TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 agosto 2013

Giorgio Amico, Savona magica



Nati come blog savonese, abbiamo fatto un bel pezzo di strada, ma non ci siamo dimenticati della nostra città

Giorgio Amico

Savona magica

Resta poco della vecchia Savona. Tanto fecero i genovesi, una volta conquistata la città. Ancora di più la moderna speculazione edilizia, segno invadente di una perdita di memoria (e di cultura) spacciata per progresso.

Eppure qua e là, fra tante brutture, qualcosa resiste e fa timidamente capolino.

Un arco in pietra, a fianco della vecchia torre del Brandale, ricorda le vecchie mura. Un varco, come una ferita, che penetra nella carne viva della città vecchia.

Un arco e un vicolo contornato di vecchie case di pietra. Profumi e ombre. Ricordi di vite lontane. Il vento di mare ne porta ancora le voci.

Sono rimasti i gatti a custodirne il mistero.





In direzione ostinata e contraria. Seamus Heaney



In direzione ostinata e contraria. Seamus Heaney




Quando risposi che venivo "da molto lontano",
il poliziotto al posto di blocco mi domandò con tono brusco,
"E dove sarebbe, questo posto?"
Aveva compreso a malapena le mie parole e pensò
si trattasse di qualche posto al nord del Paese.

E tra il punto in cui ho vissuto e quello
da cui sono partito, c'è una distanza ancora da colmare
- luce stellare che viene da lontano, in viaggio
da anni luce - e anni luce lontana dall'arrivo”.

Parlava di sé così, in Rotta di volo, Seamus Haeney, cantore moderno di un'Irlanda resa dalla guerra civile paradigma tragico della disumanità del vivere nel mondo di oggi. E' morto ieri, a 74 anni. Scegliamo, fra le tante, due poesie che danno il senso della sua opera e della sua vita. L'amore per la sua terra, il richiamo costante alle origini contadine, l'idea che la poesia sia un'arma contro la violenza e l'ingiustizia, ma che soprattutto si debba vincere l'apatia e prendere posizione, anche soli, se è il caso.



Schierandosi

Il peso da 56 libbre. Solida unità di ferro
della negazione; marchiata e fusa con un tramezzo,
una corta traversa forgiata per maniglia,
spessa come un piolo,

Peso squadrato dall'aspetto innocuo,
finché non provi a sollevarlo, quindi un scricchiolio d'ossa,
forza disintegra-vita.

Nera scatola di gravità, l'inamovibile
stampo, tarchiata radice del peso morto.
Eppure prova a controbilanciarlo

con un altro peso posto su una basculla
- una basculla ben calibrata, oleata di fresco -
e ogni cosa trema, si effonde di dare e avere.

E a questo ammontano le buone notizie:
questo principio del sopportare, del far buon viso
a cattivo gioco e dare il proprio appoggio dovendo solo

controbilanciare con il proprio ciò che è intollerabile
negli altri, dovendo sopportare
qualsiasi cosa sia stata concordata e accettata

contro il nostro migliore giudizio. La sofferenza
passiva fa andare in tondo il mondo.
Pace sulla terra, uomini di buona volontà, tutto ciò

porta bene finché l'equilibrio tiene,
il piatto sorge fermo e lo sforzo dell'angelo
si prolunga fino a un grado sovrumano.

Rifiutare l'altra guancia, lanciare la pietra,
non agire così, alle volte, non contrastare
l'adempiente che ti offende d'essere

è fallire il colpo, te stesso, la regola intrinseca.
Maledici chi ti ha colpito! Quando i soldati beffeggiarono
Gesù bendato ed Egli, a sua volta, non li irrise

non si offesero né impararono nulla, tuttavia
qualcosa fu reso manifesto - il potere
del potere non esercitato, della speranza intuita

dagli impotenti, per sempre! Tuttavia, per Cristo,
fammi un favore, almeno per questa volta:
maledici, dai scandalo, lancia la pietra.

Due aspetti in ogni questione, certo, certo....
ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
a cui si può ricorrere e senza

discolparsi o compatirsi.
Ahimè, una sera che ci voleva un colpo a seguire,
e un colpo secco t'avrebbe fatto rodere d'invidia,

replicasti ch' era la mia limitatezza
a mantenermi destro, e avesti una mia prima resa.
Mi trattenni quando avrei dovuto invece darci dentro

e persi (mea culpa) il mordente.
Una cavalleria del tutto fuori luogo, vecchio mio.
A questo punto, solo un colpo basso lava l'onta.



Scavando

Tra il mio indice e il pollice sta la penna,
salda come una rivoltella.

Sotto la finestra, un rumore graffiante all’affondare della vanga nel terreno ghiaioso:
è mio padre che scava. Guardo da basso,

Finché la sua schiena china tra le
aiuole, si risolleva venti anni indietro,
piegandosi a ritmo attraverso i solchi di patate che interrava.

Il rozzo scarpone accoccolato sulla staffa,
il manico contro l’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
sradicava le alte cime, infossando a fondo l’orlo lucente
per spargere le patate nuove che noi raccoglievamo
amandone la fresca la durezza tra le mani.

Sapeva bene come usare una vanga, per Dio.
Proprio come il suo vecchio.
Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di chiunque altro uomo alla torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
turata alla men peggio con un pezzo di carta.
Si raddrizzò per berne e subito riprese
a tagliare e intaccare nettamente,
spalando pesanti zolle, gettandosele alle spalle, andando sempre più a fondo
in cerca di buona torba. Scavando.

Il freddo aroma d’ amido nel terriccio, il risucchio
e lo schiaffo della torba umida, i tagli netti della lama
nelle radici vive, mi risvegliano la memoria.
Ma non ho una vanga per imitare uomini come loro.


Tra il mio indice e pollice
sta salda la penna.
Scaverò con quella.

venerdì 30 agosto 2013

Una villa, un'osteria, un capanno: tre avventure creative nel sud della Francia

La villa E1027















Una designer irlandese, Le Corbusier, la villa E1027 e una piccola osteria. In un libro la storia affascinante di un sito

Emanuele Piccardo

Tre avventure creative nel sud della Francia



Eileen Gray, L'Etoile de mer, Le Corbusier. Trois aventures en Méditerranée (Archibooks, 152 pp, euro 19,90) è una piccola pubblicazione, realizzata dall'Association pour la sauvegarde du site Eileen Gray-Le Corbusier, che racconta la storia di una villa moderna, un'osteria e un capanno a Roquebrune Cap Martin, nel sud della Francia, tra il colle de La Turbie e Mentone.

È il 1925 quando Eileen Gray, architetto irlandese di interni e designer nota per la qualità dei suoi mobili, e Jean Badovici, architetto e giovane direttore della rivista L'Architecture vivante, iniziano lo studio di una villa au bord de mer, a Roquebrune Cap Martin.

L'incontro con Badovici consente a Gray di entrare in contatto con le prime esperienze di architettura moderna, come attesta la visita alle siedlungen del Weissenhof di Stoccarda (1927), realizzate da Gropius, Le Corbusier, Taut, Behrens e Mies. Un primo approccio con quei principi architettonici che il maestro svizzero aveva descritto nel 1923 in Vers une architecture, enunciando i suoi cinque punti. L'avversione di Gray verso Le Corbusier è testimoniato dalle critiche nei confronti di una progettazione di spazi neutri e freddi («l'homme n'est pas un pur esprit») e dove spicca l'assenza di mobili. L'interesse, invece, era tutto per le teorie neoplastiche espresse da Theo van Doesburg e dal gruppo De Stjil, tanto da visitare, nel 1925 insieme a Badovici, la casa Schroder progettata da Rietveld a Utrech.

Non è un caso che ne scriverà in modo entusiastico sull'Architecture Vivante, per gli ingegnosi sistemi di spostamento delle pareti, volti a modificare lo spazio a seconda delle esigenze. Idee che verranno riprese nel progetto della villa mediterranea E1027, così denominata per la combinazione numerica delle iniziali dei due autori.

 L'Étoile de mer


















Proprio per seguire il cantiere, Gray si trasferisce a Roquebrune dal 1926 al 1929. E1027 occupa una fascia pianeggiante a strapiombo sul mare e si impone per la sua longilinea struttura bianca su pilotis, che richiama elementi delle navi (tende e ponti), ma a differenza dell'architettura corbuseriana, proprio grazie al disegno degli interni, la casa ha una forza espressiva accentuatamente personale. L'architetto-designer irlandese progetta gli arredi, le lampade, le poltrone, i letti, le ironiche etichette che indicano le funzioni nei diversi ambienti. Nel 1949 Le Corbusier e i suoi collaboratori elaborano il Piano di Bogotà ospiti nella villa di Badovici. Inizia così la sua avventura nel mediterraneo, con la moglie Yvonne, alla ricerca di un posto dove passare le vacanze e pensare. Conosce il nizzardo di origine italiana, Thomas Rebutato, proprietario della piccola osteria L'Étoile de mer, che offre pasti a base di pesce e buon vino, confinante proprio con la maison E1027. I due diventano amici. È lui a cedere a Le Corbusier una parte del suo terreno per costruire il Cabanon (1952), un capanno in legno, basato su un modulo quadrato di 3,66x3,66, che riprende il tema dell'Existenzminimum. Qui l'architetto svizzero si dedica alla pittura e ai bagni, impregnandosi di una mediterraneità che lo rigenera dalla caotica vita parigina.

