TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 31 ottobre 2012

Francia: Decentralizzazione, una riforma molto poco radicale




Anche in Francia si parla di decentramento amministrativo. Pubblichiamo la presa di posizione del Partito della Nazione Occitana sulle proposte di legge avanzate dal presidente socialista François Hollande. Ricordiamo che a differenza dell'Italia la Francia non ha finora riconosciuta alcuna forma di autonomia alle minoranze linguistico-nazionali (occitani, corsi, bretoni, baschi). 

Decentralizzazione : una riforma molto poco radicale

François Hollande è in procinto di avanzare proposte in merito alla riforma della decentralizzazione oggetto di un progetto di legge che sarà presentato in Senato agli inizi del prossimo anno.

Le regioni avranno competenza su occupazione, formazione, sostegno alle piccole e medie imprese e gestione dei fondi strutturali europei, ma la politica sociale resterà prerogativa dei dipartimenti, struttura amministrativa inutile che il Partito della Nazione Occitana da molto tempo propone di sopprimere. La transizione energetica sarà divisa tra lo Stato e i consorzi dei comuni nell'assenza ingiustificata delle regioni.

Il riconoscimento alle collettività territoriali di un potere ancora limitato di adattamento della legislazione rappresenta un'evoluzione positiva, ma sarebbe molto meglio se esse avessero un reale potere legislativo, cioè il potere di proporre e votare leggi.

Per quanto riguarda la riforma fiscale, è si prevista una parziale autonomia per queste collettività, ma senza peraltro intaccare il controllo dello Stato centrale. Il Partito della Nazione Occitana sostiene da parte sua che le regioni prelevino le imposte in loco come accade nei Paesi Baschi autonomi dello Stato spagnolo per poi versarne una parte, definita da una apposita negoziazione, allo Stato centrale.

Il Partito della Nazione Occitana lamenta inoltre che il capo dello Stato non abbia toccato la questione della democrazia linguistica in Francia che è legata alla decentralizzazione. Non è sufficiente che la Francia ratifichi la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie. Le regioni la cui lingua è differente dal francese debbono avere maggiori competenze in materia di lingua, di cultura (pubblicazioni, spettacolo, mezzi di comunicazione) e di educazione. Esse non potranno fare delle politiche coraggiose per la promozione delle loro lingue se non nella misura in cui esse influiranno sui contenuti dell'insegnamento e introdurranno il bilinguismo generalizzato, come in Corsica, nonché l'insegnamento in lingua regionale.

Ciò deve essere fatto attraverso una stretta cooperazione fra regioni parlanti una stessa lingua, considerato che tale cooperazione non si limiterebbe certo alle sole questioni linguistiche e culturali, ma potrebbe sboccare su un raggruppamento di regioni, senza escludere la ridefinizione territoriale di certe regioni per creare ad esempio una regione catalana in Roussillon, una regione basca nei Pirenei atlantici e delle istituzioni transfrontaliere la dove esse sono giustificate dalla prossimità linguistica e culturale.

Senza voler fare processi alle intenzioni, fintanto che una legge non sarà votata, è chiaro per il Partito della Nazione Occitana che le proposte di François Hollande non rimettono per nulla in causa il modello giacobino francese, così lontano dalle autonomie e dal federalismo di alcuni dei nostri vicini europei.
Saremo vigilanti quando il progetto di legge sarà esaminato dal senato.

24 ottobre 2012

Partito della Nazione Occitana

Pino Bertelli, Del Cinema Nôvo brasiliano



Da un più ampio saggio su Glauber Rocha riprendiamo questa vivace rivisitazione del Cinema Novo brasiliano. Ricordiamo l'impatto che ebbero questi film su una generazione di giovani che cercava nel Terzo Mondo quei segnali di liberazione che non trovava in un'Italia ingessata dal potere democristiano. Poi con le prime occupazioni dell'autunno 1967 tutto cominciò a cambiare.


Pino Bertelli

Del Cinema Nôvo brasiliano

La fioritura del Cinema Lixo (spazzatura) brasiliano degli anni '60, ha sfondato l'estetica dell'oggettività e della violenza della cultura di regime, al quale ha contrapposto l'estetica della fame e dell’utopia che attraversa l'intero continente Latinoamericano. Un cinema povero, a tratti grezzo e imperfetto, che si è buttato contro a tutta la casistica del dolore in technicolor, assolto e celebrato dalla macchina/cinema hollywoodiana. Là dove le oche domestiche volano, tutto è merce e l’arte è sistemata nel sottoscala della noia. Nel cinema mercantile (non solo americano) si respira quell’odore irrespirabile di carogna, proprio alla burocrazia dell’impero occidentale che insieme alla frusta, alla Bibbia, alle bombe, dispensa (a “basso costo”)biglietti del cinema, televisori e la dittatura telematica massmediale (computer, telefonia, cinefotografia digitale, Internet, anche ecc.).
La tempesta sovversiva che il Cinema Nôvo ha disseminato sugli schermi del mondo (e oltre la cornice filmica...) ha prodotto smagliature, diserzioni, insorgenze di pezzi di popolo, momenti culturali abrasivi che alla Lingua del fittizio e della forca hanno risposto con la ribellione e il fucile. "L'uomo in rivolta si riconosce nelle situazioni che produce, chi non si sporca le mani è un vigliacco o un complice: l'ordine senza giudici dell'avvenire comincia nella realtà autenticata della sua rivolta". Quelli che fanno l’avanguardia (di ogni forma creativa) a metà, non fanno altro che scavarsi la fossa nella stupidità celebrata, premiata, mitologizzata. Noi crediamo che l’esercizio più importante della libertà sia la radicalità delle idee, specie quando si nobilita nella distruzione degli idoli.
Il cinema del sottosviluppo riconosce le proprie albe sovversive in opere disuguali, frammentarie, grezze... comunque tutte legate insieme da un'etica antagonista e dal desiderio di rivoluzione dello stato di cose esistenti. La hora de los hornos (L’ora dei forni, 1966/1968)di Octavio Getino e Fernando Solanas, El camino hacia la muerte del viejo Reales(Il cammino verso la morte del vecchio Reales, 1971) di Gerardo Vellejo,Revolucion(1965) di Jorge Sanjinés, Ricardo Rada e Oscar Soria, Yawar Mallku (Il sangue del condor, 1969) di Jorge Sanjinés, La tierra promedita (La terra promessa, 1973) di Miguel Littin, Ya no basta con rezar (Non basta più pregare, 1971) di Aldo Francia, Os fuzis (I fucili, 1963) di Ruy Guerra, Vidas secas (Vite secche, 1963) di Nelson Pereira dos Santos, Ganga Zumba (1963) di Carlos Diegues, Deus e o Diabo na terra do sol (1964) di Glauber Rocha…aprono il cammino al cinema tropicalista, tricontinentale, dove "l'atto rivoluzionario è il prodotto di un'azione che diverrà riflessione nel corso della lotta... Tricontinentale [è] il cinema d'autore, il cinema politico, il cinema contro, è un cinema di guerriglia". Il linguaggio di questo cinema della miseria si rovescia contro la miseria del cinema colonialista nordamericano e mortifica l'incomunicabilità artistica di molto cinema europeo.
Le spiagge dell'utopia cercate dal Cinema Nôvo o Tricontinentale crescono secondo un'angolazione libertaria del Terzo Mondo e la macchina da presa non è soltanto uno strumento espressivo di alcuni eletti dalla sorte (= eredità borghese) o dalla caparbietà di emergere dal branco ma uno mezzo di conoscenza e di educazione alla verità. “Tricontinentale, la scelta politica del cineasta nasce nel momento in cui la luce ferisce la sua pellicola. Questo, perché egli ha scelto la luce: macchina da presa sul terzo Mondo aperto, terra occupata, per la strada o nel deserto, nelle foreste o nelle città, la scelta è obbligata… Insisto su un cinema di guerriglia come unica forma di combattere la dittatura estetica ed economica del cinema imperialista occidentale o del cinema demagogico socialista” (Glauber Rocha).Siamo fatti dell’utopia di cui sono fatti i nostri sogni. L’impero della servitù è lì, in mezzo al fango sulle stelle, dove tutto è permesso perché niente è vero.


