TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 giugno 2013

Gli aforismi di Siva, dio del sonno e della danza, signore della notte



Siva è il dio del sonno e della danza, signore della notte, fonte di energia generatrice e distruttrice al tempo stesso, in questo simile al Dioniso della tradizione greca.

Giorgio Montefoschi

Il desiderio e l'ascesi principi del mondo secondo il dio Siva


Secondo quello che è l'insegnamento centrale del Tantrismo, scrive Raffaele Torella nella bella ed esaustiva prefazione agli Siva sutra, Gli aforismi di Siva (Adelphi) «il progresso spirituale non è più visto come un cammino di negazione e di rinuncia, ma come una coltivazione e intensificazione — fino al parossismo e alla trasgressione — di tutte le linee di energia che animano l'esistenza ordinaria e, in primo luogo, la persona individuale, anche nella sua fisicità e nelle sue pulsazioni».

Siva — racconta ancora Torella — è un dio che viene da lontano, ama i luoghi inaccessibili, e la notte. Egli è pura energia. Una energia talmente dirompente che, dilagando, può anche distruggere. Siva, infatti, è Creatore e Distruttore: insieme. Così come — in una unione degli opposti inestricabile — è asceta e animato da un inestinguibile desiderio sessuale, rappresentato dal lingam, il fallo eretto.

L'ascesi (tapas) di Siva, dalla quale mai vorrebbe essere distolto, può durare anche migliaia di anni, nella solitudine più completa. Parvati, la figlia dell'Himalaya, solo con grandi sforzi e tentazioni riesce a distoglierlo e a unirsi a lui in matrimonio. Allora, la potenza sessuale che il dio manifesta è tale che può travolgere l'universo, e far sì che l'universo sia solo kama, desiderio. Al punto che, con il suo terzo occhio, Siva (per tornare all'austera ascesi di cui sente la nostalgia) incenerisce il desiderio; oscurando in tal modo il mondo. Sarà Parvati, di nuovo — secondo una leggenda trasferita in una quantità di leggende che le assomigliano, e valgono per altri esseri mitologici e umani — a resuscitare la voglia di congiungersi.

L'adepto, colui che insegue Siva, vivendo in se stesso questa contrapposizione degli estremi — l'ascesi più pura, il desiderio più travolgente e violento — si trasformerà in Siva. Si identificherà in Siva. E lo adorerà: solo in quel momento. Ma come, l'adepto, può arrivare a questa identificazione? Gli Agama, le scritture divine, dicono: con il rito, la conoscenza, lo yoga e la condotta. Rito e conoscenza, vale a dire: fare e pensare, si rispecchiano, e continuamente si rincorrono. Una parte non può fare a meno dell'altra. Tuttavia — e questa è davvero la sublimità dell'induismo, mai capita quanto sarebbe necessario dalla mentalità occidentale — l'agire, il fare, è più importante del pensare. Esistono dei livelli dell'essere ai quali nessun tipo di pensiero, anche il più spericolato, ha accesso. A quei livelli, a quella sostanza, si accede solamente attraverso la prassi. E la prassi è il rito.

Si narra che Gli aforismi di Siva furono trovati incisi in una roccia del Kashmir (che ancora viene mostrata al visitatore) da un asceta di nome Vasugupta, vissuto fra la fine dell'VIII e il principio del IX secolo dopo Cristo. Negli Aforismi — che risulterebbero impenetrabili senza il commento di Ksemaraja, un altro saggio asceta vissuto un paio di secoli più tardi in quella stessa regione fiorente di scuole e templi in cui convenivano yogi da tutta l'India — è indicato qual è il tracciato necessario a identificarsi con la Realtà Suprema, e cioè Siva.

Dunque. La Realtà Suprema non è altro che coscienza. Però, non una coscienza ferma. È una coscienza (spanda) che ha in se stessa una inesauribile vibrazione. Questa vibrazione si propaga al mondo: all'apparire. Che è illusione, sogno, dal momento che non esiste altro che come coscienza. Con un procedimento che ricorda molto quello che spiegano i testi cabbalisti, Siva, il Dio, si contrae, si macchia, e in quel modo conosce se stesso riflettendosi nell'universo. L'adepto che vuole diventare Siva, e percorre l'itinerario che consiste nel rito, nella conoscenza, nello yoga e nella condotta, sentirà a un tratto dischiudere se stesso. Sentirà che i suoi limiti bruciano e si annullano come il fuoco. E lui, liberandosi dalla dolorosa trasmigrazione, diventa coscienza pura.

La letteratura religiosa dell'India antica è principalmente una letteratura «di commento». Anche la parola, dicono i saggi indiani con grandissima parte di verità, è un limite. È uno dei limiti che meglio descrivono la nostra prigione. Va detto, però, che lo sforzo estremo compiuto dagli esegeti per penetrare nell'ineffabile, ed esplicarlo in qualche modo, può raggiungere vette di bellezza e di intensità straordinarie. Come nei commenti di Ksemaraja. Valga, per tutti, il commento al sutra numero dodici, che recita: «Gli stati dello yoga sono stupore».

Questo, il commento di Ksemaraja: «Come uno che vede una cosa fuori dell'ordinario prova un senso di stupore, così il sentimento dello stupore, nel godere intensamente del contatto con le varie manifestazioni della realtà conoscibile, continuamente si produce in questo grande yogi con tutta intera la ruota dei sensi, sempre più dispiegata, immota, pienamente dischiusa, in forza della penetrazione nella sua più intima natura, unità compatta di coscienza e meraviglia sempre nuova, estrema e straordinaria. È uno sgorgare continuo di sbalordimento, sempre più intenso in quanto mai è saziato...».

Lo stesso sbalordimento che il viaggiatore prova nel piccolo museo di Tanjavur (Tamil Nadu), di fronte ai meravigliosi bronzi estatici del Dio creatore, distruttore, danzatore, mendicante, di epoca medievale.

(Da: Il Corriere della Sera del 29 giugno 2013)




Vasugupta
Gli aforismi di Śiva
Adelphi, 2013,
17,00

sabato 29 giugno 2013

Dove andare: Un week end in Maremma. Capalbio



E' Estate (almeno per il calendario), tempo di vacanze. Incominciamo a suggerire qualche idea.

Raffaello Masci

Capalbio, presentato il Museo archeologico e paesaggistico della Valle d’Oro


Quando il «Parco archeologico e paesaggistico della Valle d’Oro» - presentato ieri mattina nella sala del Frantoio a Capalbio - vedrà la luce, sarà l’ennesima gemma nel patrimonio storico e naturalistico della Toscana. Siamo in Maremma, e la Valle d’Oro è un triangolo di quasi tremila ettari a Est di Orbetello, tra questo comune e quello di Capalbio.

Oggi la Valle si offre alla vista con le caratteristiche proprie del paesaggio toscano: lievi ondulazioni del terreno, distese erbose screziate di fiori, radi casali d’epoca, e boschi di lecci, di larici, di cerri, di ornelli, più la macchia arbustiva mediterranea. Da questo territorio ameno spuntano casali antichi, ruderi romani, manufatti medievali, tracce di luoghi di culto: una stratificazione architettonica che racconta la storia di questa valle dal VI secolo avanti Cristo fino ai tempi della bonifica della Maremma al tempo degli Asburgo di Toscana. Ed è su questo connubio di natura e cultura che si innesta l’idea di Parco Museo: un libro aperto al visitatore che può leggerlo sia come itinerario storico che come percorso naturalistico.

Assiduamente studiata dagli archeologi fin dagli Anni Venti, la Valle conserva delle tombe etrusche afferenti alla città di Vulci nel cui territorio ricadeva. Dopo la conquista romana del 280 a. C.. e la costituzione della colonia di Cosa, sono sorte nel luogo una serie di ville rustiche le cui vestigia affiorano oggi dal terreno: la Villa Settefinestre doveva essere un’azienda ricca con un abitato nobiliare sontuoso e una produzione vinicola intensiva al punto che il prodotto veniva esportato verso le Gallie.

Quando nella tarda antichità le attività agricole svanirono l’area cominciò a impaludarsi e ad essere abitati furono solo i punti più alti, come il castello di Tricosto, o l’asceterio di Romitorio Rovinato che ospitava una comunità monastica.

Tutte queste fasi hanno lasciato tracce sia di manufatti che di stratificazione naturalistica, che rendono la Valle un museo a cielo aperto già ora. Su questa realtà si è impegnata negli ultimi 13 anni l’Associazione Marremmamare con l’ambizione di fare della Valle un museo archeologico e paesaggistico. Il sogno sta per realizzarsi e il progetto è da ieri materia di una mostra (aperta presso il Frantoio di Capalbio fino al 14 luglio) nella quale vengono illustrati il sito, le sue antichità, i suoi pregi naturalistici, il museo venturo e la valorizzazione del tutto questo anche in termini economici.

(Da: La Stampa del 29 giugno 2013)



Le montagne della patria. Per una storia culturale della montagna


Un libro di straordinario fascino, appena edito da Einaudi, ricostruisce nascita e diffusione dell'ideologia della "montagna" come simbolo patriottico prima sabaudo, poi imperiale e fascista. Ma la montagna - questa la conclusione del libro - resta il regno degli uomini liberi, irriducibile ad ogni tentativo di strumentalizzazione. E la Val Susa di oggi ne è un valido esempio.