L'Étoile de Mer diventa il luogo dove passerà molto tempo insieme alla famiglia Rebutato, il piccolo Robert (che diventerà suo allievo e realizzerà il progetto della Maison de l'homme a Zurigo dopo la morte dell'architetto svizzero avvenuta proprio a Roquebrune nell'agosto 1965) e gli avventori del locale. In cambio dell'ospitalità, Le Corbusier dipinge nel 1950 una tavola di legno che raffigura Thomas Rebutato e il pescatore André, dal titolo significativo: À l'Étoile de mer règne l'amitié. La sua «ossessione» per la pittura invade anche il muro che separa la camera dei Rebutato dal Cabanon e la superficie esterna dell'osteria.

Il Cabanon















Già nel '38, con l'accordo di Badovici (Gray aveva abbandonato la casa da tempo), aveva dipinto le pareti interne della E1027 come se volesse possedere quell'architettura che, in maniera esemplare, aveva applicato i principi architettonici del movimento moderno. Questo piccolo libro, il primo sulla storia del sito, con interessanti contributi di Robert Rebutato, Monique Baillon e Tim Benton, pone l'attenzione su un complesso architettonico moderno che rappresenta un unicum, raggruppando due opere di Le Corbusier (Cabanon e Camping destinato all'ospitalità dei turisti, sempre nell'area dell'Etoile), andrebbe valorizzato e reso fruibile al pubblico. Invece per una politica locale miope è possibile accedere solo a Cabanon ed Etoile, senza entrare in quel gioiello architettonico della maison E1027, restaurata nel 2009 e nuovamente degradata.


(Da: Il Manifesto del 29 agosto 2013)

giovedì 29 agosto 2013

Se la famiglia è il luogo più pericoloso: "Un caso di scomparsa" di Dror A. Mishani



Israele occupa spesso la prima pagina dei giornali, ma quanto davvero sappiamo della società israeliana? Un buon romanzo poliziesco, da poco uscito in edizione italiana, offre interessanti spunti di riflessione su di un paese che per molti aspetti (vedi il tema della violenza domestica) non è poi così diverso dal nostro.

Guido Caldiron

Sulle tracce di un paese ignoto


Trentotto anni, solitario e m a l i n c o n i c o , l ' i s p e t t o r e Avraham Avraham lavora in un commissariato della periferia di Tel Aviv. Secondo lui, in Israele i romanzi polizieschi sono destinati a un sicuro fiasco: «Qui da noi, quando c'è un delitto, di solito è stato il vicino, lo zio, il nonno, e non ci vogliono grandi indagini per scoprire il colpevole e sciogliere il mistero. Quello che manca qui da noi è proprio il mistero». Di romanzo in romanzo, è però molto probabile che Avi dovrà ricredersi. A cominciare dalla prima indagine di cui è protagonista e che muove dalla scomparsa di un ragazzino di sedici anni, uscito un giorno per andare a scuola e che non è mai più tornato. Si presenta così Dror A. Mishani, classe 1975, editor e docente di letteratura all'Università di Tel Aviv, di cui Guanda ha pubblicato di recente Un caso di scomparsa (pp. 306, euro 18), traduzione di Elena Loewenthal, che segna il debutto nel nostro paese dell'ispettore della banlieue israeliana. Capace di mescolare l'intimismo di Amos Oz alla lucida inquietudine del noir scandinavo che ama tanto, quello di Mishani è uno dei nomi nuovi della narrativa dello Stato israeliano da tenere a mente per il futuro. Il suo è un esordio di grande impatto cui si può affiancare quello di Yishai Sarid, di cui e/o ha pubblicato lo scorso anno Il poeta di Gaza , altro noir dalle atmosfere rarefatte. L'occasione per incontrare Dror A. Mishani è stata offerta dalla sua partecipazione al Festival internazionale di letteratura e cultura ebraica che si è tenuta recentemente al Portico d'Ottavia di Roma.

L'ispettore Avraham sostiene che in Israele non c'è posto per il noir, perché?

Ci sono almeno due ragioni, sia storiche che, per così dire, di natura sociologica che lo spiegano. La prima è che fin da quando è nata, verso la metà dell'Ottocento, la letteratura ebraica si sente in dovere di trattare temi «importanti» come l'identità ebraica, l'identità nazionale, «dove stiamo andando», «chi siamo» e via dicendo. Si racconta che all'inizio degli anni Quaranta David Ben Gurion, tra i fondatori e primo presidente di Israele, un giorno chiamò a raccolta un gruppo di scrittori molto noti e chiese loro quale contributo avrebbero potuto dare alla nascita del futuro Stato. La letteratura doveva cioè avere un valore «nazionale» e perciò i generi considerati di evasione come la fantascienza, il fantasy o il romanzo poliziesco non potevano trovare molto spazio. Poi, negli ultimi decenni, qualcosa è cambiato. Sono emersi giallisti israeliani di talento, su tutti Batya Gur - scomparsa qualche anno fa e tradotta anche nel nostro paese, n.d.a . -, ma il cuore della letteratura che conta, e che si vende di più in Israele, è ancora legato ai temi dell'identità e della nazione.

E la seconda ragione?

Ha a che fare con un quesito: può la società israeliana accettare come proprio eroe un poliziotto, un detective. Infatti, in Israele è molto chiaro chi possa essere considerato come un eroe: il soldato, l'ex combattente, l'uomo cresciuto in un kibbutz, magari l'agente del Mossad. Con le forze dell'ordine le cose sono più complesse e questo a causa della composizione sociale del nostro paese. Si deve infatti sapere che la stragrande maggioranza degli agenti dei diversi corpi di polizia dello Stato ebraico sono mizrahim , vale a dire che appartengono alle famiglie ebree originarie dei paesi arabi che rappresentano tradizionalmente i ceti popolari. Ebbene, personalmente non sono così certo che tutta la società israeliana sia pronta o disposta ad identificarsi e a considerare come proprio eroe - facendone una sorta di Montalbano o di Maigret israeliani - uno «sbirro» che abbia proprio quell'origine. C'è un film degli anni Settanta che è ancora molto noto in Israele - HaShoter Azoulay («Il poliziotto Azoulay») - e che per molti versi continua a rappresentare il volto della polizia che va per la maggiore nel paese: il protagonista è un agente goffo, un po' patetico, in ogni caso un personaggio comico e, ovviamente, di origine orientale. Per lui si può provare simpatia, ma è difficile vederlo come un eroe.



Eppure lei ha scelto proprio di scrivere noir. Si tratta di una sorta di sfida?

Diciamo che si è trattato di una scelta a un tempo complicata e, per me, molto importante. Devo infatti partire da un elemento personale per rispondere a questa domanda. Io stesso provengo da una famiglia mizrahim e quando ho cominciato a scrivere delle indagini di Avraham ho cercato di immaginare un detective in cui potessero identificarsi tutti gli israeliani, al di là della loro origine. Non volevo parlare solo a una parte della società, recuperando i cliché di una comunità, bensì proporre ai lettori una figura cui potessero guardare con attenzione e affetto anche gli israeliani di domani. Inoltre, ho cercato di far emergere nel mio lavoro le tracce delle due filiere narrative a cui tengo di più: la tradizione delle letteratura ebraica e quella del noir internazionale, soprattutto di matrice europea. Storicamente questi due elementi si sono incontrati di rado, per non dire quasi mai. Perciò, il farli in qualche modo incontrare, è stata la mia prima sfida.

L'ispettore Avraham non potrebbe essere poi più lontano dallo stereotipo dell'agente del Mossad: tutt'altro che macho, timido, quasi un anti-eroe. Questa è la sua seconda sfida?

In realtà proprio questo tipo di personaggio, sradicato, incompreso si incontra spesso nella letteratura ebraica delle origini, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. E, allo stesso modo, sono figure che ritornano anche tra i protagonisti delle nuove generazioni del noir europeo, quelle che hanno rotto con la tradizione di Agatha Christie: penso a Kurt Wallander o a Martin Beck. Quindi, per il protagonista dei miei romanzi non avrei mai potuto pensare a una sorta di «supereroe», ma a un uomo con tutte le sue debolezze e fragilità destinato a crescere storia dopo storia, ciò che accadrà al mio Avi.




I suoi romanzi non sono ambientati né in mezzo alla movida di Tel Aviv né tra i luoghi della Storia e della fede di Gerusalemme. Sono invece immersi in quella sorta di gigantesca periferia urbana che si sviluppa lungo la costa del paese. Anche in questo caso siamo lontani dal volto consueto di Israele....

