TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 novembre 2013

Walter Benjamin, Frammenti. Il tempo eretico della logica senza sistema



Una raccolta che restituisce gli anni giovanili, caotici, precari e densi di promesse, del pensatore tedesco. Testi brevi, talora brevissimi, scritti tra il 1916 e gli anni Venti

Massimiliano Palma

Il tempo eretico della logica senza sistema


Sono lacerti di scrittura che accompagnano la maturazione del Benjamin studente prima, dottorando poi, infine traduttore e saggista estraneo all'accademia. In un autore spesso messo all'indice per la sua «frammentarietà» - come se non fosse anche l'effetto di un destino di precarietà -, questi abbozzi di teoria gnoseologica e linguistica rivelano piuttosto l'ansia sistematica di una mente capace di pensieri abissali e di abbaglianti ipotesi teoriche: oltre l'oziosa dicotomia «frammento e sistema», vi si individua invece un percorso di ricerca unitario.

Il pregio del volume, oltre a quello, notevole, dell'inedita traduzione di brani che aspettano da troppi anni il volume promesso delle Opere complete einaudiane, è nella ricostruzione accurata, per opera di Tagliacozzo, della cornice dottrinaria in cui il tentativo benjaminiano si sviluppa: ove pesano con pari rilievo «l'influsso del pensiero di Kant e di Husserl, della logica matematica, della dottrina logica e messianica di Hermann Cohen e insieme della dottrina teologica ebraica che Benjamin recepisce da Scholem».

Paul Klee, Angelus Novus (1920)























Il saggio decisivo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell'uomo risulta criptico senza tener conto di questo sfondo, in cui il neokantismo - destino d'ogni studente tedesco dell'epoca, ma non da intendersi quale orizzonte omogeneo - si mescolava all'ebraismo attinto alle fonti più eretiche cui il giovanissimo Scholem stava attirando Benjamin. È nel peregrinare tra Berlino, Friburgo, Monaco e Berna, tra maestri come Rickert e Cohen, il meno noto Ernst Levy, che in Benjamin concresce un interesse teoretico indomito, stimolato dalle discussioni con Scholem e col sodale Noeggerath sui temi della fenomenologia più eterodossa (Tagliacozzo sottolinea i nomi di Paul Linke e di Geiger) fino agli studi di Frege e Russell su senso e significato. Come sottolinea Fabrizio Desideri nella densa prefazione, in gioco in questi frammenti è la definizione del «carattere sistemico» della verità e l'intrico di percezione e linguaggio nell'esperienza e quindi nella conoscenza, senza che la verità possa esser in qualche modo «intenzionata» («la verità è morte dell' intentio », recita il celebre fr. 27).

La mediazione tra verità e conoscenza resta solo simbolica - è un'esibizione del non comunicabile che ha fondamento nell'oggetto stesso e nel suggerimento di affinità che questo comanda, attraverso il nome, all'intenzione stessa. Anti-husserliana, contraria a ogni riduzionismo coscienziale che assorba nell'io trascendentale l'empirico, quella benjaminiana è un'attitudine che preserva le differenze, che le vuole salvare come tali , proprio attraverso il ribaltamento del rapporto concetto-linguaggio, che reca in primo piano la parola e ne fa schema di un'esperienza assoluta che è filosofia (fr. 19). La filosofia dev'essere esperienza capace di mostrare nel nome - punto-cardine genuinamente ebraico della dottrina benjaminiana della Sprache , come sottolinea Tagliacozzo - il margine di incomunicabile, di riottoso rispetto alla presa del concetto.



Ne emerge, giova ripetere la felice espressione di Desideri, l'«espressivismo» benjaminiano, una traccia di «esoterico relativismo» che assegna all'«ora della conoscibilità», detto in un nome (fr. 25), la pertinenza - e la responsabilità etica - di mostrare l'inespresso nel fenomeno che è oggetto di un interesse critico. Di qui, la curvatura di Kant nel senso di un'esperienza assoluta, che coincida paradossalmente con la dottrina stessa. Mediata dal linguaggio e quindi dalla percezione, quest'esperienza-dottrina si identifica col «compito infinito», ripreso e traslato da Cohen. Sarà l'applicazione di questa teoria, in cui vibra più di una traccia messianica, al fenomeno storico, nella chiave materialista qui soltanto in nuce (e solo teorica), a far sorgere il concetto di attualità ( Jetztzeit ) e con esso, una dopo l'altra, le tesi Sul concetto di storia .

Come denota la splendida citazione di Frege sui segni quali vele da sfruttare per navigare controvento, di cui Tagliacozzo ben rileva l'affinità con un brano assai più tardo del lavoro sui Passages , il pensiero di Benjamin mostra una singolare coerenza, un firmamento di costellazioni concettuali sempre arricchite, negli anni, ma sempre riconoscibili. Questa raccolta di frammenti, munita di un apparato dettagliato e esplicativo, ci restituisce l'officina degli anni di apprendistato di Benjamin, caotici, precari, carichi di promesse.

il manifesto | 30 Novembre 2013



Walter Benjamin
«Frammenti II. Conoscenza e linguaggio»
Mimesis, 2013
Euro 16

Pier Aldo Rovatti, Quando c’erano i matti. La lotta di classe secondo Basaglia



Basaglia ha significato molto nella nostra formazione. A metà degli anni '70, come animatori di quella che allora si chiamava una “radio libera” (Radio Savona 102), partecipammo ad un progetto finalizzato all'apertura verso l'esterno dell'ospedale psichiatrico di Cogoleto. Fu una discesa all'inferno che ci fece capire la portata rivoluzionaria delle idee di Basaglia. Da allora, nonostante la cattiva applicazione della legge 180 sull'abolizione dei manicomi, non abbiamo cambiato idea.


Pier Aldo Rovatti

Quando c’erano i matti. La lotta di classe secondo Basaglia


Come si fa un corso su Basaglia? Noi leggiamo delle parole, ma Basaglia è tutto rivolto alle pratiche. C’è o non c’è un pensiero di Basaglia? Io credo che ci sia, ma non è un pensiero facile da disegnare. Possiamo dire che abbia un’intonazione prevalentemente fenomenologica, ma dopo aver usato questa espressione non siamo giunti da nessuna parte, perché far rientrare Basaglia all’interno di una corrente filosofica significa dissanguare, rendere astratta un’esperienza, che è solo in parte un’esperienza di pensiero. Ci sono anche altri autori che entrano a far parte del pensiero di Basaglia, ci sono Foucault, Goffman… andremo alla ricerca di un’identificazione che ancora manca. Ma chi è Basaglia? Un apolide? Qualcuno che non può essere inserito né nella storia della psichiatria né in quella del pensiero?



C’è anche una parte del pensiero di Basaglia fortemente influenzata dal marxismo, da cui preleva alcune nozioni, come quella di una lotta di classe tra chi ha il potere e chi lo subisce, in questo caso gli internati, caratterizzati dalla parola “miseria”. Quando Basaglia entra nella bolgia infernale del manicomio di Gorizia, quello che vede è la miseria. C’è un accoppiamento nella testa di Basaglia tra psichiatria e miseria, tra quella psichiatria che bisogna esercitare e la miseria di fronte alla quale ci si trova quando si esercita la psichiatria dentro l’istituzione totale del manicomio. Anche le storie triestine sono storie di povertà, miseria ed esclusione.

La parola esclusione spicca in tutta la riflessione di Basaglia: gli esclusi, gli interdetti, gli emarginati. Perciò il suo discorso è attuale, perché riguarda quel gioco tra inclusione ed esclusione che comanda la nostra società, dove l’esclusione non è solo quella sotto i nostri occhi, l’esclusione degli altri, sottoprivilegiati o senza privilegi, ma ha a che fare anche con la vita comune, l’esperienza del sentirsi esclusi può avvenire anche in situazioni di non-miseria e anche quando non siamo oggetto di un effettivo rifiuto sociale (rifiuto che molto spesso passa attraverso un’apparente accoglienza).



