TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 21 luglio 2013

I guardiani di pietra delle Alpi del Mare


 
Giorgio Amico
 
I guardiani di pietra delle Alpi del Mare
Appunti da una giornata in Valle Arroscia

A pochi minuti di macchina dalle spiagge affollate della Riviera l'alta Valle Arroscia è come un universo parallelo fatto di silenzi, di vento, di acqua che scorre. Il tempo qui acquista un valore diverso.



In alto, Rezzo fatto di case di pietra, abbarbicate alla roccia, che cercano la luce come girasoli.


Tetti fatti di lose coperte di sassifraghe e licheni che avrebbero fatto sognare Sbarbaro.


Ovunque i segni di una devozione antica, testimonianze di vita di uomini e donne della montagna ligure.



E poi dappertutto i fiori di pietra che i lapicidi di Cenova hanno seminato nelle valli del Ponente, dalla Valle Arroscia alla Val Roya.



Lungo i vicoli che risalgono la montagna, volti sbucano dalla pietra. Guardiani di un mondo che non esiste più. Presenze inquietanti che ci scrutano da un'altra dimensione.


E poi, echi rimbalzati fra le montagne della grande pittura del Quattrocento, gli affreschi di Pietro Guido da Ranzo.




Volti di donna che addolciscono una valle aspra di boschi e di rocce, via di valico dagli alpeggi al mare.





venerdì 19 luglio 2013

Il ministro inesistente. Ovvero: io non c'ero e se c'ero dormivo



Non ci sono alternative: o Alfano mente al parlamento (e l'ipotesi ha un suo fondamento, vedi le dichiarazioni dei poliziotti frettolosamente scaricati) o è un ministro inesistente (e anche questa ipotesi può trovare fondamento nella carriera del personaggio). In un caso o nell'altro non può restare al suo posto di garante della sicurezza e dei diritti dei cittadini.
Letta e il Pd che lo sostengono sono complici di questa farsa. Come nelle prossime settimane saranno (ne siamo certi) complici nel salvataggio extragiudiziario di Berlusconi.
Lo stesso vale per il signor Napolitano. E qui ci fermiamo, e non per senso di responsabilità o rispetto delle istituzioni (quali?), ma perchè manteniamo ancora, nonostante i tempi, un minimo di senso del pudore.

Massimo Gramellini

Il ministro ombra

È possibile che travestire una palestra da prima casa sia colpa infinitamente più grave che consegnare moglie e figlia di un dissidente al satrapo di un Paese fornitore di petrolio. Quindi non le dimissioni della perfida Idem si pretendono dal timido Alfano, ma semmai un’immissione sulla poltrona di ministro dell’Interno, che per sua stessa ammissione è attualmente disabitata.  

Alfano ha un vero talento nel non abitare le poltrone che occupa. Sarà per questo che gliene offrono in continuazione. Se fosse stato effettivamente il segretario del Pdl, quando il proprietario del partito gli fece ringoiare la promessa delle primarie avrebbe dovuto dimettersi. Ma lui non è il segretario del Pdl, lui non è il ministro dell’Interno, lui probabilmente non è neanche Alfano, ma un cortese indossatore di cariche per conto terzi.

Tra le tante squisitezze che ha pronunciato l’altro giorno al Senato vi è l’affermazione perentoria che al cognato della signora kazaka (o kazakistana, per citare quell’acrobata del vocabolario di La Russa) i poliziotti non abbiano torto un capello. E pazienza se nell’intervista al nostro Molinari il cognato racconta di essere stato preso a pugni e ceffoni, come conferma il verbale del pronto soccorso pubblicato dall’«Espresso». Alfano era e rimane all’oscuro di tutto: pugni, ceffoni, cognati, forse anche che esista una polizia e che sia alle sue dipendenze.

Rimane la speranza che certi giudizi come questo lo offendano a morte e che in un soprassalto di dignità il ministro ombra di se stesso si dimetta, preferendo passare per responsabile che per inutile. Ma la nostra è, appunto, solo una speranza.

(Da: La stampa del 18 luglio 2013)


mercoledì 17 luglio 2013

Fuori i razzisti dal parlamento. Solidarietà a Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci denunciati dal leghista Calderoli.



Giovedì 18 luglio prossimo a Cassino ci sarà l'udienza preliminare del processo che vede  imputati, con l'accusa di diffamazione nei confronti di Roberto Calderoli, Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci in quanto autori del volume Svastica verde – uscito due anni e mezzo fa per gli Editori Riuniti. Si proprio quel Calderoli che da dell'orango a una donna di colore, nonchè ministro della Repubblica, e si giustifica dicendo di aver scherzato. Da parte nostra massima solidarietà a Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci. Fuori i razzisti dal parlamento e dalle piazze.

Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci sono indagati per il reato di diffamazione (art.595 c.3 c.p.) perché sulla copertina del libro “Svastica Verde: il lato oscuro del va’ pensiero leghista”, e a fianco di una sintesi dei contenuti (eversione, xenofobia, razzismo ma anche affarismo e ingordigia di potere. Antologia tratta dall’unico partito del nostro paese in costante ascesa) figura l’immagine di Roberto Calderoli. La diffamazione si concretizzerebbe, secondo l’accusa, nell’associazione tra titolo e occhiello della copertina e la fotografia del senatore leghista.

Ma a parte l’assurdità di imputare agli autori una scelta, come quella della copertina, notoriamente attribuibile alla casa editrice, che viceversa non è neppure citata, risulta difficile considerare reato la semplice sintesi del credo leghista, tra cui le campagne contro l’affermazione, la celebrazione della supremazia del popolo padano e il conseguente atteggiamento discriminatorio nei confronti di chi è “diverso”. I contenuti riassunti nel titolo e nell’occhiello non sono riferite con tutta evidenza alla persona del senatore Calderoli, ma al partito politico Lega Nord. Tali giudizi rientrano nell’esercizio del diritto di critica politica, che consiste nella libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti, anche lesivi della reputazione (Cass. Civile sez III n. 6973 del 22 marzo 2007).

Più precisamente, poi, in tema di diffamazione a mezzo stampa, la giurisprudenza ha affermato (Cass. Pen. sez. V, 28 ottobre 2010 n. 44938) che “la critica politica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non può per sua definizione pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica. Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è essenzialmente quello del rispetto della dignità altrui, non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale”.

Sul punto si è pronunciata la Cassazione a Sezioni Unite, ribadendo la legittimità dell’utilizzo di un “linguaggio colorito e pungente, purché non lesivo dell’integrità morale del soggetto”(Cass. S.U. sent. 690/2010). E appare evidente come questi parametri siano stati rispettati dagli autori.


 E’ sconcertante in conclusione che mentre Calderoli e altri dirigenti della Lega Nord non vengono processati e sanzionati per la costante attività di incitamento all’odio razziale, vengano processati per diffamazione chi documenta tale incitamento con puntuali citazioni – come fa Svastica verde – lo denuncia e lo critica.


venerdì 12 luglio 2013

Vendone 2013. Omaggio a Rainer Kriester


25 luglio 1943: 70 anni fa la fine del fascismo.


Brutto mese luglio per gli uomini della Provvidenza...

Paolo Mieli

I retroscena del 25 luglio: 70 anni fa la caduta del Duce


I n occasione dei settant'anni dalla caduta del fascismo (25 Luglio 1943), la casa editrice Le Lettere pubblica tre importanti libri di testimonianza incentrati sulle vicende che portarono alla defenestrazione di Benito Mussolini. Tutti e tre a cura di Francesco Perfetti, lo storico che li ha portati alla luce. I primi due, Gran consiglio, ultima seduta di Alberto De Stefani e Memorie di un condannato a morte di Luigi Federzoni, sono stati scritti da personaggi che erano stati al fianco del Duce fin dall'inizio dell'avventura fascista anche se poi, nel 1943, non ebbero dubbi a provocarne la caduta.

Alberto De Stefani era stato praticamente l'unico parlamentare eletto in una lista fascista alle elezioni del 1921 (gli altri seguaci di Mussolini erano stati portati in Parlamento dai Blocchi nazionali, insieme a liberali, nazionalisti, democratici, ex combattenti). «Il deputato d'assalto», lo definì Alberto Mario Perbellini sul «Resto del Carlino» e lui fece sua questa «qualifica». Ma De Stefani fu soprattutto un economista di grande spessore. All'indomani della marcia su Roma (ottobre 1922), Mussolini lo volle con sé al governo come ministro delle Finanze e del Tesoro. De Stefani, per non deludere colui che gli aveva dato una così grande prova di fiducia, da quella postazione mirò a quello che era stato l'obiettivo delle grandi personalità della Destra storica: il pareggio del bilancio. Pareggio che ottenne nell'estate del 1925, poco prima di essere estromesso dal ministero per divergenze con il capo del fascismo, dissensi che datavano dai tempi dell'uccisione di Giacomo Matteotti.

