TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 31 dicembre 2012

Guido Araldo, Capodanno




A tutte le amiche e a tutti gli amici di Vento largo auguri di Buon Anno

Guido Araldo

Capodanno

Si dice che anticamente nella notte di san Silvestro: il momento in cui la faccia destra di Giano subentra a quella sinistra, fosse usanza contare i soldi, sperando in un anno ricco e prospero. A mezzanotte si bruciava il ginepro nel camino, la cui cenere andava sparsa sull’uscio di casa all’alba, come gesto benaugurale. Allo stesso modo era considerato un gesto benaugurale bruciare nel camino, nel focolare, nella stufa o meglio ancora in un piccolo falò appositamente approntato, il ramoscello di vischio o l’agrifoglio o il ramoscello di ginepro appesi sull’uscio di casa in occasione del Natale. E, sempre all’alba dell’anno nuovo, si attribuiva un valore divinatorio alla prima persona che s’incontrava, con l’eccezione dei famigliari.

Per i Romani il Capodanno figurava tra i dies fasti: un giorno positivo, impregnato della benevolenza divina. Era un giorno di gioia, in cui scambiarsi doni tra fronde di alloro e di agrifoglio, le piante tradizionalmente benaugurali; mentre a Giano veniva offerta una focaccia di miele, sovente coperta da foglie di ginepro dorate, nota con il nome del dio: ianual, accompagnata da brocche colme di latte. L’augurio era palese: un anno dolce come il miele, con abbondanza di cibo rappresentata dal latte. Né mancava, nei casi migliori, il dono di monete per alludere alla speranza di un anno particolarmente ricco e prospero.

Il rito ufficiale, però, era un altro: al dio era sacrificato un toro bianco (un’eccezione poiché pare che a Giano non fossero graditi i sacrifici animali) e durante questo rito antichissimo venivano proferiti i voti solenni.

A Roma, dopo il sacrificio del toro bianco, i Senatori s’incontravano nella Curia per la prima seduta dell’anno. In epoca imperiale, durante questa prima riunione i senatori rinnovavano il giuramento di lealtà e fedeltà nei confronti dell’imperatore che, a sua volta, esprimeva, solennemente, i vota pulica sacrificando a Giano e a Giove due grandi buoi con corna dorate. Al tramonto l’imperatore riceveva sul Campidoglio le strenae: offerte in denaro.

Che nei due giorni più importanti dedicati a Giano: il 31 dicembre e il 1° gennaio, si tenessero festose veglie e grandi banchetti benaugurali, si evince dai severi divieti verso tali festeggiamenti dei sacerdoti cristiani, appena la nuova religione messianica giunta dalla Palestina s’impose come culto dominante.



L’usanza delle veglie al 31 dicembre e dei banchetti al 1° gennaio è documenta dall’autore latino Columella e pare fosse diffusa in tutto l’impero romano. Lo scrittore afferma che al temine dei compitalia era diffusa l’abitudine d’allestire un banchetto benaugurale davanti ai Lari, attorno al focolare sacro di un grande cascinale, di una villa, di un villaggio, dei quartieri cittadini. I compitalia erano le feste dei compita, cioè dei crocicchi e, pertanto, feste mobili, durante le quali nei crocicchi più importanti venivano deposti gli attrezzi agricoli rotti, affinché venissero distrutti, e quelli in funzione affinché ricevessero una sorta di benedizione collettiva, in previsione del nuovo anno e di buoni raccolti.

Più dubbia l’usanza, durante i compitalia, di bruciare un gomitolo di lana e anche un piccolo fantoccio di paglia, gettandoli nel fuoco acceso accanto al crocicchio. Secondo alcuni etnografi questa tradizione alluderebbe a tempi molto antichi, quando s’immolavano esseri umani, in pieno inverno, per procacciarsi il favore degli dei.

Nell’anno 64 a.C. i festeggiamenti del Capodanno furono vietati a Roma per i disordini che ne seguirono; ma la popolarità di queste veglie e dei successivi banchetti era tale che successivamente furono reintrodotti. A nulla valse il tentativo dell’imperatore Augusto di trasferirli alle idi di agosto, quando a quella data istituì le feriae Augusti: l’attuale Ferragosto.

Nel 389 un editto dell’imperatore Teodosio ufficializzò il Capodanno come festa imperiale, nonostante la sua proibizione dei culti pagani, com’era successo un secolo prima con il sol invictus dies natalis: il giorno della nascita del Sole Invitto, il 25 dicembre, ufficializzato dall’imperatore Aureliano nel 274. La festa del solstizio prossima a diventare il Natale, come lo conosciamo noi.
De epoche antichissime era usanza gettare una manciata di grano e un boccale di vino nel focolare o nei falò pubblici, per propiziare una buona annata, invocando Cerere e Bacco, e le danze che si tenevano attorno al fuoco, incluso “il rito” del salto sulle fiamme, avevamo sicuramente una valenza magica.

In una data imprecisata in epoca imperiale veglie e banchetti sembrarono non più bastare e s’impose la voga di chiassose sfilate, durante le quali i più giovani bussavano agli usci delle case inneggiando a Giano, auguravano un buon anno e ricevevano solitamente un compenso in focacce, vino e fors’anche denaro. Un’usanza che ben presto, da Roma, dilagò in tutto l’impero romano.

Delle degenerazioni di questi cortei chiassosi, in seguito confluiti nel Carnevale, si ha preziosa testimonianza da parte di san Massimo, primo vescovo di Augusta Taurinorum (Torino) che stigmatizza la diffusa abitudine di molti uomini in trasformarsi in donna, in tutto e per tutto, come pure l’abitudine di altri di camuffarsi in bestie, se non addirittura in mostri, emettendo grida impressionanti.

All’incirca nella stessa epoca a Ravenna, che aveva sostituito Roma come capitale dell’Occidente Romano, dopo la breve parentesi di Milano, sono documentati cortei con travestimenti mitologi e animaleschi, degni di un carnevale, nonostante si fosse ormai in epoca cristiana. Probabilmente l’usanza del travestimento animale, tipico principalmente nell’Italia Settentrionale e in Provenza, fino in Catalogna e sulle rive dell’Ebro, utilizzando soprattutto corna di cervo e zanne di cinghiale, lascia trasparire la persistenza di un archetipo celtico, quando in pieno inverno s’inneggiava e sacrificava a Cernunnos, il grande cervo saturo di valenze magiche, e al dio Lug, raffigurato sempre in compagnia di un cinghiale, similmente a sant’Antonio abate con il maiale. Ed era questo il tempo in cui venivano e ancora vengono “accomodati” i maiali, grazie ai quali “l’inverno diventa meno lungo” per la disponibilità di carne e grassi. Alle nostre latitudini, per millenni, un inverno senza la macellazione del maiale diventava un incubo!

Già in queste occasioni era usanza diffusa bruciare il fantoccio di una vecchia, la vetula, che in realtà rievocava il personaggio ancestrale di Anna Perenna, in seguito trasformata in Befana e, anche, nella vecchia della Quaresima, che subentrava al fantoccio del Carnevale bruciato pubblicamente la sera del Martedì Grasso e faceva la sua comparsa quando di questo fantoccio non restava che cenere.

Dal V secolo dalle trionfanti autorità ecclesiastiche fu avviata una vera e propria lotta contro il paganesimo, che continuava a manifestarsi sotto queste usanze ataviche difficili da estirpare, e proprio il Capodanno, con i suoi festeggiamenti in onore al dio bifronte Giano, fu identificato tra i massimi esempi di residuale paganesimo: la Natività e l’adorazione dei Re Magi dovevano bastare. Un’autentica guerra che nell’anno Mille sembrava definitivamente vinta e che, invece, mille anni dopo era persa!  


domenica 30 dicembre 2012

Valentino Parlato: La rivoluzione non russa. Quarant'anni di storia del Manifesto



A caldo ci viene da commentare che più che ricordi (per quanto interessanti e utili a ricostruire un passato che non tornerà) occorrerebbero bilanci, senza i quali non c'è ripresa possibile.

Nello Ajello


Un giornale “manifesto” tra politica sfide e liti

A suo modo, un libro di attualità. Perché ci racconta il lunghissimo backstage di una storia che si sta consumando. Infatti proprio mentre il dramma del manifesto sembra arrivato alle ultime scene con una serie di strappi crudeli, ecco che l’ottantunenne Valentino Parlato, poco prima di lasciare anche lui il gruppo storico dopo Rossanda, firma un volume-intervista dal titolo La rivoluzione non russa celebrando - con un po’ di ritardo, ma è un peccato veniale - “quarant’anni di storia” del quotidiano. L’ha pubblicato l’editore Manni, a cura di Giancarlo Greco (pagg. 183, euro 14) ed è curioso leggerlo ora, sapendo quel che è successo poi, in queste ultime settimane di separazioni e rotture. Riavvolgiamo il nastro, allora, insieme a lui.