La geografia della fame del Brasile (e dell'intera America Latina...) è stata gridata, portata sugli schermi di tutto il mondo da Ruy Guerra, Nelson Pereira dos Santos e Glauber Rocha (più di ogni altro poeta della povertà, del mito e della magia). Ne I fucili, Guerra si richiama al realismo nudo di Luis Buñuel — Terra senza pane (Las Hurdes, 1933) —… la superstizione religiosa, la sudditanza della popolazione del Nordeste ai militari, proprietari terrieri, preti... strozzano ogni possibilità di rottura del cerchio… la rivolta individuale finisce in maniera tragica e la sopravvivenza mendicata nella passività fissano il film in una miserabile vittoria. Quella del predatore sulla propria vittima.
I fucili è un saggio sul sottosviluppo, un film-materico, anarchico, della rabbia in corpo... che non esalta a una concezione rivoluzionaria della storia (la presa del potere da parte del popolo...) ma rimanda a una ragione (una stagione) della rivolta che verrà. Guerra non soffoca l'immaginazione sovversiva, si ri/volge contro ogni fatalismo medioevale del capitalismo moderno o/e crisi esistenziale, d'identità e incomunicabilità borghesi... non rinuncia alla necessità della violenza contro la violenza della classe dominante, afferma la rivolta del singolo come frammento in cammino per la rivoluzione sociale.
Il padre riconosciuto del Cinema Nôvo è Nelson Pereira dos Santos, al quale si deve un film importante per la storia degli uomini (oltre che del cinema...), Vite secche. Un'opera "bruta", girata in luce naturale, senza ricercate inquadrature o vezzeggianti formalismi. Un film come pochi che ci capita di vedere in una vita. La colonna sonora è tra le meno tristi che hanno graffiato (o mielato...) lo schermo. Il rumore delle ruote di un carro, l'abbaiare di un cane e canzoni popolari si mescolano alla trattazione visuale elementare… i piani sequenza, lo stare addosso ai personaggi con la macchina da presa (procedimento abituale a Robert Bresson, Jean-Luc Godard, Jean-Marie Straub...), il ritorno alla figurazione dei gesti, l'amore per la terra e la freschezza terribile di quei cieli forti, inutili, fanno di questo film il luogo della sopravvivenza e della speranza in armi che si scagliano contro la falsa oggettività. Questa pregnanza documentaria porta in ogni fotogramma l'insorgenza della soggettività insurrezionale e ad ogni giunta della pellicola mostra l'esecuzione capitale di "Cinelandia".
In Vite secche si vive la fame storica di un paese colonizzato. Qui l'essere armati segna la trasparenza di una qualità, l'essere nel pieno della sua freschezza senza muri... dove il tuono dello schiavo si rovescia in padronanza della propria esistenza... "Con il cibo dei porci gli uomini sono già nella scienza... se taciamo, urlano le pietre" (Georg W.F. Hegel). È un opporsi alla norma con ogni mezzo... buttare la passione contro la ragione, il piacere contro il principio della produzione e dell'accumulazione, fare della centralità del potere (un niente aberrante della verità possibile...) l'origine della mancanza di mondo.
Glauber Rocha “scrive” un cinema tropicalista, fonde simulacri e fucili, preti e puttane, ladri e padroni, santi e diavoli... in un universo allegorico e tragico dal quale se ne esce o morti o ribelli. Deus e o Diabo na terra do sol mostra l'immobilismo del popolo brasiliano che si asciuga le lacrime della fame con le tonache dei vescovi mentre viene scannato dalle baionette dei colonizzatori. Per Rocha "il rivoluzionario non deve solo fare la rivoluzione ma deve essere la rivoluzione". La "scatola magica" (il cinema) dunque, deve liberare le ombre e le lame di luce che scrivono la sua magia sulla tela bianca. Deus e o Diabo na terra do solsi legge come una riflessione sul sottosviluppo, la cultura primitiva e l'influenza coloniale della cultura incrostata sul mondo colonizzato.
La visione radicale di Rocha insiste su un cinema tricontinentale (cinema d'autore, cinema politico, cinema contro...) come cinema di guerriglia che combatte sia la dittatura estetica del cinema imperialista che la demagogia propagandistica di quello comunista. I suoi film si inseriscono all'interno della macchina/cinena come agenti provocatori che partecipano alla sua dissoluzione. "Quando si cerca di ricreare artificialmente una realtà vera, si finisce per falsificarla" (Rocha). Ogni uomo che abbia il senso dell’utopia libertaria o dei piaceri libertini dell’esistenza, deve ringraziare i ribelli d’ogni terra, perché sono loro e soltanto loro che hanno permesso alle umane genti di edificare quella teoretica della disobbedienza che ha disvelato i porci in doppiopetto della ragione storica. Che è una faccenda tra mercanti di armi, governi ricchi e mercati globali, sempre.

( Da: http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2012/10/glauber-rocha-o-langelo-dellanarchia-di.html)

martedì 30 ottobre 2012

Guido Araldo, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore



Una lettura esoterica di Dante

Guido Araldo

Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore

Luigi Valli molti anni orsono pubblicò un saggio sul “Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”: un libro che inaugurava, nel campo degli studi danteschi, una nuova e affascinante stagione di ricerca sulla lingua del sommo poeta e sulla misteriosa confraternita segreta che si suppone esistesse a Firenze nel XIII secolo, probabilmente collegata ai Templari. Questo studio fu integrato da ricerche di Arturo Reghini, autore di un’opera importante in 5 volumi intitolata “Il Mistero dell’Amor platonico nel Medio Evo”: un’analisi che avviò un dibatto tra scettici ed esoterici rievocante, per certi versi, scontri ben più antichi e sanguigni come quelli tra guelfi e ghibellini.

Due anni prima, nel 1926, il prof. Reghini aveva ipotizzato “una chiave” di lettura della Divina Commina sostenendo, in sintonia con Foscolo, Rossetti e Pascoli, l’esistenza di una “dottrina nascosta di Dante” sotto il velame delli versi strani. Un’analisi che coinvolge il discorso politico del De Monarchia di Dante in cui il grande poeta auspica una rinascita dell’ideale dell’istituzione imperiale, dove l’aquila accorra in soccorso della croce vacillante. Secondo Dante soltanto con l’abbinamento del “calice” con il “globo” la civiltà europea avrebbe potuto riprendersi dalla crisi delle istituzioni ecclesiastiche e civili del tardo Medioevo. Si trattava, in sostanza, di un auspicio di salvezza dell’umanità, in sintonia con l’operato di Bernardo di Chiaravalle che aveva organizzato i Templari e i Cistercensi in quest’ottica.



Per i Fedeli d’Amore il concetto d’amore corrisponde all’Intelligenza attiva ed è, come afferma Dante stesso nell’ultimo verso della Commedia: l’Amor che move il sole e l’altre stelle. E’ il motore del mondo e dell’universo: è forza primogenita della natura e dell’umanità. Nel Fedele d’Amore è determinante questa consapevolezza, mentre nel profano è dormiente e latente. Ne consegue, nel gergo iniziatico, che dormire significa permanere nell’errore ed essere lontano dalla verità.

Tutto questo emerge chiaramente negli ultimi versi del Purgatorio, con l’immersione nel fiume Lete: il fiume del sonno e dell’oblio; alla quale segue l’Eunoé, dove il Fedele d’Amore, simile a pianta novella (neo-fita), dotata di nuova linfa, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, in grado si ascendere al “regno dei cieli”. Un concetto più pagano che cristiano, impregnante in epoche antiche l’orfismo e i misteri eleusini. Pitagora consiglia, dopo la morte, di prestare grande attenzione a non soddisfare l’impellente sete bevendo alla “sorgente” del Lete, che è dolce e genera oblio, mentre si dovrebbe bere alla fonte successiva, detta Mnemosine, definita da Dante Eunoè, caratterizzata dalla virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l’immortalità. Un concetto puramente platonico quello del superamento del Lete, che permette d’interrompere il ciclo delle rinascite, il conseguimento della verità al di là dell’oblio e della morte.

Nell’ottica dantesca l’amore impregna il fluire dell’Eunoè, che permette di mantenere la continuità della coscienza attraverso il sonno e la morte. In sostanza l’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neo-fita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova. E’ una conoscenza, perfezionamento, purificazione che procede per gradi come specificato nei “Documenta Amoris” di Francesco da Barberino, che è un po’ il “manifesto dei Fedeli d’Amore”: nei primi gradi l’adepto è rappresentato trafitto dal dardo d’amore e mentre successivamente è rappresentato con rose nelle mani. Si tratta di un simbolismo esoterico, con evidenti connessioni con l’alchimia: un terreno poco sondato negli studi sulle confraternite medioevali.
Una prova di questi “rapporti sotterranei” è data dalla presenza dell’androgino ermetico raffigurato dallo stesso Francesco da Barberino nei suoi “Documenti d’Amore”. La prima documentazione nota risale a mille anni prima ed è attribuita al filosofo alchimista egiziano di lingua greca Zosimo di Panopoli: il primo autore che abbia scritto opere alchemiche in modo sistematico. A questo filosofo alchimista è attribuita una Vita di Platone e la Chemeutikà: un’opera complessa dedicata emblematicamente a una donna di nome Teosebia, quasi un atto d’amore articolato in 28 libri corrispondenti cabalisticamente alle 24 lettere dell'alfabeto greco con l’aggiunta di quattro lettere dell'alfabeto copto. In quest’opera giunse a maturazione un sincretismo basato sullo gnosticismo dotto di matrice neoplatonica; sullo gnosticismo cristiano alessandrino e sull’ermetismo, dove la trasformazione dei metalli: da metalli vili a metalli preziosi quali oro e argento, allude sostanzialmente a un percorso iniziatico di purificazione. Lo stesso percorso dei Fedeli d’Amore!



