TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 4 febbraio 2014

Cattolici e violenza politica.



Nelle analisi (spesso politicamente interessate) sulla genesi della lotta armata in Italia si è esclusivamente parlato di “album di famiglia” a proposito di PCI e PSI. In realtà, come evidenzia un saggio appena uscito per l'editore Marsilio, esiste anche un'ispirazione religiosa alle radici del terrorismo. E d'altronde le biografie di molti militanti rivoluzionari lo dimostrano (esemplare il caso della genovese Annamaria Ludmann).

Paolo Mieli

L'album di famiglia cattolico dell'utopia rivoluzionaria (prima parte)


Lo snodo che consente di approfondire il rapporto tra cattolici e violenza politica nel secondo dopoguerra ha una data (7 luglio 1960), un luogo (il sagrato della chiesa di San Francesco di Reggio Emilia), e anche un nome: Lauro Farioli. Siamo nei giorni del governo presieduto da Ferdinando Tambroni e sostenuto dal Movimento sociale italiano. Le sinistre sono in rivolta dopo che a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, si è tentato, tra la fine di giugno e i primi di luglio, di celebrare il congresso del Msi. Celebrazione autorizzata dal governo. Ma una rivolta di piazza ha impedito che si tenessero le assise e la rivolta si è subito estesa ad altre città italiane, avendo a bersaglio, oltre al Msi, il governo stesso.

A Reggio Emilia, il 7 luglio, la polizia spara e uccide cinque persone: Lauro Farioli, Afro Tondelli, Ovidio Franchi, Marino Serri ed Emilio Reverberi. Ancora nel 2010, cinquant'anni dopo, Silvano Franchi, fratello di Ovidio, ricordava così quei tragici accadimenti: «Quel pomeriggio ci fu premeditazione e gli omicidi furono portati a termine grazie a un'organizzazione impeccabile da parte dello Stato. Con la grave collaborazione del vescovo di allora, Beniamino Socche, che fece chiudere tutti i portoni delle chiese del centro. Così facendo precluse le vie di salvezza per i manifestanti». A cominciare da quel Farioli il cui corpo giacque, come si è detto, sul sagrato della chiesa di San Francesco. Ettore Farioli, figlio di Lauro, in un'intervista al «Resto del Carlino» del 7 luglio 2010, indicava ancora una volta nell'alto prelato il responsabile del terribile lutto che aveva colpito la sua famiglia: «Era tutto premeditato. I portoni delle chiese quel giorno erano chiusi, più di una persona me lo ha confermato. Il primo tentativo di mio padre è stato quello di entrare in San Francesco. Poi è caduto sul sagrato. Non potrò mai vedere la Chiesa come un'istituzione al di sopra delle parti».

Reggio Emilia luglio '60. Lauro Farioli




















Imputato di queste ricostruzioni è sempre stato l'allora vescovo di Reggio Emilia Beniamino Socche, avversato dai comunisti fin dal 1946, quando aveva celebrato la messa funebre per don Umberto Pessina, ucciso da ex partigiani nonostante la guerra di Liberazione fosse finita da oltre un anno. Dai tempi del processo per la morte di don Pessina, Beniamino Socche non aveva mai cercato di occultare il suo anticomunismo e si era anche pronunciato per la messa fuori legge del partito di Palmiro Togliatti. Quel 7 luglio — secondo queste ricostruzioni — avrebbe fatto chiudere i portoni delle chiese per impedire che i «comunisti» scesi in piazza contro Tambroni potessero avere una via di fuga dai proiettili della polizia.

In un eccellente libro pubblicato per i tipi di Marsilio, Cattolici e violenza politica. L'altro album di famiglia del terrorismo italiano , Guido Panvini individua in quell'episodio il prologo della storia che ha ricostruito con impeccabile rigore. Impegnandosi ad integrare l'«album di famiglia» dei brigatisti rossi descritto da Rossana Rossanda alla fine degli anni Settanta. Nei giorni che avevano preceduto l'eccidio, ricorda Panvini, Socche si era espresso duramente sul comportamento dei manifestanti, «contribuendo», scrive, «a innalzare il clima di tensione».