Nato nell’aprile del 1971, ereditando il titolo di testata da una rivista comparsa tre anni prima sotto la direzione di Rossana Rossanda e Lucio Magri, il manifesto è stato non soltanto la voce di una sinistra aspramente critica all’interno del Pci - il che, dati i tempi, già segnava una dissonanza suggestiva – ma, all’indomani della radiazione dal partito di molti fra i promotori, ha funzionato da termo-È metro per le speranze e le traversie incontrate dalla sinistra, non solo italiana, nella seconda metà del secolo scorso. Sono queste le vicende che Parlato ispeziona. Il suo contegno partecipe e tenero sparge nel racconto un sentore di nostalgia. Il ruolo del narratore fa tutt’uno con quello del protagonista. All’interno di quel gruppo, i destini (si fa un po’ fatica a dire le fortune) di quello che si è fregiato lungo i decenni del sottotitolo “quotidiano comunista” e che minaccia di crollare, vennero affidati a un trio: Pintor, Rossanda e, appunto, Parlato. Non si trattava di un collettivo unanime. Non deve trarre in inganno il fatto che l’autore del libro continui a ripetere «Luigi, Rossana ed io», quasi alludesse a una solida falange. Nei fatti, il testo di questa sua confessione in volume rigurgita di «sfide, liti e malumori infernali». I tre amici non potevano essere più diversi fra loro. Un tratto, tuttavia, li accomunava: l’antidogmatismo che aveva sorretto la loro rivolta gli imprimeva (sono parole dell’autore) «non solo il coraggio ma anche il gusto di dire di no». Le molte strategie della tensione che attraversavano la cronaca italiana si riflettevano senza posa nel gruppo.

È stato Massimo Caprara, nel suo volume Ritratti in rosso, ad effigiare i sodali più anziani della triade. Trovava Rossana (sette anni più di Valentino), «lucidamente egemone». Giudicava Pintor (che superava Parlato di sei anni) «imprevedibile». Quanto a lui, Parlato, conviene attenersi a un’autodefinizione: si considera «il più modesto e moderato del gruppo». Non sembrerà una “diminutio” se si immagina quanto, in un simile consesso, servissero modestia e moderazione. Era lui a subentrare nei vertici del giornale quando uno degli altri – la cosa accadeva spesso con Pintor – si assentava dal comando non riconoscendosi nel lavoro comune. Quell’autorevole compagno sardo difendeva con le unghie le esigenze professionali del manifesto“ di carta”, quando gli pareva che questa o quella strategia o tattica politica stesse prevalendo sugli obblighi del mestiere. Presidiava questa posizione ripetendo senza sosta una sua elegante parafrasi letteraria: «un giornale è un giornale, un giornale, un giornale».

La nevrosi dell’onestà non nasceva, in quel «gruppo di avventurieri» da un partito preso. Al vaglio del loro organo di stampa, la cronaca italiana risultava quanto mai severa. Sono innumerevoli le “novità” e gli “incidenti” grandi o piccoli cui il manifesto ha dovuto far fronte. Si può solo tentare di elencarli: dall’edificazione del muro di Berlino alla rivolta dei paesi satelliti, dall’eresia cinese (cui gli eretici nostrani aderirono con una passione che parve doverosa) allo smantellamento dell’Urss, dal dilemma “giornale o partito? ” alla fine del Pci e ai frastornanti conati organizzativi della sinistra extraparlamentare. Eventi che Parlato rievoca mostrandosene talvolta trasecolato. Abbagli, sbandamenti, illusioni passeggere, fasi di un ottimismo incongruo con relativi disinganni, conflitti generazionali fra i “padri fondatori” e i giovani sessantottini che li aiutavano a fare il giornale, il terrorismo, i tormenti e le estasi del sindacato, gli scontri diuturni con la “cavalleria del Pci”, un partito che brandiva contro gli apostati un’arma consueta e micidiale: “Chi li paga? ”.

Non li pagava nessuno. Nella lunga vita del manifesto, non si contano le sottoscrizioni fra lettori e simpatizzanti; e quando il giornale si vide costretto a fare spazio agli annunci pubblicitari, la decisione apparve ai fondatori un tradimento “di classe”. Accade assai spesso che si affacci alla memoria di Parlato uno spettro: l’inconciliabilità fra i disegni o le decisioni versati nel quotidiano e il reale susseguirsi degli eventi, che non gli dava ragione. «Non fu così», «così non andò», le cose si svolsero «molto diversamente ». Sono le riserve postume di cui l’autore si fa carico di continuo. L’onestà di queste pagine e la buona fede del narratore sono sorprendenti e a tratti emotivamente efficaci. Com’è che si consuma un’utopia? A chi vada in cerca di una risposta può essere preziosa la lettura della Rivoluzione non russa.

Di questi tempi, la parola e il concetto stesso di rivoluzione appaiono assopiti. Naturalmente, senza un sussulto. In questo senso, la testimonianza di cui abbiamo parlato assume l’aspetto di un promemoria generoso, ma anche un po’ patetico. È così. Qualche lettore non più fresco di anni potrà scorgervi le tracce di un personale “come eravamo”. E qualche indizio per capire quel che succede oggi.


(Da: La Repubblica del 29 dicembre 2012)

sabato 29 dicembre 2012

The American Dream




Senza commenti...

Angela Vitaliano

Il sogno americano: un mitragliatore sotto l’albero

Sheeba Anderson, il giorno di Natale, è tornato a casa contento, stringendo il suo pacco forte per essere sicuro di non perderlo. A 6 anni non ti importa se Babbo Natale il tuo regalo lo ha lasciato in chiesa, con tutti gli altri destinati ai bambini orfani o in affido. Peccato che il regalo di Sheeba non sia piaciuto affatto alla donna che cura la casa famiglia di Harlem, perché all'interno conteneva una pistola. Vera.

Proprio la tragedia del Connecticut che ha scosso l'opinione pubblica, spingendo il presidente a compiere i primi timidi passi verso una regolamentazione più severa sulle armi, ha dato un vigore spaventoso alla passione degli americani per pistole e fucili, facendo schizzare alle stelle i numeri delle vendite. E se il piccolo Sheeba, ignaro della pericolosità del suo regalo, è corso a mostrare contento la sua pistola alla signora Anderson che, terrorizzata, gliel'ha strappata di mano lasciandolo con un'espressione tristissima. Molti altri amiericani non hanno trovato invece di meglio che farsi immortalare su Twitter e Facebook con in mano i loro preziosi gingilli trovati sotto l'albero. Ancora più raccapriccianti i messaggi che li accompagnavano, tipo quello di Sara che scrive “non vedo l'ora di vedere la faccia di mio marito quando aprirà il suo regalo. Gli ho comprato un AR15 prima che siano tutti vietati”. L'AR15, è l'arma che è stata usata da Adam Lanza nella strage della scuola di Newport dove hanno perso la vita venti bambini e sei adulti. Un altro tweet diceva “vedere mio cugino di 10 anni imbracciare l'AR15 trovato sotto l'albero mi rende molto invidioso”.

LA PREOCCUPAZIONE che il governo federale possa imporre un divieto sulle armi automatiche e da guerra, ha fatto incrementare le vendite. “Normalmente vendo una ventina di queste armi in un mese – dice il responsabile di un negozio di Randolph, nel New Jersey – ma negli ultimi tre giorni ne ho vendute trenta”. La strage di Newtown, d'altro canto, aveva già dato vita mote reazioni inconsulte come quella dell'insegnante della scuola Montessori del Minnesota che si era presentata a scuola armata di una Magnum 357. Momenti di grande successo anche per i produttori di zaini e schermi antiproiettili che, nelle ultime settimane, hanno visto le loro vendite aumentare addirittura del 500%. “Guardavo i numeri delle prenotazioni – dice Elmar Uy, vice presidente della BulletBlocker, azienda produttrice – e non credevo ai miei occhi. Cifre superiori dieci volte alla media”. Gli zaini anti proiettile hanno un costo che va dai duecento dollari a salire, ma per “soli” 175 è possibile procurarsi uno schermo antiproiettile “portatile” che puo' essere facilmente inserito in zaini, borse da donna e borse portacomputer. Lo schermo pesa solo mezzo chilo. Nemmeno dopo la strage del cinema di Aurora le vendite avevano subito una tale impennata. 

Se la follia sembra dilagare in maniera da un lato, dall'altro c'è chi, come il sindaco di Los Angeles, il democratico Villaraigosa, cerca di favorire le azioni per limitare la circolazioni di armi. Cosi, l'iniziativa “Gun reduction and Youth Development Program”, organizzata con il Dipartimento della Polizia cittadina, che dal 2009 si svolge nel mese di maggio, è stata anticipata a questi giorni in risposta alla strage di Newtown. Grazie alla possibilità di “consegnare” la propria arma alle forze dell'ordine senza dover dare spiegazioni sulla sua provenienza, sono state raccolti oltre 1500 fra fucili e pistole. Per invogliare i cittadini a disfarsene, il Comune ha anche offerto, in cambio, buoni spesa da 100 dollari.

(Da: Il Fatto del 28 dicembre 2012)

I nuovi predicatori dell'odio



Non sono le farneticazioni di un singolo che preoccupano, ma il dilagare sul web (come da anni succede negli Stati Uniti) dei fondamentalisti religiosi e dei neonazisti.