Illuminante a riguardo, sono i versi impregnati di simbolismo e terminologia alchemica di un poeta coevo di Dante, sicuramente partecipe dei Fedeli d’Amore: Nicolò de’ Rossi, rimatore, giurista e personaggio politico di Treviso, laureatosi Bologna e docente di diritto nello “studio” della sua città natale a partire dal 1318. Il suo canzoniere, ritrovato recentemente a Siviglia nel 1955 e pubblicato con il titolo di Canzoniere Sivigliano a cura di M. S. Elsheikh nel 1973, comprende 5 canzoni e 440 sonetti di chiara derivazione stilnovistica dove, similmente a Dante, non mancano cenni politici. In questa sua opera Nicolò de’ Rossi illustra i gradi e le virtù del vero amore, che sono quattro: la liquefatio opposta alla congelatioil languor, lo zelus e infine l’estasi o excessus mentis.

Una delle più importanti opere della letteratura d’amore: il “Roman de la Rose”, è un poema allegorico scritto a due mani: iniziato da Guglielmo de Lorris nel 1237 e ultimato quarant’anni dopo da Jean de Meung. Ebbe un enorme successo nel Medioevo, figurando tra i testi più copiati e diffusi. L’autore si sveglia un mattino di maggio: la primavera è la stagione dell'amore, e s’inoltra in un giardino meraviglioso, locus amoenus, dove nello specchio di Narciso (poteva essere diversamente?) vede riflessa una rosa di cui s’innamora. A questo punto incominciano le imprese dell'amante per conquistare la rosa, allegoria della donna amata, favorito o ostacolato da varie personificazioni dei suoi sentimenti contrastanti: dall’orgoglio alla vergogna, dal pudore al bell’apparire. Il romanzo termina con la conquista del castello dov’è rinchiusa la rosa, grazie all’intervento di Venere, e con la congiunzione d’amore. In Dante la rosa diventa “il fiore”, dettaglio che dimostra come il poeta conoscesse bene le “Roman de la Rose”, dal quale trasse ispirazione per un altro componimento a lui attribuito noto come il Detto d’Amore, incentrato sull’amor cortese. Le “Roman de la Rose” ebbe una grande importanza nell’area inglese nella versione The Romaunt of Rose. Come non ricordare a questo punto la “rosa fresca aulentissima” di Ciullo d’Alcamo?

Un discorso peculiare, relativo ai Fedeli d’Amore, riguarda la Fenice, citata frequentemente nel loro poetare che, divorata dalle fiamme della passione amorosa, rinasce. E l’Araba Fenice, in alchimia, costituisce l’ultimo stadio del perfezionamento alchemico: la rubido, l’opera al rosso, la rinascita nel fuoco filosofico esoterico dell’athanor. Per certi versi corrispondente allo zelus di Niccolò de’Rossi, che rinasce a Vita Nova, tramite l’excessus mentis. Lo stesso Dante specifica che questa crescita è intima e personale, poiché intender non lo può chi non la prova. Ne consegue che chi dorme ed è estraneo alla Confraternita dei Fedeli d’Amore è escluso dal loro linguaggio segreto e dalla loro maturazione interiore. Un linguaggio fortemente allusivo ma segreto, che tale doveva restare per non incappare nei sospetti e nell’ira della Santa Inquisizione, all’epoca intensissimo.

La storia di Cecco d’Ascoli, probabile adepto dei Fedeli d’Amore, poeta, medico, insegnante, filosofo, astrologo, astronomo: una delle menti più brillanti del Medioevo, condannato al rogo a Firenze sei anni dopo la morte di Dante, palesa appieno i rischi di una poetica e di una sapienza esoterica che inevitabilmente esce fuori dal rigido “seminato” di santa Romana Chiesa. La stessa presenza tra i sei giudici che emisero la sentenza di Francesco da Barberino, autore dei Documenta Amoris, il Manifesto dei Fedeli d’Amore, attesta inequivocabilmente la preoccupazione d’impedire un’attenzione compromettente da parte della Santa Inquisizione su un movimento culturale che aveva sicure origini trovadoriche e, per questo, probabilmente catare. Dante, ad esempio, sapeva che al termine del suo viaggio in Paradiso non poteva che essere un santo a condurlo nell’Empireo: se fossero stato Virgilio o Beatrice si sarebbe trovato pure lui a dare imbarazzanti spiegazioni di fronte ad un tribunale ecclesiastico. E la sua scelta di san Bernardo di Chiaravalle, che dettò le regole sia ai Templari che ai Cistercensi, non soltanto è casuale, ma emblematica, palesando collegamenti a lungo insospettati.


(Le immagini, alludenti all’ideale dantesco, sono sulla facciata rinascimentale, detta “delle pietre parlanti”, della parrocchiale di San Lorenzo di Saliceto)  

lunedì 29 ottobre 2012

L'Avanti!, ovvero come il principe azzurro diventò ranocchio




Giornale di lotta, espressione della battaglia politica e culturale per l'emancipazione dei lavoratori, l'Avanti! è stato per decenni in Italia il giornale operaio per eccellenza. Ma poi, come nelle favole, arrivarono i cattivi e il principe azzurro diventò ranocchio. E c'è poco da ridere vista la mutazione genetica dell'altra grande "famiglia" della sinistra, passata da Gramsci al trio Bersani-Renzi-Bindi.

Maria Luisa Righi


«Un giornale unico» Così Gramsci definiva l’Avanti!


«L’Avanti! è giornale unico, senza concorrenti, è il "prodotto" necessario che si acquista perché necessario, perché insostituibile, perché corrisponde a un bisogno intimo irresistibile come il bisogno del pane per uno stomaco sano». Così Gramsci scriveva alla fine de 1918 sulle colonne del «suo» giornale. Il giornale del partito socialista era ormai maggiorenne e in vent’anni aveva quasi decuplicato le vendite: 400mila copie nel 1919, contro le 40mila copie del primo anno di vita. Il primo numero era uscito nel Natale 1896.

L’Avanti! s’era subito distinto dagli altri giornali, per le sue battaglie a sostegno delle lotte dei lavoratori, contro il colonialismo, per le sue inchieste sulla corruzione, sulla condizione dei poveri, degli immigrati, per l’attenzione a «tutto ciò che avviene nella società moderna» (aveva suggerito Turati) e al tempo stesso vicino ai bisogni più elementari degli ultimi, spingendosi a propagandare le regole dell’igiene, «come evitare i pidocchi, lavarsi i denti, fare il brodo, alimentare i bambini». Il giornale conquistò ben presto le simpatie di larghi settori dell’intellettualità non solo socialista. Da Edmondo De Amicis a Giuseppe Prezzolini, da Ada Negri a Giovanni Pascoli, da Gabriele Galantara, che disegnò la testata, a Umberto Boccioni. Come scrisse Croce, «intorno ai socialisti si aggrega tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione».

Fu il primo giornale d’opposizione, espressione di una forza politica nazionale e non di potentati locali o interessi particolari. Per questo divenne da subito il simbolo della coscienza acquisita dai proletari che, organizzandosi, emancipavano se stessi e il mondo. E al mondo, alle lotte dei cavatori di pietra inglesi, ai portuali di Amburgo, alle vittorie dei socialisti francesi, il giornale dedicava grande spazio (il nome stesso era la traduzione dell’organo della socialdemocrazia tedesca). I lavoratori sacrificavano i pochi centesimi guadagnati per destinarli alla sottoscrizione; lo si portava con sé nella tomba; qualcuno, specie in Emilia, chiamò «Avanti!» il proprio bambino.

L’Avanti! fu giornale di partito originale e modello per molti, da L’Humanité, fondata nel 1904 da Jean Jaurès, a l’Unità che i comunisti si decisero a fondare solo nel 1924, quando fu chiaro che la riunificazione col Psi (concordata a Mosca tra Giacinto Menotti Serrati e Gramsci, e che avrebbe dovuto vederli co-direttori dell’Avanti!) era ormai fallita. Ed era fallita per l’opposizione dei dirigenti organizzati proprio intorno alla redazione milanese del giornale, capeggiati da Pietro Nenni, che utilizzando il suo ruolo di redattore capo alla fine del 1922, si oppose agli impegni assunti a Mosca dal suo direttore Serrati.

