TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 23 gennaio 2014

Lobo Antunes, minotauro nel suo labirinto



La rivoluzione dei garofani è stata la "nostra" rivoluzione, una storia da vivere  e non da leggere sui libri. Per noi il Portogallo resta una seconda patria e Lisbona un miraggio bianco. Lobo Antunes è stato la voce narrante di quel Portogallo.

Claudio Magris

Lobo Antunes, minotauro nel suo labirinto

I più grandi romanzi del Novecento, ha scritto Raffaele La Capria, sono dei «capolavori falliti». Non certo per difetto dei loro autori, fra i maggiori di ogni epoca — Musil, Kafka, Faulkner, Joyce, Svevo e altri, fra i quali alcuni sudamericani — ma proprio per la loro grandezza e la loro verità. Sono le grandi narrazioni che hanno affrontato, raccontato e assunto su di sé, nella loro stessa struttura, la verità della loro e nostra epoca, la disgregazione del mondo, l'eclissi di un significato centrale capace di dare unità e razionalità alle vicende individuali e collettive, la distruzione della concezione lineare del tempo. Il romanzo della nostra vita è un grande mare conradiano; un gorgo che risucchia, frantuma e disperde le storie e l'io stesso che le vive.

Si è aperto un abisso fra scrivere la Storia e scrivere storie. Mentre lo storico e ogni persona, quando cercano di capire ciò che è accaduto e sta accadendo, non possono fare a meno di tentare di ordinare i fatti e il loro significato, quando invece si racconta — secondo le parole di Manzoni — come il singolo individuo, l'Io, vive quei fatti e ne viene intessuto o disgregato, il narratore non può narrare la Storia vissuta se non come quell'incubo di cui parlava Joyce o come la sconnessa serie di eventi stravolti nel Tamburo di latta
.
Il linguaggio razionale con cui dobbiamo cercare di parlare, ad esempio, della crisi economica, non può essere quello con cui si racconta la storia di un individuo travolto da quella crisi, nella sua angoscia e nei suoi deliri. Per il romanzo ottocentesco — grande o minore — l'azione di un individuo era inserita in una Storia difficile, ma non assurda, e lo scrittore ottocentesco, quando inventava storie, poteva affidarsi anche a una scrittura analoga a quella con cui combatteva le sue battaglie politiche. La scrittura di Victor Hugo nei Miserabili non è molto diversa da quella delle sue polemiche contro Napoleone III. Kafka invece non avrebbe potuto scrivere La metamorfosi o Il processo con lo stile della comunicazione quotidiana o della dichiarazione politica. La Storia di Elsa Morante è una grande irripetibile eccezione.

Questa lacerazione è ancora oggi, e forse sempre di più, la nostra verità, che ritroviamo, nonostante la distanza di quasi un secolo, nell'Uomo senza qualità o in Assalonne, Assalonne , e non certo nella regressiva restaurazione del romanzo ben fatto, proteso a venire incontro al lettore anziché sfidarlo da pari a pari nello scontro col mondo. Per citare, in un altro senso, il titolo di un libro di Corrado Alvaro, oggi i maestri possono essere solo maestri del diluvio; di quel diluvio universale in cui, osservava spiritosamente Sant'Antonio da Padova, solo i pesci sono al sicuro dalla morte.



Uno di questi sconcertanti, affascinanti, sconvolgenti maestri è oggi António Lobo Antunes. Nato a Lisbona nel 1942, psichiatra, Lobo Antunes ha conosciuto, vissuto e fatto proprio nella sua fantasia — nelle sue reazioni sentimentali consapevoli e inconsce e infine nella sua scrittura — il cuore di tenebra delle ultime guerre coloniali portoghesi in Africa, gorgo di una Storia intasata come un'arteria dal proprio stesso sangue, proliferazione tumorale di tragedie, violenze, dolori, sentimenti dolcissimi e perduti, personaggi passioni e pensieri narrati con possente forza fantastica, emergenti da una confusa notte in cui riaffondano. La guerra in Africa pervade una trilogia, che va da Memoria da elefante (1979) a Conoscenza dell'inferno (1980)e varie opere quali Buonasera alle cose di quaggiù (2003) ed è come uno sfondo buio sempre presente anche quando non è nominato.