Marco Pasqua



“Dagli stupri al femminicidio la colpa è sempre delle vittime” ecco i nuovi predicatori dell’odio Pontifex e gli altri: così ultracattolici e neonazi dilagano sul web


Donne che «pretendono di avere una vita autonoma, lavorando», e che «si lamentano se vengono violentate, quando magari hanno chiesto un passaggio in auto in minigonna». Sono loro l’oggetto degli attacchi di un manipolo scatenato di internauti ultracattolici, talvolta con simpatie neonaziste, che disseminano sul web pillole di una cultura retrograda che arriva anche a giustificare il femminicidio. E che, come dimostra la vicenda del parroco di San Terenzo, riesce a fare proseliti. Virtuali, ma non solo.

La principale fucina dell’odio sessista nei confronti delle donne si chiama Pontifex e da quando è stato creato, nel settembre del 2008, ha propagandato tesi omofobe, razziste, spesso antisemite e addirittura negazioniste. E dove la cosiddetta “donna moderna” viene attaccata da vescovi (quasi sempre emeriti e spesso sconfessati dalle stesse gerarchie ecclesiastiche), o dagli stessi gestori della piattaforma, che si servono anche dei social network per diffondere le loro folli idee (non a caso ieri sono spuntati su Facebook profili che inneggiavano a don Piero Corsi). Anima di queste pagine è il cinquantenne Bruno Volpe, ossessionato dagli omosessuali (che definisce spesso dei “malati”) e simpatizzante del forum neonazista Stormfront, recentemente chiuso dalla polizia postale. Barese, non ha mai smentito di essere stato arrestato per stalking, nell’estate del 2011, dopo aver tormentato una ragazza. Per veicolare le sue tesi, si serve spesso di volti noti, anche del mondo della televisione e della politica, che, accettando di essere intervistati, si prestano — spesso inconsapevolmente — a dare lustro al sito: da donna Assunta Almirante ad Albano Carrisi, da Roberto Gervaso ad Aldo Biscardi. Ma sono i prelati quelli che, più spesso, utilizza per offendere le donne. «Alcune volte esiste una mancanza di prudenza da parte delle vittime — ha sostenuto, ad esempio, monsignor Arduino Bertoldo, vescovo emerito di Foligno — Se una donna cammina in modo particolarmente sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento la ha e voglio dire che dal punto di vista teologico anche tentare è peccato. Anche chi camminando o vestendosi in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione». Per questo, sostiene lo stesso Volpe in uno dei suoi editoriali, le «reazioni manesche» sono «favorite da spettacoli oggettivamente e moralmente disordinati», come quando «una bella ragazza chiede di notte e in minigonna un passaggio e poi viene violentata».

Anche di fronte agli omicidi, Pontifex si spinge ben oltre il paradosso, sostenendo che «le colpe non sono mai da una parte sola. Guai a beatificare o santificare tutte le donne morte». Secondo il sito, «l’ondata di violenze è scoppiata da quando la donna ha preteso di avere un eccesso di vita autonoma, spesso infischiandosene della famiglia, dei doveri coniugali e arrivando persino al libertinaggio sessuale ». Per questo, è quanto sostiene un altro monsignore, «la donna deve ispirarsi a Maria e alla Immacolata Concezione, abbandonando la tendenza al libertinaggio». Il vescovo emerito di Senigallia, Oddo Fusi, è convinto che «il lavoro è secondario. Nella crisi di valori attuale molto dipende dal fatto che la donna esca spesso di casa e reclami una sfrenata indipendenza dal marito e vada a lavorare».

Stessa tesi che si ritrova su “Salpan”, rivista elettronica di approfondimento dei «temi che più interessano il mondo cattolico attuale ». Qui si afferma che «anteporre l’impiego, il lavoro, ai figli o al marito sia quasi contro natura e di certo contro l’ordine stabilito da Dio». Ma l’attacco alle donne degli ultracattolici avviene anche utilizzando il tema dell’aborto, causa di quello che viene impropriamente definito l’“Olocausto taciuto”. La pillola abortiva RU-486 è ribattezzata “pesticida umano”. Sulle pagine di “Bastacristianofobia” vengono rilanciate interviste a ragazze “sopravvissute all’aborto” (che avrebbe determinato, a livello mondiale “il genocidio più grande della storia”) e, naturalmente, si attacca la legge 194. Nel post “le donne e la moda”, pubblicato su “PreghiereGesùeMaria” (un sito che ha come scopo la «salvezza di tutte le anime attraverso la diffusione della Parola di Dio») si rivolge un appello a tutte le donne, affinché «tornino ad essere un tesoro di modestia e di pudore, un angelo di conforto», cessando di essere “provocanti” e di «mettere in moto i sensi e gli istinti». Qualcuno, come gli animatori del sito “PontiLex”, cerca di opporsi a questi rigurgiti medievali. Negli ultimi anni hanno presentato denunce e inoltrato decine di segnalazioni all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni (Unar), chiedendo la chiusura di “Pontifex”: «Ma nessuno ha mai fatto nulla», dice Sandro Storri, a capo di una piccola rete virtuale nata per contrastare gli odiatori ultracattolici.

(Da: La Repubblica del 28 dicembre 2012)

venerdì 28 dicembre 2012

Barbara Spinelli: Monti, europeista riluttante


In estrema sintesi, si torna sempre alle idee contrapposte di un' Europa dei popoli (luminosa intuizione mazziniana e poi azionista) o di un'Europa delle banche. Il fatto è che per essere davvero radicali in economia occorre prima di tutto essere degli umanisti. Lo aveva già chiarito un giovane Marx irriducibile ad ogni costrizione ideologica: "Siamo radicali perché cerchiamo in ogni occasione di andare alla radice delle cose. E la radice delle cose per noi sono gli uomini".

Barbara Spinelli

Moderatamente europeo


Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero. Non è chiaro cosa significhi in particolare per l'Europa: presentata come suo punto più forte. Punto forte, ma stranamente sfuggente.

Centrista, sì, ma radicale non tanto. Lo stesso titolo dell'Agenda tradisce l'assenza di un pensiero che si prefigga di curare alle radici i mali presenti. "Cambiare l'Italia, riformare l'Europa" promette cambi drastici negli Stati ma in Europa una diplomazia graduale, senza voli alti, senza i radicalismi prospettati in patria. Se Monti avesse voluto davvero volare alto, ed esser veramente progressista come annunciato domenica in conferenza stampa, avrebbe dato all'Agenda un titolo meno anfibio, più trascinante: non riformare, ma "cambiare l'Europa per cambiare l'Italia".

La formula prescelta è in profonda contraddizione con l'analisi cupa di una crisi che ha spinto e spinge l'Italia e tanti paesi su quello che troppo frequentemente, troppo ossessivamente, vien chiamato orlo del baratro. Una crisi che continua a esser vista come somma di politiche nazionali indisciplinate; mai come crisi - bivio necessario, presa di coscienza autocritica - del sistema Europa, moneta compresa. È come se contemplando un mosaico l'occhio fissasse un unico tassello, senza vedere l'insieme del disegno. I problemi che abbiamo, questo dice l'Agenda, ciascuno ha da risolverli a casa dentro un contenitore - l'Unione - che essenzialmente funziona e al massimo va corretto qui e lì.

L'Agenda propone qualcosa di ardito, è vero: il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un "ruolo costituente". Dunque c'è del guasto, nel Trattato di Lisbona: siamo sprovvisti di una Costituzione sovranazionale. Ma resta nella nebbia quel che debba essere la Costituzione a venire, e drammatica è l'assenza di analisi sul perché il Trattato vigente non sia all'altezza delle odierne difficoltà e del divario apertosi fra Nord e Sud Europa. Più precisamente, manca il riconoscimento che stiamo vivendo una crisi economica, politica, sociale dell'Unione intera (una crisi sistemica), che non si supera limitandosi a far bene, ciascuno per proprio conto, "i compiti a casa" come prescrive l'ortodossia tedesca. Nella storia americana, Alexander Hamilton ebbe a un certo punto questa presa di coscienza: decise che il potere sovranazionale si sarebbe fatto carico dei singoli debiti, e fece nascere dalla Confederazione di Stati semi-sovrani una Federazione, dotata di risorse tali da garantire, solidalmente, una più vera unità. È il momento Hamilton - non centrista-moderato ma radicale - che non si scorge né a Bruxelles, né nell'Agenda Monti.

Unici impegni concreti sono il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico in Italia: dunque la nuda applicazione del Fiscal compact, del Patto di bilancio del marzo 2012, corredato fortunatamente da un reddito di sostentamento minimo e forme di patrimoniale. Certo, fare l'Europa è anche questo. Certo: è giunta l'ora di dire che la crescita di ieri non tornerà tale e quale ma dovrà mutare, in un'economia-mondo non più dominata dai vecchi paesi industrializzati. Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall'altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell'Agenda, e quello di chi vuol rifondare l'Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d'Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou inGrecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l'Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un'unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava.