A commento dei primi incidenti, il 4 luglio, «La Libertà», settimanale della diocesi di Reggio Emilia, aveva così ammonito il partito di Togliatti: la «violenza genera violenza e non si può calcolare la forza di reazione che episodi come quello di Reggio Emilia possono provocare». Poi, subito dopo l'uccisione di Farioli e degli altri quattro, proprio mentre giungevano notizie di episodi analoghi in Sicilia, Socche volle esprimere la propria solidarietà agli agenti che avevano sparato.

Nella relazione mensile della prefettura di Reggio Emilia del 3 agosto 1960 si legge: «L'autorità ecclesiastica ha voluto anch'essa far conoscere il proprio pensiero attraverso la viva voce del vescovo di Reggio Emilia mons. Beniamino Socche, il quale, nel corso di una conferenza tenuta presso il locale seminario alla parte più qualificata del clero, ha rivolto un plauso alle forze dell'ordine per aver saputo tutelare le istituzioni democratiche; dopo aver fatto rilevare la pericolosità e la violenza dimostrata dai comunisti nelle ultime manifestazioni di piazza, ha dichiarato che sono tuttora valide le condanne contro il socialismo emanate dagli organi responsabili della Santa Sede e che, pertanto, qualsiasi collaborazione col comunismo è condannata, come è condannata qualsiasi collaborazione col socialismo unito al comunismo».

Beniamino Socche
























Un evidente sostegno all'azione di repressione dei moti. E un altrettanto evidente altolà al dialogo che si stava intrecciando tra Democrazia cristiana e Partito socialista italiano; dialogo che di lì a breve avrebbe portato alla caduta del gabinetto Tambroni e alla nascita di un governo presieduto da Amintore Fanfani, appoggiato (tramite astensione) dai parlamentari del Psi.

Qui entra in scena un protagonista della vicenda raccontata da Panvini: Corrado Corghi. Corghi, capo della federazione della Dc di Reggio Emilia, nella riunione della direzionale nazionale del partito che si tiene l'11 luglio, prendendo le distanze dal suo vescovo, condanna l'operato delle forze di polizia. Insinua addirittura che tra i poliziotti siano stati infiltrati amici e complici dei neofascisti. E partecipa ai funerali delle vittime dell'eccidio. Ciò che provoca l'irritazione di monsignor Socche, il quale se ne lamenta con il ministro dell'Interno, Giuseppe Spataro, chiedendo esplicitamente che vengano presi provvedimenti contro l'esponente dc della sua diocesi. «La chiusura delle porte della Chiesa di San Francesco e il corpo di Lauro Farioli davanti al sagrato», scrive Panvini, «assumono, in questo contesto, una valenza emblematica, a prescindere dalla possibilità di accertare se vi sia stata una deliberata decisione da parte delle locali autorità ecclesiastiche di sbarrare le chiese della città in occasione della manifestazione del 7 luglio».

Già, perché nella ricostruzione è rimasto in ombra il fatto che monsignor Socche non ricevette nessun rilievo, neanche vago, dal Papa dell'epoca, Giovanni XXIII. Che Pasquale Marconi, deputato democristiano, tra i fondatori del Cln di Reggio Emilia, difese in quel frangente sia il vescovo che l'operato della polizia. Del resto, pochi giorni prima della strage di Reggio, il 1° luglio 1960, l'Associazione partigiani cristiani di Parma aveva denunciato fermamente i tentativi di comunisti e socialisti di «servirsi del nome della Resistenza stessa per inscenare agitazioni e rivolte di piazza, tese ad avvilire o sovvertire gli ordinamenti democratici».

