TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 gennaio 2013

Fluxus. Esperimenti per donne libere



Anni straordinari gli anni '60 e '70. Tutto veniva rimesso in discussione in politica come nell'arte. Ultimi giorni per visitare una mostra di grande fascino.

Lea Mattarella

FLUXUS

Esperimenti per donne libere contro lo sguardo degli uomini

Nell' anno 2000 nessuna giovane artista incontrerà la resistenza determinata e la costante sottovalutazione che ho subito ... non si sentirà mai come un ospite provvisorio al banchetto della vita né entrerà nel mondo dell' arte ingraziandosi o inimicandosi un club stabile di artisti, storici, insegnanti e direttori di musei e di riviste, galleristi - tutti maschi - o devoti alla preservazione del mascolino», affermava convinta Carolee Schneemann nel 1975. Non è certo che la sua prefigurazione si sia avverata. Ma se per le donne oggi è più facile, il merito è anche suo e di quelle ragazze arrabbiate che negli anni Sessanta cercavano di dare aria alla loro asfittica condizione di sempre seconde in campo artistico e non solo.

La mostra Women in Fluxus & Other Experimental Tales, aperta fino al 10 febbraio a Reggio Emilia a Palazzo Magnani racconta, soprattutto dalla parte di lei, la storia del movimento inventato e battezzato ufficialmente da George Maciunas cinquant' anni fa con il Fluxus Festival di Wiesbaden. L' intera esposizione vuole far capire il carattere dirompente di Fluxus attraverso le opere, gli interventi, la musica, le performances, i multipli, i manifesti, i libri realizzati da tutti gli esponenti di Fluxus. Ma laddove è possibile predilige il punto di vista femminile, lasciando che siano soprattutto le opere concepite dalle donne in questo contesto a parlare dell' intera situazione.

«Tutto è arte e tutti possono farne. L' arte deve occuparsi di cose insignificanti, deve essere divertente e accessibile a tutti», era la parola d' ordine di Maciunas. Non stupisce che sia nato un sodalizio tra lui e Yoko Ono che, tra le altre cose, aveva immaginato opere che erano semplicemente "istruzioni per l' uso". Qui se ne incontrano alcune come il Dipinto per vedere la stanza, in cui si chiede al visitatore di praticare un piccolo buco nella tela e guardarci attraverso, oppure il Dipinto per piantare un chiodo che invita a mettere un chiodo al centro di un pezzo di vetro e poi a spedire ciascun frammento a un indirizzo a caso. Anche gli Spatial Poems della musicista e compositrice giapponese Shiomi sono attraversati dal desiderio di coinvolgere la gente più diversa e lontana nel fare arte. Shiomi chiedeva a un vasto numero di persone di compiere alcune azioni e poi di mandarle uno scritto: riceveva risposte da ogni parte del mondo e poi ne indicava i luoghi con tante bandierine su una mappa di cui un esempio si può vedere qui.

Ancora con la partecipazione di un numero sempre più vasto di persone, Fluxus dà vita a concerti, incontri, performances. E in questi le donne scelgono soprattutto di affrontare il problema del corpo. In mostra ci sono video, fotografie, dipinti che rivelano le figure femminili protagoniste del gruppo (Yoko Ono, Charlotte Moorman, Alison Knowles, Shigeto Kubota, Takako Saito, Shiomi) e quelle che vi si avvicinano per parte del loro cammino (Kate Millet, Simone Forti, Carolee Schneemann), abbiano ben presente che i loro guai sembrano nascere tutti da lì. Per il modo in cui questo è stato percepito, vissuto e anche violato dallo sguardo maschile. Quindi ecco le eroine "fluide" mostrarsi senza alcuna reticenza, concentrarsi sui frammenti del proprio corpo, soprattutto sui genitali, per sbandierare la propria libertà o per far vedere a tutti la prigione simbolica da cui hanno deciso di uscire.A volte finendo dentro una vera.

MiekoShiomi & Alison Knowles


















La Moorman fu arrestata e condannata per oscenità nel ben mezzo della performance realizzata con Paik in cui, a seno nudo, suonava un violoncello con vari strumenti tra cui un mazzo di fiori. L' ultimo atto di questo evento, che i due realizzarono diverse volte in Europa, era la sostituzione del violoncello con una bomba a cui erano state aggiunte le corde, ben visibile qui a Reggio Emilia. Questo perché Fluxus, ovviamente, è un movimento antimilitarista: basti vedere in mostra la bandiera americana in cui Henry Flynt ha sostituito le stelle con teschi e dove si legge che gli Usa hanno il record di genocidi tra vietnamiti e indiani d' America.

Contro la guerra sono quindi anche le donne. Che non attaccano ma si difendono. Come quando, sempre la Moorman, nel 1965 suona il corpo del solito Nam June Paik come fosse un violoncello. Il riferimento è chiaramente al Violon d' Ingres di Man Ray che aveva trasformato una schiena femminile in un violoncello, cioè in un oggetto.È evidente che Fluxus ha uno stretto legame con l' avanguardia dadaista e surrealista. L' opera di Flynt in cui si legge This sentence is in french è chiaramente debitrice al Magritte di Ceci n' est pas un pipe. Invece l' esecuzione di Vagina painting di Shigeko Kubota, che la vede dipingere accovacciata con un pennello legato agli slip, vuole dissacrare il dripping di Pollock.

Di mutande se ne sfila ben 22 Alison Knowles durante una performance nel 1962. E due anni dopo Yoko Ono sale su un palco e chiede agli spettatori di tagliare il suo abito rimanendo svestita. Le opere, i documenti, gli oggetti in mostra provengono in gran parte da due collezioni: l' Archivio Bottello e quello Pari&Dispari di Rosanna Chiessi che fin dagli anni Settanta ha realizzato, proprio nel territorio di Reggio Emilia, moltissimi eventi Fluxus. A Cavriago, paese in cui fino a poco tempo fa troneggiava ancora un busto di Lenin, arrivava la dissacrazione di Maciunas e compagni. E si inventavano le cene colorate qui documentate, in cui, dalle pietanze ai vestiti, si doveva, per esempio, utilizzare solo il rosso. Anche la preparazione del cibo per le donne può diventare una gabbia. Ma non sotto il segno di Fluxus.

(Da: La Repubblica del 13 gennaio 2013)

Orario
martedì-venerdì 10-13 e 15,30-19; sabato, domenica e festivi 10-19; chiuso lunedì. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Scrittrici dimenticate: Renata Viganò





Una scrittrice dimenticata, un'Italia democristiana feroce nel suo perbenismo ipocrita, una sinistra che più che a Majakovskij guardava a De Amicis.

Anna Folli

Riscoprendo Renata Viganò “scrittrice combattente”


Il suo “posto nella classe operaia” fu costretta a prenderlo per via dei rovesci della vita: sognava di diventare medico e invece, fallita la ditta del padre e abbandonata la scuola, si ritrovò a fare l’inserviente e l’infermiera. Prima della lotta partigiana e della breve stagione dei successi letterari, Renata Viganò era già una combattente. Resisteva alle difficoltà economiche nello stesso modo in cui, anni dopo, avrebbe opposto la sua tenacia ai giudizi del partito. Messa in ombra, si ostinò a scrivere e pubblicò, circondata dall’indifferenza generale, Una storia di ragazze.

Il cinquantenario di quel romanzo, caduto l’anno scorso, è trascorso quasi inosservato. Scrittrice di talento, Renata Viganò è stata dimenticata. Eppure meriterebbe ben altro destino. Andrebbe ricordata, magari partendo da quella piccola foto in bianco e nero del 1950 dov’è sorridente col suo grembiule a pettorina, seduta alla vecchia Olivetti insieme al gatto. È il tempo in cui è l’autrice di successo de L’Agnese va a morire, il romanzo che l’anno prima ha vinto il Premio Viareggio, è una firma di richiamo dell’Unità alla vigilia di una lunga appassionata collaborazione con Noi Donne.

Togliatti ha insistito per qualche pagina autobiografica da pubblicare su Rinascita (novembre 1949) e lei ha rievocato il suo incontro col comunismo, cioè col compagno Antonio Meluschi che un giorno sarebbe stato il Comandante e il Dottore nell’epopea partigiana, ma che in quel dicembre 1935 era solo un ragazzo allo sbando.

E poi, andando a ritroso. A vent’anni si ritrova orfana, povera e sola. Nella casa che riesce a salvare costruisce il rifugio per una vita oscura. Eppure ha una certa cultura, ha fatto studi classici, pubblicato versi garbati, addirittura un romanzo che ora rinnega come dannunziano: Il lume spento (1933). Col compagno autodidatta, scrittore e lettore onnivoro, gli orizzonti si spalancano e lo stile diventa quello che conosciamo, dell’Agnesee di tutti i racconti che poi scrive con spirito di combattente, discontinuo, espressivo all’eccesso o pedestre, comunque sia efficace e spesso potente.

Gli anni d’oro sono quelli dal 1951 al 1955, da quando inizia la rubrica “Fermo Posta” su Noi Donne fino al congedo, anzi al licenziamento. Le lettere che arrivano sempre più numerose le danno il senso della separatezza dell’universo femminile. Benché si sforzi di dare speranza senza dimenticare di essere compagna e bolscevica un giorno inciampa sulla questione religiosa. Ma sì, risponde a una lettrice angosciata, fai battezzare il tuo bambino anche se il babbo è comunista, «fai contenta la tua mamma! ». La polemica è immediata come la censura di Pietro Secchia che in tre fogli dattiloscritti la richiama ai suoi doveri di propaganda (23 dicembre 1953). Progressivamente è messa in ombra. Protesta di essere sempre la stessa al tempo della destalinizzazione, della rivoluzione d’Ungheria. Ma le collaborazioni che ricominciano non sono sistematiche né importanti, il suo nome è fuori corso.



