TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 maggio 2013

Saper ascoltare. Come i ragazzi raccontano i loro turbamenti


E' davvero una fortuna poter ascoltare i ragazzi. Riempie la vita e da senso alla professione di insegnante.


Marco Lodoli

Così mi raccontano i loro turbamenti.
Amori, amicizie, crisi esistenziali confidati in classe a un professore


Sull’adolescente, scriveva Vincenzo Cardarelli nella sua poesia più bella, “sta come un’ombra sacra”: nuovo abitante del mondo, partecipe delle sue miserie e delle sue speranze, l’adolescente conserva ancora un legame con un sentimento dell’assoluto. Una vaga e dolorosa percezione della propria unicità gli agita le cellule, l’anima, i pensieri. Solo pochi mesi prima era un bambino, non doveva fare nulla, non gli era chiesto altro che di vivere ed essere felice.

Poi qualcosa cambia, tutto cambia. Deve apprendere a ritagliarsi uno spazio nella confusione, deve irrobustire l’ego, distinguersi, imporsi. Capisce che la vita pretende da lui uno sforzo nuovo, l’indistinzione deve trasformarsi in personalità: inizia la dura lotta per la sopravvivenza e l’affermazione. Appare il desiderio di amare, la brama che spinge e che punge, la paura di non valere nulla ed essere sopraffatto. Questa tensione fisiologica si mescola alle grande domande sul senso della vita: chi sono, che cosa significa tutto questo, perché si vive e perché alla fine si muore? L’ombra sacra avvolge la smania adolescenziale, un cielo lontano e misterioso grava su una natura febbricitante.

Quante volte mi è capitato di ritrovarmi davanti alla cattedra un ragazzo o una ragazza che, mentre gli altri sciamano in cortile per la ricreazione, e si urtano e gridano, avidamente mangiano e si corteggiano, mi raccontava a mezze frasi la sua crisi, la sua pena. Mi ricordo di Valerio, gli occhiali sempre un po’ storti, le unghie smozzicate: si era quasi identificato in Giacomo Leopardi, anche lui si sentiva passero solitario, inadatto alla vita e alla socialità, si sentiva pastore errante della periferia romana, divorato da domande assolute e da risposte infelici. Voleva altri libri da leggere, altre poesie su cui meditare la sera, e io avrei dovuto essere contento di uno studente così attento alla letteratura, e invece no, in quei momenti avrei voluto vederlo spensierato e indifferente come gli altri, calato nel corpo sordo dell’esistenza. Ma l’ortica dell’assoluto la notte lo tormentava.

Il punto in cui a sedici anni il poco e il tutto si fondono per la prima volta è sicuramente l’amore. In un’altra epoca è stata la politica, ma ora sembra un sole tramontato che non scalda l’immaginazione, una faccenda che riguarda solo gli adulti, cioè gli estranei. Il professore non è proprio un adulto, ormai è una sorta di fratello maggiore, un ragazzo con i capelli grigi al quale si possono ancora confidare i tumulti del cuore sperando in un ascolto, forse addirittura in un consiglio.

Ho raccolto tante storie d’amore in tre decenni di insegnamento, storie dolenti, ovviamente, perché quelle felici vanno avanti senza bisogno di niente e di nessuno. L’investimento amoroso nell’adolescenza è totale, non prevede tentennamenti o esitazioni, dunque è spesso drammatico. Ricordo una ragazza che era stata tradita e poi abbandonata, non mangiava più, non dormiva più, si feriva con il coltellino, stava nella disperazione come le eroine dei romanzi ottocenteschi: e poi l’amore era tornato, e con l’amore un senso di gratitudine infinita verso la vita. Ricordo bene i primi racconti omosessuali, in nulla diversi dagli altri: due ragazze che si prendevano e si perdevano, né con te né senza di te, un trasporto spirituale assoluto e il mondo che si metteva di traverso.

Ma anche l’amicizia a questa età è un bene che non prevede compromessi e mezze misure, è un sentimento che afferra l’anima. Storie intensissime che sembrano misurarsi solo con l’eternità. E purtroppo accade anche che un adolescente muoia in un incidente stradale, e allora per chi resta non c’è pace. La scoperta della morte diventa un sigillo scuro sulla vita. Quella ragazza aveva perso il fratello nel modo più assurdo: «Rideva con gli amici, rideva rideva e d’improvviso gli si è fermato il cuore: professore, ma si può morire ridendo?». E io, adulto e cittadino della mediocrità del mondo, provo a consolare, ad arginare quelle frane amorose, a dare una giustificazione a ciò che sembra non averne alcuna.

È una fortuna poter ascoltare i ragazzi, accogliere quelle parole sempre accese e sbigottite. Loro stanno interamente nell’assurdità tremenda eppure meravigliosa dell’esistenza, non smorzano, non attutiscono, ancora non hanno appreso i piccoli trucchi per mantenersi in equilibrio sul filo. Gli adolescenti corrono, cadono, si rialzano. Hanno bisogno di qualcuno che dia loro una mano per restare in piedi e continuare, e noi abbiamo bisogno della loro fede nell’assoluto, per non ritrovarci seduti, pacati, serenamente sconfitti.



(Da: La Repubblica del 30 maggio 2013)



Riforma elettorale: provaci ancora, Giachetti



Ci stanno prendendo in giro. Letta assicura che taglierà il finanziamento pubblico ai partiti, ma (chissà perchè) solo dal 2016. Calderoli (quello del Porcellum) si occupa della riforma elettorale. Quanto al conflitto di interessi non se ne parla neppure più. D'altronde, si governa con Berlusconi e al Cavaliere certi argomenti non piacciono. Roba da comunisti.


Michele Serra

Provaci ancora, Giachetti


Se fossi un deputato della Repubblica avrei votato sì alla mozione del renziano Giachetti, che proponeva di tornare al discutibile Mattarellum pur di abolire il disgustoso Porcellum. E farlo subito, immediatamente, ora. Il governo ha obiettato che ben altro è l'iter da seguire per riformare la legge elettorale. E ha approvato un percorso bipartisan che rimanda a non si sa quando la molto ipotetica approvazione di una molto ipotetica nuova elegge elettorale ipoteticamente molto migliore sia del Porcellum sia del Mattarellum. Fin troppo ovvia la ragione per la quale avrei preferito l'uovo (oggi) di Giachetti alla gallina (domani) di Letta. Non credo che questa maggioranza sia in grado di varare in tempi decenti (diciamo: entro le prossime elezioni) una nuova legge elettorale. Peggio: credo che almeno una componente del governo, il Pdl, non abbia alcuna intenzione di levare di torno quel Porcellum che è figlio suo, e porta la firma di un signore, Calderoli, che incredibilmente (l'ho scritto, credo, una ventina di volte: incredibilmente) è parte in causa, oggi, in quella materia elettorale che ha contribuito a scempiare. Dunque, viva Giachetti. Provaci ancora, Giachetti.


(Da: La Repubblica del 30 maggio 2013)

194, così sta morendo una legge. In Italia torna l'aborto clandestino

Copertina dell'espresso degli anni '70, oggi di nuovo attuale
























La Repubblica non garantisce più un diritto sancito per legge. Oggi oltre l'80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle istituzioni tornano all'aborto clandestino. Come prima della 194 le donne ricche abortiscono nelle cliniche gestite da cattolicissimi medici (obiettori nelle strutture pubbliche) e quelle povere finiscono a farsi macellare dalle mammane. Ci piacerebbe conoscere il parere della ministra Bonino che proprio su questi temi iniziò la sua (ormai lunga) carriera politica.

Maria Novella De Luca

194, così sta morendo una legge. In Italia torna l'aborto clandestino

Il cartello è scritto a penna, a volte su un pezzo di cartone. "Qui non si effettuano più Ivg". Ossia interruzioni volontarie di gravidanza. Aborti cioè. Porte sbarrate, reparti chiusi, day after di qualcosa che c'era, funzionava, e adesso è in disuso, smantellato, abbandonato. "Tutti i medici sono obiettori di coscienza, vada altrove". Altrove è l'Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in intere regioni l'aborto legale è stato cancellato, oltre l'80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tornano al silenzio e al segreto, come quarant'anni fa. Alcune muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla. Ventimila gli aborti illegali calcolati dal ministero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008, quarantamila, forse cinquantamila quelli reali. Settantacinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall'Istat, ma un terzo di questi frutto probabilmente di interventi "casalinghi" finiti male. Cliniche fuorilegge, contrabbando di farmaci: sul corpo delle donne è tornato a fiorire l'antico e ricco business che la legge 194 aveva quasi estirpato.

