TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 agosto 2012

Mani pulite, Di Pietro e la CIA



Siamo del tutto contrari ad ogni ipotesi complottistica della storia, ma dire Peter Semler vuol dire CIA e l'idea (vera o falsa che sia) che Di Pietro frequentasse quegli ambienti proprio nel pieno di "Mani pulite" un pò ci inquieta e non per allora, ma pensando alla crisi di oggi.

Michele Brambilla

Alla storia non servono gli ultrà

In Italia i conti con la storia sono sempre difficili e così le interviste del nostro Maurizio Molinari sul ruolo degli Stati Uniti durante Mani pulite hanno provocato una serie di reazioni a dir poco sopra le righe. D’altronde in un Paese in cui si litiga ancora sui morti, da Mussolini al Risorgimento, figuriamoci che cosa può succedere quando una ricostruzione tocca i nervi scoperti dei vivi.

Vivi, oltretutto, che dai fatti di cui si parla hanno avuto la carriera stravolta, chi in peggio e chi in meglio.

Dunque: Molinari ha prima pubblicato un’intervista (di cui c’è documentazione scritta) con l’ex ambasciatore Usa a Roma Reginald Bartholomew, morto domenica scorsa; poi ne ha fatta seguire un’altra con Peter Semler, ex console americano a Milano (e prima ancora consigliere militare-politico che gestì l’arrivo dei missili Cruise a Comiso: così, lo ricordiamo tanto per sottolineare che i due intervistati non sono proprio figure di secondo piano).

In stringata sintesi, i due hanno detto questo. Semler che frequentava Di Pietro; che aveva saputo da lui con qualche mese di anticipo di importanti inchieste che avrebbero coinvolto i vertici del Psi; che a Milano era tangibile la sensazione che «in Italia stava per cambiare tutto». Bartholomew, invece, ha detto che, arrivato a Roma a inchiesta di Mani Pulite già iniziata, a un certo punto si preoccupò per i suoi eccessi e soprattutto per il rischio che la transizione italiana fosse gestita esclusivamente dai magistrati, senza che fosse pronta una nuova classe politica dirigente.

Tutto questo ha ridato fiato agli opposti estremismi nati proprio allora. Da un lato le vedove inconsolabili della Prima Repubblica, le quali da quei giorni urlano al complotto, alla mitica riunione dei poteri forti sul panfilo Britannia, insomma a un Di Pietro burattino e agli americani burattinai. Dall’altra parte, i nostalgici dei bei tempi delle manette facili vedono nelle interviste a Semler e Bartholomew un tentativo di delegittimare il Di Pietro di allora e, per estensione, la magistratura di oggi.

Elucubrazioni e dietrologie. Chi crede alla teoria del complotto ha evidentemente una fiducia smisurata nelle capacità degli uomini. Mani Pulite esplose, e la Prima Repubblica implose, per una serie di fattori che vennero a coincidere nel tempo: primo fra tutti il logorio di una classe politica da troppo tempo al potere; poi, sì, anche la fine della guerra fredda; l’esasperazione di una classe imprenditoriale che era stufa di pagare tangenti e che per questo si mise in fila all’ingresso della Procura di Milano; e, ancora, l’abilità investigativa (perché sottovalutare anche questi aspetti?) di un formidabile poliziotto-magistrato che si chiamava Antonio Di Pietro. Tutto questo e molto altro ancora. Chi crede al complotto dimentica soprattutto che Mani Pulite decollò davvero solo dopo lo straordinario successo della Lega alle politiche dell’aprile 1992: e il successo di un movimento guidato da un uomo in canottiera che parla in dialetto e che aveva fatto due finte feste di laurea non è prevedibile, né tantomeno pianificabile, da nessuna Cia e da nessuna massoneria del mondo, neanche se imbarcata sul Britannia.

Dopo di che, succede che quando un cambiamento è in corso, molti cercano di indirizzarlo, di cavalcarlo, di gestirlo. E in questo le interviste di Molinari sono illuminanti. Intanto ci fanno capire che «gli americani» non sono un blocco monolitico. Semler, che stava a Milano, vedeva quel che tutti a Milano vedevano: e cioè che un uragano stava abbattendosi sull’Italia. Bartholomew - e ancor di più, prima di lui, Secchia da Roma la vedeva invece come la vedevano i politici romani: cioè non vedevano, chiusi com’erano (e purtroppo come sono ancora) nel loro mondo fuori dal mondo. Poi, a bufera scoppiata, si tentò di intervenire con realismo: e il realismo portava a capire che il tempo dei vecchi partiti era sì finito, che l’inchiesta contro la corruzione era sì stata un bene, ma che a quel punto bisognava evitare che il Paese fosse governato dalle Procure. Neppure i procuratori - almeno quelli non accecati - lo volevano.

Di tutto questo dovrebbero tenere conto gli ormai un po’ patetici ultrà pro o contro Mani Pulite. Così come fa sorridere la tesi del complotto a tavolino, fanno quasi tenerezza coloro che ancora oggi negano che la carcerazione preventiva fu usata come mezzo per ottenere confessioni. La verità è che tutti sapevano che Di Pietro interrogava come interrogava Tex Willer: ma a tutti, ai primi tempi, andava bene così. Poi è cominciata la stagione delle riflessioni.

Ecco. A questo dovrebbero servire le ricostruzioni storiche. A ragionare, a freddo, sul passato, per capire meglio il presente. Molti, in Italia, evidentemente non sono ancora pronti. Ma bisogna cominciare lo stesso.

(Da: La Stampa del 31 agosto 2012)

giovedì 30 agosto 2012

Finale ligure, Ricomporre Ipazia




L’assessorato alla Cultura del Comune di Finale Ligure in collaborazione con la Libreria Centofiori presenta

UN LIBRO PER L’ESTATE 2012

INCONTRI CON GLI AUTORI

venerdì 31 agosto
Piazzale Buraggi, lungomare di Finalmarina

Inizio ore 21.15

Silvia Aonzo, Betti Briano, Vilma Filisetti e Gabriella Freccero presentano:

Ricomporre Ipazia

Edizioni Tribaleglobale

Conduce Gloria Bardi

Umorismo ebraico a Genova





Domenica 2 settembre verrà celebrata anche a Genova, alla Sinagoga ed al Museo Ebraico, la tredicesima giornata Europea della Cultura Ebraica. Quella del 2012 sarà un'edizione particolare: il tema è infatti “L'umorismo ebraico”.

Il “saper ridere”, anche di sé e della propria condizione, è una peculiarità che si è sviluppata nel mondo ebraico nel corso dei secoli, a diverse latitudini e con caratteristiche differenti di luogo in luogo. L'umorismo è stato uno “stratagemma” che ha aiutato gli ebrei, talvolta privati di fondamentali diritti, quando non vittime di persecuzioni, a “sopravvivere psicologicamente”, a rimanere mentalmente integri di fronte a mille difficoltà e peripezie.

Perché ridere aiuta a rendere la realtà sopportabile, a vederne l'assurdità, e a ridimensionare il potere del prepotente di turno. L'ebraismo, cultura “libera” per eccellenza, ha dovuto ricorrere anche al riso quale sistema creativo per non cedere di fronte alle avversità: un'arma al contempo pacifica e vincente, e per questo particolarmente invisa alle tirannie e alle dittature di ogni tipo e colore che si sono succedute nella storia.

Presso i locali di via Bertora a Genova le celebrazioni prenderanno il via alle 10.45 con i saluti istituzionali, quindi alle 11.00 ci sarà “Ridere tra Cielo e Terra - L’umorismo nella tradizione ebraica”, conversazione con il Rabbino Capo di Genova Giuseppe Momigliano. Dalle 11.30 iniziano le visite guidate alle due sinagoghe, che andranno avanti fino al primo pomeriggio.

Alle 16.45, momento di intrattenimento con “Milé Debedichutà. Quando i rabbini raccontano storielle”, a cura del Rav Momigliano, a seguire, alle 17.00, “Risus abundat in ore judeorum – Risate e lacrime nella letteratura ebraica”, una conversazione con la giornalista e scrittrice Marina Morpurgo. Segue alle ore 18.00 una conversazione con Marco Salotti, ricercatore universitario, dal titolo “Marx, Lubitsch, Wilder e gli altri…”, con intermezzi dell’attore Pietro Fabbri.

Si conclude con un concerto di musica klezmer dei MusaMigrantEnsamble, con sonorità ebraiche e balcaniche.

mercoledì 29 agosto 2012

Ricordando i Quaderni piacentini 2




Come i Quaderni piacentini avevano in qualche modo prefigurato e poi accompagnato il '68, così la fine della "stagione dei movimenti" segna il declino e la fine della rivista, la cui storia davvero è stata "l'autobiografia di una generazione".

Giuseppe Muraca

Ricordando i Quaderni piacentini (seconda parte)

5.L’irruzione sulla scena politica del movimento studentesco ha messo in discussione il potere costituito, vecchie gerarchie politiche e culturali, valori e pregiudizi consolidati, sentimenti e comportamenti collettivi, cogliendo tutti di sorpresa, anche molti animatori delle riviste e dei gruppi politici della nuova sinistra, che avevano scommesso su una sollevazione delle classi subalterne e del proletariato industriale. Per il gruppo dei Quaderni piacentini la saldatura con il movimento degli studenti fu invece il risultato di un processo graduale, spontaneo, naturale. Non a caso in quel periodo le pagine della rivista furono aperte alla collaborazione diretta di alcuni dei maggiori leader del movimento studentesco italiano e tedesco (Luigi Bobbio, Guido Viale, Rudi Dutschke, Hans-J. Krahl), che divenne per diversi mesi il principale argomento del suo discorso teorico, politico e culturale. Però l’adesione degli animatori della rivista al nuovo soggetto politico non fu mai totale ed acritica. Si spiega così le reiterata polemica condotta nei confronti dell’estremismo ideologico, del settarismo e del dogmatismo delle frange meno irriducibili della contestazione e del nuovo ceto politico sessantottino, contro il primato della politica e l’ideologia del suicidio dell’intellettuale, tipico "del maoismo e del guevarismo caricaturali correnti per cui gli unici compiti rivoluzionari sarebbero predicare e operare".