Arriva alla soglia degli anni Sessanta col sogno di un ultimo romanzo. Una storia di ragazze esce inosservato nel 1962 insieme al Giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani destinato a ben altra gloria, boicottato dal Partito e certamente fuori epoca. Leggendolo a mezzo secolo di distanza, si sente bene la traccia fresca del Neorealismo, ma questo italiano pulito e sensibile che costruisce punto per punto la protagonista e i comprimari e i loro ambienti tiene stretti alla pagina.

L’apertura è sulla giovanissima Miranda che dall’Appennino emiliano scende a servire in città. La nebbia all’alba, il babbo con la capparella e le scarpe chiodate, la piazza, la corriera, gli uomini al caffè stanno nel mondo di prima, mentre li nota ne ha già nostalgia e piange. A Bologna segue l’amica Olga, “Olghina” al paese, irriconoscibile ed emancipata. Buio e scalini rotti, uno stanzone e dietro una tenda un comò, una seggiola e il letto. Incombe la signora Erminia, mezzana grassa che commercia negli “America-stracci”. La sera nella casa dei padroni comincia la sua vita nuova, in una famiglia piccolo borghese di gente pretenziosa ma in bolletta dove si gela per mancanza di affetti. Fuori c’è la modernità che stordisce, le strade e i portici, i caffè illuminati con gli specchi, soprattutto il cinematografo dove un uomo la corteggia. Si chiama Pino, afferma di essere studente, di possedere un podere e la motocicletta, anche troppo per lei. Dopo qualche appuntamento la porta nei calanchi, la rovescia sui sassi e la possiede con brutalità. E nello sperdimento che segue la inchioda in una maniera che non comprende: «Non era mica la prima volta, vero?». Da qui il fraintendimento e i silenzi che porteranno Miranda alla vergogna e alla coscienza di sé. Incinta e abbandonata, il suo pensiero muto le rivela quello che già sa. Non era amore, solo soggezione profonda, l’eterna paura che aveva anche l’Agnese. E la camera, quel letto dietro la tenda nello stanzone della signora Erminia, la pagava lei. Tra abortire e continuare la gravidanza sceglie di darsi la morte. La salva il giovane fratello comunista, Alfio, che è venuto in città a fare il meccanico. Dormirà da lui in garage sulla sua branda, tanto ormai «il bambino è fatto e non si può disfare». Un finale didascalico per un romanzo che merita tanto, peccato. Ma Renata Viganò era anche così, borghese, moralista, e alquanto prude…

(Da: La Repubblica del 17 gennaio 2013)



La Marsiglia di Jean-Claude Izzo




Tre grandi romanzi con protagonista Marsiglia, cuore profondo del Mediterraneo, una città piena di angoli segreti dove perdersi e ritrovarsi.

Luigi Bertolo

La Marsiglia di Jean-Claude Izzo


"Marsiglia non è una città per turisti. Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c'è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma antico dove l'eroe è la morte" (Casino totale).

Se pensiamo al genere giallo, siamo soliti identificare un autore e un protagonista. Camilleri? Montalbano. Chandler? Marlowe. Agatha Christie? Poirot. Questo gioco non funzionerebbe di certo se l'autore a cui volessimo legare un protagonista fosse Jean-Claude Izzo. La risposta sicuramente non sarebbe Fabio Montale, bensì: Marsiglia. Il protagonista dichiarato dei noir di Jean Claude Izzo è la sua città. E i tre titoli che l'autore volle scrivere sono infatti conosciuti come trilogia marsigliese.

Casino Totale, Chourmo, Solea, tutti editi in Italia per i tipi e/o, escono nel rapido giro di tre anni (1995, 1996, 1998): dopodiché Izzo decide di interrompere la serie, nonostante le forti sollecitazioni a proseguire da parte dell'editore francese, Gallimard. Il tributo di Jean-Claude Izzo alla sua città è un inarrestabile atto d'amore. "Ho Marsiglia nel cuore": con queste parole il figlio di Izzo ha voluto aprire su Internet un sito a lui dedicato (www.jeanclaude-izzo.com) nel quale troviamo anche una ricostruzione virtuale, arricchita di fotografie, dei luoghi della città attraversati dal protagonista della trilogia.

"Non si può capire questa città se si rimane indifferenti alla sua luce" (Solea). Fabio Montale si muove in continuazione nella luce di Marsiglia. Ne attraversa le strade, ne gusta la vita a palmo a palmo. Ne rimpiange la vecchia gloria marinara. Ama Marsiglia in quanto grande scalo portuale. "Il porto era magnifico in quel punto. Entrava negli occhi. Le banchine. I cargo. Le gru. I traghetti. Il mare. Il castello d'If e le isole del Frioul in lontananza. Tutto era bello da vedere" (Solea).

Marsiglia è per Montale-Izzo una bella donna. Anzi: più donne. In uno dei "quadri" più divertenti del primo romanzo, vediamo lo scapolo Montale al rientro notturno nella sua casetta con vista sul mare, dopo una giornata pienissima e feroce. Stupito, trova la sua anziana "tata" Honorine con una prostituta e una giornalista, amiche sue, intente a giocare a ramino in terrazzo. "Era tutto a posto. La cena pronta. I piatti lavati. La biancheria ad asciugare fuori. Avevo di fronte il sogno di ogni uomo: una madre, una sorella, una prostituta! Le sentii ridacchiare alle mie spalle. Sembravano unite da una dolce complicità. Il mio malumore svanì velocemente, così come era venuto. Ero felice di vederle lì. Volevo bene a tutte e tre. Peccato che non potessero essere un'unica donna, da amare". 

In tutti e tre i testi Montale-Izzo riflette più e più volte proprio sulla sua incapacità di legarsi ad una donna, sulla sua impossibilità a "darsi" con fiducia piena ad un'altra. Nell'ultimo volume della trilogia, Solea, a volte questa riflessione eccede la misura, rendendolo il meno fluido, il più cerebrale. Ma Casino Totale e Chourmo sono due opere riuscitissime. La narrazione si snoda veloce per le vie della città, segretamente amata da Montale forse più delle donne reali: "Sono spesso degli amori segreti / Quelli che dividiamo con una città" (Solea), recita Camus, citato dal protagonista.

Fabio Montale nel primo romanzo è un poliziotto dei quartieri nord con la tendenza a far troppo l'assistente sociale. Nei due volumi successivi è ormai un ex poliziotto. Le vicende vissute e i personaggi incontrati sono ritratti con cenni rapidi. Tutto si risolve nella narrazione. Il mondo visto attraverso i suoi occhi è orribile. Lui e i suoi amici più cari sono degli sconfitti. Ma la vita si prende sempre delle piccole rivincite, delle ragioni che la rendono godibile: il cibo, il vino e l'alcool, il sole al tramonto, il mare, la pesca, le amicizie antiche e sincere. Su tutto c'è un forte odore di vita, di carne.

La trilogia segue un percorso crescente dalla micro alla macro criminalità, dalle vicende quasi personali delle zone difficili di una città multietnica alle grosse trame internazionali dei collegamenti fra mafia e politica. La trama affascina non tanto per lo svolgimento giallo quanto per il continuo gioco di posizione che si instaura fra gli attori. Un gioco fatto di intelligenza mentale, di raffinatezza psicologica e di abilità fisica. Tutti, buoni e cattivi, si muovono sullo stesso scacchiere: Marsiglia, la città sempre amata mai posseduta. "Questa città sarà sempre e soltanto l'ultimo scalo del mondo. Il suo futuro appartiene a quelli che arrivano. Mai a quelli che partono" (Chourmo).




Jean-Claude Izzo
La trilogia di Fabio Montale
Casino totale-Chourmo-Solea
Edizioni e/o, 2011
19.50 euro

martedì 29 gennaio 2013

Da leggere: Ustica, scenari di guerra




Finalmente la verità su Ustica emerge anche a livello giudiziario. Nulla che non si sapesse già, come dimostra "Ustica, scenari di guerra" di Leonora Sartori e Andrea Vivaldo. Ne proponiamo la prefazione.

Fabrizio Colarieti

Ragioni di Stato

La domanda, trent’anni dopo, è sempre la stessa: perché? Il 27 giugno 1980, un minuto prima delle 21, precipitava dal cielo di Ustica al fondo del Mar Tirreno un DC-9 della compagnia Itavia, in volo da Bologna a Palermo con a bordo ottantuno passeggeri. Sono passati trent’anni dalla più grave tragedia dell’aviazione italiana, subito divenuta il caso Ustica.

Quella notte la storia comincia con un aereo che scompare dagli schermi radar e i suoi passeggeri (64 adulti e 13 bambini) e l'equipaggio (2 piloti e 2 assistenti di volo), inghiottiti dal mare. Immediate le tesi su quello che doveva sembrare a tutti i costi un incidente, una sciagura del tutto casuale, forse un caso remoto – ricordate? - di cedimento strutturale. Mille ipotesi, mille inchieste, il silenzio di tanti, l’impunità e il mistero che sempre più avvolgeva quello strano incidente. Invece quella sera, lassù, c’era la guerra: questo hanno raccontato agli italiani i magistrati che hanno indagato sulla Strage di Ustica. Lo hanno detto anche ai familiari delle vittime, senza però lasciare loro la possibilità di gridare “assassino” a qualcuno, perché, riassumendo il mare di carte giudiziarie in cui è scritta questa storia, restano ancora oggi “ignoti gli autori del reato”. Loro, i passeggeri e l'equipaggio, affrontarono quel volo da inconsapevoli vittime di una scellerata Ragion di Stato. Non sapevano di certo che non sarebbero mai atterrati e che la loro fine sarebbe diventata un giallo. Lungo trent’anni. 

