TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 settembre 2013

Il blues dell'ingegnere. L'ultimo Gadda nelle lettere a Pietro Citati



Una grande amicizia nell'Italia degli anni Sessanta fra letteratura e miracolo economico. L’ultimo Gadda nelle lettere a Pietro Citati


Marina Valensise

Il blues dell’Ingegnere

Le idiosincrasie, il sarcasmo, la cognizione del dolore.


Non bene, benissimo ha fatto Pietro Citati a disobbedire a Carlo Emilio Gadda, che gli chiedeva di “stracciare subito in minuti pezzulli” le tante lettere che gli aveva spedito, soprattutto d’estate. Ci ha regalato un libro magnifico (Carlo Emilio Gadda, “Un gomitolo di concause. Lettere a Pietro Citati, 1957-1969”), edito da Adelphi, grazie alla perfetta cura di Giorgio Pinotti. Un libro grondante amore, amicizia, dedizione, il modo migliore per perlustrare i romanzi di Gadda con la sicurezza della mappa giusta. Offre uno spaccato prezioso della cultura italiana negli anni del boom, quando le generazioni, anche se non necessariamente in senso anagrafico, si aiutavano.

Tra i due, il più maturo era il più giovane Citati, trentenne collaboratore del Giorno, consulente di Livio Garzanti, che sovvenzionò il “Pasticciaccio”, assillando Gadda “come una Didone che teme l’abbandono” perché pretendeva l’esclusiva e sognava di sgominare Einaudi, che aveva i diritti della “Cognizione del dolore” e dei primi romanzi. Solerte, caparbio, dolcissimo, era lui, il “dottor Citati”, la spalla editoriale ed esistenziale dello scrittore sessantenne, ulcerato dalla vita, arrivato tardi alla gloria, al successo, ai cento scocciatori che l’assediavano per estorcergli interviste e dichiarazioni.

Gadda, grande ipocondriaco misantropo, poteva sembrare un disadattato. Maniacalmente ossessionato dagli acciacchi della vecchiaia, facile preda della paranoia, viveva in balia di mille fissazioni e sospetti. Epperò, dotato di ironia straripante, era un raccontatore fantastico, un affabulatore sornione che ammantava della sua lingua lussureggiante ogni minuto aspetto della realtà. Forse per sfuggire meglio all’esistenza grama, al naufragio della vecchiaia, alle ferite mai rimarginate della vita, che nella calura romana si trasformavano in un fiotto di recriminazioni. Il fatto è che nemmeno al culmine della gloria, riusciva a prendersi sul serio. Incapace di accomodarsi su quel piedistallo che gli aveva allestito Garzanti, la sua Didone gelosa, per meglio autoderidersi si paragonava alla Lollo, alla Loren, alle star di quel mondo di cartapesta che abitavano l’immaginazione italiana negli anni del boom.

“Il ‘chiasso’ è un fenomeno dell’epoca attuale, determinato soprattutto dalla inderogabile necessità di vincere il chiasso altrui, di superare acusticamente spazialmente, fotograficamente, la grida elaudante, le poppe della Lolò e lo sguardo sexy della Sophia” annotava in cerca di silenzio il 3 ottobre 1957, in risposta a una cartolina di Citati. “Io non posso competere, quanto a culo, né con l’una, né con l’altra: ma se il pesciarolo non urla più del pesciarolo concorrente sulla piazza, rimane col merlano in mano” (dove “merlano” sta per merluzzo).

Roma, via Blumenstihl. La casa dove abitava Gadda
















Gadda viveva da solo, assistito da una portiera russa generosa di sé che fungeva da telefonista, e più tardi dalla mitica Giuseppina Liberati, che vivrà per lui fino alla morte. Viveva a Roma, in via Blumenstihl, in un continuo stato di allarme, per la voracità degli editori, documentata benissimo in questo carteggio, dove la mediazione Citati-Gian Carlo Roscioni spicca come dirimente nel contenzioso Garzanti-Einaudi e l’inavvedutezza di alcuni critici rifulge. Come quella di Domenico Porzio (che bollò il romanzo come “un pasticcio di dubbia digeribilità e di assai scarso interesse romanzesco”), o di “ex squadristi o borsaneristi” che gli negarono il Premio Marzotto (“me ne frega un fico secco”), per risarcirlo poi col Premio degli Editori, come fece Emilio Cecchi col sostegno di Raffaele Mattioli. “Scusi questo sfogo dal pozzo di solitudine e disperazione in cui mi trovo, c’est mon alcool à moi” scriveva Gadda a Citati la domenica 2 agosto 1959. “Stracci subito in minuti pezzulli questa mia mala carta: che occhio d’altri mai non la veda. Stracci e dimentichi”.

Citati invece ha messo per cinquantanni sottochiave quelle lettere, tacendo la dedizione assoluta nei confronti del Gran Lombardo. In un suo ritratto di Gadda, inserito dal curatore in una nota, leggiamo: “Gadda veniva spesso a casa nostra. Era cerimoniosissimo, ci portava sempre regali, soprattutto marrons glacés. Arrivava vestito con l’eleganza (verbale e di abiti) di un borghese milanese dell’ottocento, salvo che aveva il nastro del cappello unto, come un mendicante. Allora si capiva che era un ‘umiliato e offeso’. Con le sue infinite attenzioni sembrava che volesse farsi perdonare qualcosa; e che, per il solo fatto di vivere, si sentisse in colpa verso tutti gli uomini. Poi, questa lieve tensione si scioglieva: Gadda cominciava a discorrere con la sua amabilità un poco ufficiosa; faceva domande, rideva, arrossiva, si prendeva gioco del proprio riso, raccontava storie esilaranti… Diventava all’improwiso furibondo. Poi disperato, in modo irrimediabile…”.



Tra i due l’amicizia era nata nel 1955 dopo la recensione fatta da Citati al “Giornale di guerra e di prigionia”, e si era consolidata col tempo in un rapporto di abnegazione e ricreazione di cui questo libro offre una testimonianza impagabile. Il carteggio si compone di quarantaquattro lettere scritte tra il 1957 e il 1969. Ma in cento pagine di scambio quotidiano e triviale con un amico che è molto di più che un editore, è un fratello, un consulente, un sostegno, si colgono tutti i nodi di Gadda, la sua idiosincrasia, le sue angustie, il suo genio naturale, allo stadio chimicamente puro, non trattato. Unico rammarico è non aver incluso le lettere dello stesso Citati, che spesso riaffiorano nelle ricchissime note di Pinotti. Altro rammarico è che il carteggio sia circoscritto alla sola estate. Facile immaginare per noi che parliamo solo al telefono e scriviamo solo mail, cosa perderanno i nostri posteri quanto ai moti dell’animo che generano un romanzo, quanto alla radiografia segreta di un’esistenza…

Gadda, puntuale come un orologio svizzero, telefonava al dottor Citati ogni giorno all’una e mezza, mentre il suo amico stava per addentare la bistecca, senza lontanamente immaginare di contribuire all’intirizzimento della stessa: “Se glielo avessi detto si sarebbe ucciso per la vergogna e la disperazione”, confessò un giorno Citati. Nel carteggio troverete molti dei retroscena di quelle telefonate diuturne, perlustrati nel loro contesto, tra “cause e concause”. Parla solo Gadda, è vero, ma la voce di Citati arriva limpida dalla postfazione e dal saggio di Pinotti, e soprattutto dal tra le righe di Gadda che lo insegue in vacanza. Vorrebbe raggiungerlo a Giuncarico, o sulle Dolomiti, ma procrastina di continuo, svicola, allunga i tempi, scivolando nella più ossequiosa cortesia, che Andrea Barbato, cronista dell’Espresso, si sentiva in dovere di irridere. “La semplice buona educazione e la normale gentilezza appaiono a questi zotici una mancanza di carattere e di idee: (belle idee, anzi ideologie, come le chiamano!)”, commenta Gadda esulcerato.

Stanco, “spiritualmente disperato”, lo scrittore fa un bilancio della propria vita: “I nodi vengono al pettine, una vita come quella che ho dovuto passare fin dall’infanzia, e fatiche come quelle che ho dovuto durare, e tragedie belliche e civili e fame e orrori, non possono allibrarsi nell”‘avere’ giulivo di una sempiterna anestesia di vispoteresone grullo e sventato, quale mi è occorso di voler essere per dimenticare i mali annientatoli”, scrive Gadda sempre il 2 agosto 1959. Citati è in vacanza in montagna, mentre Gadda patisce la calura romana e una dieta senza sale, per tenere sotto controllo cuore, fegato, enfisema e malanni vari. E però non può sottrarsi alla vita di società. Lui che è un solitario e detesta le fotografie col suo “faccione”, e odia “le brutte didascalie pesanti (o Italie)” che le corredano sui rotocalchi, lui che per lavorare ha bisogno solo di silenzio e solitudine, “di non intasarmi l’anima di fatti altrui”, cede alla convivialità letteraria.