I fautori della Federazione (parola evitata da Monti) non si concentrano solo sulle istituzioni. Hanno uno sguardo ben diverso sulla crisi, su come cambia la vita dei cittadini. Hanno una visione più tragica, meno liberista-tecnocratica: non saranno il Fiscal compact e il rigore a sormontare i mali dell'ineguaglianza, della povertà, della disoccupazione, ma una crescita ripensata da capo, e la consapevolezza che le diseguaglianze crescenti sono la stoffa della crisi. L'Agenda è fedele al più ortodosso liberismo: tutto viene ancora una volta affidato al mercato, e l'assunto da cui si parte è che finanze sane vuol dire crescita, occupazione, Europa forte: non subito forse, ma di sicuro. Immutato, si ripete il vizio d'origine dell'Euro. Quanto all'Italia, ci si limita a dire che il rispetto riguadagnato in Europa dipenderà dalla sua credibilità, dalla sua capacità di convincere gli altri partner. Convincere di che? Non lo si dice.

L'idea alternativa a quella di Monti è di suddividere i compiti, visto che gli Stati, impoveriti, non possono stimolare sviluppo e uguaglianza. Se a questi tocca stringere la cinghia, che sia l'Unione a assumersi il compito di riavviare la crescita, di predisporre il New Deal concepito da Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni '30, o la Great Society proposta negli anni '60 da Johnson "per eliminare povertà e ingiustizia razziale". L'idea di un New Deal europeo circola dall'inizio della crisi greca, ma non sembra attrarre Monti. È un progetto preciso: aumentare le risorse del bilancio dell'Unione a sostegno di piani europei nella ricerca, nelle infrastrutture, nell'energia, nella tutela ambientale, nelle spese militari. Non mancano i calcoli, accurati, dei vasti risparmi ottenibili se le spese dei singoli Stati verranno accomunate.

Per tale svolta occorre tuttavia che il bilancio dell'Unione non sia striminzito come oggi (l'1% del pil. Nel bilancio Usa la quota è del 23). Che aumenti alla grande, grazie all'istituzione di due tasse, trasferite direttamente dal contribuente alle casse dell'Unione: la tassa sulle transazioni finanziarie e quella sull'emissione di diossido di carbonio. La carbon tax (gettito previsto: 50 miliardi di euro) segnalerebbe finalmente la volontà di far fronte a un disastro climatico già in corso, non ipotetico. Cosa ne pensa Monti? Sappiamo che vuol tassare le transazioni finanziarie, ma gli eventuali introiti già sono accaparrati dal Tesoro nazionale.

Perché l'Agenda vola così basso? Perché Monti è europeo, ma moderatamente. Perché, scrive Marco D'Eramo nel suo Breve lessico dell'ideologia italiana, la moderazione del centrista "è quella che modera le altrui aspettative e l'altrui livello di vita. Modera la nostra fiducia nel futuro" (Moderato sarà lei, Marco Bascetta e Marco D'Eramo, Manifestolibri 2008). E perché la sua dottrina dell'union sacrée è la fuga patriottico-centrista dalle contrapposizioni anche aspre che sono il lievito della democrazia dell'alternanza. 

L'unione sacra che Monti preconizza da anni idoleggia l'unanimità: proprio quel che sempre in Europa produce accordi minimalisti. Non è un inevitabile espediente (come nella Germania citata dal Premier) ma il finale e migliore dei mondi possibili. Di qui la sua ostilità alla divisione destra-sinistra: un'avversione che come oggetto ha la divisione stessa, la pacifica lotta fra idee alternative. È significativa l'assenza di due vocaboli, nell'Agenda. Manca la parola democrazia (tranne un riferimento alle primavere arabe e alle riforme europee "democraticamente decise e controllate") e manca la laicità: separazione non meno cruciale in Italia.

Diceva Raymond Aron di Giscard d'Estaing, l'ispettore delle Finanze divenuto Presidente nel '74: "Quest'uomo non sa che la storia è tragica". Qualcosa di simile accade a Monti, e un esempio è il modo in cui pensa di risolvere la questione Vendola, espellendolo dall'union sacrée perché le sue idee "nobili in passato, sono perniciose oggi". Quel che il Premier non sa, è che Vendola impersona la questione sociale che fa ritorno in Occidente, assieme alla questione dei diritti e di un'altra Europa. Quel che pare ignorare, è che pernicioso non è Vendola. È il malessere che egli denuncia. Della sua voce abbiamo massimo bisogno. 

Non sono semplicemente idee, quelle bollate come perniciose. Sono il vissuto reale in Grecia, Italia, Spagna. Roosevelt lo capì: e aumentò ancor più le spese federali, investì enormemente sulla cultura, la scuola, la lotta alla povertà, l'assistenza sanitaria. Non c'è leader in Europa che possegga, oggi, quella volontà di guardare nelle pieghe del proprio continente e correggersi. Non sapere che la storia è tragica, oggi, è privare di catarsi e l'Italia, e l'Europa.

(Da: La Repubblica del 27 dicembre 2012)

Beppe Fenoglio, Tazio o dell'antipolitica


Nel 1961 Beppe Fenoglio scrisse una serie di epigrammi rifacendosi a Marziale in cui descrisse uomini e donne di Alba, satireggiandone vizi privati e pubbliche virtù. Ma attenzione, non si tratta   solo della rappresentazione amara di un piccolo mondo di provincia. Fenoglio in realtà ci parla di un Italia che non gli piaceva, diversissima dal Paese che aveva sognato giovane partigiano sulle Langhe. E' il caso dell'epigramma CXXXV che ci ricorda molto da vicino tanti accesi sostenitori  dell'attuale ondata antipolitica.

Beppe Fenoglio

CXXXV

Tazio che evade l'imposta di famiglia,
Tazio che importa vino senza dazio,
Edifica per sè su suolo pubblico,
Tazio che nega un soldo al Patronato,
Tazio che serve messa a mezzogiorno
Rubando gloria e mancia a un chierichetto,
Tazio che ha tre carnali al brefotrofio,
Tazio che se n'impipa dell'Ufficio
D'Igiene e Ispettorato del Lavoro,
Tazio che si è fatto la marsina,
Tazio che si fece riformare,
Tazio che alla moglie del soldato
Vendette pane nero a mille al chilo,
E quando quella non poté saldare,
La tirò, la fottette dietro il banco,
Tazio che fa la predica ai mendicanti,
Tazio che incettò tutto da tutti,
Tedeschi, ucraini, negri USA,
Scatolame, gondoni, teli tenda,
Pneumatici, calzin, paracadute,
Tazio ch'ebbe l'orgoglio d'esser vile,
Tazio che dié del scemo ai fucilati,
Tazio che sulla scheda elettorale
Scrive Merda!, Cornuti!, Abbasso tutti!
Tazio...

(Da: Beppe Fenoglio, Epigrammi, Einaudi, 2005, p. 137)

giovedì 27 dicembre 2012

Tripoli, bel suol d'amore..




Davvero l'Italia è il paese dei misteri. Se c'è voluto un secolo per svelare i retroscena della guerra di Libia, chissà quanto tempo ci vorrà per fare piena luce sulle stragi di Stato e la stagione delle bombe e dei golpe. 

Giorgio Boatti


Libia 1911, l’eroe-superspia vittima del fuoco amico



Una delle prime trincee realizzate dal corpo di spedizione italiano in Libia, nel 1911. In basso una cartolina commemorativa del capitano Pietro Verri, brillante membro dell’Ufficio I del Regio Esercito, che venne mandato in prima linea contro la resistenza locale. La propaganda ne fece subito un eroe, tacitando i ragionevoli interrogativi sul motivo per cui una superspia come lui fosse stata esposta insensatamente al fuoco nemico.

Libia: uno scacchiere complicato dove, come dimostra l’assassinio avvenuto lo scorso settembre dell’ambasciatore Usa Stevens e della sua scorta, anche veterani della diplomazia e dell’intelligence possono essere spiazzati brutalmente da scenari imprevisti. Del resto non è la prima volta che succedono cose simili. Nel 1911 anche l’Italia inciampa in qualcosa di analogo, quando sbarca sull’altra riva del Mediterraneo, per conquistare una Libia che ancora non si chiamava così.

Ora il nome del capitano Pietro Verri non dice niente ai più ma, nell’autunno del 1911, risuonò a lungo. La propaganda ne fece subito un eroe, tacitando ragionevoli interrogativi sul perché uno sperimentato veterano dello spionaggio come Verri fosse stato insensatamente esposto al fuoco nemico, fulminato da una fucilata mentre guidava una pattuglia di marinai contro soldati ottomani e guerriglieri libici.

Verri apparteneva all’Ufficio I del Regio Esercito. Vale a dire lo spionaggio militare. Aveva già operato brillantemente nell’intelligence: prima in Eritrea e poi in Cina, dopo la rivolta dei Boxer a Pechino. Con lo scoppiare della crisi libica era arrivato per tempo a Tripoli e, fingendo di essere un ispettore portuale, grazie alla conoscenza della lingua locale aveva allacciato contatti preziosi. Ma giunta la guerra erano scoppiate, come al solito, tutte le solite italiche rivalità. Tanto che, per fronteggiare la prime resistenze locali, la superspia Verri finisce in prima linea, accanto ai reparti della Regia Marina comandati dal capitano di vascello Umberto Cagni, famoso esploratore polare scagliato nel deserto libico.