Comunque il ’68 fu vissuto dagli animatori dei Quaderni piacentini come un momento di grande entusiasmo , in quanto il suo spirito antiistituzionale, antiautoritario e di rottura venne considerato una vera e propria rivoluzione culturale e antropologica, generata da una forte domanda di radicale cambiamento, da un nuovo modo di considerare il ruolo dell’intellettuale, di concepire la politica e di fare politica. Tanto è vero che in quel periodo intorno alla rivista si aggregò un collettivo di giovani studiosi e di ricercatori che ha senza dubbio offerto un contributo determinante allo studio, all’analisi e all’interpretazione dei movimenti di massa della fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta, con una serie di materiali di prima mano e di interventi interdisciplinari (saggi, interviste, corsivi, recensioni, ecc.) che rimangono ancora oggi un punto di riferimento indispensabile per la comprensione di quel singolare momento politico. E i contributi di L. Bobbio, G. Viale, V. Rieser, C. Donolo, F. Fortini, C. Cases, E. Fachinelli, S. Bologna, E. Masi, F. Ciafaloni ecc., di fatto devono essere considerati tra le analisi e le interpretazioni più originali e più suggestive prodotte in quel periodo dalla nuova sinistra italiana e internazionale. E sia per la quantità e la qualità dei materiali che per la sua spregiudicatezza e l’anticonformismo, la rivista piacentina divenne in quel periodo l’organo più rappresentativo e più letto della nuova sinistra italiana, raggiungendo in alcuni momenti una tiratura di 15-16 mila copie. Occorre però ricordare che proprio durante il ’68 l’impostazione dei Quaderni piacentini subì una sostanziale modifica, nel senso che i direttori della rivista, per effetto del clima politico dominante, decisero di abolire tutte le rubriche e di interrompere la pubblicazione di testi poetici, privilegiando l’analisi teorica e politica, per cui la rivista incominciò a perdere la sua ricchezza e la sua vivacità, quel taglio militante, spregiudicato e anticonformista che era stato in precedenza il suo tratto caratteristico: una tendenza, questa, che si accentuerà nel corso degli anni successivi.

6.Come è noto, a partire dal ’68 la lotta politica dall’Università si estese progressivamente all’intera società, un fenomeno che ha caratterizzato per alcuni anni la situazione politica italiana. Ma con la nascita dei primi partiti della sinistra extraparlamentare gli animatori della rivista incominciarono a prendere tempestivamente le distanze dalle avanguardie politiche nate dallo sviluppo del movimento studentesco, anche se molti di loro aderirono ad alcuni gruppi (per esempio, Bellocchio si avvicinò a “Lotta continua” – che è stata l’organizzazione postsessantottina più libertaria e antidogmatica – e diresse per un po’ di tempo l’omonima testata subendo addirittura un processo, da cui però ne uscì prosciolto). E questa scelta la distingue nettamente dagli altri periodici della nuova sinistra sopravvissuti agli anni sessanta e dai partiti extraparlamentari, che le affibbiarono il nomignolo di grillo parlante. Ma come hanno spiegato in seguito Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, "La nostra scelta è stata non di sposare un gruppo ma un’era, e non di seguire da vicinissimo l’evoluzione dei gruppi in cui il movimento si è diviso. C’è da dire che il problema dell’organizzazione l’abbiamo sempre un po’ snobato, per aver assorbito organicamente ormai, il rifiuto del partito tradizionale, secondo un’ottica di tipo luxemburghiano" . Quindi, a ben vedere, non si è trattato di una semplice trovata estemporanea ma di un atteggiamento politico coerente, fedele all’originaria ispirazione movimentista, spontaneista, libertaria della rivista, anche se, d’altro canto, occorre considerare che il bisogno di costruire un’organizzazione rivoluzionaria nasceva da un’esigenza reale, e innanzitutto dalla necessità di evitare la dispersione delle energie e delle potenzialità politiche espresse dal movimento studentesco, e di reagire e di rispondere in maniera compatta alla politica repressiva e poliziesca messa in atto dagli apparati statali e dal sistema dei vecchi partiti di governo, e alla “strategia della tensione” operata dalla destra, dai servizi segreti deviati e dalle componenti più conservatrici del vecchio regime democristiano. Non a caso nella prima metà degli anni settanta l’attenzione della rivista non si concentrerà sull’attività dei gruppi, che nonostante le tanto decantate novità ricalcavano formule teoriche e organizzative obsolete, vecchie ortodossie e parole d’ordine ormai superate, bensì sui nuovi fenomeni politici e sociali (lotte di massa, terrorismo, femminismo, ecc.), sulla riflessione teorica, sulla crisi economica e sul nuovo ordine mondiale.

Intanto con il n. 43 (apr. 1971) si era ufficialmente costituito un “Comitato di direzione”, peraltro già operante da tempo, di cui facevano parte, oltre ai tre precedenti direttori della rivista (P. Bellocchio, G. Cherchi, G. Fofi), L. Baranelli, B. Beccalli, F. Ciafaloni, C. Donolo, E. Masi, M. Salvati e F. Stame, che reggerà, con alcuni cambiamenti (bisogna ricordare che con il n. 60-61 Edoarda Masi ha abbandonato la direzione della rivista, mentre ne entreranno a far parte A. Berardinelli e G. Jervis), le sorti della rivista fino alla conclusione della sua attività. Si chiude qui il periodo eroico e più rappresentativo della rivista e inizia la fase discendente della sua attività, quella del suo lungo ma onorevole declino. Beninteso, anche nel successivo decennio i Quaderni resteranno di gran lunga la rivista più importante, più coerente e rigorosa della nuova sinistra, ma da quel momento essa tenderà sempre più "ad accademizzarsi, a farsi di più difficile lettura" . Ne deriva che il suo discorso assume un taglio molto specialistico, astratto e dottrinario, mentre i fascicoli cominciano ad uscire a cadenza semestrale e sono in gran parte composti da lunghi saggi di analisi economica, sociologica, teorica, ecc., dato che ai fenomeni prettamente culturali, all’attività letteraria e cinematografica viene ormai riservato uno spazio abbastanza limitato. Proprio per questo motivo ritengo che nella prima metà degli anni settanta la parte più incisiva e significativa della rivista non sia rappresentata dai vari saggi di Salvati, Stame, Donolo, Ciafaloni, ecc., bensì dalle poche traduzioni, dai sempre più rari articoli di Fortini, di Cases, di Solmi e della Masi, e dalle recensioni di P. Bellocchio, di Fofi, di Raboni, Berardinelli, di Majorino.

7.Nella seconda metà degli anni settanta (con qualche segnale già a partire dal 1973, anno della crisi petrolifera) si è via via affermato, a livello nazionale e internazionale, un nuovo clima politico, in coincidenza della graduale caduta della tensione politica, dei valori e degli ideali che avevano alimentato i movimenti radicali degli anni sessanta e dei primi anni settanta e la stessa attività della rivista. La politica di unità nazionale e la linea dell’austerità produssero di fatto una ventata di restaurazione e l’abolizione degli spazi politici aperti dalle grandi lotte di massa durante il passato decennio. E’ uno dei momenti più difficili della storia del nostro paese durante il quale si accentuano il degrado morale e politico e la crisi del marxismo, del comunismo e della sinistra, vecchia e nuova. Malgrado le numerose difficoltà oggettive, i Quaderni piacentini sembrano però ritrovare un certo mordente e una relativa incisività, con la pubblicazione di alcuni dei numeri più densi del loro intero percorso, contrassegnati da alcuni importanti dibattiti (sulla crisi e sulla prospettive della nuova sinistra, sul ruolo della letteratura nella società tardocapitalistica, sulle leggi liberticide e lo stato, sul garantismo e il ruolo della giustizia, sul terrorismo, ecc.) in cui l’alto livello teorico si coniuga spesso con la lucidità e con un’intensa passione e tensione civile e politica. Nel 1977 venne peraltro fondata la piccola casa editrice Gulliver, che accompagnerà l’attività della rivista nei tre anni successivi, anche se questo progetto era stato anticipato alcuni mesi prima con la pubblicazione, a cura degli stessi Quaderni piacentini, dell’ultimo libro di Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), rifiutato dagli editori . Si veniva così realizzando un vecchio progetto che Piergiorgio Bellocchio e gli animatori della rivista inseguivano da quasi un decennio. Tuttavia col n. 74 (apr. 1980) essi decisero di sospenderne la pubblicazione, mettendo fine al maggior tentativo attuato in Italia da un gruppo di intellettuali radicali di autogestire la propria attività culturale, di realizzare un progetto politico e culturale alternativo sia alla moderna industria culturale che alla sinistra storica.

8.Nell’aprile del 1981 ebbe inizio la seconda serie dei Quaderni piacentini, malgrado il disaccordo di una parte del vecchio comitato direttivo, ormai convinta che la rivista avesse definitivamente esaurita la sua funzione innovativa e di stimolo. A pubblicarla è l’editore Franco Angeli. La nuova direzione è inizialmente composta da P. Bellocchio, che seppure controvoglia decide di conservare il ruolo di direttore responsabile, B. Beccalli, A. Berardinelli, G. Cherchi, G. Jervis, M. Salvati e F. Stame. Mancano quindi i nomi di F. Ciafaloni, dimessosi col n. 74 per disaccordi sui criteri di gestione della rivista, di L. Baranelli e C. Donolo, che non collaboreranno più alla redazione dei Quaderni (In seguito si aggiungeranno i nomi di M. Flores, G. Lerner, F. Moretti, R. Moscati e S. Nespor). La rivista riprende il suo cammino sotto il segno del dubbio e dell’incertezza, apertamente manifestati sin dalle parole iniziali della presentazione del primo numero: "Se ci sia spazio per una rivista dichiaratamente ideologia della nuova sinistra, non lo sappiamo. Questa è scommessa sulla quale i Quaderni piacentini ripartono" . In sostanza, due sono i principali propositi che si pone la direzione: quello di rilanciare la rivista partendo dalla rifondazione del marxismo e degli strumenti teorici, e di seguire con maggiore attenzione i processi economici politici e sociali in atto, i "fenomeni culturali, espressivi, di costume" . Ma, a dispetto delle buone intenzioni, la rivista non riesce a rigenerarsi, cioè stenta a venir fuori dalle difficoltà, dalle contraddizioni e dal processo di profondo declino e di disorientamento che ha interessato negli anni ottanta l’intera sinistra (ma d’altro canto non era un compito molto facile dato che a venir meno e a crollare è stata un’intera cultura, una particolare visione del mondo, della vita e della storia, una concezione del marxismo come sistema teorico e politico totalizzante). In linea generale, nei primi anni ottanta il discorso della rivista prosegue sulla stessa scia degli ultimi anni settanta, anche se è sbagliato considerare quest’ultima fase una semplice appendice della prima serie. Però non c’è dubbio che i Quaderni hanno ormai perso la spregiudicatezza, il mordente e l’incisività dei tempi migliori, tanto è vero che a risaltare maggiormente è un perdurante senso di disorientamento, di incertezza, di stanchezza e di disincanto, che rimane la nota dominante degli articoli e delle recensioni dei vecchi animatori del periodico, che nel frattempo si erano impegnati a costruire nuovi progetti culturali. Con la pubblicazione del 15° numero la pubblicazione della rivista viene infatti sospesa definitivamente, con grande rammarico dell’editore, dato che i Quaderni piacentini, con le sue 5 mila copie di tiratura, era di gran lunga la rivista più venduta del suo catalogo.

