TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 settembre 2012

Sapevate che esiste un Rossese bianco?



Giorgio Amico

Sapevate che esiste un Rossese bianco?

Sapevate che esiste un Rossese bianco? Per noi è stata una sorpresa. Una felice sorpresa. In una piazzetta assolata della vecchia Bordighera, fra il garrire delle rondini che non sono ancora partite e si godono l'ultimo sole di questa estate pazza e voci di bambini, in un piccolo ristorante dove non si è perso il sapere antico di amalgamare ingredienti semplici (a chilometro zero, si dice oggi) per far risaltare sapori e aromi quasi dimenticati.

Si parlava della Bordighera di Monet e di Seborga, dei sentierini pietrosi che salgono a Sasso, della spiaggetta sotto Capo Sant'Ampelio e di ciò che resta dei grandi giardini impianti da inglesi tristi in cerca di luce e di vita. E come sempre il discorso è finito su Francesco Biamonti, passando dallo splendido Morlotti in mostra a Villa Regina Margherita al coniglio alla ligure vanto di quella piccola trattoria di Soldano dove Francesco portava gli amici. E' stato a questo punto che, scorrendo la carta dei vini, abbiamo scoperto l'esistenza di un Rossese bianco. Scoperta felice di un vino dai sapori intensi di Liguria: il profumo delle erbe e dei fiori dell'entroterra appena mitigato dall'asprezza salinica del mare.

Lo produce una piccola azienda vitivinicola di Soldano, la Tenuta Anfosso, gestita da due giovani, Marisa e Alessandro, nelle vigne d'altura di Poggio Pini e Luvaira, nomi biamontiani per un vino davvero speciale fatto con passione antica (le vigne risalgono al 1888) e professionalità moderna.

Siamo passati a trovarli mentre salivamo a Perinaldo, il paese delle stelle, per poi scendere ad Apricale per una stradina tutta curve fra gli uliveti. Ci hanno accolto con la cortesia tipica della gente del nostro entroterra. Un'ospitalità antica che arriva dritta al cuore e rende indimenticabile un borgo bellissimo, fatto di poche case arroccate alla montagna e popolato da gatti e da rondini.



Terra misteriosa e antica: i Bizantini sulla costa e gli invasori Longobardi a presidiare i monti. Storia che non è passata, che ancora persiste nei nomi e nelle atmosfere dei luoghi. Come la Colla di San Michele, il santo guerriero protettore di quei cavalieri giunti dall'estremo nord, appena sotto Perinaldo, che domina la valletta di Apricale e si apre sulla magia pietrosa del Toraggio. Di lì si scende a Apricale, ma anche a Dolceacqua, altro luogo incantato. Lì il vento soffia sempre portando con sè suoni antichi, echi di un mondo che esiste ormai solo più  nel ricordo come le voci dei pastori di Provenza dalla linea azzurrina e vicina dei monti di Francia.


Il tempo stava cambiando e la colla era battuta dal vento di mare, quel vento largo che porta le nubi. Era il nostro modo di festeggiare il compleanno di Vilma.




sabato 29 settembre 2012

Due o tre cosucce sul martire Sallusti. E perchè non è il caso di piangere



Le cronache politiche (e giudiziarie) degli ultimi decenni sono piene di calunniatori e depistatori di professione, pagati per colpire uomini e forze politiche (in genere di sinistra) considerati pericolosi per il potere. E' sui giornali di oggi la lettera del "giornalista" Lavitola (anche lui un martire del libero pensiero?) a Berlusconi in merito al mancato pagamento delle sue prestazioni professionali. Siamo abbastanza vecchi per ricordare l'arresto e la condanna nel 1969 a un anno e cinque mesi  di carcere di Francesco Tolin, direttore di "Potere Operaio", per "istigazione degli operai alla rivolta contro lo Stato", così come il caso 7 aprile e l'eliminazione per via giudiziaria nel 1978 del gruppo  dirigente di Autonomia Operaia.  Nessuno allora protestò, neppure il PCI (di cui Napolitano - oggi così sensibile alla tutela della libertà di opinione - era uno dei massimi dirigenti) che anzi si accanì a richiedere condanne esemplari. Ma si trattava di sovversivi....




Alessandro Robecchi
Due o tre cosucce sul martire Sallusti. E perchè non è il caso di piangere



Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”
Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.
L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pa…). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:
“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”
E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.
Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.
Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.
Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.
Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.
Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.
Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.
Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.
E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.
Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?
Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.
Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.
Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.
Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.
Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.
PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.
Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.


(Da: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it)

giovedì 27 settembre 2012

Francesco Biamonti e il vento largo verso il mare


Domenica 30 settembre al Monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d'Iseo (BS) si svolgerà una giornata di approfondimento sulla figura di Francesco Biamonti nel contesto di una più complessiva riflessione sulla poesia, musica e cultura ligure del Novecento. Un luogo bellissimo per un'iniziativa di grande spessore. 