Ma chi gestisce oggi questo "commercio" ramificato? Quali sono le rotte dell'aborto clandestino, che sta facendo ripiombare il nostro paese nel clima cupo degli anni antecedenti al 22 maggio 1978, quando finalmente in Italia l'interruzione volontaria di gravidanza diventò legale? E gli aborti iniziarono a diminuire, arrivando oggi ad essere il 53,3% in meno rispetto agli anni Ottanta.

CLINICHE E CONTRABBANDO

Ambulatori fuorilegge: l'ultimo gestito dalla mafia cinese è stato smantellato a Padova dalla Guardia di Finanza alcune settimane fa, e incassava quattromila euro al giorno. Tra i clienti anche donne italiane. E poi sequestri, spaccio di farmaci abortivi, confezioni di Ru486 di contrabbando, 188 procedimenti penali aperti nell'ultimo anno per violazione della legge 194, spesso contro insospettabili professionisti che agivano nei loro studi medici. Donne che ricominciano a morire di setticemia, e donne che migrano da una regione all'altra cercando (spesso invano) quei reparti che ancora garantiscono l'interruzione volontaria di gravidanza. Ragazzine e immigrate che vagano nei corridoi del metrò cercando i blister di un farmaco per l'ulcera a base di "misoprostolo" che preso in dosi massicce provoca l'interruzione di gravidanza, spacciato dalle gang sudamericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli Stati Uniti. Dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno della metà se si compra su Internet. E le giovanissime abortiscono da sole, nel bagno di casa, perché della legge o del giudice tutelare non sanno nulla, perché in ospedale la lista d'attesa è troppo lunga e i consultori sono sempre di meno. (Dal 2007 al 2010 ne sono stati tagliati quasi 300).

Alem ad esempio, 17 anni, nata Italia da genitori egiziani, brava e brillante a scuola, ricoverata in coma a Verona per un aborto provocato con un uncino. "Non volevo che i miei genitori si accorgessero che ero incinta - ha raccontato - e in ospedale non mi hanno voluto perché ero minorenne...". O Irene, cresciuta tra le Vele di Scampia, già baby mamma a 14 anni, che a 16 anni abortisce nel bagno di casa, ma sbaglia dosi di misoprostolo, e finisce in un grande nosocomio di Napoli tra la vita e la morte. "Sono troppo povera per avere un altro figlio" confessa ai medici. O, ancora, ed è sempre Sud, la povera storia della compravendita di un neonato architettata da un ginecologo di Caserta, Andrea Cozzolino, finito in manette l'8 maggio scorso. Aveva convinto una giovane donna minorenne che si era rivolta a lui per un aborto clandestino, a partorire, e poi vendere il suo bambino per 25mila euro...

La percentuale di successo di questi solitari aborti, quasi sempre farmacologici e di cui si trovano dettagliate istruzioni in Rete, è alta: oltre il 90%, ma chi sbaglia rischia la vita. Commenta amaro il ginecologo Carlo Flamigni: "Contro la 194 c'è una congiura del silenzio. Accedere ai servizi è sempre più difficile, una corsa a ostacoli, e le donne meno esperte, le più fragili, le più giovani, le straniere, finiscono nella trappola dell'illegalità. Credo che oggi nel mercato clandestino si trovi qualunque farmaco, addirittura la Ru486. È una sconfitta per tutti, perché la legge funzionava, e funzionava bene".



MORIRE D'ABORTO

Pilar ha 50 anni, il cuore grande e le braccia forti. In Perù faceva l'ostetrica, qui assiste da oltre vent'anni le donne migranti. "Ma vent'anni fa - racconta - nel vostro paese si poteva abortire con sicurezza, e quando le donne venivano dimesse si insegnava loro la contraccezione". "L'ultima che ho accompagnato in ospedale mi ha detto di chiamarsi Soledad, di lei so poco altro, se non che fa la badante e ha già due figli in Ecuador. Per due volte aveva provato a cercare un reparto di Ivg, dopo aver scoperto che in Italia l'aborto è legale. Per due volte l'hanno rimandata indietro dicendole che non era il giorno giusto, che non c'erano i medici. Così ha fatto da sola - rivela Pilar - con le pasticche che ha comprato da un'amica, e quando mi ha chiamato aveva la febbre altissima e un'emorragia in corso. L'hanno salvata, non è stata denunciata, ma per mesi era così debole che non ha potuto lavorare, ha perso il posto di badante, e ora è disoccupata". E non è soltanto questione di donne immigrate. "L'aborto clandestino ormai riguarda tutti i ceti della società", aggiunge Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Laiga, la lega italiana per l'applicazione della 194, che da anni denuncia l'incredibile dilagare dell'obiezione di coscienza nel nostro paese.

"Ci sono gli aborti d'oro, quelli dei ceti elevati, che si svolgono in sicurezza negli studi medici, oppure all'estero. E poi ci sono gli aborti delle donne povere, delle clandestine, che comprano le pasticche nei corridoi del metrò, e se qualcosa va male si presentano al Pronto Soccorso affermando di aver avuto un aborto spontaneo". Qualcuna si salva, qualcuna no. Come quella donna nigeriana che arrivò "con una gravissima infezione nel nostro ospedale ed è morta di setticemia" ricorda Silvana Agatone, che lavora al "San Giovanni" di Roma. È andata meglio a Mariangela, pugliese, che non sapendo più dove andare dopo la chiusura dell'ultimo reparto di Ivg nella sua provincia (Matera) racconta sul forum "aborto-blogspot" di essersi rivolta grazie al tam tam ad una (stimata) ginecologa di un paese vicino. "Duemilacinquecento euro, intervento chirurgico sterile e sicuro. Come facevano mia madre e mia nonna, ma senza rischi. Tutto molto triste però, credevo che ormai avessimo diritto all'aborto legale".

LA FUGA ALL'ESTERO

Ma come si è arrivati a questo smantellamento progressivo di una legge dello Stato? È legale che interi nosocomi non abbiano più medici che applicano la 194, a trentacinque anni esatti dalla sua approvazione? "No, non è legale, e infatti come Laiga abbiamo fatto ricorso al Consiglio d'Europa, e il nostro ricorso è stato accolto. La verità è che nessuno vuole più fare aborti perché si viene discriminati nella carriera e obbligati a fare solo e soltanto quelli". Alcuni dati: nel Lazio il 91% dei ginecologi è obiettore di coscienza, a Bari gli ultimi due medici che facevano gli aborti hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il servizio viene assicurato soltanto da un ospedale in tutta la città, in Sicilia il tasso di astensione dalla 194 è dell'80,6%. "Questo vuol dire che le liste d'attesa sono spaventose, e il rischio è superare il numero di settimane di gravidanza in cui è consentita l'interruzione. Ma la vera tragedia riguarda l'aborto terapeutico - conclude Silvana Agatone - perché si tratta di un intervento a tutti gli effetti, per cui sono necessari medici interni all'ospedale, ginecologo, anestesista, infermieri, e non si può supplire con professionisti a contratto. Visti però i numeri dell'obiezione di coscienza è evidente che in tempi molto brevi nelle strutture pubbliche italiane questo tipo di aborti non si faranno più".

E allora le donne emigrano. Svizzera, Inghilterra, Francia. Quattrocento euro per una Ivg entro il terzo mese, circa 3000 per un aborto terapeutico (oltre la 22esima settimana) in clinica. Ma non tutte possono andare all'estero, e per quelle che restano la prospettiva è un calvario fatto di umiliazioni, e veri e propri maltrattamenti in ospedale. Scrive Serena F. che ha dovuto abortire alla 23sima settimana per gravissime malformazioni del feto: "Mi hanno abbandonato da sola, su un lettino, per 15 ore di travaglio senza darmi né antidolorifici né altro, in tutto l'ospedale c'era soltanto una giovane ginecologa non obiettrice, ma era sovraccarica di lavoro, così mi ha affidato, si fa per dire, alle cure di due infermiere, ho chiesto ripetutamente un po' d'acqua, me l'hanno portata dopo ore e ore. Quando alla fine il mio disgraziatissimo bambino è nato, ed è morto subito dopo, una delle infermiere a bassa voce mi ha chiesto se non mi vergognavo di quello che avevo fatto... La ginecologa l'ha sentita e si è infuriata, quella ha risposto, è finita ad urli. Un dolore pazzesco. Ecco così si abortisce legalmente in Italia".


