TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 25 gennaio 2014

Renoir, i corpi sono paesaggi



A Torino ultimo mese per una grande mostra da non perdere.

Renato Barilli

Renoir, i corpi sono paesaggi



In genere mi sono dato la regola di non parlare di mostre, in sedi nostrane, ricavate trasportando da musei stranieri i capolavori fin troppo noti che vi risiedono, magari approfittando delle loro chiusure temporanee. Faccio un’eccezione per una mostra di Pierre-Auguste Renoir (1841-1920) alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, nella speranza che la sua comparsa in forze possa contrapporsi all’eccessiva visibilità che si dà al suo pur grande collega, Claude Monet, di cui l’abile Marco Goldin si è fatto scudo per una invasione commerciale di tante piazze italiche, fino a far credere che l’Impressionismo si concentri e riassuma in una sorta di monettismo obbligatorio.

Renoir gli fu fianco a fianco negli anni di nascita del movimento, fine ’60, primi ’70, con relative «scandalose» esposizioni. Ai due si può applicare addirittura una formula rovesciata: in Monet il paesaggio va espandendosi sempre più, fino a ingoiare ogni traccia di presenza umana, inducendolo soprattutto a evitare un confronto diretto con la nostra immagine quale è imposta dal ritratto, di cui quasi non ci sono tracce nella sua opera. Si ha invece un percorso inverso nel caso di Renoir, nel senso che la figura umana, soprattutto femminile, con la sua sensualità, col nero morbido e vellutato delle pupille, o magari con le trasparenze che dominavano le velette delle signore bene, va a stamparsi sul paesaggio, rendendone a loro volta sensuali e femminei i vari aspetti.



Non per niente il nero, bandito dalla tavolozza monettiana, imperversa invece in quella del suo amico e rivale nello stesso tempo, basta mettere a confronto le rispettive vedute ricavate dai bordi del fiume fatale per le sorti dell’Impressionismo, la Senna, e si constaterà appunto che nelle versioni del primo il sole e l’aria bruciano, consumano, mentre in quelle dell’altro ci sono ombre morbide, suadenti, che resistono, insinuando pieghe voluttuose, recessi misteriosi.

Ma soprattutto, si impone il fatto che Renoir, lungo la sua intera carriera, fu un superbo ritrattista, non si contano i capolavori che seppe ricavare lungo questa strada, dati dalle varie Madame Darras, Madame Fournaise, Madame Bernheim, quest’ultima appaiata anche al marito, in un trattamento aperto a entrambi i sessi che però manifestava un evidente favore verso quello cosiddetto «debole», di cui l’artista si faceva un’arma preziosa per andare a ottenere una immersione panica nel cosmo, pronta a ridondare in ogni altro elemento, a conseguire una congiunzione stretta di ogni aspetto.

E se Monet procedé lungo tutta la sua carriera verso una dissoluzione via via più spinta dei dati, delle sensazioni, Renoir al contrario si impose un freno su questa strada, rafforzando i contorni, ancora una volta delle sue presenze muliebri, anzi, adottò, soprattutto per le teste, una specie di calotta, per racchiuderne e comprimerne i tratti fisionomici, come per raccoglierli in cuscinetti gonfi, quasi al limite, come frutti maturi vicini a squarciarsi e a mostrare allo scoperto la loro ghiotta interiorità.



Risulta pure molto interessante prendere in considerazione il «gran finale» verso cui entrambi si rivolsero, dotati come furono di una notevole longevità. Monet, lo si sa bene, ebbe il suo appuntamento estremo con le ninfee, da cui era assolutamente esclusa la presenza di qualche simulacro umano, si trattava di un puro spettacolo di acque, pronte a catturare i riflessi delle nubi in alto o le insorgenze delle ninfee dal basso, il tutto fuso in un unico impasto. Ebbene, anche Renoir ebbe una sua full immersion, ma non fu certo in una visione paesaggistica, bensì nella carne umana, con preferenza rivolta come sempre alla carne femminile. Egli andò a immergere la sua percezione nei nudi di bagnanti, caldi, procedenti anch’essi, in definitiva, a pulsazioni continue, simili a movimenti ondulatori, ma dati dalle masse morbide, infinitamente sensuali, di seni e natiche, con le sfere ben arrotondate dei volti a dare un supremo tocco finale a questa sinfonia di ritmi curvilinei.

Egli fu sempre amico e sodale di Cézanne, frequentandone la compagna e il figlio dopo la sua scomparsa, eppure non si trova maggiore distanza tra i due modi di risolvere proprio questo tema delle Bagnanti. Nell’artista provenzale, sono dure esercitazioni plastiche, situate ormai a un passo dal Cubismo, nel Nostro, invece, sono abbandoni senza limiti ai piaceri di una carne abbondante, straripante.



RENOIR. Dalle collezioni del Musée d’Orsay e dell’Orangerie
A cura di G. Cogeval, S. Patry, R. Passoni Torino Galleria d’Arte Moderna
Fino al 23 febbraio


l’Unità – 20 dicembre 2013