Marco Ciriello
Biamonti e il vento largo verso il mare
La Francia è oltre la valle. A uno sbuffo di vento. Stesso cielo. Mondo diverso. Se sai ascoltare si vede già, come la Shanghai che scorgeva Paolo Conte guardando a orecchio in fondo ai viali di Vienna. È una questione di musica, atmosfere, sensazioni. Passaggi e passaggi di genti. Un solo salto. Per andare a star bene. Salvarsi. Dire addio a errori e malefatte. Vite sbagliate, delitti. Senti la scia della fuga. La libertà nei campi. Scontri, sangue e amicizie che stanno intorno. Respiri trattenuti. Attese di luna. Inganni e amori. Uomini che si sbarbano alle fontane per strada. E gambe di donne da guardare e riguardare. Naviganti in fuga. Stranieri in marcia. Fuggiaschi e turisti. Pescatori e contadini. Malviventi che si giocano l’ultima carta. Passeur e migranti. Belle di giorno che tentato la svolta. Ville, palme e lingue che si mescolano. Prima del passaggio c’è il peccato da commettere, consumare, bruciare. Per ogni notte che cala c’è un copione da rispettare.
E se ti va male puoi sempre scappare a Marsiglia, prigioniera del mare che le sta tra le viscere. Terra di confine e svolte: la Liguria. Terrazza del nord sul mare. Attese ed evasioni. Una cerniera. Pazienza e passione. Lenta costruzione e corse per dimenticare. Una bandiera di terra e colori differenti. Abitudini e costumi. I paesi dell’entroterra sono scale di terrazzi. Quelli sul mare: grovigli d’hotel. Entrambi hanno scavato per sopravvivere. Si sono dovuti conquistare la permanenza. I primi per farci stare gli ulivi, gli altri per creare alloggi. Mettere e levare. Ridisporre, inventarsi, costruire e coltivare. Due modi diversi di allungarsi al domani. Il mare infrange e la montagna assolve. L’interno è protervo, felice della sua incolumità. Case e coltivazioni si contendono lo spazio in bilico sul vuoto. Chi si affaccia sul mare, invece, guarda avanti, sempre alla prossima stagione, al trucco, al nuovo tratto da concedere. Tira su palazzi e ragiona, solo, sul come stiparci la gente per l’estate che verrà.
Gli altri, quelli di terra, stanno lì a curar fiori e difendere alberi. Sono diversi. «Vi sono due Ligurie... una costiera, con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine». Tutta qui la differenza. Coppia a incastro. Chissà fino a quando funzionerà. San Biagio della Cima (Imperia) è una cascata di case che dal monte scende a gonfiare la valle. E di fianco nastri su nastri di terra, intervallati da muri a secco. In mezzo costruzioni alte, snelle, dai colori pastello. E sotto i carruggi: passaggi fra case. Cunicoli da talpe. Un sali e scendi di valli, imbuti, costruite su un fianco o su entrambi. In testa i paesi e sotto le strade e le serre. O arroccati a picco sulla valle o distribuiti lungo la costa montuosa, c’è poco da scegliere, le linee impervie liguri questo concedono, ai paesi non resta che adeguarsi. Rocce che fanno da pareti ai torrenti. Il paesaggio è arido. Scosceso. O trovi un piano e ti arrocchi come Apricale, oppure scavi, tentenni, terrazzi, ci provi e ti sistemi lungo la linea che da monte scende a valle come San Biagio. Una curva di tetti e finestre che scivola giù in una pozza: cemento, pietre, asfalto, morendo sulla strada: tortuosa, quasi sempre.
A valle di San Biagio sta la casa di Francesco Biamonti. Un vero grande scrittore. Uomo pieno di malinconia e umorismo. Una barca fra questi due mari. Uno di quelli che incontri e ti accende la vita. Svolti, diventi un altro. Silenzioso, riservato, reticente. «Sono asociale ma socievole, mi piace meditare un po’ ecco». La sua scrittura è un esperimento singolare. Leggerezza che sembra disfarsi sotto i colpi della lettura. Né eredi né allievi. Puoi leggerlo, compiacerti, ma se non hai radici, sguardo, e soprattutto se non ti sei perso in queste valli o arrampicato fra gli ulivi, non vedi, né scrivi.
Erminio Ferrari ne ha fatto un personaggio di un bel romanzo, così è diventato Fransè (Casagrande editore), ma le sue notti chiuse in fitte e leggere costruzioni sono inimitabili. Meccanica per parole. Poche invidiabili parole. Nate da una sottrazione paziente. Scarni fogli. Frasi secche, opportune, mai fastose. Una scrittura pulita come ossa. Passata al setaccio. Depurata. Vista e rivista. Un duro esercizio di rinuncia. Sapiente taglio del superficiale. Occhio. Respiro. Ritmo. Pagine precise. Masticate, meditate, a lungo. Dialoghi asciutti. Descrizioni minuziose di un rigo solo. Cielo, mare, luce, natura. Prima di lui il paesaggio ligure era Ossi di seppia di Montale, i versi del Caproni genovese, Biamonti li affianca e non solo, offre anche una lingua nuova. Lirica sì, ma condensata di silenzi, omissioni. Giocata sul non detto. Spazi da guadagnare. Scorgere. Cercare. Il suo mare è contraltare al cielo, da meritare. Ricordo lontano. I suoi personaggi si muovono fra rocce e arbusti da lasciarsi alle spalle, perlopiù. Stanno in equilibrio sul confine. La loro è attesa prima della vita nuova. Occasione, ultima. Pronti anche a cadere. Perdere, scomparire. Corse in salita. Su strade rubate al cielo.
Passi come quello «della morte» da superare. Natura che evolve. Maniacale attenzione al variare di questi segni: alberi, foglie, fiori. Muto stupore da cogliere. Serbare, portarsi dietro. Lo stesso che albeggia negli occhi, velati da una montatura d’osso, di Giancarlo Biamonti, il fratello. Un giardino di viti lo separa dall’abitazione che fu dello scrittore. Una casa regolare, bassa, spartana, in pietra. A sinistra la scuola gialla, intono: un timo, un cedro del libano e un limone. Sopra c’è il paese di San Biagio.
Giancarlo Biamonti somiglia tantissimo a Fransè, anche nella dolcezza dei modi. Pensionato che si è gettato a capo fitto nella cura della campagna, per anni ha viaggiato. Prima facendo la spola dalla Somalia all’Italia, commerciava banane, e la sua nave aveva un nome magnifico, FrigoAfrica, un ossimoro. «Il ricordo più bello? Stare per ore sul fiume Giuba in attesa, per vedere gli animali venire a bere, mentre il giorno si spegneva». Poi in giro per il mondo come delegato di una società di gasdotti. Tutto per tornare qui. Di nuovo. Felice. Il motivo lo andiamo a vedere insieme. «Cian de Cui» il luogo di Biamonti. Un meraviglioso pezzo di terra sotto la roccia di Santa Croce, sì, quella de L’angelo di Avrigue. Dietro ci sono la val Nervia, poi la val Roja e dopo la Francia. È questo lo sfondo dei romanzi. Solo che Biamonti ha accorciato le distanze. Ma lui aveva geografia e nomi immaginifici, sporcati appena dalla realtà.
Qui veniva a vedere, prendere, riflettere. Un piccolo bosco. Dal quale si domina la valle, e non basta la vista a farne un posto da non lasciare più. Intorno ci sono ulivi colossali, biforcati, incantevoli, solenni, ultracentenari. Frondosi, larghi, barocchi vanno in alto, si fanno largo, salgono al cielo, e sotto hanno radici che gradasse imperiose, escono. «Sono piante minerarie» diceva a Giulio Einaudi, mentre l’editore abbracciava gli alberi come un bimbo. «Che ne sarà un giorno dei miei ulivi con la loro purezza francescana? Dei loro licheni, delle loro muffe? Lavorano notte e giorno, sotto il sole e sotto le stelle per aggiogare la terra al cielo». E poi mimose che spuntano da vecchi muri a secco di pietre gialle e marroni e tane di tassi che bucano i ciglioni. E cipressi, pini, sorbi, limoni, fichi, in disordine solo apparente. Qua e là c'è qualche palma - un vezzo - di cui il fratello quasi si scusa. In fondo invece c'è un nespolo, solitario, aguzzo, di una bellezza aristocratica. È lui a congedarci. Torniamo alla casa Biamonti dove c’è l’associazione e il segretario tuttofare: Gian Luca Picconi, giovanissimo insegnante, con lui anche Federica Cappelletti, una persona molto cara a Fransè: occhi azzurri, profondi, languidi, una bellezza che con gli anni ha cambiato forma ma non l’ha lasciata, donna di fascino, insegnante, che ci porta nello studio dello scrittore, ma non riesce a dirci nulla e a noi basta il suo sguardo, la sua commozione.
Il presidente dell’associazione sta a Bordighera, è un libraio: Corrado Ramella. «È un’assenza che pesa, quella di Francesco, che il tempo non attenua ma appesantisce». Giovane, colto, ha una piccola ma fornitissima libreria in una piazzetta del paese. In questo posto Biamonti passeggiava spesso di notte con lui e con altri amici. Fra lo sfarzo delle ville liberty, che hanno giardini invidiabili, ora blindati da grossi muri, da cui emergono solo svolazzanti palme che il vento arruffa. Trent’anni fa dovevano essere meravigliose. Passeggiarci di notte, poi a maggio, era un’esperienza.
Spesso con lui c’era Giorgio Loreti, ferroviere in pensione, fulminato da Fransè quando lavorava alla biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. «Correva voce che ci fosse questo bibliotecario coltissimo che aiutava studenti e consigliava libri stupendi». Ha un episodio per domanda. Forbito, acuto, riparte: «Sull’Aurelia, dove adesso ci sono palazzoni, si coltivavano carciofi, andavamo a cercare di notte i canti degli uccelli, pensi un po’». Negli ultimi tempi era lui che portava in giro Biamonti, dall’entroterra al mare, un richiamo: «Sembrava riempirsi gli occhi del paesaggio. Stava ore a guardarselo». Da qui si sente il mare respirare, muoversi lentamente. Delicato entrare fra le nostre parole. Dolore, letizia, delirio. A lui sarebbe piaciuta questa forzata intromissione.
(Da "Il mattino" del 5 giugno 2005)

mercoledì 26 settembre 2012

Di licheni e di mimose: itinerari di Liguria



Approfondimento sulla figura di Francesco Biamonti e sulla poesia, musica e cultura ligure

Con la partecipazione di:

Giorgio Devoto, Matteo Meschiari, Maria Rosa Panté, Libereso Guglielmi, Giuseppe Conte, Caludio Porchia, Marisa Fagnani ed il contributo artistico di illimArt Photography e della Fondazione Mario Novaro Onlus

Monastero di San Pietro in Lamosa

Provaglio di Iseo
30 settembre 2012, dalle ore 9.30

Un momento centrale della manifestazione "Nelle Terre dell'Ovest 2: il viaggio", per conoscere il mondo culturale ligure e percepirne attraverso la letteratura, la musica ed il gusto, i suoni, gli aromi ed i profumi. Un progetto nel quale si intersecano le storie degli autori, la Storia di una terra e le sue ispirazioni, in un contesto di grande fascino, quale San Pietro in Lamosa, il monastero a picco sulle Torbiere del Lago d'Iseo, a Provaglio.

martedì 25 settembre 2012

Ernesto Galli della Loggia, Molte spese pochi valori




Lo scandalo che ha travolto la Regione Lazio non può essere ridotto a un semplice, anche se grave, fenomeno di malcostume. Rappresenta invece, insieme al governo dei "tecnici" e alla "politica industriale" di Marchionne l'immagine più chiara della fine della democrazia in un'Italia dove la gente comune (il volgo, si sarebbe detto in altra epoca) deve produrre sempre di più e consumare sempre meno per saziare gli appetiti di un ceto di parassiti fuori dalla storia come gli aristocratici dell'Ancient Regime. A quando la presa della Bastiglia?

Ernesto Galli della Loggia

Molte spese pochi valori


Quando la quantità di un fenomeno supera una certa misura, ciò ne cambia la qualità, esso diviene qualcos'altro. E dunque non si può definire semplicemente corruzione, sprechi, malgoverno quanto sta emergendo a proposito del modo d'essere delle istituzioni regionali nel nostro Paese. Che va aggiunto, per l'appunto, alle note ruberie dei vari Lusi e Belsito e dei loro molti complici, nonché alla pervicace volontà dei partiti, dimostrata in mille occasioni e ancora pochissimi giorni fa al Senato, di continuare a non dare conto del modo in cui impiegano il fiume di soldi dei contribuenti ottenuti grazie a delibere da loro stessi approvate nei consigli comunali, provinciali, regionali e per finire nelle aule parlamentari. Né vale dire, mi sembra — come ha fatto proprio sul Corriere di ieri il presidente Onida — che la colpa è degli uomini, degli eletti, i quali poi, secondo quanto prescritto dal Porcellum, sarebbero in realtà dei «nominati». Infatti gli orribili e patetici figuri della maggioranza del Consiglio regionale del Lazio (di cui voglio sperare che il Pdl non osi ripresentare nelle proprie liste neppure uno), così come i consiglieri dell'Udc, del Pd e dell'Idv, loro complici nella finanza allegra e nelle smisurate appropriazioni, sono stati tutti eletti da migliaia e migliaia di preferenze (come del resto Formigoni, come Penati, come Lombardo, e come mille altri). Altro che nominati!