Tra quei passeggeri c’era Alberto Bonfietti, 37 anni, giornalista del quotidiano “Lotta Continua”, che non ha avuto il tempo di appuntare un ultimo pensiero nel suo taccuino. Così come Francesco, Paolo, Daniela, Andrea e Marianna. Forse neanche loro hanno avuto un istante per pensare un'ultima volta ai loro cari, in attesa a Palermo. Non ha avuto il tempo di scrivere sul suo diario "segreto" neanche Giuliana Superchi, 11 anni, e al papà, che la stava aspettando a terra, non ha potuto far vedere la pagella. Anche Rosa De Dominicis, 21 anni, allieva hostess, non ha avuto modo di capire se quello fosse davvero il lavoro della sua vita. Questa è Ustica. Quella notte le tenebre hanno inghiottito tutto questo, senza appello: la vita di quelle sfortunate persone, la dignità del nostro Paese, le prove e la verità su un caso mai chiuso per la giustizia italiana. Quella notte è successo qualcosa che nessuno doveva sapere. Sapevano e sanno ancora oggi, tuttavia, solo coloro che dovevano proteggere il volo di quell'aereo e che, invece, sono diventati per sempre i custodi di un segreto inconfessabile.

La storia va ripercorsa dall’inizio, in quell'attimo, il tempo monco del “Gua...”, inciso nell'ultimo pezzetto del nastro che girava dentro la scatola nera: un frammento di parola che non ha dato risposte, ma solo un indizio. Sull’aereo, tranne il comandante Domenico Gatti, colui che gridò al microfono quel “Gua...”, nessuno ha avuto il tempo di accorgersi di quanto stava avvenendo nel cielo attorno al DC-9. Oggi, a sentire le parole del senatore a vita Francesco Cossiga, che all'epoca era il presidente del Consiglio dei ministri - parole che, ventotto anni dopo, hanno ispirato un nuovo filone investigativo su cui lavora ancora la Procura di Roma - sembra certo che quella notte nei cieli italiani si consumò una battaglia aerea che vide i caccia della Marina francese colpire l'aereo sbagliato nel posto giusto: lì, in quel tratto di buio sopra il Tirreno, doveva esserci l’aereo con a bordo il Muammar Gheddafi, non il DC-9. Un errore, quindi, che attende ancora che sia fatta giustizia.

Dubbi non ce n’erano, fin dall’inizio, fin dalle ore successive mentre tutti puntavano il dito contro la compagnia Itavia, accusata di far volare aerei “carretta”, messa prima in ginocchio e poi fatta fallire. Cinque mesi dopo la strage, due tra i massimi esperti di guerra aerea, gli americani John Transue e John Macidull, guardando il tracciato radar di Ciampino, non ebbero alcun dubbio: nel punto dove il DC-9 è scomparso, un altro aereo, un caccia, ha compiuto una manovra d’attacco da manuale, incrociando la rotta dell’Itavia da ovest verso est. Questo contesto, per chi ha indagato, altro non è che la realtà, chiara e semplice, che non può certamente essere più negata, tanto più da chi aveva precisi obblighi verso i cittadini.

Probabilmente anche Gheddafi sa qualcosa in più di noi, dato che in questi trent’anni non ha mai smesso di affermare che quella sera la Libia fu vittima tanto e quanto il nostro Paese. L'ultima volta lo ha ripetuto davanti alle sue Tv, era il 31 agosto 2003, in occasione del 34esimo anniversario della Rivoluzione libica. Non ha mai smesso di accusare chi probabilmente voleva ucciderlo: forse gli americani, forse i francesi. Insomma i suoi nemici dichiarati. Forse era proprio il suo l'aereo che doveva essere tirato giù, quello che doveva essere lì, nel punto Condor al posto dell'Itavia. Si salvò dall’imboscata - sempre secondo Cossiga - perché i nostri Servizi segreti fecero in tempo ad avvisarlo.

È perciò impossibile accontentarsi degli esiti di un processo penale, già concluso, che si doveva limitare a giudicare la condotta dei vertici dell'Aeronautica militare italiana. Pure loro, i militari che quella notte sedevano davanti ai radar, sanno come sono andate le cose. Per la giustizia, per la Cassazione che nel 2007 li ha assolti “perché il fatto non sussiste”, gli allora vertici dello Stato maggiore dell’Ami non depistarono le indagini né - come sosteneva l’accusa - omisero di comunicare al governo quanto accaduto. Cosa era davvero accaduto lo sapeva, probabilmente, anche Mario Alberto Dettori, il radarista trovato impiccato a un albero nel 1987. Era in servizio al radar quella notte a Grosseto e vide qualcosa che lo turbò, una verità di cui si ammalò e che lentamente ha finito per schiacciarlo. Non è il solo, Dettori, perché in questa storia ci sono anche altre otto vittime collaterali che, come lui, hanno sfiorato la verità e a cui è toccata la stessa sorte dei passeggeri del volo India Hotel 8-7-0. Una sorte infame che li ha attesi - tutti - nascosta dietro un angolo. Le vittime sul DC-9 non c’entravano nulla e nulla sapevano della guerra fredda, silenziosa e strisciante, in corso proprio intorno a loro, in quel buco nero, a metà strada tra Ponza e Ustica: un puntino che sulle carte aeronautiche è chiamato Condor. La versione dei fatti che somiglia di più alla verità, gli italiani la immaginano, l’hanno letta sui giornali, sui libri, l’hanno ascoltata al cinema, nei teatri, l’hanno compresa addirittura attraverso i disegni di un fumetto. Ma vale la pena ripeterla.

Nel ’99, dopo nove anni di istruttoria, il giudice Rosario Priore, l’unico che in questa storia provò ad arrivare fino in fondo, scrisse nero su bianco che il DC-9 fu vittima di “un’azione militare di intercettamento messa in atto, verosimilmente, nei confronti dell’aereo che era nascosto sotto di esso”. Un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, un’operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui furono violati confini e diritti. L’Itavia 870 - concluse la scienza - rimase vittima fortuita di questa azione: di una near collision con un altro velivolo o, peggio ancora, tirato giù da un missile. Quella notte intorno al DC-9, lo dicono i tabulati di Ciampino - miracolosamente scampati dall’azione sistematica e scientifica, di distruzione delle prove - c’erano in volo aerei militari di almeno quattro Paesi: Italia, Libia, Stati Uniti e Francia. Dai depistaggi, ai non so, dai non ricordo, ai colpi di lametta che tagliano intere pagine di registri, dalle bobine cancellate agli aerei che volavano senza nome, è scampata un’unica verità: l’aerovia percorsa dal DC-9, l’Ambra 13, nel punto Condor era intersecata dall’aerovia militare francese Delta Whisky 12.

Quella sera, sarà un caso, dalla base francese di Solenzara in Corsica decollarono diverse coppie di Mirage e in mare c’era almeno una portaerei transalpina. Troppi indizi, nessun alibi e, fino a prova contraria, la parola di un ex Capo di Stato, Cossiga. E poi, come non ricordare quel MiG 23 libico, quello ritrovato sulla Sila, caduto - dice la nostra Aeronautica - il 18 luglio ‘80, perché era rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un MiG con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un MiG che verosimilmente “buca” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo è in corso un’imponente esercitazione della Nato. Forse la chiave di volta è proprio il suo ruolo, forse, come disse una volta Giovanni Spadolini ai giornalisti: “Scoprite cosa è successo a quel MiG caduto sulla Sila e troverete la chiave per capire la strage di Ustica”. Solo pezzi mancanti, in un enorme puzzle che la magistratura non è riuscita, in trent’anni, a rimettere assieme. Come, ad esempio, le risposte alle decine di rogatorie internazionali promosse nel corso dell’istruttoria, che tre nostri alleati e partner commerciali (Francia, Stati Uniti e Libia), non hanno mai ritenuto opportuno fornire.

Ciò che sappiamo, che le indagini hanno certamente chiarito, è che quella sera tutto si consumò sotto gli “occhi” di decine di stazioni radar, sopra le antenne di una dozzina di basi “sigint” dell’intelligence americana, sotto l’ombrello di copertura di numerosi satelliti spia e a portata di un aereo radar Awacs della Nato in volo sull’Appennino tosco-emiliano. Il corridoio percorso dal DC-9 da Bologna a Ponza era tutt’altro che libero, era affollatissimo e anche questo lo sappiamo per le tracce nei tabulati radar, nelle risposte fornite dalla stessa Nato, nelle conversazioni terra-bordo-terra e nelle telefonate intercorse tra Ciampino e l’attaché militare della Usa Embassy of Rome.

Un segreto che non c'è, anzi che non esiste sulla carta. E’ recente, infatti, la conferma da parte del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che nessun segreto di Stato è stato mai apposto su atti o documenti inerenti il caso Ustica. Ma questo già lo sapevamo: “Si stima - scrisse il giudice Priore nelle conclusioni della sua monumentale istruttoria - che ci si sia trovati innanzi a qualcosa che è sfuggito e ancora oggi sfugge al controllo istituzionale ed alle garanzie poste dall’ordinamento. Da un punto di vista formale il segreto non esiste; nella sostanza invece esiste ed è stato opposto nei fatti ostacolando ed impedendo di accertare gli eventi e le responsabilità”.