9.Come si è visto i Quaderni piacentini hanno attraversato un ventennio (o poco più) cruciale della storia del nostro paese, durante il quale esso ha conosciuto un tumultuoso, dirompente e radicale processo di trasformazione e di modernizzazione, e si sono manifestati ed esauriti definitivamente culture, valori ideali, eventi collettivi e movimenti politici e sociali di singolare portata (marxismo, nuova sinistra, ’68, autunno caldo, il femminismo, il ’77). Da questo punto di vista l’itinerario della rivista ha rappresentato proprio la parabola di una generazione di intellettuali che dopo aver vissuto un periodo di entusiasmo e di illusioni hanno dovuto fare i conti con la sconfitta e il tracollo del loro progetto politico, delle loro istanze di cambiamento e dell’intera sinistra.

Ma qual è stato il ruolo svolto dalla rivista nell’ambito del contesto storico, culturale e politico del suo tempo, del marxismo critico ed eterodosso e della nuova sinistra? Se si esclude qualche rara eccezione, il giudizio degli studiosi a questo proposito è stato in genere abbastanza limitativo; ma a mio modesto parere si tratta di un’opinione abbastanza opinabile. Certo, agli inizi l’influenza dei Quaderni piacentini (e delle altre riviste della nuova sinistra) sul contesto culturale del tempo è stato abbastanza modesto e circoscritto a ristrette minoranze politiche e intellettuali, ma nel corso degli anni sessanta la sua importanza è andata man man crescendo fino ad assumere alla fine di quel decennio e nei primi anni settanta un ruolo di primo piano.

Come già si è avuto modo di dire, la rivista non ha mai seguito una vera e propria linea politica, ma ha voluto essere ed è stata principalmente, almeno nei migliori momenti, una rivista di dibattito su cui si sono confrontati e contrapposti, a volte con durezza, liberamente e in maniera spregiudicata, tendenze, opinioni e punti di vista diversi legati però da una comune prospettiva di radicale cambiamento dell’orizzonte umano, sociale e politico. In alcuni momenti le polemiche interne hanno incrinato i rapporti personali fra alcuni redattori, ma ciò non ha impedito che la rivista proseguisse la sua attività. Ma allora quale è stato il segreto della longevità, del successo e della fortuna dei Quaderni? A questa domanda Piergiorgio Bellocchio ha risposto spiegando che ciò che ha reso possibile un’impresa del genere è stato una sorta di evento miracoloso. Senza voler negare il verificarsi di certi eventi fortuiti, bisogna considerare che in realtà i veri fattori furono altri: la posizione geografica della città di Piacenza, che si trova al centro dell’area economicamente e culturalmente più avanzata dell’Italia settentrionale e vicino a importanti centri come Milano, Torino, Genova, Firenze, Bologna e Venezia, il sostegno ricevuto da intellettuali come Fortini, Cases, Edoarda Masi, Danilo Montaldi, Giovanni Pirelli, il fiuto, l’intelligenza, l’umiltà, la perseveranza e l’instancabile impegno dimostrati e profusi dal gruppo degli animatori della rivista, "che era quanto di meno carismatico, di più lontano da ogni traffico politico, universitario e d’industria culturale si possa immaginare".

Per tutta la durata della prima serie la rivista fu interamente finanziata e autogestita dai suoi fondatori, e soltanto dal 1972 la diffusione venne affidata a un distributore professionista. E questo ha permesso al gruppo dei Quaderni di conservare nel corso del suo intero percorso la totale autonomia politica e culturale, la massima indipendenza intellettuale e morale. Le riunioni redazionali furono ridotte al minimo, e le varie fasi dell’attività della rivista venivano curati direttamente dai suoi animatori, tra cui esisteva una totale sintonia. Il compito più delicato e oscuro venne svolto da Grazia Cherchi che si assunse l’ingrato compito di curare i rapporti (non sempre facili) coi collaboratori, mentre Piergiorgio Bellocchio si interessò dell’aspetto amministrativo e della distribuzione. La cooptazione di Goffredo Fofi contribuì ad allargare e consolidare i collegamenti con alcuni ex redattori dei Quaderni rossi e certi leader del movimento studentesco torinese. Quindi, nel periodo eroico l’impresa culturale della rivista gravò per intero sulle spalle del triunvirato. "Facevamo tutto da soli - ha dichiarato successivamente Piergiorgio Bellocchio - dalla redazione alla tipografia, alla distribuzione. Giravo l’Italia con il baule della macchina pieno di pacchi della rivista, andavo personalmente dai librai per convincerli a metterla in vetrina. All’inizio era dura. Ma in poco tempo arrivammo a 4-5 mila copie di vendita. Un vero miracolo".

Quello dei Quaderni piacentini fu quindi un sodalizio intellettuale e politico basato su un intenso rapporto di amicizia e su una stima reciproca, supportate e alimentate da un grande entusiasmo e da una passione ideale, civile e politica non comuni, che sono in fondo i sentimenti che animano tutti coloro che sono convinti che il loro impegno possa servire a una causa giusta, a far crescere un progetto collettivo, magari a cercare la verità. E ciò spiega perché i due intellettuali piacentini abbiano dedicato alla rivista i migliori anni della loro vita. Ma di quella lunga e faticosa esperienza alla fine che cosa è rimasto? Un fondo di amarezza e di rimpianto, un grande senso di delusione, di solitudine e d’impotenza per la sconfitta subita, per la fine di una grande illusione, di un sogno. "Guardandomi alle spalle - ha dichiarato infatti Grazia Cherchi - vedo solo una serie di fallimenti: se tornassi indietro prenderei strade diverse… Non dedicherei a una rivista 20 anni della mia vita." Ma anche un certo che di orgoglio, e la convinzione di aver dato vita e partecipato ad un’esperienza straordinaria, ad un’avventura intellettuale che ha segnato un’intera stagione e che è diventata l’autobiografia di una generazione.

(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)

martedì 28 agosto 2012

Ricordando i Quaderni piacentini



Leggere Quaderni piacentini segnò per noi il passaggio immaginario dall'adolescenza alla maturità. Diciottenni, ci parve di essere diventati adulti. Ce li aveva fatti conoscere il dottor Fontana, singolare figura di medico-libraio, gestore della Libreria dello studente. E così un giorno partimmo per Piacenza nella cinquecento di Valentino Campi per proporre un articolo (che non uscì mai). Era autunno avanzato, faceva freddo e c'era nebbia, ma eravamo felici come bambini.

Giuseppe Muraca

Ricordando i Quaderni piacentini (prima parte)


Ho avuto cattivi maestri. / E’ stata una buona scuola. (Arnfrid Astel, Sguardo retrospettivo)

1.È veramente strano che una rivista così importante come i Quaderni piacentini non abbia ancora trovato da parte degli studiosi e degli storici l’attenzione e la considerazione che merita. Certo se ne è parlato abbastanza spesso, ma quasi sempre in maniera riduttiva e generica; e se si escludono il volume curato a caldo da Giovanni Bechelloni, gli studi di Attilio Mangano e altri sporadici contributi , nessuno ha avuto ancora il coraggio e la forza di assumersi l’impegno, per la verità non facile, di studiarla e di analizzarla nei suoi vari aspetti e addentellati nel quadro della cultura del suo tempo. Certo le difficoltà e gli ostacoli da superare sono tanti (la longevità e la complessità dell’impresa, la selvaggia e indiscriminata falsificazione e rimozione attuate dal potere e dalla cultura dominante del pensiero marxista e della stagione dei movimenti collettivi, la difficoltà pratica ad accedere ai documenti dell’archivio, che di fatto coincide con la casa di Piergiorgio Bellocchio… Senza contare il fatto che ancora oggi sulla rivista pesa la sconfitta della nuova sinistra e che essa rappresenta per molti dei suoi protagonisti e dei suoi lettori più appassionati un groviglio di esperienze umane e intellettuali, da cui si sentono ancora coinvolti emotivamente, moralmente e politicamente, cioè che non sono riusciti a superare del tutto, a lasciarsi alle spalle, a metabolizzare. Però c’è da augurarsi che il recente incontro, che si è tenuto a Piacenza il 20 marzo scorso , serva a smuovere l’interesse e l’attenzione su una rivista che, a mio modesto parere, non deve essere semplicemente considerata “la più rappresentativa della nuova sinistra italiana” (come sovente viene ripetuto), bensì una delle imprese intellettuali, uno dei periodici più importanti della cultura italiana del ’900. E basta scorrere gli indici dei numeri della rivista e l’elenco dei nomi dei tantissimi collaboratori, per rendersene conto.

2. La genesi dei Quaderni piacentini coincide con un periodo particolare della storia politica e sociale del nostro paese, cioè con gli anni del cosiddetto boom economico, dell’avvento della civiltà neocapitalistica, delle grandi migrazioni di milioni di contadini dal mezzogiorno e dalle aree più depresse verso le città e le fabbriche del nord, con gli anni dell’espansione della produzione industriale, del mercato, dei consumi, con la rapida affermazione della moderna industria culturale (Rai Tv, cinema, giornali, editoria, ecc.) che contribuirono alla radicale trasformazione dei costumi, dei comportamenti, dell’atteggiamento mentale e degli stili di vita degli Italiani e delle giovani generazioni in particolare, cioè al decollo della cosiddetta società di massa, caratterizzata da quella rivoluzione antropologica su cui ha insistito così tanto Pasolini negli ultimi 15 anni della sua vita e della sua multiforme attività intellettuale . In sostanza, l’Italia stava entrando a tutti gli effetti nel gruppo dei paesi più industrializzati del mondo ed il suo tessuto economico e sociale veniva interessato da profonde mutazioni.