Gadda e Pasolini























Eccolo a tavola con Attilio Bertolucci (poeta ed eminenza grigia garzantiana) e Pasolini per “una ennesima cena con Moravia-Morante-Zolla in Trastevere (io, egregio e savio, poco riso in brodo non salato e filettuzzo di manzo non salato)”. Dà sfogo retroattivo all’insofferenza: “Molto baccano, ‘le borghesie fasciste, il Risorgimento fascista’, ecc. La mania della storiografia facile mi pare che prenda la mano per non dire la lingua ai commensali, ai direttori o collaboratori di Nuovi Argomenti e altre sociologiche e ideologiche riviste. Ma la gentile Morante urla e pontefica troppo”, scrive Gadda per scrollarsene il fastidio.

Vogliono accusare la borghesia?, si domanda l’ingegnere. Ma se è stata l’unica protagonista “di quello, quel poco, che c’è stato di veramente democratico nella nostra storia, dai comuni lombardi al periodo 1861-1911, dalla fondazione del Politecnico di Milano e dell’industria moderna… questa Accusa urlata in Trastevere, al tavolo stradale dell’‘Impiccetta’. Torno sfiancato, rintronato e vilipeso da codeste verbose facilonerie Tresteverine dove l’agnosticismo epicureo-municipalistico-simpatico di Attilio, assiste muto, e languente in gentili rossori, all’aspra cornacchiante erogazione di teoremi storiografici dei due coniugi romanzieri”.

Per Moravia e la Morante Gadda non ha pietà. Cita, con non poca invidia, il risvolto dei “Nuovi racconti romani” della scrittrice, pubblicati da Bompiani: “E’ celebrata l’‘energia romana’ (ammappete!) contro la ‘grettezza’ di certe rappresentazioni (p.e. la mia)”. Ma lo sguardo senza veli sulla realtà, l’occhio del frequentatore di autobus, gli permette di lanciare il siluro finale: “Il 70% delle donne quarantenni (romane) in bus hanno circonferenza-panza ossia panza-circonferenza di metri 1.80÷1.90: quelle non sono troppo cicciose, troppo polpute, oh no! Polputo e idropico è il Gadda! Il peso è risalito da kg. 92 netto-nudo a kg. 97 netto-nudo. Evidentemente è questa la misura di equilibrio per alimentazione scarsa. Per alimentazione normale sarebbe 99÷100 netto-nudo”.

Ed ecco che, mettendosi al centro della scena, attirando su di sé come un novello san Sebastiano tutte le frecce dell’infelicità e della disperazione, Gadda si trasforma in un istrione regale perché, spiega Citati “inscenava il grandioso spettacolo del proprio odio e del proprio dolore, come se al mondo esistesse solo l’eccezione inimitabile della sua vita”. Così, passando dal girovita delle matrone romane alla dittatura della dieta, Gadda spara a zero contro la “Grande Accademia Internazionale di Superterapeutica digiunativa che imperversa oggi come cieco tornado nelle università del mondo”, protesta contro le mode effimere che nascono crescono e muoiono, uccise da contromode opposte e contrarie, e sempre irrise dalla realtà che oppone maestosa il suo zoccolo duro. Un alano non può diventare un maltese, un pastore tedesco non può trasformarsi in un fox-terrier, rimuginava Gadda in balia della sua dieta.

“Uno dei commensali in Trastevere ha ordinato e distrutto prosciutto e melone, ossobuco in forma di Trinacria di dimensioni invereconde, filetto alla griglia dimensione controsuola; spigola, e gnocchi alla sabato-romano, ordinò ma non potette avere nella confusione e nell’urlìo; e spremute e zucchero. Ma solo il Gadda è pantagruelone gargantuoso”. E giù con dettagli clinico-farmacologici deliranti: “Fra le altre trovate cliniche, mi sono state autorevolmente e seriosamente suggerite delle ‘supposte di glicerina’ a scopo elicitante. Ma nel luglio romano la signorina ‘supposta’ arriva per così dire a piè d’opera che è una pallina gelatinosa in procinto di squagliarsi: il presumere di incul…care la virtù suppositizia o suppositiva che dir Lei voglia nel cu…ore dei refrattari con un ricciolino di burro semisfatto è una trovata dell’Accademia che giustifica tutte le mie debolezze nei confronti del dialetto”.



Anche quando parla di giovani scrittori affini, spietati come lui, pronti a lasciarsi assalire e scorticare dalla realtà, Gadda mantiene la sua nevrastenia solipsistica, afflitto da amarezza e complessi irrisolti. Prendiamo Goffredo Parise. Lo scrittore vicentino irrompe nella sua vita con “Il prete bello”, primo bestseller del Dopoguerra. Fu Gadda a dirgli di venire a Roma, a trovargli l’appartamento di via della Camilluccia 201, a pochi metri da casa sua, dove Parise sbarcò con la moglie impalmata di fresco, pronto a farsi travolgere dalla Dolce vita. II fotografo Lorenzo Capellini, che di Parise fu amico, ricorda ancora il suo sbarco a Roma con la spider rossa, l’amore per Lucia Bosé, l’umiliazione della moglie veneta, che poi scomparve. “Gadda si era un po’ invaghito di lui, e lui del resto non disdegnava, curioso com’era di ogni cosa della vita. Adorava Gadda, lo considerava un genio. Adorava portarlo in giro con la spider rossa e passare con lui pomeriggi interi”. Nelle lettere a Citati, Gadda racconta le gite fuori porta sulla biposto 1.600 del “pazzo Parise”: “Mi ha colto dal lattaio alle 9 ant.ne al cappuccino. Molto gentile, del resto, lui e la sua bella signora-madonna del Giambellino. La gita con lui solo, dato che la spider è una biposto”, scriveva il 28 agosto 1961, riferendo di “certi gnocchi trascendenti e digeribilissimi” che però non influivano sul suo “giudizio positivo, che era già in incubazione da diverso tempo”.

Gadda e Parise erano, l’uno per l’altro, uno specchio in cui ritrovarsi e riconoscersi. Gadda intercede perché Citati faccia scrivere l’amico da Hong Kong, sul Giorno. Parise lo faceva sognare, gli regalava spunti, idee per nuovi racconti, magari a sfondo erotico-automobilistico. “Nella conversazione bruciata, sulla spider, mi ha suggerito la possibilità (senza volerlo) di un mio articolo sull’erotismo ingenerato dalla ‘idea spider scarlatta inglese fodere marocchino, cil. 1.600’ sulla ciurma che la vede passare, specie ragazze, vigili, carabinieri, poveri”.

Gadda rideva, sognava, ma non si faceva illusioni: “Non ne farò nulla, per quanto tutte le battute sue (di Parise) non fossero che conferma di molte mie idee”. Parise gli sembrava “un intelligente e un geniale, anche come osservatore e interprete, certo un po’ pazzo-a-freddo in direzione pittorica e talora un tantino o un tantone surreale, ma molto più vitale del surrealismo alquanto gelido e congegnato di Landolfi”. Parise era per Gadda “un surreale d’impeto, immediato e spontaneo”, per il quale lo scrittore nutriva una simpatia genuina, pronto a prodigarsi, a scrivere per lui una prefazione al “Ragazzo morto e le comete”, da dare a Garzanti per la nuova ristampa.

Il dottor Citati, intanto, seguiva tutto da lontano, ricettacolo di angustie e debolezze, fobie e simpatie di quel vecchio fissato, al quale sapeva come rivolgersi, come parlare. Sapeva come farlo sentire amato. “L’ho vista una volta, per dieci minuti, alla televisione, nel corso di una bellissima intervista. Lei era stanco, si capiva che era triste o appena di malumore: ma ha detto delle cose molto belle, con l’amara nobiltà di certi grandi personaggi shakespeariani, quando di colpo, per qualche rivelazione, scoprono quanto sia aggrovigliata, tenebrosa e faticosa la verità delle cose”, scrisse nel 1969 Citati a Gadda. L’altro sarebbe morto di lì a poco, nelle braccia di Citati che gli leggeva “I Promessi Sposi”.

“E’ stato l’unico grande uomo che ho conosciuto nella mia vita, come profondità tragica di esperienza e di spirito”, dice oggi Citati. Che va ringraziato per avercelo fatto conoscere meglio.


(Da: il Foglio del 28 settembre 2013)

























Carlo Emilio Gadda
Un gomitolo di concause
Adelphi, 2013
14 euro













Melania Mazzucco. La cicatrice di un'assenza. L'ombra di Picasso



Un'opera in apparenza semplice, ma di una profondità straordinaria. Una riflessione sulle possibilità della pittura di rappresentare il non/visibile, di portare alla luce ciò che non c'è ma che pure è presente. In una parola di dipingere il ritratto dell'anima.