Sì, anche se siamo nel «territorio» che mi è proprio, tra i palazzoni popolari di Holon, la zona dove sono nato e cresciuto. Ho vissuto a lungo anche a Gerusalemme e a Tel Aviv, ma ancora oggi in queste città mi sento un po' spaesato, quasi mi trovassi all'estero, mentre invece quando torno a Holon ho la sensazione di trovarmi nel luogo che più corrisponde a ciò che Israele è oggi. A pensarci bene ero certo che avrei scritto di queste periferie, stipate di persone che lavorano duro ogni giorno, prima ancora di aver deciso cosa avrei scritto. Anche perché di questi luoghi c'è ancora poca traccia nelle pagine della letteratura israeliana e questo malgrado sono convinto che sia da qui che si possa immaginare meglio il futuro del paese cui va stretta sia l'immagine iper-religiosa di Gerusalemme che quella iper-moderna di Tel Aviv: la vera Israele è qualcosa che si situa a metà strada tra questi estremi.

Sia in Un caso di scomparsa che in The possibility of violence , il suo secondo romanzo ancora inedito in Italia, è in famiglia che si sviluppano tragedie e violenze. Perché questa scelta?

In effetti in entrambi i casi la vera scena del crimine è la famiglia. Perché? Intanto perché la famiglia è sempre il primo posto in cui si incontra la violenza. Personalmente posso dire che anche a me, nella mia esperienza di vita, è capitato, con le dovute proporzioni, di volta in volta, di essere «il criminale», «la vittima» o «il detective». Del resto, anche se ripensiamo all'origine della cultura ebraica, nella Bibbia il primo assassinio è in famiglia, tra Caino e Abele, mentre il primo tentativo di omicidio è quello di Abramo nei confronto di suo figlio Isacco. Ma c'è anche dell'altro. Nella società israeliana sembra esserci poco spazio per il racconto e la denuncia della violenza che nasce in famiglia: inorridiamo per assassinii che hanno motivazioni politiche o che sono legati al conflitto con i palestinesi, ma non parliamo quasi mai delle mogli uccise dai mariti o della violenza che si sprigiona tra le mura domestiche. Eppure nel nostro paese la maggior parte dei crimini che vengono commessi ogni giorno sono proprio di questo tipo. Quindi, con i miei romanzi, cerco di puntare i riflettori su questa violenza sommersa, nascosta che sembra non si voglia nemmeno prendere in considerazione.


(Da: Il manifesto del 3 agosto 2013)

mercoledì 28 agosto 2013

Se insegnare è saper ascoltare. "Elogio del ripetente" di Eraldo Affinati



La scuola descritta come il luogo d'incontro di due solitudini, quella degli insegnanti (pochi? tanti?)consapevoli di presidiare l'ultima frontiera di civiltà di questo paese disastrato e quella di adolescenti troppo spesso soli e muti in un mondo fatto di rumori e di grida. Un piccolo libro, per chi ha compreso che insegnare è prima di tutto saper ascoltare. Da leggere.

Ida Bozzi

Ripetente non è una parolaccia

U n pamphlet sugli ultimi della classe che solleva un tema importante nel campo dell'educazione, del lavoro e della società, quello della meritocrazia, smontandolo pezzo a pezzo e rimontandolo in una forma inusuale. Il «professor» Eraldo Affinati, autore di una quindicina di libri (tra cui va segnalato in particolare La Città dei Ragazzi del 2008, Mondadori), è uno scrittore, docente delle superiori, che ha spesso raccontato nelle sue opere il rapporto ora entusiasmante, ora arduo, con le generazioni dei discendi più difficili ed emarginati.

Nel nuovo piccolo libro Elogio del ripetente pubblicato per le Libellule Mondadori, in libreria da domani, pare centrare oltre all'argomento anche il modo, il tono. Che è quello di intrecciare, alle brevi parti narrative, altrettanto agili parti teoriche e di discussione, ben sapendo che anche l'attenzione del lettore (come quella dell'alunno) può distrarsi facilmente: ne viene un testo vivace e lieve, non privo di ironia, che però è tutt'altro che accomodante sulla situazione scolastica italiana, sui programmi d'insegnamento, sulla validità «meritocratica» dei voti e dei giudizi, sulle Prove Invalsi, e appunto sul concetto di merito; un merito che talvolta il Paese delle «eccellenze» — sostiene lo scrittore — elogia a vanvera, per moda o per posa, senza in realtà capirlo.

L'incipit è esilarante, ma accorato e non beffardo, laddove la figura del ripetente viene presentata come in un'epica di antieroismo scolastico dal crescendo ritmico: «Oppone resistenza in ogni modo: non ha i libri, dimentica il quaderno, rompe le penne, straccia il foglio, non consegna gli elaborati. Interrompe di discorsi. Rumoreggia. Litiga coi compagni. Non mantiene le promesse. Durante le interrogazioni canticchia».

Ed ecco che dopo un lungo elenco di altre birichinate, le distrazioni e le mancanze si mescolano alle sofferenze del ragazzo, e allora il sorriso del lettore si increspa, si smorza: «Tiene la testa dentro il cappuccio. I suoi problemi diventano i tuoi: ha gli occhi rossi, lo sguardo abulico, si sente male, telefona a casa per farsi venire a prendere ma non c'è mai nessuno...».

Qui comincia l'analisi di Affinati, con l'affermazione: «Bisogna premiare il movimento prima ancora del risultato». E cioè, spiega lo scrittore professore: se l'alunno Marco — perdigiorno del parchetto con una situazione familiare drammatica, nessun background culturale e gli amici teppisti — mostra un segno vero, ancorché personale, di attenzione e di comprensione, quel ragazzo merita otto. Una meritocrazia d'onore, che guarda a valori più intensi della semplice resa nei quiz. Mentre se Alessio, agiato, tranquillo, cresciuto ascoltando «le favole della madre», tra le comodità, arriva appena al sei, allora per lui l'asticella della difficoltà va alzata, è come se avesse preso un'insufficienza. Tutto qui, un sei politico all'asino e la «questione merito» è risolta? «Neanche per sogno — scrive Affinati —. Gli obiettivi da raggiungere andrebbero moltiplicati».



Innanzitutto, spiega il docente, occorre comprendere che ogni ripetente che riesca, nel suo piccolo, a compiere «un passo in avanti rispetto alla situazione familiare in cui si trova» è da afferrare al volo (specie in questi tempi di abbandono scolastico) e da sostenere. Ed è una formula ampia, che non comprende solo chi viene dalle periferie e trova nella scuola il riscatto, ma anche il ragazzo viziato e abulico, che però impari a impegnarsi, a comprendere a fondo, a non adagiarsi nell'inerzia e nella superficialità. A questo proposito, illustra lo scrittore, «continuo a restare sorpreso dalla capacità di reazione dei miei scolari: attingono a una forza che li trascende». Una forza misteriosa che non è, purtroppo, quella dei genitori assenti narrati nel libro, problematici o immaturi, «ragazze fragili col trucco troppo vistoso, giovanotti ricoperti di tatuaggi», lontani nei comportamenti con i figli dall'immagine autorevole di padri e madri.

Come può avvenire l'incontro tra il ripetente da salvare, sfuggente e chiuso nel suo guscio di dispetti e provocazioni, e il professore? «Oggi i ragazzi sono lasciati nel vuoto dialettico, i loro insegnanti restano gli unici ormai a doverli richiamare ai valori della serietà» in una società dell'effimero. Ma la forza dell'insegnante è proprio, almeno nel caso di Affinati, la possibilità offerta da «due solitudini che si incontrano»; l'insegnante è inoltre «lo specialista dell'avventura interiore», spesso l'unico, in mancanza di una famiglia e di un milieu, di un ambiente: il solo adulto custode davanti al ragazzo del «giacimento di conoscenze» della nostra civiltà.

Responsabilità grandissima, quella del docente — di cui lo scrittore non manca di raccontare le fatiche: il libro preferisce però occuparsi del rapporto tra alunni e professori, più che dell'enorme e pressante quantità di doveri, regole, programmi, oltre che frustrazioni e sperequazioni, cui l'insegnante è sottoposto. Si addentra ad esempio nell'asetticità dei test a quiz, criticata perché esalta l'esattezza delle risposte invece della «curiosità» per la materia, curiosità che può essere anche non ortodossa, personale, bizzarra. E spiega che l'intelligenza, l'amore o la paura per l'ignoto, la curiosità di Edoardo, Lorenzo, Valerio, Romoletto, e tutti gli altri «suoi» ripetenti, ma anche la nostra, non si misura solo in risposte esatte ma in profondità della nozione appresa. Una risposta volonterosa, anche se sbagliata, può essere sintomo di un'intelligenza notevole che vuole essere trovata e liberata.