L’Avanti! era l’orgoglio dei socialisti, e l’ossessione delle forze reazionarie, che contro il giornale scatenarono un’occhiuta vigilanza e ripetute persecuzioni: sequestri, arresti (nel 1898, dopo le cannonate di Bava Beccaris, furono arrestati Turati e il direttore del giornale, Leonida Bissolati), perquisizioni e censura. Durante la prima guerra mondiale intere pagine uscirono completamente bianche oppure riempite ironicamente con brani dei Promessi sposi. Con lo squadrismo nazionalista e poi fascista arriveranno gli assalti armati e le devastazioni (tra il 1919 e il 1922 le sue redazioni sono ripetutamente assaltate, distrutte e incendiate), i ripetuti sequestri (36 nel 1924, 62 nel 1925). Benito Mussolini, che del giornale era stato uno dei direttori più amati negli anni che avevano preceduto la guerra, aveva maturato «invidia e odio profondo». Ma il quotidiano confezionato da Nenni non s’arrendeva e continuava a uscire. Solo le Leggi eccezionali ne decretarono la chiusura il 31 ottobre 1926.

Ma l’Avanti!, come aveva scritto Gramsci nel 1918, non era un «giornale-merce» e continuava a vivere là dove operavano i socialisti. Già il 10 dicembre 1926 riprese le pubblicazioni a Parigi, dove si rifugiarono molti dirigenti socialisti, come Bollettino del Partito socialista. Era soltanto una paginetta settimanale, grande come un volantino, ma era un «impegno d’onore» per «far rivivere in Francia l’organo glorioso». Anche in esilio i socialisti non persero quei tratti che li avevano contraddistinti sin dalle origini: «divisi e litigiosi. Libertari, spiriti critici, insofferenti alla disciplina, generosi e sanguigni». La condizione di esiliati non attenuò, semmai acuì queste caratteristiche e i contrasti tra le posizioni massimaliste di Angelica Balabanoff, che lo dirigeva, e quelle di Nenni (che si batteva per la fusione con i socialisti riformisti). Si acuirono fino a portare alla nascita di un nuovo Avanti!, stampato a Zurigo.

Quelli che vanno dalla crisi del ’29, all’affermarsi del nazismo alla guerra e alla Resistenza, sono anni tumultuosi che costrinsero i partiti antifascisti a misurarsi con un quadro politico continuamente in movimento e le posizioni cambiavano rapidamente. Sicché Nenni, il fiero oppositore della fusione tra Psi e neonato Pcd’I del 1923, divenne negli anni dei fronti popolari il fautore prima e il firmatario poi del Patto d’unità d’azione col partito comunista, siglato nel 1934.

Caduto Mussolini, «neppure si concepisce che il socialismo possa rinascere se non contestualmente all’Avanti!» che esce clandestinamente già il 22 agosto 1943. Alla liberazione di Roma, la sera del 5 giugno 1944, il giornale «Anno 48. Nuova serie, n. 1» è «sventolato come una bandiera vittoriosa» nei cortei che festeggiarono l’ingresso dei soldati americani.

Il quotidiano divenne subito il quotidiano più diffuso e autorevole del Sud, che presto raggiunse le 50mila copie, mentre al Nord un’edizione clandestina arrivò a stamparne 15mila. Dopo la Liberazione raggiunse presto le 360mila copie, grazie a quelle caratteristiche che l’avevano fatto grande alla nascita: l’attenzione a quanto di meglio esprimeva la cultura italiana e mondiale, grazie a collaboratori di vaglia (da Franco Fortini a Fernanda Pivano, ai giovani Paolo Grassi e Giorgio Strehler), ma anche allo sport, alla cronaca nera, alle lotte del lavoro, che la «stampa borghese» ignorava o distorceva, con giornalisti che diventeranno famosi come Ugo Zatterin o Ruggero Orlando (corrispondente da Londra).

La storia dell’Avanti! fu, anche nel dopoguerra, la storia del suo partito, coi suoi successi e le sue sconfitte, pregi e limiti, intuizioni ed errori. Una storia che dagli eroici giorni del 1896 arrivò al «logoramento e al declino» del 1987-1992, sino al «crollo» del 1993. Una storia raccontata con competenza e partecipazione da Ugo Intini che al giornale ha lavorato 27 anni e che lo ha diretto dal 1981 al 1987.

Il ponderoso volume si legge come un romanzo perché la storia d’Italia vista dalla redazione del giornale, si anima delle passioni di quegli uomini e quelle donne, che quella storia non solo l’hanno fatta, dividendo il loro impegno di giornalisti con l’attività di dirigenti di partito, ma l’hanno determinata anche raccontandola giorno per giorno, trovando un senso ai grandi e ai piccoli accadimenti quotidiani. E così facendo hanno orientato masse di cittadini, rendendoli consapevoli dei propri diritti, dando loro il coraggio di organizzarsi per rivendicarli.


(Da. L'Unità del 29 ottobre 2012)

Ugo Intini
AVANTI! Un giornale, un’epoca
Ponte Sisto, 2012
Euro 30,00 


domenica 28 ottobre 2012

Vado Ligure come Taranto. No all'omertà e al silenzio!

Invitiamo tutti a partecipare. E' intollerabile che, con la complicità di Enti e Istituzioni, si continui a fare profitti sulla pelle delle persone. 

Varigotti e la Chiesa di San Lorenzo



Ci avviciniamo all'inverno, il periodo migliore (assieme alla primavera) per visitare la nostra riviera. Poca gente, silenzio e scorci bellissimi. Via via proporremo luoghi e percorsi di particolare suggestione. Iniziamo da San Lorenzo di Varigotti dove ci si sente sospesi fra mare e cielo e il tempo sembra fermarsi.

Varigotti e la Chiesa di San Lorenzo

La storia di Varigotti (nome di origine romana) si confonde solo nei tempi più recenti con quella di Finale. In questa località costiera, ricca di anfratti e rupi a strapiombo, si era insediato da epoca remota un nucleo di Liguri pescatori e marinai. In età imperiale e bizantina la penisola (Punta Crena) fu fortificata e divenne importante stazione sede di un castrum distrutto da Rotari nel 641. 

In tale circostanza Varicottis è ricordata dal cronista Fredegario insieme ai più importanti centri della Riviera. Rimase intatto il complesso di S. Lorenzo (forse sede di un cenobio monastico basiliano del IV-V secolo), che nel 1127 fu ceduto ai benedettini di Lerins. L'abbazia godette di un periodo di grande prosperità nel XIII secolo anche perché i Del Carretto utilizzarono il porto naturale sottostante ("Porto dei Saraceni") come loro principale base marittima. Nel 1341, in seguito alla prima guerra con Genova, il porto fu completamente interrato.

L'antica chiesa di S. Lorenzo sorge in uno dei posti più suggestivi della Riviera, a ridosso delle rupe di Capo Noli. Della primitiva struttura altomediovale sopravvivono frammenti di età bizantina murati nelle pareti. Una parte molto antica, forse di età preromana, è costituita dall'abside quadrata con monofore di mattoni ad arco ribassato. Il fronte verso il mare, con le due porte principali a sesto acuto è di epoca gotica. 

L'interno oggi è spoglio di decorazioni ma custodisce elementi di varie epoche: il muro a monte di età preromanica, una grande tomba degli abati, l'acquasantiera, e sotto il pavimento ossari e tombe molto antiche. Notevole la sacrestia aggiunta in periodo gotico. A più riprese, in passato, attorno alla chiesa sono state trovate tombe di età tardo romana. 

Nel XV secolo, a ponente del Promotorio, sulla striscia costiera pianeggiante si formò un nuovo borgo che si sarebbe poi dotato di una nuova chiesa, l'attuale parrocchiale, anch'essa dedicata a S. Lorenzo (di struttura tardo gotica è il campanile; il corpo è di epoca barocca).

(Da: http://w3c.comunefinaleligure.it/)

venerdì 26 ottobre 2012

Savona: corso di danze occitane con Daniela Mandrile


Con un caro saluto a Daniela, mia maestra di danze occitane, che mi sopporta nonostante sia un pessimo allievo.

I bastardi senza storia. Omaggio a Giovanni Buzi




Giovanni Buzi era un amico. Anni fa con lui e con Roberto Massari si era ragionato sull'opportunità  di scrivere una storia del gruppo CoBrA. Se ne è andato nel 2010, prima che il progetto potesse diventare operativo. Esce ora un'antologia di racconti che contiene due suoi lavori. Ne pubblichiamo la prefazione di Matteo Mancini.

