TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 24 gennaio 2014

Giorgio Agamben, Stati di ordinaria emergenza



Se lo Stato gestisce e controlla la vita quotidiana delle persone, cosa resta della democrazia al di là dei rituali elettorali?

Giorgio Agamben

Stati di ordinaria emergenza

La for­mula «per ragioni di sicu­rezza» («for secu­rity rea­sons», «pour rai­sons de sécu­rité») fun­ziona come un argo­mento auto­re­vole che, tagliando corto in ogni discus­sione, per­mette di imporre pro­spet­tive e misure che non si accet­te­reb­bero senza di essa. Biso­gna oppor­gli l'analisi di un con­cetto dall'apparenza ano­dino, ma che sem­bra aver sop­pian­tato ogni altra nozione poli­tica: la sicurezza.

Si potrebbe pen­sare che lo scopo delle poli­ti­che di sicu­rezza sia pre­ve­nire i peri­coli, i disor­dini, per­sino le cata­strofi. Una certa genea­lo­gia fa infatti risa­lire l'origine del con­cetto al pro­ver­bio romano Salus pub­blica suprema lex («La sal­vezza del popolo è la legge suprema»), iscri­ven­dolo così nel para­digma dello stato di emer­genza. Pen­siamo al sena­tus con­sul­tum ulti­mum e alla dit­ta­tura a Roma; al prin­ci­pio del diritto cano­nico secondo cui Neces­si­tas non habet legem («La neces­sità non ha affatto legge»); ai comi­tati di salute pub­blica durante la Rivo­lu­zione fran­cese; alla costi­tu­zione del 22 fri­maio dell'anno VIII° (1799), che evoca i «disor­dini che minac­ce­reb­bero la sicurtà dello stato»; o ancora all'articolo 48 della costi­tu­zione di Wei­mar (1919), fon­da­mento giu­ri­dico del regime nazional-socialista, che ugual­mente men­zio­nava la «sicu­rezza pub­blica».

Per quanto cor­retta, que­sta genea­lo­gia non per­mette di com­pren­dere i dispo­si­tivi di sicu­rezza con­tem­po­ra­nei. Le pro­ce­dure di emer­genza mirano una minac­cia imme­diata e reale che biso­gna eli­mi­nare sospen­dendo per un tempo limi­tato le garan­zie della legge; le «ragioni di sicu­rezza» di cui si parla oggi costi­tui­scono al con­tra­rio una tec­nica di governo nor­male e permanente.



Il buon timoniere

Molto più che nello stato di emer­genza, Michel Fou­cault con­si­glia di cer­care l'origine della sicu­rezza con­tem­po­ra­nea negli albori dell'economia moderna, in Fra­nçois Que­snay (1694–1774) e i fisiocratici. (…)

Uno dei prin­ci­pali pro­blemi che allora i governi dove­vano affron­tare era quello delle care­stie e della fame. Fino a Que­snay, pro­va­rono a pre­ve­nirli creando gra­nai pub­blici e vie­tando l'esportazione dei cereali. Ma que­ste misure pre­ven­tive ave­vano degli effetti nega­tivi sulla pro­du­zione. L'idea di Que­snay fu di ribal­tare il pro­ce­di­mento: anzi­ché pro­vare a pre­ve­nire le care­stie, biso­gnava lasciare che esse si veri­fi­cas­sero, con la libe­ra­liz­za­zione del com­mer­cio interno e esterno, per gover­narle una volta veri­fi­ca­tesi. «Gover­nare» riprende qui il suo senso eti­mo­lo­gico: un buon pilota – colui che tiene il timone, non può evi­tare la tem­pe­sta ma, se essa soprag­giunge, deve essere capace di gui­dare la sua barca.

È in que­sto senso che biso­gna com­pre­dere la for­mula che si attri­bui­sce a Que­snay, ma che in verità egli non ha mai scritto: «Lasciar fare, lasciar pas­sare». Lungi dall'essere sola­mente il motto del libe­ri­smo eco­no­mico, essa desi­gna un para­digma di governo che situa la sicu­rezza – Que­snay evoca la «sicu­rezza dei fat­tori e degli ara­tori» – non nella pre­ven­zione dei disor­dini e dei disa­stri, ma nella capa­cità di cana­liz­zarli in una dire­zione utile.

Biso­gna misu­rare la por­tata filo­so­fica di que­sto rove­scia­mento che scon­volge la tra­di­zio­nale rela­zione gerar­chica tra le cause e gli effetti: poi­ché è vano o ad ogni modo costoso gover­nare le cause, è più sicuro e più utile gover­nare gli effetti. L'importanza di que­sto assioma non è tra­scu­ra­bile: esso regge le nostre società, dall'economia all'ecologia, dalla poli­tica estera e mili­tare fino alle misure di sicu­rezza e di poli­zia. È ancora esso che per­mette di com­pren­dere la con­ver­genza altri­menti miste­riosa tra un libe­ri­smo asso­luto in eco­no­mia e un con­trollo secu­ri­ta­rio senza precedenti.