De Stefani tornò allora all'insegnamento universitario e alla collaborazione con il «Corriere della Sera», salvo essere richiamato in servizio dallo stesso Mussolini alla guida di un comitato per la riforma burocratica. Quel comitato, però, ebbe vita breve (1928-1929). Dopodiché l'economista venne incluso, non senza problemi, nel Gran consiglio del fascismo (1930). Negli anni Trenta De Stefani fu contrario alla guerra d'Etiopia e, quando l'Italia strinse un'alleanza con Tokyo in vista di un nuovo conflitto, lui — in contrasto con l'opzione giapponese — accettò di diventare consulente del governo cinese. Non c'è da stupirsi, perciò, che nel luglio 1943 sia stato tra i firmatari dell'ordine del giorno di Dino Grandi, destinato a provocare il crollo del regime mussoliniano.

Diversa la biografia di Luigi Federzoni. Era stato, nel 1910, insieme a Enrico Corradini, uno dei fondatori dell'Associazione nazionalista italiana. In ottimi rapporti con Vittorio Emanuele III, nel 1922, al momento della marcia su Roma, Federzoni aveva avuto un ruolo importantissimo nel tenere Mussolini al corrente — quasi in tempo reale — delle decisioni del sovrano. Il Duce lo compensò affidandogli il ministero delle Colonie (ma lui avrebbe voluto gli Esteri) e poi, per premiarlo della fedeltà dimostrata ai tempi dell'affaire Matteotti, nel 1924 lo spostò agli Interni, dove rimase fino al 1926. Ma anche lui, come De Stefani, negli anni Trenta non fece nulla per nascondere il suo dissenso ed ebbe cariche sostanzialmente onorifiche: presidenza del Senato prima (1929-1939), poi dell'Accademia d'Italia (1938-1943). Fu tra i pochissimi che nel 1938 si opposero apertamente alle leggi razziali e probabilmente per questo perse la presidenza del Senato.

Anche in questo caso non è perciò una sorpresa trovare il suo nome tra quelli dei congiurati del luglio 1943. Pur se, a suo dire, non si dovrebbe assolutamente parlare di congiura. «Prima di tutto», scrive in Memorie di un condannato a morte, «niente "fellonia" né tampoco "agguato", "imboscata" ecc.: parole altrettanto gonfie di fragore quanto vuote di senso, con le quali ci si vorrebbe squalificare… Grandi preavvisò Mussolini fin dalla mattina del 22 circa la nostra iniziativa, e poi gli inviò, a mezzo di Scorza, il nostro ordine del giorno». Perciò, prosegue, non si può dire che ci fu colpo di Stato; si ebbe invece l'«esercizio legittimo di una potestà statutaria del sovrano, esercizio suffragato, sebbene non ce ne fosse bisogno, dal non meno legittimo voto del Gran consiglio».



De Stefani è di parere diverso. Il fatto che Mussolini non avesse sollevato un'eccezione di costituzionalità in merito all'ordine del giorno Grandi, «benché non potesse essergli sfuggito» che quell'iniziativa era «incostituzionale», aveva comportato che egli stesso avesse «legalizzato» in qualche modo «l'iniziativa rivoluzionaria e il colpo di Stato del Gran consiglio». Del resto Mussolini era da tempo «uscito dai propri limiti legali, avocando a se stesso con un atto rivoluzionario la rappresentanza del fascismo e il diritto di interessarsi, eccedendo i propri poteri, di questioni riguardanti i supremi interessi della patria».

Questa lettura della seduta del Gran consiglio del 25 Luglio 1943, «che tende a sottolineare una dimensione rivoluzionaria e incostituzionale» e ad «avallare l'idea che in quella sede fosse stato realizzato un colpo di Stato», osserva Perfetti, «è in contrasto con le affermazioni fatte, in più sedi, da altri firmatari dell'ordine del giorno Grandi», i quali, al contrario, «hanno sempre rivendicato la correttezza giuridica dell'iniziativa e negato per essa ogni retropensiero di natura eversiva». Primo tra tutti Dino Grandi nel suo celeberrimo libro 25 Luglio, a cura di Renzo De Felice, edito dal Mulino.

D'altro canto, fa notare Perfetti, lo stesso De Stefani rigetta la categoria del «tradimento», richiamando l'attenzione sul fatto che l'ordine del giorno Grandi era un «documento tattico» che offriva a Mussolini un'opzione per il superamento della crisi. De Stefani mette poi in evidenza come le critiche alla degenerazione del fascismo fossero condivise anche da coloro che non avevano sottoscritto il documento. È significativo, prosegue Perfetti, l'accenno di De Stefani al fatto che Roberto Farinacci avesse svolto, in quella stessa seduta del Gran consiglio, una critica argomentata che «aveva investito tutta la politica del Duce assai più brutalmente dei commenti che Dino Grandi fece nel proprio ordine del giorno, dai quali esulava la critica della capacità politica del Duce, evidente invece nei discorsi di Farinacci». Altrettanto significativo è il riferimento al fatto che, a un certo punto, quasi tutti fossero preda di una sorta di «nostalgia del Capo», tanto che si ebbe la tentazione di «far confluire l'ordine del giorno Grandi in quello del segretario del partito», con una «decisione di compromesso che avrebbe lasciato le cose al punto in cui erano».

Secondo De Stefani, Mussolini aveva «già da quella notte sentito salire in se stesso la necessità storica della sua esclusione». E questo spiegherebbe perché sia stato così remissivo nel corso di quella lunghissima nottata: «L'ingresso del Duce nella sala del Gran consiglio», scrive De Stefani, «è stato silenzioso; un'accoglienza di attesa; pareva non vedesse nessuno; rifletteva e dava l'impressione di chi si appresta ad ascoltare; la sua espressione era passiva, senza sintomi di reazione come quella di chi deve accettare un avvenimento e non vuole sottrarvisi; la macchina era stata messa in moto e avrebbe continuato a muoversi; non era più in nostro potere di arrestarne la implacabilità; noi stessi ne eravamo lo strumento; della nostra libertà si era impadronita quella misteriosa macchina che gli uomini dicono fatalità; la sua logica ci dominava e noi avevamo perduto la nostra libertà».

E ancora: «Il Duce è stanco: s'abbandona sul suo scranno per cercarvi un sostegno al suo abbandono; ordina al segretario del partito di fare l'appello; siamo tutti presenti, anche coloro che soggiornavano fuori di Roma e che non avevano ricevuto l'invito; anch'essi erano tornati per un misterioso richiamo interiore; molti di noi avrebbero potuto essere legittimamente assenti, ma ognuno aveva sentito qualche cosa in sé che lo aveva fatto tornare; le risposte all'appello sono monotone, impersonali, hanno un timbro unico e sono date a mezza voce… La nostra personalità sembrava scomparsa, eravamo tutti lì per adempiere lo stesso dovere; nessuno aveva qualche cosa da esprimere di suo, di particolare che non fosse comune anche agli altri, o che anche gli altri non avrebbero detto».

Il libro di De Stefani prova poi a spiegare perché Mussolini non fece in quell'occasione alcun «intervento apprezzabile», limitandosi a «qualche spunto difensivo, qualche punto di vista frammentario sull'origine confessionale dello Statuto, sull'esercizio effettivo del comando supremo, sull'impopolarità delle guerre». Con quell'«inerzia», secondo De Stefani, Mussolini avrebbe «dimostrato» la sua «lealtà monarchica», sacrificando ad essa «se stesso e il regime». Perfetti obietta essere molto più probabile che Mussolini ritenesse che il re non gli avrebbe tolto il sostegno. Proprio per le circostanze in cui vennero scritte (cioè a ridosso degli eventi), sostiene Perfetti, «queste pagine finiscono per assumere, ben più di quanto sarebbe potuto accadere con un testo elaborato a posteriori, un valore documentario e di testimonianza intima e individuale, che travalica la rivelazione di particolari inediti sullo svolgimento della seduta, i quali, pure, non mancano».



All'epoca in cui mise su carta queste notazioni, De Stefani era rifugiato in un monastero, dove sarebbe rimasto dall'ottobre del 1943 fino al luglio del 1947, per sottrarsi ai tempi di Salò alla condanna a morte in contumacia inflittagli nel processo di Verona per essere stato tra i firmatari dell'ordine del giorno Grandi. E per sfuggire, nel dopoguerra, alla detenzione nel corso dei mesi del processo intentato contro di lui presso la sezione speciale della Corte di Assise di Roma, con l'accusa di aver «concorso ad annullare le libertà costituzionali, distruggere le libertà popolari e di aver commesso altri reati connessi con l'instaurazione e il mantenimento del regime fascista».

