TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 11 febbraio 2014

"Al calore di soli lon­tani". Quando il jazz conquistò l'America

 


Quando l'America entrò in guerra nel 1917 cinque milioni di uomini furono mobilitati e spediti in Europa. Molti erano operai. Il loro posto in fabbrica fu preso da neri del Sud. Iniziò così una migrazione interna di proporzioni gigantesche che trasformò profondamente gli Stati Uniti.

Luigi Onori

I ritmi dell'America urbana figli della grande migrazione


«Il rac­conto epico della Grande migra­zione afroa­me­ri­cana: sessant'anni di durata (1915– '70), sei milioni di neri che abban­do­nano il Sud degli Usa per tra­sfe­rirsi soprat­tutto nel Nor­dest e Nor­do­vest del paese, dalle cam­pa­gne alle città, da una vita senza spe­ranza al sogno di un arduo riscatto. Di que­sto, e di molto altro, nar­rano le cin­que­cento pagine di Al calore di soli lon­tani (il Sag­gia­tore, euro 14,90) della stu­diosa, gior­na­li­sta e docente uni­ver­si­ta­ria Isa­bel Wil­ker­son. 

Nel 1994 l'autrice, oggi cin­quan­ta­duenne, vinse il pre­mio Puli­tzer per gli arti­coli pub­bli­cati sul «New York Times»; è docente di gior­na­li­smo alla Boston Uni­ver­sity. Ben quin­dici anni di ricer­che, stu­dio e scrit­tura le ci sono voluti per un'opera epica e monu­men­tale (prima edi­zione Usa nel 2010) che uni­sce il rigore della docu­men­ta­zione alla capa­cità della nar­ra­zione e al calore della testi­mo­nianza. Pur se diverse, e distanti, Toni Mor­ri­son ed Isa­bel Wil­ker­son sem­brano par­lare la stessa lin­gua: l'una sul fronte della nar­ra­tiva, l'altra su quello della storia.

Il titolo, magni­fico, è ispi­rato da alcuni versi di Richard Wright e ben sin­te­tizza la spe­ranza ed il corag­gio celati nell'enorme «dia­spora interna» che vide i Neroa­me­ri­cani spo­starsi all'interno degli Usa a par­tire dal 1915. «La Grande migra­zione fu un punto di svolta nella sto­ria del paese. Tra­sformò l'America urbana – afferma l'autrice — e ripla­smò l'ordine sociale e poli­tico di tutte le città che sfiorò (...) 

La Migra­zione nac­que dalle pro­messe man­cate della Guerra di seces­sione e con tutto il suo peso eser­citò una spinta deci­siva per la rivo­lu­zione dei diritti civili negli anni ses­santa» (p.18). Chiun­que si inte­ressi degli Usa e in qual­siasi ambito (da quello eco­no­mico a quello musi­cale) dovrebbe leg­gere que­sto testo che dav­vero rivela i mec­ca­ni­smi pro­fondi di una tra­sfor­ma­zione di cui, spesso, si vedono solo gli esiti e non le tra­va­gliate radici.



Il volume si snoda in cin­que parti più un epi­logo.: «Nella terra degli avi»; «Gli inizi»; «L'esodo»; «L'amante più gen­tile»; «L'indomani». Come molte forme della cul­tura afroa­me­ri­cana ha un anda­mento storico-esistenziale cir­co­lare (più che lineare): ini­zia con la par­tenza di Ida Mae dalla con­tea di Cic­ka­saw nell'ottobre 1937 e si con­clude con il suo ritorno nel Mis­sis­sippi da Chi­cago nell'ottobre 1998, ses­san­tuno anno dopo la sua migra­zione.

Da essa, rac­conta e rico­strui­sce la Wil­ker­son, «nac­quero per­sone che non sareb­bero esi­stite o avreb­bero preso un'altra strada: James Bald­win e Michelle Obama, Miles Davis e Toni Mor­ri­son, Spike Lee e Den­zel Washing­ton (...) dall'esodo nac­quero anche il lin­guag­gio e la musica dell'America urbana, figlia dei blues por­tati dagli emi­granti e capace di domi­nare ancora oggi le fre­quenze radio­fo­ni­che»» (p.19). Senza la migra­zione il fiore del jazz, musica cit­ta­dina per eccel­lenza, non sarebbe mai sbocciato.


il manifesto | 11 Febbraio 2014