Proprio all’inizio degli anni sessanta, in pieno “miracolo economico”, nacquero le prime riviste del marxismo critico, con la dichiarata intenzione di fondare una nuova cultura, un nuovo pensiero marxista su basi classiste e rivoluzionarie, attraverso un serrato confronto con le scienze umane (sociologia, antropologia, psicoanalisi, ecc.), per lungo tempo rimosse dall’orizzonte culturale italiano. Nella prima metà del 1961 furono “Rendiconti” (1961-77) di Roberto Roversi e i Quaderni Rossi (1961-65), fondati e diretti da Raniero Panzieri, ad aprire quella nuova stagione politica e culturale, seguite subito dopo dai Quaderni piacentini (1962-1984), e poi via via da Giovane critica (1963-1973) Classe operaia (1964-67), il corpo (1965-68), Nuovo impegno (1965-77) e Classe e Stato (1965-68), per ricordare soltanto le più diffuse e le più rappresentative. Alla guida di quei periodici c’erano dei piccoli gruppi di giovani intellettuali militanti che, dopo la lacerante crisi dello stalinismo e del togliattismo, intendevano rinnovare la cultura italiana e imprimere una svolta alla politica riformista della sinistra storica, che peraltro si era sempre più burocratizzata e allontanata dai bisogni e dalle istanze delle classi subalterne, e avviare un discorso di rottura, scegliendo in maniera consapevole di operare quasi clandestinamente, ai margini o completamente al di fuori dei circuiti culturali e politici tradizionali e della moderna industria culturale.

"Eravamo figli del '56", ha scritto infatti tanti anni orsono l’allora fondatore e direttore di Giovane critica . "Muovemmo i primi passi in un rifiuto furibondo dell’esperienza staliniana. Ci parve di dover tornare a Marx, alle fonti, come sempre accade quando una cultura ne aggredisce un’altra. E noi aggredimmo il “realismo all’italiana”, lo storicismo, M. Alicata e la politica culturale da lui interpretata, il centro-sinistra che ci parve divisione vigliacca del movimento operaio, il Comitato centrale del Pci, le “vie nazionali”… Le Riforme". Sono parole che per la loro esemplarità bene si adattano a definire il profilo di una nuova generazione di intellettuali radicali che tra il luglio sessanta, la caduta del governo autoritario guidato da Tambroni, la rivolta di Piazza Statuto a Torino del luglio ’62 e la formazione del centro-sinistra, stava maturando, in opposizione ai valori dominanti, alle illusioni e ai miti diffusi dal sistema neocapitalistico e dalla società dei consumi, le proprie scelte politiche e culturali e che ha fatto proprio della rivista lo strumento privilegiato di intervento e di dibattito con la prospettiva di un radicale rinnovamento della società contemporanea.

3. Il primo numero dei Quaderni piacentini uscì a marzo del 1962, ciclostilato; come pure il secondo, apparso il mese successivo. A fondare la rivista furono due giovani radicaleggianti appartenenti alla borghesia piacentina, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi (entrata ufficialmente nella direzione con il n. 16), che tra il 1958 e il ’60, insieme ad Augusto Vegezzi e ad un gruppo di giovani studenti (formato da ex comunisti, radicali, socialisti delusi, anarchici, ecc.), nella loro sonnolenta città avevano dato vita al circolo culturale Incontri di cultura. Quella esperienza ebbe una particolare importanza per la loro formazione e la loro maturazione culturale e politica, dato che gli offrì la possibilità di conoscere e di frequentare scrittori e studiosi del calibro di Vittorini, De Martino, Paci, Dolci e Fortini. Specialmente il rapporto con l’autore di Dieci inverni, pubblicato appena qualche anno prima , fu senza dubbio determinante per la fondazione e l’indirizzo della rivista: tra Fortini – che dopo quasi un decennio di militanza aveva ormai rotto definitivamente i legami con il PSI e l’ala modernizzante di Ragionamenti – e il gruppo piacentino vi furono, tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, vari incontri e scambi culturali che sfociarono ben presto in un vero e proprio rapporto di collaborazione. In realtà il loro dialogo non fu mai molto semplice (e basta leggere le posteriori testimonianze di alcuni dei maggiori protagonisti - Bellocchio, Fofi, Berardinelli, - per rendersene conto), ma è indubbio che nei primi anni di attività della rivista le indicazioni e i consigli di Fortini ebbero un peso davvero considerevole, tanto che il suo documento ciclostilato del ’61, da lui inviato a vari gruppi giovanili operanti nel nord Italia e poi intitolato Lettera ad amici di Piacenza , può essere considerato a tutti gli effetti l’atto di fondazione della rivista, fino ad assumere col tempo un valore quasi simbolico. Di fatto si tratta di uno dei saggi più densi e più lucidi di Fortini, in cui insieme ad una durissima critica del boom economico, dell’industria culturale e del nascente centro-sinistra (definito operazione Gattopardo), avanza una serie di proposte di lavoro, di suggerimenti di carattere etico, culturale e politico che per un certo periodo diventeranno l’asse portante del discorso della rivista. Ma per l’orientamento teorico e politico dei direttori dei <> una considerevole importanza ebbero anche l’incontro con Raniero Panzieri, caldeggiato dallo stesso Fortini e avvenuto dopo i fatti di Piazza Statuto, e la conoscenza di Danilo Montaldi, che però non ha mai collaborato direttamente all’attività della rivista. Oltre alla durissima critica della società neocapitalistica, del centrosinistra, del regime sovietico e della strategia della coesistenza pacifica allora in voga, ciò che accomunava personalità così diverse era l’adesione alle aspirazioni e alle istanze autonome e libertarie delle classi subalterne, alle esperienze del comunismo di sinistra e consiliare, basate sulla democrazia di base e sulla partecipazione diretta delle masse, in netta contrapposizione all’assetto burocratico dei gruppi dirigenti della sinistra ufficiale.

4. Il primo decennio di attività è stato senza dubbio il periodo più innovativo e più incisivo della rivista. All’inizio i Quaderni piacentini non si discostavano molto da quelle rivistine prodotte dai circoli culturali giovanili ed ebbero una diffusione abbastanza limitata, di tipo amicale; ma essi si caratterizzarono subito per il loro piglio antiaccademico, antidogmatico e spregiudicato, per il loro discorso eclettico e articolato che spaziava su vari campi (da quello teorico-politico a quello letterario, dalla critica cinematografica a quella di costume, ecc.), per le loro significative aperture internazionali e per il tono battagliero del loro orientamento politico che malgrado la vena un po’ goliardica è sin dall’inizio abbastanza netto. Vogliamo che questo sia un foglio di battaglia, si legge infatti nell’editoriale del primo numero, portata non solo all’esterno ma anche all’interno. Ospiteremo testimonianze e opinioni anche contrastanti purché impegnate, vive, serie. E vorremmo infine provare che serietà non è necessariamente solennità e astrattezza. Si può e si deve essere seri senza essere noiosi. Con allegria" . In sostanza, l’intenzione dei direttori era quella di fare della rivista un organo di battaglia e di dibattito politico e culturale, con un’attenzione particolare rivolta ai giovani, con il proposito di sollecitarli ad una "maggiore presenza e partecipazione" . E questo è un dato tutto sommato significativo, nel senso che i Quaderni piacentini intendevano caratterizzarsi come una rivista fatta da giovani e rivolta ai giovani, che si sforzava di esprimere una nuova sensibilità, un atteggiamento radicale, una nuova consapevolezza politica e culturale, nuove forme di scrittura e di comunicazione politica e culturale. Da questo punto di vista particolarmente incisive sono le varie rubriche di cui era corredata la rivista e che attirarono subito l’attenzione dei lettori: “La loro Italia” (poi “Cronaca italiana”), “Libri da leggere e da non leggere”, “Il franco tiratore”, e quella di critica cinematografica, tenuta dapprima saltuariamente da Piergiorgio Bellocchio e poi, a partire dal 1965, da Goffredo Fofi (che nel 1966, di ritorno dalla Francia, venne chiamato a far parte della direzione della rivista), e da lui proseguita numero dopo numero fino alla conclusione della prima serie della rivista. Si tratta in gran parte di note di critica sociale, culturale e di costume, di recensioni, di invettive, di velenose stroncature, di corsivi, interamente redatti dai direttori della rivista e scritte in uno stile secco, sferzante, tagliente, spesso sarcastico e corrosivo, e animate da un forte spirito polemico e di denuncia, da un’inconsueta intransigenza morale e politica. Era una vera e propria campagna di controinformazione su temi e avvenimenti legati all’attualità e trascurati dalla RAI-TV, dalla stampa di regime e della stessa sinistra ufficiale, in cui si prendevano di mira l’establishment, miti, valori e pregiudizi dominanti, un certo cattolicesimo bigotto, la morale conformista e perbenista, la logica edonistica produttivistica e consumistica della società capitalistica, le ingiustizie perpetrate dai padroni e dagli apparati statali (forze dell’ordine, tribunali, ecc.). E a farne le spese furono davvero in tanti: mostri sacri come Moravia e Pasolini, rei di essersi compromessi con l’industria culturale, il gruppo ’63, cantore della modernizzazione capitalistica, intellettuali e dirigenti politici della cosiddetta "sinistra rispettosa", la Fiat 600, giudicata difettosa ed estremamente pericolosa, l’anticomunismo viscerale e il filoamericanismo de Il Mondo di Pannunzio, la cui fine viene salutata con un grande sospiro di sollievo, la miscela pseudorivoluzionaria della rivista Quindici, l’ultimo parto della neovanguardia, ecc. Di certo oggi alcuni giudizi appaiono troppo perentori, severi e sommari, ma allora spesso coglievano nel segno, tanto che a volte suscitavano l’immediata risposta e la reazione spropositata di alcuni interessati che bombardavano i direttori della rivista di lettere piene di acredine e di risentimento (e ci fu persino qualcuno che addirittura li querelò), con strascichi polemici che talvolta provocavano l’inevitabile rottura fra le parti e inimicizie che durano tuttora.

