TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 dicembre 2013

Aldous Huxley, Danilo Dolci il santo laico di Palermo

1956. L'arresto di Danilo Dolci























All'inizio del 1956 Danilo Dolci occupò con qualche centinaio di contadini una vecchia "trazzera" (strada vicinale tra i campi) per protestare contro la mancanza di lavoro e denunciare l'inerzia dello Stato. Gli agrari chiamarono la polizia. Dolci fu denunciato come individuo con spiccate capacità a delinquere, incarcerato all'Ucciardone per due mesi con i sindacalisti che lo avevano appoggiato, processato e condannato. Il processo servirà a far conoscere al mondo il suo lavoro. Sempre nel 1956 uscì “Inchiesta a Palermo” un'indagine sui disoccupati, sugli “spicciafaccende”, su chi si arrangiava per sopravvivere ai margini della società. Un altro modo per denunciare i mali della Sicilia e del Meridione. Il libro ebbe un grande successo. Ora Sellerio lo ristampa con l'introduzione di Aldous Huxley alla prima edizione. Ne presentiamo un estratto.

Aldous Huxley

Il santo di Palermo


Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all'impotenza. In una società come la nostra — i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente — a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.

Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un'atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell'oggetto di questo amore. L'amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé.

Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S'interessava dell'architettura dell'antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l'enorme infelicità del mondo», in Sicilia è più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell'isola.

Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno slum rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l'infelicità che lo circondava. [...]

Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all'uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C'è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c'è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell'uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l'uomo deve lavorare.

In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione — di propria iniziativa e del tutto gratis — di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa. Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l'imputato che l'accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. [...]

Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L'analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carote e della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico.

Le tradizioni in materia d'«onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all'«onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev'essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta... Ai delitti d'onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all'interno dello stato ufficiale. [...]

Danilo Dolci, maestro di strada



















La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente, i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. [...]

Partinico, tuttavia, non è l'unico né il più avvilente palcoscenico dell'infelicità siciliana. C'è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di slum che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell'area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia).

Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt'altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. […]

Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l'attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. [...] Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d'opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione) a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l'ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

la Repubblica | 16 Dicembre 2013 


 




















Danilo Dolci
Inchiesta a Palermo
Sellerio, 2013
euro 18


Temporale notturno (Le illusioni d'Itaca, 8)



Dove il nostro marinaio comprende che vivere significa prima di tutto accettare se stessi, le proprie contraddizioni e debolezze. (Ottavo capitolo de Le illusioni d'Itaca)

Giorgio Amico

Le illusioni d'Itaca

8. Temporale notturno



Si svegliò a metà della notte. Era madido di sudore. Fuori il tempo era cambiato. Subito dopo la mezzanotte si era levato un gran vento. Vento di Ponente dalla Linguadoca lontana, aria di tempesta che portava con se la pioggia. Così almeno dicevano i vecchi.

Aveva sete. Si alzò a bere. Poi tornò a letto, si accese una sigaretta e si mise a fumare nel buio della stanza.
  • Cos'era che gli rendeva così difficile accettare il mondo? - si chiedeva aspettando quella pioggia che non arrivava.
Per anni il mare e il bere erano state il suo rifugio. Poi aveva trovato riparo nella scrittura. Lo scrivere lo aveva salvato dall' ansia che si portava dentro. Sulla pagina bianca si erano materializzati i fantasmi che abitavano la sua mente, che rendevano frenetiche le sue notti. Lo scrivere era servito a esorcizzarli, ma non per sempre. In quella notte, mentre fuori il vento si era ancora alzato e faceva sbattere gli scuri, li sentiva tutti presenti nel buio attorno a sé. Presenze fastidiose che venivano da lontano.

Sentì d'improvviso crescere dentro di sé il desiderio di alzarsi e fuggire.
  • Subito. Adesso. - si disse - Andarsene via da lì, fuggire da quella casa. Tornare da dove era venuto.
Non ci sarebbe voluto molto a fare la valigia e ad andare via. Da sempre si era abituato a muoversi con appena lo stretto necessario. Gli venne di pensare che era sempre stato pronto alla fuga. Che tutta la sua vita era stato solo un continuo fuggire da sé stesso. Un eludere i problemi. La ricerca incessante di un altrove. Il sogno continuo di un domani che allontanasse il dolore dell’oggi.

Il pensiero improvviso di Giulia lo trattenne. Il pensiero di Giulia e la consapevolezza che al termine di quella ennesima fuga non ci sarebbe stata ad attenderlo (lo aveva ormai ben chiaro nella mente) quella liberazione da sempre tanto agognata, ma una nuova più feroce servitù, un'insoddisfazione ancora più grande. E poi, liberazione da chi ? Da cosa ?

Una inquietudine antica lo aveva ripreso e lo divorava. Smaniava contro le catene che negli anni si era forgiato con le sue stesse mani. Una cosa di certo sapeva: questa sua vita erratica e caotica, che pure in qualche modo aveva fino ad allora amato, non assomigliava in nulla a quella libertà tanto sognata negli anni brucianti della gioventù. Così disperatamente cercata anche dopo aver superato quella sottile linea d’ombra che ad un tratto segna l’ingresso nell’età matura. Quando giunge il momento delle scelte definitive.

Fu d'improvviso consapevole che quei pensieri disordinati rappresentavano una muta richiesta di aiuto, la cosa che più si avvicinava ad una preghiera. Da tempo non credeva più, ma forse non era mai stato davvero religioso, neppure da bambino. Il suo, semmai era stato un cattolicesimo imposto, una religiosità cupa, fatto di rituali incomprensibili, intessuta di paura. Paura del peccato, paura della perdizione, paura della morte. Ripensò ai preti della sua infanzia. Uomini grigi, schiacciati dalla solitudine, sconfitti dalla vita. Nessuno di loro gli aveva mai spiegato cosa fosse veramente la fede, ma il senso del peccato, quello si che glielo avevano istillato fino a schiacciarlo. Non c'era nel loro mondo perdono, né possibilità di salvezza.
  • Siamo testardi nel peccare, vili nel pentimento. - pensò - Il vecchio Baudelaire aveva capito tutto.
Era come se l'incontro con Giulia lo avesse svuotato di ogni energia. Fino ad allora aveva avuto la forza di vivere da solo. Di bastare a se stesso. Di andare avanti, nonostante tutto e tutti se necessario. Adesso non se ne sentiva più capace e questa sensazione nuova lo faceva sentire debole, vile. O, meglio, simile nella sua miseria a tutti gli altri esseri umani. Per anni aveva creduto di aver raggiunto un punto di equilibrio che ora gli si rivelava niente altro che una pietosa illusione.



Si ritrovò a pensare che in fondo l'aveva sempre saputo, anche se prima di quel momento non aveva mai voluto ammetterlo neppure a se stesso. Tutto il suo scrivere, i libri pubblicati, la fama, che pure era venuta, non gli avevano insegnato nulla di più di quello che già dall'inizio sapeva, che ogni uomo sapeva. Doveva imparare a convivere con se stesso. Era questo che Giulia aveva cercato di dirgli prima di lasciarlo.

  • É più la gente che odia che quella che ama. - si disse - Questo è il problema. Non siamo più capaci di vivere con gli altri perché non riusciamo più ad accettare noi stessi. Se lo fossimo, la vita non sarebbe poi una cosa così terribile.
Si alzò di nuovo a bere, ma niente poteva placare la sua sete. Dal bosco dietro la casa giungevano i rumori della notte. E ancora pensava ai luoghi che aveva visto, alla gente che aveva incontrato. Povera gente stanca, segnata dalla vita.