Ho l’impressione che Basaglia –nomen che comprende l’esperienza, il pensiero, gli effetti che produce – non sia stato confinato, ma lentamente e gradualmente assimilato dalla psichiatria ufficiale. Nei luoghi deputati di questa psichiatria gli sono state aperte le porte: nessuno oggi si azzarda a fare un’esplicita difesa dell’istituzione psichiatrica intesa come istituzione di contenimento. La distruzione del manicomio è accolta da tutti, ma credo che spesso si dica una cosa e se ne faccia un’altra. Basaglia, nell’esperienza psichiatrica italiana, è in realtà un cane morto. Si va avanti diritti nella convinzione che la medicalizzazione della cosiddetta follia sia la linea da seguire, con tutta la fiducia accordata alla scoperta scientifica e al continente delle neuroscienze, il cui obiettivo è di costruire la catalogazione delle malattie mentali.

Ho conosciuto direttamente persone che hanno avuto esperienze con le strutture della cura psichiatrica e quasi mai ne ho ricavato una bella immagine. La velocità con cui a una situazione viene collegata un’etichetta è molto rapida, perfino là dove ci dovrebbe essere maggior cautela, vista la storia passata. Lo stigma della malattia mentale non è davvero scomparso. Una volta c’era anche uno stigma legato alla psicoanalisi, le persone che erano in analisi non amavano dirlo, ma questo era un piccolo stigma, invece, ancora oggi, se affermi di essere psichiatrizzato, la tua identità si sgretola agli occhi degli altri e anche ai tuoi stessi occhi. È un territorio estremamente delicato, è molto facile che certe parole (psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare, ecc.) vengano usate, e una volta usate rimangano appiccicate addosso alla persona.



Quanta civiltà c’è in un operare che non vuole applicare etichette? In una pagina delle sue Conferenze brasiliane Basaglia afferma che non è una questione di diagnosi, ma di saper descrivere la crisi di vita che si ha di fronte. Non arriverei a dire che la filosofia può sostituire gli psicofarmaci, fa un po’ ridere. Fa però meno ridere se alla filosofia diamo un ruolo. Cosa se ne fa Basaglia della filosofia? La filosofia stessa diventa per lui qualcos’altro. Prima di dare un’etichetta, di fare una diagnosi, forse c’è da fare un’operazione – e qui può entrare in gioco la fenomenologia – di sospensione del giudizio.

Basaglia si identifica con questa difficile lotta, difficile perché i numeri sono grandi: cinquecento, mille persone ricoverate in manicomio. È molto complicato lavorare singolarmente con questi numeri, perché le istituzioni hanno già livellato. Basaglia sospende il giudizio e ipotizza un lavoro inimmaginabile quanto a impegno, strutture, personale, formazione, che entri nelle storie singole, storie che possono anche non essere cupe. La storia del San Giovanni liberato è anche una storia di feste (“Marco Cavallo” e tante altre situazioni), Basaglia libera anche una voglia di allegria.



Prima ancora di ogni terapia bisogna analizzare la crisi di vita. Come si fa? Come utilizza Basaglia la sua formazione psichiatrica? La psichiatria non va rifiutata, va messa in una situazione di sospensione rispetto all’attenzione alle crisi di vita. Con questo Basaglia apre il campo a tutta una serie di implicazioni e magari anche a una ripresa di interesse nei confronti della psicoanalisi. Imparare a sospendere il giudizio, a rallentare la velocità con cui si stigmatizza, ecco il punto. Se esiste il manicomio, l’etichetta coincide con l’entrata in manicomio; se entri lo stigma è immediato. Ma anche quando abbiamo distrutto il manicomio permane il problema della velocità del-l’etichetta, nell’individuo e nella società, in ognuno di noi (sesso, età, provenienza, colore della pelle, cultura).

(Da: Pier Aldo Rovatti, Restituire la soggettività, Alpha & Beta, 2013)


(Da: La Repubblica del 30 novembre 2013)


Proverbi savonesi illustrati da Dino Gambetta


venerdì 29 novembre 2013

Con la Corsica nel cuore. Letteratura e lotta di liberazione: Balco Atlantico



Un'intervista con lo scrittore corso, in Italia per presentare «Balco Atlantico», una riflessione sui rapporti fra politica e letteratura e sulla militanza indipendentista in un'isola marchiata a sangue da faide fratricide.


Jerome Ferrari

Nelle spire dell'identità

Intervista di Guido Caldiron



Alla disillusione vero la politica ha risposto con la letteratura, al mito totalizzante del nazionalismo, che lo aveva lungamente affascinato, ha sostituito la crescente consapevolezza che di identità se ne possono possedere più d'una e che ogni «mondo» simbolico che costruisca la mente umana è destinato prima o poi ad una fine. Jérome Ferrari è sopravvissuto a tante piccole apocalissi culturali, a partire da quella, per lui fondativa, ingenerata dal conflitto tra il senso di appartenenza che nutre per la sua Corsica e la vita di intellettuale cosmopolita che si è costruito con il passare degli anni. Una tensione creativa che ne ha fatto uno degli scrittori più stimolanti e innovativi della narrativa «francese» degli ultimi anni.

Quarantacinque anni, nato a Parigi da una famiglia corsa, già militante del «Movimento per l'autodeterminazione» dell'isola guidato da Alain Orsoni - tra i fondatori del gruppo clandestino Flnc -, redattore della rivista nazionalista Paese, quindi insegnante di filosofia nei licei francesi dei paesi arabi, Ferrari ha vinto nel 2012 il Goncourt, il più importante premio letterario transalpino, con Il sermone sulla caduta di Roma, l'ultimo di sei romanzi che mescolano il noir alla filosofia, la storia della Corsica e del Mediterraneo alle grandi vicende del Novecento, le sfide e le sconfitte individuali al tramonto dei miti e delle ideologie collettive. Lo scrittore corso è stato recentemente ospite del Centre Saint Louis di Roma, dove ha presentato Balco Atlantico (pp. 154, euro 16,50), un suo romanzo del 2008 appena uscito nel nostro paese per le edizioni e/o che il prossimo anno pubblicheranno anche il suo Un dieu un animal.



A partire dalla sua esperienza diretta nel movimento indipendentista corso, in Balco Atlantico lei ha scelto di descriverne la lenta deriva verso la criminalità e, a tratti, il razzismo. Un modo per dire addio alle sue illusioni giovanili?

Diciamo che la scelta di scrivere questo romanzo ha rappresentato la fine della fine della mia militanza nazionalista. Il distacco è avvenuto gradualmente, pian piano. Il romanzo è arrivato solo come ultimo tassello. Ci ho messo del tempo, sia a prendere la decisione di scrivere di questa esperienza, sia poi, concretamente, a costruire la storia, pagina dopo pagina. E questo, proprio perché quella che avevo vissuto era stata una disillusione incommensurabile: ho creduto fino in fondo nelle idee dell'indipendentismo e ho davvero sofferto quando ho capito che le persone che avevo intorno pensavano in realtà al proprio tornaconto personale o a portare a termine la loro vendetta su questa o quell'altra fazione o esponente del movimento. La rivendicazione dell'identità culturale corsa mi interessa ancora, ma dalla militanza politica mi tengo ormai a debita distanza.

Malgrado il bilancio a tinte forti che ne fa ora, nel romanzo non tutto l'ambiente nazionalista è descritto in modo negativo, malgrado su tutti i personaggi aleggi un'atmosfera di sconfitta. Perché?

La sconfitta è quella di un'intera comunità che è finita per farsi la guerra al proprio interno, a contare i morti per mano «amica», dividendosi come in una faida di paese di quelle che in Corsica conosciamo bene, invece di battersi per le idee che diceva di voler sostenere. Non tutti però, nella realtà, si sono comportati allo stesso modo, hanno avuto la medesima responsabilità nel distruggere tutto. Così, ho voluto descrivere ciò che ho vissuto senza lasciare spazio a forzature o a dei toni caricaturali, ma attraverso le storie di persone normali che facevano i conti con le sacre certezze della loro militanza politica, ma, allo stesso tempo, con i loro dubbi, le loro fragilità, le loro contraddizioni di esseri umani. Per questo, nel romanzo, tra gli indipendentisti ci sono figure inquietanti e negative, ma anche personaggi positivi che continuano a difendere ciò in cui credono.