In realtà ciò che è sotto i nostri occhi è il collasso dell'intera piramide del ceto politico a partire dalla sua base, dall'ambito elettivo locale. È tutto l'edificio della rappresentanza che sta sprofondando nel malgoverno. Ormai perfino gruppi parlamentari veri e propri, per non dire di moltissimi gruppi dei consigli comunali e regionali, hanno la loro vera ed esclusiva ragione d'essere nell'appropriazione del pubblico denaro. Interi gruppi di delibere, intere filiere amministrative, blocchi di uffici e di assessorati (penso alla sanità, alla «formazione», al demanio), centinaia di società per azioni pubbliche, esistono principalmente in funzione esclusivo dell'uso privato-politico-clientelare dei soldi dell'erario.

Ma il collasso/incanaglimento del ceto politico non nasce, ripeto, dalla nequizia dei singoli o dall'assenza di controlli (che naturalmente potrebbero sempre essere accresciuti e migliorati). La sua causa vera, così come la causa della sua vastità capillare, sta altrove: sta nella disintegrazione del quadro generale — ideale e istituzionale — in cui quel ceto è chiamato ad agire. Chi oggi inizia a far politica in Italia non ha più alcun riferimento storico-ideologico forte, non può ricollegarsi ad alcun valore; in senso proprio non sa più a nome di quale Paese parla, anche perché ben raramente ne conosce la storia e perfino la lingua; l'Italia che gli viene in mente può essere al massimo quella del made in Italy. Per una ragione o per l'altra, poi, tutto l'orizzonte simbolico ma anche pratico sul cui sfondo è nata e vissuta la Repubblica gli si presenta in pezzi. La politica, i partiti, l'antifascismo, l'intervento pubblico, il Welfare, la mobilità sociale, il lavoro hanno perduto qualunque capacità mobilitante, non rappresentano più quelle rassicuranti (e plausibili) linee d'azione che rappresentavano un tempo: andrebbero ripensate da cima a fondo ma nessuno lo fa.

Quando perfino il destino di una fabbrica locale sembra dipendere (e dipende!) da Bruxelles, da Francoforte o da Pechino, tutto ciò che si richiama alle vecchie culture politiche della nostra tradizione democratica suona irreale, morto. Anche la Costituzione dovrebbe essere urgentemente aggiornata ma nessuno osa provarci veramente. Le assemblee elettive, infine, tutte le assemblee elettive, languono da anni in una crescente irrilevanza funzionale, testimoniata dal numero sempre più ridicolmente basso dei giorni in cui siedono e dei provvedimenti che riescono a varare.

Chi s'inoltra oggi sul sentiero della politica s'inoltra dunque in un vuoto abitato dal nulla. Che non a caso attira perlopiù solo donne e uomini vuoti, senza idee né principi. Che una volta eletti sono destinati a passare il proprio tempo in un'aula come fossero pesci in un acquario: impegnati a muoversi senza un vero scopo, a dare vita a finte passioni e a finte battaglie, il loro unico scopo è restare in attesa del cibo. Chi vuole avere un'idea del senso d'inutilità e di frustrazione che oggi può provare nel nostro Paese chi è chiamato ad amministrare e pure ha idee e passioni vere, legga la desolante confessione-testimonianza che un galantuomo a diciotto carati come l'attuale sindaco di Forlì, Roberto Balzani, ha consegnato a un libro appena uscito dal Mulino, Cinque anni di solitudine: un titolo che dice tutto.

Sono questa solitudine e questo vuoto; meglio: questa mancanza di adeguati presupposti ideali e istituzionali, questa inconsistenza e irrilevanza che ha oggi l'agire politico in Italia, la vera causa della corruzione e del malgoverno dilaganti. Oggi in politica si ruba perché non c'è nient'altro da fare, perché la politica non riesce a essere e ad animare più nulla: neppure quella cosa che si chiama governo, che infatti abbiamo dovuto affidare a un «tecnico». Domandiamoci con spregiudicata sincerità: che cos'altro può fare di davvero significativo per il suo presente e per il suo futuro un consigliere, un deputato o un assessore qualunque, di questi tempi, se non cercare di rimpannucciarsi come meglio può, e costruirsi una bella clientela personale? Smettiamola di illuderci: non più presidiata dalla forza delle idee e dall'autorevolezza delle istituzioni, la politica è un territorio destinato inevitabilmente a cadere nelle mani dei Lusi e dei Fiorito. Come del resto sta puntualmente avvenendo.

(Da: Il Corriere della Sera del 25 settembre 2012)

La pittura come autobiografia: Picasso a Milano




Da Parigi a Palazzo Reale duecento opere del toreador della pittura che duellava di tela in tela con lo spettro della morte. 

Marco Vallora

A Milano i Picasso che piacevano a Picasso


Genio, sempre. Scriveva, Picasso (assai vicino a Proust: uno dei pochi contemporanei che l’aveva capito. Altro che fermo a Vermeer, Watteau, massime Monet!): «Ho sempre meno tempo, e sempre più da dire. Al punto in cui il movimento del mio pensiero m’interessa più del mio pensiero stesso». Il cinematografo accelerato del capire-dipingere. Non già la deposizione e la cova diligente delle uova d’oro utili solo al mercato. «Ho l’impressione che il tempo fluisca sempre più vertiginosamente. Sono un fiume che scorre, travolgendo con sé gli alberi divelti dalla corrente, i cani decomposti, rifiuti d’ogni tipo ed i miasmi che quelli diffondono. Raccatto tutto e tiro dritto». È con questa idea fissa del vampiresco fluire eracliteo, che ci si può sciogliere nella magnifica, finalmente, mostra, che ci concede, a rallentato bout de souffle, di tracannarci questa dionisiaca cavalcata picassiana di oltre 200 opere (tra pifferi, sistri, mandolini, cubo-fisarmoniche e bucrani sonori). Stregata galoppata, che attraversa quasi un secolo, brevissimo, fulminante. Di fattiva, artigiana, somma genialità, neanche più pittorica: conoscitiva. 

È noto: sono, in parte, i «Picasso di Picasso», disseminati nei suoi vari atelier, spesso coevi, entro cui compulsivamente tratteneva tutto di sé. Anche i biglietti usati del metro NordSud (che poi si sarebbero metabolizzati in pittura-collée) od i feticci adulterini dei suoi vari amori simultanei, che talvolta si tradiscono, sprizzando dalle sue tele, come cavallette voraci. Pezzi talvolta più sentimentali, intimi, frammenti privati di sé, che non capolavori «maggiori» e per tanto tanto più rivelatori. Brani d’un arazzo fiammante, prelevati qui e là (sotto gli occhi vigili del Ministro Malraux) per formare la «dation» fiscale, alla morte di Yo, el Rey de la Pintura, e dar vita al sontuoso Museo parigino, ancor in rifacimento.



Certo, vien meno qui l’allure barocco-molieresca dell’Hotel Salé, l’aura aristocratica-ferrobattuto degli arredi di Diego Giacometti, scenografia alla Christian Bérard, il ritmo sincopato di saloni, stanzette, scale camini e trabocchetti. Ma forse è un’ottima potenzialità, poter vedere queste opere «nude». Vederle s/correre, quasi frettolosi fotogrammi braccati, verso il fermo-immagine della Morte, sempre in agguato. Ad ogni arresto, provvisorio, di tela (questo pantagruelico vitalista che fu in realtà perennemente tallonato dalla nera, Unica Signora. Abbandonato lui, el Rey, da Françoise Gilot, vero trauma, si dipinge come un’ombra, una larva sgomenta). Rileggerle snudate, come granate sempre pronte a riesplodere (tesi di Apollinaire). Grazie anche all’ammirevole pulizia dell’accrochage, curato da Lupi, Migliori, Servetto, con quella lunga, parca panca da pellegrinaggio, che accompagna, come un disponibile bordone, il respiro affannato dello sguardo. Strattonato dalla voracità del reincontro, con pezzi venerati, la Celestina, Olga seduta ed il mondo intorno, svanito in uno schermidare di pennellessa, impeciata d’attesa. La malevitchiana, essenziale Chitarra di Cèret, fatta di nulla. Il dissanguato Pittore e la modella del ’14. La micro- formidabile Corrida e via così, rischiando l’ovvietà (possiamo domandarlo al grafico Ghilardi o a chi per lui: ma perché la scelta d’un icona d’affiche, così furba eppur poco gaudiosa?). 