Aucels portats dal vent… peisses dins la corrent… indians per la colino

Dicevano così i versi di una canzone di Sergio Berardo, l'ultimo dei grandi cantaires occitani. Si mise sottovoce a ripeterne una strofa, quella che ricordava meglio. Nelle orecchie il suono della fisarmonica e della ghironda.

Mas venarè la reina di
autopistas
e nos fasarè montar encar
un bot
si vituras coloràas
via d’i prats e la melia
la promessa d’aquel temp
sem aucels portats dal
vent
sem de peisses dins
la corrent

(Verrà ancora la regina delle/ autopiste/ e ci farà salire ancora/ una volta/ sulle macchine colorate/ via dai prati e dalla meliga/ la promessa di quel tempo/ siamo uccelli portati dal vento/ siamo pesci nella corrente)
  • La vita è fatta di opposti – si disse - Amore e odio. Desiderio e indifferenza. Ricordo e oblio. Piacere e sofferenza. Nulla è veramente come appare.
Tante domande gli si affollavano nella mente. Era questa solitudine la felicità che cercava? Questo errare inquieto era la vita che voleva? Tante domande e nessuna risposta. Ma poi, c’era qualcuno davvero in grado di spiegare il mistero antico dell’esistere? Sottile come una lama, il dolore cresceva dentro di lui.

Aprì la finestra: nell'oscurità l'aria era satura di umidità.
  • Sta per piovere. - Disse tra sé.
Il vento agitava le foglie degli alberi dietro la casa. Poi iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia e tutto il bosco d'improvviso prese a risuonare di quel ticchettio. In breve fu tempesta. I lampi illuminavano la vallata mentre l'acqua veniva giù a scrosci. Il temporale si faceva sempre più violento. Ora pioveva a dirotto. Grosse gocce battevano contro la finestra, tambureggiavano sulle lose consunte del tetto, scivolano sul terreno arso dall'estate che le assorbiva avido. Più che la violenza della pioggia o il rombare cupo dei tuoni lo turbava il rumore dell'acqua che correva giù lungo il sentiero. Aveva la sensazione di non controllare più il suo corpo, di essere in balia di quegli elementi scatenati, simile alle foglie che la corrente trascinava a valle lungo il viottolo divenuto torrente.

Poi, improvvisa come era sorta, la tempesta cessò. In piedi sull'uscio osservava lampi lontani rischiarare il cielo oltre la linea dell'orizzonte.

Si addormentò all'alba che il giorno già si levava.


(continua)


lunedì 30 dicembre 2013

Se noi siamo le vite degli altri. A proposito dell'ultimo libro di Remo Bodei



Davvero siamo... come tronchi d’albero sulla neve.

Maurizio Ferraris

Se noi siamo le vite degli altri



Fantasticare e pensare la vita secondo delle trame narrative scandite da ascese, cadute e resurrezioni. Rimpiangere quello che non siamo stati e ciò che non abbiamo fatto, dal massimo delle scelte professionali e sentimentali al minimo delle ordinazioni al ristorante. Immaginarsi altri mondi e farsi i fatti altrui. Essere riconosciuti e riconoscere. Tutto questo fa parte della nostra vita normale, e quando Nietzsche disse di essere «tutti i nomi della storia» (e che la coscienza è «la voce del gregge che è in noi») mise in luce enfaticamente questo stato di cose.

Se infatti guardiamo ai primi ricordi della nostra vita noteremo che, insieme a sensazioni (l’odore di certe medicine, famigliari, compagni di scuola) si mescolano inestricabilmente con ricordi di letture, cose viste, in certi casi persino immaginazioni o incubi. Il nostro essere noi stessi — ecco la tesi fondamentale dell’ultimo libro di Remo Bodei, Immaginare altre vite— è intessuto dalla narrazione delle vite degli altri. Non nel senso di spiare o inquisire, ma proprio nel senso, banale, che quello che noi siamo è il risultato di modelli che ci vengono dall’esterno, ed è questo il motivo per cui nella formazione degli esseri umani l’educazione — che, in quella che si chiama “formazione umanistica” consiste essenzialmente nella narrazione di vite vere o immaginarie — e l’imitazione di modelli e comportamenti rivestono un ruolo così importante.
L’uomo è un essere “intrinsecamente narrativo”, come suggerisce il titolo dell’autobiografia degli anni giovanili di García Márquez: Vivere per raccontarla.

Una parte importante della nostra vita come esseri riflessivi si impegna, in modo più o meno consapevole, a rendere accettabile la trama di un racconto, che da giovani è proiettato verso il futuro (e dunque è in buona parte intessuto di proiezioni e di immaginazioni di vite altrui), mentre da vecchi è fatta di rattoppi, cancellature, riscritture. Ecco che cosa ha spinto un uomo a dipingere degli animali sulle pareti di una caverna e, a maggior ragione, altri a guardare come in qualche modo significativi quei raddoppiamenti della realtà. Una narratività che si moltiplica con la crescita di registrazioni, immagini, racconti, in cui consiste lo sviluppo della cultura. E che adesso raggiunge il massimo evolutivo, in quel complicato intreccio di realtà e immaginazione che viene offerto dal mondo del web.

Se le cose stanno in questi termini — questo il suggerimento di Bodei — bisognerebbe correggere una immagine ingenua con cui rappresentiamo il nostro comportamento, come se fosse animato da un istinto immune e originario. È vero l’inverso: i bisogni e le aspirazioni vengono dall’esterno, appunto dai modelli che abbiamo avuto o dalle regole con cui ci siamo confrontati e che inizialmente abbiamo seguito in forma irriflessa.

Rari sono i casi in cui diventiamo consapevoli di questo processo. E ancora più rari sono i casi in cui quello che siamo ci basta. Così, la nostra coscienza si presenta come unpat-chwork in cui giocano un ruolo essenziale i nostri modelli, consapevoli e inconsapevoli, per cui quello che siamo è costituito in maniera rilevante da ciò che vorremmo essere. Non si tratta di un paradosso, ma della condizione normale della coscienza.

A questo punto, la buona domanda non è tanto quanto dobbiamo agli altri, alla fantasia e alla narrazione, ma come facciamo a evitare la sensazione pirandelliana di essere uno, nessuno e centomila. E qui la risposta, che Bodei trae dall’idealismo tedesco e dalle sue riletture contemporanee ma che forse può essere situata ancora più indietro, in quello che i mistici medioevali chiamavano fundus animae, è l’opacità, la resistenza alla comprensione e alla trasformazione.

Abituati a immaginare altre vite e a credere di sapere benissimo come si sentiva Cesare alle Idi di marzo, scopriamo che per quello che ci riguarda non siamo affatto un libro aperto. E che la metafora che ci si attaglia di più è casomai quella di una brevissima novella di Kafka: «Siamo... come tronchi d’albero sulla neve. Questi giacciono lì solo apparentemente e con una piccola spinta dovrebbe essere possibile spostarli. Invece no, non si può, perché sono attaccati saldamente al terreno».


(Da: La Repubblica del 29 dicembre 2013)


Remo Bodei
Immaginare altre vite
Feltrinelli, 2013
22 euro



Fitzgerald l'impietoso. Good Luck and Good­bye

Francis Scott Fitzgerald con la moglie Zelda


















Classici moderni. Tra speranze ereditate e delusioni inattese, l'autobiografia dello scrittore americano osteggiata dal suo editor e da Hemingway, che tuttavia non esitò a servirsene.

