TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 gennaio 2014

Sudafrica. Non c'è più l'apartheid, ma resta lo sfruttamento e la miseria



Nel Sudafrica del dopo Mandela si aggravano i contrasti sociali. Nonostante la repressione del governo dell'ANC, un grande sciopero da una settimana blocca le miniere di platino.

Rita Plantera

Platino al cardiopalma in Sudafrica


Sono gior­nate al car­dio­palma non solo per il mini­stro delle Finanze Pra­vin Gor­d­han ma per l’intero esta­blish­ment gover­na­tivo della Rain­bow Nation e per il gotha mana­ge­riale dei colossi mon­diali della pro­du­zione del pla­tino, para­liz­zata ormai da giorni da un mega scio­pero a oltranza dei mina­tori indetto dal mag­giore e più radi­cale sin­da­cato del set­tore, l’Association of Minewor­kers and Con­struc­tion Union (Amcu).

A circa tre mesi infatti dalle ele­zioni pre­si­den­ziali, il governo di Zuma e il suo par­tito l’African Natio­nal Con­gress (Anc) rischiano di implo­dere sotto le pres­sioni con­trap­po­ste della classe dei lavo­ra­tori e delle forze sin­da­cali da un lato e del top mana­ge­ment delle mul­ti­na­zio­nali del pla­tino dall’altro, oltre­ché degli strali delle agen­zie di rating e dei mer­cati che hanno visto que­sta set­ti­mana il rand ai ribassi minimi sul dol­laro (a 11 rand per dol­laro e 15,5 rand per euro) per la prima volta dall’ottobre del 2008.

Tra gli 80 mila e i 100 mila mina­tori hanno preso parte allo scio­pero ini­ziato gio­vedì scorso e ancora in corso nella cin­tura di pla­tino a ridosso di Johan­ne­sburg chie­dendo con­si­de­re­voli aumenti salariali.

Le atti­vità pro­dut­tive sono ferme o hanno subito ridu­zioni e ral­len­ta­menti presso le miniere dell’Anglo Ame­ri­can Pla­ti­num, dell’Impala Pla­ti­num e della Lon­min, vale a dire dei tre mag­giori pro­dut­tori di pla­tino al mondo.



Sala­rio di sussistenza

L’Amcu chiede un «sala­rio di sus­si­stenza» di 12,500 rand (circa 820 euro) pari a più del dop­pio dell’attuale retri­bu­zione men­sile di 5 mila rand (circa 320 euro). Richie­ste con­si­de­rate invece «inso­ste­ni­bili e irrea­li­sti­che» dal tri­dente di comando del set­tore del pla­tino che ha rilan­ciato offrendo aumenti del 7,5–8,5 % e supe­riori all’attuale tasso di infla­zione del 5,3%.

Il tavolo delle trat­ta­tive a cui i diri­genti dell’Anglo Ame­ri­can Pla­ti­num (Amplats), dell’Impala Pla­ti­num (Implats) e della Lon­min hanno accet­tato di par­te­ci­pare insieme a quelli dell’Amcu si è aperto venerdì mat­tina con la media­zione dei mini­stri del Lavoro Mil­dred Oli­phant e delle Risorse Mine­ra­rie Susan Sha­bangu sotto l’egida della Com­mis­sion for Con­ci­lia­tion, Media­tion and Arbitration.

Si è con­cluso, dopo lun­ghe ore di nego­ziati, con una fumata nera per ripren­dere lunedì il brac­cio di ferro sulle richie­ste in que­stione, sotto il con­ti­nuum di uno scio­pero a oltranza a cui il sin­da­cato non è dispo­sto a con­ce­dere nes­sun break. Assenti que­sta volta sia i mini­stri che i diri­genti delle tre com­pa­gnie e lo stesso pre­si­dente dell’Amcu, Joseph Mathu­n­jwa. Trat­ta­tive in corso e in calen­da­rio per tre giorni, fino ad oggi, con fle­bili spe­ranze di riso­lu­zione più che con pro­spet­tive all’orizzonte, visto il tiro alla fune senza par­venza di com­pro­messi da ambo le parti.

Ancora nes­suna novità e nes­sun passo avanti, se non il fatto che sin­da­cati e aziende restano agli anti­podi. Lo scio­pero dun­que va avanti a oltranza tra i canti e gli slo­gan dei mina­tori in super­fi­cie che fanno eco fin nelle viscere di pla­tino in una delle aree tanto ric­che di mine­rali quanto per­vase dalla rab­bia e dalla povertà, dove quat­tro assi arrug­gi­niti di latta fanno da casa a chi, per lo più anal­fa­beta e senza un futuro lavo­ra­tivo in ambiti pro­fes­sio­nali diversi, non ha altra scelta che pre­stare brac­cia e pol­moni alla causa del pro­fitto dei giganti dei mer­cati internazionali.

Men­tre il rand all’apertura dei mer­cati di ieri mat­tina aveva già perso un altro punto per­cen­tuale e il pla­tino era in caduta libera a New York per il secondo giorno.



