TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 17 febbraio 2014

Da vedere: Molière in bicicletta di Philippe Le Guay



Il rapporto tra teatro e vita, tra realtà e finzione ha sempre affascinato il cinema. Un piccolo film, di grande intelligenza e cultura, ci ricorda come la vita (e il teatro che ne è il doppio) sia il regno dell'ambiguità.

Salvatore Longo

Molière in bicicletta

È un delizioso piccolo, grande film quest’ultima fatica di Philippe Le Guay, regista parigino conosciuto in Italia soprattutto per 'Le donne del 6° piano', commedia girata nel 2010.
‘Molière in bicicletta’ (ma quanto più bello e attinente è il titolo originale 'Alceste à bicyclette'!) è un’opera colta e raffinata che sa fondere con perfetto equilibrio il gioco letterario e linguistico della declamazione dei versi alessandrini di Molière con la vita e il linguaggio della quotidianità grazie ai due splendidi protagonisti (gli eccezionali Fabrice Luchini e Lambert Wilson), capaci di passare mantenendo sempre una recitazione di grande livello da un registro all’altro.

Protagonista occulta (ma non tanto) è ‘la recitazione’ che diviene sempre più sciatta passando dal teatro al cinema e alla televisione: Serge e Gauthier ne rappresentano i due estremi.
Serge Tanneur (Fabrice Luchini) è un raffinato attore teatrale sulla sessantina, ossessionato dalla purezza della lingua e dalle sfumature del linguaggio che ricerca con una lettura quasi maniacale del testo: è un esempio di cultura e di recitazione classica. Si è ritirato in sdegnoso isolamento sull’Ile de Ré (splendida e suggestiva isola di fronte a La Rochelle) dopo aver abbandonato il palcoscenico perché “riscontro ovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento…” (per usare le parole dell’amato Alceste protagonista del Misantropo di Molière) nel mestiere dell’attore come è oggi concepito.



Il suo vecchio amico e collega Gauthier Valence (Lambert Wilson) è in certa misura il simbolo di quanto Serge detesta: fa concessioni al linguaggio quotidiano del pubblico e non ha disdegnato di raggiungere successo economico e notorietà interpretando un medico in una serie televisiva, accettando quindi tutte le concessioni alla trasandatezza linguistica e interpretativa di questo tipo di fiction.

Splendide le sequenze in cui Serge commenta con raffinata e sottile cattiveria l’interpretazione dell’amico osservando una puntata della serie: il contrasto con le reazioni degli spettatori ‘normali’ evidenzia quanto ormai anche in Francia la recitazione classica sia lontana dalla cultura comune.
Gauthier peraltro non si fa illusioni sul livello delle sue prestazioni televisive e quasi a cercare un riscatto morale vorrebbe mettere in scena il Misantropo interpretando la parte di Alceste: si reca quindi nell’Ile de Ré per convincere Serge ad abbandonare il suo autoesilio e interpretare il mondano Philinte. Serge è scettico, potrebbe però accettare la parte di Alceste, cui si sente legato caratterialmente, soddisfacendo il suo narcisismo.

Decidono di provare per una settimana alternandosi nelle due parti, soluzione prevista anche per l’eventuale spettacolo.

Il ritmo del film è quindi scandito dagli otto round rappresentati dalle volte in cui ripetono, in condizioni diverse, la stessa scena del primo atto. Sono scontri giocati sul filo della purezza della lingua e della dizione - godibili al massimo se si vede il film in versione non doppiata - da cui emergono peraltro invidie, rancori, meschinità (specie da parte di Serge) e delusioni.
Tra una prova e l’altra si svolgono le vicende della loro vita sull’isola: è una carrellata di personaggi della provincia francese dal tassista alla locandiera, all’agente immobiliare alla giovane attrice porno, tratteggiati tutti con una finezza e un’umanità che ricorda quel regista raffinato e profondo che è stato Eric Rohmer.

Ogni personaggio non è un’icona fine a se stessa, ma fa emergere aspetti dei due protagonisti costruendo il mosaico dei loro caratteri (deliziosa è la scena in cui pensando di ridicolizzarla fanno leggere una scena del Misantropo all’attricetta porno… restando scioccati dalla sua freschezza). In quest’ottica è fondamentale la figura di Francesca (ottimamente interpretata da Maya Sansa), la scorbutica italiana in crisi e arrabbiata per un divorzio difficile e doloroso.

Tra Francesca, Gauthier e Serge si stabilisce uno strano gioco in cui tutti sembrano fuggire, ciononostante Serge sembra riaprirsi alla vita… Francesca sarà il detonatore di un finale a sorpresa in cui si concretano meschinità e cattiverie volutamente seminate.

Film apparentemente leggero, Molière in bicicletta lascia tracce profonde perché tra un sorriso e una risata è una riflessone profonda sul teatro come specchio dell’uomo e della sua grandezza, ma anche della sua meschinità e del suo egoismo spesso tanto più accentuati quando - come in Alceste e in Serge - sono ammantati e nascosti dal culto della verità assoluta che li porta a ignorare l’indulgenza e il dubbio.

Con una scrittura semplice e leggera Le Guay ha realizzato un film solo apparentemente piccolo: in realtà è una grande lezione (sull’ambiguità e la difficoltà della vita) che scorre per 104 minuti senza un attimo di noia.

L’augurio è che anche da noi possa raggiungere, se non superare, il milione di spettatori francesi.



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