Oriz­zonti biometrici

Pren­diamo due esempi per illu­strare que­sta appa­rente con­trad­di­zione. Quello dell'acqua pota­bile, innan­zi­tutto. Ben­ché si sap­pia che pre­sto essa man­cherà su una grande parte del pia­neta, nes­sun paese con­duce una poli­tica seria per evi­tarne lo spreco. Invece, vediamo svi­lup­parsi, ai quat­tro angoli del globo, le tec­ni­che e gli sta­bi­li­menti per il trat­ta­mento delle acque inqui­nate – un grande mer­cato in divenire.

Con­si­de­riamo ora i dispo­si­tivi bio­me­trici, che sono uno degli aspetti più inquie­tanti delle tec­no­lo­gie secu­ri­ta­rie attuali. La bio­me­tria è com­parsa in Fran­cia nella seconda metà del XIX secolo. Il cri­mi­no­logo Alphonse Ber­til­lon (1853–1914) si basò sulla foto­gra­fia segna­le­tica e sulle misure antro­po­me­tri­che al fine di costi­tuire il suo «ritratto par­lato», che uti­lizza un les­sico stan­dar­diz­zato per descri­vere gli indi­vi­dui su una scheda segna­le­tica. Poco dopo, in Inghil­terra, un cugino di Char­les Dar­win e grande ammi­ra­tore di Ber­til­lon, Fran­cis Gal­ton (1822–1911), mise a punto la tec­nica delle impronte digi­tali. Ora, que­sti dispo­si­tivi, chia­ra­mente, non per­met­te­vano di pre­ve­nire i cri­mini, ma di sor­pren­dere i cri­mi­nali reci­divi. Ritro­viamo qui ancora la con­ce­zione secu­ri­ta­ria dei fisio­crati: è solo dopo che un cri­mine è stato com­piuto che lo Stato può intervenire. (....)



Il governo della popolazione

L'estensione pro­gres­siva a tutti i cit­ta­dini delle tec­ni­che di iden­ti­fi­ca­zione una volta riser­vate ai cri­mi­nali agi­sce imman­ca­bil­mente sulla loro iden­tità poli­tica. Per la prima volta nella sto­ria dell'umanità, l'identità non è più fun­zione della «per­sona» sociale e della sua rico­no­sci­bi­lità, del «nome» e della «fama», ma di dati bio­lo­gici che non pos­sono avere alcun rap­porto con il sog­getto, come gli ara­be­schi insen­sati che il mio pol­lice tinto di inchio­stro ha lasciato su un foglio o l'ordine dei miei geni nella dop­pia elica del Dna. Il fatto più neu­tro e più pri­vato diventa così il vei­colo dell'identità sociale, sot­traen­do­gli il suo carat­tere pubblico.

Se cri­teri bio­lo­gici che non dipen­dono per niente dalla mia volontà deter­mi­nano la mia iden­tità, allora la costru­zione di un'identità poli­tica diviene pro­ble­ma­tica. Quale tipo di rela­zione posso io sta­bi­lire con le mie impronte digi­tali o il mio codice gene­tico? Lo spa­zio dell'etica e della poli­tica che era­vamo abi­tuati a con­ce­pire perde di senso ed esige di essere ripen­sato da cima a fondo. Men­tre i cit­ta­dini greci si defi­ni­vano mediante l'opposizione tra il pri­vato e il pub­blico, la casa (sede della vita ripro­dut­tiva) e la città (luogo della poli­tica), il cit­ta­dino moderno sem­bra piut­to­sto evol­vere in una zona di indif­fe­ren­zia­zione tra il pub­blico e il pri­vato, o, per impie­gare le parole di Tho­mas Hob­bes, tra il corpo fisico e il corpo politico.

