TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 gennaio 2014

Vichinghi, corsari globali



Signore, liberaci dalla furia degli uomini del Nord”. Pregavano così i monaci inglesi intorno all'anno Mille. Ma chi erano davvero i Vichinghi? Una grande mostra al British Museum cerca si rispondere a questa domanda..

Alessandro Zironi

Vichinghi, corsari globali




Narra di personaggi piuttosto singolari La saga degli uomini delle Orcadi , di genti vissute in un arcipelago a nord della Scozia. Narra, ad esempio, di un tal vescovo, Vilhjámr, che comanda una delle navi giunte dalle fredde acque nordiche sino alla Terrasanta, dopo aver toccato numerose località lungo le sponde del Mediterraneo. Il vescovo dimostra di sapersela cavare bene in fatto di arrembaggi: «È rischioso abbordare navi bizantine con le nostre imbarcazioni. Vi è solo un modo: svellerne le sponde a colpi d’ascia» La saga degli uomini delle Orcadi ). Sotto gli occhi del lettore sfilano così le imprese vichinghe di una flotta sulla rotta dei mari del sud. Che un prelato guidi una masnada di predoni può provocare un certo imbarazzo: ma i vichinghi, allora, chi erano?

Sfatiamo subito un’opinione diffusa: i vichinghi non sono un popolo, e neppure un gruppo etnico. Chiunque, insomma, può essere un vichingo, sempre che, ovviamente, presenti determinate caratteristiche. La prima: essere vissuto in un’epoca più o meno compresa fra l’età carolingia e la fine del XI secolo e, in alcuni luoghi, anche un poco oltre. Seconda prerogativa: aver l’intenzione di conquistare una fortuna, con mezzi più o meno leciti, che vanno dal commercio di beni (e qui si conteggiano anche gli schiavi), ai saccheggi. Terza condizione: non si è vichinghi da soli, ma in compagnia di altri che mirano al medesimo obiettivo, quindi ci si unisce in gruppo, stringendo un patto con valore giuridico, al fine di procacciarsi ricchezze; insomma, una sorta di cooperativa del Medioevo i cui soci, e qui abbiamo l’ultima caratteristica, armano insieme una nave (e spesso ognuno dei partecipanti paga una parte della costruzione) per partire alla ventura e tornare in patria più ricchi, con beni monetizzabili con i quali impiantare una bella e prospera fattoria o crearsi (a seconda del prestigio) un dominio politico.



Essere vichinghi, dunque, non è questione di identità. È questione di scelte di vita. Si compiono imprese vichinghe per garantirsi un futuro. Spesso accade che siano le mamme a spingere i propri pargoli a conquistarsi un posto al sole e una posizione nella vita. È questa, ad esempio, la preoccupazione di Bera, madre del più importante poeta islandese del Medioevo — Egill Skalla-Grímsson, vissuto nel X secolo — che medita in cuor suo di comprare al figlioletto, appena raggiunta la maggiore età, una bella nave da battaglia, e con quella, come ci racconterà il poeta «partire coi vichinghi/ in piedi sulla prua,/ guidare il vascello splendido,/ frenarlo, entrando in porto,/ ammazzare un uomo, e poi un altro» (traduzione di Ludovica Koch,Gli scaldi , Einaudi).

Il viaggio per nave è aspetto imprescindibile dell’essere vichinghi, e questo spiega molto probabilmente anche il nome con cui sono chiamati questi intrepidi corsari. Una delle proposte che cerca di spiegare l’origine del nome antico nordico víking pensa a una derivazione dal verbo víkja «deviare, voltare, allontanarsi». Dunque la víking è l’azione compiuta da colui che si allontana, che se ne va da un posto, e il víkingr è colui che lascia la propria dimora in cerca di fortuna. In islandese, poi, il termine víkingr andrà a indicare in senso lato tutti coloro che compiono imprese piratesche e razzie. Altra proposta vuole, invece, una derivazione da vík «insenatura, fiordo», dunque il víkingr è colui che appartiene al fiordo, perciò lo scandinavo proveniente per lo più da Norvegia e Danimarca.