Matteo Mancini
Prefazione dell'antologia "I Bastardi Senza Storia - Schegge impazzite del pulp-horror italiano" - omaggio a Giovanni Buzi (Ed. Il Foglio, 2012)
Presentare un'antologia non è mai compito facile, poiché il rischio di annoiare il lettore con sterili discorsi di circostanza è sempre alto. Nell'occasione la difficoltà viene amplificata da un pizzico di commozione che non nego esser presente. Non si tratta di quell'entusiasmo che si libera quando si ha ormai la certezza che le proprie fatiche sono state ricompensate e che dunque quanto si è seminato è divenuto un frutto destinato a essere staccato dall'albero della fantasia per discendere tra le mani dei lettori. No, in questo caso c'è molto di più. Innanzi tutto c'è la soddisfazione per aver riunito un gruppo di amici scrittori (per gli amanti del dietro le quinte rivelo una punta di amarezza personale per aver visto sfumare alcune partecipazioni per ragioni di varia natura, ma fa parte del gioco, ahimé), più o meno giovani e più o meno conosciuti, con cui condividere la gioia di una pubblicazione. E poi c'è una ragione che fa di questa opera un qualcosa di speciale, quanto meno per chi vi ha partecipato, quasi un evento degno di esser ricordato.
Il progetto infatti, su proposta del sottoscritto, nasce con l'intenzione dichiarata di omaggiare uno dei più originali e coraggiosi scrittori apparsi nell'underground italiano contemporaneo e purtroppo scomparso prematuramente nel 2010. Il pensiero corre a Giovanni Buzi, eclettico artista a tutto tondo, critico d'arte, pittore, narratore di storie a metà strada tra l'erotismo e lo splatterpunk alla Clive Barker come gli dicevo sempre nei forum, avvertendo la sua soddisfazione velata da un'umiltà di cui era certamente dotato.
Conobbi Giovanni circa sette anni fa, in uno dei tanti laboratori di scrittura che imperversano nella rete, se non erro sul sito latelanera.com, avendo poi la fortuna di vederlo all'opera in svariati concorsi narrativi che ci vedevano contrapposti.
Fin da subito mi colpì la facilità di scrittura con cui intesseva le trame. Storie estreme, vuoi per la violenza o per la decisa componente sessuale che lui metteva in scena senza timori o ipocrisie dimostrando un coraggio che non è facile riscontrare nei giovani autori. Soprattutto però mi colpiva il suo interesse per la descrizione delle vesti dei personaggi, per il soffermarsi sui colori, per l'eleganza nella scelta delle parole e spesso per il tentativo di ricreare un campionario di profumi e rumori finalizzati a sconfinare in territori sondabili da sensi diversi da quello della vista. Un complesso di caratteristiche stilistiche che gli permettevano di toccare corde emozionali funzionali a trasportare il lettore all'interno dei vari racconti, trasformandolo in un personaggio condannato a scrutare da dietro le quinte le vicende di volta in volta proposte.
Dunque opere dotate di quel quid che le rendeva uniche e superiori alla media. Tuttavia i risultati ottenuti dalla penna di Buzi non rendono giustizia a un autore che comunque ha avuto la gioia di vedersi pubblicato sul Giallo Mondadori e in volumi di svariati editori, tra i quali Il Foglio Letterario di Gordiano Lupi che ha subito accettato con entusiasmo l'idea di confezionare un'antologia in memoria di Giovanni.
Così è nato il volume che avete tra le mani, grazie alla partecipazione di un folto gruppo di autori da me personalmente invitati ad aderire al progetto e che colgo l'occasione di ringraziare per l'ennesima volta.
L'obiettivo è stato quello di presentare un lotto di testi irriverenti e pulp, votati a un orrore non fine a sé stesso ma utile a rendersi veicolo per avanzare critiche sociali o spirituali. Protagonisti, per una volta, saranno i reietti, gli emarginati, coloro che sono considerati dei diversi.
Sono presenti anche due racconti di Buzi, il secondo dei quali mi fu inviato da lui stesso pochi giorni prima che volasse lassù dove imperano gli dei. Nonostante i problemi di salute, Giovanni accettò con entusiasmo il mio invito di partecipare a un'antologia horror su cui stavo lavorando. Si trattava di un progetto costruito quasi su misura per le caratteristiche visionarie della prosa di Buzi, trattandosi di un progetto dedicato a racconti impreziositi di un'impronta onirico/visionaria. Purtroppo, poi, il tutto non vide la luce per problemi con gli editori e così ho deciso di inserire quel racconto in questa antologia, un modo come un altro per considerare ancora Giovanni qui vicino a noi.
Del resto sono dell'opinione secondo cui un artista, grazie alle sue opere, sia un privilegiato rispetto ai c.d. uomini comuni, poiché gode della possibilità di vincere persino la morte e di vivere, attraverso le parole (e i disegni piuttosto che i film o le sculture), fino all'infinito. Se questo è vero lo è perché un'opera d'arte, di qualunque livello essa sia, altro non è che una conchiglia in cui vive la proiezione dell'anima di chi l'ha donata ai posteri. Per questo Giovanni non ci ha mai lasciato e oggi siamo qui con lui a condividere questa pubblicazione che spero possa piacergli.
Buona lettura a tutti.  

Elisabetta Chicco Vitzizzai, Eros in bicicletta



Elisabetta Chicco Vitzizzai, una cara amica di Vento largo, ha appena pubblicato su Amazon il suo primo ebook, EROS IN BICICLETTA, un breve romanzo ambientato nella Torino del 1899 che è anche una storia d'amore e di emancipazione femminile, in cui la bicicletta diviene mezzo e simbolo di libertà.

Per informazioni e richieste:
http://www.amazon.it/EROS-IN-BICICLETTA-ebook/dp/B009Q58P0W

giovedì 25 ottobre 2012

Da leggere: Italo Calvino, Sono nato in America...


Esce un volume che raccoglie le interviste al grande scrittore. Da non perdere.


Bernardo Valli

Memorie di Calvino
Sorrisi, ironie e confessioni


Il volume in cui sono raccolte, in seicentocinquantotto pagine, centouno interviste orali o scritte date da Italo Calvino tra il 1951, quando non aveva ancora trent’anni, e il 1985, suo ultimo anno di vita, puo’ suscitare una reazione singolare, ma non poi tanto strana: la gelosia dei ricordi. Capita spesso che i tuoi non coincidano con quelli degli altri. O che si allontanino sempre più dalla supposta realtà. Da quel ricco, bel volume, curato da Luca Baranelli, un fedelissimo di Calvino, e con l’introduzione di Mario Barenghi, suo costante, altrettanto fedele cultore, emerge spesso un Calvino allergico alla parola («questa roba che esce dalla bocca, informe, molle molle...»), un Calvino che rivendica la laconicità, un uomo di carattere piuttosto chiuso, se non ombroso, refrattario all’uso dell’io, ai richiami autobiografici (Sono nato in America, Mondadori). Anche se generoso nel rilasciare interviste, poiché le centouno pubblicate non sono neppure la metà di quelle rintracciate. Ho comunque conservato di Calvino un’immagine personale: quella di un meraviglioso attore.

È vero che non c’è nulla di meno assoluto e di più relativo del ricordo, ma la prima reazione mi conduce a credere che con quel libro, in cui si può rintracciare un sia pur vago, sfuggente, autoritratto in divenire, si sia infiltrato nella mia memoria un dubbio devastatore, un virus capace di sfocare le immagini che vi galleggiano come relitti. Un virus assassino che tenta di spegnere la luminosa figura di un Calvino conservata come un’icona, irreale ma ben disegnata nella mente, da quella tarda estate del 1985 in cui ho assistito alla sua sepoltura nel cimitero sul mare di Castiglione della Pescaia. E nasce poi l’inevitabile, contraddittorio sospetto che a tradirmi sia la mia stessa memoria, in cui i ricordi oltre a sfilacciarsi, ad annebbiarsi, si adeguano a desideri inconsci. Nei ricordi si è conservatori.

Il volume dedicato alle interviste di Calvino mi ha lasciato dunque nell’incertezza. Ma non per molto. Il mio ricordo è stato sopraffatto o si è appannato? Il tempo riduce all’essenziale l’immagine delle persone scomparse e non dimenticate. Ed io vedo ancora, appunto, Calvino come un grande attore, capace di sprigionare con lo sguardo espressioni chiare, chiarissime: rigetto, noia, ironia, comprensione, indifferenza, fastidio, amicizia, simpatia, a volte persino un entusiasmo candido, ingenuo; e con la parola capace di suscitare forti emozioni. Era un padre tenero, e apprensivo, quello che all’aeroporto di Fiumicino, mi affidò la figlia Giovanna, adolescente, che veniva a trascorrere le vacanze nella casa di Danielle, a Hammamet.