LE CIFRE DI UN DRAMMA

Come si fanno a calcolare i numeri di un fenomeno clandestino? Con quali parametri? Da anni ormai nella relazione al parlamento sulla legge 194, si cita una stima di 15/20mila aborti illegali, un numero calcolato soltanto sul tasso di abortività delle donne italiane (6,9 per 1000) e sottostimato per stessa ammissione del ministero. Molti altri elementi però portano almeno al raddoppio di quella cifra, facendo salire la quota delle interruzioni di gravidanza clandestine a 40/50mila l'anno. Intanto paramentrando le stime dell'illegalità al tasso di abortività delle immigrate, che è di 26,4 interruzioni ogni mille donne, tre volte quello delle italiane. Analizzando poi i dati Istat ad esempio si vede con chiarezza quanto gli aborti spontanei sono aumentati, passando dai 55mila casi degli anni Ottanta, ai quasi ottantamila di oggi. E secondo molti studiosi questa impennata altro non è che il ritorno dell'aborto clandestino "mascherato", esattamente come avveniva prima della legge, quando le donne dopo aver tentato di "fare da sole" arrivavano in ospedale con emorragie e dolori, e i medici per salvarle completavano gli aborti, registrati come "spontanei".

SULLA PELLE DELLE MINORENNI

Lo spiega con chiarezza Franco Bonarini, docente di Demografia all'università di Padova nel saggio "Sessualità e riproduzione nell'Italia contemporanea". "L'incremento del rapporto tra aborti spontanei e gravidanze potrebbe essere conseguenza di un aumento del ricorso all'aborto volontario provocato illegalmente. Anche il più alto rischio per alcune categorie di donne, immigrate, non coniugate potrebbe essere indizio di questo fenomeno". Ancora più preciso il calcolo di Bruno Mozzanega, dell'università di Padova, che si ricollega al crescente "spaccio" di farmaci per interrompere la gravidanza. "Gli aborti clandestini sono ancora una realtà sottostimata in 20mila casi all'anno, ma ad essi si aggiungono, come segnala l'Istat, 73mila aborti spontanei, aumentati, rispetto al 1982, di 17mila casi all'anno. Un incremento medio del 30% che però nelle minorenni sfiora il 70%. Se questo surplus di aborti spontanei rappresentasse anche solo in parte gli insuccessi (5-10%) dei farmaci abortivi di contrabbando, ne emergerebbe un sommerso illegale di dimensioni inimmaginabili a carico soprattutto delle giovanissime, le stesse che già abusano della pillola del giorno dopo".

IL CALVARIO DI PIERA

"Ho tre figli, e la più piccola, Alice, è nata con la sindrome di down. Lo sapevo, l'ho voluta lo stesso. Poi è successo l'incredibile: a 44 anni sono rimasta incinta per la quarta volta. Mauro, Marco, Alice che assorbe ogni mio respiro. Non era possibile avere un altro bimbo, con il rischio di un nuovo handicap. Sono andata in un consultorio della mia città per iniziare le pratiche dell'aborto. Ho dovuto subire l'umiliante interrogatorio di alcuni volontari del Movimento per la Vita, lì collocati dalla direzione sanitaria, che per due settimane hanno cercato di farmi "riflettere", cercando di convincermi a non farlo, parlandomi apertamente di omicidio, mentre i termini stavano per scadere. Un vero abuso. Fuorilegge. Come se non soffrissi già abbastanza. Ho abortito in ospedale e poi ho denunciato il direttore della Asl...".


(Da: La Repubblica del 23 maggio 2013)

venerdì 24 maggio 2013

ILVA di Taranto: come guadagnare sui tumori



Per Brunetta (personaggio, si sa, di alta statura politica e morale) è violenza fischiare un comizio e i colpevoli devono andare in galera. Aspettiamo di vedere cosa proporrà per i Riva che portavano all'estero i capitali che sarebbero dovuti andare a evitare le morti per tumore a Taranto. Ma forse l'esimio parlamentare pensa che per gli imprenditori non valgano le stesse leggi dei normali cittadini. D'altronde cosa attendersi da un berlusconiano?


Ilva, sequestrato tesoro dei Riva 8,1 miliardi proprio quello che, in termini di costi, sarebbe servito per apportare le opportune modifiche anti inquinamento al... sito industriale colpevolmente responsabile di mortiferi rilasci. "L'accusa: associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, indagato anche il presidente Ferrante.

Il sequestro record è scaturito proprio dal mancato risanamento dei reparti dell'area a caldo, indicati come la fonte dei veleni industriali ritenuti causa di malattia e morte. In pratica i consulenti dei pubblici ministeri hanno quantificato la somma che Ilva avrebbe dovuto investire negli anni per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica. il sequestro non riguarda i fondi per la fabbrica. "Stiamo eseguendo un sequestro solo in merito ai beni della società Riva Fire. Abbiamo tenuto conto della legge 231 (legge salva Ilva, ndr), e dunque il sequestro non colpisce i beni dell'Ilva. E questo provvedimento non intacca la produzione dello stabilimento.


La ratio del sequestro è quella di bloccare le somme sottratte agli investimenti per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica". Queste, in sintesi, le precisazioni del capo della Procura di Taranto, Franco Sebastio, a capo del pool di magistrati della procura ionica che indaga sul disastro ambientale e che ha ottenuto dal gip del tribunale Patrizia Todisco l'ok alla richiesta di sequestro per equivalente di beni mobili e immobili, denaro e conti correnti per un totale di 8,1 miliardi di euro, intestati alla holding Riva Fire che fa capo alla famiglia Riva.  





Tutti a Breil per difendere il treno della Val Roja


Il 25 maggio 2013 alle ore 10:00 
presso la stazione di Breil sur Roya
presidio per protestare contro la proposta di chiusura della linea Nizza-Breil-Tenda-Cuneo

La linea ferroviaria Cuneo-Ventimiglia-Nizza, forse con quella del Bernina la più bella d'Europa,  rischia la chiusura.   E' in atto una mobilitazione delle popolazioni (liguri, francesi e piemontesi) della Val Roja per difendere questa importante via di comunicazione che contribuisce a mantenere vivi i paesi della vallata.





Elogio della ghigliottina nel paese di Pinocchio



Una Carta costituzionale ogni giorno stravolta da un presidenzialismo strisciante ed eversivo che vuole ridurre la democrazia a pura forma. Un paese - ostaggio di un pregiudicato (nel senso di persona già passata in giudizio e condannata) che cerca disperatamente di evitare il carcere - dove si propone di mandare in galera chi manifesta pacificamente il proprio dissenso fischiando un comizio e insieme di fare uscire i fiancheggiatori eccellenti della mafia. Davanti a tutto questo non sogniamo il ritorno dei bolscevichi, né torme di cavalli cosacchi abbeverantisi in San Pietro, ci basterebbe un mite giacobino come fu Piero Gobetti.

Piero Gobetti

Elogio della ghigliottina


[...] Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l'appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell'anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L'attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l'inguaribile fiducia ottimistica dell'infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure. La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un'ideologia, è un istinto.

 Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani [che si potrebbe definire la delusione di un ottimista] delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C'è un valore incrollabile al mondo: l'intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti. Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell'imprevisto che seguiteremo ad indicare come provinciale per non ricorrere a più allarmanti definizioni. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo "nipote" di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l'ora dei conti. Il fascismo in Italia è [una catastrofe,] un'indicazione di infanzia [decisiva] perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, [dell'ottimismo,] dell'entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d'ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione.

Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, [è una nazione che vale poco] dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di avere sperato che la lotta tra fascisti e social-comunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia c'era della gente che si faceva ammazzare per un'idea, per un interesse, per una malattia di retorica!

Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace. E' difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell'unanimità, ci si attesta l'inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. [Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma] Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l'impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile.

Si può credere all'utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. E' doloroso [per chi lavora da anni] dover pensare con nostalgia all'illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, [io ho atteso] c'è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C'è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo.

(Da: "La Rivoluzione Liberale", anno I, n. 34, 23 novembre 1922)

giovedì 23 maggio 2013

La tristezza di Ulisse. Essere raccontato da Eugenio Scalfari



Passare la vita cercando di tornare a Itaca, è la storia di ogni uomo. Non tutti però riescono a trovare la via del ritorno. Eugenio Scalfari non ci riesce. Un esempio triste di accanimento a scrivere anche quando non si ha più nulla da dire e il silenzio sarebbe una prova di saggezza.

Eugenio Scalfari

Il viaggio dell’eroe. Così Odisseo tornato a Itaca scoprì la saggezza e la pietà

Ci sono molti modi di scrivere un romanzo e anche molti modi di scrivere un saggio. Matteo Nucci sta a cavallo tra i due generi letterari, ripassa e reinterpreta la storia della civiltà ellenica scegliendo, prima ancora delle idee dalle quali è intrisa, i personaggi, i luoghi, le strade, gli alberi, gli animali; ma non soltanto quelli che esistevano o si pensa che esistessero tremila anni fa, ma quelli di oggi da lui rivisitati e dai quali il libro comincia.