Procedimento che si concluse il 17 settembre del 1947 con un'assoluzione piena dell'illustre imputato. Il dispositivo con cui gli si rendeva la libertà conteneva addirittura un elogio: «Giova ripetere che l'opera sua fu oltremodo proficua alla patria e che meritò la stima e la considerazione dei suoi avversari politici, i quali tuttora lo tengono in gran conto, e pertanto non resta che proclamare l'innocenza di lui, assolvendolo con la formula più completa e restituendolo alla tranquillità della sua famiglia, di cui seppe conservare la nobile tradizione, e all'Italia che di uomini della sua statura morale e intellettuale ha assolutamente bisogno nel periodo della sua ricostruzione». Con il che De Stefani fu riammesso nella vita pubblica (anche se mai ne approfittò per tornare all'attività politica), in quella universitaria e alla scrittura, a cui si dedicò fino all'anno della sua morte, il 1969.

Il libro di Federzoni è più aggressivo. «Dettate, spesso, dall'indignazione e percorse da una vena di profonda amarezza», scrive Perfetti, le Memorie di un condannato a morte, «al di là del valore documentario su alcuni episodi e particolari della storia del ventennio, sono anche una sorta di esame di coscienza di una personalità rappresentativa, prima ancora che del movimento nazionalista del quale fu uno degli esponenti più significativi e autorevoli, di tutto un mondo cresciuto nel culto del Risorgimento e della tradizione incarnata dalla Destra storica».

Nelle Memorie l'autore accentua il «tema della contrapposizione tra il fascismo estremista, rivoluzionario, repubblicano e la Corona», rivelando che, quando era ministro dell'Interno, raccolse voci di un progettato tentativo di rapimento di Vittorio Emanuele III, presentato come «strumento del ventennale ricatto» di Mussolini nei confronti del sovrano. Quello del 1922, dopo la marcia su Roma, era stato un «falso compromesso» con il re, non si era trattato «di un atto di adesione sentita», bensì di «una transazione suggerita dall'opportunità per conquistare il potere». Federzoni sostiene che l'intervento dell'Italia nella Seconda guerra mondiale era stato frutto di un'«iniziativa personale di Mussolini». «Nelle stesse sfere direttive della politica del regime, soltanto qualcuno dei consueti fanatici di mestiere, privi di qualsiasi autorità morale, aveva auspicato con l'incoscienza bruta quell'avventura ancor più rischiosa delle precedenti».

Fra i vecchi componenti dell'organo supremo del regime «non pochi l'avevano francamente avversata (la guerra), e Mussolini, proprio perché sapeva come essi la pensavano, si era ben guardato dal riunire il Gran consiglio medesimo prima di prendere la fatale decisione». Per conoscere «tempestivamente, ad esempio, il mio sentimento in proposito», scrive Federzoni, «gli erano bastate l'insistenza certo stucchevole con cui gli avevo espresso, ufficialmente e privatamente, il mio plauso per la dichiarazione di non belligeranza, e le motivazioni da me addotte per deprecare l'intervento; come non aveva ignorato che ero stato uno di coloro che avevano maggiormente sostenuto Galeazzo Ciano nell'ultimo tentativo di stornare quel folle divisamento, e — fra gli uomini investiti di uffici pubblici importanti — uno dei pochissimi che avevano sistematicamente declinato, avanti e durante la guerra, i ripetuti inviti a recarsi in Germania per conferenze, congressi culturali e altre manifestazioni filonaziste».



Impietosi sono i giudizi sui suoi compagni d'avventura. Achille Starace è presentato come un «arcipotente e inconcludente fanciullone, con i suoi divieti capricciosi, con le sue futili imposizioni». Farinacci è «un can da pagliaio». Roberto Forges Davanzati, «un puro in ogni senso di questa parola». Alfredo Rocco, un «estremista del fascismo», «il più zelante e impaziente propugnatore» della fusione tra nazionalisti e fascisti (alla quale lui, Federzoni, dice di non essere stato favorevole… anche se ci sono prove del contrario). E che avrebbe ceduto «per il suo temperamento dialettico all'ambizione di conferire una sistemazione teoretica al caos empirico del pragmatismo mussoliniano e alle molteplici e contrastanti esigenze "storiche" del regime».

Tutto vero, ma anche Federzoni era poi rimasto al fianco di Mussolini… Certo, spiega l'autore di Memorie di un condannato a morte, «dopo che era stato incautamente impegnato l'onore dell'Italia nel malaugurato cimento, mi ero sentito vincolato anch'io al dovere della disciplina patriottica e avevo sperato sinceramente che al mio Paese potessero essere risparmiate l'onta e la sventura della disfatta». Ma Mussolini «non si era mai potuto ingannare circa il mio stato d'animo in quel tempo, sicché mi faceva spedire di quando in quando dal suo ministro della Cultura Popolare copie fotografiche di articoli e informazioni di giornali britannici, che mi indicavano come uno degli italiani profondamente contrari all'alleanza tedesca e alla guerra». Gli articoli della stampa inglese erano regolarmente accompagnati con una formula burocratica: «D'ordine superiore, si trasmette per notizia». Questa, scrive Federzoni, «era una cortesia che aveva sapore di monito». Perciò «se fra noi dissenzienti e lui ci fu tradimento, fu il suo; fu quello con cui egli premeditò di imbottigliare anche noi, a nostra insaputa e nostro malgrado, nella responsabilità della guerra».

E venne la seduta del Gran consiglio. «Quella notte non finiva mai», racconta sua figlia, Elena Federzoni Argentieri, «alle quattro di mattina si sentì il rumore delle chiavi ed era papà che tornava esausto. Raccontò alla mamma i fatti principali, le disse che Grandi era andato direttamente a riferire al ministro della Real Casa Acquarone, perché informasse il re, poi si addormentò tranquillamente, mentre la mamma poverina non riuscì a trovare sonno. Il giorno dopo, 25 Luglio, quasi tutti i firmatari dell'ordine del giorno Grandi vennero a casa nostra a Roma per stendere il verbale della seduta. Papà raccomandò la massima prudenza perché la vendetta di Hitler non si sarebbe fatta attendere; consigliò soprattutto coloro che avevano partecipato al Gran consiglio per la prima volta di non fidarsi di nessuno e di sparire. Quelli che gli dettero retta ebbero la vita salva, gli altri purtroppo no». Tra questi ultimi, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.

Lui, Federzoni — aiutato dall'allora sostituto alla segreteria di Stato vaticana (nonché futuro papa Paolo VI) monsignor Montini —, trovò ospitalità nell'ambasciata del Portogallo. Successivamente si trasferì in Brasile, dove, sotto falso nome, rimase fino alle elezioni del 18 aprile 1948, che segnarono la definitiva vittoria del democristiano Alcide De Gasperi sui socialcomunisti guidati da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni.

Il terzo personaggio — autore di La congiura del Quirinale — è Enzo Storoni, figlio di un importante deputato liberale ed esponente anch'egli del mondo che faceva riferimento a Luigi Einaudi e a Benedetto Croce. Fu legale di fiducia del duca Pietro d'Acquarone e tale rimase anche dopo che questi assunse l'incarico di ministro della Real Casa. Fu proprio dal duca d'Acquarone, ricostruisce Perfetti, che Storoni nella primavera del 1943 ricevette l'incarico di predisporre «un promemoria da far pervenire al re sulla situazione politica e sulle possibilità di uscire dal conflitto».

A fine maggio, Storoni aveva assistito ad un colloquio tra Vittorio Emanuele e l'ex presidente del Consiglio d'epoca prefascista, Ivanoe Bonomi, cui «era stato sottoposto il promemoria e che sostenne la necessità dell'intervento della Corona, dell'arresto di Mussolini e di avviare segretamente trattative con gli anglo-americani per uscire dalla guerra». E fu sempre lui, Storoni, a consegnare il 20 luglio al duca d'Acquarone un secondo promemoria «destinato pur esso al re, ma elaborato insieme al conte Alessandro Casati sulla base di conversazioni con altri personaggi di rilievo del mondo liberale, dal giornalista e senatore Alberto Bergamini al marchese Pietro Tommasi Della Torretta, allo stesso Bonomi: un promemoria, questo, che illustrava le riserve dei liberali su una soluzione della crisi affidata, come sembrava propendesse il sovrano, a un "gabinetto d'affari" o apolitico». Una sorta di governo tecnico che, a parere di Storoni, dai fascisti sarebbe stato considerato «un intruso e un nemico» e, nello stesso tempo, «non avrebbe avuto una sicura capacità di udienza presso le potenze alleate».