Il muro di gomma è stato fatale per tutti, e tutti ne sono rimasti invischiati, mentitori e sinceri. Da questa brutta storia il Paese è uscito con le ossa rotte, ferito nella sua sovranità e con esso l’Aeronautica, inseguita per sempre dall’ombra del sospetto. La scienza e la magistratura non possono fare più nulla, solo la politica, e con essa la diplomazia, può ancora andare fino in fondo, chiedendo conto di tutto questo ai nostri alleati e ai suoi apparati d’intelligence, con la più elementare e scontata delle domande. Ancora una volta, sempre la stessa: perché?

Leonora Sartori- Andrea Vivaldo
Ustica, scenari di guerra
Edizioni Becco Giallo, 2010
15 euro

Ustica, strage di Stato




Finalmente un tribunale italiano conferma quello che abbiamo sempre saputo: a Ustica si trattò di un missile, forse americano o forse francese. 81 vittime, a cui vanno aggiunte altre 8 morti "sospette" fra operatori dei centri radar e persone comunque informate dei fatti, rimaste finora senza giustizia.

Roberto Rossi

Ustica: Fu un missile.

Non c’era nessuna bomba a bordo del Dc9 Itavia che il 27 giugno del 1980 si inabissò nel mare di Ustica. L’aereo non si disintegrò, come sostenne con forza l’Aeronautica militare accreditando la tesi dell’attentato, ma fu abbattuto da un missile. Dopo 33 anni di processi, depistaggi, false testimonianze, finte inchieste e vere assoluzioni, il punto definitivo sulla strage di Ustica, che costò la vita a 81 persone (77 passeggeri e quattro membri dell’equipaggio), lo ha messo ieri la Corte di Cassazione condannando, in maniera definiva, lo Stato a risarcire i familiari delle vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. Ed è una sentenza storica, ancorché monca. Storica perché è la prima volta che, in maniera definiva, si accerta quello che il giudice Rosario Priore aveva già ipotizzato ma non dimostrato almeno 20 anni fa, e cioè che quella notte ci fu una battaglia nei cieli italiani, ma allo stesso tempo è una sentenza incompleta perché tutto questo avviene solo in sede civile ma non in quella penale. Per la giustizia italiana, dunque, l’aereo fu abbattuto ma da chi non si sa.

La decisione di ieri della Cassazione nasce da un ricorso a una sentenza di circa tre anni fa. Quella con la quale, il 14 giugno del 2010, il giudice palermitano Paola Proto Pisani condannò lo Stato a risarcire i familiari delle vittime di Ustica con 100 milioni di euro. In particolare il tribunale ritenne responsabili il ministero della Difesa, per le omissioni e i depistaggi compiuti da settori dell’Aeronautica, e quello dei Trasporti, per non aver garantito la sicurezza del volo.

Nelle motivazioni della sentenza di Palermo, oltre duecento pagine che ripercorsero tre decenni di inchieste, perizie e milioni di pagine processuali, si disse nero su bianco che nella notte del 27 giugno del 1980 sopra il Tirreno ci fu una vera e propria azione di guerra. Una battaglia, come detto, che coinvolse due caccia e un altro velivolo militare. Il giudice ne era certo, tanto da escludere, come poi ha accertato la Cassazione, la tesi della bomba. Di che nazionalità fossero i caccia che volavano parallelamente al Dc9, impegnato solo a seguire la sua rotta, e di chi fosse il velivolo militare che si nascose sotto la scia dell’aereo Itavia per non essere intercettato dai radar il giudice non lo scrisse.

I documenti e i tracciati che avrebbero potuto chiarire questi dubbi sono spariti da tempo. Ma, per la sentenza, nonostante i depistaggi e le omissioni, fu possibile raggiungere la certezza che sulla rotta del Dc9 quella sera c’erano almeno altri tre aerei. «Tutti gli elementi considerati scrisse il giudice Paola Proto Pisani consentono di ritenere provato che l’incidente si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il Dc9».

Per anni si è sostenuto e ipotizzato che su uno dei velivoli volasse Muhammar Gheddafi e che il missile fosse indirizzato proprio a lui. Nel 2007 l’ex-presidente della Repubblica Cossiga, all’epoca della strage presidente del Consiglio, attribuì la responsabilità del disastro a un missile francese «a risonanza e non ad impatto» destinato ad abbattere l’aereo su cui si sarebbe trovato il dittatore libico.

La tesi di un raid contro Gheddafi fu seguita fin da subito. Anche perché il 18 luglio del 1980 un Mig libico venne effettivamente ritrovato sui monti della Sila in zona Timpa delle Magare, nell’attuale comune di Castelsilano in Calabria. Il 12 febbraio 1992, poi, il quotidiano L’Ora di Palermo rintracciò e intervistò un testimone diretto, un maresciallo in servizio alla Nato. Nell’articolo si parlava di uno scontro aereo avvenuto tra due caccia F-14 Tomcat americano ed un Mig libico. Secondo questa versione, il Sismi, all’epoca comandato dal generale Giuseppe Santovito avrebbe avvertito gli aviatori libici di un progetto di attaccare sul Mar Tirreno l’aereo nel quale Gheddafi andava in Unione Sovietica. L’aereo con il leader libico tornò indietro, mentre gli altri aerei libici che lo scortavano proseguirono la rotta.

Quale che sia la verità la magistratura italiana, in sede penale, ha sollevato bandiera bianca. Magari dopo la sentenza della Cassazione qualcosa potrebbe cambiare, e l’inchiesta riaperta. Degli 81 passeggeri morti nella battaglia di Ustica 13 erano bambini. La verità non ha tempo.

(Da: L'Unità del 29 gennaio 2013)


lunedì 28 gennaio 2013

Quando i sogni ritornano. "Django unchained" di Quentin Tarantino




Qualche volta il cinema (e la letteratura) prefigurano la realtà che verrà. Prima ci furono gli spaghetti western, tanti e qualche volta sgangherati, poi i testi sacri di Marx e Lenin. Diventammo rivoluzionari immedesimandoci in Django e Tepepa nei pomeriggi passati in cinema di periferia che costavano poco, ma regalavano grandi sogni. Poi l'Università diventò il nostro Messico e Tepepa il capo del servizio d'ordine.

Paolo D'Agostini

Nel West di Tarantino

Nel 1966 Django era Franco Nero con la voce di Nando Gazzolo, tagliente come quella che già da qualche anno dava Enrico Maria Salerno a Clint Eastwood nella Trilogia del Dollaro di Sergio Leone. Che si sarebbe compiuta con "Il buono, il brutto e il cattivo", contemporaneo di "Django". Il regista era Sergio Corbucci che con il fratello Bruno era anche autore di soggetto e sceneggiatura (cui partecipò Piero Vivarelli). Dietro la macchina da presa c’era Enzo Barboni che con lo pseudonimo di E. B. Clucher sarebbe stato poi nel ‘70 il regista di "Lo chiamavano Trinità", svolta parodistico-comica del genere spaghetti western. Le musiche, e in particolare il tema di "Django" cantato da Rocky Roberts, erano firmate da Luis Enriquez Bacalov. Django (e Franco Nero) era in ordine di apparizione il terzo fondamentale antieroe dell’universo spaghetti western dopo lo straniero senza nome di Clint e il Ringo di Giuliano Gemma per la regia di Duccio Tessari.

Django era un ex combattente nordista che, tornato per sete di vendetta nel luogo dove gli furono strappate in un colpo l’amata e la capacità di amare di nuovo, si trova in mezzo alle due bande rivali dei messicani del generale Hugo Rodriguez e dei sudisti incappucciati del maggiore Jackson, uno più efferato e sanguinario dell’altro. Ma Django è il più feroce di tutti. E batte in ferocia tutti i predecessori dello spaghetti western. Il suo asso nella manica, o meglio nella bara che si trascina dietro, è una mitragliatrice che gli consente di averla vinta da solo contro decine di avversari.

E veniamo alla magia di Quentin Tarantino. Non ci piove che il quasi quarantanovenne (27 marzo) regista di Knoxville, Tennessee, abbia saccheggiato a mani basse dal cinema di consumo italiano dei decenni 60 e 70, del resto non fa che ripeterlo egli stesso. Ma con esiti diversi dagli originali (salvo un discorso a sé per quanto riguarda Leone). E solo una spiegazione puerile può accontentarsi di dire che tutto il merito è delle risorse infinitamente maggiori e della garanzia di diffusione planetaria che è privilegio del cinema hollywoodiano e anglofono.

Tarantino, pozzo di cultura cinematografico-cinefila (e non solo “di serie B”), è un dio della citazione, del riciclaggio, della rivisitazione o come volete chiamarla, ma con un di più di invenzione e di creatività — ma possiamo dire anche genialità — che a tutt’oggi resta relativamente inafferrabile. Ma cosa è che moltiplica, amplifica il fascino di modelli la cui natura, funzione e ambizione si limitavano all’entusiasmare un pubblico adolescenziale e/o a svagare spettatori poco esigenti?



E’ vero che Sergio Leone aveva già inventato quello che Tarantino ha reinventato: lo shock dello scardinamento di canoni hollywoodiani classici attraverso l’estremizzazione estetizzante dei comportamenti violenti. Ed è vero che già Peckinpah era tornato, da americano ma facendo tesoro della scuola Leone, sui medesimi passi. Ed è vero che in mezzo sono fioriti decenni di cultura citazionista e di metacinema. Ma ugualmente resta da riconoscere la marcia in più, il potere di evocazione inimitabile posseduto dal regista di Knoxville, Tennessee. Quello, occorrerà riconoscerlo, che possiedono i grandi. Quelli che sanno trasformare, piegare a sé, esaltare, plasmare e fissare una volta per sempre nella memoria collettiva il materiale, ancorché scadente, utilizzato. Che cosa fece Fellini con la moda dei fotoromanzi ( "Lo sceicco bianco") o con le notti brave dei paparazzi e delle divette trasformate per miracolo in epopea, in metafora, in parte per il tutto?