Luca Briasco

Fitzgerald l'impietoso


Dal 2010, quando, a settant'anni dalla morte dell'autore, le opere di Fran­cis Scott Fitz­ge­rald sono uscite fuori diritti e sono dive­nute pub­bli­ca­bili ad libi­tum da qua­lun­que edi­tore, il cor­pus non vastis­simo della sua pro­du­zione è stato oggetto di un vero e pro­prio sac­cheg­gio. I suoi romanzi (quat­tro in tutto, più l'incompiuto The Last Tycoon), come anche le rac­colte più signi­fi­ca­tive di rac­conti, sono stati pub­bli­cati in diverse edi­zioni; alcune delle nuove tra­du­zioni – pro­fon­da­mente neces­sa­rie, come del resto lo sono state e lo sareb­bero per gli altri mae­stri della nar­ra­tiva ame­ri­cana degli anni venti e trenta, da Stein­beck a Faul­k­ner, da Cald­well all'ancora «intonso» Heming­way – hanno con­sen­tito di ammi­rare la mae­stria sti­li­stica, la ric­chezza di regi­stri, l'ironia tra­gica che, troppo spesso disperse nel pas­sag­gio dall'originale al testo ita­liano, fanno di Fitz­ge­rald un mae­stro, e della sua lin­gua e del suo stile – come ebbe modo di scri­vere T. S. Eliot in una let­tera all'autore, all'indomani della pub­bli­ca­zione de Il Grande Gatsby – «il primo passo avanti che la nar­ra­tiva ame­ri­cana ha com­piuto dai tempi di Henry James».

Man­cano ancora all'appello un'edizione com­pleta e ragio­nata dei rac­conti, che Fitz­ge­rald scri­veva spesso di gran fretta e senza par­ti­co­lare cura, attratto dalla pos­si­bi­lità di incas­sare in tempi rapidi il denaro neces­sa­rio a soste­nere e ali­men­tare il suo leg­gen­da­rio e dispen­dioso stile di vita, e una rac­colta dei saggi e degli scritti auto­bio­gra­fici che affidò ad alcune delle rivi­ste più popo­lari della sua epoca, dal Satur­day Eve­ning Post a Esquire. Men­tre per l'edizione dei rac­conti si dovrà atten­dere ancora (negli Stati Uniti come in Ita­lia), gli scritti «per­so­nali» di Fitz­ge­rald diven­gono ora dispo­ni­bili gra­zie a una ammi­re­vole ini­zia­tiva dell'editore Don­zelli, che ha deciso di seguire alla let­tera l'impostazione della edi­zione Cam­bridge, curata da James L. W. West III.

Il volume, ben tra­dotto da Mau­ri­zio Bar­tocci, si inti­tola Good Luck and Good­bye Le pagine che rac­con­tano la mia vita (pp. 362, euro 23,00), ed è cor­re­dato da un det­ta­glia­tis­simo glos­sa­rio, che con­sente al let­tore di orien­tarsi nei det­ta­gli di un mondo, quello dell'Età del Jazz, tante volte can­tato da Fitz­ge­rald, ma anche degli «espa­triati», tra Parigi e la Riviera fran­cese, che appar­tiene ormai al passato.

Per com­pren­dere quanta impor­tanza Fitz­ge­rald attri­buisse alla sua pro­du­zione sag­gi­stica e auto­bio­gra­fica, è suf­fi­ciente leg­gere la «Nota dell'editore» con cui si apre Good Luck & Good­bye, e che rias­sume e sin­te­tizza fatti noti nei minimi det­ta­gli a chi abbia avuto la ven­tura di leg­gere la bel­lis­sima bio­gra­fia che Andrew Berg ha dedi­cato a Max­well Per­kins, sto­rico edi­tor di Scribner's e amico per­so­nale, oltre che dello stesso Fitz­ge­rald, di altri mae­stri della nar­ra­tiva ame­ri­cana come Heming­way e Tho­mas Wolfe.

Fu l'autore a pro­porre a Per­kins, già nel mag­gio del 1934, all'indomani della pub­bli­ca­zione di Tenera è la notte, una rac­colta dei suoi scritti auto­bio­gra­fici. Pro­po­sta che fu rei­te­rata nel marzo del 1936, men­tre su Esquire usci­vano i tre arti­coli («Il crollo», «Incol­lare i pezzi» e «Maneg­giare con cura») ribat­tez­zati da Fitz­ge­rald «Tri­lo­gia del fal­li­mento», e ancora il 2 aprile del 1936, con tanto di indice ragio­nato degli arti­coli da inclu­dere, ed even­tuale ordine di pubblicazione.

La rea­zione di Per­kins, già tie­pida nel 1934, fu viep­più nega­tiva nel 1936: è molto pro­ba­bile che la valu­ta­zione dell'editor, più che a dubbi sulla qua­lità let­te­ra­ria del volume, fosse legata alla pre­oc­cu­pazione che una rac­colta di saggi così inten­sa­mente per­so­nali disto­gliesse l'attenzione del pub­blico del magi­stero sti­li­stico di Fitz­ge­rald, per con­cen­trarla sugli aspetti più con­tro­versi di un'esistenza vis­suta peren­ne­mente sull'orlo del bara­tro, tra spese folli, derive alco­li­che, crisi fami­gliari, obnu­bi­la­menti crea­tivi. Del resto, già la pub­bli­ca­zione del «Crollo» aveva susci­tato scan­dalo, pro­vo­cando una rea­zione for­te­mente nega­tiva soprat­tutto da parte di Heming­way, che rim­pro­verò all'amico-rivale di aver espo­sto i pro­pri panni spor­chi in pub­blico: salvo poi sfrut­tare egli stesso le pagine di quell'impietoso auto­ri­tratto, dedi­cando al «povero Scott», e alla sua osses­sione per i ric­chi, un cru­dele cameo den­tro il suo grande rac­conto afri­cano «Le nevi del Kilimangiaro».

Fitzgerald con Hemingway

















Lette oggi, alla giu­sta distanza dalle pole­mi­che, le riva­lità e gli attac­chi gra­tuiti nei quali si con­sumò in via defi­ni­tiva il rap­porto tra due mae­stri del romanzo ame­ri­cano, le tre parti della «Tri­lo­gia del fal­li­mento» appa­iono un pic­colo capo­la­voro di pene­tra­zione psi­co­lo­gica: un auto­ri­tratto impie­toso e privo di com­pia­ci­menti, nel quale Fitz­ge­rald accetta di met­tersi a nudo e fa di se stesso e dei pro­pri ripe­tuti passi falsi l'epitome di un paese e di una gene­ra­zione che, come egli afferma in uno degli ultimi saggi di que­sta rac­colta, essendo «pre­bel­lica e post­bel­lica allo stesso tempo», si tro­vava ad aver ere­di­tato due mondi: «quello della spe­ranza, nel quale era­vamo stati gene­rati, e quello della delu­sione, che ave­vamo ben pre­sto sco­perto per conto nostro».