Nel libro dello storico Nicola Labanca La guerra italiana per la Libia 1911-1931, da poco pubblicato dal Mulino (pp. 293, € 24), non ci si sofferma sul ruolo di Cagni, che in attesa del lento arrivo delle truppe di terra tiene Tripoli con i soli marinai, né sulla missione dello 007 italiano, nonostante che Verri venga immortalato da Gabriele d’Annunzio in una delle più famose Odi d’Oltremare («Chi balza con lo stuolo irto di ferri? / È Pietro Verri…»). Pura propaganda bellica, ma D’Annunzio, visto che i fratelli Albertini, proprietari del Corriere della Sera, gli versano la vertiginosa somma di mille lire a ode, ne sforna dieci in poche settimane (mille lire sono, in quegli anni, lo stipendio annuo di un maestro).

Nel saggio di Labanca non c’è spazio per questi dettagli, ma emerge un documentato e articolato affresco delle fasi diverse che la guerra italiana in Libia attraversa, dalla stagione giolittiana sino alla «normalizzazione» imposta da Mussolini. Una «pacificazione», quella voluta dal fascismo, all’insegna dell’impiego dei mezzi più drastici - deportazioni, campi di concentramento, fucilazioni sommarie - utilizzati dal generale Graziani per domare la resistenza locale. Quel Graziani a cui qualcuno ha eretto recentemente un discutibile monumento ad Affile, suo «buen retiro» dopo i massacri. Accanto a questi scorci, già ampiamente trattati negli studi coloniali di Angelo Del Boca, è particolarmente interessante, nel libro di Labanca, la ricostruzione dettagliata delle contrapposte dialettiche che anche dentro questa guerra, come in tutte le guerre, accendono il «fuoco amico». In questo «campo di battaglia» fra italiani si fronteggiano, all’insaputa dei cittadini e nel silenzio della stampa, leader politici e generali, agenzie informative e comandi vari: tutti apparentemente al servizio dello stesso Paese.

In quel 1911 Giolitti non si fida del suo ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano. Entrambi poi cercano di emarginare il generale Spingardi, che pure è il ministro della Guerra. Lo stato maggiore a sua volta, nel timore di ripetere lo scacco di Adua, impone una spedizione da 100 mila soldati ma, nella fretta, lascia sola la Marina nei primi passi della missione.

Le cose non cambiano neppure in seguito, quando - come ricostruisce con ampiezza Labanca -, occupato stabilmente il territorio, è sempre guerra di tutti contro tutti: soprattutto nel decidere quale politica seguire nel fronteggiare la crescente ribellione e la guerriglia. Sino ai siluramenti con cui Mussolini interviene a ripetizione nel ginepraio di una Libia dove la resistenza agli italiani si fa sempre più consistente.

La mischia per controllare quei territori affronta bufere micidiali, che si alzano non solo nel deserto, contro il nemico, ma all’interno degli apparati e delle catene di comando. Serve tempo - anni, a volte decenni - per rintracciare, grazie al lavoro dello storico, le piste dove cammina la verità.

(Da: La Stampa del 27 dicembre 2012)



Nicola Labanca 
La guerra italiana per la Libia 1911-1931
Il Mulino, 2012
 € 24

Il diario di un ribelle. "Occhio folle occhio lucido" di Guido Seborga




Ritorna in libreria il diario di Guido Seborga, una lucida riflessione sulla vita e sulla morte, sull'arte e la politica. Le pagine di un uomo libero, ribelle alla convenzioni e ai compromessi. Un libro da leggere.

Francesco Improta

Lucida sregolatezza e voglia di libertà
Il diario di Seborga

Dopo una lunga assenza, giunge in libreria, per i tipi dello Spoon River, il diario di Guido Seborga, a completamento di quell’opera di riscoperta voluta fermamente dalla figlia Laura e da M. Novelli. Il titolo “Occhio folle Occhio lucido”, apparentemente ossimorico, allude in realtà a quella lucida sre­golatezza, a quella volontà di essere fuori degli schemi e di rivendicare un’insopprimibile esigenza di libertà. 

È un diario in fieri che raccoglie riflessioni ed emozioni di un quinquennio (‘64-68) denso di fatti e di fermenti. Sono gli anni della guerra nel Vietnam, del risveglio della classe operaia, del Maggio Francese e della Primavera di Praga. Ma sono anche gli anni in cui Seborga assiste per mesi e mesi all’agonia della madre, malata di cancro. Ed è allora che avverte dentro di sé l’idea della morte, che a poco a poco diventa un’ossessione così angosciante da fargli desiderare di non essere mai nato o di poter scegliere la sua morte come gesto di suprema libertà. Successivamente si radicalizza in lui l’idea della rivolta che è la spia della forza dell’uomo, un uomo che non serve nessuno e che rifiuta persino d’integrarsi con se stesso

Sempre in questo periodo matura la sua rivoluzione linguistica, l’uso, cioè, di un linguaggio diverso, non più verbale ma visivo. Abbandona la parola, in cui aveva fermamente creduto lui che aveva conosciuto la disperazione del silenzio al tempo della dittatura fascista e della guerra, per sostituirla con i segni ideografici.

Guido, pur lacerato da forti e insanabili con­traddizioni, rimane fedele all’utopia che, in una società imperfetta come la nostra, crea pur sempre una tensione di qualità e a una concezione dinamica della realtà che si crea e si rinnova continua­mente nell’esercizio della libertà. Molte delle sue opinioni sono oggi superate ma rimane intatto il sapore dell’anarchia che si respira nelle sue pagine, quella voglia di indignarsi, tanto più necessaria oggi che la nostra indifferenza e la nostra prona sottomissione rende possibile e legittima ogni arbitrio e prepotenza da parte di chi gestisce il potere o meglio dei poteri occulti che vi sono dietro.

(Da: http://www.corrierenazionale.it)

mercoledì 26 dicembre 2012

Vizi e virtù degli animali: Bestiari del Medioevo




Come gli uomini del medioevo vedevano gli animali: una presenza familiare, talvolta rassicurante, talvolta minacciosa. Ma è di stessi e della loro società che in realtà parlavano. Vizi, virtù, sogni e paure rappresentate  nelle coloratissime raffigurazioni di animali reali e fantastici.

Marco Belpoliti

Tra leone e orso sfida per il trono

Se fosse per la cultura medievale né Peppa Pig, il personaggio televisivo oggi più amato dai bambini, né Shaun the Sheep, la pecora astuta dei film per ragazzi, potrebbero esistere. Il maiale era per l’Occidente cristiano una bestia immonda, impuro, dedito al cannibalismo, legato al diavolo, per quanto il mondo greco-romano, al contrario, lo valorizzasse sacrificandolo agli dei e apprezzandolo a tavola. La pecora, per i chierici medievali, era paurosa e ottusa, per quanto ritenuta dolcissima, simbolo di purezza e innocenza.

Nell’età di mezzo gli animali erano pensati simbolicamente, ci ricorda Michel Pastoureau, storico francese, in Bestiari medievali, il che significa che ogni essere vivente, reale o fantastico, veniva incluso nella storia culturale e non in quella naturale. Nel Medioevo l’immaginario è una realtà: esiste. In questo libro Pastoureau prende in esame l’universo animale utilizzando le descrizioni visive e scritte fornite nel corso di vari secoli dai libri miniati, in particolare dai bestiari, veri e propri cataloghi del mondo animale.

Già in un precedente volume, Animali celebri (Giunti), composto di brevi storie di animali, dal mondo classico ai giorni nostri, lo studioso di araldica, aveva raccontato le vicende del bue, dell’asino, del cavallo, delle scrofe e dei cani, sino ad arrivare a Topolino e Paperino, a Milù, il compagno di Tintin, e ai cinghiali di Obelix. Ora in Bestiari, libro magnificamente illustrato, crea una vera e propria catalogazione degli animali nel Medioevo. Nella zoologia di quei secoli ci sono cinque grandi famiglie: quadrupedi, uccelli, pesci, serpenti e vermi. I primi si dividono, poi, in selvatici e domestici. La coppia fondamentale dei quadrupedi selvatici è leone/orso, che si sono contesi il titolo di re degli animali, fino a che il leone ha prevalso, come ci ricorda anche la saga di Re Leone. L’orso, adorato sin dal paleolitico, vero re della foresta, è stato contrastato dalla Chiesa che l’ha detronizzato dal XII secolo. I quadrupedi domestici sono invece tutti quelli che vivono dentro e intorno alla casa: cane, gatto, le bestie della fattoria, ma anche ratto, topo, merlo, gazza, corvo e perfino la volpe, incubo dei pollai. Il cavallo è con il leone e il drago il più rappresentato nei bestiari; strumento fondamentale per il trasporto, ma anche per la guerra, in quei secoli non si mangiava.

Una delle cose che più colpisce nei capitoli del libro di Pastoureau è l’estrema ambivalenza che promana da tutti gli animali. Gran parte è reputata lussuriosa e i loro costumi sessuali – spesso fantasiosi – sono oggetto di accurate indagini e classificazioni.