Interessanti sono i giudizi di Storoni — un liberale intransigente al pari di Leone Cattani, Niccolò Carandini, Franco Libonati — sull'opera degli antifascisti, «coraggiosa ma forzatamente modesta». Fino a tutto il 1942, riferisce, non c'era stato «nemmeno il più esile collegamento tra monarchia e antifascismo». I nemici di Mussolini, tutti antipatizzanti nei confronti del re, sottovalutarono (anzi, non presero neanche in considerazione) l'avversione al regime che andava maturando in casa Savoia. Soprattutto dopo la caduta della Tunisia e lo sbarco alleato in Sicilia.

Questo spiega perché il sovrano e il suo entourage tenevano in scarsissimo conto l'opinione dei liberali con i quali avevano mantenuto un qualche contatto. Non furono dunque questi ultimi a spingere Vittorio Emanuele III all'azione. Anzi, si può affermare «senza tema di smentita» che «artefice unica del colpo di Stato sia stata la monarchia». Fu poi «la forza degli eventi, più che la capacità d'azione degli uomini» ad accelerare il processo che portò al 25 Luglio, e la riprova è nel fatto che in merito alla destituzione di Mussolini «il progetto e i modi dell'attuazione di esso furono frutto di affrettata improvvisazione».

Interessanti sono le pagine del Memoriale di Storoni dedicate alla formazione del governo Badoglio. I ministeri più importanti in quel momento erano tre: Esteri, Interni e Cultura popolare. Ma per quel che riguarda gli uomini ai quali questi dicasteri furono affidati, Raffaele Guariglia era lontano da Roma e, per arrivare da Ankara, «tardò cinque giorni, cinque giorni fatali»; Bruno Fornaciari, ex prefetto fascista, legato al regime da relazioni e amicizie, «aveva le mani legate, tanto che dopo poco si dovette sostituirlo»; Guido Rocco «dichiarava candidamente di non conoscere nulla della stampa italiana e sembrava persino ignorare l'esistenza della radio che ai nostri giorni è uno strumento essenziale per il governo», talché, «circondato da funzionari che lo avevano seguito dal ministero degli Esteri, si limitò a istituire la censura preventiva e a sopprimere praticamente ogni propaganda radiofonica». Non male per il primo governo postfascista.

Solo Leopoldo Piccardi, l'unico dei ministri ad aver avuto in tempi precedenti rapporti con gli uomini dell'opposizione, «cercava in tutti i modi, nonostante le tremende difficoltà del momento, di imprimere un indirizzo politico al suo ministero, mantenendo rapporti continui con i politici». Gli altri «oscillavano tra la preoccupazione di non mettersi in vista e lo zelo di farsi perdonare un passato troppo recente». Del resto quei nomi furono scelti a corte, su indicazioni estemporanee, da parte di persone che si sentivano domandare dal re: «Lei conosce il tale?» oppure «Qual è, secondo lei, il migliore funzionario del ministero talaltro?».

Dopo il 25 Luglio del 1943, Storoni fu commissario all'Alimentazione nel gabinetto Badoglio. Di quell'esperienza ricorda il grande caos. Ex ministri, piccoli e grandi personaggi del fascismo ancora in circolazione, anche se «gli inconvenienti che ne derivarono furono gravi ma non fatali». «Se molti prefetti fascisti tardarono a essere rimossi, se molte nomine furono sbagliate, se troppi fascisti furono lasciati in libertà, se la stampa fu soffocata e la radio totalmente ignorata, se molti altri inconvenienti si verificarono, tutto ciò non ebbe un'influenza decisiva sul corso degli eventi…

Bisogna tener presente che non si trattava di un cambiamento di governo, ma della caduta di un regime che per vent'anni aveva intessuto una rete fittissima di interessi e di complicità, ed era ben difficile spezzarla d'un colpo». In seguito all'armistizio, Storoni si diede alla clandestinità, braccato dai nazisti. Per poi tornare al governo da sottosegretario all'Industria con delega al Commercio estero, nel gabinetto guidato da Ferruccio Parri (giugno-dicembre 1945) e sottosegretario al Commercio estero nel primo governo presieduto da Alcide De Gasperi (dicembre 1945-luglio 1946). Fu una personalità di spicco del Partito liberale, scrisse su «Risorgimento Liberale» e sul «Mondo» di Mario Pannunzio.

L'interesse del memoriale di Storoni, osserva Perfetti, non riguarda soltanto la genesi e lo svolgimento del colpo di Stato e il ruolo della monarchia in questa contingenza; esso ricostruisce bene «il clima di incertezza che travolse, all'indomani del 25 Luglio, "le nascenti classi politiche", preoccupate della volontà di far uscire il Paese dalla guerra, confuse dalle voci contraddittorie su trattative in corso con gli Alleati e spinte, quasi inconsapevolmente, ad attribuire a Badoglio le più varie responsabilità». Tutte negative, ovviamente. E ingiuste, come quella di voler «ingigantire di proposito l'inesistente pericolo dei tedeschi», così da poter «svolgere una politica reazionaria».

Il giudizio di Storoni su Badoglio è invece assai meno ostile perché, scrive Perfetti, l'autore fu ben consapevole delle difficoltà del compito affidato al maresciallo e del fatto che la principale preoccupazione del capo del governo, peraltro condivisa totalmente con il sovrano, riguardava, appunto, la reazione tedesca non solo al cospetto della liquidazione del fascismo, ma soprattutto di fronte all'armistizio. A proposito del quale nel libro vengono poste in evidenza «le difficoltà e le ambiguità» del contesto in cui si svolsero le trattative con gli Alleati. Pochi si resero conto del fatto che — come sostenevano Badoglio e Vittorio Emanuele III — «il pericolo di una reazione tedesca particolarmente efferata era reale». E che l'apprensione per quel pericolo accompagnò «lo svolgimento di trattative nel corso delle quali le due parti in causa, italiani e alleati, parlavano un linguaggio diverso». In altre parole, gli anglo-americani (e i partiti antifascisti) non valutarono che quel tipo di reazione da loro provocata avrebbe allungato anziché accorciare la guerra. Guerra che sarebbe durata per altri venti, terribili mesi.

(Da: Il Corriere della Sera 8 luglio 2013)



giovedì 11 luglio 2013

Per un' Occitania viva e libera, per un'Europa dei popoli. Quattro domande sul termine occitano



Qualche visitatore del nostro blog si stupisce del nostro sostegno alla causa occitana. La risposta è semplice: siamo per una Europa dei popoli che permetta finalmente di superare le barriere artificiali costruite nei secoli scorsi dalle classi dominanti. E gli Occitani (come i Baschi e i Corsi) sono l'esempio più chiaro di una nazione senza stato. Qualcun altro contesta che l'occitano sia una lingua autonoma e non un insieme di dialetti franco-provenzali. Lasciamo la risposta agli amici di Ousitanio Vivo.

QUATTRO DOMANDE SUL TERMINE "OCCITANO"

Ci sembra opportuno tornare ancora una volta sull'antica, e per fortuna in via di superamento, questione della differenza tra occitano-Occitania e provenzale-Provenza. Lo facciamo esponendo, per chiarezza, quattro domande fondamentali.

1: Occitano e provenzale indicano la stessa cosa?

Si! Per indicare la lingua parlata nelle nostre Valli viene usato da alcuni il termine occitano, da altri quello provenzale. Ma i due termini fanno riferimento esattamente alla stessa lingua, parlata, con molte varianti, dalle valli del Quiè a sud alla valle di Oulx a nord. La nostra lingua è una sola, occitana o provenzale che la si voglia definire. Non ha dunque senso parlare di provenzale o di minoranza provenzale come se si trattasse di un'entità linguistica o geografica distinta da quella occitana. Ancora meno senso ha chiedere il riconoscimento di una entità provenzale a fianco di quella occitana, a meno che questa entità indichi non un territorio o una comunità di parlanti, ma un movimento politico (è come se, ad esempio, l'ARCI chiedesse alla Stato di essere riconosciuta come minoranza linguistica).



2: Qual è il termine più appropriato?

Il termine occitano-Occitania, per due ordini di ragioni. Il primo è che l'identità provenzale fa riferimento ad una realtà regionale assai circoscritta (e questo può essere da un certo punto di vista un vantaggio), e ignora che la lingua d'oc si estende in tutto il mezzogiorno francese. L'unità della lingua d'oc, pur comprendente diverse varianti regionali (tra le quali la più originale non è il provenzale ma il guascone) è riconosciuta da tutti i linguisti e studiosi universitari. Lo stesso Mistral ne aveva tenuto conto redigendo il suo grande dizionario "Lou tresor dóu Felibrige".