Parlando Calvino si inceppava spesso, si interrompeva, emetteva frammenti e rottami aforistici, ricorda Pietro Citati, suo amico da quando aveva ventiquattro anni, nella Torino grigia di quello che era ancora il dopoguerra. Allora Calvino era un giovane luminoso, con uno sguardo fresco e gentile, che si innamorava spesso. Era un ingenuo, di una limpidezza provinciale. Poi ha subito una lunga metamorfosi, è diventato un grande narratore, ma anche un uomo via via sempre più tormentato dalla imperativa necessità dello scrittore di mettere in movimento delle idee. E anche il suo sguardo si è via via oscurato. Questo dicono coloro che hanno seguito Calvino in tutto l’arco della sua vita.

L’ho conosciuto soltanto negli ultimi dieci anni, soprattutto in quelli parigini, e quindi non ho termini di paragone. Lo ricordo come un meraviglioso attore perché in varie occasioni l’ho visto uscire dal suo silenzio, dalla sua riservatezza, in cui sembrava rinchiuso come in una bolla di vetro. Ho assistito a evasioni dalla laconicità simili a esplosioni, che mandavano in frantumi la timidezza. E non accadeva soltanto quando aveva a disposizione un pubblico e scattava quello che oso chiamare il suo istinto d’attore.

Lo rivedo al Beaubourg, una sera, mentre parlava a centinaia di giovani parigini che straripavano sulla piazza, sotto gli altoparlanti, dai quali usciva il suo accentato, caldo francese. Le parole scorrevano senza esitazioni. Senza inciampi. Il tema della conferenza era la pittura metafisica di De Chirico. Un argomento ideale per l’autore delle Città invisibili e delle Cosmicomiche. E fu un successo, da grande spettacolo. Ci furono lunghi applausi, quasi come quelli all’Opéra Garnier, il giorno in cui andammo insieme a vedere il Simon Boccanegra, e lui, Calvino, era il solo a non indossare lo smoking, allora quasi di rigore alle prime, e il suo vestito grigio chiaro risaltava nella platea come una macchia bianca. Situazione che non lo imbarazzava affatto, anzi che lo rendeva di buon umore. La sua ironia era in quell’occasione smagliante. Al Beaubourg gli applausi prolungati lo resero felice. Era appagato. Non sprecava certo le parole. Ma era pronto ad aprirsi. A mio avviso, da giovane, gli è capitato di voler essere un attore.

Roland Barthes, che fu un suo ammiratore, ricorreva a una parola antica (lui diceva settecentesca) per definire quel che vedeva nell’arte di Calvino, e quel che traspariva dell’uomo da quel che scriveva: une sensibilité. Aggiungeva: un’umanità. Avrebbe voluto dire anche una bontà, ma la parola gli sembrava troppo pesante da portare e quindi da infliggere. Per Barthes in tutta l’opera di Calvino c’è un’ironia mai offensiva, mai aggressiva, e anche un costante distacco e un sorriso. Tutto questo era ben visibile anche nel personaggio non solo nei suoi scritti. Ed io, testardo come Cosimo, il Barone rampante, conservo questa immagine.

Le interviste sono da centellinare. Non da leggere tutto d’un fiato come un racconto. Luca Baranelli è stato un bravo ingegnere: ha ricostruito una lunga strada zigzagante, piena di curve, con sensi unici che all’improvviso prendono direzioni opposte. Insomma un itinerario con tante inevitabili contraddizioni. In trentaquattro anni di vita, quanti sono quelli in cui sono state concesse le interviste, gli umori, le situazioni, i sentimenti, le idee cambiano. E cambiano gli interlocutori, di incostante qualità. Calvino si adegua. Se la cava a volte ricorrendo allo scritto. Scrive persino le domande. Gli capita di recitare. Come quando dice che quando si esprime, sia a voce che per scritto, “è un disastro”.

Lo vedo ancora al Café de Flore, a Saint-Germain-des-Prés, davanti alla casa in cui aveva un piccolo appartamento, proprio accanto alla Brasserie Lipp. Poche stanze, affacciate su un cortile interno, comperate dopo avere lasciato il quasi periferico Square de Châtillon dove aveva vissuto per anni con la moglie Chichita e la figlia Giovanna. Lui pensava che al Flore, un tempo frequentato da Sartre e Beauvoir, e da tante altre celebrità letterarie (la non sua amica Marguerite Duras abitava nell’attigua rue Benoit), e poi finito in mano a una clientela turistica, le uova strapazzate al salmone, una specialità della casa, fossero esageratamente care. Aveva ragione. Ed è quindi davanti a una bottiglia di acqua minerale che cominciò a parlarmi di Stevenson. C’era stata un’ennesima nuova edizione del Master of Ballantrae e dovevo fargli un’intervista per Repubblica. Ma ci sbrigammo presto, perché nella conversazione fece irruzione Conrad. E allora iniziammo un gioco: una specie di gara a chi conosceva meglio le trame dei suoi romanzi e racconti: Lord Jim (del quale credo avesse cominciato e poi interrotto la traduzione), Tifone, La linea d’ombra, Il negro del Narciso, Il corsaro, L’agente segreto, La follia di Almayer...

Si era laureato con una tesi su Conrad, ma lo ignoravo. Fui spesso corretto, e in definitiva largamente battuto. Non umiliato perché era indulgente. Mi redarguiva col sorriso. Aveva una memoria rapida, scattante. I nomi dei personaggi conradiani, e le loro vicende, gli uscivano precisi. Parlava senza incepparsi. Sciolto. Animato. Davanti al bicchiere d’acqua minerale posato sul tavolino del Flore, era un grande attore. E così amo ricordarlo.




Italo Calvino
Sono nato in America...
A cura di Luca Baranelli 
Mondadori 2012
Euro 25

(Da: La Repubblica del  24 ottobre 2012)

mercoledì 24 ottobre 2012

Gianni Rodari, Scrivere oggi per i bambini



Il 23 ottobre 1920 nasceva Gianni Rodari. Lo ricordiamo con questo scritto, poco conosciuto ma ancora attualissimo, che è anche una riflessione sui rapporti fra lettura e società

Gianni Rodari

Scrivere oggi per i bambini

Scrivere significa in primo luogo scrivere per se stessi; ma scrivere per i bambini non significa scrivere per se stessi. Significa, per usare un paragone musicale, usare uno strumento particolare e non tutta l’orchestra. Usare una chiave e non tutte le chiavi. 

Vorrei cominciare parlando di qualche caso che conosco (per esempio del mio), non per fare dell’autobiografia, ma per partire da dati precisi. Intorno al ’49-50 ero già un giornalista abbastanza contento della sua condizione. Lavoravo in un giornale nazionale a Milano. Avevo la qualifica di inviato ed ogni seria intenzione di fare di quel lavoro il perno della mia vita. Ero già sulla trentina, da un pezzo non ero più un ragazzino. Ed ecco che un giorno il direttore del quotidiano decide di dedicare una pagina domenicale ai bambini. Chiesero a me di fare questo angolo per i bambini. Ero il solo ad aver fatto, anni addietro, il maestro di scuola e questo era l’unico titolo che suggeriva quella scelta. Avevo anche una certa predisposizione per i pezzi brillanti di fantasia o di umorismo. Cominciai così a pubblicare settimanalmente filastrocche e raccontini per i quali ritrovavo il mio gusto giovanile dei surrealisti francesi letti da studente in biblioteca. Quasi subito incominciarono ad arrivare lettere di bambini che chiedevano filastrocche per il padre tranviere, per il padre vigile urbano, per il padre impiegato e così via.

