninismo»? Forse perché pensava l'Urss come la sola «concreta realtà» del movimento comunista? E fin dove è andato il «revisionismo» gramsciano quando ha cessato di scrivere? Vacca pensa molto avanti, legge i Quaderni anch'egli fuer ewig. Togliatti però li pubblica - censura soprattutto le Lettere - sapendo che l'Urss e gli altri partiti comunisti non si inganneranno - nessuno di essi, a quanto so, li riprende. E negli ultimissimi anni non nascondeva che bisognava aprire qualche breccia nel non detto, processi inclusi, se si voleva salvare il salvabile.

I gruppi dirigenti che gli sono succeduti non lo hanno più fatto. Né dopo il 1964 né dopo il 1989. Per questi ultimi, Gramsci sembra «mai visto né conosciuto». È rimasto agli storici, molti, ma solo a loro. E non diversamente ha fatto, con l'eccezione di Alberto Burgio, la nuova sinistra. C'è da riflettere.

(Da: Il Manifesto del 22 giugno 2012)

Rapporti Mafia-Stato: così conveniva a tutti




Quanto sta emergendo sui rapporti fra Mafia e organismi dello Stato ci ricorda l'intreccio degli anni di piombo fra lo stragismo di estrema destra e i Servizi di sicurezza. Non è stata fatta chiarezza allora, non crediamo verrà fatta chiarezza oggi. Ovviamente è di chiarezza giudiziaria che parliamo, perchè quella politica e storica esiste da sempre e per quanto riguarda la Mafia almeno dai tempi del bandito Giuliano.

Rapporti Mafia-Stato: così conveniva a tutti
Intervista di Enrico Bellavia
«Leggo di trattative e di rapporti ad altissimo livello e non mi stupisco affatto». Parla così Francesco Di Carlo, ex boss di Altofonte, collaboratore di giustizia, uno dei principali accusatori di Marcello Dell’Utri, unico testimone oculare di un incontro tra Berlusconi e il capo della mafia palermitana, Stefano Bontate.

Di trattative è un esperto. Negoziava con la creme della società siciliana, portando in dote ai Corleonesi opportunità e impunità. Vantava un rapporto personale con il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi negli anni più bui del Paese. Quando era un detenuto, in Inghilterra, manteneva un filo diretto con la sua cosca attraverso Nino Gioè, lo stragista di Capaci, morto suicida in cella. Al suo luogotenente consegnò la richiesta di un contatto con il fronte più sanguinario di Cosa nostra che i servizi avevano rivolto a lui quando c’era da uccidere Falcone. E poi, dopo le stragi del 1992, fu informato costantemente da Gioè sugli sviluppi dei rapporti instaurati con pezzi dello Stato.

«È semplice: Cosa nostra senza un rapporto con le istituzioni sarebbe stata una semplice associazione di malfattori. Noi eravamo uno Stato dentro lo Stato».
«Sarà sempre così, fin quando certi personaggi pubblici si comporteranno come appartenenti a una associazione mafiosa».
«Non solo, anche professionisti di peso, gente che dentro Cosa nostra c’è sempre stata e che magari non poteva essere ritualmente affiliata».
«Uomini che sapevano benissimo che Cosa nostra gli assicurava la carriera. E loro erano contenti. Oggi li chiamano concorrenti esterni anche se qualche magistrato dice che quel reato non esiste. Mi viene da ridere».

Mai agli uomini di Cosa nostra non è vietato avere rapporti con le divise?
«Ogni divieto può essere trasgredito se c’è un interesse. Al processo Mori mi ha molto stupito la scelta del generale Subranni che ha preferito tacere. Questo la dice lunga sui personaggi ai quali si sono affidate le istituzioni. Antonio Subranni è stato al centro delle più importanti inchieste in Sicilia e si comporta come quei soggetti di cui parlavo sopra, i mafiosi non affiliati».

Ha scelto di tacere perché è indagato. Cosa c’è di strano?
«Forse temeva che gli chiedessero come mai in dieci anni, è passato da maggiore a generale. Forse temeva che gli chiedessero quali fossero i suoi amici, erano forse Salvo Lima e Nino Salvo? ».«A me risulta di sì, e loro erano canali diretti di Cosa nostra con il potere».

E lei, attraverso i suoi canali, ha saputo se la decisione di uccidere Borsellino era legata proprio al suo no alla trattativa?
«Non credo che sia solo questo. So che dentro le istituzioni c’era una guerra aperta: da un lato gli uomini degli apparati, servizi compresi, dall’altro Falcone e Borsellino e investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli, ai quali i due giudici avevano delegato le indagini tagliando fuori tutti gli altri. Voi credete davvero che quella gente, con tutti i contatti che aveva dentro Cosa nostra, sia rimasta con le mani in mano ad aspettare che li arrestassero come accaduto con Contrada?». Senza quegli agganci Cosa Nostra sarebbe stata una semplice associazione di malfattori. Ma noi eravamo uno Stato dentro lo Stato

(Da: La Repubblica del 25 giugno 2012)

sabato 23 giugno 2012

Euskadi. Legalizzato il partito indipendentista Sortu




La stampa italiana non parla più di Euskadi da quando l'ETA ha dichiarato la tregua. Eppure, anche se lentamente e con mille ostacoli, le cose stanno cambiando. 