Comunque, i Quaderni piacentini per un paio d’anni rimasero in parte ancorati alle radici provinciali e piacentine, ma a partire dal 1964 conobbero un vero e proprio salto di qualità diventando ben presto il principale laboratorio politico-culturale, la più originale, la più ricca e la più problematica rivista della nuova sinistra italiana. Grazie all’incontro di varie esperienze e all’apporto di nuovi collaboratori, nei tre anni successivi gli animatori dei Quaderni riuscirono a coniugare e a integrare in maniera organica e coerente le varie tendenze del marxismo critico (operaista, francofortese, materialistica, ecc.), ospitando gli importanti contributi di R. Solmi, F. Fortini, C. Cases, V. Strada, A. Vegezzi, L. Amodio, S. Bologna, S. Timpanaro, R. Panzieri, V. Rieser, con l’analisi della condizione dello scrittore e della letteratura nella società neocapitalistica (F. Fortini, A. Asor Rosa, M. Isnenghi), la battaglia per una nuova arte cinematografica (P. Bellocchio, G. Fofi) accompagnata da testi critici e creativi di alcuni dei più importanti poeti contemporanei (B. Brecht, G. Cesarano, G. Majorino, G. Giudici, V. Sereni, F. Fortini, G. Raboni, R. Roversi, H. M. Enzensberger, ecc.), la trattazione critica dei più significativi avvenimenti politici, riguardanti la nuova sinistra americana e la lotta antirazziale in USA (R. Solmi, H. Draper, D. Georgakas, St. Carmichael), la lotta anticoloniale nei paesi del terzo mondo e in America latina (V. De Tassis, F. Fanon) e la rivoluzione culturale cinese (E. Masi), con l’informazione sulle nuove correnti della psicoanalisi, sul movimento dell’antipsichiatria e le dialettiche della liberazione (H. Marcuse, G. Jervis, E. Fachinelli), ecc. ecc.

Non è affatto semplice rendere conto della complessa attività svolta in quel periodo dalla rivista piacentina, ma è importante sottolineare che essa coprì un vuoto politico e culturale reale, espresse un effettivo bisogno di novità, riuscendo a suscitare l’interesse e ad influenzare una massa sempre più ampia di giovani intellettuali e militanti, raggiungendo una tiratura sempre più elevata e riscuotendo un successo davvero raro per un periodico così fatto. Non è un caso se durante la seconda metà degli anni sessanta i Quaderni piacentini, insieme alle altre riviste giovanili e ai gruppi del marxismo critico ed eterodosso, contribuirono con la loro attività a creare e a diffondere un nuovo patrimonio di idee, una nuova cultura, un atteggiamento radicale e conflittuale, a raccogliere e ad esprimere quel senso di ribellione esistenziale, morale e politica che proveniva da ogni parte del nostro paese e del mondo intero, quello spirito antagonistico e innovativo che interessò e coinvolse masse sempre più ampie di intellettuali radicali e di giovani militanti, ad allargare l’area del dissenso nei confronti della società opulenta e della politica riformistica del centro-sinistra e a preparare il terreno all’affermazione di un nuovo clima politico che raggiunse il suo culmine durante il sessantotto e l’autunno caldo.

continua


(Dal bel sito di Attilio Mangano: 
http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)

lunedì 27 agosto 2012

I Monti Sibillini: le montagne magiche dove il sacro è femminile




Un'Italia misteriosa e senza tempo che tramanda il ricordo di un mondo in cui il sacro era patrimonio esclusivo delle donne.


Marino Niola

Le magiche montagne. Profetesse, fate e sante. Le Signore dei Sibillini



Ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. L’ apocalittico monologo finale di Roy Batty, il replicante di Blade Runner, poteva essere pronunciato qui. A cavallo tra Umbria e Marche, sulle alture vertiginose dei Monti Sibillini, che pinzano la spina dorsale d’ Italia come una gigantesca molletta, che tiene insieme oriente e occidente.

Siamo tra il favoloso monte della Sibilla, le paurose gole dell’ Infernaccio e le acque tempestose del Lago di Pilato illuminate a giorno dalle folgori e perennemente spazzate dai venti. In cima a queste vette, infatti, sarebbe arrivato nel Medioevo l’ eroe germanico Tannhäuser per bussare alle porte di Venere. Che si era fatta un regno nelle viscere di queste misteriose montagne. Era il mitico Venusberg, un eden della lussuria custodito da una corte di fate, ninfe e uomini bestia. Totalmente invisibile ai comuni mortali. Per entrarci bisognava superare un percorso a ostacoli alla Indiana Jones. Dopo il buio impenetrabile dell’ ingresso si veniva trascinati da un vortice di vento, subito dopo bisognava passare su un ponte a lama di rasoio sospeso su un orrido senza fondo. Giusto per finire tra le fauci di due dragoni. Lo racconta nel Quattrocento lo scrittore francese Antoine de la Sale nel celebre Paradiso della regina Sibilla, che fa da modello al personaggio reso immortale da Richard Wagner.

Ci troviamo nel cuore dell’ Italia magica di cui si favoleggiava in tutta Europa e che attraeva schiere di visitatori illustri che venivano a scrutare in queste viscere della storia per ritrovare gli dèi in esilio. I numi pagani che il cristianesimo aveva trasformato in demoni, condannandoli a una vita da larve, da fantasmi, da tristi ombre del passato. Dalla Circe omerica, che stringe gli uomini nei suoi lacci amorosi, alla Sibilla Porrina, consigliera di Numa Pompilio, dalla maga Alcina dell’ Orlando Furioso alla fata Morgana, la sorella incestuosa di Re Artù. Queste donne fatali hanno abitato tutte su queste balze incantate che portano il segno indelebile della loro magia. Ma in realtà si tratta di nomi diversi per una stessa forza tellurica, un’ arcana potenza femminile che governa questa terra grandiosamente epifanica. Una rete energetica che ha contribuito a costruire la mitologia di queste altezze da sparvieri dove le folgori sono di casa, proprio come i raggi B.

È il posto ideale per un trekking nella leggenda. Per fare bungee jumping negli abissi dell’ immaginario. In quell’ oscurità del tempo fatta di stregoneria, negromanzia, profezia. Nona caso maghi e streghe salgono da sempre alla grotta della Sibilla per consacrare i loro libri d’ incantesimi nelle notti di tregenda, illuminate dai sinistri bagliori delle porte di ferro della sua spelonca che sbattono senza posa. In questo sancta sanctorum della divinazione pagana sarebbe stato ritrovato il Libro del comando, sogno di ogni specialista dell’ occulto. A scoprirlo fu Cecco d’ Ascoli, alchimista, indovino e profeta messo al rogo dall’ inquisizione nel 1327. Sceso per caso nell’ antro in cerca di un tesoro, trovò invece un volume polveroso. Appena lo ebbe tra le mani gli apparvero dei folletti che si misero ai suoi ordini. Da allora l’ intraprendente indagatore delle forze della natura divenne costruttore di ponti, letteralmente pontefice, sia pur diabolico. Si dice che li facesse spuntare dal nulla nel volgere di una notte, di tempesta of course, con l’ aiuto dei suoi servi folletti.

Il grande Benvenuto Cellini, altro illustre testimonial della fama energetica sibillina, confermava che il luogo ideale per caricare di ultrapoteri un libro magico sta tra i monti impervi di Norciae di Cascia.E per un risultato ancora più sicuro gli abecedari di incantesimi dovevano essere bagnati nel lago di Pilato. Due occhi di vetro trasparente a duemila metri di altezza spalancati ipnoticamente sull’ infinito. Ci andò perfino Merlino, il mago creato dalla fantasia di Ludovico Ariosto, a inzuppare il suo magic book. Ma per dare all’ acqua un simile potenziale negativo ci voleva un pezzo da novanta del male. Come Ponzio Pilato. Che la leggenda vuole precipitato come un meteorite dalla cima del Monte Vettore in fondo al lago che prende il suo nome. Una punizione esemplare per chi l’ acqua l’ aveva usata solo per lavarsene le mani.

Ancora oggi veggenti, stregoni ed esoteristi di ogni sorta per perfezionare i loro ferri del mestiere vengono da queste parti. Assieme ai viaggiatori in cerca di atmosfere ai confini della realtà. E ai pellegrini che risalgono il versante cristianizzato della leggenda sibillina fino a Cascia. Dove regna la santa degli impossibili. Rita, antica liberatrice d’ indemoniati e guaritrice degli ossessi. Che oggi cura più modernamente le depressioni, aiuta a trovare lavoro, appartamenti in affitto e persino a ottenere mutui. Gli impossibili del nostro tempo. Santa Rita è a tutti gli effetti l’ erede della Sibilla, se non addirittura la sua discendente. Certo è che la santa cristiana ha incorporato i poteri della profetessa pagana. Con lei la profezia diventa visione e la magia miracolo. Per esempio far fiorire rosee maturare fichi in pieno inverno. O volare di notte come una strega devota, come una sciamana ispirata dal cielo. Il legame della santa con le energie di queste alte terre è così forte che i pellegrini, prima di arrivare al santuario, fanno una sosta iniziatica a Roccaporena, dove c’ è il cosiddetto scoglio di santa Rita. Un monte roccioso su cui i devoti si inerpicano fino ad una cappella per venerare la pietra che porta impresse le orme dei suoi piedi. Ai fedeli vengono distribuiti frammenti di questa roccia ritenuti in possesso di poteri taumaturgici. Un’ eco lontana di antichi culti litici, di una sacralità delle pietre che arriva fino a noi.

Dal paradiso della sapiente Sibilla al santuario della potente Rita. La corrente energetica che attraversa queste lontananze azzurrine non si è mai interrotta. E ha trasformato gli antichi itinerari misterici in pellegrinaggio religioso, in turismo emozionale, in trip esoterico. Strade diverse per un sentimental journey alle sorgenti femminili della madre terra.