Melania Mazzucco

La cicatrice di un’assenza


Un pittore può entrare nel suo quadro in molti modi. Col nome: la firma - posta in un cartiglio o sul bordo, evidente o occultata nella scena dipinta - lo legittima, assegnandogli un padre creatore. Con la figura: inserendo il proprio autoritratto, il pittore rivendica la sua funzione di testimone nella storia e la sua presenza di artefice. Con un segno: una traccia, anche cifrata, della sua identità individuale. Picasso è tornato più volte sul motivo del rapporto fra creatore e opera e alla fine ha firmato con l’ombra. Anche l’ombra è una traccia: l’impronta dell’incontro di un corpo con la luce.

L’ombra sembra uno dei quadri più semplici dello sterminato catalogo di Picasso: ne conosciamo genesi, circostanze e significato. E’ un’immagine quasi tradizionale, costruita con pochi colori: l’interno di una stanza, con una finestra da cui s’intravede il cielo azzurro. La luce irrompe in un ambiente oscuro, dove c’è una figura femminile, distesa. L’erotismo implicito nella presenza della modella nuda è rivelato dalle dimensioni dei suoi seni (più grandi del volto) e della mano enorme, prensile, bestiale. Qualcuno si pone davanti alla fonte di luce. Ne vediamo solo l’ombra - una sagoma maschile, una piatta silhouette che sembra ritagliata con le forbici. Tecnicamente è difficile dipingere un’ombra senza renderla un’informe macchia grigia: per questo i pittori l’hanno sempre considerata con sospetto. Picasso dipinge l’ombra nera. E’ quella che scientificamente si definisce "ombra portata": cioè non aderente al soggetto che la proietta. Questo soggetto, da cui è separata, rimane fuori dal quadro. Ma ne invade lo spazio con lo spettro. Chi è?

Forse lo spettatore, cui Picasso restituisce il ruolo di voyeur che l’arte occidentale gli ha assegnato per secoli - almeno nella visione di un quadro con lo stesso soggetto di questo: la Nuda in una stanza. Ma la stanza del quadro, ha spiegato Picasso in un’intervista, è quella della sua casa di Vallauris, nel sud della Francia. Sulla mensola si riconosce un carretto siciliano, da lui acquistato durante un viaggio, sul camino un vaso di ceramica, sul pavimento un tappeto. Dunque l’Ombra è quella del pittore stesso. E’ Picasso che guarda la scena. E’ come se volesse farci vedere ciò che lui vede - mettere lo spettatore al suo posto. Nei quadri cubisti di quasi cinquant’anni prima, aveva moltiplicato i punti di vista nella rappresentazione dell’oggetto, scomponendolo. Ma stavolta predilige il suo. Nel linguaggio cinematografico, sarebbe una ’soggettiva’. E’ un autoritratto al negativo, dunque - ma singolare. Per convenzione, la mano del pittore è il suo segno. Invece l’ombra non ha mani. L’immagine è una sorta di riflesso mentale.

Guardando meglio, ci si accorge che la donna non è davvero presente nella stanza. E’ un ricordo, o un sogno. Bianca, come l’ombra del pittore è nera, marca un’opposizione fra i due, il colore e la forma sigillano una differenza di temperatura e consistenza - le due entità sono reciprocamente inafferrabili.

Françoise Gilot raccontò che nel momento in cui Picasso dipinse L’ombra - fra il Natale e il Capodanno del 1953, forse in un solo giorno - la donna, cioè lei, era assente, per una separazione che ormai era divenuta definitiva. Ma anche se lo ignorassimo, è il quadro che ce lo dice: non vi è nessun contatto fra l’ombra e il corpo, l’uomo e la donna. Le ombre non possono avere rapporti con le cose e le persone. Sono inerti, immateriali. Il quadro parla di solitudine, di perdita, di assenza.

Ma soprattutto parla d’arte. E’ stato notato che L’ombra ricorda Matisse: il Violinista alla finestra nella struttura dell’immagine, la serie delle Odalische nella figura femminile nuda distesa. E l’ombra cita le guaches découpées che Matisse ottantaquattrenne andava creando nel letto dove giaceva immobilizzato. Matisse aveva detto che lui e Picasso erano come il Polo Nord e il Polo Sud. Lui era il nord: tradizione, intelletto, colore; Picasso il sud: genio, linea, disegno. Matisse francese, borghese di estrazione e d’animo, fautore di un’arte edonistica, riposante e impersonale; Picasso straniero, andaluso, bohémien, genio precoce che aveva imparato a disegnare prima che a parlare, sedotto dalla scultura primitiva e dagli idoli africani, creatore di un’arte onnivora, autobiografica, irriverente, disturbante.



Si frequentarono, si sospettarono, si ammirarono, si studiarono per tutta la vita (ognuno teneva nel proprio studio almeno un capolavoro dell’altro). Si detestavano, anche. Matisse accusò Picasso di essere un bandito: in sostanza un ladro, che si appropriava delle idee altrui (e in particolare delle sue). Picasso era d’accordo: diceva che ogni pittore è un collezionista che raccoglie le immagini degli altri e le rende proprie, che anzi deve prendere ovunque sia possibile, e considerava degradante copiare solo da se stesso. Picasso vedeva in Matisse il suo negativo. Per questo è possibile che L’ombra sia davvero un omaggio di Picasso al suo rivale - ormai alla soglia della morte.

Ma non è solo un dialogo con l’amico-nemico di una vita. E’ anche una riflessione sulla propria pittura. L’ombra del pittore non si proietta infatti nella stanza della sua casa. Ma su un suo quadro che raffigura la stanza della sua casa. Picasso guarda se stesso - la sua vita e la sua opera. E la ripensa nel contesto della tradizione. Non ha mai smesso di confrontarsi con essa - per innovarla.

Sapeva che la pittura occidentale origina dall’ombra. Lo racconta Plinio: Dibutades, figlia di un vasaio di Corinto, disegna sul muro il profilo dell’ombra dell’amato, prima che parta per sempre. Questo mito, accolto e interpretato per quasi due millenni da tutti gli storici dell’arte, inaugura una storia della rappresentazione che nel 1953 - anche se è sul punto di collassare - non si è ancora interrotta. Picasso, tra i principali artefici della rivoluzione artistica del XX secolo, la rivitalizza.

La figurazione non è morta. E neanche l’artista: la sua ombra è ancora lunga. Però quel fantasma nero trasmette un’arcana inquietudine. Picasso, che si era infatuato dell’arte tribale, non ignorava che nelle credenze ancestrali e nel pensiero magico l’ombra è associata all’anima - di cui è immagine (forma visibile) o residuo (dopo la morte). Dunque per noi posteri l’ombra nera di Picasso potrebbe essere anche la malinconica cicatrice di un’assenza. Un buco nella luce. Il profilo sul muro di un amato scomparso, il contorno di un cadavere. Nel XXI secolo l’arte crede di non avere più bisogno di pittori.

(Da: La Repubblica del 15 settembre 2013)



domenica 29 settembre 2013

Guido Seborga, Occhio lucido, Occhio folle - conferenza spettacolo di Stefano Giaccone


Guido Seborga
Occhio lucido, Occhio Folle

conferenza/spettacolo
di e con Stefano Giaccone

29 settembre 2013
ore 20.30
Teatro Astra
Torino


Carlos Carlè, Albisola 5-27 ottobre 2013



...Con diversi impasti di terra, grès, refrattario, ossidi e smalti, Carlè riesce a plasmare attraverso uno spontaneo ed evocativo lavoro di strappi, rilievi, buchi, incisioni, una equivalenza intrigante tra superficie e profondità in modo da ottenere una pulsazione che va oltre il piano di una opera e la percezione oculare. Le sue sculture, dalle piccole alle monumentali, sono superfici sensibili, sovente modulari, rivelatrici di eventi nascenti, di affioramenti e sprofondamenti, di avvicinamenti e allontanamenti in cui si mescola corporeo ed incorporeo, organico e inorganico. Portato a riflettere sulla contrapposizione tra materia e spirito, istinto e ragione, speranza e angoscia, Carlé interviene con segni inequivocabili sulla superficie della ceramica, materia prediletta, ricavandone un risultato visivo e tattile che evidenzia la sua volontà di liberarsi da un oggetto reale per creare un nuovo alfabeto espressivo...

Riccardo Zelatore

Orari inaugurazioni

sabato 5 ottobre 2013
16,00 Pozzo Garitta - 16.30 Galleria Il Bostrico - 17.00 Giardino di Casa "Il Geco"

Orari visite

Sede del Circolo degli Artsiti
Pozzo Garitta, 32
dalle 16.00 alle 19.00

Galleria "Il Bostrico"
Via Stefano Grosso, 39
dalle 9 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30
in Albissola Marina,


Giardino di Casa "Il Geco "
via Torre del Capo 6-8
Albisola CapoTorre
su prenotazione dal 5 al 27 ottobre 2013  



Altro che Italia svenduta. Il capitalismo non ha nazione.