La coe­si­stenza con­trad­dit­to­ria tra spe­ranza e delu­sione, roman­ti­ci­smo e cini­smo, sogno e disper­sione di sé, rap­pre­senta la costante che acco­muna tutti gli arti­coli rac­colti in Good Luck & Good­bye, e ne spiega la straor­di­na­ria mobi­lità e ric­chezza di tona­lità e regi­stri. Si alter­nano, con un effetto di com­ples­sità e armo­nia al con­tempo, pagine di feroce pene­tra­zione e sot­ti­gliezza e altre irre­si­sti­bil­mente comi­che nell'esaminare gli eccessi e le illu­sioni di una gene­ra­zione che sem­bra tro­vare nella fami­glia Fitz­ge­rald il suo ideale punto di sin­tesi. Pro­prio per­ché impie­toso prima di tutto con se stesso, lo scrittore-saggista può rivol­gere le pro­prie armi acu­mi­nate anche verso il mondo che lo cir­conda; rac­con­tare le sma­nie di suc­cesso e le ambi­zioni dei nuovi ric­chi tra­scor­rendo nel giro di poche righe dalla fasci­na­zione alla cri­tica al ribrezzo, e senza mai per­dere un'oncia di cre­di­bi­lità; ridere di sé e della pro­pria vita e ripen­sarla con la nostal­gia di chi ha molto sognato, e molto per­duto. È dif­fi­cile tro­vare in qua­lun­que altro libro sui rug­genti anni venti una simile capa­cità di com­pren­sione e di ana­lisi che, nel caso di Fit­ge­rald e per quanto para­dos­sale possa appa­rire, è resa ancor più intensa dal fatto di essere stato parte inte­grante di quel mondo, suo cori­feo e cantore.

Pur nella loro varietà, i saggi di Good Luck & Good­bye man­ten­gono un livello qua­li­ta­tivo quasi sem­pre altis­simo. Cia­scuno potrà rin­trac­ciare all'interno del volume la pro­pria vena pre­fe­rita, e optare, oltre che per la tri­lo­gia del fal­li­mento (che a distanza di anni rimane una tappa irri­nun­cia­bile per «capire Fitz­ge­rald»), di volta in volta per le esi­la­ranti pagine dedi­cate alla dif­fi­coltà di essere ric­chi («Come vivere con 36.000 dol­lari all'anno» e «Come vivere pra­ti­ca­mente con niente»); per le magni­fi­che auto­bio­gra­fie «in pil­lole», rico­struite a par­tire dai cock­tail ingur­gi­tati, gli alber­ghi fre­quen­tati o i beni accu­mu­lati nel corso degli anni e offerti all'incanto (rispet­ti­va­mente, «Una breve auto­bio­gra­fia», «Accom­pa­gna il signore e la signora F. al numero...» e «All'asta – Modello 1934»); per i saggi nei quali si fa luce, con grande acume, sulla scena let­te­ra­ria e cul­tu­rale con­tem­po­ra­nea («Come spre­care mate­riale», «Una nota sulla mia gene­ra­zione» e «Ring», tra gli altri).

Ma nes­suno potrà fare a meno di sof­fer­marsi, incan­tato, sulle rie­vo­ca­zioni nostal­gi­che di New York («La mia città per­duta») e dei pro­pri esordi di scrit­tore e di uomo, che in «Primi suc­cessi», magni­fico scritto del 1937, rag­giun­gono i toni pro­fon­da­mente com­mo­venti di chi, guar­dando a ritroso «nella mente di un gio­vane che aveva per­corso le strade di New York con le suole di car­tone», rie­voca il periodo troppo breve «nel quale io e lui era­vamo una per­sona sola, quando il futuro appa­gato e il pas­sato malin­co­nico si fon­de­vano in un unico mera­vi­glioso momento – quando la vita era let­teral­mente un sogno».

il manifesto | 29 Dicembre 2013



Francis Scott Fitzgerald
Good Luck and Good­bye
Le pagine che rac­con­tano la mia vita
Dozelli, 2013
euro 23,00


Giulia (Le illusioni d'Itaca, 7)



Il marinaio senza nome scopre che l'irrompere improvviso del passato non lascia indenni.(Settimo capitolo de Le illusioni d'Itaca)

Giorgio Amico

Le illusioni d'Itaca

7. Giulia


Lei giunse a notte inoltrata, quando ormai quasi disperava di vederla. Nel silenzio notturno della collina le tenebre l'avvolgevano come un manto stellato ed i suoi occhi sfolgoravano di una luce che lui non le aveva mai visto.
  • Sono qui - gli disse.
Non ci fu bisogno d'altre parole. Fecero l'amore subito. Ma piano, senza affanno, totalmente persi nell'innocenza di quei gesti antichi, di quel rituale senza tempo.

Dopo, steso accanto a lei sul letto sfatto, una sigaretta fra le dita, con gli occhi socchiusi lui la guardava e il suo sguardo indugiava sui suoi seni pieni, seguiva con tenerezza le rughe del suo volto, contava i primi, radi, fili grigi nei suoi capelli. Giulia gli sembrava bellissima, come mai prima gli era apparsa. Neppure negli anni più pazzi della loro giovane felicità.

Lei parlava e la sua voce sembrava venire da tanto lontano che egli la udiva a malapena. Stretto a lei, la sentiva raccontare di amori finiti, di storie andate male, di speranze deluse e intanto le accarezzava con dita lievi i capelli. Una dolcezza sconosciuta lo aveva afferrato. I suoi pensieri si muovevano lenti come le nuvole che nei giorni senza vento increspano l'azzurro del cielo sopra gli ulivi argentati, come le onde tremule che baciano il mare nei giorni di bonaccia. Intanto dalle profondità frondose del bosco il rumore del vento fra gli alberi era diventato un canto che dolcemente li cullava.

Gli parve di aver dormito un'eternità. Guardò l'orologio sul comodino: erano solo le cinque. Accanto a lui, Giulia respirava calma, la bocca un poco aperta. Aveva sul volto l'espressione serena di una bambina. Si alzò, andò alla finestra e l'aprì. Nel bosco il mattino schiariva nel canto degli uccelli.

Ci si abitua presto alla gioia, così come all'angoscia e alla disperazione. Si sentiva pacificato. Un sonno greve lo prese di nuovo. Quando si risvegliò era mattino inoltrato, fuori nel sole Giulia cantava sottovoce. Era la prima volta da tanto tempo che la sentiva cantare e ne restò turbato. La giornata era limpida. Dietro la casa api dorate danzavano ronzando nei fiori del rosmarino. Incominciò a farsi la barba, mentre in cucina lei trafficava a preparare le tazze per la colazione.

Seduti a tavola, sbocconcellavano lentamente gli avanzi di cibo che la madia conservava dai giorni precedenti.
  • Scusami, - lui le disse - non ho molto da offrirti.
  • Non importa, una cosa vale l'altra.
  • Non andare via, - riprese lui - resta qui.
  • Non credo sia una buona idea, lasciami andare, ti prego.
Lui provò a dire qualcosa. Un dito sulle labbra, lei gli fece segno di tacere.

Si fece silenzio tra loro. Un moscone ronzava nella stanza, volava attorno al tavolo, poi, attirato dalla luce, si incaponiva contro il vetro della finestra alla ricerca di un'impossibile via d'uscita. Giulia lo fissava con un'espressione enigmatica sul volto. Poi si alzò e andò in camera. Ne uscì perfettamente vestita, preparata per andarsene. Lui capì che niente sarebbe servito a fermarla, che non c'erano parole che potessero trattenerla. Lei gli si avvicinò e lo baciò. La sua bocca sapeva ancora di caffè. Lui le prese la mano. Dolcemente lei si divincolò.
  • Non essere triste, è giusto così - gli disse- Lo sai anche tu.
Ricacciò indietro le parole che gli erano salite alle labbra. Sapeva che Giulia aveva ragione, che le cose stavano proprio così. E d'altronde cosa avrebbe potuto pretendere, dopo tanto tempo.