Le montagne della Patria: per una storia culturale della montagna

Nonostante la montagna in Italia goda di una centralità geografica (con il 35 per cento del territorio, a cui si somma il 42 della collina), essa è rimasta marginale nella storia e nella memoria del Paese. Eppure, a partire dall'unificazione del 1861, i regimi statali hanno nazionalizzato le montagne «ridefinendo i confini tra selvatico e addomesticato, razionale e irrazionale, bello e brutto» e ne hanno fatto non solo una risorsa, ma anche un simbolo delle conquiste del nostro Paese. Dai campi di battaglia della Prima guerra mondiale alla contraddittoria politica di rimboschimento del regime fascista, compressa tra repressione e celebrazione dei montanari; dalle proteste dei No tav in Val di Susa alla modernizzazione idroelettrica che, cinquant'anni fa, portò alla «strage annunciata» del Vajont: il libro di Marco Armiero ci restituisce - con la prosa di un romanzo - una storia di appropriazione e resistenza, di modernizzazione e marginalità, troppo spesso cancellata dalle narrazioni ufficiali. «Se il mio libro fosse riuscito almeno un po' a contribuire a questa memoria resistente, allora sarebbe per me un buon risultato».

Questo libro esplora le relazioni tra l'identità italiana e le montagne. Dall'unificazione del 1861 i diversi regimi statali hanno trasformato le montagne in simboli nazionali e in una risorsa da sfruttare. La nazionalizzazione delle montagne italiane è una storia di conquiste militari e di resistenza, di trasformazione sociale ed ecologica, di risorse espropriate e di imposizioni simboliche. Le montagne raccontate in questo libro sono state modellate dalle parole e dalle bombe, dalle retoriche della modernizzazione e dalle tonnellate di calcestruzzo che hanno dato corpo a quelle retoriche sotto forma di dighe, strade e ferrovie.

La Prima guerra mondiale ha trasformato in modo permanente i paesaggi montuosi e le popolazioni, nazionalizzando entrambi. Quando il fascismo giunse al potere, il processo di politicizzazione delle montagne raggiunse il suo culmine. Il regime sfruttò le montagne sia retoricamente sia materialmente, da un lato celebrando il ruralismo e le popolazioni contadine, dall'altro offrendo le risorse montane alle grandi società idroelettriche. Il libro si conclude con due storie esemplari relative alle montagne e al loro posto nella recente storia italiana: la Resistenza, che trovò nelle montagne il proprio rifugio d'elezione, e il disastro del Vajont (1963), che uccise duemila persone e rappresentò il tragico epilogo della modernizzazione idroelettrica delle Alpi.



Nazionalizzazione della montagna e distruzione della memoria


Marco Armiero intervistato da Wu Ming

Wu Ming 2: Nell’introduzione al libro scrivi che «nazionalizzare le montagne implicò imporre significati, sfruttare risorse, rafforzare l’autorità statale, ridefinire i confini tra selvatico e addomesticato, razionale e irrazionale, bello e brutto; significò anche trasformare i montanari in cittadini, e a volte i cittadini in montanari, per tirar fuori gli italiani dal suolo e dalle rocce». Si potrebbe riassumere affermando che uno stato, oltre a inventarsi una tradizione, s’inventa pure il paesaggio. Ma così dicendo si riducono le caratteristiche naturali dell’ambiente a un sostrato passivo, sul quale si depositano i valori e le retoriche nazionali. Tu, invece, sostieni l’esistenza di un doppio processo: il territorio trasforma i suoi abitanti in cittadini ed essi a loro volta lo trasformano in paesaggio nazionale. Mi pare un punto molto delicato, perché dire questo significa dire che le nazioni non sono soltanto «un plebiscito quotidiano» e un prodotto della storia, ma anche il prodotto di un certo ambiente, di uno specifico territorio.

Marco Armiero: Mettere insieme natura e nazione è una alchimia pericolosa. David Blackburn nel suo libro The Conquest of Nature – sul rapporto tra ambiente e nazione in Germania – non a caso scriveva che nessuno storico tedesco si è sentito a suo agio a parlare di queste cose per lungo tempo. Il determinismo della scuola geografica tedesca (Ratzel) e la narrativa nazista su suolo e sangue hanno occupato militarmente questi temi, rendendoli inservibili agli storici, almeno per un bel po’. Tuttavia, io credo che proprio il fatto di maneggiare una miscela esplosiva testimonia della rilevanza della questione. Come storico ambientale mi muovo sempre sulla lama del rasoio tra rivendicare ciò che nella storiografia USA chiamano «nature’s agency», cioè il ruolo attivo della natura, e il rifiuto del determinismo, delle spiegazioni monocausali, della naturalizzazione del sociale. La scommessa del libro è riuscire a stare su quella lama, consapevole dei rischi che si corrono. Gli/Le storici hanno considerato ogni aspetto nella costruzione dell’identità nazionale – letteratura, arte, politica, cibo, religione, genere e mille altre cose – ma hanno finto che tutto questo avvenisse in un vuoto, in uno spazio senza nessun connotato. Non credo che la questione sia ritornare alla antropogeografia, magari con qualche raffinatezza bio-genetica legata alle nuove tecnologie della ricerca; con il mio libro non voglio certo riproporre l’idea dei confini naturali, del clima che determina le storie delle nazioni, o altra roba del genere. Al contrario, più che naturalizzare la nazione, mi interessa capire come nazione e natura siano state in una relazione dialettica. I processi di costruzione dell’identità nazionale hanno largamente usato la natura; la natura è entrata nelle narrative e nelle retoriche nazionali, oltre che nelle politiche di gestione e sfruttamento delle risorse. Con il mio libro ho voluto provare a guardare dentro questi processi, nello spazio della relazione, senza per questo proporre una visione deterministica o naturalistica della storia nazionale.



WM2: Parlare di montagne e nazione, significa porsi il problema di come una cultura affronta il concetto di selvatico & selvaggio. Le montagne, infatti, sono sempre vissute come un luogo «da addomesticare», anche se spesso è proprio addomesticandole che le si rende più selvagge (vedi il taglio del bosco che produce frane, il dissesto idrogeologico, l’elettrificazione delle valli alpine). Negli Stati Uniti l’idea di wild, wildness e wilderness ha avuto un ruolo chiave nella nascita della nazione. Qui da noi si può dire lo stesso?

M.A.: No, non si può. Il ruolo della wilderness, della natura selvaggia nella storia degli Stati Uniti è abbastanza unico. L’idea che la nazione USA – o, per dirla con il loro linguaggio, americana – sia nata dall’incontro tra pionieri e «Frontiera» era il principio fondante della tesi di Frederick Jackson Turner, lo storico USA padre della Western History. Non è un caso che gli USA siano anche la nazione che ha inventato i parchi nazionali; a differenza della vecchia Europa, dove chiese, palazzi nobiliari o comunque manufatti, custodiscono l’identità della nazione, negli Stati Uniti è la natura che diventa monumento nazionale, simbolo della novità di quella storia. Poi con Mount Rushmore la storia della nazione, quella ufficiale, ovviamente, viene letteralmente iscritta nella natura, con i volti di quattro presidenti scolpiti sul fianco della montagna.

La storia ambientale USA ha lavorato molto sul concetto di wilderness e sulla sua invenzione; lo storico William Cronon è stato il primo a parlare della wilderness come una costruzione culturale, scatenando, per la verità, una ondata di critiche feroci alla sua tesi da parte degli ambientalisti. «Se la wilderness è una invenzione culturale, allora non c’è motivo di preservare nulla» – questa era la tesi di chi si scagliava contro Cronon e quello che veniva definito, in maniera un po’  dispregiativa, l’attacco post-modernista alla natura. Non voglio entrare troppo nel merito del dibattito USA sulla wilderness; mi interessa però sottolineare che l’idea tradizionale di wilderness era sostanzialmente razzista e eurocentrica, escludeva l’agenzia dei Nativo-Americani nella creazione della natura, ovvero, i nativi erano considerati o parte della natura o semplicemente sparivano dalla scena. Questo è quello che è storicamente avvenuto con la creazione dei parchi nazionali, che hanno sistematicamente espulso i nativi, ma più in generale, i subalterni, e trasformato pratiche di uso e accesso alle risorse in crimini.

In Italia, e in genere in Europa, l’idea di natura selvaggia era molto meno presente. Un paese di antico popolamento e sovraffollato, con una stratificazione di culture e civilizzazioni, non lasciava grande spazio alla natura selvaggia. Da questo punto di vista, le montagne costituirono a lungo l’ultimo lembo di wilderness in un continente come quello europeo. E comunque l’idea di una natura selvatica non ha sempre avuto un valore positivo; da questo punto di vista, comunque la si voglia pensare, la wilderness è  una invenzione culturale, almeno sul piano dei significati che ad essa si vogliono attribuire. In Italia, storicamente, è sempre stato il paesaggio ad incarnare l’ideale di bellezza della penisola. Non mi voglio imbarcare in una discussione su cosa sia il paesaggio e le sue relazioni con altri concetti come quello di natura e ambiente; certo a me pare che il concetto di paesaggio sia il più antropico, incorporando in esso una più alta percentuale di lavoro umano. Dentro il paesaggio si mescolano culture, saperi, ma anche relazioni di potere e rapporti di produzione: non possiamo, forse, distinguere il paesaggio del latifondo, quello della mezzadria, quello delle Regole alpine e via distinguendo?



WM2: In Italia – come del resto in tanti altri paesi – le montagne sono sempre state rifugio di ribelli ed eretici e dunque luoghi di guerriglia. Da Fra Dolcino ai giurisdavidici del Monte Amiata alle brigate partigiane durante la Resistenza. A differenza di altre, però, la nazione italiana si è formata combattendo una guerra durissima proprio contro un particolare genere di ribelli montanari: i briganti del Mezzogiorno. In che modo questo «evento critico» ha disegnato, secondo te, il paesaggio di quella fetta di territorio, l’Appennino meridionale, che ancora oggi viene considerato una specie di far west?