La retorica patriottarda sulla “svendita dell'Italia” evidenzia l'analfabetismo economico e l'opportunismo  politico di una sinistra capace solo di riciclare la vecchia solfa togliattiana sui superiori interessi nazionali. E in nome di questi andare all'intesa con il malaffare, ieri la Dc oggi Berlusconi.

Marco Bascetta

Il capitalismo non ha nazione

Mercoledì scorso, all'indomani dell'affondo spagnolo sulla proprietà di Telecom, L'Unità e Il Tempo uscivano con un titolo di prima pagina praticamente identico nel suo significato: Fermiamo la svendita dell'Italia. Stampa e telegiornali elencavano sconsolati le numerose aziende italiane passate «in mani straniere», i «gioielli del made in Italy» che avevano cambiato nazionalità. Su queste stesse pagine, in un articolo peraltro apprezzabile, Enrico Grazzini, affermava in conclusione: «Il patriottismo economico è necessario per contrastare la globalizzazione selvaggia».

Tutto ciò è preoccupante e sono, come sempre accade, il linguaggio e la rappresentazione a segnalare il pericolo. Che non è affatto riconducibile alla conduzione scriteriata di singole vicende, sia pure rilevanti, come quella di Telecom o di Alitalia. Già nel definire «straniere», mani europee, si indirizza l'opinione pubblica verso una concezione competitiva della presenza dei singoli stati nell'Unione. Se poi ci si mette di mezzo anche il «patriottismo» i termini della questione si fanno ancora più sinistri. In tutta la discussione sul mercato delle aziende e sulla politica industriale la dimensione europea semplicemente scompare.

Si torna a parlare di famiglie e di «gioielli di famiglia». Ma, tanto per restare nel campo dei gioielli in senso stretto, dubito che anche un solo disoccupato o precario italiano si sia disperato per il passaggio di Bulgari «in mani straniere». Così come non credo che i capitali esteri penetrati nelle griffe del bel paese, soffocheranno la «creatività» del made in Italy, se ancora ve ne è una, e ridurranno una occupazione ormai ampiamente delocalizzata. O che la proprietà transalpina di Parmalat debba farci rimpiangere Calisto Tanzi.

C'è qualcosa di paradossale, anzi di incomprensibile, nel rivendicare l'italianità delle imprese italiane dopo avere elencato con dovizia di particolari l'insipenza, o la corruzione, della classe politica, allegramente privatizzatrice, che ci ha governato e ci governa. Dopo aver illustrato la grettezza, l'inefficienza, la vista corta di buona parte del nostro mondo imprenditoriale. Fino a reclamare una Norimberga (La Repubblica) per i crimini commessi in Italia «contro il capitalismo». Che dio li perdoni per questo paragone. Sarebbe dunque questa l'italianità da preservare? La patria economica da difendere fino alla morte, magari accettando tassi di sfruttamento più «competitivi»? O qualcuno intravede un improvviso e imprevisto momento di redenzione?



Che i capitali circolino liberamente e i mercati si attengano solo alle proprie regole non è certo una novità. Il problema è che altro non circola, resta racchiuso nella presuntuosa impotenza delle «patrie».

C'è poi una singolare leggenda presente soprattutto nella mitologia sindacale. Quella secondo cui i padroni nazionali sarebbero più teneri con i loro dipendenti, forse preoccupati da una ostilità sociale più prossima, meno cinici dello «straniero» che si avvale della distanza. È una visione paternalistica, arcaica e stucchevole, smentita innumerevoli volte. Nessun patriottismo imprenditoriale (fatta salva l'eticità difesa fino alla disperazione da qualche piccola o media impresa) è mai valso a contrastare chiusure, delocalizzazioni, esuberi, riduzione dell'occupazione e dei salari.

C'è infine chi crede che i padroni nostrani sarebbero più ricattabili, o condizionabili, da un governo del paese seriamente impegnato nella politica industriale. L'esperienza ci dice il contrario. A maggior ragione in una situazione di crisi in cui scarseggiano tanto i bastoni quanto le carote.

Ci dicono i sindacati italiani: Telefonica, la compagnia spagnola che sta assumendo il controllo di Telecom, ha scaricato diversi settori produttivi, creando esuberi e disoccupazione. Lo stesso potrebbe fare anche qui da noi. Ma dove stavano il sindacato italiano e gli altri sindacati europei quando questo accadeva? Nelle rispettive patrie, naturalmente, a strepitare contro l'Europa invece di organizzare lotte sovranazionali che la trasformino, contrastando le politiche liberiste. Al di sotto della dimensione europea, rinchiusi nel cortile nazionale, si perde sempre e comunque. Facile a dirsi, ne convengo. Ma se non si coltiva almeno un simile immaginario contro ogni forma di patriottismo (economico, politico o culturale), di retorica dell'italianità e del «sistema-paese» l'Europa e tutto ciò che essa contiene resterà saldamente non in «mani straniere», ma in quelle di una élite speculativa senza remore e senza argini.

Un piccolo esempio di «internazionalismo» possibile, e uso di proposito questo termine desueto: le politiche restrittive imposte dalla troika alla Grecia stanno conducendo alla chiusura dei maggiori atenei di quel paese. Non sarebbe un segnale chiaro e determinato se tutte le università d'Europa chiudessero, almeno per un giorno, in segno di lutto per qualcosa che accade altrove, ma incombe sul futuro di tutti? Si avvicina il centenario del 1914. Cerchiamo di celebrarlo con saggezza.

(Da: il Manifesto del 27 Settembre 2013)



In morte di Pablo Neruda



Quarant'anni fa moriva Pablo Neruda. Lo accompagnarono nell'ultimo viaggio centinaia di giovani che sfidarono la polizia di Pinochet.

Stefano Malatesta

Neruda e il gigante.

Pablo Neruda morì quarant'anni fa, nel settembre del 1973, pochi giorni dopo il golpe dei militari cileni. Anni prima era stato candidato alla presidenza del Cile, ma i medici a Parigi, gli trovarono una malattia che lasciava poche speranze e al suo posto venne eletto Salvador Allende, il primo e unico presidente delle Americhe che si autodefiniva marxista.

Così Pablo tornò in Cile per l'ultima volta perché voleva essere seppellito sulla spiaggia di Isla Negra vicino a Valparaiso, dove aveva costruito una casa come un "barco", in cima alle dune, come se fosse stata spinta lassù dalle lunghe ondate del Pacifico. EranatoaTemuco,unpaesetto del Sud, nascosto in quelle vallate che dalle Ande scendono verso il tratto di mare più pescoso del mondo, percorso dalla corrente gelida di Humboldt, dove si incontrano banchi immensi di sardine pescate con un sistema di idrovore, che in poco tempo ingoiano tutto il banco. Questi erano territori che appartenevano agli auraucani, grande popolo guerriero, gli unici indios che furono capaci di fermare i tercios spagnoli, guidati da Valdivia e di sconfiggerli.

A Temuco, un posto dove piove sempre, non c'era molto da fare e si poteva anche morire di noia, ma il giovane Neruda passava molto del suo tempo a scrivere i suoi versi incantato dal rumore che facevano le gocce sulla lamiera di ferro ondulato, l'unica copertura delle case povere cilene. Quando costruì la casa di Isla Negra, fece ricoprire la sua camera da letto dello stesso materiale: quella pioggia lo faceva tornare giovane.

Non so bene perché Pablo non venne seppellito, come aveva desiderato sulla spiaggia di Isla Negra. Morì in un'altra casa seminascosta tra le montagne che dominano Santiago. Una costruzione pendula che stava tra la capanna di Tarzan sugli alberi e il rifugio del barone rampante di Calvino. Quando arrivai sul posto, insieme con tutti i giornalisti presenti in città e il mio amico Saverio Tutino, che era stato corrispondente da Cuba per l'Unità e Le Monde, trovammo cinque o seicento ragazzi venuti da tutto il paese con il rischio di essere catturati dalla polizia scatenata dai gendarmi di Pinochet.

Davanti alla casa di Pablo i ragazzi avevano di fronte centinaia di agenti dei servizi speciali che stavano fotografando e filmando tutti i presenti alla cerimonia. All'uscita del feretro, questi ragazzi alzarono il braccio sinistro con il pugno chiuso nel saluto comunista. Tutti sapevano che la sera stessa qualcuno avrebbe bussato alla loro porta, per prelevarli e spedirli all'isola di Dawson, nella Tierra del Fuego, un carcere infame da cui non era facile tornare. Ma nessuno di loro avrebbe rinunciato a dare l'ultimo saluto al loro più grande poeta. Poi qualcuno intonò l'Internazionale subito seguito da un coro potente che fece irrigidire gli agenti della polizia.



Io non ho un passato di militante comunista, ma anche io, come molti altri giornalisti, cantai l'Internazionale e forse avrei cantato anche Bandiera rossa, quello era il momento. Gli uomini dei servizi speciali che stavano a sentire quella canzone, posarono le macchine fotografiche per terra e tolsero i fucili mitragliatori dalla tracolla per puntarli contro la processione. Ma gli uomini della Cia che avevano appoggiato e manovrato il golpe dopo i primi massacri avevano consigliato la massima prudenza a Pinochet, soprattutto in presenza di giornalisti.