Nessuna etimologia convince sino in fondo e, forse, ognuna di esse contiene una propria verità. In buona sostanza: i vichinghi sono uomini del Nord, che compiono imprese, anche mercantili, al di fuori dei propri territori di origine. L’espansione vichinga segue infatti rotte commerciali, puntando ad aree abitate nelle quali è possibile procacciarsi beni. Fra questi territori i primi e più visitati sono l’Inghilterra, la Francia settentrionale, l’Irlanda ma anche le grandi pianure russe, solcate a colpi di remi nei vorticosi fiumi, come il Dnepr, del quale si superano le tumultuose rapide portando a riva le navi per rimetterle poi in acqua superato l’ostacolo. In forza di un indubbio fiuto economico decidono di impiantare empori per meglio controllare i flussi mercantili e — si direbbe in un linguaggio moderno — abbreviare la filiera commerciale. Ecco perché a Dublino si parlerà l’antico nordico e la Northumbria britannica avrà in York un punto nevralgico per l’espansione nel resto dell’isola.

Tutto ha inizio l’8 giugno 793, quando i monaci del cenobio di Lindisfarne, piccola isola a metà via fra Newcastle ed Edimburgo, videro giungere dal mare una nave condotta da un’ampia vela quadrata: a prestar ascolto al redattore della Cronaca Anglosassone , scritta circa cento anni dopo, evidenti segni premonitori, quali draghi volanti e furiose intemperie, avevano preannunciato la distruzione dell’abbazia da parte di pagani giunti dalle onde. Sono soprattutto genti della Danimarca che mirano all’Inghilterra: la percorreranno in lungo e in largo, risalendo fiumi, fondando piccole comunità, appropriandosi della terra. Alla fine del IX secolo la Britannia è pressoché tutta soggetta al diritto danese, e la stessa lingua si espande, tanto da lasciare importanti tracce di sé anche nell’inglese che ancora oggi si parla: pochi sanno, ad esempio, che il verbo to take (e quante volte diciamo take away !) altro non è che il nordico taka , che sostituisce l’anglosassone niman.

Le navi dei fiordi solcano anche le vaste distese marine a nord delle isole britanniche: si insediano nelle Orcadi, nelle Shetland, nelle Fær Øer e poi in Islanda, colonizzata alla fine del IX secolo, e da lì, un secolo dopo, Eírikr il Rosso si muoverà verso ovest, approdando in quella che lui chiamerà ottimisticamente Groenlandia (la terra verde): quattromila persone vivranno in due villaggi e 190 fattorie, lì verrà eretta la seconda chiesa nordica in ordine di grandezza, oltre a due monasteri. Resisteranno sino al XIV secolo, quando un mutamento climatico ricoprirà la terra verde di un immutabile manto bianco. Dalla Groenlandia, poco dopo l’anno 1000, arriveranno a toccare le isole Baffin, il Labrador e Terranova, e qui, ad Anse aux Meadows, fonderanno un piccolo avamposto. Non si insedieranno mai stabilmente in quella che loro chiamarono Vínland (la terra del vino), ma i contatti commerciali fra pellerossa e vichinghi persisteranno, dato che oggetti e cibi americani si ritrovano in scavi archeologici condotti in Scandinavia.



A questa e altre curiosità sulla civiltà vichinga darà risposte l’esposizione Vikings: Life and Legend che sta per aprirsi a Londra, nella Sainsbury Exhibitions Gallery, nuova ala a nord della Great Court del British Museum, che inaugura al pubblico i suoi nuovi spazi espositivi con questa imponente mostra (in calendario dal 6 marzo al 22 giugno), occasione rara per la mole dei materiali esposti e la presentazione di una grande nave da guerra vichinga il cui scafo raggiunge la ragguardevole misura di 37 metri. Assemblata agli inizi del secolo XI, ai tempi di re Canuto, sovrano di Danimarca e Inghilterra, la nave proviene da Roskilde, luogo poco distante da Copenaghen, dove venne affondata per difendere il porto dalle incursioni degli uomini del nord.

Da non perdere in mostra il tesoro della valle di York, rinvenuto nel 2007 e ancora poco visto, un vero cammeo del mondo vichingo: fra gli oggetti anche 617 monete delle più svariate provenienze, fra le quali l’Uzbekistan di Samarcanda, l’Afghanistan, l’Africa del Nord e la Russia. Se poi restasse un po’ di tempo e si avesse voglia di un’incursione… vichinga, basta raggiungere la Torre di Londra: poco distante si trova la chiesetta medievale di St. Olave, che commemora il re norvegese Ólafr il Santo, che combatté contro i danesi a Londra nel 1014.

il Corriere della sera 26 gennaio 2014