Certo, ognuno sceglie, Picasso stesso l’ha autorizzato: «Io dipingo esattamente come altri redigerebbe la propria autobiografia. Le mie tele, finite o non risolte, sono come pagine del mio diario. Il futuro sceglierà le pagine preferite». Ci pare che Anne Baldassari, conservatrice del Museo, abbia scelto assai bene, evitando l’ubbia dei «periodi» obbligatorio-didattici, rosa-blu-ingresque-ecc. (tanto invisi al toreador dell’imprevedibile) individuando un «fil rouge», dipanato in un saggio assai sottile. In fondo questo Narciso assoluto, ch’era troppo preso dal mondo (e vittima della pittura: una sposa-tiranna, che «gli faceva fare quello che voleva») troppo bulimico dell’Altro, per potersi specchiare unicamente sul rivo di se stesso, ha continuato a fare autoritratti, ma appunto di questo Sé diffuso, inteso come Mondo-specchio scuoiato. Che lo seduce, strattona, travolge e domina («Beve ogni volta il suo otre sino alla feccia e poi l’otre si ricarica», parola di Gertrude Stein). 



Picador e toro-torero di sé, che rischia ogni volta la vita, seduttore anche degli amici, stupratore e cannibale-Barbablu (come assicurano le sue troppe mogli, suicide o disarticolate a vita, come nei suoi ritratti) procreatore di figli-quadri o viceversa, e persino, ermafrodicamente (tanto era «pantos») odalisca di sé, come certificava l’interessato Cocteau. Che sapeva bene come negli specchi «si vede la morte è al lavoro»: un alveare gorgogliante di luttuosa vitalità. Anche Picasso, il velazqueziano, che per certi versi corteggiava pure gli specchi. Ma ne aveva un sacro terrore ancestrale, di reverenza e insieme paura (li vediamo spesso spuntare nelle sue fotografie, o negli autoscatti, in mostra). E allora eccolo in maschera, si trucca, si sottrae, istrioneggiando: collage di Arlecchini interiori. Proprio per allontanare lo spettro del doppio, dell’Inquietante freudiano. Già a sedici anni, profetico, una parrucca settecentesca. E poco prima di morire, sussulto apotropaico, già auto-teschio-ritratto. O, tornato giovanissimo, spiritello mercuriale, con paglietta e pennello vangoghiano.

Questo carnascialesco «scoronatore» del mondo (avrebbe detto Bachtin) ci accoglie ab initio sotto le fatture-Max Jacob d’un bronzeo giullare: periclitante acrobata, quasi uno Zarathustra appiedato ed irridente. Passa salamandra attraverso lo spettro blu-venoso del doppiosuicida Casemas, si purifica nel rosa-sabbia, adamitico, di Gosòl, poi lo shrappnel prospettico del cubismo e la fiammata ideologica (che riverbera nella sezione «italiana», memoria della mostra del ’53, affidata a Francesco Poli). Pare avesse avuto notizia della morte dell’amico Apollinaire, radendosi. Divorzio dagli specchi. Ma giovane, aveva confessato al fotografo Brassai: «Bisognerebbe fare un buco nello specchio, affinché l’obiettivo possa cogliere il nostro volto più intimo di sorpresa». La sua pittura, in fondo, è stato questo. Un foro sontuoso inflitto alla storia della pittura, che ci aiuta a vedere meglio. A ritessere, come in un gioco stellare, il profilo di questo Minotauro, insieme dominatore e dominato: Edipo cieco e tenero mostro, dallo sguardo, che non finisce di toreare con la nostra miopia filistea.

(Da: La Stampa del 24 settembre 2012)

lunedì 24 settembre 2012

Il jazz visivo e colorato di Matisse




Quando la musica diventa colore e le note linee in movimento

Giuseppe Montesano

Disegni improvvisati come note di sax


Un vecchio nonno un po’ sornione che ritaglia giocattoli per i nipotini: è così che si presenta Henri Matisse in una foto che lo ritrae a Vence, a quasi ottant’anni, mentre sforbicia uno dei cartoncini colorati con cui avrebbe costruito Jazz, uno dei libri d’arte più originali del Novecento. E oggi Jazz viene riproposto in edizione fac-simile dall’Electa, con due scritti di Francesco Poli e di Corrado Mingardi, in un libro-oggetto fatto di quartini sciolti che alternano pagine scritte a mano da Matisse e colorate immagini ritagliate da un enfantdi ottant’anni, un bambino sapiente e scapestrato che si mise a dipingere cartoncini e a costruire disegni che sono quasi sculture, tagliando le carte con le forbici e montando i pezzi come in un cinema delle origini: sono i papiers gouachés et decoupés che un editore geniale, Tériade, vide nello studio di Matisse e gli chiese di mettere insieme per comporre un libro. I giochi a colori di Matisse riguardavano soprattutto il circo, tra clown e mangiatori di spade e Pierrot, ma Tériade ebbe un’idea brillante, e dette al libro un nome che in quegli anni evocava il nuovo, l’istinto, l’improvvisazione, il ritmo e la giovinezza: e lo chiamò Jazz.

In quel 1947 le caves a Saint-Germain-de-prés cominciavano a essere invase dai jazzisti americani, i francesi un po’ fuori moda impazzivano per la faccia da Satiro ubriaco di Sidney Bechet e per lo stile New Orleans del suo sax soprano, i giovani si buttavano sui primi dischi del bop trovando nei solchi i guizzi nevrotici e tagliati di Charlie Parker, l’anno dopo si sarebbe aperto il festival internazionale del jazz di Parigi, e lo scrittore Boris Vian scriveva libri surreali e suonava la tromba in un gruppo jazz riuscendo forse a pagarsi le cene ma non certo il troppo whisky americano che beveva. Ma cosa ne sapeva l’ottantenne Matisse della nuova musica che contagiava gli zazous, i ragazzini ribelli delle caves e che si sarebbe sposata a perfezione con le nevrosi dell’Essere e del Niente di Sartre? Non ne sapeva niente o quasi, ma afferrò al volo il suggerimento di Tériade, scrisse nel libro che il gesto dell’artista sapiente deve saper dimenticare la tecnica e conservare «la freschezza dell’istinto», disse che le sue carte ritagliate erano «improvvisazioni cromatiche e ritmate», aggiunse che avrebbe usato la propria grafia «come sfondo sonoro», e creò il suo circo di colori al ritmo di un jazz immaginario. 



Ma quel ritmo era nelle vene dell’epoca, e basta aprire Jazz per capirlo a ogni foglio e persino negli sbalzi della scrittura. In mezzo alla grafia di curve e sgraffi e onde di Matisse, una grafia che si trasforma in calligrafia come nei rotoli di seta giapponesi o nelle volute liberty, ecco che appaiono immagini famose come Il clown, che si muove accompagnato dalla musica finto jazz della sonata per violino e pianoforte di Ravel; ed ecco i puri segni colorati che Matisse chiamava Lagune, ma che sono arabeschi, frange, virgole, trine, colori trasformati in ritmi da un colpo di forbici che somiglia a un colpo d’ancia del sax di Bechet; ed ecco un capolavoro come Cow-boy, due ombre in forma di macchie che si incrociano avvinghiate da un lazo sghembo e sincopato come il Rag-time di Stravinskij.

E in questo tardo Matisse gli intrecci ritmici e cromatici andavano tutti nella direzione del tempo sincopato e blues del jazz, la musica dell’improvvisazione emotiva in cui il nuovo è raggiunto nel momento in cui ci si lancia a proprio rischio e pericolo nel vuoto, e si dà inizio alle sorprese del Caso. Così, a un certo punto di Jazz, Matisse scriveva: «Un musicista ha detto che in arte la verità, o il reale, comincia quando non si capisce più nulla di quello che si fa... ». 



Il vecchio artista, che non sapeva niente di Parker e Gillespie, aveva però afferrato l’idea di improvvisazione a partire dalla scomposizione di un tema, che in lui si legava a una pratica esecutiva in cui gli strumenti erano le mani e la musica i colori: con l’aiuto del momento giusto, Matisse sapeva che le combinazioni di timbri e segni diventavano giuste, e la musica delle immagini si levava dalle sue carte colorate e ritagliate come qualcosa di mai visto prima. E non è strano che dal miscuglio tra improvvisazione ritmica e infanzia ritrovata le carte colorate di Matisse anticipino anche il pop: quasi esaurendolo prima che sia inventato. 

In Matisse è pop l’edonismo visivo, la decoratività che penetra nelle figure, la semplificazione delle forme, qualcosa che è raffinato e bambinesco allo stesso tempo, qualcosa che risuona allegro e dolce anche quando, come in Jazz, rappresenta il funerale di Pierrot. Il vecchio Matisse sapeva giocare, e sapeva che i bambini perenni che siamo vanno divertiti e divagati: e a quei bambini perenni, strizzando l’occhio da clown, regalò il suo jazz.