(Da: Il Corriere della Sera del 26 Agosto 2013)



Eraldo Affinati
Elogio del ripetente
Mondadori, 2013
10 euro

















martedì 27 agosto 2013

La porta d'Oriente



Un ritorno, pieno di nostalgia, in un Oriente visitato a vent'anni, alla ricerca di un mondo ormai scomparso. Un viaggio tra sogni e ricordi.

Emanuele Giordana

La porta d'Oriente

Turchia e Iran, la strada per l'Oriente 40 anni dopo. Cercando di far ordine tra ricordi e inevitabili cambiamenti I tempi del golpe a Istanbul e quelli dello scià a Teheran. L'Iran di Khomeini e gli oppiomani nascosti. Ostelli e deserti. I bazar di Istanbul ieri e oggi. Merda di cavallo al posto dell'hashish La piazza Taksim vietata da Erdogan e Mashhad, città sacra degli sciiti alle porte dell'Afghanistan

Istanbul la magica, Costantinopoli la bella, Bisanzio la grandiosa, la magica, la sublime, Porta d'oro d'Oriente. Eccola che appare alle prime luci dell'alba. Dietro, alle spalle, la frontiera greca e l'ultimo baluardo dell'Occidente che si infrange su una bandiera con la mezza luna del sultano.

Il profumo d'oltreconfine ti ha già investito e il primo minareto, nella città di Edirne che l'autobus per Istanbul ha appena attraversato, promette il sogno che sta per avverarsi. Ai primi abbagli del nuovo sole, tra una nebbia estiva e calda che fatica a diradarsi, appaiono le lunghe braccia al cielo delle moschee della Sublime porta, il primo vero passaggio a Est, la prima vera tappa esotica del «Viaggio all'Eden», il percorso che negli anni Settanta migliaia di giovani adolescenti e non intraprendevano per scoprire se stessi, la cultura di un altro continente e tutta la possibile gamma di droghe che si incontrava lungo quel cammino.

Il viaggio anche allucinogeno iniziava effettivamente a Istanbul, la capitale degli ottomani, la sede del Sultano, il luogo dove i Giovani Turchi avevano pensato la Turchia moderna e la città da cui Mustafa Kemal Atatürk aveva, negli anni Venti, lanciato la sua sfida all'Asia e all'Europa promettendo ai suoi ordine, ricchezza e modernità, levando il velo alle donne e il fez agli uomini e ammiccando alle dittature occidentali di Roma e Berlino che affascinavano l'Asia per essere soprattutto anti britanniche.



Istanbul era il primo vero bazar del Grande viaggio. E non solo per quello splendido mercato coperto che oggi ancora, non meno di ieri, ha conservato intatto il fascino di un labirinto di spezie, profumi e tappeti. A Istanbul trovavi il passaporto che poteva servirti, la compagnia di frikkettoni che con il Magic Bus ti portava per una modica cifra a Kabul, il passaggio su un Ford Transit, un pulmino Volskswagen, una dodoche (la mitica due cavalli Citroën), una Fiat 850. Oppure il biglietto del treno che ti portava fino a Erzurum, terra di curdi e di violenze nascoste, da cui guadagnare, dopo la lunga traversata anatolica, la frontiera iraniana (il libretto di appunti di quell'epoca dice 10 dollari da Istanbul a Teheran).

A Istanbul si comprava di tutto: sacchi a pelo e scarpe da ginnastica venduti a due lire da chi era rimasto senza soldi, passaporti rubati, stecche lisce di hashish verde essiccato, pasticche di ogni tipo in farmacie ammiccanti. Una teoria infinita di taxisti arrotondava lo stipendio scarrozzandoti a Tophane o Taksim, illuminando la notte con clacson assordanti, scaricandoti dallo spacciatore di fiducia. L'ebbrezza saliva e i ritrovi erano gli stessi raccontati da un film di Alan Parker del 1978 - «Fuga di mezzanotte» - storia vera di un giovane americano ai ferri per un chilo di «fumo» intercettato all'aeroporto, proprio nei favolosi Settanta.

All'epoca la Turchia era un susseguirsi di golpe militari. Anche quelli turchi, come i Colonnelli greci (ma ad Ankara eran generali), chiudevano un occhio sul mercato che ogni giorno si consumava davanti alla moschea blu di Solimano, al Pudding Shop (oggi ancora aperto con foto di quell'epoca alle pareti), nelle viuzze a pochi metri dalla mirabile basilica bizantina della Divina Sapienza (poi moschea e infine museo di Ayasofya) o sopra l'enorme cisterna sotterranea costruita da Giustiniano nel 532. Chiudevano un occhio ma fino a un certo punto e se cascavi nella rete eran guai. Potevi corrompere il poliziotto che, presumibilmente era d'accordo con lo spacciatore, ma se girava male finivi dentro e le pene eran severissime. A volte invece si trattava semplicemente di «pacchi», come per quella coppia marchigiana cui avevano venduto un chilo di sterco di cavallo. Hai voglia a fumare quell'intruglio di paglia verdognola dal gusto inequivocabile di stalla.

Oggi la piazza Taksim, all'epoca ritrovo esclusivo per ricconi e turisti con la T maiuscola e il portafoglio rigonfio, è lo specchio delle contraddizioni della Turchia di Erdogan. Il suo partito ha obbligato i militari a farsi da parte e nel contempo è riuscito a realizzare il sogno che Atatürk aveva cominciato sperando di fare del suo paese una Germania asiatica coniugata a un risveglio panturco. Ma il prezzo da pagare per il modernismo liberista di Edogan è stato l'abbandono della laicità, una prerogativa della repubblica turca costruita dall'occhiuto Mustafa Kemal sulle rovine dell'Impero ottomano. L'effetto recente, non ancora ben compreso da noi osservatori che continuiamo a non capire le profonde trasformazioni di questo Paese, è stata un'ennesima primavera mediorientale (i turchi non sono arabi) in cui una gioventù progressista e persino ecologista ha dato scacco a un uomo che ha finito per fare la figura del satrapo. A piazza Taksim. Forse tutto ciò si sarebbe potuto evitare se la poco lungimirante visione europea avesse fatto uno sforzo per includere la Turchia nell'Unione, rinunciando alla retorica delle radici cristiane e accettando un dato di fatto, se è vero che i turchi che vivono tra le nostre genti si contano a milioni. E da anni.



All'epoca invece i turchi che tornavano dalla Germania sull'Orient Express in compagnia di giovani liceali torinesi, universitari di Glasgow, studenti di Lucerna, assomigliavano agli ultimi italiani che tornavano dal Belgio o dalla Francia dove ancora, a noi «terroni d'Europa», ci chiamavano «rital», «piaf», «macaroni». Annunciavano - quei turchi che rientravano in patria per le ferie - che dopo i Balcani e la Grecia, baluardi occidentali, saresti arrivato alla Sublime Porta, il vero ponte, sospeso su due mari, tra Est e Ovest, tra l'alba annunciata del risveglio asiatico (che avremmo conosciuto trent'anni dopo) e il tramonto europeo (cui siamo immersi adesso fino al midollo).

Allora non avresti detto che Istanbul, a quarant'anni di distanza, sarebbe assomigliata, in certi quartieri, più a Vienna che ad Aleppo (col suo splendido mercato coperto oggi bombardato dalla guerra civile) ma nemmeno che Erdogan avrebbe fatto una guerra esagerata e perdente a birra e raki, il distillato nazionale, cui ha opposto di recente l'uso ben più islamico dell'ayran, lo yogurt salato e diluito che è tra l'altro un vera delizia. Le due cose per altro si sposano divinamente nella tradizione gastronomica di una grande cucina dominata da una delle migliori miscele di té del mondo, servita in sottili bicchierini panciuti orlati da un filo dorato.

A Istanbul c'era chi già si era arenato con una siringa in un braccio o chi si era fatto fregare tutti i suoi averi da un abile cambiavalute di piazza. Altrimenti in città ci restavi tre-quattro giorni, visitavi due moschee, compravi una stecca di fumo a prezzi esorbitanti, pascolavi tra l'Old Gulhane - un alberghetto che ora è un ristorante di lusso - e il Balikesir - l'ostello con camerate militari per scarsamente abbienti - se non avevi scelto di dormire, a metà prezzo e per sconfiggere la calura, sul tetto di una pensione. Per partire si prendeva un traghetto sul Bosforo che ti portava a Üsküdar, la parte orientale della città sull'altra sponda e via col treno verso Oriente dove ti aspettava l'Iran dello Scià Reza Palhevi.

Teheran aveva pochi alberghi deputati al percorso del Viaggio all'Eden (uno in particolare, l'Amir Kabir). E a Teheran non ti fermavi proprio. Niente o quasi da fumare, una polizia efficiente e incorruttibile, una città caotica e poco affascinante, sospesa tra l'antico che andava scomparendo e la modernità voluta dai Palhevi che si erano scontrati coi mullah ed erano scesi a patti con le sette sorelle. Ci stavi due giorni sì e no a Teheran e via verso Mashhad, capitale del Razavi Khorasan, città sacra e santuario di Ali, ottavo imam dello sciismo duodecimano, ma, soprattutto, rampa di lancio per l'Afghanistan di cui già avevi assorbito il fascino nei racconti di chi tornava verso casa. Ma a starci qualche giorno di più scoprivi una realtà che non potevi certo decifrare in due giorni.