Que­sta indif­fe­ren­zia­zione si mate­ria­lizza nella video­sor­ve­glianza delle strade nelle nostre città. Que­sto dispo­si­tivo ha cono­sciuto lo stesso destino delle impronte digi­tali: con­ce­pito per le pri­gioni, è stato pro­gres­si­va­mente esteso ai luo­ghi pub­blici. Ora uno spa­zio video­sor­ve­gliato non è più un'agorà, non ha più alcun carat­tere pub­blico; è una zona gri­gia tra il pub­blico e il pri­vato, la pri­gione e il foro. Una tale tra­sfor­ma­zione dipende da una mol­te­pli­cità di cause, tra le quali occupa un posto par­ti­co­lare la deriva del potere moderno verso la bio­po­li­tica: si tratta di gover­nare la vita bio­lo­gica dei cit­ta­dini (salute, fecon­dità, ses­sua­lità, ecc.) e non più solo di eser­ci­tare una sovra­nità su un ter­ri­to­rio. Que­sto spo­sta­mento della nozione di vita bio­lo­gica verso il cen­tro della poli­tica spiega il pri­mato dell'identità fisica sull'identità politica. (…)

Nei suoi corsi al Col­lège de France come nel suo libro Sor­ve­gliare e Punire, Fou­cault accenna una clas­si­fi­ca­zione tipo­lo­gica degli Stati moderni. Il filo­sofo mostra come lo Stato dell'Ancien régime, defi­nito come uno stato ter­ri­to­riale o di sovra­nità, il cui motto era «far morire e lasciar vivere», evolva pro­gres­si­va­mente verso uno Stato della popo­la­zione, dove la popo­la­zione demo­gra­fica si sosti­tui­sce al popolo poli­tico, e verso uno stato di disci­plina, il cui motto si inverte in «Lasciar vivere, e lasciar morire»: uno Stato che si occupa della vita dei sud­diti al fine di pro­durre corpi sani, docili e ordinati.

Lo Stato in cui viviamo oggi in Europa non è uno stato della disci­plina, ma piut­to­sto – secondo la for­mula di Gil­les Deleuze – uno «Stato del con­trollo»: esso non ha come scopo ordi­nare e disci­pli­nare, ma gestire e con­trol­lare. Dopo la vio­lenta repres­sione delle mani­fe­sta­zioni con­tro i G8 di Genova, nel luglio 2001, un fun­zio­na­rio della poli­zia ita­liana dichiarò che il governo non voleva che la poli­zia man­te­nesse l'ordine, ma che gestisse il disor­dine: l'uomo non sapeva quanto avesse ragione. Da parte loro, alcuni intel­let­tuali ame­ri­cani che hanno pro­vato a riflet­tere sui cam­bia­menti costi­tu­zio­nali indotti dal Patriot act e la legi­sla­zione post-11-settembre pre­fe­ri­scono par­lare di «Stato di sicu­rezza» (secu­rity state). (…)



Potenze desti­tuenti

Ponen­dosi sotto il segno della sicu­rezza, lo Stato moderno esce dal campo della poli­tica per entrare in una no man's land di cui si per­ce­pi­sce male la geo­gra­fia e le fron­tiere e per il quale il carat­tere con­cet­tuale ci manca. Que­sto Stato, il cui nome rimanda eti­mo­lo­gi­ca­mente a una assenza di pre­oc­cu­pa­zione (secu­rus: sine cura) può al con­tra­rio solo ren­derci più pre­oc­cu­pati dei peri­coli che fa cor­rere alla demo­cra­zia, poi­ché una vita poli­tica vi è dive­nuta impos­si­bile: ora demo­cra­zia e vita poli­tica sono – almeno nella nostra tra­di­zione – dive­nuti sinonimi.

Di fronte a un tale Stato, biso­gna ripen­sare alle stra­te­gie tra­di­zio­nali del con­flitto poli­tico. Nel para­digma secu­ri­ta­rio, ogni con­flitto e ogni ten­ta­tivo più o meno vio­lento di rove­sciare il potere for­ni­scono allo Stato l'occasione di gover­narne gli effetti a bene­fi­cio di inte­ressi che gli sono pro­pri. È ciò che mostra la dia­let­tica che asso­cia stret­ta­mente ter­ro­ri­smo e rispo­sta dello stato in una spi­rale viziosa.

La tra­di­zione poli­tica della moder­nità ha pen­sato i cam­bia­menti poli­tici radi­cali sotto la forma di una rivo­lu­zione che agi­sce come il potere costi­tu­tivo di un nuovo ordine costi­tuito. Biso­gna abban­do­nare que­sto modello per pen­sare piut­to­sto a una potenza pura­mente desti­tuente, che non potrebbe essere rile­vata dal dispo­si­tivo di sicu­rezza e pre­ci­pi­tata nella spi­rale viziosa della vio­lenza. Se si vuole arre­stare la deriva anti­de­mo­cra­tica dello Stato di sicu­rezza, il pro­blema delle forme e dei mezzi di una tale potenza desti­tuente costi­tui­sce pro­prio la que­stione poli­tica essen­ziale che avremo biso­gno di pen­sare nel corso degli anni a venire.


il manifesto – Le monde diplomatique | 14 Gennaio 2014