Il secondo ordine di ragioni che rende inaccettabile il termine provenzale per la lingua parlata nelle nostre Valli è che la lingua d'oc del mezzogiorno francese si divide, per unanime giodizio dei maggiori studiosi, in due gruppi: a nord i dialetti (limosino, alvergnate, delfinese o occitano alpino) caratterizzati, tre altre cose, dal fenomeno della palatalizzazione ("chan" per cane, "chabro" per capra, ec.); a sud i dialetti (provenzale, lengadociano, guascone) che non adottano tale fenomeno ("can" per cane, "cabro" per capra, ec.). Ora la palatalizzazione è pressochè totale nelle nostre Valli. Dunque, anche nel caso in cui si ritenesse un'identità occitana troppo vasta e vaga, e si preferisse una identità regionale, geograficamente e storicamente più agevole, le nostre Valli non potrebbero considerarsi linguisticamente provenzali, poiché le loro parlate sono chiaramente di tipo nord-occitano.

3: Qual è il termine più affermato?

Sino a qualche decennio fa tra la gente comune delle Valli, priva di ogni coscienza identitaria, entrambi i termini erano sconosciuti: essa non sapeva di parlare né l'occitano né il provenzale, ma semplicemnete un "patuà", "a nosto modo", un dialetto di campanile. E' dunque mistificatorio proporre il provenzale come un'identità radicata nella nostra tradizione e sentire comune, e l'occitano come una costruzione intellettuale imposta dall'alto. La verità è che entrambe le definizioni sono state "scoperte" in tempi recenti: quella provenzale a partire dai primi anni '60, quella occitana alla fine dello stesso decennio, con l'arrivo di François Fontan a Frassino.

Ma negli ultimi anni si è verificata una grande presa di coscienza, ed essa è andata principalmente in direzione del termine secondo noi più corretto, quello di occitano-Occitania. Di questo semplice fatto hanno tenuto conto i legislatori che licenziarono un anno fa la legge 482, riconoscendo la minoranza linguistica occitana tra quelle presenti in Italia. Lo stesso indirizzo è da molto tempo fuori discussione in sede di Comunità Europea, nelle Università e sui giornali.



4: L'occitano è una lingua astratta?

Questa è forse la mistificazione più grave. La ricerca di un occitano alpino "normalizzato" o meglio "referenziale" non è volta a sostituire le parlate (occitane) autentiche di ogni valle e paese con una lingua (occitana) calata dall'alto, bensì tenta di elaborare una forma che possa essere insegnata nelle scuole (ai bambini o agli adulti che vogliono riscoprire le proprie radici), utilizzata nei documenti ufficiali, nella segnaletica stradale, nella comunicazione scritta. Questa lingua occitana referenziale non potrà e non dovrà mai sostituirsi alle parlate occitane locali, ma anzi costituisce l'unica via attraverso la quale queste parlate possono continuare a prosperare, senza ridursi a fenomeni folcloristici o da museo. Le due forme - quella autentica del proprio villaggio e quella "standard" della vita pubblica - devono convivere una accanto all'altra perché si riferiscono a contesti e situazioni differenti. Tutte le minoranze linguistiche che cercano di aprirsi al futuro e non di chiudersi a riccio in atteggiamenti nostalgici adottano questa strada, dai friulani ai catalani, dai romanci ai sardi.

Sarebbe interessante chiedere ai sostenitori del provenzale quale lingua vorrebbero fare insegnare nelle scuole: quella localissima del villaggio? (ma in una Scuola Media di valle, a quale villaggio fare riferimento?) O il provenzale ottocentesco di Mistral, zeppo di termini che nessun parlante delle nostre Valli conosce?

Queste ed altre domande risultano insomma ineludibili per chiunque assuma, come noi cerchiamo di fare, il senso di responsabilità e la progettualità come criteri della propria azione.

(Da: Ousitanio Vivo - 18 dicembre 2000)


Sicilia 1943: quando gli americani fucilavano gli italiani



In “Salvate il soldato Ryan”, Steven Spielberg mostrava come durante lo sbarco in Normandia i soldati americani avessero fucilato sul posto gruppi di prigionieri tedeschi dopo che si erano arresi. La cosa fece scalpore. Oggi due saggi, ben documentati, sulle stragi di italiani, soldati e civili, nella Sicilia del '43, dimostra che si trattò di una pratica diffusa, incoraggiata dai comandi.

Francesco Bei

Sicilia, luglio 1943. Lo sbarco segreto


«Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Il sergente Horace West, processato negli Stati Uniti per aver svuotato a sangue freddo i caricatori del suo Thompson su 37 prigionieri italiani, si giustificò così di fronte al tribunale militare.

Operazione Husky, nome in codice dello sbarco in Sicilia il 9 e 10 luglio di 70 anni fa: imbottiti di benzedrina per resistere alla fatica, furiosi per l’accanita resistenza che avevano incontrato, nonostante la superiorità schiacciante di mezzi e uomini, in diverse occasioni i fanti e i parà americani si lasciarono andare a violenze ed eccidi contro i prigionieri o la popolazione civile. In questo il sergente West – condannato, graziato e tornato in servizio come soldato semplice – in fondo era sincero. Il mitico generale Patton, celebrato da Hollywood, rivolgendosi ai suoi ufficiali alla vigilia dello sbarco in Sicilia aveva usato la famosa formula: «Kill, kill and kill some». Quanto al nemico, le istruzioni del generale erano chiare: «Se si arrendono quando tu sei a 2-300 metri da loro, non pensare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola e poi spara. Si fottano.

È il lato oscuro dell’invasione alleata della Sicilia, quando la più grande forza di sbarco che mai si fosse vista in Europa travolse le abborracciate difese costiere italiane. Ora i fantasmi di quei caduti ritrovano vita in diversi saggi appena usciti. E si riaprono i dossier. Come quello della strage dei Carabinieri a Passo di Piazza, raccontato nel libroGela 1943 di Fabrizio Carloni (Mursia). Dopo essere stati circondati dagli uomini dell’82esima “Airborne”, i Carabinieri cessarono il fuoco e si fecero catturare. Erano 13 o 14. «Furono allineati con le spalle al muro a tre-quattro metri dal muro della palazzina, rivolti ai nemici che li fronteggiavano armati di mitra; gli statunitensi erano sei o sette e ingiungevano di tenere le mani ben alte («Hands up, hands up!»)». Poi iniziarono a sparare con i mitra. «Il nostro testimone sosteneva che la fila intera si abbatté al suolo; tre o quattro dei camerati gli sembrarono, nei momenti successivi, morti; Quattro gli parvero, nella concitazione, feriti gravemente, di cui uno di Salerno, che piangeva, gli sembrò morente con ferita a cratere sulla spalla sinistra che perdeva sangue a fiotti». Cianci, il testimone sopravvissuto, simulò di essere stato colpito al petto e si salvò.



Ancora più grave la strage dei prigionieri che Andrea Augello racconta in Uccidi gli italiani e Domenico Anfora e Stefano Pepi descrivono inObiettivo Biscari(Mursia). Gli avieri italiani, aiutati da qualche elemento della “Goering”, si trincerano all’aeroporto di Biscari e ingaggiano quella che viene ricordata come la più dura battaglia della campagna siciliana. Al termine il tenente li raduna nell’ultimo avamposto: «Avieri, vi siete battuti bene». Ne restano vivi meno di 40. Si arrendono e vengono consegnati al sergente Horace West, che li dispone in fila lungo un fossato. L’aviere Giuseppe Giannola viene ferito a un braccio e alla testa. Ma la sua giornata gli riserva un’altra tragica sorpresa. Medicato da un’ambulanza militare, aspetta la sorte sul ciglio della strada: «È arrivata una Jeep con tre soldati. Quelli davanti sono scesi: penso mi avessero scambiato per uno di loro. Mi parlavano sorridendo, poi si sono accorti che non capivo. Li ho visti guardarsi in faccia: quello con il fucile ha indicato all’altro la Jeep, lo ha mandato via. È rimasto solo, in piedi, di fronte a me. Io ero seduto, lui mi fissava. Poi ha imbracciato il Garand, ha mirato al cuore e ha sparato». Eppure, miracolosamente, Giannola “resuscita” una seconda volta perché il proiettile non colpisce organi vitali.