M.A: Nel libro parlo di montagne ribelli proprio per questo; c’è stata una sedimentazione di storie di resistenza sulle montagne italiane. Storie che si intrecciano e si rincorrono, con continui rimandi. Perché i paesaggi sono sempre fatti di ciò che si vede ma anche di ciò che si racconta. Mi hanno colpito ad esempio i continui rimandi alla vicenda di Dolcino e poi alla guerra partigiana nella Val di Susa in lotta; come avete scritto voi, le storie possono essere asce di guerra da dissotterrare. Un altro esempio di queste strane connessioni, di queste storie resistenti che si incarnano dentro paesaggi e comunità mi porta invece alle lotte per la giustizia ambientale nella Campania ostaggio dello «stato di emergenza permanente»; in molte manifestazioni a cui ho partecipato da ricercatore attivista si cantava la canzone dei briganti meridionali (più o meno reinventata). Scesi in strada a difendere le loro terre, gli/le attiviste campani/e hanno attinto all’armamentario del loro passato resistente.

Non è certo facile parlare di brigantaggio meridionale, soprattutto oggi. Infatti, dopo una stagione storiografica che a partire dalla tradizione gramsciana aveva letto quella esperienza come frutto di una «mancata rivoluzione sociale», negli ultimi anni il brigantaggio è stato occupato «militarmente» da schiere di studiosi neo-borbonici, spesso pubblicati per case editrici di destra. Nel mio libro parlo della guerra contro il brigantaggio come uno dei momenti in cui la  montagna si è rivelata alla nazione; combattendo sugli Appennini meridionali contro le bande di Carmine Crocco, Nico Nanco e gli altri mille briganti, i soldati e con loro l’intera nazione incontrarono la loro «frontiera», il Wild South Show. Le cronache dell’epoca sono piene di rimandi agli «altri» estremi, dai Nativi Americani all’Africa. I briganti sono cannibali, incivili, primitivi; si mimetizzano nella foresta come animali; anzi sono il frutto della vita in montagna che li ha resi selvaggi. Insomma, non si trattava solo di una considerazione strategica – la montagna e le sue foreste come rifugio ideale per la guerriglia; la narrativa sul brigantaggio naturalizzava l’avversario, lo faceva diventare parte del paesaggio e ne faceva discendere vizi e ferocia dall’ambiente circostante.

Domare la montagna, nazionalizzarla, sconfiggere la foresta – amica del brigante – erano gli obiettivi dell’esercito italiano; e fu una guerra sanguinosa e sporca, dove il confine tra belligeranti e popolazione civile era molto esile e poroso; una guerra combattuta con fucili e cannoni, ma anche con strumenti retorici e narrazioni che costruirono una visione binaria tra civiltà e barbarie, criminali e soldati, moderno e primitivo. Tuttavia, per il carattere speciale della guerra al brigantaggio, guerra sporca, rimossa per lungo tempo dalla memoria collettiva,quell’evento è anche un grande esempio di memorie contese, conflittuali, che si contendono gli spazi e le narrazioni.

Mentre nella memoria comune dei contadini meridionali il brigantaggio è stato una presenza importante, che ha segnato le loro narrazioni e la loro costruzione dei luoghi (toponimi, segni, simboli ecc.), almeno fino al fascismo, come testimonia Carlo Levi, nella storia ufficiale, e di conseguenza nella geografia nazionale, il brigantaggio è stato essenzialmente rimosso. Nessuno aveva voglia di ricordare una sanguinosa guerra civile combattuta senza risparmiare crudeltà. Oggi, nella mercificazione globale di spazi e storie, anche il brigantaggio sta vivendo un suo revival; il marketing territoriale non fa ostaggi e una recente ondata di eventi, feste, commemorazioni hanno invaso i paesi dell’Appennino. Quanto tutto questo contribuisca a riappropriarsi di un racconto contro-egemonico della propria storia e dei propri luoghi, o, al contrario, sia solo l’ennesimo processo di nazionalizzazione e mercificazione in grado di macinare tutto, anche la guerra cafona del Sud, è una questione che meriterebbe una riflessione più attenta e, soprattutto, diversificata.



WM2: All’opposto dell’Appennino meridionale, stanno invece le Alpi, i sacri confini della Patria, marginali eppure centrali per la sua difesa e la sua storia, luogo di eroiche battaglie e di mille monumenti, cippi, memoriali. Le Alpi hanno modellato la Grande Guerra e i suoi soldati, e allo stesso tempo i soldati e la guerra hanno modellato le Alpi. Soprattutto, quella guerra ha cambiato la percezione sociale del montanaro: da individuo burbero, che nell’adattarsi all’ambiente selvatico si disadatta a quello civile, a eroe combattente, alpino, uomo nuovo che sa dominare un ambiente ostile. Una retorica che troverà il suo uso politico durante il fascismo.

M.A.: Si, è proprio così. Se l’Appennino sembra il luogo della ribellione e dei ribelli, le Alpi hanno invece incarnato lo spazio della nazione in armi e del soldato. Pochi ricordano che la Grande Guerra in Italia è stata soprattutto guerra di montagna, combattuta sulle Alpi. Il rapporto tra guerra e natura mi ha sempre molto affascinato. Sarà che quando mi chiedono cosa è la storia ambientale, tutti si aspettano che sia qualcosa che abbia a che fare con quello che si ritiene essere «natura». Insomma, che uno storico ambientale si occupi di parchi nazionali, di inquinamento e di caccia va bene, ma se si occupa di guerre mondiali, nation-state building e fascismo, allora c’è qualcosa che non va. L’idea di fondo è che la storia, quella vera, importante, è un’altra; al massimo alla storia ambientale si può dedicare una di quelle finestre che si vedono sui libri di testo e che nessuno legge. Una roba marginale e, soprattutto, separata. Invece, io credo che la natura sia mischiata a tutte queste cose; non si tratta di cercare una specie di fondale immobile sul quale si svolgono le storie ufficiali, quelle importanti; la natura del mio libro non è né solo una costruzione culturale né solo ecologia. È un ibrido. L’esempio della Grande Guerra, secondo me, funziona molto bene per illustrare questo approccio.

Nel libro provo a raccontare come uno spazio geografico diventi uno spazio narrativo e storico al tempo stesso; la guerra nazionalizza le Alpi, le politicizza, trasforma i montanari in alpini, rompendo la tradizione romantica della montagna ribelle. Al contrario, in questa nuova narrativa la montagna insegna l’obbedienza, la gerarchia e la rassegnazione. Tuttavia, la guerra non trasforma solo l’immaginario delle Alpi, ma anche le montagne in carne e roccia; nel libro racconto delle mine che sfigurano pareti e picchi alpini, della foreste distrutte dalle bombe e poi dagli insetti che si inseriscono nell'ecologia post bellica e ne traggono vantaggio, delle teleferiche, mulattiere, e altre infrastrutture che arrivate lì con la guerra, ci rimangono per sempre; e poi cosa sono il rosario di sacrari alpini e monumenti ai caduti che vanno a ridisegnare il paesaggio alpino, iscrivendo per sempre la memoria della guerra dentro quel territorio?



WM2: A proposito di fascismo: nel libro tu illustri molto bene la retorica del Regime intorno alle montagne. Una retorica ambivalente, perché da una parte il montanaro è visto come alternativa virtuosa al cittadino pigro e poco prolifico, dall’altra però è anche colui che con la sua ignoranza (e le sue capre) rischia di mandare in rovina le montagne stesse. L’alpinismo diventa palestra di ardimento e doti guerriere, ma questo non ha nulla di intrinsecamente fascista: anche diverse associazioni di lavoratori videro nella montagna un luogo dove forgiare i muscoli e il carattere. D’altra parte, i monti vengono anche inquadrati in un’ottica da Strapaese, – come luoghi di pace, armonia, vita sana – non molto diversamente da quel che si sente dire oggi, a mezza via tra Decrescita e Slow Food. Come sempre il fascismo pescò elementi retorici di varia derivazione per ottenerne un mix peculiare. Cosa c’era, secondo te, di esplicitamente fascista, nella retorica fascista sulle montagne e i montanari?

M.A.: Come dici tu stesso, il fascismo ha una grande capacità digestiva, metabolica: assorbe molto dell’Italia prefascista e la rielabora. Questo avviene anche sul fronte delle culture e delle politiche ambientali e, più specificamente per quel che attiene alle montagne. Ad esempio, il culto dei caduti della Grande Guerra non è certo una istituzione fascista, ma il fascismo se ne appropria in maniera profonda; la festa degli alberi, invenzione americana importata in Italia già in epoca liberale, diviene una festa fascista, con Arnaldo Mussolini prima grande cerimoniere e poi, dopo morto, celebrato come nume tutelare delle «foreste italiche»; e, infine, la madre di tutte le narrative fasciste sulla natura, l’idea della Bonifica integrale, non è certo una idea nuova nella penisola, anche se il regime riesce a trasformarla in qualcosa di suo, esclusivo, con la bonifica delle Paludi Pontine che diventa l’emblema della nuova redenzione della terra. In tutte queste esperienze di fagocitazione, digestione e metabolizzazione mi sembra che ci sia un tratto comune: l’imposizione di un unico modello, di un’unica prassi, di un’unica narrativa, come nel caso dei sacrari di guerra, che vanno regolamentati e uniformati secondo regole fissate dal centro, ma anche come avviene con la festa degli alberi, che diviene una celebrazione del regime e dell’impero (piantare i boschi dell’impero sarà uno degli slogan di queste cerimonie).

Lo stesso avviene con le scelte in materia forestale, con la militarizzazione del Corpo Forestale e del suo carattere repressivo, e ancora una volta con l’imposizione di norme uniformi e identiche a tutte le latitudini, come quelle sulle capre, a prescindere dalle differenze ambientali o culturali. Tuttavia, uniformare e regolamentare non sono neppure queste caratteristiche proprie solo del regime fascista; come spiega bene James Scott, scienziato politico esperto di resistenze contadine, queste sono le caratteristiche tipiche di ogni progetto modernista di costruzione statale, che mira, appunto, a semplificare, a trasformare la complessità in qualcosa di facilmente leggibile.