Non va dunque trascurata la circostanza che monsignor Socche si sentiva confortato da ex partigiani bianchi, i quali consideravano le manifestazioni contro Tambroni una strumentalizzazione dei sentimenti antifascisti da parte del Pci e un tentativo dei socialisti di forzare la mano alla Democrazia cristiana in vista della formazione di un nuovo governo «aperto a sinistra». In Senato, Raffaele Cadorna aveva sostenuto Tambroni, dimettendosi dalla presidenza della Federazione italiana dei Volontari della libertà, e allo stesso modo Mario Ferrari Aggradi, esponente di spicco del mondo partigiano cristiano, aveva accettato di sostituire alla guida del ministero dei Trasporti Fiorentino Sullo, che, ai primi di aprile, si era dimesso (assieme ad altri due titolari di dicastero: Giulio Pastore e Giorgio Bo) per protesta contro i voti determinanti del Msi.

Socche per di più sostenne che le accuse formulate contro di lui da alcuni familiari dei morti di Reggio Emilia non avevano fondamento. Tant'è che don Emilio Landini, in tempi recenti, ha potuto così ricordare — senza peraltro ricevere smentite o puntualizzazioni — quella tragica giornata di luglio: «Il vescovo non aveva assolutamente emanato alcuna disposizione per la chiusura delle chiese. La basilica della Ghiara era aperta, come altre chiese della città, nonostante si trattasse di un primo pomeriggio di luglio. Chiusa invece era la chiesa di San Francesco, prospiciente la piazza dove sono avvenuti gli scontri. Chiusa volutamente per iniziativa del viceparroco (curato) di allora don Cesare Frignani, il quale tuttora ribadisce che, volendo prevenire tafferugli in chiesa, anche altre volte aveva preso la stessa precauzione in occasione di precedenti manifestazioni a rischio di degenerare».

Ma torniamo al luglio del 1960. Fino a quell'estate la Chiesa di Giovanni XXIII sembrava non voler scegliere tra i settori del mondo cattolico favorevoli e ostili al governo Tambroni. Il 19 aprile un articolo del giornale della Dc, «Il Popolo» (Il mito dello Stato forte ), a firma Giovanni Lupo, denunciò — in sottile polemica contro i sostenitori di Tambroni — i movimenti nell'ombra di «notevoli gruppi di "catilinari" nei più diversi partiti» che si attivavano per rafforzare «il potere esecutivo a discapito di quello legislativo».

Il 18 maggio «L'Osservatore Romano» pubblicò l'articolo Punti fermi , in cui si ribadiva la condanna del socialismo (vale a dire anche del Psi). Alla fine di quello stesso mese parve che si materializzassero i «catilinari» di cui sopra, allorché i centri Luigi Sturzo organizzarono all'Angelicum di Roma un convegno, coordinato da Luigi Gedda, sul tema «La liberazione dal socialcomunismo». Al convegno presero parte Oscar Luigi Scalfaro, sottosegretario al ministero dell'Interno, e Giuseppe Rapelli, esponente della sinistra democristiana, assieme a Randolfo Pacciardi (in procinto di abbandonare il Partito repubblicano per i contrasti con Ugo La Malfa, favorevole al centrosinistra), a Gianni Baget Bozzo (fondatore di «Ordine civile», che auspicava un fronte anticomunista che andasse dalla Dc al Msi: «Tutto ciò che si oppone al comunismo, in quanto si oppone al comunismo, ha ragione di bene», scriveva), al direttore del «Borghese» Mario Tedeschi, ai missini Giulio Caradonna e Pino Romualdi.

Oscar Luigi Scalfaro




















Scalfaro si compiacque del fatto che potessero lì «parlare insieme uomini che forse quattordici anni fa (quando era stata fondata la Repubblica, ndr) si poteva pensare fossero su posizioni inconciliabili». Garante del dialogo, secondo il futuro presidente della Repubblica, sarebbe stato il Vaticano, alle cui direttive i cattolici avrebbero dovuto conformarsi senza riserve: «Come figli devoti della Chiesa, quando la Chiesa ha parlato, se ne prende atto e si ubbidisce», disse Scalfaro.

