TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 22 febbraio 2014

Enrico Crispolti, Futurismo e Fascismo



Certo, i rapporti fra “futuristi” (che tante furono le sensibilità) e fascismo sono complessi e contraddittori e andrebbero meglio studiati. Ma, anche se fosse stato “di regime”, cosa cambierebbe nella grandezza visionaria del futurismo?


Enrico Crispolti

Ma Marinetti non era artista del Regime

Intervista di Dario Pappalardo

Riscoperto, celebrato e riprodotto oggi come non mai, il Futurismo gode ancora in parte di una fama sinistra per i suoi contatti con il fascismo. Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del movimento, era amico di vecchia data di Benito Mussolini. E questo è noto. Ma quale fu la vera relazione tra l’avanguardia e il regime? Lo storico dell’arte Enrico Crispolti, che al Futurismo ha dedicato buona parte dei suoi lunghi studi, nel saggio compreso all’interno del catalogo della mostra Italian Futurism del Guggenheim di New York, ridimensiona il senso di questo rapporto.

Professor Crispolti, quale fu la natura autentica della relazione tra Futurismo e fascismo?

«Intanto, bisogna precisare che il Futurismo, nato nel 1909, precede il fascismo di dieci anni esatti. Fu una relazione altalenante, che nacque nel 1919, si ruppe nel ’21 per poi riprendere nel ’24. Ma quello dei futuristi verso il fascismo fu soprattutto un rapporto nostalgico».

In che senso?

«I futuristi avevano nostalgia del fascismo “rivoluzionario” del 1919, il “diciannovismo”, che, almeno in parte, sembrava voler realizzare il loro programma politico, ma non erano interessati a quello di regime. Anzi, il Futurismo venne emarginato dalle mostre ufficiali del tempo: fu presente con le sue opere soltanto alla Biennale di Roma del ’25 e poi a quella di Venezia del ’26. Il razionalismo ebbe rapporti ben più stretti con lo Stato fascista. Lo dimostra il fatto che le maggiori committenze del tempo erano per Piacentini, Terragni e Sironi, non certo per Marinetti e gli altri».
Marinetti, però, nel 1929, diventa accademico d’Italia e poi aderirà a Salò...

«Ma era inevitabile che diventasse accademico: anche Guglielmo Marconi lo era. Marinetti era amico del duce ben prima del fascismo, gli risolveva di tanto in tanto qualche problema di carattere culturale, ma non condivideva davvero la sua politica, cercava solo un terreno fertile per la sua arte».



Non ci fu mai un rifiuto però...

«L’Italia degli anni Venti, Trenta e Quaranta non poteva fare a meno di confrontarsi con il potere. I futuristi non erano certo dei partigiani, ma rappresentavano, in qualche modo, un’alternativa extraparlamentare. Nel 1938, Marinetti si oppose in prima persona all’“Operazione arte degenerata” con cui il regime, sulla scia di quanto accadeva nella Germania di Hitler, intendeva fare piazza pulita delle avanguardie, cancellando di fatto la nuova arte del Novecento, Futurismo compreso. Organizzò con successo una manifestazione di protesta al Teatro delle Arti di Roma, in via Sicilia».

Cosa rimane oggi del Futurismo?

«Tante intuizioni, a partire dall’architettura: Frank Gehry, per esempio, ha sintetizzato tutta la cultura della plastica futurista. E poi il rapporto strettissimo tra arte e vita: la dimensione esistenziale dell’arte, che oggi è scontata per ogni autore contemporaneo, deriva direttamente dall’esperienza futurista. Noto un grande interesse verso il Futurismo, soprattutto da parte degli artisti più giovani, quelli tra i 25 e i 30 anni».

Come lo spiega?

«C’è una nuova generazione che si muove al di là del mercato, che, in controtendenza rispetto alla mancanza di immaginazione di questi tempi, cerca forme e avventure nuove. E i futuristi le avventure le hanno inseguite tanto».


La Repubblica – 21 febbraio 2014