Le filastrocche nascevano, per così dire, dalla mano sinistra, ma mi divertiva inventarle tenendo conto delle due condizioni di cui non potevo non avvertire il significato: la prima che l’angolo per i bambini non appariva in un giornale per bambini ma in un quotidiano nazionale assai impegnato e socialmente vicino alle classi popolari; la seconda che l’angolo diventava sempre più un dialogo in diretta con i bambini. Non una cosa fatta a tavolino, ma in presa diretta con i lettori, i bambini e le loro famiglie. Non sono, dunque, arrivato ai bambini dalla strada della letteratura, ma da quella del giornalismo; tanto è vero che ho continuato anche dopo a fare il giornalista. Nel ’50 fui praticamente costretto, anche se non del tutto convinto, a dirigere un settimanale per bambini e ragazzi e per  caratterizzarlo, inventai una serie di personaggi che conoscevo bene dai tempi in cui, da cronista, avevo frequentato quotidianamente i grandi mercati di Milano per studiare i prezzi delle patate, del pesce, della carne, per occuparmi dei problemi della spesa delle famiglie. Cosi nacquero dei personaggi come Cipollino, Pomodoro, le contesse del Ciliegio, Pero Pero, mastro Uvetta ecc. In quel periodo una casa editrice mi propose di pubblicare un volumetto delle mie filastrocche e mi propose di scrivere un libro, un romanzo addirittura, sui personaggi che avevo inventato per un libro diverso: Cipollino e Pomodoro. L’idea mi divertì. Preparai una scaletta (lo scheletro del  racconto) presi un mese di ferie e fui ospitato da un contadino nella campagna modenese dove in un mese feci la prima stesura. La mattina mi svegliavano all’alba. La figlia del contadino bussava alla porta: " Dai, Gianni, che sei qui per lavorare, mica per dormire! ". La massaia mi chiedeva sempre a che punto fossi arrivato. La mattina che le dissi che ero arrivato a pag. 100, festeggiammo con i vicini e con i bambini.

Così nacquero i primi due libri non a tavolino ma in un contesto ricco di stimoli a diretto contatto con la realtà, con la piena libertà di usare la fantasia. Insomma, ho scoperto così un po’ per caso un lavoro appassionante che mi metteva decisamente dalla parte dei bambini. Negli anni seguenti questo scrivere divenne sempre più uno scrivere in mezzo ai bambini, con i bambini, giocare con loro, mescolare le immagini della mia fantasia con le immagini della loro fantasia.

Così ho preso l’abitudine di procedere, nel fare nuovi libri, per tre tappe: prima, raccontare a voce ai bambini nelle scuole o dove potevo incontrarli le storie che mi venivano in mente; sceglievo bambini diversi, classi e scuole dislocate nelle varie città italiane. 

Seconda tappa: constatato che l’oggetto poteva funzionare, che non era lessico familiare limitato al mio rapporto con un bambino o con un gruppo, allora passavo alla stesura scritta e qui prendeva sempre più piede lo studio dei meccanismi della fiaba e del racconto, la riflessione sull’immaginazione e sugli scrittori che sentivo più vicini da Palazzeschi a Zavattini. 

Terza tappa: dare lima, con la lettura ai bambini, prima che la pagina diventasse testo stampato. Portavo nelle scuole queste cose stando attento alle reazioni dei bambini. Anche i bambini sono critici letterari. Più che ai loro giudizi bisognava stare attenti alle loro reazioni. Se mentre io gli leggo la storia si voltano a parlare dall’altra parte significa che la storia non gli interessa; se si distraggono nel momento in cui secondo me dovrebbero ridere, vuol dire che la battuta non funziona quindi il meccanismo va studiato meglio. 

Così sono venuto elaborando tecniche inventive, materiale di funzionamento della fantasia che una volta fui invitato ad esporre ad alcuni insegnanti di scuola materna. Così, non a tavolino, ma nel contesto di questa esperienza a contatto con gli insegnanti, è nato il mio libro Grammatica della fantasia. Credo che l’aspetto più importante del tipo di lavoro che sono venuto rapidamente esponendo sia stata la conquista di un modo di scrivere, per i bambini, in presa diretta con il loro mondo mutevole. Ciò mi permetteva di cambiare e aggiornare le mie opinioni sui bambini, sulla scuola, sul mondo, insomma di rifare continuamente i miei studi, di farmi rieducare continuamente dai bambini.

Mi sono trovato senza averlo programmato ne’ desiderato sullo scaffale della letteratura dell’infanzia. C. Dickens teneva scritta sulla sua scrivania una massima che dice: " Fa bene quel che ti capita di fare ". Ho cercato anch’io di obbedire a questa massima senza sentirmi offeso, non considerando che scrivere per bambini significava essere di serie B o in un ghetto. I bambini non sono esseri umani di serie B, ma per secoli e millenni sono cresciuti separati, senza diritti, sconosciuti, insomma in un ghetto. Ma ne stanno uscendo. Da qualche tempo li ha scoperti la pedagogia poi li ha scoperti la psicologia, la pediatria, la pubblicità, l’industria (giocattoli, prodotti alimentari ecc.). I bambini sono diventati in realtà più importanti. Per la psicanalisi sono diventati addirittura la chiave per capire gli adulti, per interpretare i comportamenti sociali. Per ultima è arrivata anche l’ONU, prima emanando una carta dei diritti infantili, poi programmando l’anno del fanciullo. Personalmente credo che i bambini abbiano diritto non a un anno di attenzioni, di problemi, di esposizioni, di mostre, ma alla attenzione permanente e crescente di ogni giorno, di ogni anno, in ogni paese. Allora io credo che ogni anno è anno del bambino. Allora mi sta bene l’anno dei bambini.

Il bambino è una scoperta recente. Nelle società primitive era un cucciolo che acquistava il suo nome solo nell’adolescenza dopo cerimonie di iniziazione, anche dopo riti spaventosi. Nelle società antiche era proprietà del padre come i mobili e gli animali. Nel Medioevo era proprietà del feudatario. Prima del bambino l’Europa rivoluzionaria del ’700 ha scoperto il buon selvaggio e solo dopo il bambino, quando si ha avuto bisogno della mano d’opera infantile per far funzionare le filature, le tessiture, le miniere di carbone in Inghilterra. Il bambino è stato operaio, è stato lavoratore della terra prima che scolaro. La scuola per tutti è nata in Europa nell’800, quando l’industria aveva bisogno di una manodopera qualificata, capace, almeno, di leggere il nome delle macchine e di interpretare le istruzioni per farle funzionare e i regolamenti. Prima, della scuola per tutti non c’era stato bisogno. E sono stati popoli analfabeti ad inventare la ruota, il linguaggio, l’agricoltura, la metallurgia. Sono stati schiavi analfabeti a costruire le piramidi. Legionari analfabeti a conquistare le Gallie. Servi della gleba analfabeti a lavorare per i grandi signori del Medioevo. L’alfabeto e la cultura sono stati per secoli monopolio di un'élite dominante. Anche le grandi letterature sono nate e hanno prodotto capolavori in società nelle quali la maggioranza dei bambini era soltanto riserva o allevamento di manodopera.

Per quanto riguarda il nostro paese è certo un fatto: la letteratura italiana è nata e si è sviluppata dentro e intorno alle corti signorili: grandi centri di civiltà e cultura sparsi per tutta la penisola. E da queste origini ha tratto e conservato caratteri aristocratici che in parte conserva ancora oggi. La tradizione aulica, non popolare, è stata dura a morire. Essa continua ad agire, tanto che letterati e critici definiscono per inferiori, circondandola di mura di silenzio, la letteratura che chiamano amena, anche se per tanti anni è stata la sola ad arrivare a tutti: giallo, fantascienza, fumetto, cinema, televisione o il libro per bambini. Queste mura, però, si sono rotte in più punti. Per il cinema e per la TV lavorano anche scrittori. Racconti per bambini li hanno scritti anche Moravia e Compagnone. Ai fumetti si interessano anche Oreste del Buono e Umberto Eco. Qualcosa ci hanno guadagnato anche i bambini. Ma non ancora tutto quello a cui avrebbero diritto. I bambini sono pazienti. 

Nell’800 hanno cominciato a  andare a scuola e a consumare libri scolastici. In questi libri si esprimeva soprattutto la pedagogia delle classi dominanti insegnando le virtù necessarie: l’obbedienza, il risparmio, la capacità di sopportare sacrifici ecc. Quanto bastava, insomma, perché crescendo restassero lontani dai sindacati, dalle prime cooperative operaie, dalle società di mutuo soccorso. Ma in quei libri, pian piano, si sono andate infilando le fiabe popolari. Collodi traduce dal francese le fiabe di Perrault e qualche anno dopo mette da parte i programmi scolastici e degli editori per dare vita al suo Pinocchio: il più grande frutto contemporaneo della fiaba classica. Nel Pinocchio rivivono le antiche fiabe toscane, francesi, quelle dei fratelli Grimm e di Andersen. Da Pinocchio in poi il libro per bambini ha cominciato a vivere in Italia non all’ombra della scuola, ma in presa diretta con le esigenze infantili, con la fantasia infantile, con le fantasticherie della crescita, con il desiderio di avventura dei giovani lettori. Ecco insomma, il bambino, conquistare il primo piano, diventare lui l’interlocutore fuori delle mediazioni della pedagogia. 