La tensione si allentò quando prese la parola un gigante dai capelli corvini, abbronzato come un marinaio. L'uomo indossava un maglione blu. Il gigante, che sembrava arrivare direttamente dallo stretto di Drake, fece l'elogio di Pablo con voce tonante. Alla fine molti ragazzi piangevano e i giornalisti avevano inforcato gli occhiali da sole per non fare vedere gli occhi arrossati.

Dopo il golpe sono ritornato due o tre volte in Cile, l'ultima una decina di anni fa, non per scrivere un reportage politico, ma per intervistare Francisco Coloane, il cantore del mondo australe che aveva scritto racconti bellissimi su Cabo de Hornos e sulla Tierra del Fuego. Io non lo avevo mai incontrato ma avevo contribuito a far diffondere i suoi libri in Italia. Negli anni precedenti qualcuno del governo, vergognandosi che la casa di Neruda fosse stata svaligiata dalla polizia durante i giorni del golpe, l'aveva trasformata in un museo recuperando tutta la meravigliosa collezione di Polene, le decorazioni di legno che Pablo aveva trovato in giro per il mondo.

Francisco Coloane















Il pomeriggio tornai a Santiago per l'appuntamento con Coloane. Lo trovai seduto su un divano perché aveva avuto da poco una paresi ad una gamba e non riusciva a camminare. La casa aveva pochi mobili estremamente eleganti, di genere marinaro, alla parete era appesa una pelle di guanaco conciata dagli indios e si vedevano dappertutto utensili del folklore australe soprattutto ami e coltelli fatti di osso e magnificamente scolpiti e un paio di revolver che dovevano essere stati usati molti anni prima.

L'accoglienza di Coloane fu estremamente calorosa, io rimasi incantato dai racconti dello scrittore che parlava delle sue avventure nell'estremo sud americano popolato una volta dagli indios yamanes e onas, sterminati dai terratenientes che si volevano impadronire dei loro territori per allevare i merinos.

Parlò ininterrottamente per tre o quattro ore e vedendolo un po' affaticato lo interruppi per raccontare come era andata la mattina la mia visita a Isla Negra. E un po' di sfuggita accennai che nel settembre '73 io ero a Santiago e avevo partecipato ai funerali di Neruda, rimanendo molto impressionato da un oratore dalla voce tonante. Coloane, a sentire quello che stavo raccontando, diventò prima pallido con le mani che gli tremavano per l'emozione, poi tentò di alzarsi in piedi e solo allora mi accorsi che era un gigante, più alto di me, e aveva folti capelli che un tempo dovevano essere corvini. Con la sua voce diventata roca mi disse: «Non te requerde? Ero yo quell'oratore». Mi diede un grande abbraccio e poi consegnandomi un pennarello mi indicò il vasto quadro che stava di fronte al divano dove c'erano tutte le firme dei suoi amici e mi disse: «Vai al quadro e metti la tua firma sotto quella di Pablo».


(Da: la Repubblica del 28 Settembre 2013)




sabato 28 settembre 2013

Novità in libreria di Massari editore.



Segnaliamo alcune interessanti novità editoriali del nostro amico (e editore) Roberto Massari. Ricordiamo che l'informazione libera e indipendente è il presupposto della democrazia e come tale va difesa e sostenuta (soprattutto in tempi calamitosi come questi).


Claudio Magris, Tito Perlini, vita da filosofo fino al termine del disincanto



E' morto un libero pensatore che ebbe sempre il coraggio dell'eresia e questo ci rende tutti un po' meno liberi.

Claudio Magris

Tito Perlini, vita da filosofo fino al termine del disincanto


Vivere, a un certo punto della propria parabola, diviene sopravvivere; non tanto ad altri che si fermano e restano indietro o forse invece corrono avanti e sono già arrivati chissà dove, quanto a sé stessi, alla propria esistenza piena e completa, perché la morte di persone amate non è solo un dolore per loro, bensì — e ancor più — una mutilazione di noi stessi, che senza di loro non siamo più i medesimi, non siamo più veramente noi nella nostra integrità, ma abbiamo perso qualcosa di essenziale che contribuiva a costituirci, a fare di noi quello che siamo. Il dolore, in questi casi, è più per noi stessi che per loro.

Con la morte di Tito Perlini, avvenuta a Trieste, perdo anzitutto una parte della mia intelligenza, della mia capacità di capire il mondo e le sue trasformazioni politiche, sociali, morali, biologiche sempre più vertiginose. Ma questa intelligenza delle cose che, per la parte legata a lui, mi è stata portata via era, è indissolubilmente fusa con l'amicizia, l'affetto, lo scambio di idee di risate di esperienze nelle chiacchierate, nelle passeggiate nella sosta in birreria o a cena a casa mia. 



Se filosofia, come dice la parola, è amore della sapienza, del sapere e del capire, non ho forse conosciuto nessuno che meritasse il nome di filosofo come lui. Non solo per i libri che ha scritto, molti dei quali bellissimi, fondamentali: sul marxismo e sulla Scuola di Francoforte, su Adorno e Benjamin, su Thomas Mann, sul giovane Lukács e su quella grandiosa cultura e letteratura tra fine Ottocento e primo Novecento, che rimane tuttora fondante perché ha indagato come nessun'altra la disgregazione di una civiltà plurisecolare, la frantumazione di ogni visione ordinata e totale della realtà, la necessità e l'impossibilità della vita vera, intrisa di significato.

Restano essenziali i suoi saggi sul nichilismo e su Augusto Del Noce, il grande pensatore cattolico affascinato dal comunismo e dalla modernità più perversa, ma duro e geniale assertore della Tradizione senza compromissioni né aggiornamenti. Marxista critico e figura intellettuale di primo piano nella sinistra italiana anche se voce fuori dal coro, Perlini non condivideva la fede né il tradizionalismo di Del Noce, ma si rendeva conto come pochi altri che senza il confronto con le esigenze della fede — con quell'esigenza dell'«assolutamente Altro», che possiamo chiamare Dio e che era stata affermata da uno dei padri della Scuola marxiana di Francoforte, Max Horkheimer — non si può capire il mondo finito, concreto, storico, l'unico che si possa indagare razionalmente ma che rimanda alla propria insufficienza.

Perlini è filosofo soprattutto perché capire era la sua passione fondamentale, tale da assorbire pressoché completamente la sua vita serenamente solitaria e inaccessibile.

La sua opera è fortemente segnata da una tensione utopica, sorretta e corretta da un forte e concreto senso della realtà. Dal pensiero negativo di Adorno e di Benjamin aveva imparato — e aveva saputo interpretare e trasmettere originalmente — che solo la ragione può illuminare il reale ma che la ragione stessa, per non diventare un meccanismo automatico e totalitario che di fatto impone un proprio modello di razionalità tirannica, deve continuamente mettersi in discussione e rituffarsi nella polvere del reale, della vita, dell'accidentalità, in quel caos da cui bisogna sollevarsi ma senza alcuna pretesa di averlo superato per sempre, perché la vita urge sempre sotto il pensiero, mettendolo in pericolo ma anche nutrendolo. Ho imparato da lui come da nessun altro che la verità di don Chisciotte deve sempre fare i conti con quella di Sancho Panza, se vuole ritornare autentica in sella a Ronzinante.

La vita di Tito Perlini è tutta nel suo pensiero, nella sua riflessione, nella sua scrittura, con tutta la malinconia che ciò comporta, una malinconia sempre taciuta e superata forse solo nell'amicizia. Ha insegnato al liceo a Milano, la sua città amata, e all'università di Venezia; ha partecipato, ma sempre da franco tiratore e con distanza critica, alla vita politica della sinistra. È di fatto uno dei più significativi filosofi italiani anche se, a differenza di altri suoi amici, non è divenuto mai una vedette, un guru, sottraendosi a quella spirale che nella nostra società trasforma sempre di più intellettuali, scrittori e filosofi, anche grandi, in veline.

Non si è trattato di una scelta moralistica, perché nulla gli era più estraneo del moralismo; gli interessava capire, non giudicare e dinanzi a certi miei furori etico-politici mi diceva ironicamente che io me la prendevo con i fenomeni deteriori, mentre quel che conta è capire i processi che li rendono inevitabili. Del resto non avrebbe avuto nemmeno la capacità di essere un filosofo interpellato dai media: glielo impedivano la sua pigrizia, la torrenziale ed eccessiva misura dei suoi interventi, cui non era disposto a rinunciare né ne sarebbe stato capace. Non era affatto immalinconito, perché non gli interessava essere protagonista ma gli bastava capire per sentirsi appagato. Una volta, a un dibattito cui partecipavamo entrambi, mi disse, a proposito di un collega seduto allo stesso tavolo: «Vuole avere l'ultima parola e noi gliela lasciamo volentieri».