Dati allar­manti con­si­de­rato che l’economia del Suda­frica, che pos­siede le mag­giori riserve di pla­tino al mondo, si basa sulle espor­ta­zioni di metallo per più della metà dei suoi gua­da­gni in valuta estera.

«Il set­tore mine­ra­rio è cru­ciale per l’economia suda­fri­cana» aveva esor­dito il mini­stro delle finanze Pra­vin Gor­d­han il 24 gen­naio scorso al World Eco­no­mic Forum di Davos, in Sviz­zera. Aggiun­gendo che «il governo sta lavo­rando molto dura­mente per mediare alcune delle dif­fe­renze tra datori di lavoro e sin­da­cati» nel ten­ta­tivo di far ter­mi­nare gli scio­peri e rimet­tere in moto la catena di pro­du­zione del tri­dente di fuoco.

Dif­fe­renze e con­trap­po­si­zioni di non poco conto che si affac­ciano di tanto in tanto a cadenza sem­pre più fre­quente nella gio­vane demo­cra­zia suda­fri­cana e che hanno radici lon­tane. Dif­fe­renze che le poli­ti­che del regime dell’apartheid hanno strut­tu­rato e per­pe­tuato attra­verso pro­grammi edu­ca­tivi a parte e che la classe diri­gente del Suda­frica libero non ha saputo sra­di­care. Men­tre nes­sun rein­ve­sti­mento degli utili a livello strut­tu­rale e pro­gram­ma­tico è stato mai fatto dai colossi del set­tore mine­ra­rio a favore delle comu­nità locali e a bene­fi­cio di una forza lavoro in balia di vec­chi retaggi, di una classe poli­tica cor­rotta e in una società in cui le dif­fe­renze più che amal­ga­marsi con­vi­vono vite parallele.

Lo scio­pero è il più impo­nente dopo quello fatale di Mari­kana del 2012 il cui tri­stis­simo epi­logo — 34 corpi di lavo­ra­tori sparsi per terra uccisi dal fuoco della poli­zia oltre a decine di feriti — rap­pre­sen­tando pro­ba­bil­mente la ver­go­gna più grande o quella più ina­spet­tata nel Suda­frica del post-apartheid — con­ti­nua a pen­dere come una spada di Damo­cle sulle auto­rità, sulla classe indu­striale e su quella dei lavo­ra­tori. Un mas­sa­cro da tempi di regime e da stato di poli­zia che ricorda tanto quello di Shar­pe­ville del 1960 quando le raf­fi­che dei poli­ziotti boeri fecero 69 vit­time e cen­ti­naia di feriti tra i mani­fe­stanti che pro­te­sta­vano con­tro le restri­zioni alla libertà di movi­mento e ai diritti civili del governo dell’apartheid.



Il san­gue ver­sato e la ricchezza

«Da qui vogliamo ricor­dare che il loro san­gue non è stato ver­sato per nulla» ha urlato Joseph Mathu­n­jwa, pre­si­dente dell’Amcu, par­lando la scorsa set­ti­mana al Won­der­kop sta­dium, circa 100 chi­lo­me­tri a nord-ovest di Johan­ne­sburg e vicino al posto del mas­sa­cro di Mari­kana del 16 ago­sto 2012. Aggiun­gendo: «Vogliamo anche ric­chezza, vogliamo soste­nere e cre­scere i nostri figli».

L’Amcu è emerso come sin­da­cato alter­na­tivo nel corso del 2012 con­qui­stan­dosi via via il 60% dei lavo­ra­tori di Amplats e il 66% di quelli della Lon­min. Rim­piaz­zando il sin­da­cato sto­rico del set­tore il Natio­nal Union of Minewor­kers (Num) e un vuoto della poli­tica assordante.

Mari­kana 2012 è stata la Shar­pe­ville del Suda­frica demo­cra­tico e un evento con cui lo Stato, le classi eco­no­mi­che diri­gen­ziali, quelle poli­ti­che e sin­da­cali insieme agli stessi lavo­ra­tori e alla società civile, a distanza di circa 18 mesi, fanno tut­tora i conti.

Ma men­tre i bilanci dell’Amplats per il 2013, nono­stante gli alti costi della pro­du­zione e il calo della domanda, regi­strano un aumento degli utili che vanno a com­pen­sare le per­dite del 2012, a diciotto mesi da Mari­kana i mina­tori e le comu­nità locali che vivono a ridosso della ricca zona mine­ra­ria di Rusten­berg con­ti­nuano a lamen­tare squal­lide con­di­zioni di vita tra barac­che di lamiera spesso a corto di acqua ed elettricità.

Ragioni di stato e del pro­fitto che non si incon­trano con quelle della soprav­vi­venza e a cui, a 20 anni dall’inizio dell’era demo­cra­tica per il Suda­frica, né la classe diri­gente al governo né le mul­ti­na­zio­nali che ope­rano in diversi set­tori, da quello agri­colo a quello mine­ra­rio, pare non abbiano la volontà di pre­stare orecchio.



il manifesto 29 gennaio 2014