Dalla soglia stette a guardarla allontanarsi in direzione del paese. Non distolse gli occhi da lei finché la sua figura snella non scomparve dietro la svolta del sentiero, allora lentamente rientrò in casa. L'inverno era di nuovo nel suo cuore e, mentre il giorno intristiva nel lento stagnare delle ore, anche il pianto era poca cosa.



Doveva fare qualcosa. Sentiva il bisogno di sfogarsi. Di scaricare in qualche modo l’amarezza che si sentiva crescere dentro. Dopo il pasto del mezzogiorno (pochi bocconi trangugiati in fretta), si avviò verso il passo in cima alla montagna. Il piccolo sentiero saliva ripido attraverso il bosco prima fitto, poi sempre più rado finché, finiti gli alberi ci si ritrovava allo scoperto sotto il sole cocente. Incominciò a salire. Sotto di lui vedeva la sua casa e sul vecchio tetto il gallo di latta che annunciava il vento. Quando il vento spirava dalla costa, su nella casa sotto la montagna si sentiva il profumo del mare. Era un odore acre che inebriava. Nei giorni ventosi quei luoghi cambiavano d'aspetto: sotto la sferza del vento di levante si agitavano convulse le chiome degli alberi e il monte pareva prendere vita, scuotersi, tremolare.

Quel giorno non c'era vento e il cielo rideva sopra la montagna sassosa. Saliva un passo dopo l'altro, nella calura del meriggio, talvolta appoggiandosi ad un masso e la croce arrugginita sulla vetta gli appariva come un miraggio nella luce intensa. Poi il sentiero terminò: davanti a lui una sfilata a perdita d'occhio di monti azzurrini, i monti di Francia. Amava quelle creste lontane che avevano per lui il sapore aspro della libertà e i contorni sfumati del sogno. Un cielo azzurro le sovrastava, tanto limpido da far male. Un annuncio di quel cielo di Provenza che aveva imparato a conoscere da giovane e che da allora non gli era più uscito dal cuore, simile ad un richiamo ossessivo, a un canto di sirene. Dietro quei monti, lo sapeva, c'era la valle del Rodano con le sue vigne e le sue città dal candore accecante: Avignone, Arles, Aix. E più sotto ancora la Camarga dei gitani, dei cavalli e dei tori. Terra di poeti e di pittori, terra di vento e di fuoco. Pensò a Mistral e ai troubadoures di un tempo, pensò ai cantori della rinascita occitana. Gli tornarono in mente i versi crudeli di Emile Bonnel, quello che più di tutti amava:

Entre la mar d'aigo
e lou desert di vigno
sus lou pelagnas
Ounte se courduron
li doua desesperanço,
l'alo di flamen
uiausso de sang


("Fra il mare d'acqua/e il deserto di vigne,/sulla vasta distesa/dove s'intrecciano/le due disperazioni,/ l'ala degli aironi/lampeggia di sangue")



Delle sue vite precedenti non era rimasto niente. Niente. Solo ricordi. Da giovane gli piacevano le vie malfamate, i locali sordidi. Perdersi nella confusione e nel rumore. Ricordava ancora la prima volta che era stato a Genova. Ebbro di sole, si era immerso nei vicoli di Pre, richiamato dall'afrore del mare. Mescolato agli operai del porto, alle puttane e ai venditori di sigarette in via del Campo si era sentito finalmente a casa. Gli ritornavano alla mente gli odori di Lisbona, la luce bianca sulla città, le torri squadrate della cattedrale e il minuscolo Bico do Espiritu Santo dove aveva abitato. Riandava alla notte in cui, incantato dagli occhi neri di una fadista, si era battuto con un marinaio ubriaco in un vicolo dietro l'Igreja de S. Roque, su tra il Chado e il Bairro Alto e poi, ancora ansante, si era andato a sedere ad un tavolino del Caffè Brasileira, proprio accanto alla statua di Pessoa, a fianco degli intellettuali, dei gay e dei turisti in cerca di emozioni.

Gli anni erano passati e lui con loro, morendo un poco ogni giorno, cambiando nell'animo. Era il silenzio ora ad attirarlo, il respiro profondo del tempo al di là di ogni illusione/rappresentazione. Rivedeva lo spicchio di mare in fondo alla viuzza di Bastia sotto le mura della cittadella genovese e la grande nave bianca che dalla sua finestra un mattino aveva visto passare come un gabbiano di sogno che fluttuasse nell'aria. Ripensava alle verdi vallate d'Occitania, ai borghi silenziosi, ai pascoli alti, alle danze frenetiche, ai libri di Fontan che parlavano di un popolo dimenticato che non voleva morire.

Luoghi dove era stato, dove aveva amato, dove si era sentito bene. Luoghi del suo passato, stanze della memoria. Questo e poco altro gli era rimasto. Desiderio di morire, volontà di vivere: a questo dilemma si era ridotta la sua vita Una sete di infinito, di intensità, di assoluto lo consumava.

Attese che calassero le prime ombre, poi incominciò a scendere. Giù in fondo la lunga linea bianca della costa si intravedeva appena. Puntuale si accese ad occidente la prima stella. Il canto solitario di un uccello lo accolse nel bosco che la brezza serale come un brivido scuoteva a preannunciare la notte. Tra gli alberi faceva caldo. Dai sentieri non più battuti emanava forte l'odore delle felci.

Assorto nei suoi pensieri, le spalle ingobbite, continuava ad andare giù per il sentiero che portava alla sua casa. Nulla rimaneva della sua giornata. Nulla. E mentre una brina gelida afferrava il suo cuore, egli rendeva silenziosamente grazie del fatto che anche quella giornata si fosse finalmente consumata.


(continua)

domenica 29 dicembre 2013

Foa e Natoli, la sinistra critica



L'uscita quasi in contemporanea di scritti di Ingrao, Magri, Rossanda, Pintor (e ora Natoli e Foa) se da un lato ci conferma che un'epoca storica si è definitivamente chiusa, dall'altra permette una considerazione più attenta della storia politica del movimento operaio italiano al di là di sterili mitizzazioni o interessate demonizzazioni. Per questo davvero la lettura di questi materiali può illuminare le contraddizioni del presente.

Alessandro Portelli

Foa e Natoli, la sinistra critica

Nel 1994, Vit­to­rio Foa e Aldo Natoli, due delle figure più alte della sto­ria della sini­stra in Ita­lia, si sedet­tero davanti a un regi­stra­tore e comin­cia­rono a rac­con­tare – o meglio, Vit­to­rio Foa invitò Natoli a rac­con­tare, accom­pa­gnan­dolo con il con­trap­punto di domande e com­menti mai intru­sivi, sem­pre rifles­sivi, in un intrec­cio dia­lo­gico di con­di­vi­sione e di diver­sità. Ave­vano rispet­ti­va­mente 84 e 81 anni, da tempo ave­vano rio­rien­tato l'impegno poli­tico di una vita verso la ricerca sto­rica e la rifles­sione poli­tica, con esiti memo­ra­bili, dalla Geru­sa­lemme riman­data di Foa all'Anti­gone e il pri­gio­niero di Natoli; ma la con­ver­sa­zione fra i due non è una sem­plice rivi­si­ta­zione del pas­sato, bensì un ragio­na­mento a tutto campo che illu­mina le con­trad­di­zioni del presente.