(Da: La Repubblica del 23 settembre 2012)

domenica 23 settembre 2012

Dino Erba: Arrigo Cervetto, da Bakunin a Lenin passando per Bordiga


Una lettura marxista del libro di Guido La Barbera che ricostruisce gli esordi del gruppo dirigente di Lotta Comunista

Dino Erba

Arrigo Cervetto: da Bakunin a Lenin passando per Bordiga

Come dice il titolo, il libro descrive la formazione del gruppo che, a metà degli anni Sessanta, avrebbe dato vita a Lotta Comunista. Per essere più precisi, più che del gruppo, si parla dei passaggi teorico-politici percorsi da Arrigo Cervetto, per superare le originarie posizioni anarchiche e approdare al leninismo. Inoltre, con l’eccezione di Pier Carlo Masini, gli altri compagni del «gruppo originario», restano sullo sfondo, compreso Lorenzo Parodi, che in quel milieu anarco-comunista ebbe un ruolo non secondario.


Fatte queste precisazioni, ritengo che il libro di La Barbera sia sicuramente utile, in quanto offre importanti spunti di riflessione su un’organizzazione come Lotta Comunista che, nel panorama politico italiano, ma anche in quello internazionale, rappresenta un’entità per certi versi anomala.

In linea generale, Lotta Comunista appartiene a quell’area che si richiama alla Sinistra comunista «italiana», di cui condivide alcuni fondamentali capisaldi, come il rigetto del socialismo in un solo Paese e, sostanzialmente, la critica alle tattiche frontiste stabilite al Terzo congresso dell’Internazionale comunista (1921); altre questioni, per esempio l’antiparlamentarismo, risultano più sfumate. Sul piano della prassi politica, invece, Lotta Comunista brilla per posizioni e comportamenti che sarebbe eufemismo definire opportunisti.

Tornando al piano teorico, le differenze con la Sinistra «italiana» si definirono via via che, nel corso degli anni Cinquanta, Cervetto andò elaborando una particolare concezione del «leninismo«, da cui emerse il concetto di «partito scienza». Questi aspetti sono stati trattati da Giorgio Amico e Yurii Colombo nel loro libro[1], cui rimando; d’altro canto esulano dal periodo esaminato da La Barbera – concentrato in particolare sugli anni cruciali 1948-1952 –, anche se ovviamente egli ne accenna. Voglio soffermarmi, invece, su una questione che ritengo di grande importanza, le cui implicazioni sono assolutamente attuali e scottanti. Mi riferisco alla critica dello Stato.

Lo Stato leviatano

Alla fine degli anni Quaranta, Cervetto, con la preziosa collaborazione di Pier Carl Masini iniziava a sottoporre a una critica impietosa l’esperienza anarchica. Ne aveva ben donde. Dopo il ventennio fascista e il tragico epilogo spagnolo, il movimento anarchico italiano annaspava, e non solo sul piano organizzativo, ma anche su quello teorico-politico, manifestando difficoltà ad affrontare la situazione creatasi alla fine della Seconda guerra mondiale.

La Barbera scrive che agli inizi del 1949 Cervetto giunse a Lenin grazie alla critica bordighiana dello Stato, in merito alla quale sostenne che «Bordiga ha ripreso dagli anarchici tesi che questi non hanno sviluppato»[2]. L’affermazione è pesante. A ben vedere, Cervetto non capì mai Bordiga, tanto è vero che lo considerò un teorico del superimperialismo di kautskiana memoria[3]. Ma non è questo il problema. Solo in seguito, alla fine degli anni Settanta, egli avrebbe cercato di approfondire la questione dello Stato nella teoria marxista, alla luce del leniniano Stato e rivoluzione, ma soprattutto delle tesi di Bucharin sullo Stato leviatano[4]. Da cui risultava evidente che il marxismo mai fece concessioni allo Stato.

A questo punto, viene spontaneo domandarsi come mai negli anni Quaranta e Cinquanta – nonostante la diffusione di Stato e rivoluzione di Lenin –, si fosse verificata quella strana dicotomia tra il marxismo e la critica dello Stato, da cui l’obiettivo della sua estinzione/abolizione; dicotomia che aveva indotto Masini e Cervetto a considerarla una tematica squisitamente anarchica[5].

La genesi immediata di questa dicotomia è riconducibile all’indomani della rivoluzione d’Ottobre, quando la struttura economico-sociale russa si rivelò estremamente debole per affrontare le esigenze che il governo sovietico si trovava di fronte; le debolezze furono supplite da un interventismo statale che presto pervase tutta la società con le note conseguenze politiche: burocratizzazione e formazione di un ceto privilegiato, equiparabile alla borghesia classica, anche se non deteneva la proprietà formale dei mezzi di produzione, e comunque incline a venire a patti con il mondo capitalista. Con la crisi del 1929, fascismo e new deal rooseveltiano esaltarono l’intervento dello Stato, traendo ispirazione, obtorto collo, da quanto avveniva in Unione Sovietica; l’interventismo statale divenne quindi la bandiera degli ambienti social-comunisti vicini a Mosca, ma anche di quelli democratico-progressisti. Quando poi lo statalismo occidentale, con il suo welfare, si dimostrò nettamente superiore al modello sovietico, contribuì a dare nuova linfa a una marea di illusioni che sono tutt’ora vive e vegete, di fronte ai selvaggi attacchi neoliberisti. Me lo statalismo non ne può essere l’alternativa.

Feroce critico del modello statalista – comunque inteso – fu Bordiga che, alla fine degli anni Quaranta aveva iniziato a pubblicare una serie articoli in cui toccava l’argomento a partire dai fondamenti teorici (Proprietà e capitale) ed esaminando via via le grandi questioni del momento, come le natura economico-sociale sovietica, new deal, welfare, ecc. ecc[6].

Nello sviluppo delle sue elaborazioni, Bordiga non faceva altro che applicare la marxiana critica dell’economia politica, criterio analitico che suscitò in Cervetto una profonda ammirazione, che lo indusse a esclamare: «Non credevo che il marxismo, e soprattutto il leninismo, potesse essere un’arma così potente»[7].

Entusiasmo perfettamente comprensibile, in confronto all’impasse in cui versava il movimento anarchico, di fronte agli avvenimenti grandiosi e tragici della prima metà del Novecento, la cui comprensione e valutazione non poteva essere affidata a quella pur apprezzabile spinta etica, che ha sempre caratterizzato le iniziative anarchiche, sia l’educazionismo come la «propaganda del fatto».

Il lato cattivo

Una volta scoperto il «grande metodo» marxista, Cervetto si applicò con diligenza, compilando meticolose ricerche su quanto avviene nella vita economica e nelle relazioni internazionali, dimostrandosi tuttavia più fedele alla forma che alla sostanza della marxiana critica dell’economia politica. Egli ha scattato delle belle fotografie che però, per quanto dettagliate, non colgono le dinamiche interne ai processi descritti. Seguendo il suo esempio, è poi sorta una scuola «leninista», in cui l’economia – avulsa dall’antagonismo sociale che la sottende, che Marx chiama «il lato cattivo» – è veramente una «triste scienza».

Il percorso che all’inizio degli anni Cinquanta Cervetto intraprese non fu assolutamente lineare, anzi fu molto contraddittorio; ripercorrendolo oggi, si rivive un profondo travaglio politico e intellettuale, in cui si intrecciano meditati dubbi e ardite illazioni – tra l’altro, egli intendeva «superare Lenin[8]». Di conseguenza, è difficile esprimere un giudizio esaustivo e pacato; tuttavia, i frutti della sua elaborazione – alla luce di quasi mezzo secolo di attività di Lotta Comunista – mi inducono a ritenere che, fin dall’inizio, nel suo approccio al marxismo ci fosse una fondamentale distorsione.

Etica, scienza e lotta di classe

Cervetto abbandonò l’impronta etica dell’anarchismo e la sostituì con una visione scientista dei rapporti sociali, considerati come rapporti tra cose (ovvero rapporti reificati), che invece – secondo Marx – sono rapporti tra uomini, mascherati da rapporti tra cose, appunto. E questi rapporti hanno una storia di conflitti, in cui si definisce l’autonomia politica e teorica dei proletari e, benché essa appaia inscritta nel modo di produzione capitalistico, ne costituisce il lato antagonistico.

Cervetto, volendo superare il presunto astrattismo di Bordiga (e della Sinistra comunista), adottò criteri scientisti anche per gli aspetti organizzativi, proponendo il «partito scienza». Detto in altri termini, egli riteneva di risolvere i problemi politici del movimento operaio e della rivoluzione proletaria con mezzi organizzativi, recuperando inconsapevolmente la ricetta di Stalin che, scacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. Chi mastica un po’ di teorica marxista è costretto ad ammettere, per non cadere nell’idealismo, che la teoria del proletariato è un prodotto dei conflitti di questo mondo. E tanto più il conflitto di classe è alto, tanto più la teoria proletaria è alta. Negli anni Cinquanta, l’elaborazione di Bordiga e della Sinistra comunista «italiana» (nonché di comunisti di sinistra, da Pannekoek e Mattick) era frutto dell’onda lunga della mareggiata rivoluzionaria dei primi decenni del Novecento; una volta esauritasi, si disperse in mille flutti, e non ci furono espedienti organizzativi che la potessero sostituire.