Con una certa prevaricazione intellettuale, era indifferente alla natura e mi guardava ora con compatimento ora con irritazione perché io invece non posso fare a meno del mare e dei boschi. Si era laureato a Trieste con una tesi sul Doktor Faustus, così grossa che aveva sfondato lo zaino in cui l'aveva messa il suo relatore Guido Devescovi, l'amico di Slataper, portandosela in montagna.
Era molto triestino, anche se — o forse proprio per questo — insofferente di Trieste, in cui peraltro aveva succhiato col latte il senso della storia e della vita come disincanto. Sul disincanto ha scritto pagine memorabili, cercandolo soprattutto nei capolavori della letteratura — Mann, Dostoevskij, l'amatissima Educazione sentimentale di Flaubert — perché è nella letteratura che il pensiero si incarna e diventa vita.

Il suo pensiero dialettico non conosceva verità definitive, ma nel suo stupendo saggio sul relativismo — credo l'ultimo suo lavoro, certo quello in cui, come mi disse, aveva espresso pienamente se stesso — ha demolito una volta per tutte lo stupido culto oggi obbligato del relativismo, distinguendo il relativismo buono quale continua e necessaria correzione nella ricerca della verità, che impedisce a tale ricerca di diventare dogmatica, dal relativismo becero e barbarico che mette tutto sullo stesso piano, come se il razzismo antisemita e il rispetto di tutti gli uomini fossero due opinioni parimenti lecite e rispettabili.

Ha passato l'ultimo periodo della sua vita pesantemente paralizzato dal Parkinson, che gli rendeva molto difficile anche parlare. Ma era sempre tranquillo, pacato; sempre più interessato all'oggetto che alle proprie magagne, non ha permesso che queste alterassero la sua visione del mondo.


(Da: Il Corriere della sera del 27 settembre 2013)

Papa Francesco: Parole belle tante, fatti concreti.....



Papa Francesco afferma che il denaro (e non l'uomo) è il motore di questa società e che questa è la causa di tutti i mali che affliggono il mondo. Lo prenderemo sul serio quando alle parole seguiranno fatti concreti. E non parliamo di grandi cose, tipo chiudere lo IOR e i conti aperti nei paradisi fiscali come le isole Cayman. Ci basterebbero piccoli gesti, incominciare a pagare l'IMU sulle proprietà ecclesiastiche. A mero titolo informativo ricordiamo che stime attendibili valutano per la sola città di Roma patrimonio della chiesa un quarto delle proprietà immobiliari di pregio.


Valentina Conte

E sull’Ici della Chiesa il governo Monti ha rinunciato a esigere 4 miliardi

Si sta parlando dell’Ici dovuta e non pagata dalla Chiesa tra il 2006 e il 2011

Stime Anci valutano in 600-800 milioni l’anno l’Ici pregressa non pagata dagli enti non profit, per lo più riferibili alla Chiesa. Si disse alla Ue che era “impossibile chiederli indietro”


Quando lo scorso 19 dicembre la Commissione europea ha chiuso dopo due anni l’indagine relativa agli aiuti di Stato accordati dall’Italia alla Chiesa, esentandola dal pagamento dell’Ici sugli immobili non di culto, in una scuola elementare Montessori della capitale e in un piccolo Bed&Breakfast di provincia, a pochi chilometri da Roma, hanno sussultato. Le autorità di Bruxelles ammettevano certo gli aiuti di Stato, incompatibili con le norme europee. Ma stabilivano anche che tornare in possesso dell’Ici dovuta ma non pagata, tra il 2006 e il 2011, era «assolutamente impossibile ». Perché così aveva raccontato loro il governo, presieduto da Monti.

«Alla luce delle circostanze eccezionali invocate dall’Italia, non deve essere disposto il recupero dell’aiuto, avendo l’Italia dimostrato l’impossibilità assoluta di darvi esecuzione», spiegava Bruxelles. Un unicum nella giurisprudenza comunitaria. Sbalorditi da siffatta motivazione e guidati da due avvocati esperti, alla fine quella scuola elementare e l’affittacamere hanno deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia europea e chiedere così l’annullamento di quanto disposto dalla Commissione. Proprio perché la presunta “impossibilità assoluta” di riavere le somme di fatto «non è stata mai provata». Chi l’ha detto e dov’è scritto che non si può calcolare e recuperare l’Ici pregressa, si chiedono in pratica i due?

La questione non è di poco conto. Stime Anci valutavano gli introiti Ici su quegli immobi-li, riferibili ad enti non profit e per lo più alla Chiesa, pari a 600-800 milioni l’anno. Moltiplicati per sei annualità, fanno una cifra astronomica, attorno ai 4 miliardi. Una manna dal cielo, se confrontata con la caccia affannosa alle risorse di queste ore per evitare il rincaro Iva (serve un miliardo). O per cancellare la rata di Natale dell’Imu (2,3 miliardi). O ancora quanto basta (circa 1,6 miliardi) per riportare nei ranghi il rapporto tra deficit e Pil (leggermente tracimato al 3,1%), non ripiombare nella procedura di infrazione europea e sbloccare altri soldi (12 miliardi) da usare l’anno prossimo per fare investimenti e occupazione. In effetti, il doppio ricorso depositato dalla Montessori e dal B&B il 16 aprile scorso, esaminato in questi giorni dalla Corte Ue, potrebbe anche riaprire l’indagine sull’Italia. E forzare così il governo (questo o il prossimo) a fare finalmente i calcoli. Impossibile? Forse.

E non solo perché immaginare di richiedere indietro 4 miliardi al Vaticano è pura fantascienza. Ma anche perché un censimento di quegli immobili in realtà non esiste, per negligenza o furbizia, chissà. Non solo. Il governo Monti che di fatto ha messo in campo l’Imu e ne ha definito i nuovi contorni anche per questi enti non profit — proprio per avere il via libera di Bruxelles, intascato appunto il 19 dicembre scorso — non ne ha mai ultimato le procedure attuative. In un anno e mezzo, né Monti né in seguito Letta sono riusciti ad ottenere dal ministero dell’Economia quel regolamento così indispensabile per calcolare concretamente le porzioni commerciali da quelle non commerciali dei singoli immobili. 

In Via Venti Settembre assicurano che arriverà entro dicembre. Intanto, nel 2012 e nel 2013, vista la confusione e le circolari criptiche, nessuno ha pagato l’Imu. O meglio: ha pagato chi già versava l’Ici a suo tempo. Gli altri sono in attesa della burocrazia, pigra o pilotata, che arriva sempre dopo, a volte tardi. Con grandi pasticci per il Paese, come il recente caso Telecom insegna, neppure in grado di difendere la propria rete telefonica perché nessun decreto attuativo l’ha ancora definita strategica.

(Da: La Repubblica del 27 settembre 2013)




venerdì 27 settembre 2013

Petros Markaris, La mia Atene ha smarrito la via



La distruzione dell'economia di un paese è anche la distruzione della sua cultura, della memoria collettiva. E in questo deserto riappaiono fantasmi di un passato che si credeva finito per sempre. Ce ne parla un grande scrittore greco.

Petros Markaris

La mia Atene ha smarrito la via


Atene assomiglia a un malato che soffre di Alzheimer. La città gradualmente perde la sua memoria, ma anche la sua forma presente. Questa perdita di memoria ha colpito soprattutto i quartieri cittadini della piccola e media borghesia. Quasi ogni giorno, passo per la via principale che attraversa i quartieri abitati dal ceto medio — Odos Patision — la via dello shopping per questi ceti. Ora, un negozio su due è chiuso e le vetrine sono tappezzate di poster, annunci di affittasi e di varia natura.

Se mostrassi a un residente di Odos Patision uno dei negozi vuoti e gli chiedessi che cosa vendeva quel negozio, mi guarderebbe in totale passività e tirerebbe a indovinare: «Abbigliamento?» o «Scarpe?». Que-sto perché quasi tutti i negozi in Odos Patision vendevano abbigliamento e calzature. Dopo tre anni di recessione, la memoria di Atene si cancella. I cittadini non ricordano.

Un mese fa è uscito un mio nuovo libro intitolato Atene in una gita.Il libro descrive un viaggio a bordo del vecchio metrò di Atene, che tutti conoscono come “il tram”, dal porto del Pireo fino all’elegante quartiere di Kifisià. Le ventiquattro fermate di questa linea offrono al viaggiatore l’opportunità di conoscere la storia pressoché completa della stratificazione sociale di Atene. Mi ha colpito che molti lettori non conoscevano, né ricordavano molte delle cose descritte nel libro. Mentreascoltavo le loro domande, io stesso mi chiedevo, a metà tra il dubbio e la rabbia: «Ma come è possibile che io, l’immigrato, arrivato ad Atene nel 1964, conosca la città meglio della gente del posto?».

