TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 27 gennaio 2014

Paul Celan. La promessa di Heidegger



Un incontro mancato o, forse, solo fiducia malriposta. Poi, il naufragio di un cuore nato per navigare in mari tempestosi come racconta la più bella poesia di Celan che dice:

Nessuno con più violenza di me
navigò sopravvento,
a nessuno quanto a me
battè la raffica di grandine
attraverso il cervello
tagliato per prendere il mare.

Antonio Gnoli

Paul Celan. La promessa di Heidegger



Furono due grandi maestri dell’oscurità. Si incontrarono nel luglio del 1967. Paul Celan viaggiò verso la Foresta Nera con desiderio e ammirazione per Martin Heidegger. La scrittura e le riflessioni del filosofo lo interpellavano nel profondo. Cos’era il “dire poetico”?

Fu con questo interrogativo che si avviò a Todtnauberg (sulla vicenda si può ora vedere il libro di Laura Darsié, Il grido e il silenzio,ed. Mimesis). I pochi testimoni raccontano di un dialogo scarno. Reticente.

In dote Celan portò la testimonianza che la parola poetica era risorta dalle ceneri di Auschwitz. Ma perché diventasse più di un’affermazione occorreva che Heidegger riprendesse il filo della storia dove lo aveva interrotto. Pronunciarsi non solo sul  detto di Anassimandro ma anche sull’interdetto del nazismo che lo aveva coinvolto. Non volle. Non ne fu capace. Non era il momento.

Ma allora quando? Celan finì la visita con la speranza di una “parola ancora a venire”. Fu una luce, o una promessa, che mai si accese. Dilatò in lui la memoria dei campi fino a diventare la malattia più prossima alla morte. Non più fuga. Ma costante esercizio del dolore: la sua poesia della Shoah. Fin dentro il suicidio.

La Repubblica del 27 gennaio 2014



Laura Darsié
Il grido e il silenzio
Mimesis, 2013
20 euro