Come un classico antico, Lobo Antunes raccoglie e tramanda la memoria storica del suo Paese, il Portogallo: la Spiegazione degli uccelli (1981) e Lo splendore del Portogallo (1997) illustrano, in chiave diversa, gli anni tra la caduta della dittatura di Salazar e una nuova realtà ancora tarata; nella Storia affondano pure le storie dei personaggi de Le navi (1968) o del Manuale degli inquisitori (1996). Ma questa memoria, insieme totale e dispersa in un pulviscolo di particolari ferocemente e dolorosamente insensati, è una palude limacciosa e ingannevole, quasi una mostruosa pianta carnivora che divora eventi, uomini e parole.

A suo tempo militante comunista, Lobo Antunes conosce la disperata protesta, non la speranza di riscatto; Storia e società sbranano gli individui, li spengono nell'assenza o in un delirio autistico come il protagonista della Spiegazione degli uccelli ; la denuncia degli inumani trattamenti negli ospedali psichiatrici è certo un'implacabile denuncia politico-sociale, ma è anche una denuncia del vivere. La scrittura, per Lobo Antunes, è un fiume in piena, una mareggiata di tante opere che è quasi impossibile elencare tutte insieme ai loro traduttori.



La memoria – come nel capolavoro Arcipelago dell'insonnia (2008) — è una surreale, folle abolizione del tempo. I personaggi non si distinguono dalle loro fotografie; le generazioni convivono, aldidà dell'accidentalità della vita e della morte, in una compresenza atemporale; tutte le parole dette nel corso di anni e decenni, le azioni e le violenze commesse dal nonno padrone e dagli altri padroni su oppressi irripetibili nel loro dolore ma indistinguibili al pari di foglie cadute e marcite sono eternamente presenti, come gli anni nel cerchio del tronco di un albero.

Lobo Antunes spinge quasi all'estremo la dilatazione e la compressione del tempo, falce inesorabile e rugginosa, il gorgo del monologo interiore e del flusso di coscienza che tutto risucchiano e macinano, anche se ogni grido di dolore è inestinguibile e screzia l'aria in eterno. La prospettiva narrativa, la punteggiatura, l'unità della frase, la sintassi, lo stesso spazio grafico vengono scompaginati in un rimescolamento che è quello della vita intera. Tutto è un brulichìo di frammenti, ma tutto è sempre presente; non c'è differenza fra i vivi e i morti, come nel romanzo Pedro Páramo del grande messicano Juan Rulfo e come forse nella mente di Dio, in cui non c'è differenza fra ieri e domani.



Antunes è un grande epico, perché coglie la totalità. Bisogna essere grati ai traduttori come Vittoria Martinetto e Rita Desti — sempre colpevolmente e ignorantemente trascurati, come accade a tutti i traduttori nella nostra incultura — che ci permettono di leggere in tutta la sua forza un grande scrittore visionario, dimostrando una creatività linguistica degna della sua.

Ho incontrato una sola volta, fugacemente a Barcellona, Lobo Antunes, benché siamo entrambi duchi del fantastico Regno di Redonda sul cui trono siede Javier Marías; lui è duca di Cocodrilos e io duca di Segunda Mano. Credo che per lui vivere sia scrivere, solo scrivere, sempre scrivere, tessere un'enorme ragnatela di parole sperando di non poterne mai uscire; vivere per scrivere e scrivere per non vivere, costruire labirinti senza bisogno di un Minotauro al loro centro, perché la vita è piena di Minotauri, ce ne sono dappertutto pronti a divorare le vittime. Forse lo scrittore, nel labirinto delle sue parole, è proprio il Minotauro.


Il Corriere della Sera | 22 Gennaio 2014