L’animale che attira la maggior attenzione è tuttavia il drago, la creatura più instabile della zoologia dei bestiari: a due piedi, a quattro, senza piedi, insieme animale terrestre, celeste e acquatico. Nessun drago è positivo nel Medioevo e molti autori sostengono che non muoiono mai. Polivalente e polimorfo, discende da almeno quattro tradizioni che alimentano i bestiari: Bibbia, Oriente, mondo greco-romano e mondo germanico. Il mondo marino, con le sue incredibili creature, terrorizza uomini e donne di quell’età, tanto che ai marinai si attribuisce un patto col diavolo. Chi abita sott’acqua è misterioso; più piacevole sono gli uccelli, meglio conosciuti e prediletti. Ma è l’ultima categoria, quella dei vermi, a stupire con le sue tassonomie. Sono vermi tutte le larve e gli insetti, ma anche i piccoli topi e la lince, poi la talpa, i gasteropodi, i molluschi e i crostacei, oltre al grillo e alla pulce.

Formiche e api, cui è dedicata molta attenzione – sono puliti, e il Medioevo rifugge gli odori –, appartengono alla medesima famiglia dei vermi. Del resto, anche per noi sono animali particolari, per via della loro attività sociale, oltre che, nel caso delle api, per la loro produzione. A loro sono dedicate le ultime pagine del volume e, stante la nostra recente filmografia, dall’Ape Maia a Z la formica, abitano ancora il nostro immaginario in modo complesso. I nostri bestiari sono oggi più naturalistici di quelli medievali, ma pur sempre ad alto contenuto simbolico: più che l’ossessione dell’impurità, è l’organizzazione sociale ad attrarci, il rapporto tra individuo e collettività.

(Da: La Stampa-Tuttolibri del 1 dicembre 2012)

Michel Pastoreau
Bestiari del Medioevo
Einaudi, 2012
Euro 35

martedì 25 dicembre 2012

Leonardo Sciascia, Natale a Regalpetra




Prima di diventare uno scrittore famoso, Leonardo Sciascia faceva il maestro in un paesino sperso nel cuore della Sicilia più povera. Da quell'esperienza trasse spunto per "Le parrocchie di Regalpetra", il libro che lo fece conoscere nel 1956.

Leonardo Sciascia


Natale a Regalpetra

- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo. 
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".



Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre, pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
"La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".



lunedì 24 dicembre 2012

David Maria Turoldo, Natale in Liguria



Un messaggio di speranza: nell'attesa il senso della vita

David Maria Turoldo

Natale 1988

Campane a Moneglia
dolce paese di Liguria
in mezzo a oliveti sul mare,
e la casa ancora più dolce
dell’amico:
campane
suonano a festa
a vigilia del grande Atteso
(verrà? come e dove verrà?)
Natura
già si dispone all’Evento:
campane, fosse almeno
sempre vigilia…


Auguri !!!


Auguri
 a tutte le amiche e a tutti gli amici 
di Vento largo

portati da un vento che soffia dalle Galapagos


domenica 23 dicembre 2012

Fantocci, falò e streghe: l'altra faccia di Natale



Un libro affascinante da leggere (o regalare) in questi giorni

Marco Aime

Fantocci, falò e streghe: l’altra faccia del Natale

Ambiguità. È questa la parola che sembra attraversare il viaggio di Baldini e Bellosi nel folclore italiano legato alle feste. Sì, perché di un viaggio si tratta, di una sorta di carrellata che, partendo dal Natale, ripercorre, non senza alcuni parallelismi un po’ azzardati, usanze e tradizioni rituali, che segnano il nostro paese, nei momenti delle grandi feste, come l’Epifania, il Capodanno e altre ricorrenze. Con una sorta di andamento pendolare, molte di queste festività affondano le loro radici più antiche in tradizioni pagane, successivamente riprese, rimodellate e rivitalizzate dalla religione cristiana, per poi cadere in nuove forme di paganesimo del consumo, come sempre più spesso accade oggi.

Lo scopo che gli autori si pongono è di rivelare come dietro alle luci colorate, agli addobbi festosi, ai canti e ai tanti richiami alle buone azioni che accompagnano il Natale, ci sia un lato che loro definiscono oscuro, un legame sotteso con usanze e retaggi delle forme religiose più arcaiche, che hanno poi dato vita a sincretismi e stratificazioni, dai quali nascerebbero le attuali forme della festa.

Si parte con una lettura storica del calendario e delle diverse concezioni del tempo, per poi passare alla descrizione delle molteplici coreografie in cui si declinano le feste popolari legate a eventi particolari. Qui inizia un ricchissimo e dettagliato percorso tra riti del fuoco, metafore della vita e della rinascita legate alla terra, culto dei morti nelle figure in cui si manifestano nelle diverse regioni d’Italia. Immagini di fantocci bruciati, per cacciare l’inverno, di falò per illuminare le tenebre, di processioni di defunti che ritornano tra i vivi. Si tratta di descrizioni etnograficamente molto dettagliate, anche se l’approccio antropologico è un po’ troppo “folcloristico” e talvolta datato. È innegabile che molte ritualità affondino le loro radici in un passato lontano e che in molti casi ci siano state delle continuità, ma è altrettanto vero che ogni comunità culturale esprime innovazioni, manifesta una creatività che si può tradurre anche in innovazione e in rottura.

La nota interessante è il tentativo di riconfigurare le festività tra il 24 dicembre e il 6 gennaio, in una dimensione più vera e popolare, che va al di là della dimensione religiosa istituzionalizzata della festa, che sembra esprimere solo note positive, e che si manifesta, invece, anche in modo più inquietante, grazie alla presenza di figure ambigue, misteriose, anche temibili, come le streghe. Figure con cui, nella vecchia tradizione popolare, si conviveva, come si convive con il male, anche se si cerca di perseguire il bene. Una festa, quindi, meno «finta», meno edulcorata e più radicata nella realtà, che, come si sa, è sempre ambigua.

(Da: La Stampa TuttoLibri del  22  dicembre 2012) 

E. Baldini G. Bellosi 
Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa 
Laterza, 2012
€ 16


Bin Laden e gli incubi dell'America: "Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow


Ci piace il cinema di Kathryn Bigelow, il suo modo di filmare, i suoi personaggi e le storie che racconta. Da Point Break ( che ci affascinò per la sua carica anarchica e visionaria) a The Hurt Locker abbiamo visto via via delinearsi una lettura sempre più lucida di un mondo terribile, senza evasione possibile, dove nessuno è veramente innocente.


Vittorio Zucconi

Quel film su Bin Laden che ci precipita nel buio


C'é soltanto il buio, nel lungo viaggio di Zero Dark Thirty dentro la notte che porta dalla mattina dell’11 settembre 2001 al 2 maggio 2011 e dopo quasi due ore e mezza nell’oscurità della sala nessuno ne esce a rivedere le stelle. Ci sono dieci anni di cupa, violenta, ossessiva, ambigua, discesa agli inferi di una guerra che non è guerra ma che continua a uccidere.

Di caccia all’uomo, che dovrebbe essere giustizia. Di reciproca disumanità, fra bombe e torture, che il film di Kathryn Bigelow, Zero Dark Thirty non conforta con nessuna comoda morale. Nulla di quanto avviene fra le grida nell’oscurità dei dannati nell’altoforno del World Trade Center il 9/11 e lo squallore dell’esecuzione di Osama bin Laden nel maggio del 2011 dentro quel suo covo desolato da boss mafioso latitante è, neppure lontanamente, uno happy ending.

Questo film, che i Repubblicani con esemplare stupidità bloccarono a fine estate per timore che giovasse all’immagine di Barack Obama giustiziere di Bin Laden, porta già nel titolo l’avvertimento agli spettatori. «Zero Dark Thirty» nello slang militare è la mezzanotte (Zero Hour) più trenta minuti, il momento simbolico del grande buio, la «darkness». Alcuni critici l’hanno salutato come un capolavoro. Gli Accademici di Hollywood si preparano a bombardarlo con raffiche di «nomination» alla cerimonia di autocelebrazione chiamata Oscar.

Ma se la qualità cinematografica è altissima, la sceneggiatura, la recitazione, l’ambientazione (in India, perché il Pakistan, dove l’azione si svolge, aveva rifiutato il permesso) sono molto belle, nessuna sequenza, per quanto minuziosamente, e documentaristicamente realistica, può rispondere alle domande che lo squarcio nelle Torri di Manhattan, nelle mura del Pentagono e nelle colline della Pennsylvania, aprirono undici anni or sono: perché ci odiano tanto? Perché sono pronti a immolarsi pur di uccidere migliaia di innocenti? È legittimo che i «buoni » torturino e uccidano senza neppure la tragica commedia del processo a Saddam Hussein. Si resta innocenti, e giusti, quando si commettono iniquità nel nome della giustizia?

È stato detto che il film, dietro la cronaca del lungo viaggio verso la notte di Abbottabad e l’assalto finale, dettagliatamente, fastidiosamente ricostruita dal marito della Bigelow, il giornalista e sceneggiatore Mark Boal già con lei nel bellissimo Hurt Locker, con dozzine di interviste a soldati, forze speciali, funzionari e personaggi della Cia, è un manifesto femminista. È affidato alla centralità di una donna, una recluta dell’intelligence americana in Pakistan, che da comparsa diventa il motore primo e unico della caccia a Osama. E sarà lei la prima chiamata ad aprire la lampo della «body bag», il sacco di tela plastificata nel quale è stato chiuso il cadavere dello sceicco, e a fare il riconoscimento, prima di concedersi un singhiozzo.