Come ogni sto­ria orale che si rispetti, infatti, anche que­sta con­ver­sa­zione è un docu­mento sul pas­sato, ma è soprat­tutto un docu­mento del pre­sente: il rac­conto — Vit­to­rio Foa / Aldo Natoli, Dia­logo sull'antifascismo il Pci e l'Italia repub­bli­cana (Edi­tori Riu­niti, pp. 303, euro 23) — comin­cia con l'infanzia mes­si­nese di Aldo Natoli, e ne per­corre tutta la vita fino al momento del col­lo­quio, finendo per farci capire molte cose sulla crisi morale prima che poli­tica, che la sini­stra attra­ver­sava allora e che è andata peg­gio­rando fino ad oggi.

Abbiamo vis­suto un buon quarto di secolo ormai assil­lati da lea­der che, dopo una vita pas­sata fra una carica di par­tito e l'altra, ci spie­ga­vano che non erano mai stati comu­ni­sti e che quella era una sto­ria di orrori che non li riguar­dava. Ci sono voluti dei non comu­ni­sti come Vit­to­rio Foa (e penso anche a certe cose di Bob­bio dopo l'89) per resti­tuire a que­sta sto­ria l'ascolto e il rispetto senza i quali non capiamo non solo la sini­stra, ma tutta l'Italia moderna. E ci vogliono comu­ni­sti come Aldo Natoli, che que­sta sto­ria l'hanno vis­suta fino in fondo con par­te­ci­pa­zione cri­tica e appas­sio­nata, per resti­tuir­cene il senso soprat­tutto morale. Ascol­tare que­ste pagine (arric­chite da accu­rate note e pro­fili bio­gra­fici dei cura­tori, Anna Foa e Clau­dio Natoli) riem­pie di orgo­glio per­ché abbiamo avuto fra noi com­pa­gni di que­sta gran­dezza, di smar­ri­mento (che cosa resta senza di loro?), di rim­pianto per non averli ascol­tati abba­stanza, di pena per averli lasciati soli.

Vittorio Foa























Come ogni serio lavoro di memo­ria, que­sta inter­vi­sta intrec­cia due punti di vista –l'intervistato e l'intervistatore – e due momenti del tempo: il punto di vista «di allora» e il punto di vista di «adesso». Per esem­pio. Par­lando dell'8 set­tem­bre, Foa domanda: «Come alcune cose le vede­vamo allora e come è cam­biata la nostra testa dopo qua­ranta anni di pace?». Quello che mi col­pi­sce è in primo luogo l'uso del plu­rale: Foa si mette den­tro que­sta sto­ria che in modi insieme simili e diversi è anche la sua. Come sem­pre nella gram­ma­tica dell'intervista, è ciò che i due dia­lo­ganti hanno in comune che rende l'intervista pos­si­bile e com­pren­si­bile, ma è la dif­fe­renza che esi­ste fra loro che la rende interessante.

E poi, attra­verso il dia­logo con Natoli, Foa cerca di capire non solo come «è cam­biata la testa» del suo inter­lo­cu­tore, ma anche come è cam­biata la sua: le domande che l'intervistatore rivolge al suo inter­lo­cu­tore le rivolge, ine­vi­ta­bil­mente, anche a se stesso. Natoli, a sua volta, coglie l'opportunità – direi quasi, come in tante delle inter­vi­ste migliori, rac­co­glie la sfida – per ripen­sarsi. Non intende but­tare a mare que­sta sto­ria, non solo sua, ma non fa apo­lo­gia né di se stesso né del par­tito. Ogni volta, davanti a un inter­lo­cu­tore che lo rispetta e lo ascolta, si rimette in discus­sione, spiega le sue incer­tezze, i dubbi, gli errori.

Ne viene fuori, fra l'altro, una sto­ria della sini­stra molto più arti­co­lata, molto più sfu­mata e mobile di quanto non ce l'abbiano rac­con­tata tante volte.

Per esem­pio: a pro­po­sito del patto Hitler-Stalin del 1939, Natoli ricorda di averlo ini­zial­mente soste­nuto come una neces­sità ine­vi­ta­bile – ma ricorda anche le discus­sioni dram­ma­ti­che che por­ta­rono a scis­sioni e scon­tri nel gruppo romano, finendo per lasciarlo iso­lato e in mino­ranza, «in una situa­zione che in qual­che modo con­fi­nava con la dispe­ra­zione»; e rac­conta di avere cam­biato posi­zione dopo la spar­ti­zione della Polo­nia e dopo che l'Internazionale arrivò a dire che i nazi­sti non erano il nemico prin­ci­pale. Foa, a sua volta ripen­sando al se stesso di allora, insi­ste sulla dimen­sione della sog­get­ti­vità, che è poi alla radice della scelte poli­ti­che: «L'impressione che ho avuto io è che i comu­ni­sti, cioè voi, pur appro­vando il Patto, non osten­ta­vate que­sta appro­va­zione, cioè che l'antifascismo, pro­fondo, era domi­nante nel vostro ambito. Mi sba­gliavo o ero nel giu­sto, secondo te?».

Qui mi col­pi­sce, intanto, il «voi comu­ni­sti» – più tardi, par­lando della Resi­stenza, diventa, come abbiamo visto «noi». C'è in que­sto uso dei pro­nomi tutta la com­pli­cata sto­ria dei rap­porti interni alla sini­stra, che nell'intervista si espli­cita poi nel rac­conto sul '48 e il Fronte popo­lare. Ma c'è anche la trac­cia di una dif­fe­renza che si fa comun­que ascolto e rimane rispetto: invece di accu­sare i comu­ni­sti di com­pli­cità con Hitler, Foa (allora azio­ni­sta, poi socia­li­sta) scava sotto la super­fi­cie e ascolta da com­pa­gno. E Natoli: «Io que­sto lo sen­tivo pro­fon­da­mente. Per cui den­tro di me ero con­vinto che gli accordi del Patto non dove­vano riper­cuo­tersi sugli orien­ta­menti non solo teo­rici ma anche pra­tici del movi­mento comu­ni­sta inter­na­zio­nale», cioè sull'antifascismo.

Rossana Rossanda con Aldo Natoli




















La stessa com­ples­sità, lo stesso scavo nelle ragioni e torti di allora, accom­pa­gna tutto il rac­conto di Natoli, dalla svolta di Salerno all'Ungheria, senza nascon­dere il suo con­senso di volta in volta alle scelte del par­tito, eppure dando conto di come que­sto con­senso si faceva sem­pre più fati­coso e la sua rela­zione col par­tito sem­pre meno age­vole. Non ci sono epi­fa­nie, svolte bru­sche: è un pro­cesso gra­duale di cam­bia­mento, e non è nep­pure un pro­cesso lineare – per esem­pio, Natoli non esita a ricor­dare di avere difeso il golpe comu­ni­sta a Praga nel 1948: «In quel momento non è che lo vedessi in modo cri­tico, lo vedevo in senso posi­tivo, a quel tempo io ero asso­lu­ta­mente ligio a quel qua­dro stra­te­gico».