Infatti è l’autore che, dopo aver visitato l’Acropoli e il Ceramico racconta di Pericle. Il principe degli ateniesi, quello che per trent’anni aveva custodito la democrazia confiscandola nelle proprie mani, quello che aveva creato un impero navale che si estendeva su tutto il Mediterraneo, era alla fine inciampato su Sparta, alleata prima e nemica mortale poi. Il disastro aveva colpito Atene e da ultimo la peste si era abbattuta sulla città seminando ovunque la morte nera.

«Sulla Porta Sacra e sul Dipylon il cielo era terso. Tutti gli occhi della folla assiepata erano puntati sull’uomo che avanzava a piccoli passi portando una corona sulle braccia, il volto scolpito in linee regolari, quasi fosse pronto a servire da modello per le innumerevoli statue che lo avrebbero ritratto in una posa immortale... Lo guardavano quasi senza respirare, in un silenzio assoluto, mentre avanzava verso l’ultimo dei suoi caduti, Paralo, l’ultima manciata di metri con lentezza, poi, arrivato dinanzi al corpo, si fermò. La peste gli aveva portato via la sorella, il primo figlio Santippo, i migliori amici e molti parenti, ma lui non aveva mai ceduto. La famosa fierezza, la forza d’animo che era il suo vanto. Atene aveva sempre ammirato quella specie di eroe... Depose la corona, strinse i pugni sulle tempie, chiusi gli occhi. Fece per rialzarsi ma non ci riuscì. Poi si sentì un sibilo che si trasformò in una specie di muggito mentre il corpo di Pericle cadeva sul corpo di Paralo. Un urlo devastò la quiete del Ceramico e Pericle per la prima volta pianse».

Morì poco dopo. Era il 429 a.C. e da quel giorno la storia di Atene e della Grecia cambiò, ma la sua cultura, la sua scienza, la sua filosofia, crebbero e diventarono nei secoli che seguirono il lascito di tutta la storia dell’Occidente e del mondo.

Ma perché il libro ha inizio in questo modo, con Pericle colto alla fine dei suoi giorni e Atene prostrata dalla guerra perduta e da una mortale epidemia? Perché Pericle piange sul corpo del figlio e sulle sorti della città e il libro si intitola Le lacrime degli eroi ed è attraverso le lacrime che l’autore racconta la storia dell’Ellade, dei suoi eroi, dei miti, delle filosofie, delle guerre, dei poemi, delle tragedie, degli amori, dei lutti, dei misteri.

Dopo il pianto di Pericle che funge da introduzione, il primo personaggio di questa storiaromanzo è Platone, lo scrittore-filosofo della Repubblica, del Simposio e del Fedro. Nucci se ne serve per parlare dell’amore-odio che lega Platone ad Omero, ma in realtà è il cantore cieco degli eroi che viene messo al centro della narrazione e attraverso i suoi poemi, le figure di Odisseo e di Achille con il loro contorno di compagni di guerra, di ninfe, di dei, di mostri e di destino. E naturalmente con le loro lacrime.

Nella gara del pianto i due rivaleggiano, ma Achille ha largamente la meglio sul figlio di Laerte anche perché è profondamente diversa la struttura dei due poemi epici. L’Iliade racconta pochissimi fatti: il duello tra Patroclo ed Ettore, il duello tra Ettore e Achille, l’assalto dei Teucri al campo degli Achei, la visita di Priamo al Pelide. Tutto il resto dei ventiquattro libri non è un racconto ma l’analisi dei sentimenti che animano i personaggi e soprattutto il protagonista del poema e il suo pianto, suscitato dalla sua ira, dal suo lutto, dai suoi sogni, dai suoi presagi, dalla sua impotenza di fronte alla morte e dal suo amore per il corpo dell’amico che ormai è soltanto una spoglia.

L’Odissea ha tutt’altro andamento, il vero romanzo è quello ed è un tipico romanzo d’avventura, il primo e sicuramente il più bello che sia mai stato scritto.

Anche il montaggio anticipa a tremila anni di distanza il linguaggio cinematografico del “flashback”: dopo l’episodio di Polifemo, Odisseo smarrisce la rotta ed entra in un mare con correnti sconosciute e sotto un cielo dove le stelle sono ignote al navigante. È il dio del mare, Poseidon, ad averlo trascinato fuori dal mondo nel misterioso oceano che circonda le terre emerse ed è popolato da misteriose presenze: Circe la maga, la bocca degli Inferi, Calipso la bella e l’isola di Ogigia, Nausicaa la vergine e l’isola dei Feaci, anch’essa fuori dal tempo e dallo spazio.



Quella sarà l’ultima tappa, prima di tornare finalmente ad Itaca, nel mondo della realtà. Ma è proprio lì, nel palazzo di Alcinoo, che il “flashback” si verifica: uno degli aedi canta ciò che avvenne sotto le mura di Troia e la parte che in quella guerra impietosa vi ebbe Odisseo e che cosa accadde dopo. L’eroe, di cui nessuno alla corte di Alcinoo conosceva ancora l’identità ed è onorato come ospite sacro, ascoltando quel canto si copre il volto col mantello e piange al ricordo, mentre il racconto procede incalzante, le gesta degli eroi e dei numi che combattono tra loro e insieme a loro, il Fato che domina gli eventi mentre le Parche tessono il filo della vita. Ma prima ancora che il viaggio di Odisseo sia narrato dall’aedo, Omero lo fa precedere dal viaggio del figlio Telemaco che per salvare se stesso e la madre Penelope dalla prepotenza dei Proci, attraversa il mare e sbarca nelle terre di Pilo, di Argo e di Micene in cerca dei compagni del padre, affinché gli diano notizie di lui, se sanno dove si trova e perché non ritorna a casa, ultimo errabondo da dieci anni, dopo i dieci della guerra contro Ilio.

Quattro libri dedica Omero al viaggio di Telemaco e il racconto è pieno di personaggi ed avvenimenti. Nestore informa il giovane della drammatica morte di Agamennone per mano di Egisto e della moglie Clitemnestra. Menelao ed Elena lo ospitano come fosse un giovane principe e Menelao gli racconta le sue imprese a Troia e il suo movimentato viaggio di ritorno.

Mentre i mortali e gli dei che incontrano sulla terra vivono le loro avventure, sulle vette dell’Olimpo gli stessi dei si riuniscono e prendono le loro decisioni in obbedienza ai voleri del Fato, Atena si impone a Poseidon, Zeus comanda ad Ermes di trasmettere i suoi voleri, la favola degli immortali si intreccia con quella dei mortali arricchendo il romanzo; l’epica trascolora in una splendida fiaba nel corso della quale avviene un fatto strano: cambia il carattere del protagonista ed anche quello del figlio Telemaco.

Quest’ultimo da adolescente diventa uomo e il suo mutamento è un fatto di natura, ma diverso è il caso di Odisseo: era maestro di inganni quando combatteva sotto le mura di Troia, furbo quanto nessuno, suadente per ingannare o convincere; è lui che guida le decisioni di Agamennone, è lui che ricostruisce un rapporto tra il re di Argo e Achille ed infine sarà lui a immaginare il cavallo, la trappola mortale per Ilio e la sua gente. Ma l’uomo che torna a Itaca è diverso da quello che vent’anni prima ne era partito. La capacità di ingannare e mentire non l’ha perduta, anzi è ancor più vigile, ma ad essa si è aggiunta un’esperienza e una saggezza che prima non aveva ed è l’incontro con Atena che ne fa il primo eroe della modernità, non a caso cantato da Dante come maestro di anime. Ricordate? «Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza».

Ho la sensazione che il bravissimo Nucci non colga quest’aspetto, il mutamento del personaggio suscitato dalla sua insaziabile curiosità. Del resto è lui stesso ad annunciare a Penelope, quando finalmente si ricongiunge con lei nel letto nuziale che aveva costruito sulla base d’un ulivo secolare, che dovrà ripartire per trovare la gente «che non conosce il sale» e soltanto dopo quell’ultimo viaggio tornerà per sempre ad Itaca.

Credo che Nucci non veda il mutamento perché il ritorno a Itaca è dominato dalle menzogne che Odisseo è costretto a dire per non farsi riconoscere e ci riesce perfettamente con l’aiuto di Atena, salvo che con la vecchia nutrice e il vecchio cane Argo. Menzogne e infine strage, non solo dei Proci ma dei servi e delle ancelle che ad essi si erano venduti. Strage e menzogne: dove è dunque la differenza dal maestro di inganni e di strage quando combatteva a Troia della cui guerra è lui e non Achille il vero vincitore?