La guerra per clan tra i nazionalisti è scoppiata nella seconda metà degli anni Novanta, «Balco Atlantico» è uscito in Francia nel 2008, oggi come guarda alla situazione della Corsica?

La Corsica è prima di tutto un paese paradossale. Da un lato è forse uno dei posti più sicuri e dove la vita può essere più piacevole rispetto a tutto il resto dell'Europa. Dall'altro è come immersa in una spirale di violenza di cui non si riesce a vedere la fine. Dopo la crisi che ha scosso gli ambienti dell'indipendentismo, gli ultimi anni, e anche gli ultimi mesi, sono stati contrassegnati da una lunga serie di regolamenti di conti sanguinosi tra gruppi mafiosi per la spartizione delle risorse economiche locali. E in un'isola dove vivono poco meno di 250mila persone, una simile situazione non può che finire per corrompere e avvelenare il clima generale. Oggi, le persone vivono sotto una cappa di paura e rassegnazione. L'anno scorso, quando ho vinto il Goncourt, molti amici mi hanno telefonato dall'isola per dirmi che era davvero bello che della Corsica si parlasse almeno per una volta per una buona notizia e non a proposito dell'ennesimo fatto di sangue.

L'idea di poter fare i conti con la perdita delle proprie illusioni, con la fine di ciò in cui si è creduto, sembra aver a che fare anche con il tema del romanzo che le ha fatto vincere il Goncourt e che si presenta coma una sorta di riflessione narrativa sulla «fine dei mondi» («il manifesto» del 18/05/2013), è così?

Nel Sermone sulla caduta di Roma, l'ultimo tra i romanzi che ho scritto, sono cristallizzati tutti gli elementi che avevo già disseminato nei libri precedenti. Così, se in Balco Atlantico, sullo sfondo delle querelle mortali tra nazionalisti, cercavo di esaminare la relazione che corre tra l'identità e la memoria, argomento che è poi alla base di ogni rivendicazione nazionale, di ogni movimento identitario che deve in qualche modo «inventare» il suo passato per potersi legittimare, il tema del tramonto delle illusioni, della fine di «un mondo» e insieme della coesistenza tra diversi mondi, è in un modo o nell'altro presente in gran parte di quello che ho scritto fino ad ora.



Perché tanto interesse per questi argomenti?

Lo devo alla mia biografia. Da piccolo, mi dividevo tra Vitry, la cittadina della banlieue parigina in cui si era trasferita la mia famiglia e dove sono nato io, e il villaggio di Fozzano, in Corsica, da dove venivano i miei e dove trascorrevo le vacanze. Così, fin da adolescente ho avuto la sensazione di non appartenere al mondo in cui passavo la maggior parte del mio tempo, vale a dire Parigi e la scuola, ma alla Corsica. Perciò, appena laureato mi sono trasferito sull'isola, pensando che stavo in qualche modo tornando «a casa mia». E qui, più tardi, ho provato nuovamente una sensazione di distanza, se non di estraneità, dopo che la mia «carriera» di militante nazionalista si è conclusa. A quel punto ho cominciato a cercare lavoro all'estero, prima in Algeria e quindi ad Abu Dhabi, per esplorare nuove strade. Così, personalmente ho finito per identificarmi con l'idea che in noi coesistano molteplici identità e mondi differenti e che, al contempo, ogni mondo, esattamente come ogni essere vivente, possa esaurirsi, perire, e un altro possa subentrargli: accade per le idee come per le persone.

Per questo ho deciso di ispirarmi ad un sermone scritto nel 410 da Sant'Agostino all'indomani del sacco di Roma da parte dei Vandali, per scrivere un romanzo come Il sermone che parla in realtà ancora una volta della Corsica e dei suoi abitanti lungo un arco temporale che va dalla Prima guerra mondiale fino ai giorni nostri. Agostino spiegava che non ci si doveva disperare per la distruzione di Roma, perché un mondo «è come un uomo: nasce, cresce e muore». Quando siamo disperati, come in questa fase storica, dovremmo ricordarci che le cose funzionano così: una crisi può essere la fine di "un mondo", non del mondo.

In «Dove ho lasciato l'anima» (Fazi, 2012) lei si è misurato con l'orrore della guerra d'Algeria e con l'epilogo del colonialismo francese riflettendo su come dei semplici soldati si fossero trasformati in torturatori e carnefici. C'è un rapporto tra la memoria coloniale del Maghreb e la situazione vissuta dalla Corsica, un tempo definita da molti come una «colonia interna» di Parigi?

Un rapporto forte c'è, ma in un'altra prospettiva da quella che lei delinea. I corsi hanno da sempre costituito una forte base di reclutamento per l'esercito francese e per l'amministrazione coloniale in Algeria come in Indocina. Personalmente non ho avuto parenti che hanno combattuto in questi paesi, ma molti miei amici e conoscenti sì. Questo ha legato per molti versi il destino della Corsica a quello di altri territori assoggettati al potere della Francia. In realtà, però, credo di essere riuscito a scrivere questo romanzo, a raccontare la perdita di umanità dei torturatori, la loro discesa verso un inferno di sofferenza inflitta e subita, proprio perché nessuno della mia famiglia, dei miei affetti, era stato coinvolto in tutto ciò. Altrimenti sarebbe stato davvero difficile, se non impossibile, parlarne. Piuttosto, l'idea del romanzo mi è venuta quando insegnavo filosofia al liceo francese di Algeri. Avevo voglia di descrivere come quella guerra, ma in realtà tutte le guerre, avesse trasformato delle persone normali in mostri. Qualcosa che tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, malgrado sia chiaro chi all'epoca fosse dalla parte del torto - i francesi - e chi della ragione - gli algerini -, riguardò entrambe le fazioni in lotta.


il manifesto | 28 Novembre 2013 


Storia delle Brigate Rosse a Genova

1968. Corteo in Via Balbi



















Lo si voglia o no, quella delle BR a Genova è un po' anche la nostra storia. Faina e Fenzi sono stati nostri professori, qualcuno dei protagonisti di quei fatti nostro compagno di corso. Nostri erano quegli anni, Genova (tutta giocata fra Via Balbi, Caricamento da dove partivano i cortei e Casa dello Studente) la nostra città. Nessuno di noi può considerarsi innocente o estraneo a ciò che accadde allora. E meno di tutti coloro che stettero a guardare o non si accorsero neppure di cosa accadeva.

Marco Clementi

Il backstage mimetico di un'organizzazione armata

Sono trascorsi più di due anni da quando il presidente di una commissione concorsuale per un posto all'Università di Catania mi chiese come mai fossi così convinto che le Brigate Rosse non erano state eterodirette, al punto da dedicare alla loro storia una monografia di quasi 400 pagine. Al di là della risposta e dell'esito del concorso, che il lettore può facilmente immaginare, l'episodio è indicativo del fatto che a molti, in questo paese, quella vicenda proprio non è andata giù. Accademia, politica, giornalismo, cioè nei luoghi in cui si riflette sulle cose italiane trovi sempre qualcuno che afferma l'eterodirezione di un servizio segreto su questa o quella vicenda della storia repubblicana. Senza negare l'ingerenza dei servizi di intelligence nella vita politica italiana, va tuttavia affermato che non tutto è riconducibile alla manipolazione di un servizio segreto straniero o italiano. Spesso chi vede complotti ad ogni angolo, sta difendendo semplicemente il suo passato politico, che peraltro nessuno mette in discussione parlando di Br. Sta indicando il responsabile della propria sconfitta politica (o della sua parte), avvenuta grosso modo all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso.

L'Italia è un paese strano. Ha metabolizzato guerre di aggressione, l'uso dei gas in Eritrea, il tintinnio di sciabole e le bombe di Natale, ma non riesce proprio ad ammettere una cosa semplice e all'occorrenza poco sconvolgente. Ossia che in questo paese per quindici di anni una generazione si è armata e ha certato di sovvertire il sistema. E che tra le centinaia di gruppi che nascono e muoiono nel giro di mesi o qualche anno, quello delle Brigate Rosse è stato il più longevo e il più attivo. Certo, viene da pensare che avrebbero metabolizzato anche le Br se non avessero ucciso Moro e la sua scorta. Viene da credere che quella vicenda sia la spina rimasta per traverso. Tanto che oggi si sente parlare di costituire due nuove «Commissioni Moro», una alla Camera e una al Senato,nella legislatura in corso. Chi scrive è convinto che le Br non siano state eterodirette. Una convinzione nata a partire dalle biografie di quelli che stavano in via Fani. È un modo per partire, questo delle biografie. Poi, magari, non ci si trova d'accordo.