Lo Scià era laico e modernista ma governava con un pugno di ferro che non conosceva guanti di velluto e assomigliava al maglio di Istanbul o di Atene se non peggio. Ahmad ad esempio, fratello di un nostro coetaneo, aveva scoperto dopo vent'anni di onorato servizio nella macchina amministrativa dello stato, che in realtà lavorava per la Savak, il terribile servizio segreto dello Scià per cui spiavano 60mila agenti più qualche migliaio di inconsapevoli funzionari pubblici. No, povero Ahmad, le liste di nomi che meticolosamente ordinava, non erano quelle di chi non aveva pagato la bolletta della luce ma di chi andava spiato, guardato a vista, perseguito, torturato, ucciso. Quando la cosa gli venne rivelata Ahmad entrò in uno stato di depressione che curava fumando oppio da mane a sera. A casa sua scoprimmo che in realtà a Teheran il mercato clandestino degli oppiacei era fiorentissimo (e ancora oggi ci sono circa due milioni di oppiomani, quasi il 3% degli iraniani): i vecchi oppiomani «certificati» avevano una specie di tessera annonaria che consentiva loro l'acquisto contingentato dell'alcaloide ma ce n'era per tutti. Se sapevi come ungere, nessuno avrebbe detto nulla e la tua vita sarebbe passata tranquilla consentendoti di reprimere il tuo dramma personale, quale che fosse, nel fondo dell'anima.



La pipa ad oppio di Ahmad era una boccia rotonda di ceramica lavorata con un buco centrale accanto al quale si appoggiava una pasta essiccata di tariok, oppio dal colore ambrato e, a volte, di qualità sopraffina come il cosiddetto «senatore». Fumava ampie volute Ahmad dalla lunga canna infilata nella ceramica e come lui mille altri. Gli stessi che qualche anno più tardi, pur di liberarsi dello Scià e di una modernità imposta col terrore, accettarono di buon grado l'arrivo di Khomeini. Persino gli studenti di sinistra, com'era Edin il fratello di Ahmad, esultavano per l'ayatollah esiliato a Parigi. Ma poi scoprirono che anche la Savak si era fatta islamica. Un giorno Edin fu prelevato proprio dai nuovi guardiani della fede che, spulciando registri simili a quelli preparati dal fratello, avevano scoperto la sua adesione al movimento comunista o le simpatie per la stagione di Mossadeq - che aveva nazionalizzato la Anglo-Iranian Oil Company nel 1951 - soffocata dai Palhevi con l'aiuto dei servizi americani e britannici. Non tornò a casa mai più.

Difficilmente entravamo in profondità nelle cose dei paesi che attraversavamo, una riflessione venuta col senno di poi. Quell'allegra comitiva di viaggiatori, che per i motivi più svariati aveva lasciato Dublino o Catania, Parigi o Casale cremasco, si interrogava poco sulla realtà sociale e politica di Turchia, Iran o Afghanistan. Liquidavamo i regimi come «dittature» e non applicavamo a quelle realtà la stessa meditata ricerca che avevamo fatto nei nostri paesi d'origine per capire i diritti dei lavoratori o il modo di evitare le ingiustizie sociali. In questo riflettevamo forse l'incapacità occidentale di capire un continente studiato, con le lenti deformanti di una cultura «orientalista», come un asettico formicaio.

In più eravamo abbagliati dal mito del Viaggio all'Eden: più attratti dai vicoli delle periferie che dai monumenti del centro, da contadini analfabeti anziché da intellettuali in grado di spiegarci cosa vedevamo, da occasionali compagni di viaggio che ci raccontavano semmai della vita ad Amsterdam o a Oslo, il che restituiva un senso di appartenenza collettiva che alla fine, nonostante il rispetto e la curiosità per l'Asia, ci trincerava inevitabilmente nella truppa variegata degli Occidentali. Attenti, con meno sussiego e più simpatici forse dei turisti tradizionali, ma beatamente ignoranti e felicemente vittime di un fascino avvolgente che finalmente ti permetteva di perderti altrove, via dalla pazza folla delle città grigie e borghesi che ci eravamo lasciati alle spalle. Coraggio, una visitina al tempio di Mashhad e poi via verso l'orizzonte afgano.

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(Da: Il manifesto del 23 agosto 2013)

Gershom Scholem, La stella di David. Storia di un simbolo



Amico di Walter Benjamin, fratello di uno dei massimi dirigenti del KPD poi assassinato dai nazisti, Gershom Scholem (1897-1982) ci ha lasciato un'interpretazione affascinante del pensiero ebraico, imperniandola su un asse linguistico-storico in cui i simboli hanno un ruolo centrale. Esce ora a trent'anni dalla morte un libriccino sulla “Stella di Davide” che può rappresentare una buona introduzione alle sue opere maggiori sulla mistica ebraica.

Susanna Nirenstein

Nascita di un simbolo così la stella a 6 punte diventò di Davide

L' associazione è immediata: la Stella di David, in ebraico il Magen David (Scudo di David), vuol dire "ebrei". Campeggia sulla bandiera d' Israele, sulle sinagoghe degli ultimi secoli, sui libri di preghiera, nelle comunità, al collo dei fedeli, l' abbiamo vista come marchio di vergogna e di condanna a morte durante il nazismo, e ancora oggi gli antisemiti la bruciano, la sfregiano. Ognuno, davvero ognuno, è convinto che racchiuda il mondo, il cuore di questo popolo, da sempre, anche se ha fatto la sua comparsa in altre culture. E invece no.

Un interessantissimo libretto appena uscito del grande filosofo israeliano Gershom Scholem (nato in Germania nel 1897, immigrato a Gerusalemme nel 1923) che allo studio del misticismo e al sionismo ha dedicato la vita, ci dice il contrario: al di là di quello che è diventato, perché è indubbio che oggi rappresenti Israele e l' ebraismo, e vedremo come ci è arrivato, l' esagramma, documenta Scholem, non è un simbolo ebraico, non esprime niente della carica spirituale dell' ebraismo, della sua eredità intuitiva, e nemmeno della sua storia: non parla affatto di un supposto sigillo di Salomone, come si è spesso detto, o delle guerre del regno di David, non rappresenta l' armonia della Creazione descritta nella Torah, né l' unione dei contrari e della loro neutralizzazione nell' unità, nel Dio unico, non richiama alcunché dell' ebraismo biblico o rabbinico. Anzi, è tutt' altro. Non è che un segno magico di protezione, una sorta di talismano diffuso in numerosi popoli, fenici, assiri, indiani, tra gli zoroastriani...e molto più tardi, come sappiamo, nelle chiese bizantine, e anche nelle moschee. In una delle sue prime comparse nel mondo ebraico, quella sulla sinagoga di Cafarnao nel II o III secolo, è un evidente ornamento, sottolinea Scholem, niente meno che messo accanto a una svastica! E così in molti altri luoghi, magari vicino a una stella a cinque punte.

Scholem non esita, la sua determinazione a demolire il mito appare all' inizio totale: fino alla metà dell' Ottocento, scrive, citando ogni traccia possibile da massimo esperto qual è, nessuno studioso o cabalista ha mai pensato di indagare il significato ebraico della Stella, nei libri sulla vita religiosa o in tutta la letteratura chassidica non se ne parla affatto. I suoi strali si rivolgono contro chiunque abbia cercato di procurare al Magen David un' illustre genealogia, come Moses Gaster o Max Grunwald. Non è vero che il grande Rabbi Akiva l' abbia usata nel secondo secolo come simbolo messianico nella guerra di liberazione di Bar Kokhba contro l' imperatore Adriano, e ancor meno vero è che l' emblema compaia nello Zohar (letteralmente, Splendore, uno dei testi fondamentali della Cabbala, XIII secolo), né negli scritti del grande cabbalista cinquecentesco Yitzhak Luria. Fantasie debordanti, le chiama Scholem, che rivendica come unico simbolo ebraico legittimo, apparso invece con costanza fin dall' emergere del popolo, la Menorah, il candelabroa sette braccia che Dio stesso ordinò a Mosè perché lo ponesse accanto all' Arca.

Ma allora com' è andata? Perché oggi la Stella di David significa ebraismo? Lo vedremo tra poco, ma prima cerchiamo di capire perché un sionista come Scholem mette tanta carica distruttiva verso quello che sta diventando il simbolo degli «ebrei che entrano nella storia», che si fanno Stato.