La battaglia di Biscari va ricordata anche per la morte di Luz Long, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Berlino del 1936 nel salto in lungo, alle spalle del leggendario atleta di colore statunitense Jesse Owens. Long e Owens divennero grandi amici, benché la guerra avesse separato i loro destini e spedito l’atleta tedesco fin nella sperduta Biscari a difendere con la sua batteria contraerea una pista di terra in Sicilia. L’ultima lettera che Long scrisse dal fronte fu proprio all’amico (nero e americano!) Jesse Owens: «Dove mi trovo sembra che non ci sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e per il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello Luz».

Su un altro episodio raccontato da Pepi e Anfora inObiettivo Biscari,ovvero l’uccisione del podestà di Acate Giuseppe Mangano, del figlio Valerio e del fratello Ernesto, la Procura militare di Napoli ha deciso di aprire un fascicolo d’inchiesta. Gli invasori-liberatori sono anche offuscati da pregiudizi etnici, basta leggere i dispacci “top secret” che Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino hanno raccolto inOperazione Husky(Castelvecchi). «Gli italiani – scrive il servizio segreto britannico – sono dei gran chiacchieroni, si lagnano di tutto e non fanno che disperarsi. ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, spunta sempre un pretesto per non agire». Non fu così in Sicilia, quando un esercito di “straccioni”, abbandonato dai generali e da Mussolini, tenne testa per 38 giorni alla grande armata alleata.

Il maggiore Victor Joppolo entrando per primo a Licata-Adano nel romanzo Una campana per Adanodi John Hersey (Castelvecchi, premio Pulitzer 1945) nota una donna morta in un vicolo, mutilata dalle bombe che hanno distrutto la città. «Che orrore. È terribile pensare che abbiamo dovuto far questo ai nostri amici». «Amici», risponde il sergente Borth al suo fianco, «questa è bella».

(Da: La Repubblica 8 luglio 2013)



Casarrubea-Cereghino
Operazione Husky
Castelvecchi, 2013
euro 19,50

Fabrizio Carloni
Gela 1943
Mursia, 2013
euro 15

mercoledì 10 luglio 2013

Il governo Pd-PDL dimezza i Canadair per comprare i bombardieri F35


Riprendiamo da “il Fatto” una notizia che si commenta da sola. Un'altra perla del governo PD-PDL.
Dimezzati i Canadair e gli elicotteri anti-incendio. Via libera alle fiamme.
Arrivano l’estate, il caldo. E torna la paura. Ogni anno in Italia scoppiano centinaia, migliaia di incendi (in media 8.700). Ma quest’anno i vigili del fuoco e la Protezione Civile rischiano di essere disarmati: lo Stato ha deciso di compiere tagli drastici sui mezzi che più di tutti aiutano a difendere i nostri boschi. Sono rimasti appena 15 Canadair a difendere tutta l’Italia. Pochi, pochissimi per venti regioni, considerando turnazioni e manutenzione.

E pensare che gli incendi ogni anno si mangiano una superficie di boschi grande due volte Milano. Pensare che provocano danni di miliardi, molto maggiori del risparmio garantito dal taglio agli aerei. Pensare, soprattutto, che i monti bruciati, senza vegetazione, come è avvenuto sulle alture genovesi, sono una delle principali cause delle alluvioni.


Taglio Canadair, interrogazione di M5S in Senato

“NON DIMEZZATE il numero dei Canadair”. Dopo aver letto sul Fatto Quotidiano di ieri del taglio da 30 a 15 degli aerei antincendio, deciso dal governo Monti e controfirmato dal nuovo premier Letta, il Movimento 5 Stelle annuncia un’interrogazione urgente in Senato sul caso. “Il governo è chiamato a rispondere con urgenza. Non è possibile che si sia costretti a operare, o meglio non operare in queste situazioni, mentre dall’altra parte si spendono miliardi di euro per gli F-35 – afferma il senatore Roberto Cotti – Non si possono dimezzare i Canadair anti-incendio e poi sperperare denaro negli aerei da guerra”. Interviene anche Loredana De Petris, presidente dei senatori di Sel e del Gruppo misto: “Il governo chiarisca subito. I soldi che mancano sempre per il necessario a quanto pare ci sono per il superfluo. È inconcepibile che un governo preferisca buttare miliardi dalla finestra per comprare gli F-35, gli aerei da guerra, che oltretutto si spaccano in volo, e rinunci a mezzi indispensabili per difendere l’ambiente e dunque la vera ricchezza del nostro Paese".


(Da: il Fatto del 9 luglio 2013)


Dove andare: Carcassonne fra Jazz e Dan Brown



Da lontano Carcassonne appare a chi arriva come un miraggio fatto di torri e di luce. Questa perlomeno l'impressione che ha sempre fatto a noi.

Paolo Rossi

Se dentro la Cité del Medioevo c'è anche il “Codice da Vinci”

Da qualunque parte si arrivi (Tolosa o Montpellier) al momento di entrare nella città della Linguadoca non ci si può sbagliare: basta alzare il naso all'insù e si capisce che si è giunti a Carcassonne. Dall'alto la Cité, come la chiamano qui, domina maestosa il dipartimento dell'Aude. Bella, fortificata e restauratissima dall'architetto Eugène Viollet-le-Duc (intorno al 1830) come neppure chi la progettò avrebbe immaginato. La città medievale è tra l'altro citata nel Codice da Vinci di Dan Brown insieme alle altre consorelle francesi, Parigi compresa. E per questo è diventata celebre. Ad ogni modo a Carcassonne cosa si fa? La vera sfidaè resistere alla tentazione di andare subito lassù. Sulle fortificazioni, ovvero una doppia cerchia di mura e 53 torri che rendono unico questo centro.

Non a caso inserito nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'Unesco dal 1997. Ma anche "la città di sotto" merita uno sguardo. E allora, rassegnati a rimandare la visita allo storico gioiello, facciamoci un giro nella parte nuova.

Ore 9. 00 Café de la Comedie La colazione va fatta bene perché le energie serviranno. Il Café de la Comedie fa al caso nostro: l'espresso ha un buon sapore, i croissant sono tipicamente francesi. La location merita e ci trasporta in un altro mondo: quello di spettacoli e tempi che furono.

Siamo all'inizio di un bel viale di platani che poi sfocia nella piazza dedicata a Charles de Gaulle con tanto di portale monumentale. Ma una volta speso il primo quarto d'ora della giornata, ci si domanda: musei o passeggiata? E perché non entrambi? Ore 10.00 Place Carnot Si può fare. Il cuore di Carcassonne è urbanisticamente a forma di pentagono (Dan Brown, ricordate?), ma senza punta. Così ci si può immergere nel dedalo di viuzze, monumenti, musei e chiese. Si può bighellonare e perfino perdersi tra rue Chartran e rue Victor Hugo, passando per Place Carnot a dare un'occhiata al mercatino dei fiori con la sua caratteristica fontana. E, quasi senza accorgercene, siamo già passati davanti a Les Halles, mediateca della cittadina,e alla Maison des Memoires, dove visse il poeta Joe Bousquet.



Ore 12.00 Canal du Midi Un po' affannati, dopo tanto camminare, meritiamo una sosta. Un aperitivo non è una cattiva idea. Siamo giunti quasi alla fine di rue Clemenceau, ossia alla conclusione del pentagono. Di negozietti ne abbiamo incrociati a iosa perché è proprio questo il punto nevralgico dello shopping. Di fronte, oltre i giardini Chenier ed il ponte Marengo, c'è la Gare: ovvero la stazione ferroviaria. La brasserie che risolve è quella dell'hotel Terminus. E regala una bella vista anche sul Canal du Midi. La famosa opera, anche questa sotto egida Unesco, dell'ingegner Riquet. Ancora oggi nessuno ha sentito il bisogno di migliorare questo canale artificiale affollato di barche e barchette che vanno a zonzo per la Francia. Ore 13.00 Il Ponte Vecchio All'ora di pranzo il richiamo della Cité è irresistibile. Ci si avvia a piedi, come pellegrini. Si supera il Ponte Vecchio (bellissimo) e s'incrocia un ristorante italiano che si chiama, guarda caso, "Il Ponte Vecchio". D'italiano ha solo il nome: piccolo e d'atmosfera, ha prezzi contenuti. L'ideale prima di affrontare la salita.

Ore 15.30 La Citè Ci vuole tempo per "scalare" la città medievale. Ma una volta arrivati in cima la soddisfazione è totale nonostante anche la Citè sia ormai un luogo-business. Volete fare un giro in trenino o in calesse? Ecco la prima offerta turistica che troverete.

