TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 7 febbraio 2014

Cancellate le detrazioni sui libri, dopo gli annunci arriva la beffa



Una farsa all'italiana. Sbandierate e poi subito cancellate le detrazioni sui libri. D'altronde, a cosa servono i libri? C'è già la televisione e Facebook.

Paolo Di Stefano

Cancellate le detrazioni sui libri, dopo gli annunci arriva la beffa


Sembrava più che una buona intenzione, si è trasformata in una beffa. In dicembre l’annuncio del governo: detrazione fiscale del 19%, fino a un tetto di 2.000 euro, per l’acquisto di libri. Un evento storico, si era detto, capace davvero di dare una scossa a un Paese che legge pochissimo, anzi a un Paese in cui solo il 46% ha letto almeno un libro l’anno. Incrementare la lettura: questo è da decenni l’appello di editori, librai, bibliotecari, insegnanti, intellettuali. E il proposito dei pochi politici che guardano oltre il loro naso, cioè oltre l’orizzonte minimo della (a)normale amministrazione. 


Invece le cose sono andate diversamente, al punto da trasformare una buona intenzione, appunto, in un pugno di mosche. Macchinetta calcolatrice alla mano, dopo l’annuncio, il ministero dello Sviluppo economico si è accorto che i conti non tornavano. Non c’era la copertura. Dunque: fatta la legge, trovato l’emendamento che la annulla, o quasi. Dopo «un’ampia discussione» in Commissione, lo sconto si riduce a un buono di 19 euro al massimo (su una spesa di 100 euro) per i soli studenti delle scuole superiori da presentare al libraio (previo iter burocratico: ticket numerato e timbrato dal preside dell’istituto). Per i negozi il «buono sconto» equivale a un credito fiscale deducibile dalle imposte. 


Insomma, ha ragione il presidente dei librai italiani, Alberto Galla, quando afferma che «questo governo approva i decreti legge, poi si accorge che non ha i fondi per sostenerli, e a quel punto corre ai ripari con gli emendamenti». L’ennesima figuraccia, nonostante quel che sostiene, contro ogni evidenza, il sottosegretario Claudio De Vicenti: «La natura di sostegno alla diffusione della lettura non è cambiata». Fatto sta che quello che sembrava il risultato di una nuova consapevolezza sulla situazione culturale italiana si avvia a essere archiviato nell’antico catalogo delle bufale.

Il Corriere della Sera – 6 febbraio 2014




L’amaca

di Michele Serra


Il pasticcetto triste dello sgravio fiscale sull’acquisto di libri, promesso e non mantenuto, esprime, nel suo piccolo, la vera malattia della nostra politica. C’è uno squilibrio spaventoso, davvero patologico, tra la produzione di parole e la produzione di fatti. Questa sproporzione è benefica solo in un caso: se alla violenza verbale corrispondesse una prassi conseguente, ci sarebbero montagne di morti per le strade. In tutti gli altri casi la vanità delle parole è devastante, perché ci abitua a considerarle solo fumo negli occhi, pretesto, inganno. Come si fa ad annunciare un provvedimento così lieto e così specifico (la detraibilità fiscale dell’acquisto di libri fino a duemila euro annui) senza essere certi che esiste una copertura finanziaria? La famosa “politica degli annunci”, che in una botta sola riesce a illudere e poi a deludere, dovrebbe essere malvista e deprecata tanto quanto le grida offensive: chi per esempio posa la prima pietra (ricordate la farsa del Ponte sullo Stretto?) di un’opera che non si farà; o chi annuncia una legge puramente virtuale senza alcuna certezza di poterla poi mettere in pratica; fa uguali danni al cosiddetto “prestigio delle istituzioni” dell’ultimo dei deputati maneschi e vocianti.


La Repubblica – 6 febbraio 2014