Lo spiega col clima di guerra fredda, con il mon­tare dell'anticomunismo, cioè ci fa capire le ragioni di un errore; ma non per que­sto nega di avere avuto torto. Ma poi si trova a con­durre la sua bat­ta­glia più memo­ra­bile, quella con­tro il «sacco di Roma» negli anni '50, pra­ti­ca­mente da solo, tra il disin­te­resse della diri­genza nazio­nale; o prende gra­dual­mente le distanze da una linea del par­tito che non coglieva le capa­cità di rin­no­va­mento del capi­ta­li­smo e viveva nell'illusione di una suo immi­nente crollo. E, natu­ral­mente, l'Ungheria, quando la distanza comin­cia a farsi incolmabile.

Seguono gli anni delle bat­ta­glie interne al par­tito, Ingrao, Amen­dola, la sco­perta del Viet­nam come modello anche di auto­no­mia poli­tica rispetto all'Urss e alla Cina, l'incontro con la Cina. E di nuovo il dia­logo con Foa, la con­di­vi­sione e le dif­fe­renza. Foa ricorda che «la Rivo­lu­zione cul­tu­rale, per noi, anche per me, solo in parte, è parsa una ban­diera» (e di nuovo il «noi», ma arti­co­lato in un «me»); e Natoli con­clude che «la Rivo­lu­zione cul­tu­rale come tale fini­sce alla fine del 1968 con l'intervento dell'esercito... Alla fine del 1968 il movi­mento di base, che era la carat­te­ri­stica fon­da­men­tale della Rivo­lu­zione cul­tu­rale, viene represso con l'esercito». Ma la Cina resta uno dei suoi inte­ressi prin­ci­pali anche dopo le scon­fitte, i cam­bia­menti, le delu­sioni: «non sono riu­scito a distac­car­mene». E poi la nascita del Mani­fe­sto – rivi­sta, gruppo poli­tico, gior­nale – spe­ranze, crisi, con­di­vi­sioni, dis­sensi, separazioni....

I due inter­lo­cu­tori di que­sto libro sono stati anche pro­ta­go­ni­sti della sto­ria di que­sto gior­nale. Faremmo bene a ricordarcene.

il manifesto | 28 Dicembre 2013



Vittorio Foa-Aldo Natoli
Dialogo sull'antifascismo il Pci e l'Italia repubblicana
Editori Riuniti, 2013
23 euro



Fernando Bandini, l'altra sponda dell'umanesimo



In memoria del poeta vicentino che voleva dare un «senso alle cose» e aveva una fede incrollabile nella parola

Francesco Scarabicchi

Bandini, l'altra sponda dell'umanesimo

Un'incrollabile fidu­cia nella parola era la cosa che mi col­piva di più in Fer­nando Ban­dini, in una parola che fosse, insieme, spe­ciale e comune, tel­lu­rica e quieta, che por­tasse la domanda sulla verità dell'umano e il senso, con­creto e inde­fi­ni­bile, in una «forma», quella della poe­sia, nel ten­ta­tivo di «dare un senso alle cose».

Adesso che dolo­ro­sa­mente parlo di lui all'imperfetto, m'accorgo che il posto vuoto è anche la per­dita di quella «fede» nel verso, che pure si fa ere­dità con­so­li­data di chi si tro­vava «in fiero disac­cordo col tempo», implo­rando le Muse di ria­vere «un'ora dell'antica carità». Nei molti incon­tri avuti in un'amicizia più che tren­ten­nale che ci legava e com­pren­deva la fra­ter­nità con­di­visa per e con Paolo Lanaro, ci si tro­vava al cro­ce­via del cre­derci o del vacil­lare sulla pos­si­bi­lità che la parola potesse ancora cam­peg­giare sul nome comune, illu­mi­nare il buio dei passi, tra arti­fi­cio e natura, dare retta al bam­bino che den­tro di lui «pro­te­sta e si lamenta», soprav­vive «in un corpo / impre­vi­sto ed alieno».

Lo sguardo umile (secondo l'amato Saba) e inter­ro­ga­tivo del fan­ciullo è forse l'unica cer­tezza indi­strut­ti­bile che Ban­dini ha difeso ed affer­mato lungo tutto il sen­tiero dell'esistere, che ha por­tato con sé nel silen­zio; quello sguardo ha veduto la Sto­ria attra­ver­sata dalle sue gio­vani gambe, testi­mone dello stra­zio e della gra­zia, affian­cando l'adulto e poi il vec­chio, sem­pre sul pre­ci­pi­zio delle righe, dei versi, affac­ciato paso­li­nia­na­mente sull'abisso segnato da un agget­tivo che a Ban­dini per­tiene più di chiun­que altro, «inge­nuo», nell'accezione eti­mo­lo­gica che lo vuole nobile, degno, sin­cero, libero.

Ban­dini ha testi­mo­niato la fedeltà ad un uma­ne­simo che fosse l'altra sponda del reale pri­vato e civile, della sua cru­deltà e vio­lenza, del suo sfre­gio, delle sue lesioni; via via, la sua poe­sia ha assunto anche la fisio­no­mia rico­no­sci­bile e forte di un atto poli­tico, di una presa di posi­zione morale con­tro l'immoralità cinica che lavora per can­cel­lare Sto­ria e memo­ria ed è, nei fatti, l'esecutore che agi­sce su man­dato del nulla. Ho capito il suo dise­gno quando ho lavo­rato alla com­po­si­zione di un libretto pre­zioso apparso, sotto l'insegna de L'Obliquo di Bre­scia di Gior­gio Ber­telli, nell'aprile 2010, Quat­tor­dici poe­sie con tre note di Pie­tro Gibel­lini, Mas­simo Raf­faeli e del sottoscritto.

Il fitto scam­bio di let­tere e bozze deno­tava la cura paziente nei con­fronti dei testi, dell'assetto, delle misure, delle par­ti­ture. Ne venne fuori un lavoro splen­dido annun­ciato dall'azzurro-cielo della coper­tina, colore che ho sem­pre asso­ciato a lui per lim­pi­dezza e grado di inten­sità della sua voce scritta. C'è un punto pre­ciso, in quelle cin­quan­ta­sei pagine, che rende espli­cite e strug­genti que­ste ore «dell'ammanco» sere­niano e ban­di­niano: mi rife­ri­sco a L'invasione dei bec­co­fru­soni nell'inverno 2004–2005 che con­se­gna que­sta ine­qui­vo­ca­bile clau­sola: «Per­ché così sarà la fine della sto­ria: uscire dalla luce del troppo breve giorno/in cui sono vis­suto e dire addio/ai miei cari com­pa­gni e all'universo».


il manifesto | 27 Dicembre 2013  

Come nasce un amore (Le illusioni d'Itaca, 6)



Come il nostro marinaio senza nome scopre che la navigazione più pericolosa è quella nei ricordi (Sesto capitolo de Le illusioni d'Itaca)

Giorgio Amico

Le illusioni d'Itaca

6. Come nasce un amore

Tornò al paese con la mente e il cuore in tumulto. Guidava lentamente, ripensando a ciò che era appena accaduto. La storia con Giulia era stata importante per lui. Vivendo con lei, amandola, aveva imparato a conoscere se stesso, a sentirsi uomo. Prima timidamente poi senza più pudori o inibizioni, si erano rivelati l'uno all'altra. Insieme avevano scoperto i gesti antichi dell'amore, la forza casta e sfrenata del desiderio, il linguaggio dolce e imperioso dei loro corpi giovani. Erano stati felici, come solo si può esserlo a vent'anni. Troppo felici forse. Ad un tratto aveva avuto paura. Si era sentito come soffocare. E allora era partito. Senza preavviso, un giorno se ne era andato. A cercare lontano da lei, dal suo paese, dai suoi vecchi quella libertà che desiderava più di ogni altra cosa. Anche più di Giulia. Dopo tanto tempo non riusciva ancora neppure lui a spiegarsi bene come fosse accaduto. Forse come nella favola di Sinbad, aveva semplicemente sentito voglia di partire per mare e si era imbarcato.