Resta da chiedersi se Tarantino oggi ci interpreti, ci racconti, ci aiuti a capire quello che ci succede. E se, in particolare, lo faccia con questo suo Django scatenato. Dove Django (“la D è muta”, spiega Jamie Foxx nel film. E quando informa la guest star Franco Nero, e questi risponde “lo so”, un’onda di emozione invade il cuore nostalgico di chi aveva l’età ai tempi dell’originale italiano) intanto è nero e schiavo, e per liberare l’amata nera e schiava dagli artigli di possidenti, negrieri, sudisti incappucciati (tra loro Leonardo Di Caprio e il Don Johnson di Miami Vice), si traveste da canaglia, da venduto, da loro complice sotto la protezione di un bianco europeo stravagante e precocemente liberal che gli spiega i miti germanici e lo battezza nuovo Sigfrido (il già tarantiniano Christoph Waltz), surclassando infine in quantità, spietatezza, schizzi di sangue e desertificazione qualsiasi pistolero e bounty killer mai creato da mano western spaghetti.

Regina del film è la scelta musicale. Che azzarda accostamenti con gusto acrobatico spaziando tra blues e rap, tra temi del repertorio di riferimento — Bacalov, Morricone, Riz Ortolani — e Verdi. Con due Golden Globe e cinque candidature all’Oscar, per Tarantino la strada della leggenda è già un’autostrada a sei corsie.

(Da: La Repubblica del 16 gennaio 2013)


La bambina afghana che coglieva solo i fichi rossi




Nonostante mezzo secolo di guerre esistono ancora scrittori in Afghanistan. Un motivo per sperare e per leggere questo piccolo grande libro.

Chiara Parsi

La bimba afgana che coglieva solo i fichi rossi

È un Afghanistan di cui conosciamo pochissimo, quello raccontato da Mohammad Hossein Mohammadì. Un paese in guerra, certo: anzi, dove la guerra è talmente entrata nella vita quotidiana da diventare quasi un'abitudine, mentre la vita continua a scorrere. Paese da oltre un decennio nelle nostre cronache, di cui però non sapremmo citare uno scrittore o scrittrice che non sia della diaspora. Del resto, conosciamo pochissimo della società civile afghana, della sua vita culturale, dei suoi sforzi per ricostruire una normalità.

Così, sono una vera scoperta i quattordici racconti di Mohammad Hossein Mohammadì raccolti sotto il titolo I fichi rossi di Mazar-e Sharif, da poco pubblicati nella traduzione dal persiano di Narges Samadi dalla casa editrice Ponte33 (www.ponte33.it). Qui Mohammadì narra l'interminabile ciclo delle guerre afghane attraverso storie di persone «normali» - giovani orgogliosi del proprio kalashnikov anche se non capiscono cosa succeda intorno a loro, contadini che approfittano di una tregua per mietere il grano, giovani donne costrette a prostituirsi, il vecchio padre che aspetta invano il ritorno di un figlio. Spesso sono dei bambini a guardare la follia intorno a loro - la bambina che parla a una sirenetta, o quella che «da quando il padre non era più in casa, la mattina si svegliava sempre con il rombo degli aeroplani». È lei che, mentre il rombo in cielo prelude a bombe e distruzione, si attarda a cercare nel giardino di casa dei fichi maturi, rossi, nel racconto che dà il titolo alla raccolta.

C'è però tutta l'insensatezza della guerra in queste pagine. Ad esempio, nel racconto che mostra un episodio quasi banale - tre contadini uccisi mentre andavano a mietere il grano - attraverso gli occhi di tutti i protagonisti, dai defunti ai vicini che sono stati a guardare, all'uomo che li ha uccisi e ora teme la vendetta. O l'impressionante agonia del combattente fatto prigioniero e lasciato morire di sete e asfissia nel container di un camion con decine di altri sconfitti come lui (si tratta di un episodio reale, avvenuto nella fase finale dell'offensiva occidentale che nel novembre 2001 rovesciò il regime dei Taleban: ma le vittime qui erano appunto combattenti Taleban in fuga mentre gli aguzzini erano «signori della guerra» alleati dell'occidente, e l'episodio fu messo a tacere). 

La follia della guerra ha coinvolto tutti, sembra dire l'autore: tutte le parti di volta in volta in conflitto, e magari anche chi è rimasto a guardare ma è ugualmente complice. Farsene una ragione, è l'urgenza che si indovina in queste pagine.

L'autore stesso era appena un bambino quando l'Afghanistan è piombato nel ciclo infinito della guerra. Nato nel 1975 a Mazar-e Sharif, importante città dell'Afghanistan settentrionale, Mohammad Hossein Mohammadì è figlio un intellettuale religioso piuttosto noto nella sua città, che negli anni dell'occupazione sovietica simpatizzò con l'opposizione: finché fu costretto a rifugiarsi con la famiglia in Iran. Là è cresciuto il giovane Mohammadì; rientrato in Afghanistan nei primi anni '90 per studiare medicina, l'arrivo dei Taleban lo ha costretto a rinunciare: è in Iran che ha studiato e ha cominciato a scrivere. Mohammadì ha all'attivo due romanzi oltre a questa raccolta di racconti (che gli è valsa diversi premi). Nel 2010, ormai scrittore affermato in Iran, Mohammadì è tornato a Kabul dove oggi insegna e dirige la facoltà di giornalismo dell'università Ibn Sina. Ha fondato una casa editrice, Tak, e organizza seminari di scrittura. Una scommessa nel futuro: Mohammadì ben rappresenta la società civile afghana che desidera ricostruire una normalità, un tessuto sociale, una vita culturale.

(Da: Il Manifesto del 23 gennaio 2013)



Mohammad Hossein Mohammadì
I fichi rossi di Mazar-e Sharif
Ponte33, 2012
16 euro

domenica 27 gennaio 2013

Gli schiavi di Hitler




Per non dimenticare

Giorgio Amico

Gli schiavi di Hitler

La seconda guerra mondiale fu una guerra totale. Per la prima volta, almeno per quanto riguarda l'Europa, fu l'intera popolazione senza distinzione d'età o di sesso ad essere coinvolta negli eventi bellici, tanto che le vittime civili superarono quelle militari. E questo per effetto di due fenomeni entrambi inediti e di enorme portata: i bombardamenti terroristici sulle città effettuati da entrambi gli schieramenti e la deportazione di milioni di persone che invece è fenomeno solo tedesco e va ad intrecciarsi all'altra peculiarità nazista, lo sterminio degli ebrei dei paesi occupati. Le cause del fenomeno deportazione sono riscontrabili oltre che nella ideologia nazista della razza superiore, nelle particolari condizioni della Germania in guerra. Fu per far fronte allo sforzo bellico che i nazisti, avendo gran parte della popolazione maschile al fronte e dunque un'enorme e continua necessità di forza lavoro, programmarono e attuarono un enorme e spietato programma di deportazione che negli ultimi anni di guerra coinvolse milioni di uomini e donne, rastrellati da tutti gli angoli d'Europa e rinchiusi in campi di lavoro destinati alla costruzione di armi e munizioni. Considerati veri e propri schiavi, costretti a turni di lavoro massacranti, mantenuti in condizioni di vita spaventose, sottoalimentati e sfruttati fino al totale esaurimento fisico, milioni di questi deportati morirono di stenti e di fatica o vennero brutalmente eliminati non appena si rivelarono non più produttivi.

Circa 800.000 italiani, uomini e donne, vissero questa tragedia, deportati in territorio tedesco dal settembre 1943 fino all'aprile 1945. Di questi 650.000 erano militari, rastrellati dopo lo sbandamento dell'esercito dell'8 settembre 1943 e internati negli Oflager e negli Stammlager, i campi gestiti direttamente dalla Wehrmacht e destinati rispettivamente agli ufficiali e ai soldati.

Altri 100.000 erano uomini e donne fermati durante i rastrellamenti antipartigiani dalle truppe tedesche o dalle milizie di Salò. Accusati di renitenza alla leva o di favoreggiamento dei "ribelli" furono raccolti in centri di detenzione per essere poi deportati in Germania negli Arbeitlager, campi di lavoro dipendenti dalle industrie belliche.

Circa 40.000 furono invece i deportati per motivi politici o razziali. Di questi 8000 erano ebrei, gli altri partigiani combattenti o comunque assimilati a questi. Operai per lo più, arrestati per aver partecipato ai grandi scioperi della primavera 1944 o per sabotaggio della produzione, ma anche familiari di combattenti della Resistenza presi in ostaggio o patrioti fiancheggiatori della lotta armata.

Mentre gli ebrei finirono quasi interamente nel campo di sterminio di Auschwitz, gli altri 32.000 vennero inviati nei campi di concentramento (Konzentrationslager-KL) di Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Flossenburg e Ravensbruck, dove l'eliminazione fisica si attuava principalmente attraverso il lavoro forzato.



Nonostante l'esistenza di una vasta memorialistica, manca ancora oggi una storia generale, scientificamente attendibile e definitiva, del fenomeno deportazione. Analogamente alla pagina drammatica delle stragi naziste in Italia rimaste a lungo impunite, un lavoro ricerca sistematico e scientifico sulla deportazione partì tardi. Per decenni l'argomento fu considerato tabù (e non solo a livello storico, ma anche giudiziario) a causa del clima politico indotto dalla guerra fredda e in conseguenza di accordi segreti intercorsi in nome di una malintesa solidarietà filooccidentale e atlantica fra il governo italiano e quello tedesco. E' solo a partire dalla fine degli anni Sessanta che, a causa soprattutto del vivo fermento culturale e politico creatosi nel Paese come conseguenza diretta delle grandi lotte studentesche ed operaie, iniziano ad apparire le prime ricostruzioni storiografiche attendibili sia sul più generale fenomeno della deportazione che sui campi di concentramento in Italia. Da allora questo lavoro di ricerca non si è più arrestato grazie soprattutto all'impegno costante di associazioni come l'Associazione Nazionale Deportati (ANED), l'ANPI, la rete degli Istituti Storici della Resistenza (ISREC) e il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano.