Sebbene questa perdita di memoria sia peggiorata con la recessione, essa affonda le sue radici nell’epoca della ricchezza virtuale. A metà degli anni Ottanta, i residenti di questi quartieri se ne andarono, perché non volevano, così affermavano, respirare l’aria inquinata del centro di Atene, né essere disturbati dal rumore e dal traffico congestionato. Era un semplice pretesto. Il reale motivo era che volevano vivere da nuovi ricchi, poiché tali si sentivano. Nei quartieri centrali restavano solo i pensionati e alcuni artisti e intellettuali, che non volevano o potevano lasciare le proprie abitazioni, sia per motivi economici, sia perché erano affezionati al centro della città. Quando giunse la prima ondata di immigrazione, all’inizio degli anni Novanta, questi quartieri erano pronti ad accoglierli. Oggi, molti dei vecchi residenti di queste zone ritengono che gli immigrati siano il motivo per cui questi quartieri sono stati “declassati” e il valore dei loro immobili è crollato. Sono favole. Gli immigrati si sono insediati in queste zone perché le case erano libere e gli affitti erano bassi.

La preponderante presenza di immigrati ha trasformato il centro di Atene, dominato una volta dalla piccola e media borghesia, in un focolaio di razzismo. La responsabilità principale di questa situazione va attribuita allo Stato greco e all’amministrazione comunale di Atene. Poiché, in generale, lo Stato e, più precisamente, l’amministrazione comunale non sono stati in grado, in tutti questi anni, di elaborare una politica che affrontasse il grave problema dell’immigrazione in città, questi quartieri, negli ultimi anni, sono diventati terreno fertile per il movimento neonazista Alba Dorata. Gli anziani e i pensionati hanno paura degli immigrati e i neonazisti li hanno presi sotto la loro ala protettrice: li accompagnano in banca a ritirare, in tutta sicurezza, la pensione; di notte dormono nelle loro case o appartamenti. Gli anziani che abitano in questi quartieri così si sentono protetti e i neonazisti di Alba Dorata sono diventati ai loro occhi i “bravi ragazzi” che li proteggono.



La mia passeggiata preferita ad Atene è nella città vecchia, quella che oggi viene definita il centro storico di Atene. L’espressione “centro storico” non si limita solo ai resti archeologici dell’antica Atene, cioè l’Acropoli e l’antico cimitero di Keramikos, ma si riferisce anche all’area più datata dell’Atene moderna, che fu costruita dai Bavaresi nella pri-ma metà del XIX secolo. Molti di questi edifici neo-classici sono opera di architetti tedeschi. Per esempio, Ernst Ziller, progettò il Teatro Nazionale e le Poste Centrali, mentre il Palazzo Reale, attuale sede del Parlamento, è opera dell’architetto di corte del Regno Bavarese, Friedrich von Gärtner. Dopo la fine dell’occupazione bavarese, il centro storico iniziò una fase di declino, finché venne definitivamente abbandonato al suo destino e divenne una zona di alberghi economici, officine per la riparazione di automobili e lavorazioni meccaniche.

Il recupero del centro di Atene si deve a una famosa attrice che più tardi divenne ministro della cultura: Melina Mercouri. Fu la prima a capire che era necessario salvare gli edifici e i palazzi dell’epoca bavarese, che rappresentavano un pezzo della storia più recente di Atene. Ciononostante, i primi a penetrare il ghetto del centro furono i piccoli teatri. Poiché vi erano molte abitazioni vuote e gli affitti erano bassi, questi ultimi si insediarono in questa zona. Inizialmente, gli ateniesi si chiesero quali spettatori fossero disposti ad andare a teatro in questa zona degradata e in alcuni punti persino pericolosa della città. Malgrado ciò, ai teatri fecero seguito i bar dei giovani e alcuni ristoranti. Poi cominciarono a vedersi per strada le pellicce accanto alle giacche a vento economiche e le Mercedes insieme ai motorini. Fu necessario, però, aspettare le Olimpiadi del 2004 perché il centro storico recuperasse la sua bellezza passata. Questo è stato uno dei pochi aspetti positivi che ci ha lasciato quel periodo di splendore e di sprechi.

La parte più bella di questa zona, secondo me, coincide con la passeggiata che inizia del tempio di Teseo e prosegue parallela all’Acropoli. Camminando, si trova sulla destra la collina delle Ninfe, sulla sinistra l’Acropoli e quando si giunge al termine del percorso, ci si trova davanti alle colonne del tempio di Zeus Olimpio. La crisi e le sue conseguenze hanno fatto una deviazione e hanno lasciato intatto questo pezzetto di Atene. In generale, il centro storico non presenta grandi differenze rispetto a come era prima della crisi. Se oggi si notano più immigrati in giro, ciò non è dovuto a un aumento della loro presenza, bensì al fatto che girano per le strade, cercando, scoraggiati, un lavoro.

Ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio nella mia vita. Non conosco nessun’altra città che la notte cambi così radicalmente volto come Atene. Non sarebbe eccessivo affermare che gli ateniesi vivono in due città: un’Atene diurna e una notturna. Forse i cittadini di Atene sopportano pazientemente l’inferno delle giornate nella loro città, con l’aria inquinata, il rumore, le vie congestionate dal traffico, perché sanno che non appena cala la notte, avranno la possibilità di trascorrere alcune ore nel paradiso delle notti ateniesi. Non fraintendetemi però, non mi riferisco qui alla vita notturna di Atene, alle osterie, ai ristoranti e alle discoteche. Questi si trovano in tutte le città dell’Europa meridionale. Parlo di un’altra città.



L’oscurità della notte copre il suo brutto volto diurno e gli edifici di cattivo gusto risalenti al periodo del “miracolo economico” greco, che non è stato tuttavia un miracolo dell’edilizia. In mezzo a tutto quello che la crisi ha cancellato, c’è anche questo paradiso notturno. Dalle nove di sera, le strade del centro sono vuote, si vedono file di taxi che attendono invano i passeggeri. Molte osterie e ristoranti sono aperti solo il sabato. Le vie con i bar dei giovani, invece, sono affollate anche in settimana. Tuttavia, i ragazzi stanno seduti sul marciapiede davanti al bar, con bottiglie di birra acquistate dai chioschi per strada, ascoltando la musica proveniente dall’interno del locale.

I quartieri che non dormono la notte sono quelli tradizionali della piccola e media borghesia in centro. Qui però non si diverte nessuno, regna la paura. Ogni sera, questi quartieri diventano un campo di battaglia: una sera è il partito neonazista che va a caccia di immigrati; un’altra notte sono le gang di immigrati che si disputano aree urbane per lo spaccio di stupefacenti. Ogni sera la polizia è impegnata in una vana lotta su entrambi i fronti. Ho due amici che abitano nel quartiere di Agios Panteleimon, il più violento del centro. Uno è un musicista, l’altro un critico cinematografico. Entrambi mi ripetono la stessa cosa: è impossibile vivere in questo quartiere. Ma, nonostante tutto, entrambi si rifiutano di andarsene, come del resto molti artisti e uomini di cultura. Tentano di rendere il quartiere più vivibile, organizzando iniziative culturali e allestendo centri per la promozione della cultura.

È il loro modo di combattere l’Alzheimer che tuttavia, come è risaputo, è una malattia incurabile.

(Da: La Repubblica del 22 settembre 2013)

Les Mystères d'Italie. “Saturno” di Serge Quadruppani



Giorgio Amico


Les Mystères d'Italie. “Saturno” di Serge Quadruppani


«Era estate. Sotto un cielo di tenere nebulosità, Domenico, Rita, Silvia e Riccardo partiti dal loro quartiere romano di Prati, Giovanna e Maria da quello di Testaccio, Frédérique e Roberto dall'aeroporto Leonardo da Vinci cosí come Cédric Rottheimer, e Jean Kopa da Ferrara percorrevano la campagna toscana. Tutti guidavano verso Saturnia, e tutti avevano imparato, alla nascita o dopo, una lingua in cui per dire di una cosa che è sicura, davvero sicura, si aggiunge: "Come la morte"».  

E non è solo un modo di dire, ma di un vero e proprio appuntamento con la morte. Poco dopo alle terme di Saturnia, luogo di relax per l'alta società romana (quella per intenderci de La grande bellezza di Paolo Sorrentino), un uomo uccide a sangue freddo tre donne, apparentemente scelte a caso, e svanisce nel nulla. Una strage, senza motivo, proprio alla vigilia del G8 dell'Aquila. Le indagini puntano subito sulla pista del terrorismo internazionale, su un'azione dimostrativa di al-Qaida.

Ma qualcosa non torna e il commissario Simona Tavianello, la protagonista di “La rivoluzione delle api” (un noir ecologico già presentato su Vento largo), inizia un percorso accidentato e pericoloso (fra funzionari dello Stato troppo vicini a famiglie mafiose, alta finanza internazionale, servizi segreti italiani e francesi, killer professionisti) che la porterà a avvicinarsi a una verità scomoda per il potere e dunque irraggiungibile.  