Capisco l’obiezione, ma la differenza c’è ed appare chiaramente nel colloquio che ha con Penelope nella lunga notte di racconti e d’amore e poi, nei giorni successivi, quando si rappacifica con i parenti delle vittime della strage, riconquista l’amore di tutto il popolo dell’isola e lascia al figlio il governo della comunità. Odisseo ha scoperto la pietà, un sentimento che prima del viaggio di ritorno gli era del tutto ignoto. La strage dei Proci fa parte della natura umana nella quale la vendetta per un torto subìto è un sentimento ineliminabile. Del resto Odisseo aveva acquisito una quantità di crediti verso gli dei e verso il Fato perché per dieci anni era stato un fuscello e un trastullo nelle mani d’un ignoto destino. L’ultimo sopruso era stato quello dei Proci ai quali aveva offerto di lasciare il suo palazzo ed andarsene. Ciò che accade subito dopo è la natura offesa a reclamarlo e dura fin quando Atena ne impone la fine. Quanto al suo pianto, l’autore del libro lo attribuisce alla nostalgia. Gli altri pianti degli altri eroi sono dovuti all’ira, al dolore, all’amore. La nostalgia è sentimento delicatissimo, viene da Memosine, la dea che governa i ricordi, madre delle nove Muse. Basterebbe questo a rivelarci che la natura di Odisseo non è più e soltanto quella dell’eroe ma quella dell’uomo ed è questa la novità che l’Omero dell’Odissea ci ha consegnato.

Tralascio di raccontare il resto del libro che raccomando ai lettori di seguire fino in fondo anche se – a mio avviso – il vero nucleo di questo viaggio si conclude a pagina 174. Ciò che viene dopo è un saggio acuto e sapiente, ma non più il romanzo che fin lì si è svolto. Voglio qui trascrivere le parole con cui Nucci si accomiata dai suoi lettori e che rappresentano in poche righe il compendio dell’opera: «Nell’Ade non c’è ombra. Nessuno può tornare tra i vivi. E il mondo è invece quello dei vivi perché soltanto lì c’è la vita: sofferenze, patimenti, piccole gioie, felicità, lacrime di nostalgia e di rabbia. E la morte. Altre prospettive per Omero non esistono. C’è soltanto Niobe e il suo melograno, un melograno che non cresce all’ombra ma sotto il sole». Grazie, caro Nucci, per questa appassionante lettura.

(Da: La Repubblica del 23 maggio 2013)



Don Gallo. Un prete giusto



Un uomo giusto, fedele al messaggio evangelico più che alla Chiesa come istituzione. Anni fa lavorammo con lui ad un progetto per dar voce ai detenuti del carcere di Savona. Il risultato fu un piccolo giornale di cui uscì qualche numero. Una avventura che ci permise di conoscerlo da vicino e stimarlo. Lo ricordiamo con questo articolo di Famiglia cristiana e con l'editoriale che scrivemmo allora per il primo numero del giornale.

Don Gallo. Un prete giusto

Quando andavi a trovarlo uscivi dal suo piccolo studiolo carico di idee e odore di pipa. Non smetteva quasi mai di fumarla e di tenerla in mano. E intanto parlava del passato e dell’oggi. Dei progetti in cantiere per il futuro. Don Andrea Gallo, morto oggi all’età di 84 anni, era un fiume in piena. Nella comunità di San Benedetto, da lui stesso fondata a Genova, per essere vicino ai più deboli, erano passati tutti: ex brigatisti ed emarginati, intellettuali e poveri, atei e credenti. Il prete dalle mille battaglie, spesso critico nei confronti della stessa Chiesa, ma con quella fede dura che spostava le montagne riusciva a dialogare con tutti. 

Nonostante la malattia che lo consumava, scavandolo sempre più platealmente, era riuscito quasi fino all’ultimo a stare al passo con i tempi e con i “suoi ragazzi” giovani e adulti. Tentava tutte le strade per farsi compagno di viaggio. Nel suo ultimo twitter, il 20 maggio, aveva scritto “Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”. Ed è proprio da lì che è arrivata anche la notizia della sua morte: “Ore 17.45 il cuore di Don Andrea Gallo ha cessato di battere, la comunità S.Benedetto e idealmente voi tutti siamo stretti intorno a lui”.

Don Andrea Gallo era entrato nel seminario dei salesiani nel 1948. Nel 1953 era partito per le missioni in Brasile, ma era tornato in Italia durante il periodo della dittatura. Ordinato presbitero il primo luglio 1959 era stato inviato, un anno dopo, come cappellano nella nave scuola della Garaventa, riformatorio per minori. Da quel momento in poi la passione per l’educazione dei ragazzi non lo avrebbe più abbandonato, così come l’attenzione per il carcere e per i detenuti. Nel 1964 lascia i salesiani e si incardina come sacerdote diocesano. Il cardinale Siri, che allora guidava Genova, gli affida l’incarico di cappellano del carcere. Fra i due c’è sempre stata una vivace polemica cui spesso hanno fatto seguito trasferimenti di incarichi e parrocchie. Fino alla rinuncia di don Gallo al trasferimento richiesto dal cardinale Siri nell’isola di Capraia. Don Gallo viene quindi accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo dà vita alla Comunità di San Benedetto al Porto. 

Impegnato per la pace e nel movimento No Dal Molin, contro la costruzione di una nuova base militare a Vicenza, don Gallo non ha mai smesso di battersi contro l'emarginazione dei gay e contro l'omofobia, a favore della cittadinanza agli immigrati, per costruire una società più solidale, giusta e accogliente.


Savona. Carcere di S. Agostino















Giorgio Amico

Non luoghi

Carcere, manicomio, ospizio: luoghi scomodi, non-luoghi, luoghi invisibili. Sant’Agostino è uno di quei luoghi di cui preferiamo ignorare l’esistenza. Eppure è nel cuore della città, accanto a noi, parte della nostra vita quotidiana. Anche se preferiamo ignorarlo e continuare a far finta di niente.

Poveri, carcerati, disabili: persone scomode, non-persone, persone invisibili. Vivono accanto a noi, ma è come se non ci fossero. Cancellati dal mondo, estromessi dalla vita dei “normali”, riemergono alla nostra consapevolezza solo in occasione di fatti di cronaca, per essere poi subito rimossi e dimenticati.

Persone senza nome e senza volto, protagonisti di piccole storie squallide. Storie di ordinaria miseria, di follia, di emarginazione. Sant’Agostino ne raccoglie tante e gelosamente le conserva, celandole alla nostra vista di benpensanti. Impedendo che diventino visibili, che turbino il nostro piccolo, ordinato tran-tran quotidiano.

Cosa c’entra la scuola con tutto questo ? C’entra perché Sant’Agostino è anche in piccolissima parte scuola, luogo dove si svolgono attività di studio e di animazione culturale. “Scuola in carcere”, questa è la definizione ufficiale, fredda, asettica e un po’ retorica che le racchiude.

Ma si può fare scuola e cultura dietro le sbarre, senza cadere in un paternalismo tanto più orribile, quanto in buona fede ? Si può. Alla sola condizione di intendere queste attività come un percorso di liberazione.

Sappiamo bene che la cultura in se non rende liberi, come il lavoro non rendeva liberi i prigionieri di Auschwitz. Sappiamo però altrettanto bene che la cultura come valorizzazione della propria umanità, come urlo di chi rivendica il proprio diritto ad esistere è, forse, motivo di scandalo, ma, sicuramente, strumento di liberazione, percorso di libertà.

Questo, e non altro, il senso delle attività di animazione che insieme scuola e Circolo “Il Brandale” abbiamo svolto a Sant’Agostino nello scorso anno scolastico, iniziando un percorso che speriamo contribuisca a demolire l’idea del carcere come un non-luogo abitato da non-persone.  




mercoledì 22 maggio 2013

I sogni non si sgomberano. Noi stiamo con Zam




Non abbiamo dubbi: c'è più poesia sulle barricate in fiamme di Zam che in tutte le biblioteche di Milano.

2 palestre, 3 palcoscenici, 2 sale concerto, 2 bar, 2 uffici, 1 redazione, decine di attività sportive per centinaia di persone, 160 m2 di pareti da arrampicata, oltre 200 concerti, oltre 100 appuntamenti culturali, 1 festival di cinema e documentari, 1 laboratorio teatrale, 1 laboratorio hip hop, migliaia di persone dentro e attraverso, oltre 2 anni di occupazione e autogestione.

Questo è stato dal 29 Gennaio 2011 Zam, il Centro sociale di Milano situato in una fabbrica dismessa che oggi viene sgomberato con la forza per permettere l'ennesima speculazione edilizia.

Ma come scrivono i ragazzi di Zam “Nessuno sgombero ci fa paura, Zam è un sogno tatuato sulla pelle viva della città: potete provare a nasconderlo sotto il maquillage della città vetrina della mafia e dello scempio dell’Expo, ma la traccia è indelebile e non si cancella: qui siamo e qui restiamo!”