(Da: La Repubblica del 21 agosto 2012)

sabato 25 agosto 2012

Franco Astengo, Praga 1968




Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Franco Astengo, come sempre assai stimolante. Una sola considerazione: ci pare sopravalutata la funzione de il Manifesto. In realtà l'esaltazione acritica della rivoluzione culturale e del maoismo da parte di Rossanda & C dimostrava già allora (e la storia successiva del   partito e del giornale lo avrebbe confermato) come il gruppo de Il Manifesto fosse parte del problema e non della soluzione.

Franco Astengo

Praga '68 e le contraddizioni ancora operanti nella sinistra italiana

21 Agosto 1968: i carri armati del Patto di Varsavia entrano a Praga, spezzando l'esperienza della “Primavera”, il tentativo di rinnovamento portato avanti dal Partito Comunista di Dubcek.

1968: l'anno dei portenti, l'anno della contestazione globale, del “maggio parigino”, di Berkeley, Valle Giulia, Dakar, della Freie Universitaat di Berlino svolta verso il dramma.

Si chiude bruscamente un capitolo importante nella storia del '900.

Come mi accade ogni anno, e a rischio di apparire assolutamente ripetitivo, mi permetto di disturbare un certo numero d’interlocutrici e interlocutori per ricordare i fatti di Praga.

 Una riflessione sui risvolti che quell'avvenimento ebbe sulla sinistra italiana: si compirono, in quel frangente, scelte che poi avrebbero informato la realtà politica della sinistra italiana per un lungo periodo e, ancor oggi, si può ravvisare la presenza di “contraddizioni operanti”.

Prima di tutto l'invasione di Praga spezzò lo PSIUP: a distanza di tanti anni possiamo ben dire che si trattò di un fatto politico importante.

Il partito, rappresentativo dell'esperienza della sinistra socialista che aveva rifiutato nel 1963 l'esperienza di governo con la DC, aveva appena ottenuto (il 19 Maggio) un notevole risultato alle elezioni politiche (il 4,4% dei voti con 24 deputati) e su di esso si era appuntata l'attenzione di molti giovani che avevano cominciato a ritenerlo l'espressione di un avanzato rinnovamento a sinistra: lo PSIUP si spaccò in due, da un lato il vecchio gruppo dei “carristi” approvò incondizionatamente l'invasione con toni da antico Comintern (come nessun altro settore della sinistra italiana, usando un’enfasi non adoperata neppure dalla corrente del PCI vicina a Secchia); dall'altra esponenti di spicco del “socialismo libertario”, epigoni della lezione di Rosa Luxemburg, come Lelio Basso e Vittorio Foa, si misero da parte; ma soprattutto furono i giovani, al momento protagonisti del '68, a ritrarsi. Lo PSIUP iniziava così la china discendente, che sarebbe culminata nell'esclusione dal Parlamento con le elezioni del 1972: un evento ripetiamo di un peso rilevante sulle future sorti della sinistra, in particolare al riguardo delle possibilità di aggregazione, iniziativa politica, capacità di rappresentanza di quella che sarebbe stata la “nuova sinistra” di origine sessantottesca.

Il peso più importante, però, della drammatica vicenda praghese ricadde, ovviamente, sul PCI.

Il più grande partito comunista d'Occidente si trovava, in quel momento, in una fase di forte espansione elettorale (il 19 Maggio aveva raccolto 1.000.000 di voti in più rispetto all'Aprile 1963) ma in difficoltà organizzativa, in calo d'iscritti, non avendo ancora superato il trauma dell'aver svolto un congresso inusitatamente combattuto come l'XI del 1966, il primo celebratosi dopo la morte di Togliatti, e contrassegnato dallo scontro (ovattato, ovviamente, com'era costume dell'epoca, ma vissuto intensamente in una larga fascia di quadri) tra le ragioni di Amendola e quelle di Ingrao.

Inoltre il quadro europeo appariva alquanto problematico: il PCF appariva scosso dall'impeto del Maggio e si rinchiuse in una rigida ortodossia, PCE e PCP erano piccoli partiti ancora clandestini, la Lega dei Comunisti Jugoslavi obbedì, ovviamente, alla ragion di stato.

La notizia dell'invasione piombò su di una deserta Roma agostana: i principali dirigenti del PCI erano in ferie, tutti al di là della cortina di ferro. Unico componente della segretaria presente in sede era Alessandro Natta che, in tutta fretta e con i mezzi dell'epoca, contattò gli altri compagni, per varare un documento che suonò immediatamente come un punto molto avanzato di condanna dell'invasione.

Tralasciamo, per brevità, la narrazione del fortissimo dibattito che si scatenò subito, alla base del partito, nelle sezioni, nei comitati federali di tutte le province: un dibattito dove si registrarono anche elementi di netta contrapposizione e di insofferenza, da parte dei settori più arretrati del partito, verso quelle che sembravano le scelte del vertice.

Inoltre il PCI era chiamato a difendere le posizioni di apertura tenute verso il nuovo corso cecoslovacco: qualche mese prima si era svolto, infatti, un incontro tra Longo e Dubcek.

I problemi maggiori, come era prevedibili, vennero dall'esterno e, più precisamente, dall'URSS: la pressione del PCUS per un arretramento nelle posizioni dei comunisti italiani e, semplificando al massimo un vigore di dibattito che ripetiamo risultò altissimo e del tutto inedito per la vita del partito, si arrivò, dopo un incontro Cossutta- Suslov avvenuto a Mosca a una sorta di rientro nell'alveo.

Di quale alveo si trattava?

Il PCI, nella sostanza, si assestò all'interno dei confini della linea tracciata da Togliatti, dopo il XX Congresso del PCUS e l'invasione dell'Ungheria del 1956.

Alla base di tale linea c'era la convinzione secondo cui il modello staliniano, essendo collegato alle condizioni di arretratezza e di accerchiamento in cui si era sviluppata la rivoluzione russa, era destinato a evolvere verso la democratizzazione nella misura in cui si fosse compiuto il processo di industrializzazione, urbanizzazione e alfabetizzazione e nella misura in cui fosse avanzato il processo di distensione internazionale.

Ancora più a fondo, c'era la convinzione che l'autoritarismo politico e la centralizzazione amministrativa, nei paesi dell'Est, fossero fenomeni prevalentemente istituzionali, rappresentassero un ritardo e un’incongruenza della sovrastruttura rispetto alla struttura.

Il gruppo dirigente sovietico rimase così l'interlocutore, come protagonista necessario di una riforma graduale.

Nessun altro soggetto, anche del dissenso comunista, seppe rispondere adeguatamente su questo terreno: né trotzkisti, né maoisti, né terzomondisti. Forse soltanto in alcuni settori della socialdemocrazia di sinistra (cui si accostarono, in seguito, esuli della primavera praghese riparati in Occidente) si registrarono fermenti rivolti nel senso di una ricerca più avanzati.

Nel PCI si registrò, invece, un confronto inedito che diede origine a un aspetto particolare di quello che, poi, per molti anni fu denominato “caso italiano”.

Un gruppo di intellettuali che, nel corso dell'XI congresso avevano sostenuto le posizioni di Ingrao, aveva via, via, elaborato posizioni autonome in contrasto netto con la direzione del Partito, dando anche vita a una rivista teorica ”Il Manifesto”, promotrice di un ampio dibattito e seguita con molto interesse anche da settori esterni al PCI.

Tralascio, ovviamente, anche la narrazione di questa vicenda perché si tratta di un'altra storia, del resto ben conosciuta, per limitarmi alle posizioni che si espressero sulla vicenda cecoslovacca in contrasto con quelle ufficiali.

Le posizioni del “Manifesto” partivano dalla considerazione che ripetere “vogliamo il socialismo nella democrazia”, magari aggiungendo che democrazia è continua espansione dell'iniziativa di più non bastava più.

Era necessario, invece, partire dal dato che nei paesi del “socialismo reale” ci si trovava di fronte alla restaurazione di una società di classe, e che lì stava la radice dell'autoritarismo.

Bisognava interrogarsi sul come mai questo dominio di classe non potesse permettersi il lusso quantomeno di un pluralismo di facciata, e avesse bisogno di un soffocante apparato repressivo e di un’ideologia autoritaria, che pure gli creavano non pochi problemi.

Al PCI, alla sinistra occidentale, toccava rispondere compiendo uno sforzo serio per alimentare e organizzare, in un progetto consapevole, la proposta alternativa della classe operaia, traducendo gli elementi più avanzati, più radicalmente anticapitalistici presenti nei bisogni e nei comportamenti di massa in modificazioni reali dell'economia, dello Stato, delle forme di organizzazione, così che l'egemonia operaia potesse crescere e consolidarsi nella realtà, non nel cielo della politica, o all'interno delle coscienze, e soprattutto potesse via, via, vivere come dato materiale.

Per far questo sarebbe stato necessario assumere, nei confronti del blocco sovietico un atteggiamento di lotta politica concreta, prendendo atto che ormai era senza senso pensare a un’autoriforma del sistema.

Solo la crescita di un conflitto politico reale, di un'opposizione cui dar vita dall'interno del movimento comunista internazionale, avrebbe potuto costruire un'alternativa.

Queste posizioni, sommariamente ricordate in questa sede, risultarono sconfitte, emarginate, espulse.

Non è ovviamente nostra intenzione ricostruire la storia con i se e con i ma: il nostro giudizio è quello che la scelta maggioritaria assunta dal PCI in quel cruciale tornante della storia causò il formarsi di alcune contraddizioni di fondo che, ancor oggi, risultano operanti, come si diceva all'inizio.

Proprio il mancato superamento di quelle posizioni ancora interne alla logica del XX Congresso e presenti in dimensione rilevante nel PCI al momento della caduta del muro di Berlino, nel 1989 e nonostante alcuni seri tentativi compiuti nella metà degli anni'70 dalla segreteria di Enrico Berlinguer (segretaria accantonata, nei suoi contenuti di fondo, dai “nuovisti” non tanto per i tanti e gravi errori politici commessi nel corso della sua gestione, ma per l'accusa di “moralismo”), consentirono agli “ultras estremisti” (ricordate ci sono anche gli estremisti di un presunto moderatismo; scambiato con la subalternità e la sudditanza psicologica nei confronti delle posizioni dell'avversario da unire alla bramosia di essere “ricevuti a palazzo”) del PDS e poi del PD di cacciare via l'intera tradizione ideale, storica, politica dell'area comunista italiana e di trasformarsi in una semplicemente componente del “cartel party” che agita, inutilmente, il teatrino televisivo e salottiero della politica italiana.