A mio avviso, nel marxismo lo scientismo rappresenta una degenerazione, o meglio un’aporia (prima con il positivismo/Histomat della Seconda internazionale poi con il Diamat della Terza), mentre mi risulta che esso abbia allignato organicamente nelle file anarchiche, almeno in passato. Per cui si potrebbe arguire che la parabola «leninista» di Cervetto non sia estranea all’originaria Weltanschauung anarchica; argomento che varrebbe la pena di approfondire, dal momento che tocca un insieme di esperienze che vanno ben oltre al caso specifico. Ciò non di meno, penso che lo scientismo non rappresenti un’alternativa alla dimensione etica, anzi: per quanto «incontrollata», la dimensione etica favorisce sempre una spinta verso lo scontro di classe[9]. E forse fu proprio grazie a quella spinta etica che il giovane Cervetto, operaio tra gli operai, partecipò alle lotte dell’Ilva di Savona. Ed è questo ciò che conta.



[1] Giorgio Amico - Yurii Colombo, Un comunista senza rivoluzione. Arrigo Cervetto: dall'anarchismo a Lotta Comunista. Appunti per una biografia politica, In appendice: Franco Astengo: Gli ultimi decenni della Savona operaia. Massari Editore, Bolsena, 2005.
[2] Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, Lotta Comunista, Milano, 2012, p. 54.
[3] Ibidem, p122-123.
[4] Gli articoli di Cervetto sullo Stato furono scritti tra il 1977 e il 1989; vennero poi raccolti e pubblicati con il titolo L'involucro politico, Edizioni Lotta Comunista, Milano 1994. Su Stato e rivoluzione, cfr. Vladimir Ili’c Lenin, Stato e rivoluzione e lo studio preparatorio Il marxismo sullo Stato, a cura di Pio Marconi, La Nuova Sinistra – Samonà e Savelli, Roma, 1972. Sullo Stato leviatano, cfr. Nikolaj Ivanovic Bucharin, Lo Stato leviatano. Scritti sullo Stato e la guerra 1915-1917, A cura di Alberto Giasanti, Edizioni UNICOPLI, Milano, 1984. Nikolaj Ivanovic, Bucharin L’imperialismo e l’accumulazione del capitale, Laterza, Bari, 1973.
[5] Ricordo che in Stato e anarchia Bakunin giudicò Marx «uno statalista accanito». Sulla questione dello Stato tra anarchici e marxisti si è sedimentata una certa confusione, in cui spesso le rispettive posizioni sembrano invertirsi, come si può vedere in Nicolaj Bucharin - Luigi Fabbri, Anarchia e comunismo scientifico. Un teorico marxista ed un anarchico a confronto, Zero in Condotta, Milano, 2009, nonché il «clasico» Arthur Lehning, Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, Samizdat, Pescara, 1999. Per un opposto – e ben più fondato – giudizio vedi Maximilien Rubel, Marx teorico dell’anarchismo, in Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Introduzione all’edizione italiana di Bruno Bongiovanni, Cappelli, Bologna, 1974.
[6] Cfr. in particolare A. Orso [Amadeo Bordiga], Proprietà e capitale, apparso in sette puntate su «Prometeo»: dal n. 10, giugno 1948 al n. 3-4, aprile 1952, ora in: Amadeo Bordiga, Proprietà e capitale, Iskra, Milano, 1980.
[7] Lettera di A. Cervetto a P. C. Masini, 29 luglio 1949, ora in Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, op. cit., p. 57.
[8] Lettera di A. Cervetto a P. C. Masini, 1° marzo 1950, ora in Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, op. cit., p. 65.
[9] Volendo buttare benzina sul fuoco, cito – condividendola – l’opinione di Rubel: «Marx è uno dei primi ad aver formulato un’etica proletaria, e ad essersi sforzato di fondarla su una sociologia “materialista”; […] L’adesione di Marx alla causa proletaria è anteriore alla giustificazione scientifica di tale adesione: è il frutto di una decisione etica e non della “critica dell’economia politica”». Maximilien Rubel, Scienza, etica e ideologia, in Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, op. cit., p. 291. 


Guido La Barbera
Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952
Lotta Comunista, Milano, 2012
€ 10,00

sabato 22 settembre 2012

Guido Araldo, Il mistero di Narbona; Insediamenti Catari nelle Alpi Marittime



Guido Araldo ci racconta fra leggenda e storia la nascita e gli sviluppi degli insediamenti Catari nelle Alpi Marittime fra Val Maira e Val Varaita

Guido Araldo

Narbona

Un filo sotterraneo corre nella Storia e collega gli Esseni, gruppo gnostico-giudaico, ai primi cristiani, poi s’intreccia ai Bogomili dell’Impero Bizantino; in seguito, verso l’anno Mille, fluttuò dai Bogomili ai Catari: un filo che si sposta verso Occidente lentamente e che, ad un certo punto, si spezza, bruciato sui roghi. -
I Catari apparvero per la prima volta nella Storia, come fiore repentino sbocciato sulle colline delle Langhe, nell’anno 1028: in pieno Medioevo.
Ma si trattava davvero delle Langhe? Molti erano i Mons Fortis nell’Alta Valle Padana e la marchesa di Susa non aveva poteri sulle Langhe, pertinenza dei Marchesi Del Carretto o del vescovo di Alba.
Come quegli eretici fossero arrivati al Monte Forte, probabilmente resterà per sempre un mistero!
Ma già allora i Catari mettevano paura per la loro dottrina rivoluzionaria e per il favore che riscuotevano presso il popolo poiché moralmente migliori dei sacerdoti cattolici.
Appena l’arcivescovo di Milano, massima autorità ecclesiastica della Lombardia, ne fu informato si recò dalla marchesa di Susa, che aveva giurisdizione politica anche sulle meridionali Langhe, dove invocò l’intervento dal braccio secolare per arrestarli.
La marchesa prontamente lo accontentò e i suoi armigeri salirono al Monte Forte: i Catari furono arrestati e messi in catene. Soltanto la castellana, che gli aveva offerto ospitalità, nota come “la dama in nero”, sembra che non sia stata perseguita. Tutti i sospettati furono condotti nella città di sant’Ambrogio, capitale spirituale dell’Alta Italia, dove furono imprigionati con dubbia sorte. Una leggenda, ma è soltanto una leggenda, vuole che gli irriducibili: coloro che si rifiutarono caparbiamente di desistere dalle loro convinzioni ereticali, furono costretti “volontariamente” a gettarsi nelle fiamme. Altre fonti riferiscono che corsero felici verso le fiamme, proclamando ad alte voce la propria fede. A rievocare quella storia cupa resta a Milano “la colonna infame”!
Dopo i fatti del Monte Forte seguì un lungo silenzio. Duecento anni dopo ecco i catari sono straordinariamente maggioranza religiosa nella civilissima Linguadoca: la regione più evoluta in Europa. Ma fu una stagione di breve durata. Ben presto papa Innocenzo III, percependo la minaccia gravissima costituita dai Catari, inaugurò la terribile stagione della crociata cismarina contro l’eresia dei Catari della Linguadoca.
Resta un mistero come la religiosità catara avesse potuto attecchire copiosamente in un terra generosa, dall’intensa vitalità culturale: la patria della poesia cortese, caratterizzata da una stagione di benessere e da una libertà inimmaginabili altrove. Ma, probabilmente, non si un mistero “di Pulcinella”. Tutte le regioni più evolute d’Europa sono sempre state “ribelli” al dogmatismo cupo di Roma papale e ne saranno un palese esempio le guerre di religione in epoca barocca.
I Catari della Linguadoca divennero famosi come gli Albigesi, per la città di Albi, loro culla, dove sembra che costituissero la maggioranza della popolazione. Disponevano di un’indipendente struttura ecclesiastica dove le donne vantavano identica dignità degli uomini. Numerose, infatti, erano le “perfette”, corrispondenti alle “vescove”, in gran parte di nobile lignaggio come la bella Esclarmonde, sorella di Raimondo Ruggero, conte del Foix, che fu l’anima della resistenza nel castello di Montségur.
Una situazione intollerabile per la chiesa di Roma!
Quando la grande crociata cismarina venne bandita, i cavalieri franchi del Nord scesero come sciame di cavallette devastatrici nelle felici campagne della Linguadoca, avidi di saccheggi e stupri.
La prima città ad esserne travolta fu Béziers: bruciata da cima fondo mentre tutti gli abitanti venivano passati a fil di spada.
Come non ricordare la famosa frase del legato pontificio che dirigeva la crociata? Esortò implacabile i carnefici: “Colpiteli tutti! Dio saprà discernere tra i suoi, i buoni, e gli eretici!”
Fu così che la più bella civiltà europea dell’epoca: la civiltà d’Oc dei cavalieri cortesi, delle belle dame, dei raffinati trovadori, dei ricchi mercanti e dei poetici menestrelli fu distrutta per sempre: spazzata via da una furia inquisitoria senza precedenti.
Dopo la sconfitta di Muret, il 12 settembre 1213, subita da Pietro II, re cattolicissimo d’Aragona, accorso a difendere l’Occitania, morto sul campo con tutta la sua cavalleria, non ci fu più speranza per le terre civili della Grande Contea di Tolosa e dei Viscontadi di Carcassonne e Narbona.
Fu allora che un sole nero sembrò calare sulla dolce terra d’Occitania.
La grande città di Tolosa, che all’epoca superava Parigi, Firenze, Venezia e la stessa Roma per ricchezza, abitanti, splendore e vivacità culturale, non si sarebbe più ripresa! -
Fu allora che i “buonomini”, come amavano definirsi i Catari, inserirono nelle loro preghiere la maledizione ripresa da Dante Alighieri, che probabilmente era cataro nel cuore: “Pape satàn, Pape satàn aleppe!”. Una frase difficile da decifrare, che tradotta dalla lingua trovadorica potrebbe significare: “Papa satanico, papa satanico vattene!”
In effetti ai Catari “albigesi” il papa di Roma doveva sembrare davvero il diavolo.
In vent’anni di sporadici scontri, persistenti sacchi e stupri, la grande Contea di Tolosa fu selvaggiamente saccheggiata e vilipesa, con tutte le terre meridionali tra il Rodano, i Pirinei e la Garonna, per essere in seguito annessa al Regno di Francia. Poco importava se il conte di Tolosa, il prode Raimondo, poco più di cent’anni prima fosse stato il primo ad entrare in Gerusalemme liberata!
La succitata battaglia di Muret fu uno scontro fatale, come lo fu la battaglia di Waterloo per la Francia. Il progetto caro a Pietro d’Aragona, di unire in un unico reame le sette sorelle: Aragona, Catalogna, Rossiglione, Linguadoca, Guascogna, Provenza e Lombardia, fu spazzato via per sempre dalla carica dei cavalieri franchi in quella pianura con le mura lontane di Tolosa, nella direzione dove si alza il sole. Lo stesso re Pietro, già vincitore l’anno prima degli Arabi nella travolgente battaglia di Las Nevas che avrebbe segnato per sempre il destino degli Arabi in Spagna, fu disarcionato e ucciso, e tutta la sua maynade, la più bella cavalleria al mondo, fu travolta e sterminata. Quanti pianti nelle case di Saragozza per i figli, gli sposi, i padri che non sarebbero più tornati! Il suo sogno di unificare le terre dall’Ebro al Rodano e al Ticino, da Valencia a Lione e a Genova sotto i suoi stendardi dalle quattro bande rosse orizzontali su campo d’oro, all’insegna della tolleranza, fu spazzato via da Simone di Montfort e dai suoi truci cavalieri giunti dal Nord della Francia.
Fu il più grande disastro del Medioevo, poiché negò per sempre la nascita di una nuova nazione, con immani conseguenze per la geografia politica dell’Europa.
Quel giorno, in un colpo solo, un embrione di nazione fu cancellato per sempre e la Grande Occitania fu la prima “nazione negata” d’Europa.