Paesi Baschi. Legalizzato il partito indipendentista Sortu

Per i Paesi Baschi comincia una fase nuova. Mercoledì il Tribunale Costituzionale spagnolo ha decretato con una discussa e combattuta sentenza la legalizzazione di Sortu, il partito politico della sinistra indipendentista basca nato nel febbraio del 2011. È una decisione dal carattere storico: solo un anno fa il Tribunale Supremo del paese – corrispondente alla Corte di Cassazione italiana – aveva decretato l'illegalizzazione del partito basco con l'accusa di essere il braccio politico dell'ETA. Adesso, invece, i giudici hanno riconosciuto la distanza del partito dall'organizzazione terroristica riservandosi, tuttavia, la possibilità di cambiare il proprio giudizio qualora Sortu dimostri un atteggiamento di complicità verso la violenza.

Nato nel febbraio del 2011, Sortu è il primo tentativo riuscito di unire le forze della sinistra “abertzale” dopo la messa al bando di Batasuna nel 2003. Il suo statuto esprime una esplicita condanna della terrorismo, ma una campagna politica a tambur battente aveva portato un anno fa la tradizionalmente polticizzata giustizia spagnola a impedire la sua iscrizione nel registro dei pariti politici. Una decisione fuori tempo massimo: alle elezioni generali del novembre scorso la coalizione “abertzale”  Amaiur ha ottenuto un risultato storico eleggendo sette deputati ed essendo la seconda forza più votata nel Paese Basco e la terza in assoluto in Navarra. Di fatto, come dichiarato dal Presidente della Comunità basca, il socialista Francisco Patxi Lopez, "Si è legalizzata una realtà che già esisteva.

La sentenza non era scontata. La decisione è stata presa per un solo voto di scarto tra favorevoli e contrari alla legalizzazione e ha causato forti prese di posizione nel mondo politico. Il Partito Popolare, in primis, ha non solo condannato la decione del Tribunale ma ha financo paventato una riforma del suo funzionamento per evitare altre simili prese di posizione. Critico anche il movimento Unione, Progresso e Democrazia di Rosa Diez – fervemente nazionalista – e l'associazione delle vittime del terrorismo. Ambigua la posizione del PSOE, che applaudì alla posizione presa dalla corte un anno fa ma che ora appoggia la nuova decisione del Tribunale Costituzionale. Coloro, invece, che hanno mostrato di sostenere la sentenza sono la sinistra e la quasi totalità dei partiti baschi. Oltre a Izquierda Unida, sia i socialisti che i nazionalisti moderati di Euskadi vedono nella sentenza un passo naturale verso la normalizzazione della vita politica dopo la scelta dell'ETA di rinunciare indefinitamente alla lotta armata.

Ovviamente d'accordo è anche tutta la sinistra indipendentista basca, che dalla Dichiarazione di Gernikaboicottata e condannata da PSOE e PP – sta compiendo passi importanti per svolgere la sua attività in ambito legale. A giudizio dei suoi dirigenti, comunque, la partita non è ancora chiusa. Gli abertzale ritengono che il processo di pace e di democratizzazione, proprio come dichiarato nell'accordo dei partiti politici baschi firmato a Gernika nel 2010, possa ritenersi pienamente compiuto solo dopo una riforma del sistema penale e l'abrogazione delle leggi dei partiti e antiterrorista. Chiedono, inolre, la liberazione di Arnaldo Otegi, ex leader di Batasuna, in carcere con l'accusa di essere dirigente dell'ETA e con ancora cinque anni di prigione da scontare. 

(Da:http://ilcorsaro.info/)

Chi ha paura di Majakovskij?



Il suicidio di Majakovskij segna emblematicamente la morte della speranza e la fine del sogno rivoluzionario che si sta trasformando in incubo. 


Giuseppe Montesano

Chi ha paura di Majakovskij?



Da dove cominciare? Era un gigante sconsolato e tenero, combattivo e visionario, smembrato e vivo, un poeta che cantava mentre urlava, e che rideva e piangeva mentre cantava, e allora da dove cominciare? Da qui: «E sento che l’io per me è troppo piccolo. Qualcuno erompe da me, cocciuto. Allò! Chi parla? Mamma? Mamma! Vostro figlio è stupendamente malato. Mamma! Ha un incendio nel cuore. Dite alle mie sorelle, a Ljuda e Olja, che non sa più dove trovare scampo. Ogni parola che egli vomita dalla bocca in fiamme si lancia nel vuoto, come una prostituta nuda fuori da un postribolo che arde...»