Credo che con il fascismo quello che avviene sia da una parte la possibilità concreta di realizzare questo progetto di semplificazione e uniformazione grazie al forte indebolimento del corpo sociale sottoposto ad un cospicuo trattamento autoritario/repressivo (quello che non era stato possibile realizzare nei regimi liberali diventa possibile nell’Italia compressa tra olio di ricino e moschetto). In più aggiungerei che il fascismo mischia insieme il discorso sulla natura e quello sulla razza; e lo fa, ovviamente, quando impone l’arianizzazione del Club Alpino, ad esempio, espellendo i soci ebrei dall’associazione, ma lo fa anche quando indica i montanari come i custodi della vera razza italica, perché immuni da ibridazioni, oppure quando propone il rurale italiano come modello o l’alpinismo come palestra dello spirito.

Hai ragione, anche associazioni operaie e socialiste avevano proposto l’alpinismo come attività ricreativa contro l’ozio e le osterie, ma con il fascismo si inizia a parlare dell’animo; gente come Julius Evola parla dell’andare in montagna come strumento per plasmare il nuovo italiano, nel corpo e nello spirito. Nel libro ho provato a ricostruire queste retoriche e a metterle in relazione con le pratiche e le politiche: esce fuori una immagine fortemente contraddittoria di un regime che mentre celebra il montanaro, lo chiude nel «ghetto montano», proibisce l’emigrazione, dalle sue terre e i suoi pascoli alle compagnie idroelettriche, gli toglie le capre e lo spedisce al fronte o a morire nella bonifica.



WM2: Con la Resistenza, le montagne diventano un sinonimo di «scelta». «Sono andato in montagna», nel racconto dei partigiani, non ha tanto una connotazione geografica, significa piuttosto «ho imbracciato il fucile, mi sono ribellato». Tu sostieni, alla fine del libro, che le montagne sono sparite dalla storia nazionale recente e sempre più vengono dimenticate nella commemorazione del passato. Pensi che ci sia un legame tra questo loro dissolversi e il ruolo marginale che la Resistenza, con la sua epica montanara, occupa ormai nella memoria nazionale?

M.A.: Forse ho sbagliato a parlare di una sparizione della montagna dall’Italia contemporanea. In realtà la montagna si è prima dissolta nel dopoguerra e negli anni del «miracolo» con l’ultima grande ondata migratoria che ha definitivamente svuotato il ghetto montano, trasformando la dorsale appenninica in una miriade di villaggi fantasma; ma poi anche la montagna è stata inglobata nella mercificazione globale di memorie, territori e risorse. Le settimane bianche, le seconde case nei condomini accessibili al ceto medio, piste per tutti e una monocultura turistica che tiene aperte le montagne giusto per le ferie, come un grande parco a tema. Insomma gli/le italiani/e hanno creduto, forse, di conoscere la montagna di più negli ultimi anni, perché ancora una volta la hanno presa, addomesticata, senza conoscerla.

Non è un caso che questa conquista della montagna è andata di pari passo con due fenomeni: da una parte la dissoluzione materiale, direi geologica, della montagna italiana, sottoposta ad un estensivo dissesto idrogeologico (effetto della congiunta conquista della montagna e della definitiva fine della agenzia di controllo e manutenzione delle comunità locali), dall’altra la rimozione della memoria della montagna ribelle – e più in generale di ogni memoria resistente – che male si sposava con la banalizzazione delle sagre paesane e della folclorizzazione museale della «civiltà contadina».

Certo fa impressione che la storia del Vajont, «genocidio dei poveri» come lo ha definito l’avvocato di parte civile Sandro Canestrini, sia rimasta praticamente assente dalla nostra memoria collettiva, almeno fino allo spettacolo teatrale di Marco Paolini. Un autore/attore di teatro e non uno storico hanno restituito quella storia alla memoria collettiva. E comunque, ancora oggi, una donna come Tina Merlin non è parte integrante del panteon delle culture ambientaliste italiane, a segnare con drammaticità l’assenza in Italia di una forte tradizione di giustizia ambientale, in grado di coniugare lotte sociali e lotte ecologiche. Perché la storia del Vajont non è solo storia dello strapotere di una grande impresa idroelettrica e dei crimini commessi in nome del profitto e della modernizzazione; è anche una storia di saperi e pratiche resistenti.

Eppure la memoria resiste. Resiste in Val di Susa dove chi si oppone alla TAV non a caso riscopre/reinventa la storia di una valle resistente, collegandosi a memorie iscritte nel paesaggio e nella capacità di leggerlo e attraversarlo. Penso qui a quando i comitati locali sono riusciti ad aggirare la militarizzazione della valle percorrendo i sentieri dei partigiani ma pure alle iniziative che esplicitamente mirano a ricongiungere la resistenza presente e quella passata, come il Valsusa Filmfest dedicato ai partigiani oppure l’archivio delle resistenza promosso dal comitato Spinta dal Bass. Che la memoria è uno strumento potente lo sa bene chi in questi anni a lavorato per distruggerla, per equiparare i repubblichini ai partigiani, per normalizzare i libri di testo di storia nelle scuole, per annullare anche solo l’esistenza di passati alternativi in modo da celebrare la fine della storia.

Per uccidere la speranza di futuri diversi hanno provato a cancellare anche i passati alternativi. Come dice Naomi Klein in apertura del documentario ispirato al suo Shock Doctrine: «Uno shock non è solo quando ci accade qualcosa di brutto, ma anche quando perdiamo le nostre storie, la nostra narrativa, quando siamo disorientati. Quello che ci dà orientamento e ci fa stare lontani da uno stato di shock è la nostra storia». Se il mio libro fosse riuscito almeno un po’ a contribuire a questa memoria resistente, allora sarebbe per me un buon risultato.


(Da: http://www.einaudi.it/)

Marco Armiero
Le montagne della patria
Einaudi, 2013
28 euro




















venerdì 28 giugno 2013

Compagni di merende



In qualunque circolo un minimo serio (dalla bocciofila al golf club) un socio ultrasettantenne condannato in sede penale per aver fatto sesso a pagamento con una ragazzina sarebbe fonte di imbarazzo. Non accade così per i palazzi della politica. Anche questa è l'Italia di Re Giorgio.

Paolo Ojetti

Napolitano incontra B. ma è tutto sulla fiducia


Nessuno saprà mai – e se anche qualcuno lo sapesse, verrebbe smentito a raffica – se l’ordine è partito dal Quirinale. Oppure (meno probabile) da Palazzo Grazioli. Oppure se c’è stata una indipendente congiura mediatica di giornalisti televisivi esperti in censura chirurgica. Fatto sta che dell’incontro fra il condannato Silvio Berlusconi e il rieletto Napolitano non esiste nemmeno un’immagine, nemmeno un fotogramma, nemmeno una mini sequenza, nemmeno un’istantanea. Nulla sulle televisioni, pubbliche-private-locali, nulla su Youtube. È tutto sulla fiducia. Solo il servizio di Gaia Tortora su La7 ha fatto uno scoop: ha inquadrato la nuova Audi del Cavaliere (vetri neri, forse vuota), che entrava al Quirinale, seguita dal solito furgone blindato, con a bordo una brigata di guardaspalle e fucilieri. Il Tg5 non aveva nemmeno quella e ha riproposto l’Audi vecchia, circondata da passanti e poliziotti con il cappottone, tripla sciarpa e bonnet di lana siberiana, dunque una salita al Colle del-l’inverno scorso. Poi ha aggravato la truffa riciclando uno struscio fra Napolitano e Berlusconi del 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Stessa vecchia Audi per il Tg1, con Simona Sala tutta in tiro: “L’incontro è servito a spazzare le nubi dopo la sentenza di Milano”.

SPAZZARE LE NUBI: ecco, al Colle si rappresentava Mary Poppins nel ballo degli spazzacamini. In compenso, si sono sprecate le riprese delle strette di mano fra Napolitano e Letta, Napolitano e Alfano, Napolitano e Cancellieri, Napolitano e Giovannini, Napolitano e Moavero, Napolitano e Saccomanni, Napolitano e un corazziere impalato. Certo, sarebbe stato imbarazzante immortalare una vigorosa stretta fra la mano di Napolitano e quella del pregiudicato Berlusconi, ancora sudaticcia dopo “la sentenza di Milano” su concussione per costrizione e prostituzione minorile, un reato che per tutti – cavalieri soprattutto – viene ritenuto davvero infamante. Anche se – il Tg2 in particolare ha enfatizzato – la parola d’ordine del giorno puntava a trasformare il Cavaliere in un personaggio eroico: “Ha avuto il coraggio di tenere distinta la sua vicenda giudiziaria dalla sorte del governo”. Di questo passo, la fragile opinione pubblica sarà stata convinta (sempre che la Santanchè smetta con gli “stili di vita”) che esistono due Berlusconi: quello buono, il politico e l’altro, il torbido utilizzatore finale di minorenni. Poiché è certo che i due non si frequentano e nemmeno si conoscono.

(Da: Il Fatto del 28 giugno 2013)




Salviamo i Quaderni della Fondazione Guevara


Riprendiamo la manchette apparsa su Il Manifesto di ieri. 

Da 14 anni la Fondazione Guevara, animata da Roberto Massari svolge un'attività insostituibile di documentazione e ricerca sulla figura e l'opera del Che.
E questo nonostante il disinteresse della sinistra e il silenzio ostinato della stampa.
Nonostante ciò, la Fondazione ha continuato il suo lavoro attraverso l'organizzazione dei Convegni  annuali e la pubblicazione dei Quaderni.
Ora, proprio in un momento in cui la crisi globale renderebbe necessaria una crescita della riflessione critica questo percorso rischia di interrompersi.