Aver mancato una vera e battaglia politica su Praga'68 causò, quindi, nel PCI una crisi (apparentemente soffocata dai grandi successi elettorali del partito negli anni'70) che esplose vent'anni dopo e agisce, ancor oggi, nella totale deriva che la sinistra italiana sta subendo sulla strada della sua estinzione quasi compiuta e rappresenta, purtroppo, un elemento di freno nella possibilità di riaprire una discussione seria su una prospettiva di sinistra capace di raccogliere il meglio dei suoi diversi filoni d’origine.

venerdì 24 agosto 2012

Le ultime lettere di Sacco e Vanzetti





Il 23 agosto 1927 Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco venivano assassinati dallo Stato del Massachussetts . Un libro raccoglie ora le loro ultime lettere.


Giorgio Boatti

Le ultime lettere di Nicola e Bart

Sono trascorsi pochi minuti dalla mezzanotte, quando, il 23 agosto 1927, nel braccio della morte di Cherry Hill, le luci che illuminano gli ambienti claustrofobici del penitenziario di Stato del Massachusetts tremolano. Per alcuni interminabili secondi sembrano prossime a spegnersi. Poi si riprendono. Una, due, tre volte. È il segno che la sedia elettrica è all’opera: viene eseguita la sentenza contro gli anarchici Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta, nella primavera del 1920, a South Braintree, nei dintorni di Boston.

Sin dall’arresto, il 5 maggio 1920, i due italiani si sono dichiarati innocenti. Contro la sentenza capitale che li colpisce sono state raccolte, in tutto il mondo, 50 milioni di firme. E figure di spicco di ogni schieramento, dentro e fuori gli Stati Uniti - da John Dewey a Romain Rolland, da Stefan Zweig a Maksim Gorkij, da Benedetto Croce a Bertrand Russell - hanno chiesto ripetutamente che il processo a loro carico venisse rifatto, acquisendo le rilevanti prove in grado di scagionarli. Non ultima la confessione del giovane pregiudicato portoghese Celestino Madeiros - il terzo condannato a salire sulla sedia elettrica in quel 23 agosto - che arrestato nel novembre del 1925 ammette la partecipazione alla rapina di South Braintree escludendo però ogni coinvolgimento dei due italiani.

Pur battendosi sino all’ultimo per far prevalere la verità, Sacco e Vanzetti - bersaglio di fallaci riconoscimenti orchestrati dagli investigatori, ignorate le testimonianze a difesa raccolte tra i propri connazionali («state attenti ai dagoes che stanno compatti» dice l’accusatore Katzmann ai giurati, allertandoli alla diffidenza verso gli italiani, i «dagoes» appunto), irrisi i loro validi alibi - intuiscono di essere caduti in ostaggio di una durissima contrapposizione politica, etnica e di classe. Vittime sacrificali di un conflitto sociale che in quegli anni, negli Usa, sfocia spesso in episodi di raggelante violenza: dove all’impiego di squadre armate da parte delle aziende si risponde con altrettanta durezza da parte dei lavoratori, innestando un ciclo di repressioni che irridono ogni legalità e di provocazioni che calpestano ogni umanità.

È il caso, a pochi giorni dall’incriminazione ufficiale di Sacco e Vanzetti, della bomba anarchica che esplode nel cuore di Wall Street provocando 33 morti e duecento feriti. Qualche mese prima un anarchico, Andrea Salsedo, amico dei due italiani, mentre era trattenuto illegalmente da agenti federali, è volato giù da una finestra del 14° piano di una sede dell’Fbi. Di tutto questo, e soprattutto delle loro vite e della vicenda giudiziaria che li riguarda, parla, con grande forza documentaria e fulminante immediatezza, il bel libro che, curato da Lorenzo Tibaldo e con la prefazione di Furio Colombo, raccoglie di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti Lettere e scritti dal carcere (Claudiana, pp. 324, € 28).

Pagina dopo pagina si fanno strada i due caratteri così diversi, pur nella vicenda che li accomuna. Calzolaio, sposato e padre di due figli, «Nick» Sacco, sensibile e innamorato della natura, originario di Torremaggiore nel Foggiano, dove è nato nel 1891. Pescivendolo - ma mille altri lavori precedenti, in una sorta di instancabile esperienza di lavoratore interinale ante litteram – «Bart» Vanzetti, di tre anni più anziano, autodidatta intelligente e di grande capacità comunicativa, catapultato dalla natia Villafalletto, nel Cuneese, prima a New York e poi a Boston. La ricostruzione che emerge da queste pagine va ben al di là del pur illuminante e commovente epistolario nel quale si trovano gli spunti intensi ai quali ha poeticamente attinto Joan Baez, quando con Ennio Morricone ha creato la colonna sonora del film dedicato a Sacco e Vanzetti, nel 1971, da Giuliano Montaldo.

Oltre alle lettere scritte nei sette anni di carcere vi si aggiungono autoritratti biografici, articoli rilevanti stesi per il vasto fronte di pubblicazioni e organizzazioni che si battono per la loro libertà, nonché testimonianze di coloro - molte donne, diversi personaggi della Boston illuminata - che saranno al loro fianco. Sino a quella sera d’agosto in cui, a Cherry Hill, le luci parvero spegnersi.

(Da: La Stampa del 21 agosto 2012)

giovedì 23 agosto 2012

Da leggere: Limbo di Melania Mazzucco


Volete sapere cosa succede davvero in Afghanistan? Ce lo racconta la storia di una ragazza soldato, catapultata lontano da casa in una guerra senza senso e senza speranza. Un romanzo straordinario su quello che sta diventando il nostro Vietnam. Un libro da leggere. 

Intervista a Melania G. Mazzucco




Il maresciallo Paris è reduce dall'Afghanistan. Ha un grave ferita da esplosivo alla gamba per cui si è fatta sei mesi di ospedale e forse zoppicherà per sempre. Soffre di DPTS, disturbo post-traumatico da stress, di incubi notturni e crisi di panico. Il maresciallo Manuela Paris di Ladispoli, 27 anni, è confusa e molto arrabbiata. Quando è tornata a casa ha trovato una madre ingrigita e una sorella che vivacchia tra lavoretti provvisori e flirt umilianti. Nei mesi che restano prima che l'esercito decida se è ancora idonea a fare il suo mestiere, deve capire perché è rimasta viva, giustificare a se stessa e agli altri la sua scelta di vita, immaginarsene un'altra. Manuela non esiste ma è così vera che potrebbe. La chiama in scena, con un realismo che coinvolge e convince, il nuovo romanzo di Melania Mazzucco, Limbo. Con questo libro la scrittrice romana imbocca una nuova strada: dopo aver vinto il premio Strega nel 2003 raccontando l'emigrazione italiana con Vita e aver reinventato un grande pittore in Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana e in La lunga attesa dell'angelo, Mazzucco questa volta entra nell'esistenza di una donna soldato. E ci fa sentire attraverso un corpo femminile la polvere, la paura e l'adrenalina che si respirano "in azione" ma anche lo straniamento del ritorno alla vita civile. Il risultato è un oggetto letterario anomalo, risoluto e un po' rivoluzionario. Perché, Melania ne è consapevole, parlare di donne che scelgono la vita militare rischia di non essere un tema popolare in un'Italia in cui i problemi femminili si chiamano maternità contro lavoro, precarietà e violenza domestica. Eppure, seduta nel suo salotto romano, nella calma di un caldo pomeriggio primaverile, sa convincere che è proprio mettersi nei panni insoliti di qualcun'altro, che magari non ci somiglia e a cui non abbiamo mai pensato, a farci riflettere su chi siamo e su dove stiamo andando. E sa mostrarci che la sua protagonista aggressiva, fragile e leale, è lo specchio di una giovane Italia minore, in cerca di futuro e incerta sulla sua identità. Manuela Paris è un militare. È stata ferita in Afghanistan, ha visto morire i suoi compagni, rischia di restare invalida. Ciò nonostante desidera tornare sul campo, a fare il suo mestiere in una guerra non dichiarata che molti compatrioti non condividono.


Cosa l'ha conquistata di un personaggio così difficile?

"La figura della donna soldato è un topos della nostra tradizione letteraria, ma fino a poco tempo fa non aveva realtà. Ora invece le donne non solo sono entrate nell'esercito, ma hanno responsabilità di comando. Io volevo raccontare il sogno di una ragazza di provincia che fa il militare e non come soldato semplice, ma al comando di un plotone di uomini. Per me le soldatesse sono la metafora dell'evoluzione della condizione femminile in Italia, rappresentano il balzo in avanti delle ultime generazioni. Non esistono più professioni vietate, eppure la via della parità è costellata di macerie".


Immagino che avrà pensato a come prevenire un'obiezione: che una donna col fucile non è un'immagine di emancipazione, quanto piuttosto la prova della nostra mascolinizzazione, l'imposizione anche alle donne di uno stereotipo violento...

"Io sono una scrittrice, non mi interessa una visione ideologica della realtà, mi interessa costruire dei personaggi e una storia evitando i cliché. Non scrivo della vita di tutte le soldatesse italiane, né pretendo di conoscere le loro motivazioni. Per la mia Manuela Paris fino a un certo punto la vita militare è l'unica che valga la pena di essere vissuta. Lei, che è stata una ragazzina difficile e solitaria, figlia di una famiglia senza mezzi, la considera come l'unica alternativa degna a una serie di opzioni mediocri e di impieghi precari e poco gratificanti come quelli che capitano alla sorella e alla madre. E anche all'idea di crearsi una famiglia". 


In effetti, la sua famiglia è l'esercito. Una famiglia con delle regole da seguire, una disciplina, un forte senso di lealtà. Tutti concetti che i politici di entrambi gli schieramenti spesso strumentalizzano, e che però hanno grande valore per chi li vive..