All'interno di questa storia tragica Savona detiene il triste primato di aver dato l'avvio, immediatamente dopo l'8 settembre, alla deportazione di politici ed ebrei. Infatti il secondo trasporto di politici dall'Italia occupata dalle truppe naziste verso la Germania - un convoglio con un migliaio di prigionieri destinati a Gusen sottocampo di Mauthausen - partì dalla nostra provincia e precisamente dal campo di internamento di Cairo Montenotte ospitato nei locali dell'allora ex-riformatorio e ora scuola allievi della Polizia penitenziaria e di Villa Toselli in località Vesima. Il convoglio era composto in maggioranza da prigionieri italiani di origine slava, antifascisti e partigiani "titini", provenienti da Gorizia, Trieste e Capodistria. Questi prigionieri erano detenuti a Cairo M. già dalla fine del 1942, a testimonianza di come la Resistenza sul confine orientale, in Istria e Dalmazia fosse iniziata ben prima dell'8 settembre 1943 e fosse principalmente rivolta contro il tentativo del regime fascista di italianizzare a forza la minoranza slava della Venezia Giulia entrata a far parte del regno d'Italia dopo la prima guerra mondiale. 

(Da un testo in via di pubblicazione a cura dell'ISREC di Savona)


Anche i rivoluzionari invecchiano. "La regola del silenzio" di Robert Redford



Noi sentivamo che non fare nulla in un periodo di violenza repressiva è anche questo una forma di violenza. Questa è la cosa che io penso sia più difficile da capire per la gente. Se tu siedi nella tua casa, vivi con la tua famiglia e svolgi il tuo lavoro e permetti al Paese in cui vivi di assassinare la gente e commettere genocidio, e tu te ne stai seduto e non fai niente, questa è violenza”. (Naomi Jaffe). Questo sono stati i Weatherman. Oggi il cinema si ricorda di loro, con un film intenso e profondo di Robert Redford che è anche una riflessione sulla vita e sulla vecchiaia. Perché anche i rivoluzionari invecchiano.

Vittorio Zucconi

Quell' America ribelle raccontata da Redford

«Un tempo - mormora la voce catramosa della grande Julie Christie nella parte di Mimi, l' Irriducibile Rivoluzionaria - da questa casa si poteva vedere tutto il lago. Oggi gli alberi sono cresciuti e non si vede più niente». Una frase apparentemente banale, una semplice constatazione. Ma questa frase, p r o n u n c i a t a mentre già si avverte nell' aria del Lago Michigan il pulsare delle pale degli elicotteri dello Fbi come nelle sequenze iniziali di Apocalypse Now, è la chiave per aprire la porta del mistero che Robert Redford racconta nel suo The Company You Keep, tradotto male - al solito - in La regola del Silenzio, oggi presentato al Noir di Courmayeur e dal 20 dicembre in sala. La chiave è la foresta oscura della vita. È la selva della vecchiaia, del dubbio, dei pentimenti ma anche dei rimpianti nel quale si era smarrita una giovinezza rivoluzionaria americana fino alla violenza e al terrorismo. Che resta come sedimento incancellabile, e non soltanto giudiziario, in coloro che negli «anni della collera» ' 60 e ' 70 pensarono di rovesciare il «sistema» (ricordate?) e imporre finalmente la vera democrazia negli Stati Uniti.

La storia di Jim Grant, alias Sloan, alias Graves, alias molti altri nomi, il tranquillo avvocato di campagna, padre vedovo di una ragazzina di undici anni, che il passato fra i «Weathermen» torna a ghermire e risucchiare, non è soltanto un remake in chiave di thriller politico del celebre Fugitive con Harrison Ford. È un altro ritorno a quel cuore di tenebra che batte dentro la vita dei sopravvissuti ai giorni della bombe e della guerra al potere.























I «Weathermen» erano nati nel 1969, come «splinter» come scheggia violenta degli «Sds», gli studenti per una società democratica che l' incubo della leva militare e dunque della spedizione in Vietnam avevano ingrossato. Ispirati dal verso di un pezzo di Bob Dylan, «non hai bisogno di un weatherman, di un meterologo, per sapere da che parte soffia il vento», secondo una poetica che proprio nel vento aveva trovato tanta ispirazione, Blowing in the wind, gli uomini e le donne, tutti giovanissimi, tutti bianchi, quasi tutti figli della prosperità annoiata degli anni 60, avevano scelto quello che gli imitatori europei avrebbero poi chiamato la lotta armata. Ottenendo, alla fine, gli stessi risultati. Qualche morto inutile, sei orfani, molti detenuti, un paio di professori universitari ripescati e riciclati per le solite facoltà di sociologia e di scienze politiche. Ma neppure un graffio al «sistema» che infatti, quarant' anni più tardi, deve oggi riscoprire con orrore che l' uno per cento stringe tra le dita ancora più ricchezza di quanta ne controllasse allora.

La fuga di Sloan alias Jim Grant dalla propria tranquilla vita di provincia nel tranquillissimo Vermont verso il «cuore di tenebra» della propria giovinezza ribellista passa attraverso la riscoperta dei vecchi compagni e compagne tormentati dallo stesso passato. Ha la forma intensa di una fiction politico-poliziesca, condotta con angosciosa maestriae pochi soldi da Redford. Può essere letta e goduta come un complesso «whodonit», chi è il colpevole e chi è l' innocente, ma la forma serve soltanto a condurre lo spettatore meno giovane a rivisitare le illusioni che accompagnarono la propria militanza e i più giovani a confrontare le proprie tentazioni con la realtà.

«Siamo diventati vecchi senza diventare grandi» dice rieccheggiando un magnifico verso di Euripide nella Baccanti, («siamo diventato vecchi senza accorgercene») uno degli attempati compagni nascosti nell' underground, nel sottosuolo delle loro vite borghesi,a fare la madri di famiglia, i piccoli imprenditori, i professori al college, i contrabbandieri di «grass», di marijuana sul filo della legalità. E nel loro tormento sono tutti magnificamente bravi e credibili, questi «meteorologi» invecchiati, in una sfilata di cammei affidati alla sempre grande Susan Sarandon, a Nick Nolte, a Julie Christie, a Stanley Tucci, ovviamente allo stesso Redford, attori che non sembrano recitare, ma raccontare loro stessi e la loro generazione.


Una ricerca nel passato affidata all' unico attor giovane della compagnia, Shia LeBeouf, nel ruolo del reporter per un agonizzante giornale di provincia che tenta di sopravvivere affidandosi a quel giornalismo investigativo, quel giornalismo che il tempo della Rete, dei blog, dei tweets e del frullato d' informazione istantanea e solubile, come il caffè in cristalli, sta uccidendo. Anche qui, nella ricostruzione della vita del giornale, nella burbera figura del direttore assediato dalla necessità di tagliare costi e personale, nella ostinata fede del ragazzo con la penna e il taccuino risucchiato dalla passione per la «story», per il servizio, Redford paga un tributo alla propria giovinezza e a un' età dell' innocenza che pare tanto distantee morto quanto gli «espropri proletari», le bombe contro i tribunali e i ministeri e le solite banche, dei «Weathermen».

È tempo del caso Watergate, di «Tutti gli uomini del presidente», della redazione del Washington Post nei primi anni ' 70, quegli stessi che videro prima l' ascesa e poi la decomposizione della rivoluzione armata negli Usa, i giorni di Redford e Dustin Hoffman giovani negli abiti di Woodward e Bernstein sulle tracce di un presidente, Nixon, che sarebbero riusciti a ferire a morte, senza sparare un proiettile. Gli uomini e le donne stanno passando, i sogni sono invecchiati e appassiti, i figli ribelli sono diventati madri e padri ansiosi più dei compiti a casa che della rivoluzione ed è toccante ascoltare Julie Christie che dice a Redford , rincontrandolo trent' anni dopo, «dio, come sei diventato vecchio», una frase che un regista-protagonista meno sincero e più vanesio del sempre più stropicciato «Sundance Kid» avrebbe potuto benissimo tagliare. Ma le idee e le ingiustizie, avverte Mimi, l' ultima giapponese impenitente del vecchio gruppo ormai assediato dall' impalacabile Fbi, rimangono. Sono soltanto diventate più difficili da vedere, nascoste dagli alberi cresciuti nella foresta della vita

(Da: La Repubblica del 14 dicembre 2012)


sabato 26 gennaio 2013

Moni Ovadia, Gli eredi dei ragazzi di Salò




Moni Ovadia

Gli eredi dei ragazzi di Salò


Eccoli qua di ritorno i baldi ragazzi nazifascisti, i nipotini mai redenti dei bravi giovanotti di Salò, i pupilli di zio Alemanno tanto coccolati dalla commozione di politici bipartisan assetati di riconciliazione revisionista. Non ci stancheremo mai di ripetere che la riconciliazione fu voluta e proposta all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, nella forma di una vasta amnistia, dall’allora Guardasigilli, il comunista Palmiro Togliatti.

Togliatti non solo mandò liberi i fascisti, ma permise loro di ritornare alla vita civile e politica garantiti da una Costituzione generata dalla resistenza antifascista. Se avessero vinto i ragazzi di Salò, quelli come me sarebbero passati per i camini, gli oppositori sarebbero stati passati per le armi o rinchiusi in amene località turistiche di qualche lager.