Evitiamo che ciò accada!



Dino Campana, Crepuscolo mediterraneo



Città sfuggente e misteriosa, fatta di pietra e vento, Genova attirò a se Dino Campana con un abbraccio che sapeva di mare. E lui la cantò nei "Canti orfici" come si canta un'amata a lungo cercata.

Dino Campana

Crepuscolo mediterraneo


Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea?

Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro, nel mentre a l’ombra dei lampioni verdi nell’arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea?

Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici? E le tue vie tortuose di palazzi e palazzi marini e dove il mito si cova? Mentre dalle volte un altro mito si cova che illumina solitaria limpida cubica la lampada colossale a spigoli verdi?

Ed ecco che sul tuo porto fumoso di antenne, ecco che sul tuo porto fumoso di molli cordami dorati, per le tue vie mi appaiono in grave incesso giovani forme, di già presaghe al cuore di una bellezza immortale appaiono rilevando al passo un lato della persona gloriosa, del puro viso ove l’occhio rideva nel tenero agile ovale.

Suonavano le chitarre all’incesso della dea. Profumi varii gravavano l’aria, l’accordo delle chitarre si addolciva da un vico ambiguo nell’armonioso clamore della via che ripida calava al mare. Le insegne rosse delle botteghe promettevano vini d’oriente dal profondo splendore opalino mentre a me trepidante la vita passava avanti nelle immortali forme serene. E l’amaro, l’acuto, balbettìo del mare subito spento all’angolo di una via: spento, apparso e subito spento!

Il Dio d’oro del crepuscolo bacia le grandi figure sbiadite sui muri degli alti palazzi, le grandi figure che anelano a lui come a un più antico ricordo di gloria e di gioia. Un bizzarro palazzo settecentesco sporge all’angolo di una via, signorile e fatuo, fatuo della sua antica nobiltà mediterranea.

Ai piccoli balconi i sostegni di marmo si attorcono in se stessi con bizzarria. La grande finestra verde chiude nel segreto delle imposte la capricciosa speculatrice, la tiranna agile bruno rosata, e la via barocca vive di una duplice vita: in alto nei trofei di gesso di una chiesa gli angioli paffuti e bianchi sciolgono la loro pompa convenzionale mentre che sulla via le perfide fanciulle brune mediterranee, brunite d’ombra e di luce, si bisbigliano all’orecchio al riparo delle ali teatrali e pare fuggano cacciate verso qualche inferno in quell’esplosione di gioia barocca: mentre tutto tutto si annega nel dolce rumore dell’ali sbattute degli angioli che riempie la via.


(da “Canti Orfici)


giovedì 27 giugno 2013

Orfani di Benito e Beppone: Delio Cantimori e il "comunismo" nazionale



Ben triste destino quello dei “pupilli” di Togliatti, orfani prima di Benito (e un pochino anche di Adolfo) e poi di Beppone, ma sempre dalla parte sbagliata della barricata.

Luciano Canfora

Cantimori e la politica un naufragio in due atti

«Mi pare che se dovessi ora uscire di carcere, non saprei più orientarmi nel vasto mondo, non saprei più inserirmi in nessuna corrente sentimentale, ma continuerei a vivere col solo cervello e con la sola volontà, vedendo in tutti gli uomini (anche in quelli che dovrebbero essermi vicini) non degli esseri viventi ma dei problemi da risolvere. Io non voglio pretendere che la ragione di questo mio imbozzolamento sia da ricercare solo fuori di me, il fatto è che da me stesso non so superare questa condizione che in un solo modo, rifugiandomi nel puro dominio dell'intelletto astratto, facendo cioè del mio isolamento la esclusiva forma della mia esistenza. Non ho voluto più oltre tenerti celato questo aspetto della mia vita».

Questo abbozzo di lettera alla moglie, scritto da Antonio Gramsci con tutta probabilità nel novembre 1931 — edito già da Felice Platone su «Rinascita» (aprile 1946) e da ultimo da Gianni Francioni (2007) — può essere accostato alla lettera nella quale Gramsci, scrivendo a Tania, definisce «un grande errore, un dirizzone» l'intera propria vita (27 febbraio 1933). Entrambi i testi gramsciani, che sono palesemente in reciproca correlazione, trovano rispondenza in un altro appunto, inedito e autobiografico: quello di Delio Cantimori, datato 28 marzo 1956, intitolato «I miei grandi sbagli». Lo aveva pubblicato Luisa Mangoni, e ora lo ripubblica Albertina Vittoria nell'introduzione, assai ben fatta, al carteggio tra Cantimori e Gastone Manacorda (Amici per la storia, Carocci). In tale appunto, si affollano autocritiche di carattere privato e di carattere politico. Qui premono queste ultime, indicanti appunto i «grandi sbagli» che Cantimori si rimprovera: «1. Credere di capire qualcosa di politica»; «4. Saltare tra i comunisti. 5. Iscrivermi al Pci. 6. Lasciare i miei studi per tradurre Marx». E come rimedio indica: «Per il resto ritirarsi nei propri studi. L'unico rimedio».

L'abbozzo di Gramsci del novembre '31, vergato alla c. 23r-v del cosiddetto Quaderno B, rimase fuori dalla stesura definitiva della lettera cui inizialmente apparteneva (30 novembre 1931 a Giulia, Lettere dal carcere, edizione Fubini-Caprioglio, pp. 532-533). Pur avendo scritto «non ho voluto più oltre tenerti celato questo aspetto della mia vita», alla fine Gramsci decise di non scrivere a Giulia quelle parole pesantissime. Pesantissime anche sul piano politico, in quanto dichiarano comunque chiusa la sua vicenda politica, pur nell'eventualità che «dovessi ora uscire di carcere». Sarebbe un puerile autoinganno non leggere in termini politici la frase «non saprei più inserirmi in nessuna corrente sentimentale». (Libero, beninteso, chi lo vuole, di pensare che con quelle parole Gramsci si dichiarasse incerto se aderire, una volta fuori del carcere, al romanticismo alla Berchet o allo stilnovismo o alla scuola siciliana di Cielo d'Alcamo).

La politica intesa come culmine dell'azione morale (non come mestiere più o meno estemporaneo o, peggio, lucrativo) è esperienza totalizzante, coinvolge tutti gli aspetti dell'esistenza. Ciò si verifica tanto più quando si tratti di una politica sorretta da idee e concezioni grandi e impegnative: quelle che taluni da ultimo chiamano, con sussiegosa ignoranza, «le ideologie». In tali scelte, specie se attuate in momenti storici quali quelli vissuti da Gramsci (prima del carcere) e da Cantimori (dopo la Liberazione), si investono e si bruciano tutte le energie di un individuo, intellettuali e pratiche. È quasi immancabile la delusione soggettiva; e merita rispetto. Essa nasce dalla constatazione di non aver potuto comprendere appieno le ragioni profonde delle vicende pur così intensamente vissute e la vera natura delle forze agenti nei conflitti, nei quali ci si è tuffati a capofitto, seguendo un archetipo che fu già alla base del primo proselitismo cristiano («Lascia tutto e seguimi!»). 

Sono soprattutto i militanti dotati di grandi risorse intellettuali che alla fine non reggono; e solo alcuni di essi serbano in sé la convinzione che, pur non potendo andare le cose diversamente da come sono andate, ne valeva la pena. «Rifugiarsi nel puro dominio dell'intelletto astratto, facendo del mio isolamento la esclusiva forma della mia esistenza» è l'approdo di Gramsci nel novembre 1931. E non ridiremo qui le tempeste e le brucianti delusioni, provenienti dalla propria parte, che lo avevano indotto a tale dichiarazione programmatica. «Ritirarsi nei propri studi. L'unico rimedio» è l'approdo di Cantimori alla fine di marzo del 1956.

Chi — come Cantimori — aveva scelto il comunismo lasciandosi alle spalle l'esperienza, a lungo coltivata, di «fascista di sinistra di matrice mazziniana» (come il fantomatico signor Cappa della mirabile e autobiografica introduzione cantimoriana al primo tomo del Mussolini di Renzo De Felice); chi — come lui — passava al comunismo sul finire della guerra mondiale, cioè nel momento di massima identificazione del comunismo in Stalin; chi dunque «saltava tra i comunisti», come Cantimori si esprime in quel prezioso appunto, prendendo tardive distanze dalla rivoluzione «sbagliata» (quella fascista e anche quella nazionalsocialista) non poteva non rimanere travolto da quel terremoto, mai risarcito, del comunismo mondiale che fu il XX Congresso del Pcus, culminato nella demolizione — storiograficamente frettolosa, ma politicamente incalzante — della figura e dell'opera di Stalin (inclusa la gestione sua della «grande guerra patriottica»). Uno storicista integrale come Togliatti poté, non senza scricchiolii, reggere il colpo; un ex «fascista di sinistra» molto meno: soprattutto nella convinzione, facile da prodursi in quella circostanza, di aver commesso per la seconda volta lo stesso errore politico.

Il XX Congresso era già stato, nelle sue sedute pubbliche (febbraio 1956), una prova sconcertante (istruttivo il Diario del XX Congresso di Vittorio Vidali, Vangelista Editore, 1974), specie quel misterioso martellamento contro gli «errori» di «una certa personalità» (cioè Stalin, innominato). Ma il rapporto «segreto», nella sua sommaria e talora maldestra foga iconoclastica, era molto di più: scardinava fedi e certezze consolidate, fedi e certezze per le quali milioni di uomini erano andati incontro alla morte inneggiando a Stalin. La prima notizia del «rapporto segreto» la diede Harrison Salisbury sul «New York Times» il 16 marzo 1956; il suo articolo fu tradotto in Italia quasi immediatamente da «Relazioni internazionali» (autorevole settimanale dell'Ispi di Milano) in edicola il 24 marzo; e la sostanza del rapporto la diffuse poco dopo il quotidiano dei comunisti jugoslavi «Borba» a Belgrado, ripreso in tutto il mondo. L'appunto di Cantimori è del 28 marzo.