A questo punto cominciava l’opera di distruzione spirituale e morale di quella terra, fulcro di civiltà: dapprima con le spade insanguinate dei rozzi crociati del Montfort e poi all’ombra delle croci dei frati dai mantelli neri, i terribili e terrificanti Domenicani!
In quei giorni memorabili molti Catari, in fuga dalla patria devastata, cercarono rifugio al di qua delle Alpi e trovarono provvisorio riparo tra le mura protettive del borgo di Cuneo, da pochi anni assurto a libero Comune nel contesto della Lega Lombarda (24 giugno, giorno di San Giovanni Battista, 1198).
Ma tanta ospitalità fu solo un breve respiro!
I cupi nembi della loro patria devastata li seguirono e li raggiunsero anche tra quelle mura che credevano sicure.
Nella città di Tolosa, svuotata dagli eretici, gli inquisitori non tardarono ad additare il lontano borgo di Cuneo come bourg tournant: ruotante! (documento presente nell’archivio vescovile di Tolosa). Un borgo che accoglieva i Catari in fuga dalla Parvenza, li assisteva sui colli alpini e li rifocillava tra le sue mura, poi li immetteva in Val Padana: quanto bastava per far rabbrividire la Curia romana!
Accadde così che anche di qua delle Alpi fu bandita probabilmente una “piccola crociata” e un travolgente vento di tempesta s’abbatté implacabile su quel borgo adagiato tranquillo ai piedi delle Alpi Marittime, che si credeva al sicuro poiché difficile da espugnare poiché situato alla confluenza di due fiumi simile a prua di nave. Una comunità libera, con peccato originale gravissimo: troppo fiera per soggiacere alla volontà del potente vescovo di Asti, che inizialmente ne aveva favorito la nascita come libero comune sulle terre dell’antica abbazia di San Dalmazzo, lungo la strada che univa la Lombardia alla Provenza, alla Linguadoca e alla Catalogna.
Fu così che il popoloso borgo Cuneo sperimentò la rovina non per opera dei lontani cavalieri franchi; ma per mano di marchesi circostanti, accorsi prontamente all’appello vescovile. Quel libero comune costituiva, infatti, un’insopportabile spina nei loro fianchi! Troppi conti avevano da regolare con i fieri borghesi di Cuneo, ribelli alla loro volontà!
I marchesi di Saluzzo, Busca, Ceva e Clavesana mal tolleravano quella “villeneuve” irriverente dell’ordine secolare su cui si basava la società feudale. Per loro quel libero Comune aveva una colpa ben più grave dell’aprire le porte ai Catari in fuga dagli orrori della conquista francese e della riconquista papale: le apriva ai servi della gleba in fuga da asfissianti vincoli feudali. Una colpa imperdonabile per quei signori!
Il grande borgo di Cuneo subì probabilmente il primo dei suoi assedi, mai annoverato poiché troppo scomodo per i chierici che scrivevano la storia. Fu distrutto per poi risorgere pochi anni dopo, come attestano gli scarsi documenti, con l’aiuto dei Milanesi, senza più Catari nelle sue strade. Ma c’è da supporre che molti di quegli eretici non morirono sui roghi, né si dispersero ai quattro angoli della terra in turbini di polvere che li avrebbero ammutoliti per sempre: trovarono riparo nelle pieghe più appartate delle vicine montagne, le “combe” dove i pascoli erano abbondanti e sparuti gli abitanti.
I marchesi di Saluzzo, signori di quelle valli, fedelissimi a Santa Romana Chiesa, ostili ad ogni libero comune, erano tolleranti per quanto riguardava le questioni di fede, in sintonia con i principi al di là delle Alpi, soprattutto se i sopravvissuti alla devastazione di Cuneo soddisfacevano l’esigenza di popolare le valli alpine anche a quote relativamente elevate, con il favore d’inverni particolarmente miti. I marchesi di Saluzzo ambivano potenziare il loro stato e creare una florida economia, e quella laboriosa popolazione in fuga, dotata di genio, invettiva, con la qualità rara della costanza, sembrava inviata dalla divina provvidenza a popolare valli altrimenti deserte. Fu allora che sorsero nuove borgate là dove libero correva l’ululato dei lupi: piccoli nuclei che presero nome dalle città abbandonate per sempre nella remota ed amata Linguadoca, ormai irraggiungibile. Tra questi spiccavano le comunità di Narbona, in una conca nascosta nell’alta Val Grana: la Comba Aurona, e di Tolosa, in seguito evolutasi in Tolosano, in alta Val Mayra. A questo punto è d’uopo ricordare che a Saluzzo non c’era il vescovo, sarà gratificata con la presenza vescovile soltanto molti secoli dopo, nel 1512, da papa Giulio II, al quale “piasceva il bon vin Pelaverga”.
Questa, per sommi capi, la storia inedita di quegli anni lontani: una storia ancora tutta da scrivere e, francamente, dubito che verrà mai alla luce.
Troppi documenti mancano, troppe fonti sono andate distrutte, per sempre! Resta soltanto un alone di leggenda.
In questa storia non ci sono certezze, ma soltanto ipotesi e qualcosa di più!
Restano i radi frammenti della Santa Inquisizione di processi lontani nel tempo e nello spazio: a Tolosa, a Carcassone, Foix, Rodez...
I Domenicani di Tolosa indicarono anche, nelle loro pergamene di difficile lettura, alcune famiglie cuneesi che si reputavano compromesse con gli eretici: gli Imbert, i Giraud, gli Arnaud, gli Ayrald… Nelle pergamene in cui Cuneo è indicato come bourg tournant!
Di qua delle Alpi i padri inquisitori fecero tabula rasa dell’eresia dei Catari, più che in Provenza, Linguadoca e Guascogna. La storia degli eretici Albigesi di Cuneo fu sepolta sotto una montana di cenere e non doveva essere rievocata in saecula saeculorum!
Resta una domanda, anch’essa senza risposta: quali rapporti sussistevano tra i Catari e i Templari.
Non risulta nessun coinvolgimento dei Templari in quella bieca crociata cismarina.
Oscuri restarono i rapporti, se ve ne furono, tra Templari e Catari!
Dalla scarsa documentazione sopravvissuta sembra che quei fieri cavalieri, all’epoca potentissimi, avessero diplomaticamente trascurato la crociata cismarina in Linguadoca per immergersi totalmente nella crociata transmarina in Terra Santa.
Pare che lo stesso papa Innocenzo III si fosse lamentato per questo comportamento: quel severo rimprovero fu rispolverato cent’anni dopo, quando anche quei cavalieri, padroni di mezza Europa, furono spazzati via da un nuovo vento inquisitorio, furioso quanto il precedente, fatale ai Catari, questa volta scatenato dal re di Francia Filippo il Bello e da papa Clemente V, suo complice.
Come non citare la Divina Commedia, il diciannovesimo canto dell’Inferno?