È lui, è Vladimir Majakovskij, e oggi possiamo riascoltare il poema La nuvola in calzoni nella bella e coraggiosa traduzione di Remo Faccani per Einaudi (pagine 116, euro 12,00). Ma Majakovskij è superato, così dicono gli snob asserviti al new-new che li distrugge. Davvero? Sentiamolo ancora, questo Baudelaire postmoderno: «La via trascinava in silenzio la sua pena. Un grido le svettava dalla strozza. Le s’impennavano, ficcati nella gola, tassì rigonfi e ossute carrozze. Il petto le calpestarono, ma la via s’accosciò e prese a berciare...», e sentiamolo quando, come in un cartoon ma in anticipo sui cartoon, personifica le sue nevrosi: «Mi accorgo che senza far rumore come un infermo giù dal letto è balzato a terra un nervo. Ed ecco, prima si muove appena appena, poi si mette a correre eccitato, ritmico. Ora lui e due nuovi sopraggiunti s’agitano in uno sfrenato tip-tap...»

Come nessun altro poeta moderno, Majakovskij adopera le sequenze per immagini del cinema, le astuzie ottiche e gli illusionismi, le dissolvenze e i primi piani, e soprattutto l’animazione degli oggetti; prende la poesia dei simbolisti, la veste di stracci e la fa cantare come Mahler fa cantare contrabbassi e violini: strozzandoli e spingendoli al limite delle loro possibilità; usa metafore e analogie in modo così crudo da renderle volutamente grottesche, e fa franare i significati consueti. Majakosvskij non si fermò mai. Nel 1908 passa quasi un anno in carcere come sovversivo bolscevico; studia e scrive versi simbolisti che poi butta; diventa futurista e gira la Russia in spettacoli interrotti dalla polizia; è espulso dall’Istituto d’Arte per motivi politici; si innamora di Lilia Brik, e lei ha già un marito, che è amico di Majakovskij; nel 1917 si getta entusiasta nella Rivoluzione. Nel regime che segue Majakovskij continua a scrivere, inesauribile come i suoi amati motori diesel, sceneggiature, opere teatrali, poesie: sull’estrazione del petrolio, sul ponte di Brooklin, sul passaporto sovietico; come in un Signor Bonaventura cubofuturista, disegna fumetti per frustare il già vecchio e orribile filisteismo comunista in nome di un comunismo secondo lui vero; scrive un poema sulla Rivoluzione che disgusta Lenin, e scrive un poema per la morte di Lenin; è accusato di essere «troppo difficile» per gli operai, attacca i burocrati del Pcus ed è censurato, viaggia in America e si innamora di New York; rimprovera a Esenin di essersi suicidato, e tre anni dopo, nel 1930, si uccide per amore, lasciando scritto: «Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è infranta contro gli scogli della vita quotidiana. La vita e io siamo pari. Non serve enumerare offese, dolori, torti reciproci...»

Majakovskij era innamorato della vita al punto da perderla, ma la contraddizione non lo spaventava, e usò le proprie fratture come una nuova metrica. È superato? Oggi tutta la poesia è superata e sfregiata, incarcerata dalla nostra vita smarrita nel regno osceno dell’Economico impazzito. L’idea che Majakovskij aveva della poesia, un’espressione che ingoia tutto, è sempre più necessaria: non un arreso neo o post realismo, ma uno scontro perpetuo con la cosiddetta realtà. Majakovskij non può essere un Maestro perché lodò il comunismo? Può essere: ma allora cosa fare di Benn, Pound, Céline, Heidegger? Tappezzare con le pagine di Essere e tempo o con quelle dell’antisemita cattolico Eliot i prossimi treni blindati? Meglio leggerle, quelle pagine, e attentamente. E se Majakovskij parlò troppo su tutto, cosa dire di chi tace su tutto e loda sempre il mondo come è, e chiama «efficienti» e «riformisti» i nuovi hitlerini che distruggono le vite degli uomini? In un poema in cui frullava insieme Cristo e Scienza, Majakovskij immaginò che nel futuro utopico ci sarebbe stato «il laboratorio delle resurrezioni umane», e che lui, a un chimico titubante su chi far risorgere per primo, avrebbe urlato: «Fammi resuscitare! Iniettami sangue nel cuore! Ficcami nel cranio idee! Non ho vissuto fino in fondo la mia vita terrena, sulla terra non ho avuto tutto il mio amore...»
L’urlo di Majakovskij non potrà finire finché l’uomo sarà un servo cieco della religione del vendere e comprare. Quell’urlo richiama alla vita non solo tutti i morti, ma tutti quelli che non vogliono essere morti in vita. Il canto di Majakovskij disturba chi si è arreso, ma fa respirare chi resiste. E oggi quale poesia ci serve, se non questa?

(Da: l'Unità del 23 giugno 2012)