Cantimori aveva svolto un ruolo direttivo nella politica culturale ed editoriale del Pci nel decennio 1945-55. In quegli anni, disse Gastone Manacorda in un importante convegno su Cantimori svoltosi nella natia Russi nel 1978, i «classici del marxismo» da pubblicare, studiare e diffondere erano quattro: Marx, Engels, Lenin e Stalin. E tale era il convincimento di Cantimori (e dello stesso Manacorda, a quel tempo). Il tracollo di tutto ciò, implicito — per chi avesse la sensibilità di non autoingannarsi — nel «rapporto segreto», era troppo forte perché una scelta di vita non ne venisse messa in crisi in radice. È quello che accadde allora a Cantimori e che determinò le sue scelte intellettuali e pratiche successive, fino alla morte precoce nel 1966. Del che dà conto questo importante carteggio egregiamente curato da Albertina Vittoria, una delle migliori nostre studiose di quell'importante capitolo della storia culturale d'Italia che fu la politica culturale del Pci.

(Da: La Repubblica del 27 giugno 2013)

mercoledì 26 giugno 2013

Non c'è crisi per i produttori di gas lacrimogeni



Si parla tanto di crisi, ma ci sono settori che sulla crisi (e i suoi derivati come le proteste popolari) fanno lauti guadagni. E' il caso delle industrie chimiche produttrici dei gas lacrimogeni utilizzati dalle forze di polizia. Un vero e proprio boom.


Filippo Femia

Ed è boom di vendite dei gas lacrimogeni


L’immagine di piazza Taksim lastricata di candelotti di lacrimogeni e oscurata da nuvole acide è ancora viva. Ma non tutti sono preoccupati. C’è chi segue la situazione con un occhio particolare: i produttori delle cosiddette «armi non letali». La Turchia è infatti fra i Paesi che hanno contribuito al boom di vendite dei gas lacrimogeni. In venti giorni di proteste la polizia ha utilizzato 130 mila cartucce (l’85% di quelle acquistate nel 2013).

Ma si tratta di un affare globale, un autentico «business delle rivolte». Una manna per le compagnie produttrici, che hanno visto triplicare il loro fatturato. Un esempio: il colosso brasiliano «Condor Non-Lethal Technologies» (fornitore del governo Erdogan) ha esteso le vendite a 41 Paesi. L’immensa nube di Gezi Park ha invaso negli ultimi giorni le avenidas del Brasile, che protestava contro gli sprechi per i Mondiali 2014. Prima c’era stata la Primavera Araba, con le sue 21 tonnellate di lacrimogeni utilizzati. E dopo il 2011 gli investimenti sulla sicurezza interna del Medio Oriente sono aumentati del 18%, per un valore di oltre 6 miliardi.

L’Europa non fa eccezione. Il piano «lacrime e sangue» del governo Rajoy ha travolto sanità, educazione e welfare. Ma il budget per i materiali anti-sommossa non ha subito sforbiciate. Anzi, è schizzato da 173 mila euro a oltre 3 milioni (incremento del 1780%).

Anna Feigenbaum, ricercatrice dell’Università inglese di Bournemouth, ha elaborato una mappa che mostra quanto sia diffuso l’uso dei lacrimogeni: dalle rivendicazioni studentesche in Cile alle manifestazioni dei lavoratori in Francia e Belgio, passando per i disordini in India dopo lo stupro di una giovane.

Sempre più utilizzati, poi, sono gli spray irritanti. Il volto sfigurato dalle lacrime di Dorli Rainey, la pensionata di Occupy a Seattle, e la dama rossa di Gezi Park, travolta dagli spruzzi urticanti, sono istantanee simbolo che hanno fatto il giro del mondo.

L’etichetta «non letale», che campeggia su molti loghi dei produttori, è al centro di un grande dibattito. «I lacrimogeni sono studiati per creare impedimenti temporanei e non causare danni irreversibili», si difendono. Ma il confine della pericolosità - replicano le associazioni dei diritti umani - è determinato dall’utilizzo. «Spesso vengono usati illegalmente, sparati ad altezza d’uomo o in luoghi chiusi: possono causare aborti, danni permanenti alla vista e perfino la morte. Lo dimostrano i 34 decessi registrati durante le rivolte del 2011 in Bahrein», spiega Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International.

(Da: La Stampa del 26 giugno 2013)




Giganti del pensiero: Francesco Boccia e gli F35



Se le esponenti del PDL ieri inalberavano orgogliose una t-shirt con la scritta “siamo tutte puttane” (e chiediamo scusa alle oneste lavoratrici del sesso per il paragone offensivo), oggi i deputati del PD potrebbero in segno di solidarietà con il loro illustre collega girare con scritto sul petto “siamo tutti coglioni”.

Massimo Gramellini

A caccia di elicotteri

Basta volare basso. Libriamoci nello spazio, là dove ronzano le pale dell’onorevole Francesco Boccia, consigliere fidato del primo ministro in carica e presidente della commissione Bilancio. Dialogando su Twitter con una collega di partito che gli imputava simpatie guerrafondaie per gli F35, l’enfant prodige del Pd si è lasciato scappare un segreto di Stato: «Non si tratta di fare la guerra, con gli elicotteri si spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane».

La rivelazione di Boccia ha gettato il Pentagono nel panico. Prima del suo tweet, i generali erano riusciti a tenere nascosta la vera natura dei costosissimi aviogetti. Ma ora, grazie alla «talpa» democratica, sappiamo come stanno effettivamente le cose. Gli F35 non sono cacciabombardieri. Sono elicotteri a forma di cacciabombardiere. Spengono incendi senza neanche gettare l’acqua, solo con lo spostamento d’aria. E trasportano i malati talmente in fretta da stenderli in sala operatoria prima che il chirurgo abbia fatto in tempo a mettersi i guanti e la mascherina. 


Con la modestia dei grandi, Boccia ha cercato di minimizzare il suo gesto, affermando di avere tirato in ballo gli elicotteri solo a mo’ di esempio. In un eccesso di generosità ha addirittura attribuito il merito della rivelazione al suo stagista. Troppo tardi. Ricercato come Snowden dalle polizie di mezzo mondo, ora gli toccherà scappare in qualche Paese che non contempli l’estradizione per il reato di figuraccia. Qualcuno ieri sera giurava di averlo visto salire su un F35 che aveva le pale piegate in due dalle risate.

(Da: La Stampa del 26 giugno 2013)


Follia, sorella sfortunata della poesia



La psichiatria come ascolto dell'indicibile e dell'inesprimibile. Ancora una riflessione su normalità e follia.


Eugenio Borgna

La parole da salvare. Follia, sorella sfortunata della poesia.

Le parole sono creature viventi, come diceva splendidamente Hugo von Hofmannsthal, il grande scrittore austriaco, e fra di esse ce ne sono alcune che hanno una radicale ed emblematica pregnanza tematica: non sempre riconosciuta nei suoi profondi significati. Cosa dire di una parola così rimossa, e così emarginata, e nondimeno così intessuta di umanità e di gentilezza, come è quella di follia? Cosa si pensa quando si abbia la occasione di leggerla, o di sentirla nominare, nei giornali e nei libri? Nonostante i cambiamenti radicali, ai quali la psichiatria italiana è giunta con una legge di riforma di gran lunga la più umana di quelle europee, si continua a rivivere la follia come una forma di vita sigillata dalla incoerenza e dalla anarchia dei pensieri e dei sentimenti, dalla insensatezza e, cosa ancora più frequente, dalla violenza. Questa è stata nel corso di due secoli la concezione dominante della follia, ancora oggi non certo scomparsa.

Sfidando l'impossibile , negli anni Sessanta, sono entrato come medico nell’ospedale psichiatrico di Novara, lasciando la Clinica delle malattie nervose e mentali della Università di Milano, allora la più famosa in Italia, nella quale ci si occupava delle malattie neurologiche, e si guardava con sospetto, e con noncuranza, alle malattie psichiche, alla follia che si preferiva chiamare - cambiano le parole e cambia il mondo, come diceva Ludwig Wittgenstein - pazzia: una parola da cancellare che continua ad essere crudelmente diffusa. Quando così sono entrato la prima volta al di là delle mura dell’ospedale psichiatrico, che a Novara, come dovunque, separavano il mondo della follia dal mondo della (apparente) normalità, e mi sono inoltrato lungo i corridoi e le stanze dell’ospedale, sono stato subito colpito dalla fragilità e dalla gentilezza, dalla timidezza e dalla sensibilità, delle pazienti che ne erano ospitate.

Certo, il destino ha voluto che lavorassi nei reparti femminili dell’ospedale psichiatrico, e la follia femminile ha elementi tematici più creativi che non quella maschile; ma, in ogni caso, nell’una e nell’altra non si constatava nulla di quello che così falsamente allora, ma ancora oggi in molti luoghi, si attribuiva alla follia sia nei comportamenti sia nelle emozioni. Ma cosa rinasceva dai volti e dagli sguardi, prima ancora che non dalle parole, talora dimenticate a causa della solitudine nella quale si viveva in ospedale psichiatrico, delle pazienti? L’infinito desiderio di essere accolte nel loro dolore e nella loro angoscia, di essere guardate con gentilezza e con partecipazione, e di ascoltare parole che venissero dal cuore (come diceva Nietzsche: i grandi pensieri vengono dal cuore, e non dalla testa), e che si aprissero alla speranza.