Vento largo è con loro, sulla loro splendida/povera barricata fatta di libri.



Papa Francesco. Se anche il Diavolo si trasforma in uno show



Un fatto e un articolo divertenti. Lo riportiamo con una precisazione, piccola ma necessaria: vista la storia personale del “Santo Padre”, più che di arguzia francescana si dovrebbe forse parlare di astuzia gesuitica.

Francesco Merlo

Se anche il Diavolo si trasforma in uno show



Adesso sì che ci vorrebbe un superesorcista, ma di quelli sobri e dunque rari, per liberare la Santa Romana Chiesa dal peccato preferito dal demonio: la vanità. E non solo quella di padre Amorth, famoso scacciadiavoli, che è andato a farsi prendere in giro da quei folletti radiofonici di “Un giorno da pecora”.

Questo pittoresco pretone, che sembrava più un’esca che uno spauracchio per diavoli, ha raccontato l’indicibile rito dell’esorcismo papale spiegando pure che quel povero assatanato, a cui i giornali complici oscurano il viso forse per cautela o forse per paura del contagio, di maligni in corpo ne aveva almeno quattro. «Ma per cacciarli davvero via ci vuole bene altro», ha aggiunto padre Amorth: da professionista si è offerto alla clientela.

Papa Francesco – bisogna riconoscerlo – aveva sbrigato la pratica con la sua solita affabilità e la sua proverbiale arguzia francescane. Aveva infatti imposto le mani taumaturgiche sul posseduto (“presunto” si scriverebbe in cronaca giudiziaria) e senza neppure pensarci su, in mezzo alla folla. E noi non ci saremmo accorti di nulla se la notizia non avesse avuto l’imprimatur della televisione dei vescovi diretta, nientemeno, da Dino Boffo. Il Papa infatti era riuscito ad essere spontaneo e semplice anche quando qualcuno gli mormorava all’orecchio che il malato era un indemoniato. Il solito Francesco insomma: si era comportato con quel malato un po’ come quando telefona alla libraia o porta la sedia alla guardia svizzera che instancabilmente vigila dietro la sua porta.

D’altra parte l’esorcismo a cui siamo abituati (si fa per dire) è una cerimonia esoterica, con lo zolfo, la schiuma e gli improperi, mentre quella di Papa Francesco sembrava quasi una pranoterapia, all’improvviso e in pubblico, senza neppure la necessaria acqua benedetta e senza quei paramenti d’ordinanza che servono a proteggere il sacerdote come il grembiule di piombo protegge il medico dagli effetti nocivi dei raggi X.



Dunque è stata la tv dei vescovi che ha visto il diavolo nella consueta sceneggiatura del Papa che fa tutto su due piedi per essere alla mano. Dino Boffo non ha resistito alla diabolica suggestione dimenticando forse che news e devil fanno lo show. E lo show è appunto il trionfo di quella vanità che ha come unico regista il diavolo. Ingenuamente infatti padre Lombardi, che è la voce istituzionale della Chiesa, ha smentito, senza dunque accorgersi che si stava già leccando la coda quel diavolo dell’informazione che meglio di tutti sa quanto la smentita sia una notizia data due volte. Tanto più che è arrivata un’altra diabolica “smentita-conferma” e cioè la rettifica del direttore Dino Boffo. Se è vero che la regola numero uno del demonio è quella di lasciare credere che non esista, Dino Boffo certamente lo ha aiutato. Ha infatti chiesto scusa, ha detto che si è sbagliato, che lui e solo lui ha visto il demonio dove c’era solo una malattia e l’esorcismo dove c’era solo un conforto.

E intanto il diavolo, che aveva scatenato la vanità, l’ha resa inarrestabile e l’ha lasciata dilagare come le fiamme che gli sono familiari. Ha dunque svegliato padre Gabriele Amorth che, incontrato per strada effettivamente potrebbe spaventarci ma in radio risulta grottesco, non il frate Cipolla di Boccaccio, che del diavolo era davvero più furbo, ma il pretacchione tontolone di Dario Fo. E però un povero diavolo di esorcista senza capo né coda non rende povero anche il vero diavolone, e infatti tutta la sua bislacca esibizione radiofonica ha avvalorato la fiammeggiante presenza. Così il demonio ha fatto pure una grande audience, che è la traduzione moderna del famoso “baccano”, vale a dire il “sabba”, vera ragione sociale dell’“Inferno spa”.

E tutti, guardando e ascoltando padre Amorth, abbiamo dimenticato che questo Papa non ha neppure il fisico allucinato dell’esorcista che è per eccellenza l’ossuto e spettrale Max von Sydow nel celebre film che ci spaventò da ragazzi, ancora oggi ricordato come il più terrificante della storia del cinema e felicemente parodiato in “Esorciccio” da quel Ciccio Ingrassia che il fisico spettrale comunque ce l’aveva.

Teologicamente il demonio è, come si sa, l’elemento fondante della presenza della Chiesa. Ed è controversa nella cristianità la sua natura di essenza o di persona. Infatti il “liberaci dal male” del Padre Nostro dei cattolici diventa il “liberaci dal Maligno” degli ortodossi che lo scrivono pure maiuscolo. Di sicuro, il demonio non era mai stato così astuto da far credere di potere essere cacciato con un semplice mormorio della labbra, come fa il professor Raptor per far cadere Harry Potter che si esibisce in audacie aeree e acrobazie mozzafiato sulla scopa Nimbus 2000, che manco la Ferrari di quel diavolo rosso di Montezemolo.

(Da: La Repubblica del 22 maggio 2013)


Il Gramsci di Togliatti: comunista eretico o stalinista critico?




La crisi della sinistra provoca fughe e abiure, ma anche ritorni di nostalgia. E' il caso della svolta “neostalinista” del Manifesto e del ritorno al culto di Togliatti, “il Migliore”, il piccolo padre”, di cui non si è ancora (dopo cinquantanni) elaborato il lutto. E così, nonostante una letteratura ormai enorme, si torna a riproporre il falso di un Gramsci stalinista critico.

Luigi Cavallaro

Gramsci, mille e una eresia


Lo «spettro» dell'intellettuale sardo sta ancora agitando le acque della storia. Eterno dissidente, viene visto come capo della classe operaia, martire antifascista, padre della politica unitaria, alfiere dell'eurocomunismo

Sicuramente, un «anno gramsciano» il 2012: cioè un anno di polemiche intorno alla figura di Antonio Gramsci. Alimentate da saggi e ricerche che hanno avuto ampia eco sulla stampa quotidiana, esse hanno dato conferma di una perdurante attualità del comunista sardo che di per se stessa necessiterebbe di una spiegazione, essendo ormai trascorsi ben settantacinque anni dalla sua morte e oltre venti dall'eclissi del movimento internazionale di cui il partito che egli aveva concorso a fondare aveva costituito peculiare ed importante espressione.

Beninteso, non è che la contesa su Gramsci sia in sé una novità. Come documenta la preziosa ricostruzione di Guido Liguori, almeno dal secondo dopoguerra il dibattito pubblico ha visto contrapporsi due diverse letture dell'opera gramsciana: da un lato, c'è stata quella di parte comunista, che si è accompagnata alle diverse «svolte» politiche e culturali messe in atto dal Pci nella sua storia settantennale e che in Gramsci ha visto di volta in volta il «capo della classe operaia», il «martire antifascista», il «padre della politica di unità» del secondo dopoguerra, l'ispiratore della «via italiana al socialismo» e, giù giù, il critico ante litteram del totalitarismo sovietico, l'alfiere dell'«eurocomunismo» e perfino il pensatore di un altro comunismo possibile dopo la crisi dei «socialismi reali»; dall'altra parte, c'è stata la lettura liberale, liberalsocialista e lato sensu «azionista», che con accenti (e soprattutto in tempi) differenti ha proposto ora un Gramsci irriducibilmente, inemendabilmente e totalitaristicamente «comunista», dunque irrecuperabile alla causa della democrazia, ora invece un Gramsci più intellettuale che politico, costitutivamente «eretico» e addirittura «liberale», quando non proprio «libertario».