Una storia sporca, senza lieto fine, scritta da un maestro del noir, già meritorio per l'impegno messo a tradurre e fare conoscere in Francia autori italiani come Camilleri (che, detto per inciso, fa una fugace apparizione nel romanzo).

Una storia realistica. Quadruppani (che da sempre lavora e vive a cavallo fra Italia e Francia) conosce bene le contraddizioni di un paese che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, “con la strategia della tensione ha inventato una specie di nuovo alfabeto, un modo di scrivere messaggi con il sangue. Messaggi che hanno diversi livelli di significato, e diversi destinatari.”

Elemento costante dell'opera di Quadruppani, l'analisi minuziosa dei meccanismi occulti del potere e della dis/informazione pubblica diventa in questo noir di grande impatto critica radicale della società, denuncia della distruzione sistematica della libertà e dei diritti che in essa si attua in nome del mercato e del profitto.





Serge Quadruppani è una delle voci piú autorevoli del nuovo poliziesco francese. Tra i suoi romanzi tradotti in italiano, Y, Rue de la Cloche, In fondo agli occhi del gatto, La rivoluzione delle api. Dirige, per le edizioni parigine Métailié, la collana Bibliothèque Italienne, che pubblica alcuni dei piú importanti autori italiani contemporanei, di cui Quadruppani ha curato personalmente la traduzione.

Serge Quadruppani
Saturno
Einaudi, 2013
17 euro



giovedì 26 settembre 2013

Erri De Luca: Sabotaggio quando la memoria aiuta



E' notizia di oggi l'apertura di indagini riguardo alle dichiarazioni del filosofo Gianni Vattimo e dello scrittore Erri De Luca sui fatti della Val Susa e il sabotaggio. Soffia di nuovo una brutta aria che ci ricorda gli anni '70 e la repressione militar/giudiziaria del dissenso. Ancora una volta occorre decidere da che parte stare. E il nostro modo di farlo è cercare di fare chiarezza. Cosa vuol dire “Sabotaggio” e cosa c'entra con la lotta per il lavoro e la democrazia? E' davvero assimilabile al terrorismo? A queste domande rispondiamo riproponendo l'intervento di Erri De Luca che ha scatenato la polemica e una nostra piccola nota storica.

Erri De Luca

Sabotaggio, quando la memoria aiuta

Uno storico ufficiale, stipendiato per trasmettere storia, che trascura i fatti a beneficio di una sua tesi, commette omissione in atti di suo ufficio. Stabilito questo, non sono uno storico ma ho il vantaggio di avere buona memoria. Negli anni '70 ho fatto parte di una organizzazione rivoluzionaria di nome Lotta Continua che interveniva attivamente nelle lotte di fabbrica, sotto la guida di intellettuali e di operai. Nacque e si ramificò negli impianti industriali del nord. Un paio di strofe di canzoni politiche di allora: «Sabotar la produzione, non c'è altra soluzione» (Canzoniere del Potere Operaio di Pisa). «Pensa un po', pensa un po': avvitare due bulloni e il terzo no».

Nelle officine di quegli anni si cominciarono a praticare forme di sabotaggio della produzione che rafforzarono enormemente il potere contrattuale degli operai: il salto della scocca, gli scioperi a gatto selvaggio. Il salto della scocca era un'operazione di montaggio non effettuata del singolo pezzo in transito sulla postazione di lavoro. Faceva impazzire i reparti di lavorazione a valle. Sciopero a gatto selvaggio: senza preavviso interrompeva brevemente e a casaccio le lavorazioni di piccole unità, imballando tutta la linea di produzione a monte e a valle. Erano forme di lotta che costavano poco agli operai e molto al padronato.

Sono stato operaio in quei capannoni, ho visto, ho praticato. Da quelle interruzioni partivano i cortei interni dentro la fabbrica che andavano a bloccare anche i reparti che continuavano a lavorare. Il chiasso delle officine veniva sovrastato dal frastuono di un corteo di operai che s'ingrossava a torrente finendo in un'assemblea spontanea. Gli operai prendevano così la parola e non la restituivano. I grandi impianti a catena di montaggio erano efficienti ma fragili di fronte a queste nuove forme di lotta. Questa pratica diffusa era un dichiarato sabotaggio della produzione e procurò la grande ondata di lotte operaie degli anni '70 , vincenti e di massa. Successe così in Italia il più forte decennio di riscatto della manodopera industriale di tutto l'occidente.

Quelle lotte massicce per quantità e compattezza produssero contratti di lavoro favorevoli, imponendo aumenti in paga base uguali per tutti, bonifiche di ambienti lavorativi malsani come i reparti di verniciatura. Di recente scioperi a gatto selvaggio sono stati indetti e praticati dai sindacati metalmeccanici degli stabilimenti Indesit di Melano e Albacina. Basta un po' di memoria di testimone per mettere la parola sabotaggio dentro la più certa tradizione di lotta operaia. Uno storico che si permette di ignorarla è un rinnegato della sua professione.

Il manifesto 15 settembre 2013



Giorgio Amico

Lotta operaia e sabotaggio. I Molly Maguires

Verso la metà dell'Ottocento una grande ondata migratoria partì dall'Irlanda diretta verso gli Stati Uniti. Questi uomini fuggivano la fame e l'oppressione coloniale inglese. Cercavano lavoro e libertà, finirono nel West a costruire ferrovie o nelle miniere di antracite della Pennsylvania.

Scoprirono presto che l'America sognata poteva essere tanto oppressiva quanto l'Irlanda da cui erano fuggiti. Discriminati perchè cattolici, ridicolizzati come ubriaconi e attaccabrighe, gli unici lavori che trovarono furono i meno pagati e i più pericolosi, quelli che nessuno voleva fare.

Molti si arruolarono nell'esercito e finirono a combattere i nativi nel West; i film di John Ford li resero immortali, ma erano oppressi che combattevano altri oppressi. I più si trovarono a scavare carbone in miniere prive di ogni misura di sicurezza, senza diritti.

The Molly Maguires (1970)



















Poichè la legge vietava ogni tipo di associazione operaia, i più coraggiosi e decisi fra loro costruirono un'organizzazione segreta, L'antico Ordine degli Iberni. Il loro modello erano i Molly Maguires, leggendari combattenti per la libertà nelle campagne irlandesi contro le angherie dei proprietari terrieri inglesi. La forma di lotta fu il sabotaggio degli impianti, la dinamite la loro arma.

Scioperare non aveva senso. I padroni delle miniere sostituivano i minatori in sciopero con crumiri, altri immigrati appena sbarcati in America, uomini disperati, pronti a lavorare a qualunque condizione. Come costringere i signori del carbone a trattare? Come fermare la produzione? La soluzione fu il sabotaggio. Nei monti Appalachi apparvero i Molly Maguires e iniziarono a far saltare i pozzi. Contro questa forma di lotta il crumiraggio era impotente e così i fucili delle milizie padronali.






















Nel 1875 un grande sciopero bloccò le miniere. I pozzi saltavano e la mobilitazione cresceva. L'America inorridì. I giornali descrissero i Molly Maguires come pazzi sanguinari. I padroni si rivolsero ai Pinkertons, un'agenzia investigativa privata specializzata nella repressione delle lotte operaie.

James McParlan, un irlandese agente della Pinkerton, fu infiltrato fra i minatori in sciopero. Reclutato nell'Antico Ordine degli Iberni, McParlan denunciò i suoi compagni. 60 minatori furono arrestati, 20 condannati a morte e impiccati come Molly Maguires.

Il 21 giugno 1877 i loro corpi pendevano dalle forche. Giustizia era fatta e i benpensanti tirarono un respiro di sollievo. La democrazia americana era salva.

Ma i Molly Maguires non furono dimenticati. Troppo forte era stata la paura che avevano messo ai signori del carbone. Quasi mezzo secolo dopo ancora se ne scriveva. In “La Valle della paura” (1915) Sherlock Holmes indaga sugli ultimi seguaci della setta (dipinta come spietata e criminale) che vogliono vendicare i loro martiri.

Il movimento degli anni '60 li fece suoi. Nel 1970 Martin Ritt raccontò la loro storia in uno splendido film (The Molly Maguires diventato “I cospiratori” nella versione italiana) proprio mentre nei Monti Appalachi, i minatori di Harlan County portavano avanti una grande lotta contro la mancanza di sicurezza nelle miniere. Ancora una volta contro l'intransigenza padronale il sabotaggio degli impianti diventò forma di lotta, espressione della volontà operaia di non cedere alla repressione.

Di nuovo si sentiva nel vento la canzone dei Molly Maguires:

Make way for the Molly Maguires.
They're drinkers, they're liars, but they're men.

Make way for the Molly Maguires.
You'll never see likes of the again.

Fate largo ai Molly Maguires.
Erano bevitori e bugiardi, ma erano uomini.
Fate largo ai Molly Maguires.
Non si vedranno mai più uomini come loro.