Genova. Anni di piombo. Controlli di polizia














La pensa così anche Andrea Casazza, giornalista del Secolo XIX che in questi giorni esce in libreria con il volume Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse (DeriveApprodi, pp. 496, euro 25). È la storia della colonna genovese delle Br, la colonna più complessa e anomala rispetto al resto dell'organizzazione. Una storia che è parte integrante del tessuto sociale cittadino, che si intreccia con il vasto mondo extraparlamentare dell'epoca e che Casazza cerca di ricostruire anche attraverso le biografie dei militanti. Il libro è un testo complesso, ma si legge con facilità, a parte qualche ripetizione. Ed è un testo che nella sua struttura già contiene una risposta a chi dubita dell'originalità del fenomeno della lotta armata.

Il volume, che va avanti in un bel modo diacronico, si apre e si chiude con una vicenda cominciata il 17 maggio del 1979, quando vengono effettuati 14 ordini di cattura, 9 fermi giudiziari e una quindicina di fermi per accertamenti. Finiscono in carcere militanti dell'autonomia genovese come Giorgio Moroni, e figure non certo di primo piano delle Br, come Enrico Fenzi. È trascorso poco più di un anno dall'assassinio di Aldo Moro: secondo alcuni magistrati di Genova tutta la sinistra extraparlamentare costituisce una banda armata che di volta in volta assume un nome diverso. Un teorema, simile, ma meno famoso, a quello cosiddetto «Calogero» (che condusse alla ben più nota retata del 7 aprile '79), che grazie a Casazza siamo ora obbligati a mettere insieme. Erano anni che si cercavano le Br di Genova e finalmente, dopo Padova, le si trova un po' così, andando a naso. In prima istanza vengono tutti prosciolti (l'ingiustizia che assolve, avrebbe commentato il generale Dalla Chiesa), ma in appello e Cassazione gli autonomi sono condannati come brigatisti (l'ingiustizia che condanna, ricorda l'autore). Ci sarebbero voluti decenni perché Moroni e altri che mai avevano fatto parte dell'organizzazione armata venissero infine riconosciuti innocenti e ricevessero un indennizzo dallo Stato italiano per la galera fatta ingiustamente. Perché conoscere e frequentare un brigatista, non è essere uno di loro. Ed è in questo mondo disomogeneo, dove tutti conoscono tutti, che le Br di Genova agiscono per anni senza che le forze dell'ordine riescano a trovare un punto di partenza.

Genova 1977
















Imprendibili e sconosciuti. Questi sono i brigatisti di Genova. Al punto che, dopo la strage di via Fracchia del 28 marzo 1980, quando i carabinieri di Dalla Chiesa uccidono 4 brigatisti senza che questi reagiscano al fuoco (fu trovato un solo bossolo partito da una loro pistola), sono le stesse Br a rendere nota l'identità di uno di loro: Riccardo Dura. Imprendibili al punto che uno dei magistrati impegnati nella lotta contro il terrorismo nella città ligure, nel corso degli anni ha ripetutamente scritto che la colonna genovese nasce solo nel 1980. L'anno, invece, in cui praticamente si disgrega.

Genova è la città in cui compie la sua parabola la «XXII Ottobre», il primo tentativo di «organizzare militarmente il proletariato», dove le Br nel 1974 sequestrano il pm Mario Sossi, l'accusatore di Mario Rossi e compagni. La città dove una compartimentazione è possibile, ma non si può non partecipare all'occupazione delle case, alla distribuzione gratuita di medicinali e dove la fabbrica non può non essere il centro gravitazionale dell'azione politico-militare dei brigatisti.
La matassa sbrogliata

Una città in cui le contraddizioni sociali e politiche sono più forti che altrove: dove un docente universitario come Gianfranco Faina entra ed esce dalla colonna perché è troppo anarchico per quel mondo, mentre un suo stimato collega, il petrarchista Fenzi, distribuisce volantini. Dove un operaio sindacalista del Pci, Guido Rossa, è ucciso nel gennaio 1979 per aver denunciato un militante delle Br che quegli stessi volantini li distribuiva nella sua fabbrica, l'Italsider. Una città nella quale padre e figlio militano in tempi e modi diversi nelle Br e dove nel 1976 le stesse portano a termine il primo omicidio programmato della loro storia: quello del giudice Francesco Coco. E dove, infine, chi viene arrestato può non dichiararsi prigioniero politico e difendersi, pur continuando in carcere la propria militanza brigatista.



Casazza si muove bene dentro la matassa, solo scivolando, quasi per inerzia in alcuni - pochissimi e nel complesso ininfluenti - luoghi comuni della dietrologia. E ricorda che dal 1976 al 1981 l'occupazione a Genova si riduce del 40% e sempre dal 1976 le giornate lavorative al porto ligure crollano in dieci anni del 54%. Molto, del perché di quella lotta armata, si trova in queste cifre.

il manifesto | 29 Novembre 2013





Andrea Casazza
Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse
DeriveApprodi, 2013
euro 25

giovedì 28 novembre 2013

Piero Simondo, I monotipi 1954-1958



Domani 29 novembre 2013 
alle 18.00
nello Spazio 42R di Palazzo Ducale a Genova
inaugura la mostra 

"Piero Simondo: i monotipi 1954-1958".



Barbara Spinelli, Quel che resta del ventennio



Quello che è accaduto ieri non è poi una grande vittoria della democrazia. Il parlamento italiano ha impiegato sei mesi per fare quello che in ogni altro paese civile (e anche in una modesta bocciofila di paese) avrebbe richiesto una settimana: espellere un pluripregiudicato, indegno di ricoprire una carica pubblica. Resta il berlusconismo e quello sarà ben più difficile da espellere da un'Italia avvelenata da vent'anni di malaffare.


Barbara Spinelli

Quel che resta del ventennio

La tentazione sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d'aver cancellato l'anomalia, si torna alla normalità come se mai l'anomalia - non fu che momentanea digressione - ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: "Non l'avete ucciso!" Tutt'altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire.

L'infezione, "nostro mal du siècle", sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava "combatterlo per tutta la vita", dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell'ottobre 2004: "Non c'è un potere politico corrotto e una società civile sana". Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all'ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: "Siamo tutti immersi nella corruzione", avvertì Sylos. La servitù volontaria a dominatori stranieri e predatori ce l'abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l'8 settembre '43, fu disastrosamente ambigua: "Tutti a casa", disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze.

Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel '94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall'oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino. 



Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari. Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate. E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 15-16 punti, prima del voto a febbraio. Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l'eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d'agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d'intossicare l'Italia.

Il conflitto d'interessi in primis, e l'ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del '57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell'oblio. Sylos Labini sostenne che fu l'opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L'onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un'abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio. Berlinguer la pose nel '77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.



Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali. Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l'ambiguità di questa formula-passe-partout: è un'"etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica", ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile "viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune". (Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212).

Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all'uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell'amoralità o illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un'élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa "conversione del papato". Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un'Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com'è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?). Permane la vergogna d'esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l'ultima accusa è falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l'innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l'Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l'Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l'abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: "Siamo tutti immersi nella corruzione". Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro. Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la "putrefazione morale" svelata da Piero Calamandrei. Un'intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l'atroce giudizio di Calamandrei.


(Da: La Repubblica del 27 novembre 2013)

Victor Serge, Essere uomini liberi, vivere da compagni.