Ancor più avrebbe alzato i toni Enzo Giacchero, un altro parlamentare dc (che anni dopo approderà all'estrema destra), il quale aveva esortato a «combattere» nel nome dell'impegno «che ci deriva dalla morale e dalla dottrina della Chiesa». «Era chiara», scrive Panvini, «la strumentalità di questa retorica, ancor più evidente dato che il richiamo alla liceità dell'uso della forza alludeva non tanto alla ribellione, quanto, piuttosto, a un'azione di repressione preventiva da parte dello Stato di fronte all'avanzare delle sinistre nella società».

La Dc si irritò. E già il 27 maggio sul «Popolo» (organo democristiano) Raniero La Valle sconfessò quel convegno che, a suo giudizio, aveva fatto notizia solo per il fatto, sgradevole, di aver «mischiato» Sturzo con «Il Borghese». Ma quando poi si ebbero le manifestazioni e la reazione a fuoco della polizia destinata a provocare la caduta del governo Tambroni, «L'Osservatore Romano» pubblicò un articolo dal titolo Il Governo intende impedire che la piazza si sostituisca al Parlamento . Con un'«asettica cronaca» che, scrive Panvini, «poteva essere fraintesa e letta come indizio di una neutralità benevola del Vaticano nei confronti di Tambroni».

Al momento delle manifestazioni di Genova, però, alcune federazioni democristiane avevano permesso l'afflusso dei propri militanti nel capoluogo ligure e lo stesso avevano fatto molte sezioni delle Acli e della Cisl. Ciò che generò nell'universo cattolico un grande disorientamento, per il quale due parti di quel mondo si sospettavano l'un l'altra di essere inconsapevolmente finite sotto la guida dei comunisti o dei neofascisti.

Sospetti destinati a perpetuarsi nel tempo. Nell'ottobre del 1961 il cardinale Alfredo Ottaviani, a capo della Congregazione del Sant'Uffizio e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, compì un viaggio in Spagna nel corso del quale rinnovò l'appoggio entusiasta della Chiesa al regime franchista. Nell'occasione il cardinale esaltò il ruolo avuto da Francisco Franco alla fine degli anni Trenta quando — sono parole sue — «furono rigettate dal sacro suolo della Spagna le orde devastatrici di ogni ordine cristiano e di ogni umana dignità e libertà». «Dirò di più», aveva proseguito l'illustre porporato, «con quelle gesta eroiche fu salvata non soltanto la Spagna, ma tutto l'Occidente cristiano dalla minaccia della schiavitù che veniva dall'Oriente... Fu dunque santa crociata che frenò in Occidente l'impeto assaltatore dei rossi, nemici della Croce di Cristo... Dobbiamo alla Spagna la prima resistenza, non soltanto armata, ma interiore e di pensiero a queste civiltà anticristiane che han tentato via via di abbattersi sul cristianesimo». Per poi concludere con parole di riconoscenza all'uditorio spagnolo: «La Chiesa sa cosa sono i vostri cuori; la Chiesa ha veduto con che eroica fortezza avete resistito a chi voleva strappare dal vostro cuore Cristo e dalla vostra terra la Croce».

Tutto ciò, fa osservare Panvini, nel terzo anno di pontificato di papa Roncalli (il quale però veniva già allora indicato come nemico del cardinale Ottaviani). E qualche mese dopo l'enciclica giovannea Mater et magistra (luglio 1961), pur ribadendo la condanna dei regimi e delle ideologie socialiste, denunciava i danni del colonialismo e l'egoismo dei ceti privilegiati, lasciando intuire che la Chiesa a modo suo stava aprendo alle novità della decolonizzazione.

(continua)

04 Febbraio 2014

il Corriere della Sera - 4 febbraio 2014

Guido Panvini
Cattolici e violenza politica.
L'altro album di famiglia del terrorismo italiano
Marsilio, 2014
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