Un approdo estremo

La peculiarità delle polemiche dell'anno scorso, innescate specialmente dalla pubblicazione di due saggi di Franco Lo Piparo e Giuseppe Vacca, sta semmai nell'oscillazione fra due sponde che appaiono egualmente inattendibili. Da una parte, infatti, si insiste (è il caso di Vacca) nell'accreditare uno scollamento di Gramsci rispetto al leninismo, quale almeno si delinea dopo la svolta staliniana del '29, salvo precipitare nell'assurdo di supporre che Palmiro Togliatti e Felice Platone, negli anni compresi tra il 1947 e il 1949 (e dunque contemporaneamente al massimo dispiegarsi della più dura ortodossia staliniana), avrebbero dato alle stampe le riflessioni di un «eretico» sospetto di filotrockismo, facendone addirittura lo strumento intellettuale principale per pensare «la formazione e la politica della nuova classe dirigente italiana», come recitava la fascetta editoriale apposta alla prima edizione einaudiana delle «Note sul Machiavelli» (1949). Dall'altra parte, invece, si pretende (è il caso di Lo Piparo) di svolgere fino all'estremo il tema della presunta «eresia» gramsciana in direzione di un approdo nientemeno che al «liberalismo» (sia pure nella forma ossimorica di un «comunismo liberale»), salvo dover supporre che, non potendosi dare alle stampe la riflessione compiuta di uno che, in realtà, dal comunismo si era distaccato definitivamente, Togliatti e Platone avrebbero addirittura occultato o distrutto qualcuno dei quaderni gramsciani: un'ipotesi che la quasi totalità degli studiosi gramsciani - con Gianni Francioni in testa - ha definito «destituita di ogni fondamento».

Che si tratti in entrambi i casi di interpretazioni insostenibili non è difficile mostrare, e l'attenta ricostruzione del dibattito da parte di Liguori (che non rinuncia, beninteso, a dispiegare tra le righe la sua peculiare interpretazione del «ritmo del pensiero in isviluppo» del pensatore sardo) offre più d'un ausilio in proposito. In realtà, Gramsci è un leninista, per i motivi che a suo tempo aveva spiegato Togliatti e che Carmine Donzelli è tornato nitidamente a ribadire nella «Prefazione 2012» alla riedizione del suo commentario alle note gramsciane sul Machiavelli.

Di più: giusta la decodifica compiuta ormai vent'anni addietro in un importante studio di Nicola De Domenico, bisogna riconoscere che Gramsci si mostra sostanzialmente consentaneo anche rispetto alla «svolta» staliniana del 1929, almeno per come gli si squaderna dopo aver appreso da una rivista inglese (inviatagli dal solito Sraffa) della discussione filosofica suscitata dal discorso di Stalin agli specialisti agrari - un discorso che ai suoi occhi costituisce il prodromo del complemento egemonico necessario rispetto al varo del primo piano quinquennale. Ne fa fede tutta l'elaborazione del quaderno 11 (a cominciare dal «magnifico saggio» con cui si sarebbe poi aperto il primo volume dell'edizione tematica einaudiana) e della seconda parte del quaderno 10, in cui non soltanto Gramsci spiega come i «recenti sviluppi» della discussione filosofica in Urss abbiano superato l'inconsistenza teoretica e il codismo politico dei «destri» (donde la critica a Bucharin), ma soprattutto come essi siano in grado di portare la filosofia della praxis a «superare», incorporandole, le filosofie precedenti (e qui si situa il confronto con Croce, che - dal versante liberale - analoga operazione aveva tentato rispetto al marxismo).

Il dissidio di Gramsci rispetto alle posizioni assunte dal Centro estero del Pcd'I, così come dalla Terza Internazionale, concerne piuttosto il modo in cui «tradurre» nazionalmente l'esperienza sovietica, e si appunta sulla linea del «socialfascismo», che a Gramsci pare settaria e controproducente: questo ci dicono le testimonianze dell'epoca, prima fra tutte il rapporto al partito redatto nel 1933 da Athos Lisa (già recluso con Gramsci a Turi). Sotto questo profilo, anzi, bisogna riconoscere che il confronto che i Quaderni instaurano con Croce rappresenta la premessa per tradurre in lingua nazionale gli insegnamenti del «più grande teorico moderno della filosofia della prassi» (Lenin, certo, ma così come interpretato da Stalin): le categorie di «storia etico-politica» e di «rivoluzione passiva» sono infatti decisive per il lavoro di rielaborazione cui Gramsci si dedica a partire dalla primavera del 1932 e che - attraverso la riscrittura di appunti già presi e la stesura di nuovi testi - porta alla compiuta sistemazione della teoria degli intellettuali (quaderno 12), del partito (quaderno 13) e delle forme di una possibile rivoluzione passiva in Occidente (quaderno 19), non senza che vengano dedicate chiose assai critiche a chi - come Ezio Riboldi, parlamentare comunista anche lui carcerato a Turi - pretendeva di rinvenire dell'America fordista il «faro» della nuova civiltà (quaderno 22).



Lettere critiche

Naturalmente, al dissidio politico si aggiunsero rancori e diffidenze maturate sul piano dei rapporti personali. Gramsci non dovette mai digerire né il rifiuto di Togliatti di inoltrare nel '26 la lettera scritta al gruppo dirigente del Pc sovietico, né che Togliatti non avesse impedito che gli si recapitasse la «famigerata lettera» firmata Ruggero Grieco, né ancora che il partito tentasse di accreditarsi sulla stampa internazionale come artefice dei tentativi di liberazione, determinandone (o comunque concorrendo a determinarne) rallentamenti o fallimenti. Ed è proprio l'oggettività del dissidio con il Centro estero del Pcd'I che può giustificare entro certi limiti una lettura «in codice» della famosa lettera scritta da Gramsci il 27 febbraio 1933 per la moglie Giulia: nei limiti in cui quella lettera testimonia di un giudizio critico non certo nei confronti dell'orizzonte politico comunista (come ha sostenuto implausibilmente Lo Piparo), ma più semplicemente dei suoi compagni di partito, giudicati inaffidabili e fors'anche non troppo interessati alla prospettiva di una sua liberazione. Del resto è la stessa Tania che, trasmettendo la lettera a Sraffa (affinché la inoltrasse al Centro estero), la definì «un capolavoro di lingua esopica», e scrivendone a Gramsci disse di aver compreso perfettamente che i riferimenti della lettera a Giulia «non si riferiscono punto a ella». E anche se è vero che a tutt'oggi nessuna delle decodifiche proposte può andare esente da critiche, non si può non riconoscere che nessuna interpretazione letterale di quella lettera appare ormai ulteriormente sostenibile.

Resta in ogni caso il fatto che, così come è inverosimile pensare a un Gramsci approdato al liberalismo (e magari pentitosi davanti a Mussolini e convertito al cattolicesimo in articulo mortis: anche codeste scempiaggini è toccato leggere sulle pagine sedicenti «culturali» di Repubblica e del Corriere della Sera), perfino illogico è supporre che Togliatti e Platone, nell'immediato dopoguerra, con Stalin al massimo della sua potenza, si dedicassero a un monumentale lavoro di sistemazione del lascito intellettuale di un... antistalinista! O ancora che nel 1937, alle soglie del Grande Terrore, Togliatti potesse permettersi di appellare quel medesimo antistalinista «capo della classe operaia italiana» senza tema di finire per ciò solo sotto un metro di terra.

Semmai, quella di Togliatti (senza il quale, nota a ragione Liguori, «il Gramsci che tutto il mondo conosce forse non sarebbe mai esistito») sembra la partita di un raffinato giocatore di scacchi. Che capisce a un certo punto che deve chinare il capo e rinunciare a quella «traduzione in lingua nazionale» che pure era necessaria affinché la rivoluzione in Occidente non restasse un flatus vocis, ma si preoccupa al contempo che la «via giusta» continui ad essere dissodata teoreticamente dal carcere dal «capo della classe operaia italiana», al quale garantisce supporto intellettuale e affettivo, con l'intento di tornare a percorrere quella stessa via quando i tempi fossero stati più propizi.

Letta in quest'ottica, la sua «famigerata» lettera a Dimitrov del 25 aprile 1941 (nella quale si legge che «i quaderni di Gramsci contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un'accurata elaborazione» perché in «alcune parti potrebbero essere non utili al partito»), lungi dal costituire la prova di una proditoria volontà censoria nei confronti dell'antico compagno, come invece sostenuto da Lo Piparo, potrebbe spiegare il lavoro di «smontaggio» che l'edizione tematica dei Quaderni perpetrò, ad esempio, sulle tesi gramsciane circa il fascismo: perché - come ha rimarcato ultimamente anche Luciano Canfora - di certo era estranea alla koiné cominternista l'idea gramsciana che le riforme di struttura attuate dal corporativismo fascista, a cominciare dall'accresciuto peso dello stato nella direzione e gestione dei processi economici, si muovessero oggettivamente (ossia in forma «passiva») nella stessa direzione della pianificazione sovietica.
Che questa per Gramsci fosse la «traduzione» corretta di Lenin non pare francamente dubbio: vi sono ampie evidenze testuali che egli concepisse l'egemonia in chiave totalitaria, seppure in un'accezione nutrita dalla fiducia che fosse possibile costruire una «società regolata» in cui la distinzione tra «società politica» e «società civile» venisse meno in grazia di un «consenso spontaneo» alle dinamiche ideologiche che la organizzano (ciò che invece il fascismo era costitutivamente incapace di fare).