In un mondo di automi come è il nostro, restano vive le pagine di Victor Serge, nemico implacabile di ogni forma di sopraffazione. Incarcerato in Francia e Spagna perchè anarchico e poi nella Russia di Stalin perchè comunista critico. Ci ha lasciato (fra i tanti) un libro straordinario in cui racconta la sua vita di rivoluzionario in Belgio (dove nacque) e poi in Francia, Spagna, Russia sovietica, Messico. Un libro da leggere, di cui esistono diverse edizioni italiane, ma di cui raccomandiamo quella (accuratissima anche da un punto di vista filologico) di Roberto Massari. Lo riprendiamo oggi per ricordare il senso autentico della parola libertà e cosa realmente significhi lottare (e morire) per essa.

Victor Serge

Essere uomini liberi, vivere da compagni.

L’anarchismo ci prendeva per intiero perché ci chiedeva tutto, ci offriva tutto: non c’era un solo angolo della vita che non rischiarasse, almeno così ci sembrava. Si poteva essere cattolici, protestanti, liberali, radicali, socialisti, anche sindacalisti senza nulla cambiare della propria vita, e per conseguenza della vita: bastava dopo tutto leggere il giornale corrispondente; a rigore frequentare il caffè degli uni o degli altri. Intessuto di contraddizioni, dilaniato in tendenze e sottotendenze, l’anarchismo esigeva anzitutto l’accordo tra gli atti e le parole (cosa che in verità esigono tutti gli idealismi, ma che tutti dimenticano, addormentandosi): per questa ragione andammo alla tendenza estrema (in quel momento), quella che mediante una dialettica rigorosa arrivava, a forza di rivoluzionarismo, a non aver più bisogno di rivoluzione.

Eravamo un po’ spinti dal disgusto di un certo anarchismo accademico molto assennato, di cui Jean Grave era il pontefice ai Temps nouveaux. L’individualismo era stato appunto allora affermato da Albert Libertad, che ammiravamo. Non si conosce il suo vero nome; non si sa nulla di lui prima della predicazione. Infermo alle due gambe, camminava appoggiandosi alle stampelle, di cui si serviva con vigore nelle baruffe, da quell’attaccabrighe che era, portava su un torso possente una testa barbuta dalla fronte armoniosa. Povero, venuto vagabondo dal Mezzogiorno, cominciò la sua predicazione a Montmartre, nei circoli libertari e nelle code di poveri diavoli che aspettavano la distribuzione della minestra non lontano dai cantieri del Sacro Cuore.

Violento e magnetico, divenne l’anima di un movimento di un dinamismo così straordinario che non è ancora del tutto spento al giorno d’oggi. Amava la strada, la folla, il baccano, le idee, le donne: convisse due volte con due sorelle, le sorelle Mahé e le sorelle Morand; ebbe figli che rifiutò di iscrivere allo stato civile. «Lo stato civile? Non lo conosco. Il nome? Me ne infischio, si daranno quello che vorranno. La legge? Vada al diavolo.» Morì nel 1908, delle conseguenze di una baruffa, all’ospedale, non senza lasciare il suo corpo, «la mia carogna » diceva, ai preparatori anatomici, per la scienza. La sua dottrina, che divenne quasi la nostra, era questa: « Non aspettare la rivoluzione: quelli che promettono la rivoluzione sono buffoni come gli altri. Fa la tua rivoluzione tu stesso.

Essere uomini liberi, vivere da compagni.» Evidentemente semplifico, ma era davvero d’una bella semplicità. Comandamento assoluto: regna, «e crepi il vecchio mondo!» Da qui partirono naturalmente molte deviazioni; «vivere secondo la ragione e la scienza », conclusero alcuni, e il loro povero scientismo, che invocava spesso la biologia meccanicistica di Yves Le Dantec, li condusse a ogni sorta di cose ridicole come l’alimentazione vegetariana senza sale e di sola frutta, e anche a fini tragiche. Si sarebbero visti dei giovani vegetariani impegnare lotte senza uscita contro la società intiera.























Altri conclusero: «Dobbiamo essere al di fuori, per noi non c’è posto che in margine alla società », senza pensare che la società non ha margine, che ci si è sempre dentro, anche in fondo alle galere, e che il loro «egoismo cosciente » faceva eco dal basso, tra i vinti, al più feroce individualismo borghese. Altri infine, tra cui mi trovavo anch’io, tentarono di condurre di pari passo la trasformazione individuale e l’azione rivoluzionaria, secondo il motto di Elisée Reclus: « Fino a che durerà l’iniquità sociale, resteremo in stato di rivoluzione permanente... » (Cito a memoria). L’individualismo libertario ci dava presa sulla realtà più lancinante, su noi stessi. Sii te stesso.

Però, esso si sviluppava in un’altra città-senza-evasione-possibile, Parigi, immensa giungla dove un individualismo primordiale, ben altrimenti pericoloso che il nostro, quello della più darviniana lotta per la vita, regolava tutti i rapporti. Partiti dalle servitù della povertà, ce le ritrovavamo dinanzi: essere se stessi sarebbe stato un prezioso comandamento e forse un alto adempimento, se però fosse stato possibile; e non comincia a divenire possibile che quando i bisogni più imperiosi dell’uomo, quelli che lo confondono con le bestie più che con i suoi simili, siano soddisfatti. Il nutrimento, un ricovero, i vestiti dovevamo conquistarli con una lotta accanita; e, dopo, l’ora per leggere e meditare. Il problema dei giovani senza un soldo che una irresistibile aspirazione sradicava, « strappava al collare », come noi dicevamo, si poneva in termini quasi insolubili: molti compagni dovevano presto scivolare in quella che si chiamò l’illegalità, la vita non più in margine alla società, ma in margine al codice.

« Non vogliamo essere né sfruttatori né sfruttati», essi affermavano, senza accorgersi che diventavano, pur restando l’una e l’altra cosa, uomini braccati. Quando si sentirono perduti, decisero di farsi uccidere, non accettando la prigione « La vita non val questa!», mi diceva uno di essi, che non usciva più senza la sua browning. «Sei pallottole per i cani da guardia, la settima per me. Sai, ho il cuore leggero...»

È pesante, un cuore leggero. La dottrina della salvezza che è in noi metteva capo, nella giungla sociale, alla battaglia di Uno contro tutti. Una vera esplosione di disperazione maturava tra noi senza che lo sapessimo.


Tratto da: Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario


mercoledì 27 novembre 2013

Guido Araldo, La crociata contro gli Albigesi



Guido Araldo

Presenze catare nel Piemonte altomedievale

2. La crociata contro gli Albigesi



A quell’epoca i catari erano straordinariamente presenti nella civilissima Linguadoca: la regione più evoluta in Europa. Ma si trattò di una stagione di breve durata. Quegli eretici facevano paura alle autorità ecclesiastiche e papa Innocenzo III, percependo la minaccia gravissima costituita di quegli, inaugurò la terribile stagione della crociata cismarina contro l’eresia dei Catari della Linguadoca.

I Catari riscuotevano un notevole successo tra la gente, più di parroci e frati panciuti, ingordi, ignoranti e lussuriosi; ma diffondevano una “verità” scomoda per la Chiesa. I Catari non si prodigavano in attività di proselitismo; ma il loro esempio valeva più di molte parole, e molti uomini lasciavano l’ortodossia ufficiale per accedere nelle loro fila. I Catari consideravano le stesse chiese, magnifiche cattedrali di pietra, delle tombe dello spirito e reputavano che non fosse lecito peccare, confessarsi e peccare nuovamente. Lo stesso papa era considerato l’Anticristo, degno compagno di Maometto, la Bestia! Secondo loro il clero ordinario era al servizio dell’Anticristo, del demonio: nessuna possibilità di dialogo, pertanto, con preti, vescovi cardinali, molti dei quali erano notoriamente simoniaci e nicolaiti.

La religiosità catara attecchì copiosamente in una terra generosa, dall’intensa vitalità culturale: la patria della poesia cortese, caratterizzata da una stagione di benessere e da una libertà inimmaginabile altrove, con conti e visconti particolarmente tolleranti. Come non ricordare che storicamente le regioni più evolute d’Europa sono sempre state “ribelli” al dogmatismo di Roma papale? Ne saranno un palese esempio le guerre di religione che insanguinarono copiosamente l’Europa tra i secoli XVI e XVII, devastando soprattutto la Germania che perse più di un terzo dei suoi abitanti. A quei tempi, nei secoli XI, XII e XIII le terre meridionali della Francia svilupparono la più grande civiltà provenzale – occitana: quella dei cavalieri cortesi, dei trovadori, delle dame gentili e acculturate; terre dove maggiormente si era sedimentata la civiltà greco e romana. Purtroppo da quell’humus che stava foraggiando la Nuova Europa, fu fatta tabula rasa, un deserto, dalla violenta crociata dei Francesi del Nord!