Ora, dopo l’ultimo ributtante episodio di antisemitismo avvenuto a Napoli, scoperto dalle indagini dei carabinieri, molti politici della destra mostreranno il viso indignato e addolorato, si produrranno in manifestazioni di esecrazione pubblica con toni melodrammatici: «Che orrore, progettare di violentare una ragazza ebrea, pianificare l’incendio di un negozio israelita!». E, una volta di più, avremo come viatico, il trionfo dell’ipocrisia. Per l’ennesima volta non si andrà alla radice della mala pianta: la connivenza, la benevolenza o l’indifferenza di vasta parte della classe politica e non solo della destra berlusconiana, nei confronti della sottocultura nazifascista e di tutte e sue declinazioni pseudo folkloristiche di cui fa parte anche il razzismo negli stadi.

Anche non pochi esponenti del centrosinistra hanno strumentalmente sottovalutato l’indisturbato fiorire e rifiorire delle culture razziste, xenofobe e antisemite. Hanno accettato per quieto vivere la celebrazione di veri e propri sabba revisionisti nei salotti conniventi della televisione di Stato. Hanno tollerato le più infami calunnie contro i partigiani che hanno dato le loro vite perché noi vivessimo liberi in una democrazia mentre dichiarati fascisti e antisemiti avevano accesso al Parlamento repubblicano.

Da ultimo, hanno lasciato che l’istituzione del Giorno del Ricordo diventasse il campo di battaglia del revanscismo filofascista e hanno compiuto l’opera demolitrice della cultura antifascista che aveva preso l’avvio con la rimozione dal corso degli studi scolastici della materia di Educazione Civica che aveva il compito di formare i nostri giovani nella conoscenza consapevole della Costituzione. Adesso ci facciano la birra con la loro finta indignazione pelosa. Non ne abbiamo bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno è che l’antifascismo ritorni al centro del nostro sistema di valori.

(Da: L'Unità del 26 gennaio 2013)

La sposa del vento di Oskar Kokoschka




Dipingere l'amore, come scriverne, è cosa rischiosa. Si rischia il ridicolo, oppure la grandezza assoluta de La sposa del vento di Oskar Kokoschka.

Melania Mazzucco

La sposa del vento

L’amore non si vede. E’ una brezza, un brivido, un vento, fin dai tempi di Saffo. E non lo si rappresenta: si fa. I pittori se la sono quasi sempre cavata dipingendo le fattezze delle loro amanti o mogli trasformandole in modelle, madonne, muse. Altre volte le hanno raffigurate con un realismo che ha scioccato i benpensanti, ma che era invece la prova più grande d’amore- perché l’amore è verità e non abbellimento e mistificazione. Molti di loro, infine, hanno semplicemente eluso il soggetto, preferendo paesaggi o astrazioni. Non c’è niente di più pericoloso per un artista che mostrare i propri sentimenti, le proprie ferite, le proprie illusioni. Il ridicolo ti aspetta al varco. Per accettare la sfida, bisogna essere o molto giovani o molto vecchi. O molto coraggiosi.

Oskar Kokoschka era soprannominato il Gran Selvaggio e il Seminatore di Zizzania (cioè il Diavolo), a causa dei quadri che aveva esposto alle mostre della Kunstschau. Avevano suscitato riprovazione e disgusto. Si distaccavano in modo radicale dalla tradizione e dalle abitudini visive dei visitatori. Nessuna armonia: troppo violenti e maleducati i colori, sgraziato il pennello, troppo sconcertanti i ritratti, che denudavano l’anima dei soggetti come ai raggi X. Nel 1914 Kokoschkaaveva ventotto anni. Avrebbe dipinto per altri sessantasei: una vita intera. Alla fine, dopo lo scherno, l’esecrazione e l’esilio, sarebbe stato considerato un caposaldo della pittura del XX secolo. Ma nessuno dei suoi quasi cinquecento quadri avrebbe avuto la visionaria potenza di questo.
Non c’è disegno o schizzo preparatorio, i personaggi vengono proiettati direttamente sulla tela con larghe e fluide pennellate: la superficie è un turbine di grumi blu, verdi e viola, i colori sono arroganti e dolorosi come graffi, le forme sottolineate da tocchi di bianco, la profondità dello spazio dalla luce. Come nei quadri dei veneziani, e di Tintoretto in particolare, ammirati a Venezia pochi mesi prima, tutto è colore, luce e movimento. La scena rappresenta due amanti, un uomo e una donna di notte, sul fare dell’alba, sfatti dalla stanchezza che segue il coito. Sarebbero in un letto, se questo fosse un quadro realista. Ma siccome non lo è, sono in una forma curva che ricorda una barca, o una conchiglia, in balia delle onde, del mare e del vento. L’attrazione che provano l’uno per l’altra si comunica alle forze cosmiche, e diventa corrente elettrica, dinamismo: una tempesta, che li trascina con sé. La Tempesta era infatti il titolo originale che Kokoschka aveva dato al suo quadro.

Gli amanti sono coricati, la donna in posizione dominante. Del resto siamo nel 1914: epoca in cui la donna è fatale. Vampira lussuriosa, forza distruttrice e destabilizzante, spaventa da qualche decennio l’immaginario maschile. Artisti simbolisti e decadenti, e anche psichiatri e filosofi hanno spolpato il tema dell’uomo succube, vittima designata della Femmina.

Freud ha già rivelato i meccanismi dell’Eros e del principio di piacere ai viennesi - e Kokoschka, nato in una cittadina danubiana di provincia, a Vienna ha studiato, vissuto e amato. La donna dorme, appagata. L’uomo invece è sveglio. Non per proteggerla o difenderla. Lei dorme perché gli è sfuggita nel sonno, è già altrove - imprendibile. Lui veglia, teso, inquieto, in allarme. E’ una scena universale: il sesso, l’abbandono, l’illusione del possesso, l’enigma dell’altro. E’ una scena privatissima, quasi oscena. Perché l’uomo ha i lineamenti del pittore, e quello - benché deformato - è il suo autoritratto. I capelli lisci, il volto oblungo, gli occhi grandi e inquisitori, il mento prominente. E la donna è la sua amante, Alma Schindler vedova Mahler - che si è lasciata travolgere dal suo genio selvatico, gli ha promesso di sposarlo se creerà un capolavoro, ma invece è fuggita, spaventata dalla sua gelosia, dalla sua rozzezza, dalla sua energia.

Nell’autobiografia, lui scrisse di aver dipinto il quadro quando fra loro tutto era già finito. Usò un verbo molto strano: disse di essersi "districato" da lei. La bellissima, esigente, vorace Alma era diventata la sua ossessione, e Kokoschka poteva trattenerla solo imprigionandola per sempre sulla tela. Lei non rimase turbata dalla esibizione della loro intimità e anni dopo, scrivendo le sue memorie, ammise che quello era il suo ritratto migliore.

Il poeta Georg Trakl visitò il pittore nel suo studio quando il quadro si stava ancora asciugando sul cavalletto. Conosceva la selvaggia e violenta storia di passione che lo aveva ispirato. Del resto ne sparlava tutta Vienna, che allora era il cuore artistico del mondo. Suggerì un titolo più suggestivo: La sposa del vento. Kokoschka accettò il consiglio.

Il quadro non gli riportò la sposa mancata. Anzi, finì per sostituirla, diventando non più il simbolo dell’unione spirituale e alchemica che i due si erano illusi di avere realizzato amandosi, ma il suo equivalente materiale. Intanto l’Austria era entrata in guerra. E quando capì che Alma non sarebbe mai tornata indietro, Kokoschka si arruolò volontario nel XV reggimento dei dragoni. Gli allievi ufficiali dovevano possedere un cavallo. Kokoschka vendette La sposa del vento e se ne andò al fronte, sotto le bombe, a farsi sparare in testa, in sella al suo cavallo. A volte anche l’amore assoluto, quello che fa di un giovane selvaggio un uomo, e di un pittore espressionista esecrato da tutti un maestro del Novecento, vale appena il prezzo di un cavallo.

(Da: La Repubblica del 20 gennaio 2013)


venerdì 25 gennaio 2013

Per non dimenticare: come la memoria delle donne ha sconfitto il nazismo




Come la memoria delle donne ha sconfitto il nazismo. Anche questo è un modo per avvicinarsi alla giornata della Memoria.



Stefano Jesurum

La cucina a parole



“Lo storico dovrà dedicare una pagina appropriata alla donna ebrea in questa guerra (…) È grazie a loro che molte famiglie sono riuscite a superare il terrore di questi giorni…”, scrisse Emmanuel Ringelblum prima di essere eliminato.

Wilhelmina “Mina” Pächter morì nell’ospedale di Theresienstadt il giorno di Kippur del 1944, il giorno dell’espiazione e del digiuno. Di lei ci resta un ricettario, scritto nel ghetto/lager insieme ad altre donne, la cui vicenda è raccontata in Sognavamo di cucinare, LeChâteau Editore. Più che il rocambolesco viaggio che dalla terra ceca ha condotto quel pacchetto (c’erano anche una fotografia e alcune lettere) prima in Palestina e finalmente nelle mani del destinatario, la figlia Anny, in un appartamento in Manhattan East Side, più che le ricette in sé, austro-ungariche, più o meno o per nulla kosher, a colpire è l’insegnamento di tutto ciò.

Annientate dalla fame, quelle donne resistono, si sforzano di mantenere un legame con le proprie radici, con i sapori e i colori e i ricordi dell’infanzia, la famiglia intorno a una tavola, le feste, le usanze. Cucinano “a parole”, e non soccombono.