Come è facile ferire chi sta male psichicamente con parole aride e glaciali, indifferenti e aggressive, che accrescono il dolore e la disperazione, e come c’è bisogno di parole, come questa di follia, che ne rispettino la dignità. La follia fa parte della vita malata, sì, ma anche di quella normale, e, come diceva Clemens Brentano, il grande poeta romantico tedesco, la follia è la sorella sfortunata della poesia. Se la vita ci fa incontrare con persone disturbate psichicamente, e che oggi non conoscono più la solitudine dell’ospedale psichiatrico, dovremmo ricordarci di dire parole che non offendano, e non facciano del male, e che abbiano la leggerezza e la delicatezza che risuonano nella follia. Questo è il messaggio che la psichiatria, quando sia ascolto dell’indicibile e dell’inesprimibile che sono nella follia, potrebbe augurarsi di inviare in questo bellissimo dibattito sulla parola da salvare.


Eugenio Borgna già direttore dell’ospedale psichiatrico di Novara è ora primario (emerito) dell’ospedale Maggiore di Novara. I suoi ultimi libri: “La solitudine dell’anima” e “Di armonia risuona e di follia” (2012), editi da Feltrinelli.

(Da: Il Fatto del 24 giugno 2013)




martedì 25 giugno 2013

Berlusconi: the end. Il sipario sull'era del Cavaliere



Finisce l'epoca dell'uomo dei miracoli, del venditore di sogni di cartapesta. Una fine miserabile adatta ad un Paese  (ridotto a un cumulo di rovine) che dopo vent'anni di malgoverno ancora vede milioni di persone identificarsi in questa sceneggiata volgare e nel suo protagonista. Questa la vera anomalia italiana.  Vedremo ora, di fronte ai rigurgiti eversivi dei sostenitori del boss, quanto valgono davvero i rappresentanti delle Istituzioni, a partire da Napolitano e da Letta. Non nutriamo molte illusioni in merito. Prepariamoci a giorni tristi.

Marcello Sorgi

Il sipario sull’era del Cavaliere


La sentenza con cui il tribunale di Milano ha condannato Berlusconi a sette anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici segna insieme la fine dell’avventura politica del Cavaliere, e più in generale quella della Seconda Repubblica, di cui per altro l’ex-Presidente del consiglio è stato l’uomo simbolo, come Andreotti lo era della Prima. In passato, anche in tempi recenti (si pensi alle elezioni politiche del 24 febbraio), Berlusconi ci ha abituato ad improvvise cadute e a subitanee resurrezioni. Ma stavolta è peggio di tutte le altre, come lui stesso sa o incomincia a capire, anche se ieri ha preferito negarlo nella prima reazione ufficiale.

Vent’anni fa, quando Craxi fu colpito dal primo avviso di garanzia, non tutti scommettevano sul suo declino.Lo capirono dopo qualche mese, quando il leader socialista era ormai sommerso da una sequela di comunicazioni giudiziarie, e prima degli ordini di cattura scelse la strada dell’esilio. Lo stesso accadde quando Andreotti fu accusato di rapporti con la mafia e c’era chi sorrideva sulla scena inverosimile del bacio con Totò Riina. Al di là dei caratteri, e delle scelte opposte dei due illustri predecessori, sul modo di gestire i propri guai giudiziari, è fin troppo evidente che la magistratura ha riservato a Berlusconi lo stesso destino. La lezione di vent’anni fa ci dice che è inutile far finta di no, o evitare di prendere atto: tanto è così.

Si potrà discutere - anzi si dovrà - sul comportamento dei giudici di Milano che hanno fatto calare la ghigliottina sul collo del Cavaliere. La condanna a una pena superiore a quella chiesta dalla pubblica accusa, la scelta di riconoscere la fattispecie più grave del reato di concussione appena riformato dall’ex ministro Severino (con l’introduzione, va ricordato, anche di una contestata versione più lieve che aveva consentito di recente all’exPresidente della Provincia di Milano, il Pd Penati, di salvarsi), la pena aggiuntiva dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, cioè dalla vita pubblica e parlamentare, oltre alla decisione sorprendente di chiedere alla Procura di incriminare per falsa testimonianza i testi della difesa, sono tutti segnali inequivocabili.

Presto, molto presto, come hanno dimostrato i giudici di appello che in soli tre mesi hanno confermato l’altra condanna a quattro anni per i fondi neri Fininvest, anche questo verdetto subirà la stessa sorte. A Berlusconi a quel punto resterà solo la carta della fuga, come qualcuno già ieri sera si spingeva a prevedere, o quella, estrema ancorché più regolare, della Cassazione: ma sarebbe ingenuo illudersi che sentenze così pesanti, ribadite in secondo grado, non influenzino i membri della Suprema Corte, caricando l’imputato di pesanti precedenti che non potranno non condizionare il giudizio definitivo che lo aspetta.

La fine, meglio sarebbe dire l’abbattimento per via giudiziaria, della Seconda Repubblica (già in corso da tempo, va detto, non solo a causa di Berlusconi, ma anche all’ondata generalizzata di corruzione che ha investito le amministrazioni locali) apre un vuoto anche peggiore di quello lasciato dal crollo della Prima. Allora, infatti, l’onda d’urto di Tangentopoli era stata affiancata, per non dire sovrastata, dalla reazione di indignazione, accompagnata anche dal desiderio di rinnovamento, espressi dai referendum elettorali del 1991 e ’93. E dall’introduzione del maggioritario e dei collegi uninominali, che offrivano ai cittadini, non va dimenticato, l’occasione - svanita purtroppo assai presto di poter scegliere direttamente i governi e rinnovare radicalmente i rappresentanti da mandare in Parlamento.

La transizione cominciata in quegli anni doveva purtroppo arenarsi in breve tempo, approdando alla confusione e allo scontro continuo in cui l’Italia si trascina da quasi un ventennio. Così, giorno dopo giorno, siamo arrivati a oggi. Un sistema politico ormai indebolito e incapace di autoriformarsi non ha potuto che soccombere a una magistratura forte; anzi resa più forte, in pratica l’unico potere sopravvissuto alla crisi delle istituzioni, dalla mancanza di riforme.

La caduta di Berlusconi, per quel pezzo del Paese - una metà ridottasi via via a un terzo - che lo aveva seguito come un idolo, affidandogli tutti i propri sogni e i propri timori, cancella di colpo ogni illusione. Il centrosinistra non è più in grado, al momento, di rappresentare l’alternativa, con o senza l’ausilio della dissidenza grillina e di qualche maggioranza raccogliticcia. Il governo delle larghe intese, che doveva favorire la pacificazione, dopo l’inutile e infinita epoca della guerra civile, sopravviverà, in una sorta di sospensione, magari ancora per un po’. Ma senza alcuna agibilità politica e senza la forza necessaria per affrontare la gravità del momento. Saranno in tanti, malgrado tutto, ad aggrapparcisi. Come a una zattera in mezzo alla tempesta.

(Da: La Stampa del 25 giugno 2013)


Di papi e di maschi ignudi. Melania Mazzucco, Michelangelo e la creazione di Eva


Il nudo maschile turba”, nota Melania Mazzucco. E' vero, e a maggior ragione in una chiusa comunità maschile (“eunuchi al servizio del Signore” aveva scritto San Paolo) come la Chiesa cattolica. Un disagio che permane ancora oggi in gran parte irrisolto.

Melania Mazzucco

Così Michelangelo creò Eva in quattro giorni dipingendo sulla volta della Cappella Sistina


Quelli che non si sentono all’altezza di un impegno, o non sanno lavorare sotto pressione e non riescono a concentrarsi se intorno c’è rumore, dovrebbero andare nella Cappella Sistina, fermarsi al centro dell’enorme sala, piegare il collo e guardare in alto. La volta interamente affrescata è un tripudio di colori e immagini — alcune, come la Creazione di Adamo, talmente famose che le conosce anche chi non le ha mai viste coi suoi occhi. Tutte quelle storie della Genesi, i Profeti e le Sibille, i Putti (o Geni), le scene bibliche nelle vele, gli Antenati di Gesù nelle lunette, le ha dipinte in circa 520 giornate un uomo solo, riluttante, quasi controvoglia e incalzato ogni giorno a sbrigarsi e concludere, anche con la convincente minaccia di essere buttato giù dall’impalcatura in caso di disobbedienza.

Quando Giulio II nel 1508 lo incaricò di affrescare il soffitto della cappella papale (allora più importante di San Pietro), Michelangelo tentò di sottrarsi. Non è la mia professione — si schermì, modestamente — sono uno scultore. Il papa non gli credette. Non era un teologo, piuttosto un politico e un generale, sicché non si effuse in spiegazioni dettagliate: si accontentava di qualche apostolo. Michelangelo — che aveva 33 anni — iniziò a pensare, studiare testi, disegnare, preparare i cartoni, poi montò i ponteggi in modo da non intralciare le funzioni religiose che dovevano continuare a svolgersi sotto di lui, e si accinse all’opera. Brontolando e protestando, litigò con tutti.

Ma quell’impresa lo rivelò a se stesso — e presto anche al mondo. I suoi affreschi sarebbero diventati un paradigma della storia dell’arte, e considerati opera quasi divina. Di eccezionale chiarezza, plasticità, espressività. Opera perfetta, sottratta al tempo, fonte e matrice di ogni pittura possibile. Ancora oggi, chi si sofferma sugli Antenati di Gesù nelle lunette resta sbalordito dalla modernità di quella galleria di famiglie e coppie, abbigliate in vesti dai colori acidi e iridescenti, colte in attitudini quotidiane, le donne mentre si pettinano i capelli o dondolano una culla, gli uomini mentre leggono o si accingono a una rissa — secoli prima di Degas, Vermeer e anche Pasolini, perché il primo ragazzo di vita l’ha dipinto Michelangelo nel 1512, coi ricci da pecoraro e gli orecchini da bullo.