Ore 18.00 Basilica di Nazaire e Celse La visita al Museo dell'Inquisizione vi farà scoprire come venivano torturati nel Medioevo gli indesiderati e vi lascerà addosso qualche brivido. A fine visita si può scegliere di comprare souvenir di ogni tipo, ricordini e cartoline oppure dirigersi al Museo del Castello (a pagamento). Già, perché si può entrare gratuitamente fino al Barbacane (l'antimuro difensivo), ma oltre non si va senza biglietto. Chi rinuncia al tour non avrà tempo di pentirsene. Perché girando intorno alla struttura si troverà davanti la bella Basilica dei santi Nazaire e Celse. E potrà fantasticare su quali segreti nascondano i rosoni nati dalla congiunzione architettonica di gotico e romanico. Dan Brown ha insegnato che l'arte può svelare qualsiasi leggenda.

Ore 21.00 Comte Roger Stremati, ma affascinati dalla visione notturna della Cité, si sceglie (non si può fare altrimenti) di restare a cena all'interno delle mura. Potete optare tra pizze, tapas, cassoulet (la specialità) ed entrecotes. Consigliamo di mangiare al Comte Roger in rue St Louis, non deluderà. Ma non bisogna perder tempoa passeggiare, perché può capitare di essere rifiutati dai ristoranti già alle 21.45 perché "troppo tardi" per cenare. Regolatevi. Non è troppo tardi, invece, per organizzare una visita alla città per il Festival de Carcassonne (www. festivalcarcassonne. fr) che- dal 19 giugno al 4 agosto - propone vari spettacoli di teatroe musica classica. Per una serata all'insegna della dance, il 21 giugno salirà in consolle il dj francese David Guetta alla Citè Mèdièval. Un'altra ottima occasione per trascorrere 24 ore a Carcassonne.

(Da: La Repubblica del 5 giugno 2013)






Live Etnic Jazz a Spadafora

E' un po' fuori zona per noi liguriani, ma invitiamo tutti gli amici siciliani di Vento largo a non perdere l'occasione di ascoltare vera e grande musica.


(Ciao, cuginazzo)


Dai canti dei fringuelli i segreti della lingua dei bebé



Gabriele Beccaria

Dai canti dei fringuelli i segreti della lingua dei bebé


È possibile curiosare tra i canti dei fringuelli per capire qualcosa in più su un mistero coinvolgente come la nascita del linguaggio negli esseri umani?

Dietro questo interrogativo c’è una lunga storia, che comincia con una ricercatrice americana dell’Hunter College di New York, Dina Lipkind: è lei che decide di provare un esperimento mai tentato prima, soltanto in apparenza banale: insegnare a un gruppo di fringuelli zebra in cattività un nuovo canto. Un’impresa di sicuro difficile, dato che questi uccellini, in natura, ne imparano uno solo nel corso dell’intera vita.

Eppure, con pazienza e una notevole dose di abilità, nel giro di alcune settimane ci riesce. Da una melodia nota - basata su un modello identificato in laboratorio come «abc-abc» - le sue volenterose cavie acquisiscono un altro set di fischi e suoni, stavolta modellato su un «pattern» alternativo, del tipo «acb-acb».

Dina Lipkind si rende conto che lo sforzo a cui ha obbligato le sue fragili creature è una vera e propria lotta linguistica e quindi cognitiva. Il salto, ogni volta, in ogni esemplare, non consiste nel passare da una sillaba a un’altra, quanto nel comporle. Le connessioni richiedono una dolorosa transizione. Solo dopo che sono state davvero afferrate, può avere inizio un nuovo canto. Il problema - in altre parole - non sono i suoni, ma è la grammatica a far sudare sette camicie.

Il secondo test lo conduce uno studioso giapponese, Kazuo Okanoya, con i fringuelli bengalesi. Stesso tentativo e stessi risultati: anche questi uccelli, decisamente più intelligenti dei colleghi, devono impegnarsi al massimo per approdare all’analogo risultato di una melodia inedita.

A questo punto può cominciare il terzo - e decisivo - momento della ricerca, che finalmente si addentra tra i vocalizza dei bambini. Entro il primo anni di età - è noto - i bebè cominciano a esercitarsi con tutti quei suoni, familiari per ogni madre e padre, composti da vivaci sequenze di «da-da-da» e «ba-ba-ba». Monotone, forse, ma non per i genitori, che spiano il fenomeno della lallazione come l’annuncio di un’imminente svolta comunicativa dei figli. E di certo intriganti per Dina Lipkind e Doug Bemis, che hanno cominciato ad analizzarli con pignoleria nel database «Childes» dedicato al linguaggio infantile. E, così, dopo un po’ di tempo si accorgono che, se i bambini ripetono ossessivamente la stessa sillaba, come per stamparla nella memoria ed esercitare le loro nascenti capacità espressive, passano alle versioni sofisticate, in cui ne combinano due diverse, solo dopo un lungo - e faticoso - tirocinio. Non succede tutto in una volta. Ci vuole tempo ed esercizio, a volte qualche mese, come ai fringuelli sono necessarie alcune settimane.

Ecco finalmente un filo rosso che, accomunando due specie tanto diverse, rivela il nocciolo di una scoperta. Ciò che stanno facendo i cuccioli di uomo è imparare un passaggio fondamentale che plasmerà le loro esistenze, quello che dalla trasparenza dei suoni singoli arriva fino alle contorsioni della parola. E allora - annunciano Dina Lipkind e gli altri autori su «Nature» - alla domanda iniziale, di certo un po’ stravagante, si può rispondere con un «sì» secco. Anche se a un livello immensamente più raffinato, i bambini eseguono lo stesso lavoro di apprendimento con cui i giovani fringuelli acquisiscono le giuste melodie per entrare nel mondo dei volatili. Se i linguaggi degli uni e degli altri non sono comparabili, il background presenta tuttavia una struttura simile che implica molto più del trascinamento dell’istinto.

E non è un caso che dietro quelle prove d’autore - nei boschi, nelle gabbiette di laboratorio e nelle culle - sia coinvolto lo stesso gene-chiave, il Foxp2, considerato dagli addetti ai lavori una star: senza di lui non c’è articolazione di suoni e non ci sono, appunto, i vocalizzi che accomunano umani e volatili e che, invece, sorprendentemente, sono sconosciuti ai nostri parenti più prossimi, le grandi scimmie. A loro l’evoluzione ha negato l’idea (e il piacere) di cosa significhi intonare un canto.

(Da: La Stampa TuttoScienze del 10 luglio 2013)




martedì 9 luglio 2013

O Renzi, e i 120 mila euro di Montezemolo che fine l'hanno fatto?



Se questo è il nuovo che avanza allora è meglio la vecchia merda. D'altronde un altro toscano (Amintore Fanfani) aveva in altri tempi chiarito (se ce ne fosse stato bisogno) che in politica non è questione di giovani o vecchi e che se uno è bischero a vent'anni è bischero sempre. E in fatto di bischerate il nostro bel Renzi-Pinocchio non è di certo secondo a nessuno. Sarà per questo che piace tanto a destra?


Tommaso Montanari

I 120 mila euro per l’affitto di Ponte Vecchio? Spariti


I famosi 120 mila euro che la Ferrari avrebbe corrisposto al Comune di Firenze per il noleggio a ore di Ponte Vecchio, rischiano di fare la fine del Leonardo fantasma che Renzi giurava di aver trovato dietro gli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio: desaparecidos, evaporati, smarriti. L'unica vera opposizione al supersindaco (quella, di sinistra, di Ornella De Zordo e Tommaso Grassi) ha presentato ieri due interrogazioni in Consiglio comunale per conoscere i dettagli finanziari della festicciola di Montezemolo su suolo pubblico: e la risposta della vicesindaco, Stefania Saccardi, è stata davvero spiazzante.