Un revenant

D'altra parte, se è vero che l'accusa che è sempre stata rivolta da parte liberale all'assetto dei rapporti di produzione venuto fuori dalla «costituzione economica» degli anni '30 è la sua potenziale vocazione totalitaria (una vocazione che in Italia, ma non solo, avrebbe toccato il suo apice a metà degli anni '70, per poi dileguare nei decenni successivi sotto i colpi della restaurazione capitalistica e della «modernizzazione» post-sessantottina), possiamo forse comprendere le ragioni profonde di questa continua riapparizione degli «spettri di Gramsci». Se ha ragione Derrida a suggerire che non c'è fantasma né divenir-spettro dello spirito senza un «ritorno al corpo», senza cioè un'«incorporazione paradossale», potremmo infatti azzardare l'ipotesi che è solo il residuo del potere statuale tuttora «incorporato» nelle strutture pubbliche sopravvissute alla grande stagione privatizzatrice dell'ultimo trentennio a permettere la continua riapparizione degli spettri di Gramsci e con lui di Marx e Lenin, vanificando così il «lavoro del lutto» della borghesia finanziaria e degli intellettuali suoi lacchè.

Si dovrebbe aggiungere che quel potere è oggi come mai necessario per tornare a reprimere le pretese di dominio del capitale finanziario e che pensare di farne a meno in nome di fiabesche «autorganizzazioni dal basso» equivale nei fatti a rinunciare alla stessa possibilità di trasformazione della società e a ridurre la propria azione «rivoluzionaria» all'agitazione propagandistica circa l'imminenza di un fantomatico «crollo» del capitalismo. Ma al riguardo proprio Gramsci ha detto parole definitive, e l'originale suona sempre meglio della parafrasi.

(Da: Il Manifesto, 11 gennaio 2013)


Quella prima stiratrice in posa per Degas pittore di donne che non amava le donne




Leggere un quadro non è opera facile, ma se ci si riesce, allora è un intero mondo che ci si apre davanti. Melania Mazzucco ci narra del rapporto fra un pittore e le sue modelle e di come lo sguardo possa diventare luce.

Melania Mazzucco

Quella prima stiratrice in posa per Degas pittore di donne che non amava le donne

L’epoca conta, diceva. Se fosse vissuto nel ’600, avrebbe dipinto opulente Susanne al bagno; all’inizio dell’800, odalische, come il venerato Ingres: corpi sognati, senza rapporto con la vita, solo con l’arte stessa. Ma Degas era nato nel 1834 e quando pose fine al suo apprendistato i pittori uscivano dai musei e piantavano il cavalletto sotto il cielo. Cercavano la verità feriale. L’aspra realtà. E i naturalisti scrivevano tetre storie di operai, prostitute e lavandaie: l’arte non doveva più escludere i lavoratori. La modernità imponeva una nuova forma di bellezza, e talvolta esibiva la bruttezza, l’energia grezza della vita. Degas era un borghese ricco e di ottimi studi: «nato per disegnare», si era formato copiando e assimilando i capolavori del Rinascimento, perfezionando la fermezza della linea, il modellato, la figura; rivendicava la continuità della tradizione e in politica divenne prudente. Eppure si ritrovò, senza esitare, dalla parte dell’innovazione. La sua arte non tendeva all’eloquenza né alla poesia, disse Valéry: non cercava che la verità nello stile e lo stile nella verità.

In disparte, protetto dagli occhiali con le lenti blu, libero da scuole e gruppi (benché sodale con gli impressionisti), influenzò la pittura (europea e non solo) fino a ’900 inoltrato. Credeva solo alla disciplina, al rigore, al mestiere: lavorò anche quando la malattia agli occhi lo costrinse ad abbandonare i pennelli e i colori a olio per dedicarsi al pastello. Poiché «l’arte non si espande ma si riassume», la sua opera si concentra su pochi soggetti: corse di cavalli; ballerine (sul palco dell’Opéra, a lezione o esauste dietro le quinte, in un’infinità di scorci e variazioni); teatri, caffè, uffici, modiste; stiratrici e infine solo donne senza attributi o identità: nude con tinozza.

Le stiratrici occupano la sua fantasia per una quindicina d’anni. Nel 1874, a Edmond de Goncourt che visita il suo studio ingombro di Stiratrici (5 le esporrà nella II Mostra Impressionista del 1876), infligge la spiegazione sulla differenza fra il “colpo di ferro appoggiato” e quello “circolare”: lo affascina la dura vita di quelle donne. Degas le studia al lavoro: lo interessa la loro manualità e la materia luminosa delle biancherie. Ma col passare del tempo l’osservazione partecipe si muta in entomologico distacco: le stiratrici diventano plebee sbadiglianti, sfatte dalla fatica, condannate all’alcolismo.

La stiratrice di Monaco è la prima, e più grande, della serie. La raffigurazione è frontale: in seguito Degas sceglierà punti di vista più ricercati, col soggetto di tre quarti o di spalle. È una sinfonia in bianco, orchestrata su pochi altri colori: le sfumature del rosa e del bruno – quasi un dagherrotipo. La nota dominante allude anche al vapore che satura l’ambiente. Pennellate larghe e dense coprono la superficie della tela. La ragazza del popolo, giovanissima, paffuta, polposa, stira un lenzuolo: la stoffa, lucida, lascia intravedere un ricamo vegetale. Forse il lenzuolo di un corredo nuziale, ma non il suo: non potrebbe permetterselo.

Degas, nevrotico dromomane, esplorava volentieri i quartieri operai, curiosava in modesti appartamenti bui. Si documentava con scrupolo. Ma qui – come in altri suoi ritratti – l’ambiente resta sommario e indefinito: la biancheria, appesa sui fili ad asciugare, forma la parete di fondo che serve a far spiccare più netta la figura della stiratrice. Bocca rossa, capelli neri, pelle lunare, indossa una gonna scura e un corpetto bianco scollato. Gli occhi neri assonnati rivolti verso di noi. Ha l’espressione intimidita e però fiera di chi s’è scoperta degna di posare per un artista.

Degas, che a van Gogh sembrava un notaio e a Goncourt un ipocrita con lo sguardo obliquo da assassino, era brutale con le sue modelle: le rimproverava di mutare posizione senza permesso e spesso imprecava, insultava. Nella fase tarda, semi-cieco, aveva bisogno di toccarle, di averle sempre sotto mano. Qui, invece, si è sistemato davanti al tavolo da lavoro: alla giusta distanza. La ragazza si sforza di restare immobile. Ma non può. Così Degas non riesce a stabilire la posizione delle sue braccia e della mano destra sul ferro da stiro. E forse nemmeno vuole. È la dinamica del gesto che lo interessa. Lascia visibili sulla tela i pentimenti – l’ombra irreale del braccio nella postura scartata. E la mano sul ferro (sdoppiata) sembra in movimento, come se due fotogrammi fossero stati sovrapposti. La ragazza si muove, il pittore si muove: si guardano. La corrente di empatia che passa dall’uno all’altra diventa luce accecante.

Degas – che non si sposò mai, per mancanza di passione, e visse con la fedele governante Zoé Cloisier – non è ancora il cinico celibe attempato che disegna laide maîtresse nei bordelli, o donne nude mentre si lavano i piedi o escono dalla tinozza, di cui coglie la pienezza delle forme da angolazioni inedite, talvolta crudeli. La sua stiratrice dalle bianche braccia ha ancora la grazia della Lattaia di Vermeer.

Ma attenzione. L’arte è artificio, diceva Degas. Richiede malizia, furbizia e inganno, come un crimine. Perché una realtà sembri vera, bisogna che sia falsa. La sua non era affatto un’arte spontanea. Catturava il vero dal vivo durante la posa, ma poi lo costruiva con l’ausilio della memoria. La Stiratrice sembra un’istantanea, ma non lo è. È una scheggia di vita quotidiana ricreata con la freschezza del pennello – con l’analisi e l’immaginazione.

Degas ha dato all’anonima stiratrice parigina il volto di Emma Dobigny, dolce modella che dipinse altre volte, e che posava anche per Corot e Puvis de Chavannes. Forse il “ritocco” è una forma di esorcismo, di distanziazione. Dopo la catastrofica guerra franco-prussiana e i massacri della Comune, il pittore si attardò senza scopo apparente in Louisiana. Da lì, nel 1872 scrisse al suo amico Tissot di ritenere che «una stiratrice parigina dalle braccia nude» valga più di tutta la notevole bellezza di New Orleans. Fu la frase più gentile che questo distaccato pittore di femmine ebbe mai per una donna.

(La Repubblica del 19 maggio 2013)