La Creazione di Eva la dipinse nell’ottobre del 1511, quando ricominciò il lavoro dopo un’interruzione dovuta alla partenza del papa per la guerra. Procedeva a ritroso, dalle storie più recenti della Genesi verso l’origine. Così creò Eva prima di Adamo. Ma l’infernale fretta di Giulio II (non immotivata, peraltro: voleva vedere l’opera finita prima di morire, e vi riuscì a stento) aveva costretto Michelangelo a perfezionare la sua tecnica, la velocità esecutiva, la gestualità della pennellata (dipingeva in piedi, la «barba al cielo» e la testa arrovesciata, «con grande affanno e grandissima fatica», il pennello che gli sgocciolava sul viso), e anche a modificare il piano iconografico. Doveva semplificare l’immagine e ingrandire le figure, in modo che fossero perfettamente leggibili da terra, 20 metri più in basso, e scegliere con attenzione i colori — meglio se chiari e freddi — perché aiutassero a definire le forme.

Prima di Eva, però, dipinse gli Ignudi. Come nelle scene precedenti (e in quelle successive), quattro Ignudi, ciascuno seduto su un plinto, incorniciano la scena biblica e sorreggono un medaglione bronzeo, che rappresenta a sua volta una scena biblica. Quei 20 giovani maschi nudi dalle carni sode, armoniosi, bellissimi — simmetrici e speculari, colti in ogni possibile torsione e inclinazione, in tensione muscolare, a riposo, simili e diversi come variazioni musicali — rappresentano il più straordinario campionario del linguaggio del corpo che sia mai stato realizzato. Non svolgono alcuna funzione narrativa, anzi volgono le spalle alla scena che inquadrano (o vi si intromettono con prepotenza): eppure non sono decorativi, ma necessari al senso dell’opera. Sono un omaggio alla bellezza del corpo dell’uomo — e dunque a Dio. Sono gli Ignudi a esaltare la bellezza della Creazione.

Nella pratica dell’arte il nudo maschile rappresentava una prova di virtù. Dal vivo o dalla statuaria classica, era oggetto di studio, tappa di ogni apprendistato. La penuria di modelli femminili e un inveterato pregiudizio di genere sulla superiorità dell’anatomia e della bellezza virile condussero all’eccellenza la raffigurazione dell’uomo. Ma il nudo maschile non era oggetto di contemplazione. Il nudo femminile seduce, il nudo maschile turba. Nel 1522 papa Adriano VI rimase scandalizzato da quell’esibizione di carne fresca sulla volta della Cappella Sistina. La definì «una stufa di ignudi», e ne sollecitò la distruzione (fortunatamente morì prima di attuarla). Ma i maschi nudi hanno continuato a scandalizzare fino ai nostri giorni.

Solo dopo aver dipinto i 4 magnifici Ignudi — di cui merita menzione quello con la bocca tumida e la fascia tra i capelli, verde come gli occhi inquieti, di una bellezza quasi oltraggiosa — Michelangelo passò alla storia vera e propria. La creazione di Eva dalla costola di Adamo è troppo nota e non necessita commento. I cultori di una lettura tipologica della volta la interpretano come l’allegoria della nascita della Chiesa. Ma Michelangelo rese Eva molto umana. Ai contemporanei piacque l’attitudine modesta della donna, che nasce sottomessa, inchinandosi, le mani giunte in preghiera. Io apprezzo il paesaggio sommario (appena creato, ma già riconoscibile nei suoi elementi: acqua, cielo, erba, pietra) e la monumentale figura dell’Eterno — arcaica, come un ricordo di Giotto. Avvolto in un manto rosso-viola (in gergo “morellone”), intento a benedire con mano enorme la sua creatura, sembra compresso nello spazio pittorico, che non può contenere la sua immensità.

Ma apprezzo ancor più l’efebico Adamo dormiente. Ancora un Ignudo, abbandonato nel sonno. Innocente e ignaro, poggia la schiena su un tronco — che prefigura l’albero della vita, e le sventure che la dolce compagna sta per attirargli. L’umiltà di Eva trasuda riconoscenza per la grazia ricevuta di esistere. Tutto ciò, Michelangelo lo dipinse in 4 giorni. L’Eterno in un giorno solo. Non credete ai proverbi. Non sempre la fretta è cattiva consigliera.




(Da: La Repubblica del 23 giugno 2013)


lunedì 24 giugno 2013

Dalla Turchia al Brasile, il filo che unisce la protesta



Una lettura interessante di ciò che sta accadendo in Turchia e Brasile, fondata sui modelli interpretativi di Samuel Huntington, studioso di grande valore ma poco apprezzato in Italia.

Moisés Naim

Dalla Turchia al Brasile, il filo che unisce la protesta



In principio fu la Tunisia, poi il Cile e la Turchia. E ora il Brasile. Che cos’hanno in comune le proteste di piazza in Paesi così diversi tra loro?Varie cose… e tutte sorprendenti.

1. Piccoli incidenti che diventano grandi. In tutti questi casi, le proteste sono partite da avvenimenti locali che inaspettatamente si sono trasformati in un movimento nazionale. In Tunisia tutto cominciò quando un giovane venditore ambulante di frutta, non sopportando più gli abusi delle autorità, si immolò dandosi fuoco. In Cile furono i costi degli studi universitari. In Turchia un parco, e in Brasile le tariffe degli autobus. Con sorpresa dei manifestanti stessi – e dei governi – queste rivendicazioni specifiche hanno trovato eco tra la popolazione e si sono trasformate in proteste generalizzate su temi come la corruzione, la disuguaglianza, l’alto costo della vita o l’arbitrio di autorità che agiscono senza tener conto delle opinioni dei cittadini.

2. I Governi reagiscono male. Nessuno dei governi dei Paesi dove sono scoppiate queste proteste è stato in grado di anticiparle. Inizialmente non hanno nemmeno compreso quale fosse la loro natura, e non erano preparati per affrontarle con efficacia. La reazione comune è stata quella di inviare i reparti antisommossa per disperdere le manifestazioni. Alcuni governi si sono spinti più in là e hanno scelto di schierare l’esercito. Gli eccessi della polizia o dei militari hanno finito per aggravare ulteriormente la situazione.

3. Le proteste non hanno capi né una catena di comando. Queste mobilitazioni di rado hanno una struttura organizzativa o leader chiaramente definiti. Alla fine qualcuno dei protestanti si mette in luce più degli altri, che li designano (o i giornalisti li identificano) come portavoce. Ma questi movimenti – organizzati spontaneamente attraverso reti sociali e messaggi di testo – non hanno né leader né una catena di comando.

4. Non c’è qualcuno con cui negoziare o qualcuno da incarcerare. La natura informale, spontanea, collettiva e caotica delle proteste disorienta i governi. Con chi negoziare? A chi fare concessioni per placare l’ira delle piazze? Come fare a sapere se quelli che appaiono come i leader sono realmente in grado di rappresentare e impegnare gli altri?

5. È impossibile prevedere le conseguenze delle proteste. Nessun esperto è riuscito a prevedere la primavera araba. Fino a poco tempo prima della loro repentina defenestrazione, Ben Alì, Gheddafi o Mubarak erano considerati da analisti, servizi segreti e mezzi di comunicazione come leader intoccabili, di cui si dava per certa la permanenza al potere. Il giorno seguente, quegli stessi esperti spiegavano perché la caduta di questi dittatori era inevitabile. Come non si sa perché né quando cominciano le proteste, così non si sa come e quando termineranno e quali saranno i loro effetti: in alcuni Paesi non hanno avuto conseguenze di vasta portata, o hanno prodotto solo riforme di minor rilevanza; in altri, le mobilitazioni hanno fatto cadere governi. Non sarà questo il caso del Brasile, del Cile o della Turchia, ma non c’è dubbio che il clima politico in questi Paesi già non è più lo stesso.

6. La prosperità non compra la stabilità. La principale sorpresa di queste proteste di piazza è che sono avvenute in Paesi di successo, dal punto di vista economico. La Tunisia aveva la migliore situazione economica del Nordafrica. Il Cile è un esempio mondiale del fatto che lo sviluppo è possibile. Definire la Turchia un “miracolo economico” negli ultimi anni è diventata una banalità. Il Brasile non solo ha tirato fuori milioni di persone dalla povertà, ma è riuscito perfino nell’impresa di ridurre la disuguaglianza. Tutti questi Paesi oggi hanno una classe media più numerosa che mai. E allora? Perché scendere in piazza a protestare, invece di festeggiare? La risposta sta in un libro pubblicato nel 1968 dal politologo statunitense Samuel Huntington, Ordinamento politico e mutamento sociale.

La sua tesi è che nelle società che sperimentano trasformazioni rapide, la domanda di servizi pubblici cresce a velocità più sostenuta della capacità che hanno i governi di soddisfarla. È questo il divario che spinge la gente a scendere in piazza per protestare contro il governo. E che alimenta anche altre, giustificatissime proteste: il costo proibitivo dell’istruzione superiore in Cile, l’autoritarismo di Erdogan in Turchia o l’impunità dei corrotti in Brasile. Sicuramente in questi Paesi le proteste si spegneranno, ma questo non significa che le loro cause scompariranno: il divario di Huntington è incolmabile.

E questo divario, che produce turbolenze politiche, può essere trasformato in una forza positiva che favorisce il progresso.


(Da: La Repubblica del 24 giugno 2013)

Moisés Naím (1952) è uno scrittore e giornalista venezuelano, membro dell' International Economics Program del Carnegie Endowment for International Peace.