LE UNICHE entrate che (almeno per ora) risultano ufficialmente sono 13.000 euro per il restauro di un'opera d'arte e circa 17.000 per l'occupazione di suolo pubblico: cioè 2.489 euro per l'occupazione di Ponte Vecchio (un vero affare!), 11.295 euro per piazza Ognissanti e 2.719 euro per il Lungarno Vespucci. Non solo. La settimana scorsa, un Renzi in visibile difficoltà aveva difeso la svendita del cuore della sua città tirando in ballo i più indifesi dei suoi cittadini, scrivendo nella sua newsletter telematica: “E abbiamo fatto una scommessa di comunicazione sulla città. En passant, abbiamo anche recuperato circa 120 mila euro, l'equivalente del taglio che abbiamo ricevuto sul capitolo delle vacanze per i bambini disabili. Io credo che chiudere tre ore Ponte Vecchio per questi motivi sia doveroso per un sindaco. Lo rifarei, nonostante le polemiche. Voi che ne pensate? ”. Ebbene, De Zordo e Grassi hanno anche chiesto quale ente terzo avesse tagliato quella sensibilissima voce del bilancio comunale: e la risposta di un’ imbarazzatissima Saccardi è stata che, in verità, non c'era stato alcun taglio, e che Renzi aveva solo voluto dare l'idea del valore sociale del canone che sarebbe stato pattuito (il condizionale è a questo punto d'obbligo) con la Ferrari. Ancora. Un accesso agli atti degli stessi consiglieri ha accertato che l'atto di concessione dell'occupazione del suolo pubblico per l'area di Ponte Vecchio della Direzione Sviluppo Economico risulta datato al primo luglio, ovvero al giorno dopo la cena su Ponte Vecchio. Difficile, in effetti, negare un permesso per qualcosa che è già avvenuto. Più difficile ancora non concordare con De Zordo e Grassi: “Sulla vicenda, il sindaco Renzi ha fatto una pessima figura e ha utilizzato mezzucci della peggior politica per coprire il suo operato, come annunciare

120.000 euro per coprire un buco di bilancio sulle vacanze per i ragazzi disabili quando non c’erano né i soldi, né il taglio, utilizzando la Città e i suoi monumenti, sfruttando il proprio potere discrezionale per accaparrarsi nuovi supporter e facendo favori a soggetti economici forti che magari potrebbero nel momento giusto restituire il favore”. C'è da giurare che appena Matteo Renzi riprenderà il controllo mediatico della città che di fatto non amministra, i 120.000 euro compariranno, come per magia, in qualche capitolo di spesa: ora per allora, proprio come la concessione del suolo pubblico.

MA ANCHE chi fosse d'accordo con lo sfruttamento economico intensivo di un patrimonio artistico che, per Costituzione, non dovrebbe essere al servizio del lusso ma dell'eguaglianza, dovrebbe cominciare a nutrire qualche dubbio su un politicante capace di strumentalizzare i bambini disabili e di noleggiare Ponte Vecchio come se fosse il proprio salotto. Perché se davvero non si è trattato di uno spot elettorale, o di uno scambio di favori con Montezemolo, se davvero quel noleggio va iscritto in una qualche forma di iperliberista imprenditoria della città: bè, almeno i conti dell'operazione dovrebbero essere trasparenti, accessibili, puntuali.


(Da: Il Fatto del 9 luglio 2013)






I piccoli piaceri della vita. Teatro itinerante ai Giardini Botanici Hambury


Lia Franzia a "Diffusa" Rassegna d'arte contemporanea



Giovedì 11 luglio inizia il suo percorso “Diffusa”, Rassegna d'arte contemporanea. Un calendario ricchissimo di eventi fino al 31 di luglio a Quiliano nelle suggestive ambientazioni di Villa Maria e del Parco archeologico di San Pietro in Carpignana. Da non perdere la collettiva curata a Villa Maria dal SACS (Spazio Arte Contemporanea Sperimentale). Una stanza ospita i lavori di Lia Franzia, cara amica di Vento largo. Di lei parla questo bel testo trovato in rete.

Caterina Berardi

Lia Franzia. Architetture paesaggi

Il secondo passaggio nelle stanze dell'arte di Lia Franzìa indica una fertile conoscenza dell'architettura e delle arti applicate.

E se la Storia, intesa in frammenti di vissuto o in tracce di classicismo architettonico funge da basamento per la generazione di un rinnovato passato, anche il connubio Uomo-Natura, nei paesaggi, si affida all'intersezione pulsante di un elemento, quell'uso della fantasia che vivifica il ricordo in un'immagine in fluire costante, futuribile. Ma per Lia "non sempre il tema è in assolo" e la compenetrazione armoniosa tra le varie esperienze artistiche è il fil rouge di un intenso vissuto. Tutte le opere di Lia, personalità sfaccettata, sensibile e razionale al tempo stesso, trasmettono l'auspicio di un mondo senza frontiere, dove l'annullamento di ogni confine libera l'ansiosa ricerca e si apre in una grandissima libertà percettiva.

"Le Architetture". La tecnica, mista, libera, multi orientata ma non trasgressiva, fa evincere la potenza insita nel segno. Sia il tratteggio a matita o il rigore dell'incisione, o le campiture a pastello graffiato, trovano il proprio principio informatore sul collage a base classica. "Spesso cerco vecchie tavole, pagine da un testo di Vitruvio, o palladiano, o di Aalto. Utilizzo le linee di forza che proseguo, umilmente sottomettendomi alla struttura unitaria di base". Insiemi che vanno a completarsi con pochi, essenziali segni protagonisti. Piani frontali, paralleli, decisi, ben marcati, costruiscono a loro volta castelli e facciate, secondo quella texture del tridimensionale amata da Carrà e Sironi. Il cromatismo, vivido e generoso, richiama le componenti bituminose dell'asfalto, la compattezza levigata ed incandescente del cemento...

Si avverte un'eco della tavolozza toscana rinascimentale nella "San Miniato" giottesca: geometrie assolute, quel rigoroso alternarsi tra bianco e nero, proiettato in piani aggettanti dall'ossessivo violento rifrangersi di fasce optical. Lia ama "la grande forza del razionalismo europeo, quelle 'fabbriche' a grata, quegli spigoli vivi, i disegni a schema intersecato dei giardini all'italiana"...Quel gioco di linee, quell'architettura dove l'Uomo viene inserito, mai direttamente reso partecipe del grande disegno ("Verso la simmetria ").

E,ancora, le quinte dominanti di uno spazio immaginifico ospitano i simboli di un arcano sapere. Cerchi (l'oro illuminante), triangoli, quadrati, traiettorie dal moto ascensionale (il blu, infinito) o discendente - il rosso della scansione razionale - (trittico "Judex"). Sono le monadi riflesse, la 'forma mentis' di una natura di per sé conclusa che richiede meditazione interiore non filtrata dalla presenza umana. Colpi di luce nell'ombra che animano la casa ("Io vivo qui"), la rendono viva, una gabbia protettiva per l'elemento umano.



"I Paesaggi". In piccole notazioni, il protagonista assoluto (non lo è mai, la figura umana, scricciolo e muta spettatrice del mondo - "Giornata di sole"- ). La ritrosia connaturata dell'autrice, il "non voler dire troppo" esalta un'umile e rispettosa 'memoria loci'. Dapprima, il paesaggio prediletto delle Langhe. Fonte di miti - Pavese e Francesco Casorati, sentinelle di quei malinconici, brumosi fondali immersi nel silenzio - e, per Lia, l'eco del ricordo, l'incontaminato mondo dell'infanzia. Il suo segno apre una texture sottile ma altrettanto possente (contro l'ovvietà di un romanticismo a scadere) rivisitata da geometrie particolari, da quella concertazione di linee precise dove il tratto a matita vivifica, in rapido definirsi, solchi e filari...

I segni sono i richiami, la conoscenza preservata di un mondo interiore ignaro dello scorrere del tempo. E, a seguire, il paesaggio marino e collinare della Toscana. Una prima produzione offre gli scorci tra colore e tracciato, quasi " un gioco di ombre cinesi". Un ventaglio dispiega la rappresentazione di un racconto in ottico sovrapporsi...Ma Lia predilige una tecnica scarna, quei segni in perenne dialogo sul 'de rerum natura', senza sovrapposizioni cromatiche, che esalta le sfaccettature. Così il calligrafico ordito di linee tese traccia i sentieri staccionati, i filari delle viti e i solchi centenari del nodoso tronco d'ulivo.

Sette gli anni del 'secretum', dell'intimo colloquio intercorso tra Lia, gli uliveti, i vigneti e il maestoso cipresso. Ulivo e cipresso, due entità contrapposte che si affidano a due segni, a due differenti tonalità di verde...Nella grande compostezza della serialità, quell'Io pyramidalis, il cipresso verticale ed appuntito colto in splendido isolamento (iconografia cara a Morandi) viene suggellato dal fluire del segno di Lia nella più ampia accezione del filare sopra la collina ferrosa. Magnifico contrasto tra l'elegante nota cromatica 'fredda' (le viscere della terra, viola, verde e azzurro) e la matrice arborea, 'speculum veritatis' non fine a sé stesso. Dall'indiscussa categoria del paesaggio, a fulcro visivo ed emozionale di un frammento di vita vissuta.





Lia Franzia. Docente di discipline pittoriche fino al 2000, si dedica ora soprattutto alla grafica, alla pittura, alla collaborazione con riviste d'arte e di arredamento. Ha iniziato ad esporre in personali e collettive dalla fine degli anni sessanta; sue opere ,oltre che in Italia, sono presenti in California, Grecia, Australia, Francia e Svezia.