Vincono perché non perdono l’umanità e, forse, la speranza. Sopravvivono a una fame per noi inimmaginabile che annulla il passato e inchioda soltanto all’attimo presente, al subito, non c’è ieri, non c’è domani. Mina e le sue compagne, con quelle ricette, sconfiggono Amalek.


Pussy Riot e Santa Madre Russia. La rinascita religiosa nella Russia di Putin




Vent´anni dopo la fine dell´Urss, le parrocchie sono triplicate, i battezzati sono l´ottanta per cento e i seminari sono pieni. La rinascita della Chiesa ortodossa: aspetto poco conosciuto, ma centrale, della Russia di Putin.

Nicola Lombardozzi

Ecco come è rinata la Santa Madre Russia

Le Pussy Riot lo hanno scoperto da poco pagandolo sulla loro pelle. Ma i primi a saperlo furono i pastorelli di Fatima già nel 1917, proprio alla vigilia della Rivoluzione d´Ottobre: «La Russia si convertirà e si consacrerà al cuore immacolato di Maria». Quelle parole attribuite alla Madonna, sarebbero diventate il sogno proibito di milioni di cristiani negli anni dell´ateismo di Stato in Unione Sovietica, della persecuzione dei fedeli, quando le chiese venivano trasformate in caserme e le cattedrali venivano fatte saltare in aria con la dinamite. Adesso la profezia sembra essersi avverata. Mosca pare tornare all´antico sogno zarista della "Terza Roma" che si erge a baluardo della tradizione cristiana nel mondo. Tanto che perfino tra molti credenti, serpeggia il sospetto che si sia passati da un eccesso all´altro.

Il nuovo Zar, Vladimir Putin, ostenta il crocifisso al collo. Racconta di aver dovuto nascondere di essere stato battezzato pur di far carriera nel Kgb. Si fa sorprendere dalle troupe televisive di Stato mentre prega in solitudine nelle chiese di campagna. Fa sapere di essere stato salvato da un miracolo durante un incendio di tanti anni fa. Si confessa appena può da un giovane sacerdote che ha eletto a consigliere spirituale e che vive in un monastero sopravvissuto proprio accanto alla Casa delle Fucilazioni, quella in cui negli anni del Terrore staliniano si emettevano e si eseguivano in poche ore sentenze di morte in serie per dissidenti, religiosi e "nemici del popolo" di ogni specie. Per la sua terza incoronazione a Presidente di Russia, nel maggio scorso, il Patriarca Kirill in persona è andato al Cremlino per celebrargli a domicilio un Moleben, il rito beneagurante di "impetrazione delle grazie", concluso con parole entusiastiche per «la sua capacità di sentire la voce della gente». E visti insieme, Patriarca e Presidente, sembravano il simbolo della nuova Russia che unisce la dottrina della "democrazia autoritaria", tanto cara a Putin, al potere sempre più solido e ramificato della Chiesa ortodossa nei meccanismi dello Stato.



Il fenomeno è evidente e di dimensioni sorprendenti. A vent´anni dalla fine dell´Urss, l´80 per cento della popolazione è ufficialmente battezzata. Le parrocchie ortodosse sono passate da poco più di diecimila a trentunmila. I monasteri, che erano ridotti a poche derelitte decine, sono 805 e in ottime condizioni economiche. In più sorgono dappertutto accademie teologiche, seminari e scuole religiose per assecondare un "boom" delle vocazioni che non ha altri riscontri da nessuna parte del Pianeta. All´inizio del 2012 una esposizione di reliquie nella Cattedrale di Cristo Salvatore, ricostruita ex novo dopo la demolizione voluta da Stalin, ha registrato code interminabili di fedeli nella neve, intasamento di stazioni e metropolitane per l´afflusso di pellegrini da tutta la Russia, e scene di entusiasmo che hanno lasciato di stucco cronisti e forze di sicurezza. A sorprendere più di tutto è la partecipazione massiccia di giovanissimi che sono gli stessi che in maggioranza frequentano le chiese dalle cupole d´oro che rinascono a ritmo serrato in ogni parte del Paese.

Segnali che avrebbero dovuto mettere in guardia le Pussy Riot sul nuovo clima che si respira nella Russia di Putin. E che ha tante spiegazioni. La prima è il grande bisogno di spiritualità dopo anni di impero ateo che aveva proibito ogni culto. Le altre stanno nella coincidenza di interessi tra Stato e Chiesa. Putin sa bene che la spiritualità e la fede sono un collante indispensabile per tenere unito un Paese sterminato e pieno di problemi. Il Patriarca cavalca il legittimo desiderio di rivalsa del clero dopo decenni di vessazioni, espropri, deportazioni e cerca di consolidare sempre più l´autorità della Chiesa ortodossa anche sconfinando nelle competenze dello Stato. I risultati si vedono: la Russia ha riscoperto dopo oltre un secolo l´ora di religione nelle scuole affidata a insegnanti sacerdoti; ha ottenuto il ritorno della figura del cappellano militare nell’esercito; grande spazio nella tv di Stato dove lo stesso Patriarca appare settimanalmente per interventi su argomenti di ogni genere; e pure un canale tutto suo pagato dal governo.

La vicenda delle Pussy Riot è perfetta per spiegare la straordinaria sinergia naturale che si è prodotta tra i due poteri. Le ragazze in passamontagna e minigonna che nel marzo scorso avevano cantato una canzoncina anti Putin sull´altare della cattedrale di Mosca non rappresentavano niente di particolare per la polizia preoccupata in quei giorni dalle mastodontiche proteste di piazza al grido di «Governo di ladri e truffatori». Snobbate perfino dai più popolari e seriosi leader della protesta, erano state classificate a rango di "teppiste di strada" da allontanare con qualche vaga minaccia e senza troppe perdite di tempo. A creare il caso diventato internazionale è stato proprio il Patriarca in persona che ha deciso di entrare pesantemente in scena evocando «punizioni esemplari per educare i giovani agli antichi valori perduti». E chiedendo, dietro le quinte, che le ragazze fossero ricercate, catturate e sottoposte a un processo che servisse da lezione a loro e a tutti i giovani ribelli di Russia.

Costretto ad assecondare Kirill, Putin ha subito di malavoglia il disastro di immagine prodotto nel mondo dall´accanimento ottuso contro tre ragazze sostanzialmente innocue. Ma gradualmente ha capito che la cosa, tutto sommato, tornava a suo favore. Incredibilmente, nonostante un generale crollo della sua popolarità, ha visto che, sull´onda dell´indignazione del Patriarca, la stragrande maggioranza dei russi gli dava ragione nella persecuzione delle Pussy Riot. Perfino gli oppositori di piazza si sono divisi sul gesto delle tre ragazze ribelli considerandolo in gran parte un´offesa ai fedeli. E così la posizione ufficiale del Presidente è mutata definitivamente quando ha realizzato come la Chiesa sia importantissima per continuare la sua politica di repressione del dissenso dividendo le responsabilità pubbliche. Seguite l´escalation delle sue dichiarazioni. Dapprima distratto («Non so chi siano»), poi bonario («C´è un po´ di esagerazione in giro!») e alla fine deciso e severo: «Due anni di carcere? Hanno avuto quel che si meritano». E, nel corso di questa trasformazione altri passi, meno visibili ma assai più concreti, sono stato compiuti a favore della Chiesa.



Un gruppo di fedelissimi ortodossi è riuscito a far passare nella città di San Pietroburgo una legge che vieta ogni "propaganda omosessuale"? La prima reazione dello staff di Putin era stata laica e politicamente sensata: fare pressioni per revocare una legge ambigua e medievale per cui è reato anche dire in pubblico una cosa tipo «anche i gay sono esseri umani». Ma dopo una lenta opera di convincimento da parte del Patriarca e una serie di segreti colloqui nella stanze del Cremlino, la legge "medievale" di San Pietroburgo è diventata "sperimentale" nel senso che si dovrà addirittura valutare se estenderla a tutto il territorio nazionale. Per non parlare del diritto all´aborto, caposaldo della cultura sovietica, ma adesso improvvisamente a rischio. Nella sua disperata campagna contro il declino demografico che svuota un paese immenso dove la popolazione si concentra però solo in poche città, Putin comincia a studiare, se non proprio il divieto d´aborto, una serie di restrizioni che la Chiesa pregusta con soddisfazione. Perfino il divorzio, ritenuto intoccabile anche da un´altissima percentuale di credenti, comincia a entrare nel mirino di una Chiesa che sogna di «porre fine allo sgretolamento degli ideali della famiglia».

Il risultato è che il clero ringrazia entusiasta un governo mai così attento alle sue richieste. Parroci, alti prelati, preti di campagna si schierano sempre di più a favore del governo in carica e di Vladimir Putin come protettore della fede. E ne sono ricambiati con concessioni materiali a cui il Patriarca Kirill sembra dare la stessa importanza degli obiettivi spirituali: sconti ed esenzioni sulle tasse, autorizzazione a commerci sempre più vasti e incontrollati, gestione di immensi patrimoni immobiliari. E può capitare che un vescovo venga immortalato dalle telecamere del telegiornale mentre si inginocchia a baciare la mano del Nuovo Zar. O che un parroco di una delle chiese più frequentate di Mosca faccia affiggere davanti all´altare un cartello che invita i fedeli a difendere i luoghi sacri «dal teppismo dei contestatori seguaci delle Pussy Riot». Seguono le istruzioni sui metodi da usare: «Con la persuasione, con la denuncia alle forze dell´ordine. E, nel caso, anche spaccando loro le ossa». Potrebbe sembrare non molto cristiano, ma funziona nella Russia del 2013 dove lo zar governa in nome di Dio, con il crocifisso sotto alla cravatta.

(Da: La Repubblica del 6 gennaio 2013)