"Non ho costruito Manuela Paris pensando a una persona reale. Però a posteriori, mentre scrivevo e rivedevo il romanzo, ho parlato con molti soldati e ufficiali, uomini e donne. Di certo questo senso di comunità è una grande molla, così come lo è il senso di fratellanza che si crea durante le missioni. In Italia, storicamente, fare il soldato non è mai stata una scelta ma un obbligo. Ora è diverso, e questo è un grande cambiamento. Si pensa che chi parte per le missioni più pericolose lo faccia per una motivazione economica, ma non c'è solo questo. Per i maschi c'è un senso di sfida di se stessi, l'idea di una specie di apoteosi della giovinezza, perché molti sanno che dopo un certo numero di anni, avendo una famiglia, non se la sentiranno più di partire. Le donne sono più lacerate tra l'idea di crearsi degli affetti e avere dei figli e quella di farsi strada e di costruirsi una carriera. Ma questa lacerazione la provano in ogni mestiere, anche meno estremo".


Giustamente lei sottolinea come a spingere Manuela a voler tornare in Afghanistan sia anche una sorta di fascinazione. È il suo personale "deserto dei tartari" e la sua scrittura restituisce questo senso di pericolo continuo ma anche di attrazione.

"Sono affascinata dall'Afghanistan fin da quando ero ragazzina. Ho sempre voluto andarci, da quando scrissi dei viaggi di Annemarie Schwarzenbach nel mio Lei così amata. Paradossalmente, era più facile per Annemarie cogliere l'Afghanistan quando lo percorreva vestita da uomo, nel 1939, di quanto non lo sia oggi per un militare o un giornalista occidentale. Però Manuela, che è partita convinta di essere "un soldato di pace" che può e deve fare qualcosa per rimettere in piedi quel posto e la sua gente, non sa rassegnarsi alla consapevolezza di non aver fatto e di non aver capito abbastanza. E nel suo diario, che costituisce parte del romanzo, c'è questo miscuglio di sentimenti: fascino, paura, forza di volontà, senso di impotenza".


Mentre è a casa della madre Manuela incontra un uomo che come lei ha un grande trauma nel suo passato. Tra i due scatta una passione che la stupisce e la restituisce alla vita.

"È sempre l'amore, che sia la passione amorosa o per la nostra famiglia o in generale per gli altri ciò che ci dà la possibilità di reinventarci, di immaginarci un'altra vita. Le donne in questo sono brave in un modo speciale. Manuela patisce sul suo corpo, nel male prima e poi nel bene, una trasformazione. Mi interessava molto questo tema della corporeità. Perchè è attraverso il suo amante Mattia che Manuela si riscopre. E ci mostra una bellezza che non ha niente di plastificato, di artificiale, ma è che è lì per farci vedere come lei è cresciuta, come è maturata anche attraverso la sofferenza".


Il libro non racconta solo la guerra, ma soprattutto la nostra pace inquieta, giusto?

"Ho lavorato al romanzo nel 2011, mentre celebravamo il 150esimo dell'unità d'Italia. Mi interessava riflettere su parole che erano come requisite dal tempo della Prima guerra mondiale, parole come "patria", che per motivi storici abbiamo censurato e che ora possiamo riscoprire, per indagare sul nostro senso di noi stessi. Noi siamo andati in Afghanistan a dare un'immagine di noi diversa dal Paese reale, un'autorappresentazione che in alcuni casi è migliore, più efficace di ciò che siamo in realtà. Non per caso Manuela torna a Ladispoli, la sua cittadina, e ritrova un paesaggio imbruttito, la cui residua bellezza è sotto minaccia continua. Tornati a casa la domanda resta e non riguarda solo i soldati: cosa possiamo e dobbiamo fare per gli altri, per l'altro? Come dobbiamo agire per migliorare noi stessi e il Paese in cui viviamo? Questo libro, per me, è una radiografia emotiva di ciò che siamo". 

(Da: D Repubblica delle donne, 31 marzo 2012)


Melania G. Mazzucco
Limbo
Einaudi 2012
20 euro

mercoledì 22 agosto 2012

Marx, uno spettro pop si aggira in libreria




Certo il mondo è cambiato, ma nelle sue linee portanti il sistema capitalistico resta quello analizzato da Marx, semmai le contraddizioni già evidenziate allora sono diventate ancora più ipertrofiche e totalizzanti. Il fatto poi che il "marxismo" non si sia rivelato una terapia efficace, non invalida la diagnosi. Perchè stupirsi, allora, se in momenti di grande confusione si torna a parlare del "Moro" di Treviri?

Massimiliano Panarari

Marx, uno spettro pop si aggira il libreria

Super-Marx. Nei momenti difficili, si sa, alcuni di noi prediligono l’usato sicuro; ed è esattamente quanto sta avvenendo con uno dei pensatori fondamentali della modernità (non di rado travisato dai suoi stessi seguaci…) che la crisi economica infinita e movimenti come Occupy Wall Street hanno tirato fuori dalla naftalina, ripescandolo da certi circoli «esoterici» di aficionados e da talune cerchie nostalgiche, per restituirlo al proscenio e all’attenzione generale. Stiamo parlando, naturalmente, della riapparizione prepotente, all’interno del dibattito politico-culturale, di Karl Marx (1818-1883) quale antidoto da contrapporre a certi eccessi del neoliberismo.

Solo che ora passiamo, per così dire, per direttissima dai Grundrisse ai graphic novels e alle detective stories. Certo, l’austero (anche se più suo malgrado…) e prussianissimo teorico dell’Internazionale socialista e della dittatura del proletariato possedeva anche un indiscutibile talento narrativo e da romanziere gotico - basti pensare ai «fantasmi» che popolano il Manifesto del Partito comunista scritto con Engels nell’anno rivoluzionario per antonomasia, il 1848. Ma il ritorno di fiamma di questi ultimi mesi assume anche un sapore decisamente originale, quello di un Marx in salsa pop.

Il barbudo progenitore del materialismo storico e del «socialismo scientifico», infatti, spopola ora in versione fumettara e illustrata e in veste di protagonista di fiction. Punta di diamante di questo marxismo disegnato è un delizioso (ma politicamente tostissimo e assai radicale) libretto made in France e rivolto ai più piccini, con i testi del filosofo della scienza Ronan de Calan e le sfarzose illustrazioni di Donatien Mary. Il fantasma di Karl Marx (tr. it. Isbn, pp. 64, € 12,50) è una favola per bambini che narra in maniera frizzante – in un tripudio iconografico pieno di echi visivi della pittura russa (da Chagall a Malevic) e delle avanguardie storiche - biografia e opere del filosofo della lotta di classe e del plusvalore. Una sorta di catechismo rivoluzionario (ineccepibile dal punto di vista dottrinario) che vale anche come manuale «contro» di spiegazione del funzionamento dei principi e degli arcani dell’economia di mercato; e che si conclude con il protagonista, il finto fantasma di Marx (nascosto sotto un lenzuolo per celarsi agli occhi delle polizie segrete dell’intera Europa che gli danno la caccia), acerrimo avversario del sig. Das Kapital (industriale in cilindro e farfallino che fuma voluttuosi sigari), pronto, dopo avere incendiato il continente con la sua predicazione anticapitalista, a salpare alla volta degli Stati Uniti, dove ha un appuntamento con Miss Wall Street Panic.

Ma non c’è esclusivamente il «Marx per infanti». Nell’ambito di questa nouvelle vague neomarxiana pop, infatti, sono proprio le strisce e i balloon a farla da padrone, ed è tutto il comunismo novecentesco – e, in particolare, il gramscismo – a godere di rinnovata fortuna grazie ai graphic novels (complice, anche, il crescere, al loro interno, del filone consacrato a tematiche più engagées e politiche): da Nino mi chiamo (Feltrinelli) di Luca Paulesu a Cena con Gramsci di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini (Becco Giallo), da Castro di Rheinard Kleist (Black Velvet) a Dimenticare Tiananmen di Davide Reviati (Becco Giallo), sino a Gli anni dello Sputnik di Baru (Coconino Press-Fandango) e a Que viva el Che Guevara di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso (sempre per i tipi prolifici di Becco Giallo). E poi c’è il Marx detective radical che, accompagnato dall’inseparabile Friedrich Engels, si aggira per l’Europa del XIX secolo, tra lupi mannari delle foreste boeme e «incontri con uomini straordinari» (dal sempiterno antagonista Bakunin a Giuseppe Garibaldi), ritrovandosi impegnato nella risoluzione di una serie di crimini: ovvero il Marx & Engels, investigatori. Il filo rosso del delitto (Nuovi Equilibri, pp. 256, euro 16) di Dario Piccotti e Alvaro Torchio - già autori del precedente Marx ed Engels: indagini di classe (Rubbettino), in cui la «strana coppia» (genere Sherlock Holmes e John Watson) era alle prese, invece, con vampiri, sedute spiritiche e illusionisti.

Eccoci allora catapultati, potrebbe commentare qualcuno, «dalla tragedia alla farsa» e, nemesi o talpa del sottosuolo della storia che sia, gli spettri marxiani ricompaiono anche sotto sembianze (e lenzuoli) diversi da quelli che ci aspetteremmo, e da messaggeri del verbo del movimento operaio hanno finito col fare addirittura capolino nelle aule dell’ateneo romano di Confindustria. Proprio la Luiss (per iniziativa, tra gli altri, di Corrado Ocone) ha ospitato, in questi ultimi anni, un seminario permanente su Marx (arrivato, nel 2012, alla terza edizione, sul tema della «Ideologia»), che ha visto alternarsi pressoché tutti i principali studiosi italiani di filosofia politica i quali si sono occupati del pensatore di Treviri (da Francesco Saverio Trincia a Luciano Pellicani, da Sebastiano Maffettone a Stefano Petrucciani), e anche parecchi giovani, dottorandi e ricercatori, a testimonianza di questo ritorno di interesse; e, da poco, è anche arrivato in libreria il volume Leggere Marx oggi (a cura di Paolo Granata e Roberto Pierri, Rubbettino), che raccoglie una parte degli atti e delle relazioni di quelle giornate di studio.

Suona strano (o paradossale)? Non così tanto, a dire il vero. Perché, a ben guardare, tra gli «ammiratori» più entusiasti della distruzione creatrice e delle capacità trasformatrici della borghesia capitalista, c’è proprio, e decisamente, il nostro (come ha dimostrato anche la lettura social-liberale che ne ha dato, qualche anno fa, Jacques Attali nel suo Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo, edito da Fazi).


(Da: La stampa del 20 agosto 2012)