La donna, che nel film ha il volto scavato di Jessica Chastain, esiste realmente. È oggi una dirigente all’interno della «Company», la Cia, promossa e decorata, anche se irritata dalla troppa distribuzione di riconoscimenti anche a quei colleghi e superiori contro i quali aveva dovuto battersi per seguire la propria intuizione. Quella di seguire i «corrieri», gli uomini che comunicavano con un Bin Laden forzatamente tagliato fuori da ogni altra forma di rapporto con i propri seguaci e luogotenenti. Ma questo, di identificare e semplificare sempre in un individuo, maschio o femmina che sia, il nocciolo del Male o l’antidoto del Bene è il classico limite del pensiero politico e strategico americano, come della cultura popolare, sempre portata a cercare nello Stalin, nello Hitler, nello «Sceicco del Terrore » di turno la spiegazione di immense tragedie collettive.

La Chastain non è un’eroina per un pantheon femminista, e la Bigelow si fa premura di evitare ogni sottolineatura della sua femminilità. Ne mostra la sua irritazione quando una collega della Cia, in ansia per lei e la sua salute mentale, la invita a «spassarsela un po’» con gli uomini. Un consiglio che lei respinge con un gesto della mano, come per una mosca molesta. Il suo linguaggio è rudemente maschile, genericamente crudo, come quando spiega al Direttore della Cia, Gandolfini nelle vesti di Leon Panetta, che è lei la «motherfucker », la fottimamma, che è arrivata a individuare il corriere di Osama.

Maya, il nome fittizio della cacciatrice implacabile, è l’America. È la signora di bronzo con la fiaccola in mano che guardò impotente fondersi davanti ai propri occhi le Due Torri e nel proprio cuore decise di non avere pace fino alla vendetta. Dunque Maya — curiosa scelta millenaristica per un personaggio che si sarebbe potuto chiamare Jessica, Elizabeth o Nancy o con nomi molto più «anglo» — deve assistere indurendosi il cuore alle torture sui prigionieri sospetti senza obiettare, perché il fine giustifica i mezzi. Sa imparare ad adattarsi al nuovo clima annunciato da Obama nel 2009, quando afferma, nella sola, brevissima clip che vede un personaggio autentico, che «l’America non tortura» e passare dagli orrori del waterboarding, descritto con precisione clinica dalla regista, al lavoro investigativo classico. E se molti suoi colleghi cedono alla spaventosa pressione e all’umiliazione delle sevizie («Ho visto più di cento uomini nudi davanti a me» spiega il tormentatore dei prigionieri «credo che possa bastarmi») lei no, deve resistere. Non deve dimenticare le voci che nell’oscurità delle Torri in liquefazione chiedevano un’impossibile rassicurazione alle centraliniste del 911, magari prima di lanciarsi dalla finestra dell’80° piano.

Occorre farsi coraggio per andare a vedere questo film che non ha pietà per chi lo guarda. Se avete paura del buio, o del sole che illumina quello che nel buio accade, non andate a vedere Zero Dark Thirty, perché da quel buio non siamo ancora usciti e forse non usciremo mai.

(Da: La Repubblica del 23 dicembre 2012)

sabato 22 dicembre 2012

Ingroia scende in campo e scarica Di Pietro e partitini



Un altro "Uomo della Provvidenza" (questa volta di sinistra) che si candida a salvare l'Italia secondo un copione già molto rappresentato nel teatrino della politica italiana.

Claudia Fusani

Ingroia in campo scarica Di Pietro e i partitini:«Fate un passo indietro»


«Io ci sto, se voi ci state. Se c’è un passo indietro dei segretari di partito che devono comunque stare accanto a noi. E se l’avanguardia di questo nuovo soggetto è la società civile». Antonio Ingroia arriva alle due del pomeriggio dal Guatemala. Il tempo di sistemarsi doccia e trucco ristoratore e alle 17 e 40 sale sul palco del teatro Capranica gremito mentre fuori decine di persone rumoreggiano con il servizio d’ordine. Sono tutti qui e lo ascoltano per un’ora e mezza nell’attesa della discesa in campo definitiva del pm palermitano. Un discorso accalorato anche se alla fine non strappa particolari standing ovation con il libro della Costituzione in mano («Sono qui in nome e per conto di questa») e mentre i principi della Carta scorrono sullo schermo alla sue spalle. Ma non scioglie del tutto la riserva. «Ingroia si candida o non si candida? Per avere questa risposta dovrete ancora aspettare» dice il pm che ha già ottenuto dal Csm l’aspettativa per motivi elettorali.

L’ambiguità non è tanto nelle parole di Ingroia. Ma nel progetto stesso di questo nuovo soggetto politico, «un nuovo polo che però non è quarto, né primo né secondo» che cerca faticosamente di nascere a sinistra del Pd ma che «con il Pd cerca un confronto» e «anche con Grillo, perché no». Un progetto che ha, al momento, solo poche certezze: no al berlusconismo perché «il ventennio berlusconiano ha sfigurato lo stato di diritto e lavato il cervello a molti italiani e non solo a quelli meno colti». No alle politiche neoliberiste che hanno caratterizzato il governo Monti le cui scelte hanno «demolito i poveri e arricchito i potenti». Fissati i confini insuperabili, resta una terra di mezzo amplissima dove ci può stare tutto. Ci può stare il nuovo polo «alternativo a Monti e a Berlusconi» dove la società civile deve essere la protagonista se saprà rispondere il prima possibile a quel «se voi ci state» che viene ripetuto come un mantra nei 75 minuti di intervento.

E qui viene la parte più difficile del progetto di un nuovo soggetto politico. Perché sono molte le somiglianze con il sogno infranto in malo modo di quella che fu la sinistra arcobaleno. E perché la Sicilia di recente ha dimostrato che è molto esiguo lo spazio politico tra la sinistra di governo e il populismo di Grillo.

L’uomo che ha portato a processo, per la prima volta, i boss di Cosa Nostra ed ex ministri della Repubblica, comincia da sé, dalla sua storia. Se lo aspettavano molti, qua, di ritorno dal Guatemala dove da appena un mese era impegnato in una missione Onu. E l’ha fatto. «Se qualcuno dice che il mio intervento qui oggi è la riprova che ero un pm politicizzato, lo deve dimostrare. Io nella mia vita ho fatto il pm e non ho mai indossato nessuna maglia politica». Poi invoca una «rivoluzione civile» per «cambiare la classe dirigente di questo Paese compromessa con la corruzione, che non ha mai combattuto veramente la mafia ma l’ha solo contenuta secondo il principio evitare i morti per strada ma fare affari dietro le quinte».

Il punto è con chi fare questa rivoluzione. Al suo fianco Ingroia vede già gli arancioni di Luigi De Magistris, gli intellettuali e i comitati di «Cambiare si può» ma sembra allergico a certe etichette. Poi chiama all’appello molti. Chiede di fare un passo avanti a Maurizio Landini, segretario della Fiom Cgil, «perché abbiamo bisogno di te». A don Luigi Ciotti e agli uomini dell’associazione Libera. Chiede un passo avanti al giornalista Michele Santoro perché «c’è bisogno di una nuova informazione». Oliviero Beha, che siede nelle prime file, non viene citato. E non ci resta benissimo. Saluta l’adesione di Guido Ruotolo e di Gino Strada. Chiama le donne di «Se non ora quando». In cima alla lista, un suo grande amico, Salvatore Borsellino.

Poi è la volta dei passi indietro. O meglio, «un passo indietro per allinearsi a noi, alla società civile». E l’appello questa volta è diretto ai segretari dei partiti seduti in prima fila, Antonio Di Pietro (Idv), Paolo Ferrero (Rifondazione), Oliviero Diliberto (Comunisti italiani), il verde Angelo Ferrero. «Non voglio rottamare nessuno, meno che mai Di Pietro», dice Ingroia. «Perché noi non siamo né l’antipolitica né contro i partiti. Ma la politica oggi deve fare un passo indietro per consentire un passo avanti alla società civile».

Quasi incurante delle rotture che si sono consumate con il centrosinistra in questo ultimo anno, Ingroia chiama anche Bersani, oltre che Grillo. Il primo «è una persona per bene» a cui chiede «un confronto perché molti fronti di lotta ci vedono uniti». Al leader dei 5 Stelle rimprovera di usare «toni a volte troppo arrabbiati». Ma poi chiede: «Dobbiamo continuare a rottamare e solo distruggere, o dobbiamo anche cominciare a ricostruire?». Parole che ora servono a lanciare il nuovo movimento ma che sono chiaramente destinate a incontrare dei rifiuti. Ora, al di là delle ambizioni, dei sogni e delle narrazioni, c’è soprattutto la realtà. Una legge elettorale che impone la soglia del 4 per cento per entrare in Parlamento. Alleanze già fissate, tra Pd e Sel, ad esempio anche se al Capranica ci sono molto delusi dalle scelte di Vendola. C’è il tempo che stringe e entro metà mese devono essere presentate liste e simboli. E invece Ingroia prende ancora tempo. «Entro una settimana – dice sibillino -saprete se mi candido oppure no. Al momento sono un funzionario dell'Onu in missione in Guatemala».

