TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 18 febbraio 2014

Così Pellizza creò Il Quarto Stato



Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo fu l'atto finale di una ricerca lunga e complessa. Una mostra al Museo del Novecento di Milano ne ricostruisce la storia.

Armando Besio

Così Pellizza creò Il Quarto Stato

È il primo maggio del 1892. Nel giorno della Festa dei lavoratori, nell'anno in cui sta per nascere il Partito socialista italiano (Genova, 15 agosto), Giuseppe Pellizza scrive sul diario di lavoro: «Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino di una giornata d' estate, il sole lancia sulla terra i suoi potenti raggi, due contadini s' avanzano verso lo spettatore, designati dall' ordinata massa che viene dietro, per perorare presso il signore la causa comune».

Sono appunti per un quadro, ma precisi come la sceneggiatura di un film. Il set è la piazza di Volpedo, il borgo agricolo in provincia di Alessandria dove Pellizza è nato (1868) e ha scelto di tornare, dopo aver studiato a Milano, Bergamo, Firenze (con Fattori), Parigi. Gli attori sono compaesani, messi in posa dal pittore (che gli paga una regolare diaria) e ritratti mentre procedono compatti lungo la piazza in leggera salita verso il palazzo dei padroni (Malaspina). Inizia così la lunga e complessa gestazione di uno dei quadri più famosi del ' 900, ricostruita attraverso disegni, pastelli, carte lucide, documenti, tre varianti dell'opera e una radiografia 1:1 nella mostra Giuseppe Pellizza da Volpedo e il Quarto Stato. Dieci anni di ricerca appassionata curata da Aurora Scotti Tosini al Museo del Novecento (fino al 9 marzo, catalogo Electa).

Figlio di contadini, Pellizza conosce la fatica quotidiana. Condivide le passioni politiche del suo tempo. Ha letto Bissolati, Bebele Marx. Ha visto Il seminatore di Millet, Gli spaccapietre di Courbet, L' oratore allo sciopero di Longoni. Sente che «non è più l' ora dell'arte per l' arte, ma dell' arte per la vita». La mostra inizia con uno Sciopero, poco più che uno schizzo. Come ancora piccola nel formato e acerba nella composizione è la tela Ambasciatori della fame (51x73 cm).

Ambasciatori della fame
















È con Fiumana («la fiumana dell' umanità assetata di giustizia»), prestato dalla Pinacoteca di Brera, che il formato del quadro si fa imponente (2,55 x 4,30 cm) ed entra in scena una donna, la moglie del pittore, che porta in braccio un bambino. In un crescendo di padronanza tecnica e consapevolezza ideologica, Pellizza approda al Cammino dei lavoratori (2,85 x 5,43 cm), poi ribattezzato col titolo, più rivoluzionario, Quarto Stato. Un formidabile mix di modernità e classicità. La pennellata è divisionista. Il soggetto riflette l' attualità sociale. I proletari in marcia («contro la fiacca aristocrazia che va diventando sempre più molle per gli agi secolari nei quali poltrisce») esibiscono la forza gentile, l' autorevolezza calma dei filosofi di Raffaello («giornate intere io trascorsi in Vaticano»). La donna ricorda la Nike vista al Louvre. 

Pellizza presenta il Quarto Stato alla Quadriennale di Torino del 1902. Spera nell' acquisto della famiglia reale. Ma i Savoia (come dargli torto) preferiscono il Monumento a Vittorio Amedeo di Calandra. Un critico lo rincuora: «Questo quadro non ha paura del tempo, il tempo gli gioverà». Ma quando nel 1907 Pellizza si suicida (sconvolto dalla morte della moglie), nessuno si è ancora accorto del suo capolavoro, dimenticato anche dalla retrospettiva del 1909 alla Biennale di Venezia. Riemergerà solo nel 1920, acquistato tramite sottoscrizione pubblica dalla giunta comunale socialista di Milano.

Esposto al Castello Sforzesco, preoccuperà i fascisti, che per neutralizzarne la carica eversiva sfideranno il ridicolo cambiandogli titolo: Due uomini e una donna con un bambino in braccio. Nel dopoguerra il Quarto Stato viene spostato in sala giunta, simbolo della democrazia ritrovata e della ricostruzione avviata. Nel 1976 Bernardo Bertolucci ne consacra la popolarità scegliendolo come sfondo per i titoli di testa del film Novecento. Intanto, il quadro è stato trasferito alla Galleria d' arte moderna. Nel 2010 l' ultimo trasloco, nel neonato Museo del Novecento. Là chiudeva l' 800, qui apre il "secolo breve". Collocazione prestigiosa, ma irrisolta. Lo spazio è angusto e il vetro di sicurezza riflette i raggi del sole e disturba i visitatori. Ma questa è un' altra storia.

La repubblica 26 gennaio 2014