Scholem aveva scritto questo lungo articolo nel ' 48 (ora pubblicato dalla Giuntina, La stella di David, pagg. 134, euro 10, con un' approfondita introduzione di Saverio Campanini, che l' ha anche curato insieme a Elisabetta Zevi), per una rivista di nicchia all' indomani della discussione (durante cui probabilmente l' aveva concepito) che aveva posto il segno al centro della bandiera di Israele. Il fatto è che il filosofo e storico immaginava la rinascita di Israele dovesse essere in aperta discontinuità con le esperienze assimilazioniste e fallimentari della diaspora. E la scelta del Magen David lo deludeva, proprio perché si rifaceva a un segno non esclusivo, vuoto di significati, che gli ebrei diasporici avevano iniziato a usare a man bassa dall' Ottocento in poi, a suo parere, quasi scopiazzando la croce dei cristiani o la mezzaluna degli mussulmani.


Le tracce della Stella che Scholem aveva trovato in maniera crescente tra gli ebrei europei gli sembravano nate dal mondo trasversale della superstizione, e più tardi imposte dai governanti per distinguere i "giudei" dai fedeli in Cristo, come "confine", nel modo in cui sospetta sia accaduto nell' architettura sinagogale ottocentesca affidata spesso ai "gentili", o prima, a Praga e in Boemia quando, dal ' 400, divenne l' emblema di uno stendardo concesso alle comunità ebraiche, o ancora a Vienna, nel 1656, quando venne disegnata sulla pietra che segnava la divisione tra la parte ebraica e quella cristiana indicata con la croce. Tracce che si moltiplicano all' infinito nell' Ottocento, in un momento in cui, evidenzia Scholem, l' ebraismo aveva perso ogni forza religiosa.

A Scholem piaceva fare così, muoversi tra i cieli della trascendenza intessendoli con i parametri della Storia, in cerca degli elementi davvero vivificanti dell' ebraismo, come sempre certo che i fatti obbiettivi fossero il primo passo per giungere alla verità. Ed è per questo in realtà che nelle ultime pagine cambia del tutto tono e posizione, e dalla carica distruttiva dei primi capitoletti, eccolo accettare in toto la Stella, perché questa volta è proprio la Storia a fornirgliela: «Poi vennero i sionisti», scrive infatti, e sul primo numero del periodico del movimento, Die Welt, uscito il4 giugno 1897, pubblicato da Theodor Herzl, misero l' esagramma sulla testata, una scelta dovuta sia all' enorme diffusione del simbolo oramai e al fatto che non avesse un nesso esplicito con la religione e potesse indicare invece speranza di redenzione. Non solo. Più di quanto abbiano fatto i sionisti, continua Scholem, lo fecero la persecuzione e la Shoah quando hanno trasformato la Stella di David in un marchio di degradazione per milioni di persone.

«La stella gialla come segno di esclusione e di sterminio ha accompagnato gli ebrei nell' umiliazione, nell' orrore, nella battaglia e nella resistenza. Se esiste un suolo fertile di esperienza storica dal quale i simboli traggono il loro significato, questo lo è stato». È così, scrive Scholem recuperando in tutto e per tutto la scelta d' Israele, che il Magen David è diventato «un segno degno di illuminare il cammino verso la vita e la ricostruzione».


(Da: La Repubblica del 12 agosto 2013)



Gershom Scholem
La stella di David
Giuntina, 2013
10 euro


lunedì 26 agosto 2013

Giovanni Rebora, Sono stati i mercanti e non i guerrieri a diffondere cibo e cultura



Professore di Storia economica all'Università di Genova, Giovanni Rebora (1932-2007) è stato anche uno studioso attento alla storia del cibo e della cucina come fatto culturale. Una ricerca di grande interesse concretizzatasi in numerose pubblicazioni (tra cui La cucina medievale italiana tra Oriente e Occidente, Colombo a tavola, La civiltà della forchetta e La cucina dei papi Della Rovere) e in una serie di articoli apparsi sul quotidiano genovese Il Secolo XIX.


Giovanni Rebora

Sono stati i mercanti e non i guerrieri a diffondere cibo e cultura


Sia che si tratti di dieta mediterranea, sia che si tratti di Italian way, o di altri tentativi di imbalsamare in una locuzione un insieme complesso e sempre sorprendente di modi di mangiare, è pur vero che ci sono, nel Mediterraneo, alcuni cibi apparentemente differenti che, se si osservano con attenzione e con qualche conoscenza della materia, ci si accorge che in fondo in fondo sono molto simili tra loro.

Il viandante il quale si trovasse a pranzo o a cena in una taverna di Tunisi potrebbe vedersi servire il kusckussou e trovarlo molto simile al pilau di Carloforte e Calasetta fatto con la fregola che è la stessa parte del soccu di Alghero o del couscoussou di Provenza, oppure del soccu dell'imperiese ed infine dello scoccozò che un tempo si metteva nei minestroni genovesi. Non si tratta del couscous, è un'altra cosa, ma a Tunisi o al Cairo lo stesso viandante potrebbe imbattersi nel couscous quello vero col montone e non quello “di pesce” confezionato per i turisti.

Ebbene, nonostante le differenze di spezie e di sapori, nonostante le differenti cotture, troverebbe che quella confezione è uguale a quella che gli viene proposta dai discendenti dei corallatori di Trapani o dai discendenti dei corallatori di Carloforte che abitavano a Tabarca prima del 1730 sotto forma di kusckussou; i corallatori che pescavano corallo sulle barche dei Lomellini, ricevevano una forte quantità di quelle palline di pasta, secche e conservabili, che venivano cotte sia nella minestra di verdura sia, in forma di “pilau” (pilaff), come se si trattasse di riso insaporito con il brodo ed il sugo della granceola (Maya squinado). C'è chi lo pensa un piatto povero, provate a procurarvi una grancia viva e poi mi raccontate della povertà del piatto.

Questi cibi erano nel Mediterraneo alcuni secoli or sono ed erano presenti ovunque fossero presenti genovesi, catalini o altri commercianti che avevano deciso di risiedere lontano dal loro paese e che, al momento di rimpatriare, insieme con i loro cuochi, si portavano a casa le cose che avevano trovato buone nel lungo soggiorno all'estero. I cibi sono raramente importati o esportati come frutto di conquista (a parte le derrate alimentari che sono altra cosa rispetto alla cucina), la conquista e la “dominazione” sono altra cosa dallo scambio culturale e troppo spesso gli storici attribuiscono ad effimere presenze “politiche” o militari, la presenza in un territorio di cibi presunti esotici per quel luogo.

Ne sia l'unico esempio la quantità di cose attribuite agli arabi (l'hanno portata gli arabi “nelle loro frequenti scorrerie”). Gli arabi hanno soggiornato a lungo in Sicilia e soprattutto in Spagna, lì hanno avuto un'effettiva funzione, altrove molto meno, dove troviamo cose arabe lo dobbiamo ai mercanti e mai ai razziatori saraceni né ai crociati: sono stati i mercanti a diffondere cibi e cultura, mai i guerrieri.

Mercanti sia islamici sia cristiani, ma mercanti, perfino l'algebra l'ha studiata un pisano, non certo un guerriero, che ha percorso gran parte delle terre attorno al Mediterraneo: Fibonacci. Il Mediterraneo è stato percorso da fenici, pelasgi, egizi, greci, romani, greci bizantini, amalfitani, arabi, genovesi, pisani, veneziani, catalani e chissà da quanti altri.



Come si fa dire che una è autoctona, originale, esclusiva di un qualsiasi luogo che graviti intorno o dentro a questo mare? Certo che il vino viene (sembra) dall'area ora occupata dall'Armenia e dalla Georgia, vero che lo hanno diffuso i greci, ma ora che s'è mescolato tutto toccherà agli studiosi di genetica dipanare questa matassa.

Il vino e la vite, come anche l'olivo ed il suo olio, anch'esso diffuso dai greci (si veda Lisia: per l'olivo sacro) sono diventati simboli, anche religiosi, per i popoli che vivono intorno a questo bacino. Anche le capre, però, pur provenienti forse dall'Oriente e la cui diffusione è stata da poco attribuita agli arabi, sono tipiche di questi luoghi e con essi i cibi che ne derivano. “Barbam capellae cum impetrassent ab Jave...”, una favola di Fedro (libretto macedone del I secolo d.c., scrisse in latino favole attribuite al greco Esopo, anch'egli schiavo).

Chissà se quelle capre avranno mai pensato che la loro diffusione sarebbe stata attribuita agli arabi (apparsi cinquecento anni dopo Fedro) e chissà mai se qualcuno di quei pescatori con la sciabica, raffigurati nei mosaici pazientemente eseguiti per i committenti romani o bizantini da artigiani di cultura greca, avrà mai pensato che la sua sciabica sarebbe stata attribuita ad un popolo che non ha mai amato né il pesce né la pesca. Gli arabi intendo, che quando conquistarono la Tunisia riservarono l'attività pescatoria ai cristiani cui avevano tolto la terra (Al Bakri – XII secolo), figuriamoci se si sarebbero portati dietro una sciabica “nelle loro frequenti scorrerie”. Fatto sta che, almeno finchè non si sviluppò il fenomeno del turismo, i mediterranei non amarono il pesce.