“…ché dopo di lui verrà di più laida opra di ver ponente un pastor senza gregge!”

E’ pertanto molto probabile che comunità catare s’insediarono nelle pieghe più nascoste delle Api Occidentali principalmente nell’Alta Val Grana e nell’Alta Val Varayta, dove persiste il toponimo di Tolosano e sopravvive anche un affresco sicuramente cataro, in una chiesetta dimenticata sopra a Marmora. In questo affresco l’imperatore, che condanna a morte il santo di turno, porta sul capo il “triregno” papale e accanto a lui siede una cortigiana identificabile in una puttana per il copricapo che indossa, tipico delle meretrici in epoca gotica, proibito alle donne comuni. E la prostituta, sua sposa, è chiaramente la curia romana!
Nel Medioevo le alti Valli Occitane costituirono sotto i marchesi di Saluzzo un mondo dinamico e vivace, geloso della propria autonomia, sia amministrativa che religiosa. Valga a riguardo l’autonomia politica e finanziaria goduta dall’Alta Val Mayra fino al catastrofico avvento dei Savoia nel 1600. Quasi un piccolo universo parallelo, ignorato dalla remota curia vescovile di Torino.
La protezione accordata dai Marchesi di Saluzzo e l’esigua pressione fiscale favorirono una prosperità che non sarebbe più stata riscontrata in seguito, quando i rapaci duchi sabaudi avrebbero imposto le loro ferree regole. Basti a riguardo considerare le ricche e belle chiese erette in Alta Val Mayra, come quella di Elva situata a 1.600 metri di quota, o quella di San Peyre di Stroppo, oppure le cappelle disseminate ovunque, in gran parte mirabilmente affrescate. In seguito, con la fine del Marchesato di Saluzzo e l’avvento dei duchi sabaudi un’intera civiltà alpina fu cancellata sulle Alpi Marittime e Cozie!
Alla secolare tolleranza dei Marchesi di Saluzzo seguirono “Pasque Valdesi”, che potarono all’annientamento di quegli “eretici” nelle valli Varata, Po e Pellice, un tempo liberi Escartons.
A quei tempi dei Catari non restava neppure più il ricordo!
Di loro sopravvivono tracce sparse in qua e là: rare croci e gigli stilizzati incisi su antichissimi architravi in pietra, soprattutto in Val Mayra, come nella frazione di Chiabreres in San Damiano Macra.
In queste valli, note come Valli Occitane, si parla il provenzale o occitano, ma a Narbona e nella conca di Tolosano, sovrastante il paese di Marmora, ancora nel secolo scorso si parlava una lingua diversa, unica, eccezionale : un alfabeto ridotto, poiché i loro abitani sembravano ignorare le consonanti S e T.
Per loro scelta?
O per qualche misteriosa semplificazione linguistica?
Alcuni studiosi, come il medico condotto in quella zona alla fine della Seconda Guerra mondiale, supponevano un difetto labiale.
Personalmente preferisco ipotizzare una drastica decisione ideologica: S e T sono le consonanti iniziali di Satana!
Probabilmente furono i Catari “ad inventare” il pregiato formaggio Castelmagno, che oggi figura tra i più prestigiosi formaggi d’Europa. Per le loro “Messe” coltivavano l’uva “Seibello” in anfiteatri assolati fino a millecinquecento metri di altezza, con opere agricole d’alta ingegneria andata perduta, di cui si possono solo intravedere rare e vaghe tracce.
Dura, molto difficile doveva essere la vita in alta quota!
Ancora oggi, in Val Grana, persiste il detto “Se vuoi veder l’inferno, vieni a Narbona d’inverno!”
Le valanghe, in quella conca alpina dai ripidi pendii erbosi, corrono da tutte le parti!
L’antica Narbona era isolata da Natale a Pasqua.
Si dice che il sole stentasse a farsi vedere a Narbona nei mesi del solstizio invernale,; ma per i Catari che vi si erano rifugiati era il paradiso, mentre Roma, a loro parere, era l’antro dell’inferno.
Di cosa si nutrivano?
Sicuramente coltivavano l’orzo anche a quote oggi inimmaginabili; probabilmente quella “comba nascosta” era uno sterminato campo di orzo, accarezzato dal vento.
I Catari consideravano sacro il cibo, come gli Esseni: ogni pasto era un rito!
Si suppone che nel Medioevo vivesse in quella conca sperduta sui monti una numerosa comunità. Tanto in Narbona Vecchia quanto in Narbona Nuova, più in basso, meno assolata ma più protetta, erano nascoste: difficili a vedersi sia per chi risaliva la vallata e sia per chi teneva i crinali in alta quota. Lassù non si sentivano le “cioche”! I Catari preferivano starsene isolati, in silenzio, con la loro fede incrollabile che gli scaldava il cuore.
Tre erano i concetti basilari per quella gente che si considerava “pura”, sicura d’essere sulla retta via; concetti noti come “le tre S”: silenzio, solitudine e sacralità della terra, degli animali, delle piante, delle sorgenti, di tutto il Creato.
La solitudine e il silenzio erano considerati doni divini e quella valle, dove non si vedeva il sole da Sant’Andrea a San Sebastiano, di solitudine e silenzio gliene offriva in abbondanza nonostante la galaverna sembrasse mordere come un cane rabbioso nei mesi invernali, tanto di notte quanto di giorno.
Sono convinto che quei saggi maestri avessero pienamente sviluppato il concetto espresso dal poeta Salvatore Quasimodo nella sua poesia: “Ogni uomo sta solo sul cuor della terra, ed è subito sera”. Essi erano sicuri che, dopo la sera della vita, sarebbe venuta la luce di Dio che non era il Dio degli Eserciti dell’Antico Testamento, quel dio-demone-demiurgo che aveva consegnato le tavole delle leggi a un capopopolo sanguinario di nome Mosè; ma il Dio dell’Empireo annunciato nel Nuovo Testamento: tutto carità, pietà ed amore. La stessa terra, inoltre, era considerata sacra: anch’essa dono del cielo, poiché su di essa maturavano i frutti e germogliava sia il grano che l’orzo.
Tra di loro non esisteva la proprietà privata, ma ogni bene apparteneva alla comunità.
Il possesso dei poderi veniva ripartito tra i capifamiglia ad ogni indizione, ovvero ogni quindici anni, secondo le rispettive esigenze e secondo antiche leggi.
Ne conseguiva che non c’erano terreni incolti!
Per i Catari tutti gli esseri viventi, incluse le pietre, gli alberi, la stessa erba dei prati e i torrenti con i pesci andavano rispettati. Per questo motivo erano rigorosamente vegetariani.
Se per i preti di Cuneo la “comba di Narbona” era un luogo inospitale, quasi “una valle dell’inferno”; per un cataro era un angolo di paradiso terrestre: il silenzio vi regnava sovrano, la solitudine era totale, la vicinanza a Dio tangibile! E c’è di più!
Secondo una leggenda Narbona è chiusa in un cerchio magico, che ha per centro la borgata più antica: un cerchio segnato da alte cime di montagne, da strane pietre, da menhir antichissimi, che ha il punto di saldatura nel Santuario di San Magno, nella vallata parallela, ad Occidente.
E’ molto probabile che Narbona e Tolosano, dai nomi emblematici, furono per i Catari di Cuneo il Montségur nascosto, per secoli, che nessuno si sognò di andare ad espugnare.
I suoi abitanti pagavano un’unica tassa al marchese: magnifiche ruote di formaggio Castelmagno!
Uno scrigno montano che custodì a lungo, gelosamente, i loro segreti: un Vaticano ignorato sulle Alpi! Una storia dimenticata da molto tempo!
E il vento ora soffia solitario in una comba deserta, che molti credono senza memoria.

(Tratto dal volume: Guido Araldo, Il codice e le pietre di Narbona)



Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".