I Catari della Linguadoca divennero famosi come gli Albigesi, per la città di Albi, loro culla, dove sembra che costituissero la maggioranza della popolazione. Disponevano di un’indipendente struttura ecclesiastica, dove le donne vantavano identica dignità degli uomini. Numerose, infatti, erano le “perfette”, corrispondenti alle “vescove”, in gran parte di nobile lignaggio come la bella Esclarmonde, sorella di Raimondo Ruggero, conte del Foix, che fu l’anima della resistenza nel castello di Montségur. Una situazione intollerabile per la chiesa di Roma!



Quando la grande crociata cismarina venne bandita, i possenti cavalieri del Nord scesero come sciame di cavallette devastatrici nelle felici campagne della Linguadoca, avidi di saccheggi e stupri.

La prima città ad esserne travolta fu Béziers: bruciata da cima fondo mentre tutti gli abitanti venivano passati a fil di spada. Come non ricordare la famosa frase del legato pontificio Arnald d’Amaury a capo della crociata? “Uccideteli tutti! Dio li discernerà!” All’epoca Béziers aveva tra i 20.000 e i 30.000 abitanti. Era il giorno della Maddalena, forse non un caso: il 22 luglio 1209.

Una guerra di conquista e sterminio da parte dei rapaci cavalieri Franchi e Normanni, inarrestabili su tutti gli orizzonti: dall’Irlanda alla Sicilia, dall’Aquitania a Gerusalemme. Accadde così che una delle più belle e prospere della civiltà europea all’epoca: la civiltà d’Oc dei cavalieri cortesi, delle belle dame, dei raffinati trovadori, dei ricchi mercanti e dei poetici menestrelli fu distrutta per sempre; spazzata via da una furia inquisitoria senza precedenti.

Dopo la sconfitta di Muret, il 12 settembre 1213, subita da Pietro II, re cattolicissimo d’Aragona, accorso a difendere l’Occitania, non ci fu più speranza per le terre civili della Grande Contea di Tolosa e dei Viscontadi di Carcassonne e Narbona! Sembrò che un sole nero fosse calato sulla dolce terra d’Occitania. La grande città di Tolosa, che all’epoca superava Parigi, Firenze, Venezia e la stessa Roma per ricchezza, abitanti, splendore e vivacità culturale, non si sarebbe più ripresa! -

Fu allora che i “boni homines”, come amavano definirsi i Catari, inserirono nelle loro preghiere la maledizione ripresa da Dante Alighieri, che probabilmente era cataro nel cuore: “Pape satàn, Pape satàn aleppe!”. Una frase difficile da decifrare, che tradotta dalla lingua trovadorica potrebbe significare: “Papa satanico, papa satanico scappa, vattene!” Ai Catari “albigesi” il papa di Roma doveva sembrare davvero il diavolo.

In vent’anni di sporadici scontri, persistenti saccheggi e stupri, la grande Contea di Tolosa fu selvaggiamente saccheggiata e vilipesa, con tutte le terre meridionali tra il Rodano, i Pirenei e la Garonna, per essere in seguito annessa al Regno di Francia. Poco importava se il conte di Tolosa, il prode Raimondo, poco più di cent’anni prima fosse stato il primo a entrare in Gerusalemme liberata!

La battaglia di Muret fu uno scontro fatale, per certi versi simile alla battaglia di Waterloo per le conseguenze storiche. Il progetto caro a Pietro d’Aragona, di unire in un unico reame le sette sorelle: Aragona, Catalogna, Rossiglione, Linguadoca, Guascogna, Provenza e Lombardia, fu spazzato via per sempre dalla carica dei cavalieri franchi e normanni in quella pianura con le mura lontane di Tolosa, nella direzione dove si alza il sole.



Lo stesso re Pietro, già vincitore l’anno prima degli Arabi nella travolgente battaglia di Las Nevas che avrebbe segnato per sempre il destino degli Arabi in Spagna, fu disarcionato e ucciso, e tutta la sua maynade, la più bella cavalleria al mondo, fu travolta e sterminata. Quanti pianti nelle case di Saragozza per i figli, gli sposi, i padri che non sarebbero più tornati! Il suo sogno di unificare le terre dall’Ebro al Rodano e al Ticino, da Valencia a Lione e a Genova sotto i suoi stendardi dalle quattro bande rosse orizzontali su campo d’oro, all’insegna della tolleranza, fu spazzato via da Simon di Montfort e dai suoi truci cavalieri giunti dal Nord.

Probabilmente fu il più grande disastro del Medioevo, poiché negò per sempre la nascita di una nuova nazione, con immani conseguenze per la geografia politica dell’Europa. Quel giorno, in un colpo solo, un embrione di nazione fu cancellato per sempre e l’Occitania fu la prima “nazione negata” d’Europa.

Duecentosettant’anni dopo sarebbe toccato alla Lotaringia, con una battaglia dal nome simile: Morat, il 26 giugno del 1476, dove Carlo Temerario vide dissolversi il suo grande sogno di uno stato tra Francia e Germania, esteso dai monti della Svizzera alle fertili campagne delle Fiandre e dell’Olanda. I picchieri svizzeri, chiusi in grandi quadrati di fanteria, gliel’avevano impedito! E non è un caso se ancora oggi le guardie del papa sono svizzere, con le alabarde dell’epoca!


Continua

Lapidazione delle adultere, questa la "democrazia" che l'Italia difende a Kabul



Frustate a chi fa sesso extraconiugale e lapidazione delle adultere, questa la “democrazia” che difendiamo a peso d'oro in Afghanistan mentre l'Italia sta andando in rovina.

Michele Farina

Lapidazione pubblica Kabul la ripropone


Giovani maschi nella yogurteria chic appena aperta a Kabul, ragazze al piano di sotto con le famiglie: cartoline dall’Afghanistan della mancata parità tra i sessi. Parità che al ministero della Giustizia afghano stanno pensando di promuovere a modo loro. Aggiornando, si fa per dire, il codice penale. Per il reato di adulterio, la cosa migliore sarebbe lapidare i «colpevoli» sulla pubblica piazza: uomini e donne.

Dopo la denuncia di Human Rights Watch, l’ha confermato al Wall Street Journal il direttore dell’ufficio legislativo del ministero, Abdul Raouf Brahawee: il gruppo che lavora alla riforma della giustizia sta valutando la reintroduzione della pena di morte per lapidazione tanto amata dai talebani. «Non c’è niente di strano - dice Brahawee - Lo prevede la Sharia». Detto, quasi fatto: «Non siamo soddisfatti dalla bozza di legge», precisa il direttore. Così l’Afghanistan corre verso il fatidico 2014 (ritiro completo degli stranieri) guardando indietro.

«La lapidazione ha un grande significato simbolico in questo Paese: è quasi il marchio di fabbrica del regime talebano» dice al Wsj Heather Barr di Human Rights Watch. E non è l’unico segnale di ritorno al passato: la proposta, sostiene Barr, si inquadra in un più vasto piano per «ritirare» i diritti delle donne salvaguardati (sulla carta) dalla Costituzione. Piano che comprende una recente iniziativa legislativa per diluire in Parlamento la legge sulle violenze di genere. Il prossimo aprile ci saranno cruciali elezioni presidenziali. Pensare a questo piano come a una manovra elettoralistica per conquistare voti non consola, anzi fa ancora più paura.

Nelle campagne i costumi non sono cambiati di molto da quando quindici anni fa governavano i talebani. La nostalgia della lapidazione non viene da imam o capi villaggio nelle province più conservatrici, arriva da tranquilli funzionari incravattati al ministero i cui rampolli, la sera, magari affollano i locali occidentali e vanno da Strikers a giocare a bowling. Qualcuno lo dica ai ragazzi e alle ragazze di Kabul che, complici i social network, si danno appuntamento e flirtano da Blue Flame: oltre alle pietre unisex per gli adulteri, la legge allo studio prevede altri rimedi taleban style .