(Da: L'Unità del 21 dicembre 2012)

Ross Macdonald. Storia e critica di un autore sfortunato























A quanto pare la fine del mondo non c'è stata, possiamo riprendere con calma a parlare di cose serie come questa bella scheda su uno dei maestri dell'american hard boiled school, tratta da un sito molto interessante dedicato alla letteratura poliziesca.

Mario Tirino

Ross Macdonald. Storia e critica di un autore sfortunato

Kenneth Millar si inserisce nel filone chandleriano, aggiungendo molto del suo agli stilemi tradizionali dell’hard boiled. La sua storia professionale e` abbastanza travagliata, persino per cio` che concerne il nome da adottare. I suoi primi quattro romanzi sono firmati col suo vero nome. Il primo di essi, The Dark Tunnel (Il tunnel, 1944), spy-story sulla Seconda Guerra Mondiale, denota gia` una presa di posizione politica, che Millar manterra` in tutta la sua vita: sostiene, in "un’insolita e sottile mescolanza di patriottismo e pacifismo", "la sconfitta delle Forze dell’Asse [...], perché il fascismo [...] e` una pericolosa malattia sociale" [1]. In seguito Millar abbandona la sua firma, per evitare spiacevoli sovrapposizioni con quella della moglie, Margaret Millar, giallista di successo.

Con The Moving Target (Bersaglio mobile, 1949) Millar inaugura insieme il nuovo pseudonimo Ross Macdonald e la fortunata serie dell’investigatore Lew Archer. Tra l’altro, neppure questa scelta si rivelera` felice: il padre di Archer adotta in seguito un’altragriffe, John Ross Macdonald, che gli procura non pochi grattacapi col quasi omonimo John D. MacDonald. Almeno inizialmente, l’ambientazione californiana, la frequentazione di ambienti altolocati e una sottile vena ironica da parte di Marlowe come di Archer, nonche` una certa similarita` dello stile –che pone particolare cura "al dialogo, all’introspezione psicologica, all’indagine poliziesca" [2]- certificano la vicinanza di Macdonald a Chandler. Macdonald in fretta elabora la grammatica del proprio linguaggio espressivo e ben presto Archer si distingue, autonomamente, per qualità originali.

In uno degli episodi piu` belli, The Goodbye Look (Il mondo e` marcio, 1969), Archer, col solito, banale pretesto di una perdita [3], in questo caso una scatola d’oro, scoperchia il sostrato di brutture e perversioni che si nascondono sotto la rispettabile patina dei ricchi Chalmers. Macdonald non ha timore di toccare argomenti scabrosi come la pedofilia o le manie suicide, ma soprattutto a colpire nel segno e` la sua capacita` di tratteggiare un mondo marcio fino in fondo. Un mondo in cui nessuno e` cio` che appare, in cui ciascuno ha la sua buona dose di veleni, vergogne, delitti e rimpianti depositati in un cassetto della memoria, che, una volta aperto, non ha altri effetti che la dissoluzione, morale e materiale.

Quest’onda di corruzione si annida, indipendentemente dalla classe sociale, nei nuclei familiari, come nelle devastate famiglie Biemeyer e Johnson di The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu, 1976) e non lascia indifferente lo stesso Archer per il quale ogni indagine e` occasione di fare i conti con la propria esistenza, quasi mai in pari [4]. D’altronde e` lo stesso autore a darci le chiavi interpretative del suo lavoro, da un lato affermando l’umanità di Archer, quale qualita` da anteporre ad altre virtu` ("Con Lew Archer ho tentato di creare un investigatore fittizio, facendone piu` un uomo che non un eroe letterario. E` il tipo capace di dedicarsi al lavoro investigativo a causa del suo interesse per gli altri esseri umani con le loro debolezze, le loro crisi, ma anche con le qualita` che ne compensano i difetti" [5]), dall’altro rivendicando la funzione critica dei suoi lavori, in prospettiva progressista ("La societa` americana e` in uno stato deplorevole, attualmente [...]". "Io tendo a servirmi della formula poliziesca per scrivere dei romanzi sulla vita americana [...])". "Noi miriamo a una societa` anticlassista, moralmente evoluta" [6]).



Proprio l’ultimo lavoro di Macdonald, The Blue Hammer, illumina, esasperandole, alcune note del suo stile: l’amore per le metafore ("Lei volse lo sguardo oltre le mie spalle, verso l’oceano, dove la marea avanzava lentamente con onde quasi impercettibili, come brani sommessi di eternità" [7]) e i riferimenti letterari ("Forse non si puo` tornare a casa, come dice Thomas Wolfe" [8]), l’ironico disincanto archeriano ("Betty Jo entro` con me per uno scambio d’idee. Ma non ci scambiammo soltanto le idee. La notte fu piacevole e passo` in fretta" [9]). L’elemento nuovo, qui, e` la stanchezza del detective, che, dopo anni di onorato e amato servizio ("Anch’io penso che moriro` il giorno in cui smettero` di lavorare” [10]), sente oramai insopportabile la vecchiaia, la fatica e la spersonalizzazione del suo mestiere ("Mi sentivo solo e vecchio, ma non osavo saltare il fosso della generazione che ci divideva. Quel fosso avrebbe potuto trasformarsi in una voragine e inghiottirmi" [11]) e vorrebbe congedarsene ("Forse, in fin dei conti, la verita` che stavo cercando non avrei mai potuto trovarla nel mondo” [12]).

Di fronte a questo romanzo crepuscolare, che risente tuttavia di un’eccessiva artificiosita` della trama e dello stile, anche in virtu` delle tribolate vicende che ne accompagnarono la realizzazione [13], si prova un forte rimpianto del Lew Archer (e del Macdonald) tenace e comprensivo delle precedenti avventure, tra cui lo splendido racconto Midnight Blue (Mezzanotte blu, 1960), ancora in grado di godere della natura ("Il mondo aveva la freschezza colorata di una farfalla appena emersa dalla crisalide e palpitante nel sole" [14]) e di farsi carico delle umane sofferenze ("La giornata stava diventando un incubo per tutti, e io avvertivo le fitte sorde e tormentose dei guai altrui, simili a quelle di un mal di denti che non da` pace" [15]).

Infine, il cinema. Macdonald godette anche di almeno due riduzioni di successo dai suoi romanzi:Harper (Detective’s Story, Jack Smight, 1966) e Detective Harper: acqua alla gola (The Drowning Pool, Stuart Rosenberg, 1975) [16]. Abbastanza fedeli ai testi d’origine e prodotti artigianali di discreta fattura, queste due pellicole si ricordano per la presenza di Paul Newman nei panni di Archer, sulla scia del modello bogartiano-chandleriano [17].


Note:

[1] B. PRONZINI, Introduzione, in R. MACDONALD, Il Tunnel, Milano, I Classici del Giallo Mondadori, n.696, 1993 (ed. or., The Dark Tunnel, 1944), p.8.
[2] Ivi, p. 6.
[3] "[...] uno dei temi piu` ossessivi di Macdonald e` la perdita di qualcosa o di qualcuno nel passato di un individuo e il suo tentativo di ritrovare quanto perduto o di afferrarne il significato". Ivi, p. 8.
[4] "Ero minacciato da una violenta crisi depressiva, ma il vento dell’oceano la portò lontano. [...] Le onde si abbattevano fragorose sulla sabbia e io mi sentivo come un uomo che tenti invano di fuggire dalla sua propria vita" (R. MACDONALD, The Goodbye Look, 1969, tr. it., di Lia Volpatti Papandrea, Il mondo e` marcio, Milano, Il Giallo Mondadori, n. 1114, 1970, p. 25).
[5] G. F. ORSI (a cura di), Chi e` Ross Macdonald, in R. MACDONALD, Il mondo e` marcio, cit., p. 180.
[6] Ivi, p. 181 e 183.
[7] R. MACDONALD, The Blue Hammer, 1976, tr. it., di Lidia Ballanti, Lew Archer e il Brivido Blu, Milano, Il Giallo Mondadori, n.1507, 1977, p. 42.
[8] Ivi, p. 92.
[9] Ivi, p. 63.
[10] Ivi, p. 74.
[11] Ivi, p. 57.
[12] Ivi, p. 88.
[13] L. CONTI, "Lew Archer e il Brivido Blu" di Ross Macdonald, http://www.gialloweb.net/recensioni/brividoblu.asp.
[14] R. MACDONALD, Midnight Blue, 1960, tr. it., di Hilia Brinis, Mezzanotte blu, Milano, "La Rivista di ELLERY QUEEN", n. 197, Milano, Il Giallo Mondadori, n. 1211, 1972, p. 160.
[15] Ivi, pp. 161-162.
[16] Una curiosita`: il detective Archer degli originali romanzi di Macdonald da cui furono tratti i film di Smight e Rosenberg fu trasformato in Harper su proposta dello stesso Paul Newman, convinto che la lettera "H" gli portasse fortuna.
[17] A. GUERRI, Il film noir. Scene americane, Roma, Gremese, 1998, p. 116.