Infatti non è un mistero per nessuno che nel Mediterraneo la cucina del pesce è approssimativa. Lo so che molti insorgeranno, ma non mi si dica che il pesce fritto, bollito o bruciacchiato sulla brace è un procedimento conducibile alla cucina propriamente detta. Può essere buono, ma non tutto ciò che buono o buonissimo è il risultato di un procedimento alchemico che chiamiamo cucina. Se i mediterranei non amavano il pesce in genere, amavano però il tonno, che offre, come il maiale, tante possibilità di confezione e quindi di vendita con valore aggiunto.

Il tonno è denaro fin dal tempo dei greci, si può conservare e quindi trasportare lontano dalle coste e ha anche il buon senso di essere programmabile: con un margine ragionevole di errore si sa quando arriverà alla tonnara e si può programmare la mattanza; insomma, si avvicina alla programmazione dell'allevamento; i genovesi lo capirono subito e furono loro ad inventare il tonno sott'olio, sfruttando le eccedenze della produzione di olio commestibile.

Ogni paese della costa, sia in Grecia (alcune isole), sia in Sicilia, in Catalogna oppure in Liguria, provvede a salare le acciughe, le alose (Sicilia), e, in tempi lontani, anche qualsiasi specie conservabile con il sale o con la cottura e successiva conservazione sottaceto: il Sikbay diventerà escabece per gli spagnoli, scapece per l'Italia meridionale o scabeccio per i liguri, ma sarà sempre pesce sottaceto, cioè trasportabile e conservabile per la vendita “differita”. La confezione di bottarga, di haviar (che è la bottarga turca), di taramà in Grecia e di caviale sia lungo il Po sia nel Mar Nero e nel Mar Caspio appartengono alla stessa cultura.

Ognuno conosce la sua pasta, sia all'uovo, fatta in casa con farina di grano tenero, sia secca e prodotta in botteghe artigiane con semola di grano duro, questo prodotto, nato sembra in Sicilia ed immediatamente commercializzato dai genovesi che si affrettarono a produrlo nella loro regione, aveva la straordinaria capacità di sopportare lunghi viaggi, di essere leggero e di non alterarsi, era anche buono e lo è tuttora.

Insomma, non posso tediare i lettori con tutte le cose che si dovrebbero scrivere per rilevare (se ce fosse bisogno) i legami che il cibo conserva tra le varie contrade del Mediterraneo, basterebbero le zuppe di pesce che con nomi differenti rivelano le affinità tra loro e (talvolta antiche) tra le varie popolazioni e mi pare anche che basti la minestra (con cuscus, riso, pasta, ecc.) per convincere il mondo che il mare della verdura e della pasta sia un koiné che può accontentare tutti nel migliore dei modi, con l'aggiunto del porco o dell'agnello.


(Da: Il Secolo XIX del 15 aprile 2001)


domenica 25 agosto 2013

Marco Revelli, Otto Settembre



Condividiamo l'analisi di Revelli, ma siamo più pessimisti. Soprattutto ci colpisce la passività sociale, di cui nessuno parla, ma che permette che questa farsa ridicola e malrecitata da una classe politica impresentabile continui. Oggi riprende il campionato di calcio: milioni di disoccupati e precari torneranno ad avere qualcosa a cui pensare e per cui scendere in piazza.

Marco Revelli

Otto Settembre

Un paese che prende anche solo lontanamente in considerazione l'idea che si debba «garantire l'agibilità politica» a un condannato in via definitiva per una «ciclopica frode fiscale» ai danni dello stato, è un paese che vale poco. Un mondo politico che, fin dai suoi massimi vertici, esprime comprensione per una tale esigenza, è un mondo che ha smarrito il senso del confine tra normalità e indecenza.

O che ha fatto dell'indecenza la condizione della normalità. Un sistema dell'informazione che, salvo poche eccezioni, registra compiacente tutto ciò senza un unanime moto di ripulsa anzi mettendoci del suo (si leggano gli editoriali del Corriere della sera), è un sistema che ha smarrito la propria elementare funzione di controllo democratico (e anche il senso della dignità professionale).
L'Italia si avvia ad affrontare un passaggio per molti versi drammatico della propria crisi economica e sociale logorata e paralizzata da una crisi morale senza precedenti.

L'autunno presenterà conti salati: una disoccupazione che, nonostante la ripresina nord-europea, continuerà a peggiorare (con gli ammortizzatori sociali da rifinanziare). Una fragilità del sistema bancario che continua a strozzare il credito alle imprese e neutralizza anche i limitati vantaggi del tardivo e parzialissimo pagamento della montagna di miliardi dovuti dallo stato (che andranno nella stragrande maggioranza a ripianare i debiti contratti nel frattempo per sopravvivere). L'incombente aumento dell'Iva, che non ha ancora trovato voci alternative di copertura. La necessità di reperire entro l'inizio del prossimo anno i 50 miliardi di euro della prima delle venti rate imposte dal famigerato fiscal compact, vera e propria macina al collo di un paese che stenta a restare a galla. Un livello delle remunerazioni nei settori pubblico e privato bloccato da anni, su cifre ormai ai limiti inferiori della graduatoria Ocse.

Da un buco nero di queste dimensioni non si esce senza una straordinaria quantità di energia politica e sociale. Senza uno scatto morale: o, se si preferisce, un'impennata d'orgoglio. Senza il senso di una rottura di continuità, che è cambio radicale di classe dirigente e di personale politico, percezione della possibilità di un «nuovo inizio», come è stato nei momenti cruciali della nostra storia, dalla «crisi di fine secolo» alla «ricostruzione» nel secondo dopoguerra.

Invece ci tocca assistere allo spettacolo deprimente di una continuità ossessivamente riaffermata contro ogni «natura delle cose»: l'assemblaggio forzato dei vecchi protagonisti del disastro in una comune maggioranza di governo, uniti nell'unico imperativo di durare sopravvivendo ai propri vizi privati e alle proprie inesistenti pubbliche virtù. Consegnati in ostaggio a uomo finito e alla sua esigenza di prolungare la propria fine oltre ogni limite fisiologico, giorno per giorno, pronto al ricatto a ogni passaggio - l'ineleggibilità, la decadenza da senatore, l'applicazione della sentenza e le misure alternative... - giocando sull'unico atout che gli è rimasto: la golden share governativa. La minaccia del «muoia Sansone con tutti i filistei».

Li possiamo già immaginare i prossimi mesi, con il tormentone osceno del «grazia sì, grazia no» («La chiedo, non la chiedo»...). Delle macchine del fango al lavoro e degli infiniti ricorsi fatti solo per guadagnare tempo. Degli aeroplanini in volo sulle spiagge con «Forza Silvio» e degli avversari politici trasformati in imbarazzati testimoni o omologhi complici.

Il fatto è che il pasticciaccio brutto di questa primavera, la nascita del governo delle larghe intese, pesa come un macigno. Sta su solo perché le due forze che lo compongono - oltre a essere sostanzialmente omologhe nell'idea di società prodotta dall'establishment economico-finanziario e dalle tecnocrazie europee - sono entrambe fragilissime, sull'orlo di una simmetrica dissoluzione. Lo è il Pdl, di fatto già dissolto nella ri-nascitura Forza Italia, e identificato ormai senza residui nel destino politico del suo capo-padrone. Ma lo è anche il Pd, lacerato tra una miriade di cordate interne senza più alcun rapporto con le rispettive culture politiche (che la leadership del partito verrà contesa tra due ex democristiani, Letta e Renzi, in lotta tra loro, la dice lunga). Da due vuoti potenziali non può nascere un pieno d'azione politica. Ci si può limitare alla manutenzione del disastro, rinviando sine die i nodi da sciogliere, «guadagnando tempo», appunto. Ma con la manutenzione del disastro non si esce dal disastro: lo si può dilazionare. Si possono inventare mille bizantinismi, ma non si evita, prima o poi, la caduta di Bisanzio.

È questo il gigantesco non detto del dibattito in corso sul destino della «sinistra» e in particolare del Pd (ma anche di Sel), a cominciare dall'intervento di Goffredo Bettini: la gravità della simmetrica crisi della «parte emersa» del nostro sistema politico (quella su cui sono permanentemente accesi i riflettori dell'informazione ufficiale). L'irrisolvibilità delle contraddizioni accumulate nel corpo di quei due soggetti politici che - ricordate? - nel famigerato passaggio veltroniano-berlusconiano del 2007 e 2008 avrebbero dovuto dar vita a un sistema politico Bipolare, Maggioritario ed Egemonico (si disse proprio così, nella neolingua di allora), monopolizzando l'intero spazio pubblico e bloccandolo rispetto a ogni idea alternativa di società.