Come una dose di frustate (in pubblico) per i single (uomini e donne) che faranno sesso fuori dal matrimonio. Diversi osservatori occidentali a Kabul minimizzano: le autorità si sono impegnate a salvaguardare i diritti umani, se non vogliono perdere gli aiuti economici dall’estero non potranno promuovere il ritorno all’età delle pietre.

(Da: Il Corriere della Sera del 27 novembre 2013)





Il Paese dei ricchi, quello dei poveri (e quello della casta)



Perché non si può chiedere un contributo a quel 10% di famiglie che ha 4mila miliardi? Si chiede l'Unità. La risposta è sotto gli occhi di tutti: il parlamento è egemonizzato da un pregiudicato (e la sua banda di sostenitori prezzolati, Lega inclusa) e sull'altra sponda da una accozzaglia di cialtroni privi di un qualunque progetto che non sia la mera gestione del potere. Cosa attenderci da questa gente?

Nicola Cacace

Il Paese dei ricchi, quello dei poveri


I dati OCSE su salari e pensioni confermano una realtà nota, quella delle due Italie, l’Italia dei ricchi e quella dei poveri, che nessuno degli ultimi governi, da Monti e anche Letta senza parlare di Berlusconi, ha quasi mai preso in considerazione. Se l’Ocse ci conferma che i nostri salari sono del 12% inferiori alla media Ocse, ma del 50% inferiori a quelli tedeschi, inglesi e francesi, mentre tutti sanno che i guadagni dei nostri top manager privati e pubblici sono i più alti di tutti, lo stesso Ocse ci dice che il mondo delle pensioni è diviso in due, pensioni più alte della media per gli attuali pensionati, che includono anche milioni di baby pensionati di ieri e «pensioni a rischio povertà per i precari di oggi». L’Italia oggi soffre da morire per la crisi perché è divisa in due, quella dei poveri e quella dei ricchi ed i governi lo ignorano.

I dati Ocse fanno il paio con il dato Bankitalia della ricchezza totale privata che da anni sono noti. Con poco meno di 9mila miliardi di euro, quasi il 6% del Pil, la ricchezza privata italiana batte un record relativo mondiale. Anche questi dati mostrano un’Italia profondamente divisa, un blocco fortunato formato dal 10% delle famiglie che possiede il 46% di tutta la ricchezza, quasi 2 milioni di euro a famiglia, un blocco mediano, che la crisi sta erodendo, formato dal 40% delle famiglie, che possiede il 10% della ricchezza, 500mila euro a famiglia ed il blocco dei poveri, vecchie e nuovi, formato dall’ultimo 50% delle famiglie, di poveri vecchi e nuovi che possiedono come patrimonio netto meno del 10% (9,8%, dati Bankitalia), 60mila euro a famiglia, di cui 30mila in immobili (molto meno di una casa in proprietà per famiglia) e 30mila in risparmi liquidi. In queste famiglie, se sparisce il reddito, si vive poco più un anno con i risparmi della vita, poi, chi ce l’ha, vende la casa, poi è la fine.

L’aumento della povertà dopo anni di crisi ha messo a terra almeno mezza Italia ed i governanti non possono continuare a non tenerne conto. Perché, di fronte ad un Paese diviso in due, l’Italia dei ricchi e quella dei poveri, di fronte ad un debito pubblico crescente che ha superato i 2mila miliardi ed il 30% del Pil, di fronte alla realtà di una norma, il Fiscal Compact che ci imporrà presto di ridurre il debito in modi convincenti -di almeno una ventina di miliardi l’anno come da Bruxelles il commissario Olli Rehn ci ricorda in ogni occasione-, di fronte ad una ricchezza privata non trascurabile, perché nessun governo azzarda qualche proposta in tal senso? Eppure, sino a poco fa proposte del genere, un contributo patrimoniale straordinario, erano state avanzate anche da autorevoli borghesi, dall’antesignano banchiere cattolico Pellegrino Capaldo a Luigi Abete, presidente Bnl, Pietro Modiano, presidente Nomisma, Carlo De Benedetti, Vito Gamberale, etc..

Perché, per iniziare a salvare il Paese, non si può chiedere un contributo a quel 10% di famiglie che posseggono 4mila miliardi di patrimonio netto? Monti aveva obiettato che non ci sono dati certi ma non è più vero, c’è il catasto per gli immobili e c’è la banca dati in mano alla Finanza per i beni mobili. Un contributo straordinario dello 0,5% del patrimonio del 10% delle famiglie più ricche, da 2 milioni in su, darebbe 20 miliardi di entrate e costerebbe una media di 8mila euro a ciascuna delle 2,4 milioni di famiglie più brave e fortunate d’Italia. Nessuno fallirebbe, la speranza di uscire dal buco nero della crisi sarebbe più concreta, i valori di solidarietà del popolo italiano sarebbero esaltati, alla luce dell’esempio di civismo che le classi dirigenti darebbero.


(Da: L'Unità del 27 novembre 2013)


martedì 26 novembre 2013

Il giorno che uccisero Che Guevara



Parla il giornalista che per primo scoprì che il Che era stato assassinato dopo la cattura e non ucciso in combattimento come sostenevano le autorità boliviane.

Walter Operto

Hanno ucciso Che Guevara

Scritto da Filippo Fiorini,

In un giorno qualsiasi della primavera argentina è arrivato a Buenos Aires Walter Operto, un signore elegante e sereno, che gli appassionati di teatro riconoscono per essere uno dei più stimati drammaturghi di queste terre. Pochi però sanno che quasi cinquant'anni fa, fu anche il giornalista che scoprì e denunciò l'omicidio di Ernesto Che Guevara, smentendo la versione ufficiale per cui il leggendario guerrigliero era morto combattendo contro l'esercito boliviano.

Quanti anni ha, Walter?
76. Sono nato in provincia di Rosario, da due contadini piemontesi.

Quando naque la sua passione per il giornalismo?
Fu più che altro una necessità. Io scrivevo racconti, versi, cercavo lavoro e nel '54 un gruppo di poeti mi fece entrare in un quotidiano.

Quando arrivò alla rivista «Asì»?
Nel '62. A Rosario non c'erano praticamente più giornali, erano falliti tutti, allora mi trasferii a Buenos Aires.

Che taglio editoriale aveva la testata?
Era una rivista popolare nel senso migliore del termine. All'epoca il peronismo era proibito. Era una brutta parola dire «Peron», «Viva Peron», «peronista», potevi essere arrestato. La rivista Asì si occupava di problemi sociali. Le proteste dei lavoratori dello zucchero. Le lotte dei preti terzomondisti e poi qualche notizia di cronaca. Era la più letta del Paese.

Walter Operto

















Come arrivò in redazione la notizia della morte di Ernesto Che Guevara?
Nell'ottobre del 1967 stavamo seguendo con attenzione la Bolivia perché era nata una guerriglia di tipo focolaista (Che Guevara teorizza ne La Guerra di Guerriglia che sia possibile innescare una rivoluzione anche partendo da un piccolo focolaio ribelle, ndr) nel dipartimento del Beni, la zona contadina del Paese. Sapevamo che erano braccati.

Sapevate anche che tra loro c'era Che Guevara?
No, non lo sospettavamo neppure. Alla testa c'erano i fratelli Inti e Coco Peredo del Partito Comunista Boliviano. Allora l'ubicazione del Che era sconosciuta e causa di ipotesi di ogni tipo, anche completamente inverosimili, come che Fidel lo tenesse prigioniero o che fosse morto in Congo. La notizia della sua presenza in Bolivia si apprese solo dopo l'ultimo combattimento, l'8 ottobre, quando dissero che era stato fatto prigioniero.

Quale fu la vostra reazione?
Il direttore mi assegnò un fotografo, Hugo Lazaradis, e mi disse che dovevo andare in Bolivia. Chiamò anche Miguel Fitzgerald, che pilotava il piccolo Cessna del gruppo editoriale, e 5 ore dopo volavamo verso la frontiera.