Però non dimentichiamo che il maggiore filosofo del nostro tempo, Benedetto Croce, ebbe a negare una volta la legittimità dell’esistenza di una letteratura per l’infanzia. " I bambini scelgono negli scaffali i libri italiani che loro riescono ad adattare e quelli sono i libri per bambini. Ma una letteratura per l’infanzia non esiste ". Questo poteva essere vero per lui. Chi nasce in una casa piena di libri e gli viene data libertà di movimento, può andarsi a scegliere l’Orlando Furioso o il Don Chisciotte o il Robinson Crusoe o qualsiasi altro libro che possa diventare, magari ridotto, un libro per ragazzi. Croce, in fondo, teorizzava un fatto compiuto. Teorizzava il fatto che quando Pinocchio è uscito e pochi anni dopo egli scriveva quella frase, la maggioranza dei bambini italiani non aveva libri. Aveva in mano attrezzi da lavoro. 

Oggi invece questo discorso cambia. Del resto basta guardare lo scaffale dei libri per bambini e per ragazzi, per misurare l’altezza della liberazione che è toccata al libro per bambini rispetto alla letteratura edificante del primo ’800, rispetto al libro scolastico. I tratti importanti di quello scaffale sono oggi, a mio modo di vedere, tre: le fiabe, le avventure, la divulgazione scientifica con le relative suddivisioni (fiabe classiche e contemporanee, avventure tradizionali e di fantascienza, la divulgazione storica, geografica, tecnica e matematica). 

Per quello che riguarda la fiaba sento levarsi voci discordi. C’è chi si attarda a denunciarne i contenuti come se le fiabe fossero nate dalla pedagogia anziché dalla vita millenaria dei popoli. C’è chi ne suggerisce il rilievo psicanalitico. Ma le fiabe non sono nate a tavolino da sentori individuali, ma dalla elaborazione collettiva di popoli e generazioni enormemente distanti tra loro. C’è chi rimpiange la fiaba come qualcosa che non esiste più o quasi e c’è chi annuncia addirittura la fine della dimensione fantastica sia dei bambini che degli autori. Io a questo punto ci andrei piano. Non sono mai stati stampati tanti libri di fiabe come oggi. Non hanno mai circolato in Italia, come circolano oggi, fiabe di tutti i paesi (europei, africani, asiatici, sudamericani). La più grande raccolta italiana di fiabe popolari, tradotte dai vari dialetti, ha preso vita recentemente sotto i nostri occhi: sono le fiabe di Calvino. Noi non abbiamo avuto i nostri fratelli Grimm nell’800, abbiamo avuto Calvino pochi anni fa. La fiaba non sta morendo e non è mai vissuta più di adesso. Se cinquanta o cento anni fa le fiabe erano lette e gustate soltanto da un certo numero di bambini, oggi, con la scolarizzazione di massa e l’elevamento di livello di vita popolare, hanno conquistato un numero assai più largo di lettori e di ascoltatori.

martedì 23 ottobre 2012

La Fornero, sua figlia e i figli degli altri




Apprendiamo dal sito del Popolo viola che la figlia del ministro, Silvia Deaglio è ricercatrice in genetica medica, professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, proprio lo stesso ateneo in cui insegnano, alla facoltà di Economia, il padre Mario (Deaglio, editorialista de “la Stampa”) e la madre.  Scopriamo anche che è responsabile unità di ricerca, ruolo assegnatole dalla HuGeF, un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, lo stesso ente del quale il ministro Fornero è stato vicepresidente dal 2008 al 2010. 

Giuseppe Provenzano

Le parole della Fornero e le vite dei figli degli altri

È successo ancora. E ancora una volta, il bersaglio delle dichiarazioni “ebbre” del governo dei sobri tecnici, sono i giovani italiani. Choosy – in inglese, of course – “schizzinosi” verso il lavoro sarebbero secondo il Ministro Fornero i già bamboccioni, fannulloni, sfigati e mammoni. La distanza delle freddure ministeriali dal mondo offeso in cui vive la maggioranza dei giovani è l’esperienza di vita di tutti i giorni.

Certi giorni, poi, arrivano le statistiche sulla nostra assuefazione quotidiana all’esercito di giovani inoccupati o precari malpagati e sottinquadrati, di praticanti e stagisti senza nemmeno rimborso spese, di professori senza contratto e così via. Arrivano le statistiche e quella distanza si può persino misurare: un giorno la Svimez diffonde i dati sull’emigrazione giovanile e allora dà conto di quanto sciagurato è stato deplorare il presunto “posto fisso vicino a mammà”; un altro l’Istat rilancia il suo bollettino di guerra dal fronte del mercato del lavoro. E proprio ieri, uno studio europeo diffondeva le statistiche sui famigerati Neet - not in education, employment or training – i giovani che non studiano e non lavorano. I dati riguardavano i ventenni, ma se si estende l’analisi fino ai 34 anni – come patologicamente si estende lo status di giovane in questo paese invecchiato e impoverito – si scopre che in Italia sono Neet 3,2 milioni di giovani, quasi mezzo milione in più con la crisi. Oltre 1,8 milioni sono meridionali, i restanti si trovano al Centro-Nord, in forte aumento.

Sono milioni di “schizzinosi”? No, è un vasto mondo “grigio” fatto spesso di attività irregolare nell’economia sommersa, in quel “lavoro nero” che miete “morti bianche”, o ancora di un’inattività “mascherata”, non di reale disinteresse al lavoro ma di ricerca estemporanea di lavori saltuari, attraverso canali informali se non di carattere clientelare in quel mercato del lavoro che, soprattutto nel Mezzogiorno, mercato non è. Ed è la carenza strutturale di occasioni di lavoro che spinge una generazione a scivolare verso un’inattività “involontaria”, e un po’ più in là verso quello “scoraggiamento” a cercare lavoro, che si concentra quasi esclusivamente al Sud, una forma di “diserzione” per chi non è già fuggito. In alcune realtà, spinge alla marginalità sociale, all’esposizione al ricatto delle mafie.

Il ministro Fornero ha subito smentito se stessa e la propria frase infelice. Però, che tristezza. Con l’esordio dei professori già provammo il sollievo di tornare a discutere di politica e realtà dopo i baloccamenti berlusconiani, il gioco delle battute e delle smentite, le frasi idiote o infami e il “cattivismo sociale” professato di quella congrega del malgoverno. Oggi, bisogna riconoscere che il Ministro Fornero – il cui principale merito è stato senza dubbio averci fatto dimenticare l’esistenza del Viceministro Martone – ha superato ogni triste primato, finendo continuamente per alimentare cortocircuiti comunicativi, con frammenti di frasi e problemi buoni solo alle strumentalizzazioni. Invece di parlare della giungla normativa del mercato del lavoro e del deserto del nostro welfare si è concentrata sull’articolo 18; per lo stato di “inoccupazione fissa” dei giovani ha resuscitato cose morte come la critica aquel “posto fisso” che non hanno mai conosciuto.

Ora, le parole dette davanti ai microfoni sono sempre un po’ lontane dalla realtà effettuale. Ma quando la distanza è così eclatante allora c’è puzza di “ideologia”, altrimenti non si spiegherebbe questa curiosa forma di ignoranza delle élite. Cos’è infatti l’ideologia, nel senso deteriore, se non esattamente questa coscienza fasulla delle cose? “La mia riforma del lavoro non crea occupazione giovanile? Bene, allora il problema devono essere i giovani che fanno i difficili”. Ed è un peculiare punto di contatto tra ideologia della tecnica e ideologia populista questa semplificazione delle questioni. Farla troppo semplice, come un tratto di penna di riforma delle pensioni e vai a contare gli “esclusi” (malamente detti esodati). Però, non è solo Fornero, il problema ha riguardato altre figure cruciali del governo. Talvolta si ha l’impressione che sia solo un parlar male, in altri casi invece pare proprio che si tratti di un non sapere di che si parla. Com’è potuto accadere al governo dei tecnici ottimati? Giocano molti fattori, non ultima la maldestria a muoversi appena fuori del recinto, professorale o professionale, in cui si sono mossi egregiamente per decenni. Soprattutto, però, sembra determinante una certa chiusura censitaria – choosy, schizzinosi, si addice molto a un’altera signora inglese. 

È l’alterità di un pezzo minoritario di mondo che sembra di conoscere solo il proprio mondo (o quello dei propri figli, delle opportunità e delle occasioni più o meno meritate che hanno avuto) – che evidenzia proprio quell’immobilismo sociale, primo male italiano, che non si combatte a reprimende ma con un’altra politica. Ed è forse proprio questo che nelle dichiarazioni sui giovani (come dovrebbero essere, cosa dovrebbero fare) risuona come un di più di aberrazione, quell’inaccettabile paternalismo di un pezzo di classe dirigente che nella condizione dei suoi figli – cioè, dei figli degli altri – dovrebbe misurare anche un po’ i propri fallimenti. O misurare le parole, almeno.