Quel progetto giace ora in frantumi (che Enrico Letta cerca di nascondere sotto il tappeto della propria azione di governo come la cattiva casalinga fa con la polvere). Ma non ho letto una sola riga di presa d'atto. O di autocritica. Né una sola proposta all'altezza della gravità, sul modo di uscire dall'impasse. E forse non per caso: perché probabilmente a quella crisi non c'è soluzione, se si rimane entro il cerchio magico dell'attuale classe politica, con come unici ed esclusivi protagonisti i soggetti politici esistenti (e potenzialmente falliti).

Eugenio Scalfari, qualche giorno fa, su Repubblica, ha evocato il 25 luglio del 1943 (Il 25 luglio è arrivato, il Cavaliere si rassegni), quando appunto Benito Mussolini fu liquidato dal suo stesso partito e finì ai «domiciliari» sul Gran Sasso. Non ha ricordato, credo per scaramanzia, la breve parentesi badogliana e soprattutto la data successiva, l'8 settembre, quando tutto andò giù ed esplose la più grave crisi istituzionale del nostro paese. Eppure val la pena rifletterci, su quelle tormentate vicende. Non solo perché questi primi 100 giorni del governo Letta un po' ricordano (fatte le debite proporzioni in termini di drammaticità) i «45 giorni di Badoglio», col suo «la guerra continua» a fianco del vecchio alleato e la tendenza a dilazionare la resa dei conti. Ma anche, e soprattutto perché l'8 settembre non è solo (o meglio, non è tanto) il momento della «morte della patria», come è stato affrettatamente definito. È la fine di «quella» patria indegna, e il punto d'origine di un'altra Italia. Fu, nel naufragio della vecchia Italia, un punto di rinascita e di selezione di una nuova classe dirigente, sulla base di una «scelta morale» che si trasformò in risorsa politica. Quella data ci dice che a volte, per ricominciare, bisogna finire.

P.S. L'8 settembre è anche il giorno in cui Landini e Rodotà hanno convocato quanti sono consapevoli della gravità della situazione e dell'urgenza di una risposta (e proposta) credibile. Ci saremo in molti, per cogliere questo segnale di speranza.

(Da: il manifesto del 17 Agosto 2013)





sabato 24 agosto 2013

Da leggere per non dimenticare: Il sangue politico. Inchiesta su alcune morti consumate nel fine secolo


Da leggere per non dimenticare

Giuseppe Galzerano

Inchiesta su alcune morti consumate nel fine secolo

Sono ancora tante le vicende della storia sociale e politica avvolte nel mistero, sulle quali si vorrebbe far calare per sempre l'oblio e il disinteresse. Una di queste viene riportata alla nostra attenzione e memoria dal libro di Nicoletta Orlandi Posti Il sangue politico (Editori Internazionali Riuniti, Roma, 2013, pag. 256, €. 16,90), che indaga sulla morte di cinque anarchici di Reggio Calabria e sulla scomparsa di un dossier con i risultati di una coraggiosa controinchiesta sull'attività dei fascisti in Calabria.

In un incidente stradale, che appare subito strano, la notte del 26 settembre 1970 sull'autostrada del sole, all'altezza di Ferentino, la mini morris gialla partita da Reggio Calabria viene schiacciata da un autotreno partito da Salerno. Tre degli occupanti della macchina, Gianni Aricò e la sua compagna tedesca Annelise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Franco Scordo, morirono sul colpo e due qualche giorno dopo. Il più «vecchio» ha 26 anni e la Borth sfiora i 18 anni ed è in attesa di un bambino. Aricò ha girato l'Europa in autostop e in Belgio ha realizzato un documentario sugli emigrati calabresi che lavorano nelle miniere. A Reggio hanno fondato il circolo anarchico «La Baracca» e per la loro attività (volantinaggi, contestazione al film «Berretti verdi», manifestazione al porto per incitare i marinai all'obiezione di coscienza) vengono processati. Difesi gratuitamente dall'avvocato anarchico Placido la Torre di Messina sono assolti e al processo assiste Pietro Valpreda e altri anarchici venuti da Roma e dalla Calabria. In occasione degli attentati del dicembre 1969, Aricò, Borth e Casile vengono arrestati a Roma: interrogati dichiarano la loro totale estraneità e accusano i fascisti. Sua madre parte per Roma e chiede al Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, di interessarsi del figlio, che sarà scarcerato dopo pochi giorni.

Il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro la Freccia del Sud proveniente da Torino deraglia provocando sei morti e numerosi feriti. Gli anarchici reggini accorrono subito a soccorrere i feriti e nei giorni successivi vollero capire cos'era successo. Il questore esclude l'attentato parlando di uno sbullonamento tra due carrozze. In quei giorni Reggio è interessata da una rivolta capeggiata e promossa dai fascisti di Ciccio Franco (che aveva coniato il motto Boia chi molla) e dalla 'ndrangheta per la questione del capoluogo regionale, scelto dai politici a Catanzaro. Gli anarchici denunciano la strumentalizzazione fascista della rivolta e iniziano un lavoro di controinformazione sulla strage ferroviaria. Nei giorni dei «moti di Reggio capoluogo» fotografano i «forestieri» che girano per la città. Tra loro, affermano, ci sono Junio Valerio Borghese ed altri personaggi della destra. Vengono minacciati con telefonate minatorie, pedinamenti, agguati e con l'assalto e la devastazione della sede.

A «inchiesta» conclusa spediscono il materiale all'anarchico romano Veraldo Rossi tramite il servizio postale, ma non verrà mai consegnato. Ne hanno però conservato copia, nascondendolo nella cuccia del cane. Decidono portare direttamente alla sede romana del settimanale anarchico Umanità Nova la borsa con i documenti e fissano un appuntamento con l'avvocato Edoardo Di Giovanni, che sta preparando la seconda edizione del libro-denunzia La strage di Stato. Aricò dice alla madre: «Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia». Al padre di Scordo arriva la sera prima della partenza la telefonata di un amico, che lavora alla questura di Cosenza ed è in contatto con la polizia politica di Roma: «Se ci tiene a suo figlio, non lo faccia partire con gli anarchici. Li fermeremo».

Tra gli anarchici si rafforza la convinzione che sono stati uccisi in una strage camuffata da incidente stradale. Sul luogo dell'incidente non è rinvenuta nessuna borsa, nessuna cartella, nessuna foto, nessuna delle agende, dove gli anarchici hanno annotato nomi, fatti, date, luoghi e numeri di telefono. Sui verbali della Croce Rossa c'è scritto che i soccorsi giungono a mezzanotte. Sembra tutto normale. Invece no. Quella notte scatta il ritorno all'ora solare. Non erano trascorsi 30 minuti, ma un'ora e mezza, un tempo più che sufficiente per sottrarre il dossier e mascherare il pluriomicidio politico.

Per scoprire i lati oscuri di questo incidente - avvenuto proprio di fronte alla villa del comandante della X Mas e combattente della Repubblica di Salò e nello stesso luogo e con un incidente simile anni prima aveva perso la vita la moglie del principe nero - furono in tanti a mobilitarsi. A Salerno l'anarchico Giovanni Marini scopre che l'autista Aniello Alfonso e il proprietario Ruggero Aniello dell'autotreno, oltre che dipendenti di Valerio Borghese, sono iscritti al Msi. Proprio per questo Marini, dopo varie minacce, verrà aggredito dai fascisti di Salerno la sera del 7 luglio 1972: Franco Mastrogiovanni è accoltellato ma Marini, impossessatosi del coltello, uccide Carlo Falvella, per i cui funerali Giorgio Almirante scende a Salerno.

Anche i fascisti parlano dell'incidente: l'avanguardista Carmine Dominici due anni dopo parla di omicidio e dieci anni dopo tre detenuti, Giuseppe Albanese, Giuseppe Sanzone e Walter Alborghetti, in un memoriale affermano che i 5 anarchici calabresi sono stati uccisi per ordine di Avanguardia Nazionale. Nel 1993 Albanese ribadì al giudice Guido Salvini che erano stati uccisi da una squadra di Valerio Borghese. Tonino Perna, cugino di Aricò, si batte per la riapertura delle indagini e chiede notizie sul dossier. La risposta del ministero dell'interno fu negativa e finora non è venuto fuori neanche un brandello di quei documenti e di quelle foto che avrebbero potuto far tremare l'Italia e per i quali morirono innocenti i cinque anarchici calabresi, ai quali il libro di Nicoletta Orlandi Posti rende omaggio riportando all'attenzione dell'opinione pubblica la vicenda degli anarchici calabresi. «Il loro sangue politico qui affiora di nuovo e continua a testimoniare», scrive Erri De Luca nella prefazione a questo libro, per il quale l'autrice ha esaminato un'immensa mole di carte giudiziarie, di cronache, di atti, di testimonianze sparpagliate e disunite e le ha messe insieme per chiedere verità e giustizia sulla morte degli anarchici calabresi.

(Da: il manifesto del 9 Agosto 2013)
Nicoletta Orlandi Posti
Il sangue politico
Editori Internazionali Riuniti, 2013
. 16,90