La Higuera. La casa dove fu ucciso il Che diventata un museo


















Vi ha mandato perché diffidava della versione ufficiale?
No, per niente, solo perché era una notizia rilevante. Arrivammo a Valle Grande, in Bolivia, senza mappa, atterrammo in campetto da calcio e apprendemmo che c'erano novità: Ernesto era morto.

Era il posto in cui l'Esercito boliviano aveva fatto base per dare la caccia al Che?
Sì. Il comandante in capo era il colonnello Zenteno Anaya. Il gruppo che alla mattina aveva combattuto nella Gola del Yuro (dove cadde Guevara, ndr), era agli ordini del capitano Gary Prado. Questi però erano ancora nella selva, inseguivano i guerriglieri sopravvissuti.

Qual è stata la prima cosa che ha fatto, una volta arrivato?
Parlare con Zenteno Anaya. Sono andato alla caserma, i Rangers erano un corpo d'elité dell'Esercito boliviano, addestrati in Usa. Avevano armi moderne, grande prestanza fisica.



E Zenteno Anaya che le disse?
Che Guevara si era consegnato dopo essere stato ferito da una raffica di mitra, alzando una bandiera bianca e gridando: «Non uccidetemi, sono Ernesto Che Guevara e per voi valgo più da vivo che da morto». Poi mi disse che alcuni dei suoi soldati erano stati feriti e gli chiesi di poterli vedere, ma negò che fossero ancora lì. Disse che erano tutti a La Higuera, nella scuola in cui era stato esposto anche il cadavere del Che.

C'erano altri giornalisti con voi?
C'era solo il mio fotografo. Dopo aver parlato col colonnello, andammo a cercare il medico che aveva fatto l'autopsia sul cadavere, il dottor Martinez Caso. Volevo che mi descrivesse le ferite. Mi raccontò che Ernesto era stato colpito a un fianco, alle gambe, alla spalla, e all'altezza del capezzolo sinistro.

Il cuore.
Si, il cuore. Il foro era di un calibro diverso dagli altri. Quella era stata la causa della morte. Come poteva aver detto «non uccidetemi», con una ferita del genere? Lì nacque il sospetto che non fosse morto in combattimento. E il dottore mi diede l'informazione che poco prima mi aveva negato Zenteno Anaya. Mi disse: non avete parlato con i soldati che hanno combattuto nel Yuro? No, gli risposi io, dove sono? E lui mi disse che i feriti erano all'ospedale Señor de Malta, poco lontano da lì. A quel punto ci raggiunse Chouzinho, un cameraman argentino corrispondente della Columbia Television Color statunitense. Gli raccontai quello che sapevo e decidemmo di andare all'ospedale. Per convincere le guardie a lasciarci passare, fingemmo di essere militari. Siamo arrivati con passo deciso e abbiamo dato il buongiorno con tono marziale. I soldati si sono aperti senza battere ciglio. Avevamo i nomi dei soldati Choque, Taboada, Paco e Gimenez e appena entrati in cortile dissi: «Infermiera! Dov'è il soldato Choque?». Lo trovammo in una gran camerata, insieme agli altri feriti. Gli chiesi se fosse stato al Yuro e se avesse visto Ernesto. Mi disse di averlo visto vivo e ferito e mi confermò che si era arreso. «Quando l'hanno ucciso?», gli chiesi allora. «Il giorno dopo, signore - mi rispose lui - gli hanno sparato». Tutti gli altri tre soldati feriti ripeterono la stessa versione.



I soldati dell'ospedale erano presenti quando lo uccisero?
No. Ma sapevano che l'avevano giustiziato. Prima mi dissero che era stato un sottufficiale e io attribuii il gesto a Gary Prado. Poi si scoprì che era stato il tenente Mario Teran.

E poi cosa successe?
Entrò un infermiere mentre Chouzinho filmava e Lazaradis faceva foto. Si rese conto che c'era qualcosa che non andava e diede l'allarme. Noi scappammo dalla porta sul retro e corremmo fino al Cessna che ci aspettava sul campetto. Quando Fitzgerald ci vide arrivare correndo, mise in moto e fuggimmo.

Quanto tempo rimase in tutto a Valle Grande?
Non più di quattro ore. Forse meno. Ho scritto il pezzo sull'aereo mentre tornavamo a Buenos Aires. Avevo l'esclusiva sull'omicidio del Che. Il giornale fece uscire un'edizione straordinaria. Il presidente boliviano, il General Barrientos, convocò una conferenza stampa per smentirci e confermare la morte in combattimento. Disse che eravamo giornalisti pagati dalla guerriglia. 72 ore dopo, i filmati di Chouzinho stavano circolando sulle tv americane e non era più possibile negare.

C'è una foto di Che Guevara in manette mentre lo portano dal Yuro a La Higuera. Chi la scattò? Quando comparve?
Credo uno dei fotografi dell'Esercito boliviano. La foto comparve in seguito, come parte di quella che potremmo chiamare l'industria del Che. Quando noi arrivammo a Valle Grande, il fotografo dei matrimoni della città stava già vendendo le famose foto del cadavere con gli occhi aperti, esposto a La Higuera.



Prima della morte del Che, il suo mito esisteva già?
No, fu una cosa successiva. La bandiera di lotta nacque con la sua morte.

Quando la inviarono in Bolivia, lei ammirava Che Guevara?
Si, per me era un esempio di lotta latinoamericana. Fu il primo a riprendere il concetto di un'America Latina unita.

Perché crede che l'abbiano ucciso?
Ho una teoria personale. Pochi giorni prima della sua caduta, furono processati in Bolivia Ciro Bustos, il pittore argentino e contatto in Europa dei guerriglieri, e Regis Debrais, intellettuale francese e amico del Che (nonché autore di un manuale di guerriglia). Il tribunale si riempì di giornalisti e il governo boliviano subiva forti pressioni internazionali, perciò fece liberare entrambi. Quando fu catturato il Che chiese a Gary Prado se anche lui sarebbe stato messo a processo. Il comandante gli disse di sì, perché era convinto che quella fosse la decisione dei suoi superiori. Poi, la Cia e i boliviani si resero conto che il giudizio si sarebbe trasformato in uno spazio di propaganda della Rivoluzione Cubana e delle idee guevariste. Per lo stesso motivo, fecero sparire il cadavere.

 Debray e Bustos in tribunale




















Perché crede che la guerriglia del Che abbia avuto tante difficoltà in Bolivia?
Il Che era stato messo in guardia su questa possibilità. Prima di accendere il focolaio ribelle lui e Fidel Castro ne parlarono con Monje, il segretario del Pc Boliviano e questi disse che la zona scelta era sbagliata. Che non c'era sufficiente sviluppo politico affinché i valori della rivoluzione potessero essere accolti. La zona giusta, secondo lui, era quella delle miniere, dove però il Pc non aveva quadri, era territorio del Mnr, il Movimento Nazionalista Rivoluzionario. Ma il Che era un tipo ostinato e partì comunque. Si scontrò con il rifiuto del contado.

Alcuni dei suoi compagni di lotta si sentirono abbandonati anche da Fidel Castro.
Questi discorsi fanno parte della novellistica anti-cubana e anti-castrista, non sono reali. Il Che e gli altri stavano cercando di uscire della Bolivia con l'aiuto di Cuba. Comba, il suo luogotenente, fuggi grazie a Fidel.

Ma Benigno si sentì offeso quando Ernesto gli chiese di morire per la Rivoluzione cubana nel Yuro. Credeva che li avessero traditi.
Questo è quello che pensava lui. Ma con la sua richiesta Ernesto dimostrò di essere convinto del contrario.

E lei come si sentì quando scoprì che l'avevano ucciso?
Triste e arrabbiato. In uno degli articoli, scrissi: «E nonostante questo la terra non ha tremato, il cielo non si è oscurato. Nulla di quello che credevo sarebbe successo dopo la sua morte è accaduto». Ma mi sbagliavo, il suo fu un fallimento militare, ma un trionfo delle idee.

il manifesto | 26 Novembre 2013