Oltrepassato il viadotto dell'autostrada, la sua valle gli sembrò ancora più triste: una terra desolata. Ne valevano a placarlo gli sprazzi di sole che danzavano tra gli ulivi centenari. Nella sua vita aveva rinunziato senza rimpianto a tante cose, lo sapeva bene. Giulia era stata solo la prima di quelle rinunzie. Tante altre ne erano venute dopo. Senza patemi aveva rifiutato la quotidianità di un lavoro stabile così come il decoro borghese di una piccola vita ordinata. Aveva amato la trasgressione, ricercato l'eccesso. Con gli anni era andato avanti su questa strada, senza mai voltarsi indietro, senza provare pentimenti o rimorsi. Ma ora non si sentiva più sicuro delle sue scelte. Per la prima volta non era più certo di avere fatto la cosa giusta. Confusamente sentiva che qualcosa in lui era cambiato. Che dopo l'incontro con Giulia nulla sarebbe più stato come prima.

La giornata passò così in un inutile girovagare. Poi le ombre arrugginite della sera inghiottirono la valle.

Si era fermato ad un tavolo d'osteria ed ora cenava, chiuso nei suoi pensieri, la fronte abbassata sul piatto. Era un locale dall'aspetto antiquato. Una stufa polverosa prendeva un angolo della stanza. Sui tavoli vecchi giornali ingialliti. Vicino alla finestra che dava sul cortile quattro pensionati giocavano alle carte. Parlavano tutt'insieme, eppure non c'era confusione.

Due uomini in piedi a fianco del bancone fumavano e discutevano di calcio: il fatto era che niente era più quello di un tempo, dicevano. Neppure il calcio. Continuando a mangiare, lui li guardava. Da tempo aveva capito che ad un uomo poteva bastare trovarsi in compagnia di altri uomini la sera. E allora perché corteggiare la rovina? Perché tornare indietro. Come se fosse possibile, poi. Non poteva sortirne niente di buono.

Guardò l'orologio: era tardi.

Fece un cenno di saluto alla donna anziana infagottata in un grembiule, che in piedi dietro il bancone trafficava alla macchina del caffè, ed uscì nella notte. I giocatori di carte non alzarono neppure il capo.

I fari delle automobili sulla provinciale illuminavano la campagna. Lampi di luce nel buio grigio dell'asfalto. Sopra di lui fuggivano alte le stelle. Il suo cuore era un campo di battaglia.

Più tardi, seduto nel buio davanti alla sua casa, immerso nel concerto estivo dei grilli, sentiva che Giulia sarebbe arrivata. Non avrebbe saputo dire perché, ma ne era certo. Qualcosa era accaduto quel giorno che li aveva di nuovo legati. Lo sentiva con tutta la forza del suo essere.

Fumando una sigaretta dopo l'altra, l'aspettava e nell'attesa rivedeva come in un film ogni istante della loro storia e una malinconia dolce lo pervadeva.



Con la memoria riandava continuamente al momento del loro primo incontro. Tutto era accaduto in un mattino di primavera inoltrata. Sedeva in un bar del centro, sul tavolino davanti a sé una tazza di caffè, un pacchetto sgualcito di Gauloises e una copia de I sotterranei. Lei era entrata all'improvviso. Una studentessa come tante: giovane, carina. Si era avvicinata al banco, aveva ordinato qualcosa. Poi si era voltata verso di lui e l'aveva guardato, a lungo, con insistenza. La profondità dei suoi occhi lo aveva colpito, quasi imbarazzato. Le aveva sorriso. Era stato come un richiamo. Lei si era avvicinata.
  • Cosa leggi? - aveva chiesto.
Senza aspettare la sua risposta, aveva preso il libro dal tavolino, lo aveva sfogliato quasi distrattamente.
  • E' un libro bellissimo. - Gli aveva detto - L' ho letto anch'io, mi ha fatto piangere.
Lui l'aveva guardata incuriosito, cercando di capire cosa significassero quelle parole. Cosa quella sconosciuta volesse da lui. Poi aveva aperto il volumetto, aveva cercato fra le pagine e si era messo a leggere a voce alta:

" …adocchiando le sue piccole grazie io ebbi semplicemente l'idea più lampante di quante abbia mai avuto, l'idea che dovevo immergere il mio essere solitario nel caldo bagno e nella salvazione delle sue cosce - le intimità di giovani amanti a letto, distesi faccia a faccia, occhio nell'occhio, petto sul petto nudo, organo nell'organo, ginocchio contro ginocchio tremante, pelle d'oca, scambiarsi gesti esistenziali e d'amore…".

Lei era arrossita, ma non si era mossa. Era rimasta in piedi accanto a lui con una espressione indefinibile sul viso. Erano usciti insieme dal bar e si erano diretti verso la marina. Avevano percorso il lungo molo fino al vecchio faro di mattoni rossi posto all'imboccatura del porto. Il mare li circondava da tre lati. Alle loro spalle le case bianche della città. Più dietro ancora le colline verdi addossate ai monti grigi di Liguria. Dal largo lentamente un battello da pesca si avvicinava seguito da uno svolazzo di gabbiani. Sentivano il sordo ronfare del motore, le voci dei marinai, le grida rauche degli uccelli marini. Lei lo guardava con l'espressione di un uccellino che avesse appena rotto il guscio. Nei suoi occhi c'era festa.


  • Mi piace questo posto, - gli aveva detto - mi è sempre piaciuto. Mi dà un senso di libertà assoluta.
Lui non aveva detto nulla. Si era acceso una sigaretta e ne aveva tirato alcune boccate guardando il mare. Poi si era voltato verso di lei.
  • Ti piacerebbe andartene?
  • Da dove?
  • Da qui, da questa città, da questa vita.
  • Perché mi chiedi queste cose?
  • Avresti preferito che non te le chiedessi?
  • Preferisco non parlarne
  • Va bene . Se non vuoi.
Era rimasta in silenzio per un po', assorta nei suoi pensieri, ma aveva presto ripreso a parlare, con una voce incerta, esitante.
  • Ci ho pensato, ci ho pensato molto. Sai. Non lo nego. Ci sono giorni in cui non penso ad altro.
  • Ma…
  • Ma poi mi sono venuti in mente i miei. Mia madre… penso che ne morirebbe.
Lui aveva riso. Una risata cattiva, irridente. La ricordava ancora, quasi con vergogna.

Lei si era irrigidita.
  • Non trattarmi così.
Ora non sembrava più tanto fragile. Nei suoi occhi danzava una luce strana. Lui ne fu impressionato. Si piegò verso di lei e la baciò. Le sue labbra sapevano di sale.

Erano rimasti lì per ore, seduti sui gradini consunti del vecchio faro. A parlare dei loro sogni, dei loro desideri. Sospesi tra cielo e mare.
  • È bello, vero? Vorrei che il tempo si fermasse, che tutto restasse com'è ora.
Dopo tanti anni pensava che sì, tutto sarebbe dovuto restare come allora. Danza immobile nel lieve spirare del vento.

Intanto tutto attorno a lui nel buio il concerto dei grilli era divenuto assordante.


(continua)